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Discussione: Eurasia come destino

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    Aleksandr Dugin



    PRINCIPI FONDAMENTALI DELLA POLITICA EURASISTA

    1. Tre modelli (sovietico, pro-occidentale, eurasista)

    Nella Russia attuale esistono tre modelli basilari, reciprocamente in conflitto, di strategia per lo stato, sia per quanto riguarda la politica estera che quella interna. Questi tre modelli costituiscono il moderno sistema di coordinate politiche in cui si risolvono ogni decisione politica del governo russo, ogni passo internazionale, ogni serio problema sociale, economico o giuridico. Il primo modello rappresenta il cliché inerziale del periodo sovietico (principalmente tardo sovietico). In un modo o nell’altro esso ha posto le sue radici nella psicologia di alcuni sistemi organizzativi russi spingendoli, spesso inconsciamente, ad adottare tale o talaltra decisione sulla base delle precedenti. Questo modello è sostenuto con il “solido” argomento: “Si è lavorato prima e si lavorerà anche ora”. Esso riguarda non solo quei leader politici che sfruttano coscientemente la complessione nostalgica dei cittadini russi. Il riferimento al modello sovietico è molto più ampio e profondo delle strutture del KPFR [Partito Comunista della Federazione Russa], che ora si trova ai margini del potere esecutivo, lontano dai centri decisionali. Ovunque, politici e ufficiali, che in alcun modo si identificano formalmente con il comunismo, sono guidati da questo modello. E’ un effetto di educazione, esperienza di vita, formazione. Al fine di capire la sostanza dei processi che sottostanno alla politica russa, è necessario ammettere questo “sovietismo inconscio”. Il secondo modello è quello liberal-democratico, filoamericano. Esso ha iniziato a prendere forma con l’inizio della “perestroyka” ed è diventato una sorta di ideologia dominante nella prima metà degli anni ’90. Come regola, i cosiddetti liberal-riformisti e le forze politiche ad essi vicine si identificano con esso. Questo modello è basato sulla scelta, come sistema interpretativo, dell’apparato socio-politico americano, ricalcandolo sulla situazione russa e seguendo gli interessi nazionali Usa riguardo ai problemi internazionali. Un tale schema ha il vantaggio di permettere di appoggiarsi sul “presente straniero” completamente reale, contro il “passato nazionale” virtuale attorno al quale gravita il primo modello. Anche qui l’argomento è piuttosto semplice: “Si lavora per loro, si lavorerà anche per noi”. Qui è importante insistere che non stiamo semplicemente parlando di “esperienza straniera”, ma dell’orientamento verso gli USA, come punta avanzata del trionfante mondo occidentale capitalista. Questi due modelli (più le loro molteplici varianti) sono diffusamente rappresentati tra i politici russi. Dalla fine degli anni ’80 tutti i conflitti sulla visione del mondo, tutte le discussioni e le lotte politiche hanno luogo tra i portatori di questi due punti di vista. Il terzo modello è molto meno noto. Esso può essere definito come “eurasista”. Ci troviamo qui a trattare con procedimenti molto più complessi che non la semplice copiatura dell’esperienza sovietica o americana. Questo modello si rivolge sia al passato nazionale che al presente straniero in termini di differenziazione: esso deriva parte dalla nostra storia politica, parte dalla realtà delle società moderne. Il modello eurasista riconosce che la Russia (in quanto Stato, popolo, cultura) è un valore autonomo di civiltà, che essa dovrebbe salvaguardare la propria unicità, indipendenza e potenza in ciò che è diventata, dovendo mettere al servizio di questo proposito ogni dottrina, sistema, meccanismo e tecnica politica che possa incoraggiare a questo. L’eurasismo, in questo modo, è un originale “pragmatismo patriottico”, libero da ogni dogmatismo – sia sovietico che liberale. Ma nel medesimo tempo, l’ampiezza e la flessibilità dell’approccio eurasista non deve impedire a questa teoria di essere concettualmente sistematica, essendo in possesso di tutte le caratteristiche di una visione del mondo organica, coerente e dai contenuti consistenti. Dal momento che i due vecchi modelli classici mostrano la loro debolezza, l’eurasismo diviene sempre più popolare. Il modello sovietico opera con realtà politiche, economiche e sociali obsolete, esso sfrutta la nostalgia e l’inerzia, manca di una sobria analisi della nuova situazione internazionale e dello sviluppo reale delle tendenze economiche mondiali. Lo schema liberale pro-americano, in crisi, per definizione non può essere realizzato in Russia, essendo componente organica di un’altra civiltà, estranea alla Russia stessa. Ciò è ben noto anche all’Occidente, dove nessuno dissimula la preferenza di vedere non una Russia prospera e sana, ma, al contrario, una Russia indebolita, sommersa nell’abisso del caos e della corruzione. Perciò oggi il modello eurasista diviene più urgente, più richiesto dalla società. Così noi dobbiamo rivolgere ad esso una maggiore attenzione.

