Da Praga magica - Angelo Maria Ripellino (Einaudi, pagg. 82 – 83)
Degli astrologisti e professori di sortilegi, Tycho Brahe soprattutto si è fuso con la demonia di Praga, dove giunse per desiderio di Rodolfo II nel 1599. Egli appartiene al mistero di questa città, non solo per la scenería di astrolabi, clessidre, armille, sestanti fra cui si muove, ma anche per il grande naso posticcio che gli dà aspetto sinistro e lo agguaglia al manichino spettrale di un compendio di rinoplastica. I suoi avversari insinuavano che egli se ne servisse come di un'alidàda per compiere le osservazioni celesti, quasi il suo volto fosse composto di attrezzi da astronomo, alla maniera dei quadri dell’Arcimboldo.
La lastra tombale di Tycho nella chiesa gotica di Týn balugina come sorgente di stregoneria in molte storie di sfondo praghese: scolpita in rosso marmo di Silvenec, la parvenza dello studioso degli astri vi si aderge alquanto distorta come per un torcicollo, nella pesante armatura di cavalieri, paflagonica e pettoruta, poggiando la destra su una sfera armillare e con la sinistra impugnando una spada.
Nella narrazione di Brod la misteriosità di Tycho è dilatata dalla vicinanza di un nano che lo accompagna, un gobbo rossiccio da libretto di Boito, lo scricciolo Jeppe, che gli saltella intorno e schiattisce come un bracco. L’astrologo ha salvato dal rogo questo aborto coperto di pustole in un accampamento zigano messo a fuoco da una masnada di lanzichenecchi. Durante i patriarcali banchetti, con uno scarlatto abito da giullare, Jeppe se ne sta accovacciato ai piedi di Tycho, che ogni tanto gli getta un boccone.[1] Un vincolo arcano unisce l’abominevole storpio all’astronomo dal finto naso.
[1] Max Brod "Tycho Brahes Weg zu Gott" (1916) – trad. Italiana B. Maffi, Milano 1933
Impietoso...