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Discussione: Il vampirismo

  1. #11
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    Citazione Originariamente Scritto da Eric Draven Visualizza Messaggio
    Quindi l'equazione pipistrello=vampiro è precedente a Bram Stoker?
    Mi risulta che la prima associazione in questo senso risalga al '700, quando alcuni naturalisti denominarono "vampiro" una particolare specie di pipistrelli ematofagi, generando così un saldo legame tra le superstizioni sui pipistrelli e le leggende popolari sui vampiri.

    Ma, per la sua natura ambigua e notturna, l'innocuo pipistrello viene da sempre considerato una creatura lugubre, fedele compagno delle streghe, spesso associato a riti nefandi, a volte addirittura incarnazione di Satana, tanto che i contadini tedeschi li inchiodavano alle porte delle case, forse con l'intenzione di scacciare i demoni, mostrando loro il trattamento che avrebbero ricevuto. Questo soprattutto nel folklore occidentale, mentre in altre culture il pipistrello gode di una fama decisamente migliore: come in Cina, per esempio, dove è considerato simbolo della felicità.
    Ultima modifica di Tomás de Torquemada; 05-05-10 alle 01:19

  2. #12
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    Predefinito Riferimento: Il vampirismo

    Propenderei per l'opzione della specie ematofaga.
    Ultima modifica di Tomás de Torquemada; 05-05-10 alle 01:19

  3. #13
    Ritorno a Strapaese
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    Predefinito Riferimento: Il vampirismo

    Medwegya: la città dei vampiri
    di Enrico Ercole

    La grande moda dei vampiri si sviluppò soprattutto a partire dal 1732, anno in cui si verificarono i fatti di Medwegya. La vicenda della città serba infestata dai vampiri e la pubblicazione dei rapporti inviati a Vienna attirarono, infatti, l’attenzione sui temi del vampirismo. Il cosiddetto “Rapporto Flückinger”, pubblicato col titolo Visum et Repertum, fece presto il giro del continente. Proprio grazie alla pubblicazione di questo testo in Inghilterra e in Francia il termine “vampir” compare forse per la prima volta nella sua traduzione inglese (wampyre) e francese (vampyre).

    Nel XVIII secolo Medwegya, villaggio della Serbia, fu sconvolto da due diverse epidemie di vampirismo. La prima (1726) riguarda tale Arnold Paole, soldato morto a causa di una brutta caduta da un carro di fieno. Dopo essere stato sepolto, Paole sarebbe risorto e avrebbe fatto visita a quattro persone facendole morire dissanguate. Dalla riesumazione si scoprì che, effettivamente, sul suo cadavere erano presenti i segni del vampiro: carni intatte, guance rosse, unghie lunghe e sangue fresco negli occhi. Si decise quindi di procedere al classico rimedio del paletto e alla conseguente cremazione.

    La seconda epidemia si scatenò nel 1731, anno in cui gli abitanti del villaggio si videro costretti a rivolgersi alle autorità. Fu inviato sul posto un medico di nome Glaser, il qualemandò un rapporto allarmante al governatore della Serbia. In base a tale documento, che parlava apertamente di “vampiro”, il governo di Vienna decise di inviare sul luogo una commissione formata da Johann Flückinger (chirurgo), Johann Hans Siegel (medico) e Johann Friedrich Baumgarten (ufficiale di reggimento).

    Dal rapporto di Flückinger apprendiamo che furono riesumati i cadaveri di un servo del caporale locale (decomposto), di una donna morta di parto (intatto), di un infante (intatto), di un giovane (intatto), del diciassettenne Joachim (intatto), della giovane Ruschi (intatto), di una bimba di dieci anni (intatto), della moglie del capitano locale (decomposto), della moglie del bariactar locale (decomposto), del soldato Stanche (intatto), del soldato Milloe (intatto) e della sua vittima Stanoicka (intatto).

    Ciò a cui assistettero i tre funzionari fu dunque la semplice riesumazione di una dozzina di cadaveri ritenuti infetti da vampirismo. Flückinger, che non testimonia affatto di aver visto cadaveri ambulanti, riporta la teoria degli abitanti di Medwegya secondo cui questi vampiri sarebbero diventati tali per aver mangiato carne di bovini infettati dal morso di Arnold Paole, il "vampiro" giustiziato nel 1726. Senza mai entrare nel merito della questione, Flückinger si limita a osservare - non senza meraviglia - come alcuni cadaveri di persone morte negli stessi giorni - e sepolti uno di fianco all’altro - si siano decomposti, mentre altri si siano conservati perfettamente intatti.

