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Discussione: Terrorismo

  1. #31
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    Predefinito Najaf 2004, la...

    ….Mecca 1979

    "Riteniamo che questa crisi sia stata pianificata da tempo da parte di Moqtada al Sadr per impadronirsi del tesoro del Mausoleo di Ali. Fino a un mese fa, Najaf era una città santa al pari della Mecca e come tale era vietato entrarvi armati. In questo modo il tesoro che si trova nel Mausoleo è rimasto per secoli al sicuro custodito dalla Marjia sciita”, così ha dichiarato Salah Abdel Razzaq, direttore delle comunicazioni della Marjia (massima autorità religiosa sciita, ndr), che accusa senza mezzi termini Moqtada di avere impostato da mesi il furto sacrilego del tesoro di Ali (cinque mesi fa, suoi scherani obbligarono i custodi a consegnare loro le chiavi del Mausoleo e della stanza del Tesoro).
    La verità non ha tardato a venire a galla e Moqtada al Sadr si è rivelato per quello che è: il capo di una masnada in cui fanatismo islamico e attività malavitose sono inscindibili.
    Un cinico che da mesi ha progettato una operazione politica, ben innescata sul furto del grisbi, il malloppo.
    Dietro il cialtronesco balletto di dichiara-zioni dei suoi portavoce sulle chiavi già consegnate o da consegnare agli emissari dell’ayatollah al Sistani c’è dunque questa semplice verità: qualcuno ha rubato e non poteva che essere così, vista l’estrazione delle “milizie del Mahdi”, composte da fondamentalisti islamici dell’ultima ora –molti stranieri, molti iraniani – innestati in una banda che si è fatta le ossa non nelle università coraniche, ma nei traffici sporchi della Baghdad di Saddam Hussein.
    La situazione è talmente scabrosa che l’ayatollah al Sistani, da Londra, fa sapere di non voler prendere in consegna il luogo santo se non viene condotto prima un inventario, per verificare quali furti vi siano stati, dopo che ha avuto conoscenza certa di più di una ruberia sacrilega.
    La sua presa di posizione ben illustra le ragioni del silenzio assolutamente complice dello stesso al Sistani sulle operazioni militari condotte sinora dagli Stati Uniti: l’ayatollah sa bene che le truppe americane stanno facendo un indispensabile “lavoro sporco” che, solo, può permettergli di riprendere a esercitare la sua leadership a Najaf.

    Sul terreno, intanto, le operazioni continuano con grande intensità: i carri armati americani erano ieri a 200 metri dal Mausoleo, e i morti tra le fila delle milizie sono decine. E’ possibile, comunque, che la situazione arrivi a un punto drammatico proprio nel momento in cui gli assedianti valuteranno di avere le spalle coperte e di aver eliminato tutti i punti di resistenza nella città vecchia e nel Mausoleo. Sloggiare allora con la forza gli armati che si fanno scudo della moschea sacra, se decideranno di resistere con le armi, non sarà facile.
    Lo dimostra il precedente di un assedio straordinariamente simile a un luogo sacro dell’Islam ancora più importante: la moschea della Mecca.
    Il 20 luglio 1979, cinque mesi dopo la vittoria della rivoluzione islamica in Iran, alcune centinaia di combattenti, comandati da Mohammad ibn Abdullah Kartani, autoproclamatosi “Mahdi”, occuparono in armi la moschea della Kaaba e la tomba di Maometto, sancta sanctorum dell’Islam, che impone tra i suoi cinque precetti, appunto, il pellegrinaggio in questi luoghi sacri. Non protestò nessuno, allora, se non a Teheran (come oggi) quando le autorità saudite decisero di usare la forza.
    Si sparò, si sparò molto dentro la moschea della Mecca: entrarono i mezzi blindati, le truppe speciali, si usarono armi di tutti i tipi. E i combattimenti durarono ben 15 giorni. Tanti, tantissimi giorni. 101 miliziani del Mahdi morirono armi alla mano; 63 superstiti furono decapitati l’anno successivo in un’unica cerimonia.
    Pochi notarono un particolare: durante tutti i 15 giorni di combattimenti, soltanto i camion della ditta che stava ampliando la Grande Moschea furono visti entrare e uscire liberamente nella zona tenuta dai ribelli; questi stessi camion servirono poi da “cavallo di Troia” per trasportare i reparti speciali sauditi che condussero l’attacco decisivo.
    Il nome della ditta scritto sui camion era “Bin Laden”, e allora il giovane Osama vi lavorava ancora con il babbo fondatore.