    2. Eurasismo e politica estera russa

    Formuliamo i principi base del moderno eurasismo russo. Inizieremo dalla politica estera. Come in ogni settore politico, anche in politica estera l’eurasismo propone di seguire la terza via – né sovietismo, né americanismo. Ciò significa che la politica estera russa non dovrebbe ricostruire direttamente il profilo diplomatico del periodo sovietico (opposizione rigida all’Occidente, riscoprendo una partnership strategica con gli “stati canaglia” – Corea del Nord, Iraq, Cuba, etc.) mentre nello stesso tempo non deve seguire ciecamente i consiglieri americani. L’eurasismo offre la propria dottrina di politica estera. La sua essenza può essere riassunta nel modo seguente. La Russia contemporanea può essere salvaguardata come realtà politica autonoma ed indipendente, solo nelle condizioni di un mondo multipolare. Acconsentire ad un mondo unipolare che abbia per centro l’America è impossibile per la Russia, dal momento che in tale mondo essa sarebbe uno degli oggetti della globalizzazione, perdendo inevitabilmente la propria indipendenza e la propria originalità. L’opposizione alla globalizzazione unipolare, l’affermazione di un modello multipolare è il maggiore imperativo della politica estera russa contemporanea. Questa condizione non può essere messa in dubbio da nessuna forza politica: e da ciò ne consegue che i propagandisti della globalizzazione incentrata sull’America devono essere delegittimati (almeno moralmente) all’interno della Russia. La costruzione del mondo multipolare (vitale per la Russia) è realizzabile solo attraverso un sistema di alleanze strategiche. La Russia da sola non può affrontare questo problema, non disponendo di sufficienti risorse per una completa autarchia. Perciò il suo successo dipende sotto molti aspetti dall’adeguatezza e dalla vitalità della sua politica estera. Nel mondo moderno vi sono alcuni soggetti geopolitici che, sia per ragioni storiche che di civiltà, sono anch’essi per motivi vitali interessati alla multipolarità. Nella situazione che ora si sta profilando, questi soggetti rappresentano i partner naturali della Russia. Essi sono divisi in alcune categorie. Prima categoria: potenze regionali (paesi o gruppi di paesi), le cui relazioni con la Russia possono essere convenientemente espresse dal termine “complementari”. Ciò significa che questi paesi possiedono qualcosa di vitale per la Russia, mentre la Russia è in possesso di qualcosa di estremamente indispensabile per essi. Come risultato, un tale scambio strategico di potenziali rafforza entrambe i soggetti geopolitici. A questa categoria (simmetricamente complementare) appartengono l’Unione Europea, il Giappone, l’Iran, l’India. Tutte queste realtà geopolitiche possono abbastanza ragionevolmente rivendicare un ruolo di soggetti autonomi in condizioni di multipolarità, mentre il centralismo americano li priva di questa possibilità, riducendoli a meri oggetti. Dal momento che la nuova Russia non può essere presentata come un nemico ideologico (condizione che assicurava agli Usa il loro maggiore argomento per attirare nella sua orbita l’Europa e il Giappone, e confondendo l’URSS nel suo essere sostenitrice dell’Iran islamico nel periodo della Guerra fredda), l’imperativo della completa subordinazione di questo paesi alla geopolitica americana non è più suffragato da nulla (al di fuori dell’inerzia storica). Dunque, le contraddizioni tra gli USA e le potenze reciprocamente complementari alla Russia si aggraveranno continuamente. Se la Russia dimostrerà di essere attiva e comproverà con il suo potenziale la tendenza multipolare, trovando per ognuna di queste formazioni politiche argomenti giusti e condizioni differenziate per un’alleanza strategica, il club dei sostenitori della multipolarità può diventare forte e influente abbastanza da ottenere in modo efficiente la realizzazione dei propri progetti di un futuro sistema mondiale. Ad ognuna di queste potenze la Russia ha qualcosa da offrire – risorse, potenziale strategico in armamenti, peso politico. In cambio la Russia riceverebbe, da un lato, sponsorizzazione economica e tecnologica da parte di Europa e Giappone, dall’altro – collaborazione politico-strategica a sud, da parte di Iran e India. L’eurasismo concettualizza tale corso in politica estera e lo comprova con la metodologia scientifica della geopolitica. Seconda categoria di potenze: formazioni geopolitiche interessate alla multipolarità, ma non simmetricamente complementari alla Russia. Sono queste, la Cina, il Pakistan, i Paesi Arabi. Le tradizionali politiche di questi soggetti geopolitici sono di carattere intermedio, ma una partnership strategica con la Russia non è la loro priorità maggiore. Inoltre, l’alleanza eurasista della Russia con i paesi della prima categoria rafforza i rivali tradizionali dei paesi della seconda categoria, a livello regionale. Ad esempio, Pakistan, Arabia Saudita ed Egitto hanno seri contrasti con l’Iran, come la Cina con il Giappone e l’India. Su una scala più ampia, le relazioni di Russia e Cina rappresentano un caso speciale, complicato da problemi demografici, dall’accresciuto interesse della Cina per gli scarsamente popolati territori della Siberia e anche dall’assenza in Cina di un serio potenziale tecnico e finanziario in grado di risolvere positivamente il maggiore problema della Russia dell’assimilazione tecnologica della Siberia. Tutti i paesi della seconda categoria sono destinati necessariamente a manovrare tra l’unipolarità incentrata sull’America (che non promette loro nulla di buono) e l’eurasismo. Nei confronti dei paesi di questa categoria la Russia deve agire con estrema attenzione – non includendoli nel progetto eurasista, ma nello stesso tempo mirando a neutralizzare per quanto possibile il potenziale negativo della loro reazione e contenendo attivamente la loro inclusione attiva nel processo della globalizzazione unipolare (per cui vi sono abbastanza motivazioni). La terza categoria rappresenta i paesi del Terzo Mondo che non possiedono abbastanza potenziale geopolitico da rivendicare anche lo stato di soggetti limitati. Nei confronti di questi paesi la Russia dovrebbe seguire politiche differenti, contribuendo alla loro integrazione geopolitica in zone di “prosperità comune”, sotto il controllo dei più forti partner della Russia all’interno del blocco eurasiano. Ciò significa che nella zona del Pacifico è conveniente per la Russia favorire il rafforzamento della presenza giapponese. In Asia è necessario incoraggiare le ambizioni geopolitiche di India e Iran. E’ anche necessario contribuire ad espandere l’influenza dell’Unione Europea nel Mondo Arabo e nell’intera Africa. Gli stessi stati che sono inclusi nella tradizionale orbita di influenza russa devono naturalmente rimanervi o esservi riportati. La politica di integrazione dei paesi della CSI (Comunità degli Stati Indipendenti) è diretta in questo senso. Quarta categoria: gli Usa e i paesi del continente americano che sono sotto il controllo degli Stati Uniti. Le politiche internazionali eurasiste della Russia devono essere orientate a mostrare in ogni senso agli USA l’inconsistenza del mondo unipolare, il carattere conflittuale e irresponsabile di tutto il processo di globalizzazione incentrato sull’America. Opponendosi rigidamente e attivamente (usando a questo scopo, innanzi tutto, lo strumento dell’alleanza eurasiana) a tale globalizzazione, la Russia dovrebbe al contrario sostenere la tendenza isolazionista negli USA, salutando con favore la limitazione degli interessi geopolitici USA al continente americano. Gli USA, come più forte potenza regionale, il cui circolo di interesse strategico è disposto tra gli oceani Atlantico e Pacifico, possono anche essere un partner strategico per la Russia eurasista. In più, una simile America sarà estremamente auspicabile per la Russia, in quanto delimiterà l’Europa, la Regione del Pacifico ed anche il mondo islamico e la Cina, nel caso in cui le loro aspirazioni seguissero il percorso di una globalizzazione unipolare sulla base del loro sistema geopolitico. E se la globalizzazione unipolare tornerà in scena, è interesse della Russia ritornare agli umori antiamericani del Centro e Sud America, usando comunque una visione del mondo e un dispositivo geopolitico molto più flessibile e più ampio del marxismo. Sulla stessa onda si trova la politica di lavoro prioritario con i circoli politici antiamericani in Canada e in Messico. Possibilmente anche usando a questo scopo l’attività lobbistica della diaspora eurasiana negli USA.