    Mirabilia, meraviglie del barocco
    Ultima modifica di Tomás de Torquemada; 19-03-10 alle 02:44
    "Non posso lasciarti né obliarti: / il mondo perderebbe i colori / ammutolirebbero per sempre nel buio della notte / le canzoni pazze, le favole pazze". (V. Solov'ev)

  4. #14
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    Predefinito Riferimento: Il vampirismo

    :mmm:... ma i cadaveri riesumati, specie quelli intatti, avevano segni di morso o no?
    Ultima modifica di Tomás de Torquemada; 19-03-10 alle 02:45

  5. #15
    Ritorno a Strapaese
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    Citazione Originariamente Scritto da Eric Draven Visualizza Messaggio
    :mmm:... ma i cadaveri riesumati, specie quelli intatti, avevano segni di morso o no?
    Mah... non lo so, io non c'ero...
    Ultima modifica di Tomás de Torquemada; 19-03-10 alle 02:45
    "Non posso lasciarti né obliarti: / il mondo perderebbe i colori / ammutolirebbero per sempre nel buio della notte / le canzoni pazze, le favole pazze". (V. Solov'ev)

  6. #16
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    Non c'ero neppure io ( ), tuttavia una risposta, anche se certamente non esaustiva, forse è racchiusa in queste poche righe…

    Ricopio diligentemente da Il vampirismo di Massimo Centini (Xenia edizioni, pagg. 81 e 82):

    […] II Settecento, secolo dei Lumi e della ragione trionfante, fu il periodo in cui si verificò il maggior numero di casi di presunto vampirismo. Si parlava di vampertione infecta come di una fenomenologia documentata e non limitata a pochi casi. Presunti episodi di vampirismo furono allora registrati in numerosi paesi dell'Europa, dell'Est in particolare. Questi fatti erano contrassegnati da una casistica ricorrente:

    a) morte di un membro del villaggio
    b) segnalazione di fenomeni di vampirismo (in genere persone che morivano per cause considerate ingiustificate, o per morte violenta)
    c) individuazione del colpevole dei fenomeni in un «non morto» (vrykolakes in lingua slava)
    d) apertura della tomba e rinvenimento del cadavere con segni che inconfondibilmente rimandavano al vampirismo: corpo non corrotto, colore roseo, occhi aperti
    e) quasi del tutto assente il tipico morso ricorrente nella tradizione letteraria più recente
    f) esecuzione di rituali sul cadavere atti ad arrestarne il potere nefasto. [...]
    Ultima modifica di Tomás de Torquemada; 04-09-09 alle 23:50

  7. #17
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    Predefinito Riferimento: Il vampirismo

    Va bene, diciamo che i canini aguzzi sono un trucco hollywoodiano... Però, dato che i morti a causa dell'attacco del vampiro in genere finivano dissanguati, non vi erano segni tipici dell'aggressione?
    Ultima modifica di Tomás de Torquemada; 19-03-10 alle 02:46

  8. #18
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    Predefinito Rif: Riferimento: Il vampirismo

    I Vampiri nel Medioevo, seconda parte: le Sanguisughe, Incubi e Succubi

    Le sanguisughe

    Una volta accertato che la faccenda dei ritornanti puzzava di zolfo, le successive narrazioni che avevano a che fare con le visite post-mortem segnalavano immediatamente il Diavolo come artefice degli accadimenti. Intorno 1200 vediamo un intenso proliferare di racconti attinenti al ritorno di alcuni defunti malvagi. I cronisti più famosi di questo periodo sono Guglielmo di Newburg, un canonico che scrisse la “Historia rerum Anglicarum”, soffermandosi particolarmente sugli eventi prodigiosi accaduti nello Yorkshire e Walter Map, un Ufficiale del re Enrico II delegato al Concilio Lateranense III, che raccolse alcuni aneddoti (in maniera meno scrupolosa e veridica del contemporaneo Guglielmo di Newburg) nel De nugis Curialum; una sorta di pettegolezzi aventi a che fare con la vita a corte.
    A riferire i fatti a Guglielmo di Newburg sono persone degne di fiducia, appartenenti all’ambiente ecclesiastico come l’arcidiacono Stefano che riferì quest’episodio:

    Un uomo è seppellito alla vigilia dell’ascensione. La notte successiva entra nella camera della moglie, la sveglia, e gli si getta addosso con tutto il peso del suo corpo lasciandola mezza morta. La seconda notte l’incidente si ripete. La terza notte la moglie si organizza e rimane sveglia con un gruppo di amici: quando il defunto si accorge che la donna non è sola fugge, come spaventato dalle alte grida dei presenti. Vistosi respinto dalla moglie comincia ad attaccare i fratelli, ma questi ormai conoscono il modo di respingere la sanguisuga: rimangono svegli e, quando il defunto compare, lo spaventano con alte grida. Non domo, il defunto comincia ad apparire ad altre persone, questa volta in pieno giorno. L’arcidiacono locale scrive al Vescovo di Lincoln, chiedendo lumi su che cosa si debba fare. (…) I teologi raccomandano al vescovo di far bruciare il corpo, ma questo metodo sembra al prelato “del tutto indesiderabile e sconveniente”. Preferisce scrivere di suo pugno un decreto di assoluzione per il morto. Aperta la tomba, il corpo è trovato incorrotto “precisamente com’era il giorno della sepoltura”, e da quel momento gli incidenti cessano completamente.

    A Berwick (al confine fra Scozia e Inghilterra), sempre nel 1196, accadde che:

    Qui viene seppellito un uomo ricco ma malvagio, che di notte “per il potere di Satana” esce dal sepolcro e terrorizza gli uomini e anche gli animali. Dopo pochi giorni nessuno ha più il coraggio di uscire di notte. Che si tratti di un artificio di Satana diventa chiaro quando il defunto stesso suggerisce a qualcuno il metodo per far cessare le sue apparizioni: si esumi il suo corpo e lo si bruci. Così viene fatto, ma il corpo non è affatto incorrotto: è invece orribilmente decomposto. Viene bruciato, ma i miasmi dell’esumazione causano una terribile pestilenza che si porta via la maggior parte della città. In nessun altro luogo la malattia fu così virulenta, benché certo nello stesso periodo vi fossero state epidemie nei diversi distretti dell’Inghilterra.

    Newburg riporta altri due episodi, uno riguarda un cappellano dell’ Abbazia di Melrose che in vita era più propenso a dedicarsi alla caccia che alla predicazione e alle opere pie, il quale, dopo morto cerca di rientrare nel suo monastero ma, non riuscendovi terrorizza una nobildonna.

    Benefattrice dell’abbazia, la signora chiede aiuto ai monaci, che decidono di fare la guardia alla tomba del prete cacciatore, “bene armati con armi tanto spirituali quanto terrene”. Poco dopo la mezzanotte – mentre tre dei quattro religiosi che fanno guardia alla tomba sono andati a riscaldarsi – “il Diavolo, pensando di avere una buona occasione perché il sepolcro è vegliato da uno solo dei monaci, fa uscire il defunto. Il monaco però, dopo un primo momento di terrore, lo colpisce con una lancia, lo insegue, lo costringe a rifugiarsi nella tomba che sembra immediatamente aprirsi, come spontaneamente, per accoglierlo”. Non si tratta di un incubo del monaco perché il mattino dopo, quando il corpo è esumato, la ferita è ben presente e la tomba è piena di “sangue nero”. Il corpo viene bruciato, e le apparizioni del defunto cessano.

    L’altro episodio parla di un uomo che, essendosi arrampicato su un tetto per spiare la moglie infedele, perde l’equilibrio e cade ferendosi gravemente e morendo senza essersi confessato.

    Benché evidentemente non sia morto in grazia di Dio, gli è concessa una sepoltura cristiana “che non si merita e non gli serve a nulla”. In effetti, appena sepolto, “per il potere di Satana”, comincia a uscire di notte dalla tomba e ad aggirarsi intorno alle case vicine, terrorizzando la popolazione. Anche in questo caso il defunto va in giro con il suo corpo, che non è però intatto ma in decomposizione. La sue apparizioni causano così in breve tempo un’orribile pestilenza che uccide buona parte della popolazione del borgo, mentre altri fuggono trasformando la contrada “quasi in un deserto”. (…) La comitiva decide quindi di recarsi al cimitero dove trova il corpo in parte gonfio e decomposto, ma “con una faccia florida”. Molti si spaventano, ma i due fratelli colpiscono il corpo con la spada e, immediatamente ne esce una tale quantità di sangue rosso e caldo da convincerli che la sanguisuga si è nutrita del sangue di molti sventurati. Portano il corpo fuori dalla città e lo bruciano.