    Carlo Panella su il Foglio del 24 agosto

    saluti

  2. #32
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    Predefinito Sistani contro Moktaqa e....

    …i quaranta ladroni

    Roma. Il più grande ayatollah iracheno, Ali al Sistani, chiama le masse dei fedeli sciiti a marciare con lui su Najaf per liberare la città santa e il Mausoleo d’Ali “insudiciato e violato” da Moqtada al Sadr.
    E’ una clamorosa mossa di fiancheggiamento delle operazioni militari americane quale mai si era vista.
    Atterrato ieri a Bassora, al ritorno da Londra dove ha subito un’operazione di angioplastica, il settantatreenne ayatollah ha deciso di giocare oggi quella carta della “marcia su Najaf” che pure aveva disinnescato a fine aprile, quando aveva bloccato con la sua indiscussa autorità un’identica manifestazione che lo Sciri (il più popolare movimento sciita) aveva convocato nella città santa con l’identico obiettivo di incuneare la massa dei fedeli tra le truppe americane e i ribelli di Moqtada al Sadr.
    L’operazione, allora come oggi, non mirava a proteggere i ribelli, ma a “scacciarli dal Tempio”.

    Ad aprile, al Sistani temeva evidentemente che lo scontro diretto tra i manifestanti e gli uomini di Moqtada avrebbe portato a una situazione di guerra fratricida e preferiva tentare la strada della trattativa. Ma da allora, al Sistani ha dovuto soltanto prendere atto che Moqtada ha tentato due volte di attentare alla sua vita, che ha dichiarato finita la sua leadership religiosa, che ha rifiutato decine di mediazioni e infine che non si è limitato a fare del Mausoleo d’Ali un bivacco, ma che vi ha anche perpetrato gravi furti sacrileghi.
    La linea di al Sistani e di tutto il vertice sciita, la Marjia, è così cambiata. Con eccellente tempismo lo stesso ayatollah ha lasciato Najaf il 5 agosto, proprio alla vigilia della controffensiva militare americano-irachena, per farsi curare a Londra, e da allora né lui né gli altri grandi ayatollah di Najaf hanno mai criticato la violenta azione armata americano-irachena contro Moqtada.
    Alla vigilia dello showdown finale, però, con tutta evidenza, al Sistani non vuole vivere l’imbarazzo religioso e politico di ricevere il controllo del Mausoleo dalle mani di un’armata di cristiani e quindi gioca la carta della mobilitazione popolare, per rischiosa che sia.
    Come sempre, l’inventiva politica di al Sistani è di grande levatura e, a differenza del passato, traspare chiara anche la disponibilità a rischiare uno scontro diretto, anche violento, tra i propri fedeli e i ribelli di Moqtada, soprattutto dopo che il portavoce del grande ayatollah ha accusato le milizie del Mahdi di avere rubato parte del tesoro di Ali e di avere premeditato da mesi, con freddezza, questo furto sacrilego.
    Ieri, nei pressi del mausoleo, la polizia irachena ha arrestato Ali Sumeisim, braccio destro di Moqtada, con altri miliziani, trovati “in possesso di Tesori trafugati dal Mausoleo di Ali”.
    La capacità di al Sistani di “esercitare egemonia” sulla scena irachena è stata subito confermata – per l’ennesima volta – dalla decisione di tutte le forze politiche di Baghdad (a partire dallo Sciri, che più si è impegnato, anche militarmente, contro Moqtada) di aderire alla marcia di oggi su Najaf, che sarà uno straordinario momento di mobilitazione di massa.
    Naturalmente, l’apertura di questa nuova pagina blocca l’assalto finale contro il Mausoleo di Ali, che pareva essere imminente e pronto; dentro il Mausoleo sembra che resistano poche centinaia di miliziani, a esclusione di Moqtada che, nonostante le rodomontesche dichiarazioni, ha già provveduto a una disonorevole fuga.
    I commentatori che da mesi continuano a evocare il “nuovo Vietnam” iracheno e i tanti apologeti della “resistenza” sono così serviti.