    3. Eurasismo e politica interna

    In politica interna Eurasismo vuol dire seguire alcune direttrici principali. L’integrazione dei paesi della CSI in un’Unione Eurasista è il maggiore imperativo strategico dell’Eurasismo. Il volume strategico minimo per avviare una seria attività internazionale per la creazione di un mondo multipolare non è la Federazione Russa, ma la CSI presa come singola unità strategica, saldata da una singola volontà e da un comune proposito di civiltà. Il sistema politico dell’Unione Eurasiana nella maniera più logica si fonda sulla “democrazia della partecipazione” (la “demotia” degli eurasisti classici), in cui l’accento cade non sull’aspetto quantitativo, ma su quello qualitativo della rappresentanza. L’autorità rappresentativa dovrebbe rispecchiare la struttura qualitativa della società eurasiana, invece degli indicatori statistici di quantità media basati sull’efficienza degli shows pre-elettorali. Dovrebbe essere rivolta una speciale attenzione alla rappresentanza delle etnìe e delle confessioni religiose. La “democrazia di partecipazione” deve essere integrata organicamente con una definita frazione di responsabilità individuale espressa quanto più possibile nelle aree strategiche. Il Leader supremo dell’Unione Eurasiana deve concentrare la comune volontà di ottenere la potenza e la prosperità dello stato. Il principio dell’imperativo sociale dovrebbe essere combinato con il principio della libertà personale in una proporzione essenzialmente diversa sia dalle ricette liberal-democratiche, sia dal collettivismo impersonale del marxisti. L’Eurasismo qui presuppone la tutela di un preciso equilibrio, con un ruolo significativo del fattore pubblico. In generale, lo sviluppo attivo del principio sociale è una caratteristica costante della storia eurasiana. Esso si è mostrato nella nostra psicologia, nella nostra etica, nella nostra religione. Ma in contrasto con i modelli marxisti, il principio sociale dovrebbe essere affermato come qualcosa di qualitativo, di differenziato, collegato con il concreto scenario nazionale, psicologico, culturale e religioso. Il principio sociale non deve soffocare, ma rafforzare il principio privato, fornendogli un retroterra qualitativo. La comprensione qualitativa del fattore sociale permette di definire con precisione il perfetto punto intermedio tra l’iperindividualismo dell’Occidente borghese e l’iper-collettivismo dell’Oriente socialista. Nel sistema amministrativo l’eurasismo si basa sul modello di “federalismo eurasista”. Questo presuppone la scelta come categoria di base per la costruzione della Federazione, non dei territori, ma delle etnìe. Avendo separato il principio dell’autonomia etno-culturale dal principio territoriale, il federalismo eurasista vuole risolvere per sempre le ragioni stesse del separatismo. Così in compenso i popoli dell’Unione Eurasiana ricevono la possibilità di sviluppare al massimo l’indipendenza etnica, religiosa e anche, in certe questioni definite, giuridica. L’indubbia unità strategica si accompagna nel federalismo eurasista alla pluralità etnica, all’enfasi posta sull’elemento giuridico dei “diritti dei popoli”. Il controllo strategico dello spazio dell’Unione Eurasiana è garantito dall’unità della gestione e dei distretti federali strategici, nella cui composizione possono entrare varie formazioni – da quelle etno-culturali a quelle territoriali. L’immediata differenziazione dei territori in livelli diversi aggiungerà flessibilità, adattabilità e pluralità al sistema dell’organizzazione amministrativa in combinazione con un rigido centralismo nella sfera strategica. La società eurasiana dovrebbe essere fondata sul principio di una recuperato morale che possieda sia valori comuni sia forme concrete collegate alla specificità del contesto etno-confessionale. I principi di semplicità, di purezza, di sobrietà, di rispetto per le regole, di responsabilità, di vita sana, di senso della giustizia e di sincerità sono comuni a tutte le fedi tradizionali dell’Eurasia. Questi innegabili valori morali devono ricevere la dignità di norme dello stato. I vizi sociali scandalosi, le violazioni impudenti e pubbliche dei fondamenti morali dovrebbero essere sradicati senza pietà. Le forze armate dell’Eurasia ed i ministeri e gli uffici del potere pubblico debbono essere considerati l’ossatura della civiltà. Dovrebbe incrementarsi il ruolo sociale dei militari, è necessario ripristinare il loro prestigio e pubblico rispetto. Sul piano demografico è indispensabile conseguire la “proliferazione della popolazione eurasiana”, incoraggiando moralmente, materialmente e psicologicamente la natalità plurima, rendendola uno standard sociale eurasiano. Nel campo dell’educazione è necessario rafforzare l’educazione morale e scientifica della gioventù nello spirito di fedeltà alle radici storiche, di lealtà all’ideale eurasista, di responsabilità, di virilità, di attività creativa. L’attività del settore dell’informazione della società eurasista, nel fare luce sugli eventi interni ed esteri, deve essere basata sulla stretta osservanza delle priorità della civiltà. I principi di formazione ed educazione morale dovrebbero essere considerati al di sopra dei principi di divertimento e di utilità commerciale. Il principio della libertà di parola deve essere unito con l’imperativo della responsabilità di ciò che viene detto liberamente. L’eurasismo presuppone la creazione di una società di tipo mobilitante, in cui i principi di creatività e di ottimismo sociale dovrebbero essere la normalità della vita umana. Tale visione del mondo dovrebbe scoprire le potenziali possibilità dell’uomo, permettendo a ciascuno - superando l’inerzia e la limitazione (interiore ed esteriore) – di esprimere la propria personalità unica nel servizio della società. Alla base dell’approccio eurasista alla questione sociale sta il principio dell’equilibrio tra lo stato e il privato. Questo equilibrio è definito dalla seguente logica: tutta la scala, riferita alla sfera strategica (complesso militare-industriale, educazione, sanità, pace sociale, integrità morale e fisica della nazione, demografia, crescita economica, etc.) è controllata dallo Stato. La piccola e media produzione, la sfera dei servizi, la privacy personale, l’industria del divertimento, la sfera del tempo libero, etc. sono controllati non dallo Stato, ma al contrario, dall’iniziativa personale e privata (con esclusione dei casi in cui intervengano conflitti con gli imperativi strategici dell’Eurasismo nella sfera globale).