    Dopo il rogo purificatore, cessano le apparizioni del ritornante e anche la pestilenza ha fine.
    Walter Map riferisce la storia di un certo William Laudun, “un soldato inglese di grande forza e di coraggio più volte dimostrato”. Laudun chiede consiglio al vescovo di Hereford a proposito di un gallese di cattivi costumi morto nella sua casa. Dopo la morte è tornato e ha chiamato per nome diverse altre persone della casa; ciascuna persona così chiamata è morta dopo pochi giorni.(...) Il vescovo commenta: “Forse il Signore ha permesso all’angelo malvagio di far uscire questo disgraziato dalla tomba e camminare con il suo corpo di morto.” Nonostante una prima decapitazione e aspersione della salma con acqua benedetta, il morto ritorna e chiama per tre volte Laudun che, senza farsi intimorire lo insegue e lo decolla di nuovo, questa volta i fenomeni cessano.
    L’altro episodio degno di nota, riferito da Map, coinvolge il vescovo di Worcester che testa la repulsione di un ritornante nei confronti della croce; dimostrando che l’operato del Diavolo nella rianimazione dei defunti è indispensabile.
    Intorno al 1200 il resoconto di fatti macabri è un fenomeno quasi di moda presso le corti, ma queste cronache, a differenza di quelle di altri contemporanei come Gervasio di Tillbury e Giraldo Cambrense, sottolineano la corporeità dei defunti che tornano e le loro cattive intenzioni. Sono racconti più vicini alle saghe epiche dei popoli Nord Europei che alle ghost-stories inglesi che fioriranno in seguito.


    Immagine dal sito http://upload.wikimedia.org/

    L’Europa Orientale

    Nell’Europa orientale la cristianità si trovò a dover fare i conti con una superstizione profondamente radicata negli usi e costumi delle genti: dai Balcani alla Russia il Vampiro esisteva davvero (è dal magiaro Vampir che è stato coniato il termine che indica, in tutto il mondo, a partire dal XV sec. queste particolari creature della notte), esistevano persino alcuni soggetti candidati a questa particolare condizione.
    Un ruolo importante nell’evoluzione del mito del vampiro è da attribuirsi allo scisma avvenuto nel 1054 fra chiesa cattolica d’Occidente e Chiesa cattolica d’Oriente che causò una certa “confusione” nella mente delle popolazioni dell’Europa orientale e lo sfruttamento delle tradizioni popolari, da parte dei ministri della chiesa, per stabilire condanne all’anima di coloro che non si fossero attenuti perfettamente ai dogmi della religione praticata nella zona in cui vivevano.
    L’arma principale della Chiesa, sia cattolica che Ortodossa, era la scomunica con la quale si privava l’anima di tutti i privilegi della comunione con Dio acquisiti col battesimo (che era automaticamente annullato) e, di conseguenza, era inevitabile la dannazione eterna e il Diavolo poteva fare camminare sulla terra il loro corpo morto come Vampiro. La terra consacrata stessa respingeva i cadaveri degli scomunicati spingendoli fuori dalle loro tombe. Secondo la Chiesa Ortodossa i corpi di coloro che ricevevano la scomunica, quelli degli eretici e dei grandi peccatori non erano soggetti ai normali processi di decomposizione post-mortem perché il Diavolo aveva bisogno di un corpo integro per agire. Questa considerazione fu causa di un ulteriore conflitto dottrinale fra le due chiese perché, secondo la chiesa di Roma, a non decomporsi erano i corpi di coloro che erano morti dopo aver condotto una vita santa, la soluzione che si ipotizzo si basava sulle semplici caratteristiche del cadavere. Il santo manteneva una carnagione rosea morbida e profumata, il peccatore invece diventava gonfio, la pelle si scuriva ed emanava esalazioni mefitiche.
    Altri candidati a diventare vampiri erano i suicidi, i quali, avendo interferito col volere di Dio per quanto concerne la durata della vita concessagli, la loro anima e il loro corpo erano a disposizione del Diavolo.
    Prima dell’adozione della scomunica nei paesi dell’Europa centro-orientale esistevano alcune condizioni che portavano al vampirismo senza che il soggetto potesse interferire: una morte violenta, il nascere morti o nascere con la camicia, nascere il 25 dicembre, mangiare la carne di una pecora uccisa da un lupo, consentire che alcuni animali passassero sulla propria tomba, avere i capelli rossi, essere figli illegittimi ed essere guardate dal vampiro durante la gravidanza poteva segnare il destino del nascituro. Si tratta, prevalentemente, di credenze dell’età precristiana che hanno convissuto accanto alle Verità Evangeliche insegnate dai predicatori cattolici.
    Fu in questa vasta area geografica che, nel 1700, si diffusero le epidemie vampiriche, che destarono l’interesse degli studiosi di tutta Europa e, per arginarle, occorsero gli interventi di Papi e Regnanti; comunque non mancano le testimonianze scritte di episodi accaduti secoli prima.
    Un'altro aspetto da tenere in considerazione sono le invasioni dei barbari dell'estremo oriente, in particolare le orde dei Mongoli (che i popoli sottomessi non faticavano a identificare come demoni vomitati da chissà quale inferno), e i resoconti dei viaggi dei primi esploratori che, come i Polo, ebbero profondi contatti con le tradizioni e la cultura dei popoli cinesi; episodi che influirono in maniera determinante sulla immagine del vampiro che abbiamo conservato fino a oggi: la capacità di assumere le sembianze del pipistrello e la presenza delle ali del chirottero nelle sue rappresentazioni artistiche.
    In Cina, a partire dal periodo Chou (XI - III a. C.) si era sviluppato nell'arte il criterio di raffigurare le schiere delle divinità malvagie in forma di uomo-chirottero, inoltre, i diavoli cinesi assomigliano in alcune caratteristiche ai non morti balcanici. Il motivo delle ali di pipistrello passò rapidamente nell'arte gotica comportando la scomparsa del diavolo in forma di caprone a favore dell'uomo (con o senza tratti somatici bestiali) con le ali di pipistrello, il topo volante che aveva portato la peste in Europa e, al pari di Satana, anche i suoi servitori come i vampiri non potevano essere privi di questo attributo.