    Ali al Sistani non è un filoamericano, ma la più alta autorità religiosa sciita del mondo, e oggi chiama i suoi fedeli non a marciare contro le truppe americane, ma a cogliere il frutto politico dello sforzo bellico che quelle truppe, mai criticate, hanno fatto maturare.
    In Vietnam, presidente J. F. Kennedy, i bonzi buddhisti si bruciavano sulle piazze, non manifestavano assieme alle truppe americane.
    In Iraq gli ayatollah marciano davanti alle truppe americane per sconfiggere i nemici interni.
    Non è difficile capire la differenza.

    lo sapranno fare i nostri "teneri" aspiranti talebani

    saluti

  3. #33
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    Predefinito

    "Io so tutto su Ferrara e su Farina...so' mustang!"

  4. #34
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    Predefinito Ecco come muoiono gli....

    ....americani

    Roma. Black Hawk Down è “proprio un bel film”. Non certo per ragioni artistiche o tecniche, ma “perché mostra come si fa a
    uccidere gli americani”.
    Così la pensa, come riporta il Christian Science Monitor (Csm), uno dei membri del dipartimento dei media della milizia di Moqtada al Sadr, il suo personale ufficio stampa.
    Si fa chiamare
    Abu Mujtaba, ma non è questo il suo vero nome: insieme con altri cinque o sei collaboratori, si occupa di filmare quello che, a suo dire, i media ufficiali non mandano mai in onda.
    “Le emittenti televisive mostrano soltanto la forza dei nostri nemici, mai le loro morti. I video che giriamo noi fanno vedere come li uccidiamo. Gli americani non sono invincibili”,
    dice Mujtaba.
    I filmati, con l’inizio della guerra al terrorismo, sono diventati un’arma politica. Grazie a Internet si è visto di tutto: rivendicazioni, decapitazioni, anatemi contro l’oc cidente.
    In questo modo i movimenti islamici si sono appropriati di una grande fetta dell’informazione, trasformando i filmati in uno strumento del terrore, in un mezzo efficace per parlare direttamente alle opinioni pubbliche. Il team che lavora con al Sadr ha sviluppato una competenza specifica: non si occupa di ostaggi e di uccisioni in diretta.
    Preferisce riprendere le conferenze stampa del leader, i suoi discorsi, le sue dichiarazioni e, soprattutto, le battaglie dell’esercito del Mahdi. Vuole in questo modo mostrare quello che “realmente succede a Sadr City, Karbala e Najaf”.
    Questi piccoli documentari, girati con telecamere digitali, non sono nati durante la guerra in Iraq: esistevano già ai tempi della dittatura di Saddam Hussein. Allora, come oggi, gli sciiti si lamentavano di una censura del loro eroismo e usavano i filmati per documentare le vessazioni del governo sunnita. Oggi questi video sono uno strumento di propaganda, incoraggiano i sostenitori a continuare la battaglia contro gli invasori occidentali, mostrano il valore dell’esercito del Mahdi. Le immagini sono spesso talmente violente che le emittenti locali non accettano di pubblicarle. Mujtaba racconta al Csm di essersi presentato alle redazioni di al Jazeera e di al Arabiya con i suoi video, ma di aver ricevuto soltanto rifiuti. Li ha poi invitati ad andare loro stessi sul campo di battaglia per vedere che cosa succede negli scontri, ma neppure questa proposta è stata accettata: “Non sono soltanto io a pensare che i canali televisivi sono bugiardi, è tutto il mondo che lo crede”. La qualità dei filmati è superiore a quella dei video delle decapitazioni: le riprese sono nitide, le voci chiare. Mujtaba si definisce “regista”, un soldato che imbraccia la telecamera al posto del kalashnikov. Obiettivo: far paura al nemico, richiamando l’attenzione degli osservatori internazionali e iracheni su un leader che in patria non ha un seguito di massa. Questi filmati non sono pubblicati soltanto sulla rete, ma, sotto forma di cd rom, sono venduti, a prezzi irrisori – circa 16 cent – in alcuni negozi nei pressi delle città sante. A Sadr City, dove la polizia irachena ha difficoltà a entrare, i cd rom sono quasi l’unica merce in vendita. I giovani ne comprano in gran quantità e restano affascinati dalle battaglie e, soprattutto, dalla forza della milizia sciita. Provano anche un sadico piacere:
    “Vedere gli americani che saltano per aria mi rende felice”, dice al Csm un ragazzo di 14 anni con un cappello dell’Nba sulla testa. “Mi piace guardare i nostri mentre uccidono i nemici”, aggiunge un suo amico. E’ così che i miliziani passano dalla propaganda all’arruolamento di nuove leve.