    4. Eurasismo ed economia

    Al contrario del liberalismo e del marxismo, l’eurasismo considera la sfera economica né autonoma né determinante per i processi socio-politici e dello stato. Secondo il pensiero “eurasista”, le attività economiche sono solo una funzione di varie realtà culturali, sociali, politiche, psicologiche e storiche. Possiamo esprimere la relazione eurasista con l’economia, riprendendo il Vangelo: “non l’uomo per l’economia, ma l’economia per l’uomo”. Tale rapporto con l’economia può essere chiamato qualitativo: il significato è costituito non da formali indici numerici di crescita economica, ma è consentito uno spettro significativamente più ampio di indici, in cui la forza economica è considerata in complesso con altre che hanno in prevalenza carattere sociale. Alcuni economisti (in particolare Joseph Schumpeter) cercarono già di introdurre parametri qualitativi nell’economia, separando il criterio di crescita economica da quello di sviluppo economico. L’Eurasismo regola il problema da una prospettiva ancora più ampia: quello che importa non è il solo sviluppo economico, ma lo sviluppo economico in combinazione con quello sociale. L’approccio eurasista all’economia può essere espresso come schema semplificato in questo modo: regolazione di stato per le branche strategiche (complesso militare-industriale, monopoli naturali e similari) e massima libertà economica per le piccole e medie imprese. Il principale elemento dell’accostamento eurasista all’economia è l’idea della decisione su di un numero significativo di problemi nazional-economici russi all’interno della struttura progettuale della politica estera eurasista. E’ evidente in vista di che cosa. Alcuni soggetti geopolitici vitalmente interessati alla multipolarità del mondo – primi fra tutti, l’Unione Europea e il Giappone – hanno un enorme potenziale finanziario-tecnologico, il cui innesto può nettamente cambiare il clima economico in Russia. Allo stadio presente bisogna riconoscere a malincuore che non vi sono in Russia risorse sufficienti per una (sia pur relativa) autarchia. Perciò gli investimenti ed altri tipi di interazione con le regioni economiche avanzate sono per noi necessari in modo vitale. Questa interazione potrebbe essere inizialmente tracciata sulla logica per lo più volumetrica, piuttosto che su ristrette relazioni economiche – investimento, crediti, import-export, distribuzioni di energia, etc. Tutto questo potrebbe essere regolato in un più ampio contesto di comuni programmi strategici – come lo sfruttamento associato dei giacimenti o la creazione di sistemi eurasiani unificati di trasporto e di informazione. In qualche senso la Russia deve mettere il peso del rilancio del suo potenziale economico sui soci del “club dei sostenitori della multipolarità”, usando attivamente a questo fine la possibilità di offrire progetti congiunti di trasporto estremamente convenienti (la “linea trans-eurasiana”) o risorse energetiche basilari per l’Europa e il Giappone. Un problema rilevante è anche il ritorno di capitali in Russia. L’Eurasismo crea ragioni molto forti in questo senso. La confusa Russia del periodo delle riforme liberali (inizio degli anni ’90), rivolta in modo completo all’Occidente, riferentesi a se stessa con disgusto, immersa nella psicosi della privatizzazione e della corruzione, e la Russia degli inizi del XXI secolo, eurasista, patriottica, incentrata sullo stato, sono realtà politiche diametralmente opposte. Il capitale è fuggito da una Russia indebolita e al collasso. In una Russia regolata, sulla via del rafforzamento e del recupero, il capitale deve ritornare. Nei paesi occidentali la maggior parte dei capitali portati fuori dalla Russia non possono essere né salvati né incrementati. All’inizio degli anni ’90, l’Occidente vedeva con favore la fuga di capitali russi (principalmente di origine criminale), considerando – secondo la logica della “Guerra fredda”- che l’indebolimento della Russia post-comunista avrebbe giocato a favore dei paesi della NATO. Ora la situazione è nettamente cambiata e nelle presenti condizioni sorgeranno seri problemi (infatti già ce ne sono) per i proprietari di capitali illegali in Occidente. La logica eurasista ha il significato della creazione delle condizioni più favorevoli per il ritorno di questi capitali in Russia i quali, da se stessi, forniranno un serio impulso allo sviluppo dell’economia. Contrariamente a certi dogmi liberali puramente astratti, il capitale ritorna più velocemente verso uno stato con un’autorità forte, responsabile e con precisi punti di orientamento strategico, piuttosto che verso un paese incontrollabile, caotico e instabile.