    Incubi e succubi

    Il diavolo aveva anche un altro sistema per impadronirsi delle energie vitali dei viventi, senza necessariamente rianimare un cadavere, è proprio alla fine del Medioevo che si inizia a parlare di succubi e di incubi, queste due entità, sebbene appartengano all’ambito demoniaco hanno alcune caratteristiche in comune con i vampiri. Il succubo è un demone femminile che si introduce nelle stanze da letto degli uomini e si sdraia sul loro corpo stimolandoli a compiere un estenuante amplesso al fine di catturare il seme. L’incubo, invece, è di sesso maschile ed entra nelle camere delle donne, si siede sul loro petto e le invita ad accoppiarsi con lui. L’effetto che queste entità demoniache hanno sulle vittime è il medesimo: gli sventurati si svegliano esausti, con una sensazione di soffocamento dovuta al peso del demone sul corpo, e pieni di sensi di colpa per il terribile piacere che hanno provato; se le visite si ripetono per molte volte il soggetto non sopravvive. I teologi hanno pensato che il diavolo usasse questo sistema per riprodursi. Il meccanismo, secondo, S. Tommaso d’Aquino, sarebbe che il diavolo, sottoforma di Succubo, rubi il seme agli uomini; e poi si trasformi in Incubo per eiacularlo nella donna da ingravidare ma, siccome le donne che avevano avuto rapporti con l’incubo generavano figli mostruosi sia nel fisico che nell’animo, se ne deduce che il seme sottratto si corrompe perché il demone non ha le caratteristiche fisiche che ne garantiscano l’adeguata conservazione.
    Interessante è la teoria di Sinistrari che prevede che, oltre ai demoni materializzati, esista un'altra specie d’incubi e succubi non diabolica; tale conclusione era motivata dal fatto che quelle creature copulavano anche con gli animali: la loro intenzione non era corrompere le anime (poiché gli animali non ne possiedono) ma appagare i propri istinti. I figli nati dai rapporti sessuali con queste creature erano, inoltre, dotati di grandi doti morali e intellettuali, tanto da essere considerati superiori in virtù agli altri uomini.

    Stupefacente e quasi incomprensibile è come questi incubi, o in italiano folletti, o in spagnolo duendes, in francese folet, non obbediscano agli esorcisti né temano esorcismi; essi non rispettano gli oggetti sacri, manifestando paura al loro avvicinarsi come fanno i demoni che tormentano gli ossessi. (…) Di un fatto del genere fui testimone oculare io stesso.(Sinistrari, Demonialità, Palermo 1986. pp. 41, 42).

    Dovrà passare ancora qualche secolo, prima il vampiro si liberi dei connotati di ripugnante marionetta di Satana, e deve ancora intervenire la fantasia degli scrittori. La dentatura non è, ancora, quella caratteristica, i ritornanti assorbivano l’energia vitale attraverso una sorta d’osmosi che non richiedeva il morso; ma siamo già abbastanza vicini al moderno vampiro: c’è la paura dei simboli cristiani, la preferenza per la notte ed esistono già anche personaggi preposti a scovarli e a ucciderli, con l’inevitabile paletto, da conficcare nel cuore, che è ancora oggi presente nell’armamentario, magari accanto a prodotti ultratecnologici di dubbia efficacia, dei vampire-hunters moderni.