    saluti

  5. #35
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    Predefinito Il Rummy di...

    ---Allawi

    Roma. Enorme è stata la folla che ha accompagnato il grande ayatollah Ali al Sistani nel suo viaggio da Bassora a Baghdad, ma enorme è stato soprattutto il significato politico della giornata. Non si ricordano infatti precedenti di un’iniziativa quale quella lanciata dal più prestigioso leader religioso sciita vivente, che ha saputo giocare tutte le carte della mobilitazione popolare per consolidare al meglio un risultato già assicurato dall’azione militare degli Stati Uniti e del governo iracheno con il loro assedio di venti giorni al Mausoleo di Ali, a Najaf. Uno schema ardito, da von Clausewitz sciita: al Sistani è infatti riuscito nel piccolo capolavoro di appoggiare l’azione militare, mantenendo in pieno – con i suoi diplomatici silenzi e la sua studiata assenza dall’Iraq – la sua estraneità alla stessa iniziativa armata del governo iracheno e delle truppe americane.
    Infine, Sistani ha saputo cogliere il momento esatto in cui lo scontro militare era arrivato al culmine di un assalto sanguinosissimo al Mausoleo di Ali per tentare quantomeno di
    evitare massacri ancora più gravi a Najaf e nell’intera regione.
    Sempre, beninteso, con la volontà di infliggere a Moqtada al Sadr e ai suoi miliziani l’umiliazione di una sconfitta pesante, ma con
    l’accortezza di lasciargli pur sempre una piccola porta d’uscita, una via di fuga più o meno onorevole.

    Le condizioni che l’ayatollah Sistani ha presentato agli emissari di Moqtada al Sadr sono state le stesse, identiche, già presentate dal governo di Iyyad Allawi e rifiutate dal ribelle, e si sintetizzano nell’uscita di tutti gli armati, americani compresi, da Najaf e nella consegna della città al pieno ed esclusivo controllo della gerarchia sciita, la Marjia.
    Esattamente la situazione precedente la fallita insurrezione sciita lanciata da Moqtada il 6 aprile. Ogni sua pretesa di presentarsi come il vero “defensor fidei” è sconfessata, ogni sua legittimazione politico-religiosa umiliata.
    Di più, ogni giorno che passa ormai un nuovo collaboratore di al Sistani condanna apertamente le attività e i furti sacrileghi che gli uomini di Moqtada hanno perpetrato da mesi nel mausoleo.
    Ieri la presa di posizione è venuta da Hussein Baraka al Shami, capo del Waqf, la “fondazione religiosa” sciita il cui termine di paragone nella Chiesa romana potrebbe essere la Curia:
    “Diffido coloro che vorrebbero mettere le mani sui tesori sacri che si trovano all’interno del Mausoleo di Ali e chiedo alla giustizia di perseguire quelli che potrebbero essere tentati di farlo”.
    Questa chiarezza e questo sdegno sono pari soltanto all’incredibile ritrosia della stampa politicamente corretta di mezzo mondo nel prenderne atto. Pure, la certezza dei furti perpetuati dagli uomini di Moqtada nel mausoleo, la ricostruzione sconvolgente della premeditazione nel procurarsi con minacce assassine le chiavi del tesoro, lo sdegno per il sequestro con minacce di morte di anziani ayatollah, sono esattamente le ragioni che hanno spinto al Sistani a cessare di considerare Moqtada un avversario politico e a elaborare la sua strategia intrecciata con quella del governo iracheno e degli Stati Uniti.