    5. Il percorso eurasiano

    L’eurasismo è il modello più precisamente rispondente agli interessi strategici della Russia moderna. Esso dà le risposte alle questioni più difficoltose, offre un’uscita alle situazioni più incagliate. L’eurasismo combina apertura e attitudine al dialogo con fedeltà alle radici storiche e conseguente asserzione degli interessi nazionali. L’eurasismo offre un solido equilibrio tra l’ideale nazionale russo e i diritti dei numerosi popoli che abitano la Russia e più in grande l’Eurasia. Alcuni degli aspetti definiti dell’eurasismo sono già utilizzati dalle nuove autorità russe orientate ad una soluzione creativa dei difficili problemi storici che la Russia ha di fronte al nuovo secolo. Ed ogni volta che questo accade, l’efficienza, la concretezza, i seri risultati strategici parlano da soli. Il processo di integrazione nella CSI, la creazione di una Comunità Economica Eurasiana, i primi passi della nuova politica estera della Federazione Russa nei confronti dell’Europa, del Giappone, dell’Iran e dei paesi del Vicino Oriente, la creazione di un sistema di Distretti Federali, il rafforzamento della linea verticale del potere, l’indebolimento dei clan oligarchici, la politica del patriottismo e della statalità, l’aumento di responsabilità nel lavoro dei mass media – sono questi, tutti elementi rilevanti ed essenziali dell’eurasismo. Per il momento questi elementi sono intralciati dalle tendenze inerziali degli altri due modelli (il liberal-democratico e il sovietico). Ed è ancora perfettamente chiaro che l’eurasismo sta con regolarità raggiungendo il suo apice, mentre gli altri due modelli conducono solo una “lotta di retroguardia”. La crescita del ruolo dell’eurasismo nella politica russa è un processo evolutivo e graduale. Ma già è giunto il momento per un più attento e considerevole apprendimento di questa teoria e filosofia realmente universale, la cui trasformazione in una prassi politica ed esistenziale è sotto i nostri occhi.