    I Vampiri nel medioevo - Le Sanguisughe, Incubi e Succubi

    Dal sito http://digilander.libero.it/catafalco/
    Ultima modifica di Tomás de Torquemada; 19-05-15 alle 05:26
    "Tante aurore devono ancora splendere" (Ṛgveda)

  9. #19
    Me ne frego
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    Predefinito Rif: L'inquietante cimitero di Highgate

    La vera storia del Conte Dracula
    di Cesare Medail

    In un cantone dell’Ungheria, nella prima metà del ‘700, un contadino di nome Arnold finì stritolato sotto un carro di fieno. Un mese dopo, quattro paesani morirono fulmineamente della morte orribile di coloro che, secondo la tradizione dei luoghi, vengono dissanguati dai vampiri. Scattò l’allarme, vennero riesumati alcuni cadaveri di recente sepolti. Fra questi, quello di Arnold che recava inconfondibili le note caratteristiche del vampirismo. Il corpo era fresco, integro, non recava traccia di decomposizione; i capelli, le unghie, la barba erano cresciute, le vene piene di sangue fluente che inondava il lenzuolo in cui era stato avvolto alla sepoltura. Un magistrato, al cospetto del quale l’esumazione era avvenuta, ordinò che venisse immediatamente piantato un paletto appuntito nel cuore di Arnold: dal corpo partì un grido straziante, come fosse stato in vita. Poi fu decapitato e dato alle fiamme: così, del vampiro, non si sentì più parlare…

    Questa e decine di altre analoghe cronache si possono leggere nell’opera che l’abate Dom Augustin Calmet pubblicò nel 1749, dal titolo «Dissertazioni sulle apparizioni degli spiriti e dei vampiri», in cui sono raccolti numerosi racconti, molti dei quali inediti, di apparizioni e incursioni vampiresche in paesi dell’Europa centro-orientale. Questa macabra figura fu introdotta nella cultura dotta dell’occidente verso il 1600, da alcune relazioni di viaggio in Grecia e nei Balcani: ma sarà nel ‘700, secolo diviso fra razionalismo e mistero, illuminismo e tradizioni occulte che il vampiro diventerà un personaggio, o un incubo se vogliamo, per gli europei occidentali. Voltaire osservò che fra il 1730 e 1735, non si fece altro che vedere vampiri. Non si trattava, però, solo di una moda del secolo, perché il vampiro è molto più antico.

    Ne parlano documenti dell’antica Cina, di babilonia, Caldea, Assiria, Egitto. In una tavoletta di scongiuri proveniente dalla biblioteca di Ninive, la tredicesima formula insegna a combattere «il fantasma, lo spettro, il vampiro». La credenza che il corpo di un morto possa desiderare il sangue è presente anche fra i greci: in «Ecuba», Euripide rappresenta Achille nel suo sepolcro, placato dal sacrificio di una vergine di cui beve il sangue. E un vampiro, secondo le cronache dell’epoca, fu esorcizzato dal grande mago Apollonio di Tiana, contemporaneo di Cristo.

    una tradizione, comunque, tipica dell’oriente europeo, dal quale proviene lo stesso nome: vampyr in magiaro, upiery in polacco, upiry in russo. «Si dettero questi nomi – scrive Collin de Plancy nel suo celeberrimo «Dizionario infernale» - a uomini morti e seppelliti da parecchi anni o almeno da parecchi giorni, i quali si facevano vedere in corpo e anima, parlavano, camminavano, succhiavano il sangue dei lor parenti, li sfinivano e infine lor cagionavano la morte. Non si troncava il corso delle loro visite e delle loro infestazioni che dissotterrando i cadaveri, impalandoli, tagliando loro la testa e bruciandoli… i giornali di Francia e dell’Olanda parlarono dal 1693 al 1964 di vampiri che si mostrarono in Polonia e soprattutto in Russia». A dimostrazione di come il fenomeno fosse preso tremendamente sul serio, dal Medioevo in poi in questi paesi, non stanno soltanto l’imponente numero di cronache e tradizioni, ma anche le complesse pratiche magiche e rituali, nonché i provvedimenti giuridici volti a difendere la comunità dall’attività del vampiro.

    Non è un caso quindi che l’irlandese Bram Stoker, padre del più celebre vampiro della cultura moderna, avesse ambientato in Romania e segnatamente sulle montagne della Transilvania il romanzo «Dracula» (1897) che originò una rinascita del genere vampiresco, che dura ai giorni nostri grazie anche a capolavori cinematografici come «Nosferatu» di Mornau del 1922 e «Vampyr» di Dreyer del 1932

    Dracula nasce in Transilvania perché ancor oggi i contadini di quelle regioni vivono nel terrore di vampiri e licantropi e formano croci con pezzi di aglio per proteggersi da sgradevoli visite notturne. Pochi anni fa, nel 1968, una zingara rumena raccontò al professore del Boston C.ollege, Raymond Mc Nally, di aver trafitto con un paletto il corpo del padre nella bara perché convinta che fosse un vampiro.

