….Mecca 1979
"Riteniamo che questa crisi sia stata pianificata da tempo da parte di Moqtada al Sadr per impadronirsi del tesoro del Mausoleo di Ali. Fino a un mese fa, Najaf era una città santa al pari della Mecca e come tale era vietato entrarvi armati. In questo modo il tesoro che si trova nel Mausoleo è rimasto per secoli al sicuro custodito dalla Marjia sciita”, così ha dichiarato Salah Abdel Razzaq, direttore delle comunicazioni della Marjia (massima autorità religiosa sciita, ndr), che accusa senza mezzi termini Moqtada di avere impostato da mesi il furto sacrilego del tesoro di Ali (cinque mesi fa, suoi scherani obbligarono i custodi a consegnare loro le chiavi del Mausoleo e della stanza del Tesoro).
La verità non ha tardato a venire a galla e Moqtada al Sadr si è rivelato per quello che è: il capo di una masnada in cui fanatismo islamico e attività malavitose sono inscindibili.
Un cinico che da mesi ha progettato una operazione politica, ben innescata sul furto del grisbi, il malloppo.
Dietro il cialtronesco balletto di dichiara-zioni dei suoi portavoce sulle chiavi già consegnate o da consegnare agli emissari dell’ayatollah al Sistani c’è dunque questa semplice verità: qualcuno ha rubato e non poteva che essere così, vista l’estrazione delle “milizie del Mahdi”, composte da fondamentalisti islamici dell’ultima ora –molti stranieri, molti iraniani – innestati in una banda che si è fatta le ossa non nelle università coraniche, ma nei traffici sporchi della Baghdad di Saddam Hussein.
La situazione è talmente scabrosa che l’ayatollah al Sistani, da Londra, fa sapere di non voler prendere in consegna il luogo santo se non viene condotto prima un inventario, per verificare quali furti vi siano stati, dopo che ha avuto conoscenza certa di più di una ruberia sacrilega.
La sua presa di posizione ben illustra le ragioni del silenzio assolutamente complice dello stesso al Sistani sulle operazioni militari condotte sinora dagli Stati Uniti: l’ayatollah sa bene che le truppe americane stanno facendo un indispensabile “lavoro sporco” che, solo, può permettergli di riprendere a esercitare la sua leadership a Najaf.
Sul terreno, intanto, le operazioni continuano con grande intensità: i carri armati americani erano ieri a 200 metri dal Mausoleo, e i morti tra le fila delle milizie sono decine. E’ possibile, comunque, che la situazione arrivi a un punto drammatico proprio nel momento in cui gli assedianti valuteranno di avere le spalle coperte e di aver eliminato tutti i punti di resistenza nella città vecchia e nel Mausoleo. Sloggiare allora con la forza gli armati che si fanno scudo della moschea sacra, se decideranno di resistere con le armi, non sarà facile.
Lo dimostra il precedente di un assedio straordinariamente simile a un luogo sacro dell’Islam ancora più importante: la moschea della Mecca.
Il 20 luglio 1979, cinque mesi dopo la vittoria della rivoluzione islamica in Iran, alcune centinaia di combattenti, comandati da Mohammad ibn Abdullah Kartani, autoproclamatosi “Mahdi”, occuparono in armi la moschea della Kaaba e la tomba di Maometto, sancta sanctorum dell’Islam, che impone tra i suoi cinque precetti, appunto, il pellegrinaggio in questi luoghi sacri. Non protestò nessuno, allora, se non a Teheran (come oggi) quando le autorità saudite decisero di usare la forza.
Si sparò, si sparò molto dentro la moschea della Mecca: entrarono i mezzi blindati, le truppe speciali, si usarono armi di tutti i tipi. E i combattimenti durarono ben 15 giorni. Tanti, tantissimi giorni. 101 miliziani del Mahdi morirono armi alla mano; 63 superstiti furono decapitati l’anno successivo in un’unica cerimonia.
Pochi notarono un particolare: durante tutti i 15 giorni di combattimenti, soltanto i camion della ditta che stava ampliando la Grande Moschea furono visti entrare e uscire liberamente nella zona tenuta dai ribelli; questi stessi camion servirono poi da “cavallo di Troia” per trasportare i reparti speciali sauditi che condussero l’attacco decisivo.
Il nome della ditta scritto sui camion era “Bin Laden”, e allora il giovane Osama vi lavorava ancora con il babbo fondatore.
Carlo Panella su il Foglio del 24 agosto
saluti




Rispondi Citando