    Giugno 2001
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

  2. #12
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    Aleksandr Dugin



    LA TEORIA DELLO STATO EURASIANO

    Saggio su Nikolay Nikolaevic Alekseev

    Uno dei tre migliori

    Il nome di Nikolay Nikolaevic Alekseev non viene sempre menzionato nel novero delle principali figure eurasiste. È un’incomprensione irritante, che contrasta in modo netto con la qualità e la profondità di questo intellettuale, con la rilevanza dei suoi lavori e delle sue concezioni per l’intera visione del mondo eurasista. I nomi di Karsavin (un pensatore piuttosto ordinario) o di Suvchinsky (che nel complesso è più apprezzabile per il suo sostegno finanziario al movimento che per i suoi mediocri scritti) appaiono in prima fila nella graduatoria eurasista, mentre Alekseev viene dopo, trovandosi a volte semplicemente dimenticato. In realtà, egli può essere giustamente incluso nel trio degli autori eurasisti più interessanti, originali, profondi accanto a Nikolay Trubetskoy e Petr Savitsky. Ma se Trubetskoy si specializzò negli aspetti etnico-culturali ed ideologici dell’Eurasismo, se Savitsky trattò di geopolitica, di geografia e guidò una linea politico-cospiratoria, Alekseev è la colonna delle “teorie legislative eurasiste”. Questo triumvirato culturale-politico-giuridico (Trubetskoy – Savitsky - Alekseev) potrebbe anche essere considerato come la sintesi delle tre linee fondamentali della dottrina eurasista, costituendo nel suo insieme i contorni di un’unica, rigorosa visione del mondo estremamente originale, il solo percorso attraverso la storia ad essere coerente ed adeguato all’essenza russa. Alekseev ha posto le basi del “diritto eurasista”, quella giurisprudenza che, secondo le aspirazioni eurasiste, avrebbe dovuto sostituire la giurisprudenza sovietica dopo l’inevitabile grande collasso della leadeship comunista, ma in questo modo salvando in tutta la sua completezza l’ideocratico, profondo pathos nazionale del Bolscevismo, riconosciuto correttamente dagli Eurasisti come una caratteristica dominante del popolo russo. Così, di fronte ad Alekseev c’era un compito molto specifico – egli doveva produrre una teoria giuridica che, da una parte sarebbe derivata dalla linea principale dell’organico sviluppo sociale del popolo russo, e dall’altra avrebbe incontrato quanti più moderni criteri e requisiti possibili. Per la realizzazione di questo compito, era necessario riconsiderare con la massima attenzione tutte le concezioni giuridiche esistenti nella Russia passata e presente – dai lavori degli autori pre-rivoluzionari ai documenti giuridici e costituzionali sovietici. Inoltre, era necessario eleborare una posizione adeguata anche nei confronti del pensiero giuridico dell’Occidente. Possiamo immaginare un problema più ampio, immenso, che oltrepassa chiaramente le possibilità di una singola persona, per quanto dotata e ben preparata? E tuttavia, Alekseev riuscì a compiere questa missione e grazie a lui oggi noi abbiamo le basi di una teoria unica che, secondo il nostro punto di vista, presto o tardi diventerà il punto di partenza per l’elaborazione di una Legge Russa organica, radicata nella storia, modernizzata e idealmente applicabile al nostro ambiente nazionale. Ma perfino questo merito non esaurisce il contributo di Alekseev all'ideale eurasista. In un modo parallelo all’aspetto giuridico del problema, egli ha anche elaborato delle tematiche filosofiche e storico-culturali estremamente interessanti. È sorprendente, ma proprio in Alekseev ci sono assai spesso riferimenti ad una pletora di pensatori della rivoluzione conservatrice, suoi contemporanei. Egli si rivolge costantemente a Oswald Spengler e a Karl Schmitt, alla scuola di sociologia organica tedesca e perfino a … René Guénon! Per quel che ne sappiamo, egli è l’unico caso di estimatore di Guénon tra i filosofi russi dell’epoca e già questo singolo fatto dimostra quanto autentica e precisa sia l’identificazione – da noi costantemente sostenuta – del movimento eurasista con la linea principale del tradizionalismo occidentale, con le teorie della Terza Via e con la Rivoluzione Conservatrice. Aprire i libri di Alekseev, ritornare alla sua eredità e al suo giudizio è l’imperativo categorico del nostro comune risveglio eurasista.