    Riconquista simbolica del Mausoleo di Ali
    Naturalmente non c’è nessun ottimismo sull’esito della trattativa iniziata ieri pomeriggio nella residenza privata di al Sistani a Najaf, che avrebbe portato a un accordo tra il grande ayatollah e Moqtada, e non è affatto improbabile che il peggio accada e che si arrivi a una ripresa ancora più cruenta degli scontri armati.
    Agli atti, però, vi è la riconquista simbolica del Mausoleo di Ali, con l’irruzione di migliaia di seguaci di al Sistani al termine della marcia e la grande prova di forza data con la capacità di mobilitare masse enormi di fedeli, con il preavviso di poche ore.
    A dare piena misura delle difficoltà che permangono, vi sono le non poche ombre sui due episodi che hanno funestato la giornata di ieri: la sparatoria che ha falciato una decina di manifestanti a Najaf e i colpi di mortaio che hanno ucciso almeno cento persone in una moschea di Kufa.
    Nel primo caso la polizia irachena avrebbe risposto al fuoco di una manifestazione di miliziani di Moqtada, “truccati” da fedeli di al Sistani, proprio per poter assaltare i poliziotti iracheni.
    Questa è la tesi di Jalal-Eddin al Sagheer, viceresponsabile del Waqf di Najaf. “I seguaci di Moqtada innalzano fotografie di al Sistani ma scandiscono slogan che non coincidono con lo spirito che ci ha indotto a organizzare la marcia. Moqtada Sadr è accusato di aver trasformato la moschea di Najaf in una fortezza militare”.
    L’eccidio della moschea di Kufa, invece, secondo il governatore iracheno di Najaf Adnan Zorfi, è stato messo a segno dagli uomini di Musab al Zarqawi (di religione wahabita e feroci nemici degli sciiti) per rendere ancora più incandescente la situazione e impossibile la trattativa tra al Sistani e Moqtada Sadr.

    saluti

  6. #36
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    Predefinito Gli agenti....