    Quella di Stoker non fu solo fantasia, perché un conte Dracula in quei luoghi è esistito veramente. Lo hanno ritrovato il già citato Mc Nally e Radu Florescu, un altro docente del Boston College di origine rumena. La descrizione fatta da Stoker del castello è perfetta, dicono i due studiosi; e in quel castello, a riprova della sua reale esistenza, affermano di aver trovato anche il ritratto del terribile Dracula. Di lui, però, i contadini transilvani non parlano come di un vampiro. «Furono confusi quando chiedemmo loro di Dracula come vampiro – riferisce Florescu – sebbene lo conoscessero come un crudele dominatore».

    Dracula, dunque, non avrebbe mai morso un collo, ma l’esistenza di un signore sanguinario in una terra dove è così radicata la paura e la tradizione del vampiro ha fornito a Stoker lo spunto per il romanzo.

    Il Dracula storico nacque nel 1431 con il nome di Vlad, figlio di Vlad Drakul principe di Valacchia: di qui il patronimico Dracula, nome intriso di significati occulti poiché «drakul» in rumeno significa demoni… E demoniaca fu la sua vita perché dominò la Valacchia dal 1456 al 1462 con incredibile efferatezza, prima di venire ucciso nel 1476 dai turchi. Nella zona si dice che la sua maledizione è ancora viva e a farne le spese furono gli stessi ricercatori guidati dai professori di Boston. Lo zio di Radu Florescu, durante l’ispezione del castello, cadde in un burrone e si ruppe un’anca. Tre studiosi rumeni impegnati nelle ricerche morirono misteriosamente. Per i contadini transilvani la spiegazione c’è, anche se ripugna alla ragione: erano andati a frugare fra i segreti di Vlad l’Impalatore, il Dracula maledetto, che non perdona anche dopo cinque secoli.

    Ma chi era e cosa fece per meritarsi tanta abominevole fama?

    Si dice che portò le torture quasi a raffinatezze artistiche. Fra tante mostruosità, preferiva il supplizio del «palo», da cui l’appellativo di «Tepes», «impalatore» (è col paletto appuntito che si uccidono i vampiri e forse in questa predilezione per i pali sta una delle ragioni che associarono Dracula alla tradizione vampiresca).

    Secondo le informazioni raccolte da Mc Nally e Florescu, impalava la vittima di persona, di solito lentamente, interrompendo di tanto in tanto il supplizio, per poterla ingiuriare in visite seguenti. Ma amava anche le impalature spettacolari. «Una volta – racconta Mc Nally – fece una foresta di 20 mila turchi impalati. In un’altra occasione la sua efferatezza si manifestò verso i sudditi: riunì i malati e i mendicanti in un palazzo, vi diede fuoco e li lasciò bruciare vivi, per far sì che il suo popolo fosse sano e benestante».

    Gli studiosi cercano le cause di tanta aberrazione, che si estrinsecava talvolta in atti maniacali come quando – secondo la relazione di Florescu – fendeva gli ombelichi delle sue amanti se restavano incinte. La spiegazione sarebbe in un episodio della sua infanzia: a 13 anni era stato catturato e tenuto prigioniero dai turchi e fu vittima di un’aggressione sessuale da parte del Sultano. Di qui sarebbe partita la sua depravazione: in carcere Dracula ragazzino chiedeva ai secondini di portargli topi e uccelli per impalarli e strappar loro le piume. Secondo gli studiosi di Boston, dopo l’esperienza col sultano sarebbe diventato omosessuale e ciò spiegherebbe il maltrattamento delle amanti e l’uso dei pali, probabilmente come simbolo di potenza.

    Dracula morì in combattimento contro i turchi nei pressi di Bucarest. Prima di essere seppellito a Snagov, proprio fuori dalla capitale, il cadavere – che continuava a incutere paura – venne decapitato.

    Con questa sepoltura finisce la vicenda terrena del conte Vlad l’Impalatore, figlio di Drakul, detto Dracula. E qui comincia la leggenda, la letteratura che lo vuole principe dei vampiri, celebrato da libri, film e fumetti. Non era un vampiro, perché forse di vampiri non ce ne sono mai stati, a dispetto delle cronache popolari e del buon abate Dom Calmet, ma certamente fu un personaggio sinistro, la cui fama raccapricciante è dovuta al sangue che ha versato se non a quello che ha succhiato: il Dracula «storico», insomma, è altrettanto «nero» di quello letterario.