    Il contesto eurasista

    Essendo eurasista, Alekseev rimane un “orientalista radicale” [vostochnik]. Questo significa che l’Oriente geografico e geopolitico rappresenta per lui il polo positivo, mentre per gli aspetti più significativi del mondo romano-germanico, dell’Occidente, egli prova un misto di repulsione e di indifferenza. Una tale rigida dicotomia tra Oriente e Occidente è una caratteristica distintiva dell’eurasismo in generale, e risale alla formula del Principe Nikolay Trubetskoy - “Europa e Umanità”, dove “Europa” (= “l’Occidente”) è opposta al resto dell’umanità, come un’anomalia aggressiva, che rivendica l’unicità e la completezza della sua autorità morale e fisica. Il termine “umanità”, come opposto all’ “Europa”, è identificato con l’ “Oriente”. A proposito, è estremamente curioso attirare l’attenzione sul libro di René Guénon “Oriente e Occidente”[1] (apprezzato da Alekseev), in cui si afferma precisamente lo stesso concetto: l’ “Occidente” è il mondo della degenerazione e della decadenza, il decadente “mondo moderno”, come una netta, catastrofica separazione dalle norme e dai principi della Tradizione, mentre l’ “Oriente” è il mondo della Tradizione e della fedeltà ai principi, una preziosa realtà che conserva la sua connessione con il mondo originario dell’ “Età dell’Oro”. Gli slavofili russi (più Leontyev) e gli eurasisti, gli organicisti tedeschi (Ferdinand Toennies, etc.), ed i successivi rivoluzionario-conservatori [2] (Arthur Mueller van der Bruk, Ernst Junger, Oswald Spengler, Martin Heidegger, Karl Schmitt, etc.) ed i tradizionalisti neolatini (René Guénon, Julius Evola) ebbero in realtà un approccio molto stretto verso la modernità, un approccio spazio-culturale che ovviamente eccheggiava la geopolitica, ma nello stesso tempo basato su di un paradigma storico anche radicalmente opposto a quello moderno, progressivo-evoluzionistico che prevaleva in Occidente. La “Modernità” era identificata con l’Occidente, la Tradizione con l’Oriente. Ma così i criteri abituali di valutazione si mutano nel loro contrario. “Mondo moderno”, “progresso” sono considerati come degenerazione e decadenza, Tradizione e permanenza dei paradigmi cultural-religiosi vengono prese come i valori più elevati. In questo modo, “moderno”, “occidentale”, “progressivo” sono considerati qualcosa di negativo, da superare o anche da distruggere. La tesi positiva era il “Grande Ritorno”, la “svolta verso l’Oriente”, in quanto verso la “Sorgente”, verso l’inizio, verso il Principio, verso il cuore dimenticato, perduto delle cose, verso l’Heartland, verso la “terra centrale”[3]. Comunque, in questo contesto – comune all’intero movimento della Rivoluzione Conservatrice del continente europeo – gli eurasisti russi introdussero una correzione sostanziale formulata per la prima volta da Petr Savitsky. Rivisitando il testo fondamentale di Trubetskoy, egli affermò che il secondo punto della dicotomia tra “Europa e Umanità” andava reso concreto, in quanto il secondo concetto - “Umanità” – era troppo diffuso per servire come categoria operativa di opposizione storica tra civilizzazioni e per mobilitare degli organismi geopolitici e nazionali per l’azione concreta politica e metapolitica. Savitsky, basandosi sulla geopolitica, si offrì di fare il seguente passo concettuale — identificare l’ “Umanità” opposta all’Europa, con ciò che Guénon chiamava “Oriente”, con la Russia, non nel suo significato di stato nazionale, ma in quanto potenza continentale-culturale [potentsya], in quanto istanza ideale che da una parte realizzava abbastanza chiaramente la propria missione storica, e dall’altra era abbastanza aperta e nello stesso tempo concentrata per agire in nome di tutta la “Non-Europa”. Quando Dostoevsky, il più grande conservatore-rivoluzionario russo, parlava di “umanità-universale russa” [vsechelovechnost’], egli intendeva la stessa cosa. L’ “Europa” offrì, impose con la forza a tutti gli altri il suo archetipo di “Umanità”, identico al “moderno Europeo e al suo sistema di valori e di priorità”. È il “cosmopolitismo progressista occidentale”. Contro questo cosmopolitismo europeo, che punta a diventare universale ed univoco, si erge l’ “Uomo Universale russo” [Vsechelovek], la “complessità fiorente” di Leontyev, l’insieme eurasiano di culture, religioni ed etnìe consolidate attorno alla Russia al fine di contrastare l’aggressione dell’Occidente e di affermare il diritto alla Tradizione e all’originarietà. Petr Savitsky sviluppò nei particolari queste tesi, corroborandole con studi geopolitici e con l’analisi delle politiche concrete dei processi globali. La stessa russofilia la incontriamo anche nella maggior parte dei “rivoluzionario-conservatori” di Germania — in Mueller van der Bruk, traduttore di Dostoevsky in Tedesco e autore del libro epocale “Il Terzo Reich” (un termine successivamente usurpato dai Nazisti), in Ernst Niekisch, nel geopolitologo Karl Haushofer (con la sua dottrina dell’asse eurasiano Berlino-Mosca-Tokyo).[4] Questa “componente eurasista” all’interno del movimento della Rivoluzione Conservatrice tedesca ricevette il nome di “Ostorientierung”. In verità, René Guénon giunse ad una conclusione differente e passò semplicemente all’Islam, trasferendosi a Il Cairo, e si integrò completamente nell’ambiente social-religioso arabo, avendo lasciato l’Occidente che, dal suo punto di vista, era in quel momento irrevocabilmente perduto. Il suo pupillo e amico Julius Evola, a proposito, traduttore di Spengler in Italiano e amico di Merezhkovsky, cercò di far rivivere il “paganesimo” indoeuropeo e diede dei contributi ideologici ai movimenti fascista e nazional-socialista, i quali rigettavano interamente le conclusioni della geopolitica e dell’approccio eurasista. Ma questi sono già dettagli. Il punto di partenza era identico per tutti, e la misera fine dei paesi dell’Asse nella Seconda Guerra mondiale prova la ragione teoretica degli Eurasisti e dei loro seguaci europei, contro i razzisti ed i sostenitori del ritorno ad una “Europa tradizionale” in sè, senza l’aiuto dell’Oriente. Nel contesto di tali fondamentali disposizioni agì anche Alekseev, condividendo completamente le radicali posizioni eurasiste, che tra tutte le direzioni della rivoluzione conservatrice erano quelle più coerenti, complete, affidabili e convincenti. Se la Russia-Eurasia doveva realizzare la sua speciale missione di civiltà e incarnarla nella vita, questo richiedeva un’apposita dottrina che investisse tutti i livelli pubblici, ideologici, economici e sociali. Nikolay Alekseev pose di fronte a se stesso il problema di creare la teoria dello stato eurasista (o stato garante, nella sua terminologia). Ed in questo senso, il suo ruolo fu identico alla posizione del geniale giurista tedesco Karl Schmitt,[5] che affrontò l’analogo problema in un differente contesto nazionale. Alekseev è lo Schmitt russo – e continuando questa analogia, possiamo affermare che senza la filosofia eurasista del diritto di Nikolay Alekseev non ci potrebbe essere nessuna rappresentazione rigorosa dell’eurasismo, proprio come è impossibile parlare della Rivoluzione Conservatrice tedesca lasciando nel silenzio una della sue figure centrali — la figura di Karl Schmitt.

    Lo “stato dei doveri” contro lo “stato dei diritti” (“stato dell’obbligo” contro “stato legale”)