    ….terroristi

    Baghdad. L’ultimatum dei sequestratori di Enzo Baldoni all’Italia assomiglia, nella forma, alle veline del defunto partito Baath al potere per trent’anni in Iraq.
    L’Esercito islamico, che ha rivendicato l’uccisione dell’italiano, fin dalla sua nascita si è vantato di far parte della rete di al Qaida. Sono questi gli elementi che identificano gli assassini del giornalista.
    Non solo: la probabile zona del sequestro è sempre più in mano agli estremisti wahabiti, ma i nomi dei fedelissimi di Saddam che potrebbero fomentare guerriglia e terrorismo fra al Mahmudiyah e al Latifiyah si trovavano nella borsa del dittatore al momento della sua cattura.
    La forma del comunicato dell’Esercito islamico, che concedeva al governo italiano 48 ore per ritirare le truppe dall’Iraq, ricorda le veline di regime.
    Secondo una fonte di Baghdad, “è simile ai rapporti che venivano stilati dei membri del Baath”.
    Paginette del terrore, talvolta poche righe, che segnalavano ai superiori attività pericolose per il regime o sospetti traditori.
    Il comunicato dei terroristi è uscito dalla stampante di un computer.
    Sopra la scritta “In nome di Allah clemente e misericordioso”, i
    rapitori hanno battuto la lettera M, iniziale della parola araba che significa titolo oppure oggetto.
    Poi c’è una sbarra (/) e quindi il titolo: “Ostaggio italiano”.
    La lettera M con la sbarra, seguita dall’oggetto, con l’impostazione di simboli e intestazione, è praticamente la stessa utilizzata nelle veline del Baath.
    “I membri del partito, quando scrivevano un rapporto del genere a un capo cellula o al capo divisione, utilizzavano questo genere di impostazione”, spiegano da Baghdad.
    Il ritrovamento del cadavere dell’interprete-guida di Baldoni nell’obitorio di al Latifiyah fa pensare che il sequestro sia avvenuto in quella zona, a sud di Baghdad, che comprende anche al Mahmudiyah, infestata dalla guerriglia sunnita.
    Nella borsa di Saddam, quando fu catturato, c’era una lista di nomi con i suoi contatti più fedeli. Fra questi Jassim al Falahi, uno dei dirigenti più in alto in grado del Baath ad al Mahmudiyah, lo sceicco della tribù al Gianabi, fedele all’ex regime di al Latifiyah e un altro membro del clan, Kudaier Dabaa al Gianabi.
    Non si sa se siano stati arrestati oppure no, ma in ogni caso devono saperla lunga sulla recrudescenza della violenza a sud di Baghdad; mentre è possibile, secondo alcune analisi anche d’intelligence probabile, che nelle file degli ex agenti del Baath ci siano iracheni che in passato hanno avuto contatti con l’Italia, tanto da conoscerne la realtà.
    Nel dicembre dello scorso anno, ad Al Mahmudiyah, gli americani hanno catturato 41 persone originarie di al Latifiyah accusate dell’uccisione dei sette uomini dei Servizi spagnoli finiti in un’imboscata a fine novembre.
    Al Latifiyah è una roccaforte wahabita, l’ala più radicale dei sunniti, e molti attentati sono omicidi mirati di membri in vista della comunità sciita o contro la polizia. Una volta i terroristi sono riusciti addirittura a imbottire un cadavere per farlo esplodere, mentre gli agenti si avvicinavano per il riconoscimento.

    La fotografia digitale
    In questa terra di nessuno sguazzano i gruppi più estremi come “L’esercito islamico dell’Iraq”, che ha rivendicato rapimento e assassinio di Baldoni.
    La prima apparizione di questa formazione risale a marzo, con dei manifesti affissi alla moschea di ar Ramadi, uno degli epicentri della guerriglia antiamericana nel triangolo sunnita. Il neonato Esercito si vantava di far parte della rete di al Qaida e di aver partecipato ad azioni terroriste in Kuwait in nome della guerra santa internazionale.
    Della serie di fotografie digitali che ritraggono il corpo senza vita di Baldoni, inviate ad al Jazeera, era stata annunciata, ma non è ancora avvenuta, la pubblicazione sui siti Internet legati ad Ansar al sunna, un gruppo terroristico, erede dei fondamentalisti annidati in Kurdistan prima dell’attacco americano, che poi si sono ricompattati a Fallujah e in altre zone del paese grazie ad Abu Musab al Zarqawi, il ricercato numero uno in Iraq.
    L’“Esercito islamico” ha inoltre rivendicato, insieme con altre cellule del terrore, il linciaggio di quattro guardie private americane a Fallujah, che poi portò all’assedio della cittadina da parte dei marines.
    Subito dopo, il gruppo si sarebbe scisso in una frangia ancora più estremista battezzata “Khaled bin al-Waleed corp”, nome simbolo di uno dei più famosi comandanti del profeta Maometto, soprannominato per la sua determinazione in battaglia “la spada dell’Islam”.
    Il colpo grosso dei terroristi è avvenuto il 7 luglio, quando hanno preso in ostaggio il filippino Hafidh Amer, alias Angelo della Cruz, che riforniva le basi americane.
    Minacciando di decapitarlo, sono riusciti a convincere il governo di Manila ad accelerare il previsto ritiro dall’Iraq del suo piccolo contingente di una cinquantina di uomini.
    Se il filippino è tornato a casa, due ostaggi pachistani, dipendenti di una società kuwaitiana, sono stati giustiziati e la stessa sorte è toccata a Enzo Baldoni.

    saluti

 

 
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