    Si dice che il mito vampiresco crebbe intorno a lui a causa dei pipistrelli che infestavano la zona dove abitava. La tradizione rumena parla di pipistrelli, probabilmente idrofobi, che volavano dal castello, attaccando e mordendo chiunque si avvicinasse. È stato facile, quindi per la fantasia popolare, associare un così malefico signore alle caratteristiche dei ripugnanti volatili a forma di topo che ne costituivano la corte minacciosa in agguato sui torrioni del maniero.

    Sanguinario e impalatore attorniato da volatili vampiri: è la spiegazione del mito romanzesco. C’è una notizia, però, che ridà qualche speranza a chi si rifiuti di accettare la realtà storica di Dracula come semplice, sia pur efferato signore transilvano e non come essere che sorgeva dalle tombe per succhiare il sangue dei vivi.
    Quando, nel 1931 a Snagov, vicino a Bucarest, fu aperta la cripta in cui era stato sepolto Vlad Tepes cinque secoli prima, la tomba fu trovata vuota: il conte Dracula non c’era più. I ricercatori di Boston hanno dato una spiegazione: l’empia fama di quel cadavere avrebbe indotto alcuni monaci, timorosi che i resti potessero dissacrare il terreno di sepoltura, a traslare segretamente la salma altrove. È la spiegazione forse più logica, ma non è certa né documentata, per cui chi ama pensare che Dracula sia uscito dalla tomba, con mezzi propri, per andare in giro di notte a succhiare sangue dai colli è sempre nel suo diritto. Le ipotesi sono ipotesi: i fatti dicono che il Conte Dracula, nella sua tomba, non c’era più.

    Resta da chiarire perché il mito del vampiro, così vivo nelle terre insanguinate da Dracula, si sia trasmesso intatto dalla tavoletta di Ninive a Dom Calmet, alla cultura moderna. È un mito che nasce da un bisogno ancestrale dell’uomo: quello di continuare a esistere al di là della morte, di perdurare nel tempo, di essere immortale.

    Così un mondo contadino emarginato, lontano dai dogmi religiosi codificati, senza una precisa nozione del trascendente ha creato la figura dell’essere che si ribella alla morte e trova il modo di sopravvivere attraverso un atto materiale, l’assimilazione di linfa vitale, di sangue che ridà una sorta di vitalità all’etere cadaverico. È una forma rozza, terrena, di fede nella rinascita, presente in tutte le società primitive e che, in alcune, assume l’incarnazione del vampiro. Una fede confinata nel ghetto del male, perché le classi più evolute avevano più sofisticate forme di sopravvivenza da proporre alla massa, in paradisi angelici ed eterei nirvana. Il vampiro dei contadini resta una creatura di ordine differente, di classe inferiore rispetto al fantasma dei castelli aristocratici e perciò la cultura evoluta lo detesta, lo condanna come simbolo delle forze del male che si agitano, in una specie di vita, quando muore la luce del sole.

    Il morto dissanguato dai canini del vampiro diviene vampiro a sua volta: egli trasmette agli altri, con il suo morso malefico, il beneficio dell’immortalità. I contadini che agghindano di collane d’aglio le porte di casa, i montanari che tramandano agghiaccianti racconti nell’Europa orientale, inconsapevolmente amano questa loro sanguinaria creatura perché, se esistesse, sarebbe la prova palpabile della loro immortalità, la prova che si può vincere la morte: una prova più vicina del confuso “al di là” spiegato dai dotti.

    La prova che si può diventare immortali, com’era stato per il contadino ungherese Arnold, vampiro da un mese, prima che un magistrato crudele, rappresentante del potere costituito, non avesse fatto distruggere con un paletto appuntito la sopravvivenza larvale che aveva raggiunto.

    http://digilander.libero.it/catafalc...ive/medail.htm
    Ultima modifica di Tomás de Torquemada; 05-05-10 alle 01:34

  10. #20
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    Predefinito Rif: Riferimento: Il vampirismo

    Citazione Originariamente Scritto da Eric Draven Visualizza Messaggio
    Va bene, diciamo che i canini aguzzi sono un trucco hollywoodiano... Però, dato che i morti a causa dell'attacco del vampiro in genere finivano dissanguati, non vi erano segni tipici dell'aggressione?
    L'abate Calmet asseriva che gli upiri dell'Ungheria lasciavano segni talmente vistosi nel collo della disgraziata (o fortunata, secondo i punti di vista) che si poteva rigenerare soltanto con un impiastro di tarassaco e propoli.
    Ultima modifica di Tomás de Torquemada; 19-05-15 alle 05:26

 

 
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