    La filosofia degli eurasisti è basata sull’opposizione tra l’approccio organicistico, “olistico” (sia verso la società che verso la storia) e l’approccio meccanicistico, “atomistico”, “individualistico”, “contrattualistico”. L’organicismo (olismo) considera i popoli storici, lo stato e la società come sostanze organiche, come essenze integrali naturali nate congiuntamente dallo spirito e dalla terra, dalla combinazione organica di aspetti soggettivi ed oggettivi. Di qui, il suo particolare approccio a tutti i restanti, più incidentali punti. L’approccio atomistico, invece, considera tutte le forme storico-sociali — etnie, stati, classi, etc. – come conseguenze dell’unione arbitraria in un gruppo di personalità, di individui separati, atomici, i quali stabiliscono tale unione in varie forme di “contratti” e “accordi”. In altre parole, l’elemento indivisibile, costante in tale approccio meccanicistico è solo l’individuo (questa parola latina significa “indivisibile”, ed il suo esatto analogo Greco sarebbe il termine “atomo” – “indivisibile”), essendo alla fine tutte le altre forme nient’altro che un accidente storico, non sono in possesso di una qualsiasi ontologia autonoma e di conseguenza possono variare arbitrariamente, dando luogo a forme differenti di raggruppamenti contrattuali. È curioso che l’approccio organicistico fosse più diffuso nell’ambiente scientifico tedesco, mentre quello “individualistico” trovasse il suo sviluppo prioritario in Inghilterra e in Francia. I filosofi conservatori russi (slavofili) gravitarono sempre attorno all’organicismo e a questo riguardo si basarono in modo prevalente sugli autori tedeschi. In senso spaziale può essere osservata tale regolarità — l’organicismo (olismo) è caratteristico dell’Oriente, l’individualismo dell’Occidente e questo è vero sia per la parte europea dell’Eurasia che per l’intero continente (l’estremo Oriente e l’Induismo rappresentano le forme più radicali della filosofia olistica e della dottrina religiosa). Nikolay Alekseev proiettò questo dualismo anche sulla teoria legislativa e giunse a risultati molto interessanti. Lo studio del pensiero giuridico occidentale lo portò alla conclusione che la stessa concezione di diritto fosse originariamente legata alla dottrina meccanicistica individualistica. Il “diritto” descrive la sfera della libertà di un individuo in relazione a realtà diverse —altri individui, proprietà, ambienti naturali e culturali, istituzioni sociali, etc. In altre parole, il diritto scaturisce dal presupposto dell’ “autonomia”, della “sovranità” di un individuo, della sua auto-sufficienza e completezza di fronte ai diversi aspetti della vita. Da qui, Rousseau dedusse la sua teoria estrema del “diritto naturale”. Ma già assai prima dell’Illuminismo, nell’Occidente feudale e in parte anche nell’antichità classica, Alekseev vede le tendenze all’autonomizzazione dell’individuo ed alla conferma di questa autonomizzazione nel codice sociale. Il concetto di “diritto” fa originariamente riferimento alle categorie elette — all’Imperatore, ai patrizi, poi ai signori, agli esponenti del clero, etc. Qui siamo ancora distanti da Rousseau, che riconosce il “diritto naturale” a tutti I membri della società umana, ma la tendenza generale è tracciata piuttosto chiaramente. Nel processo di movimento in questa direzione giungiamo alle moderne teorie liberali del diritto, espresse in modo più completo nei lavori del giurista liberale austriaco Kelsen. Avendo esteso il concetto di diritto ad ogni membro della società, noi approdiamo alla concezione dello stato di diritto, alla celebre concezione di oggi dei “diritti umani”. Nikolay Alekseev dimostra che questo percorso del pensiero giuridico e questa evoluzione delle istituzioni giuridiche riflettono solo una delle linee possibili dello sviluppo sociale, quella basata sull’individualismo atomistico, sulla filosofia razionalistica – naturale e logica per l’occidente, ma completamente aliena e inaccettabile per l’Oriente. È molto importante sottolineare questo punto nella teoria di Alekseev — la concezione di “diritto” è collegata ad una realtà geopolitica, geografica, strettamente fissata. Essa rivendica l’universalità, ma in realtà riflette il peculiare processo locale di sviluppo di un singolo segmento dell’umanità. Ironicamente Alekseev mette in evidenza il fatto che con il nome di “teoria generale del diritto” i giuristi occidentali intendono la “teoria generale del diritto occidentale”, lasciando al di fuori del campo di osservazione tutti i modelli giuridici alternativi, che, in ogni caso, sono ancor oggi diffusi tra i popoli che costituiscono la maggior parte dell’umanità ed erano inoltre esistiti, in epoche storiche differenti, anche in Occidente. In altre parole, nel campo giuridico noi ritroviamo l’imbroglio tipico — l’occidente mira ad imporre i suoi scenari locali a tutti i rimanenti popoli, identificando la sua singola esperienza geografica e storica con la “teoria generale dello sviluppo”, con la “via principale di evoluzione sociale e morale” etc. Ecco la conclusione più interessante di Alekseev: quando usiamo il termine “diritto”, noi siamo già entrati implicitamente nel sistema del modo di pensare occidentale. Ci troviamo in un contesto filosofico alieno alla logica organicistica. Ma che cos’è che si situa contro il concetto di diritto nei modelli sociali alternativi? Il concetto di dovere. Su questo Alekseev lavora enormemente. Ricorrendo ad un esempio tratto dalla storia sociale dell’antica Rus', egli usa con molta precisione il vecchio termine “stato dei tributi” [tyaglovoe gosudarstvo], lo stato costruito sul principio della prevalenza dei doveri. Nella sua forma più pura, tale “sistema tributario” non conosce e non riconosce dei diritti a tutti, essa afferma solo ovunque dei doveri. Questo deriva dal contesto filosofico della società tradizionale, che considera l’ “individuum” come parte dell’intero, come una proiezione dipendente e non auto-sufficiente dell’universale sull’individuale. Da qui, l’ “individuum” viene rappresentato solo come una parte del singolo intero — chiesa, stato, popolo, nazione, comunità. Questo è un principio generale, il principio della precedenza di ciò che è comune nella formazione dell’intero. Ferdinand Tonnies, a cui spesso fa riferimento Alekseev, descrive elegantemente questo dualismo nell’opposizione tra i principi di Gemeinschaft e di Gesellschaft [6]. Gemeinschaft significa “comunità”, Gesellschaft “società”. Gli equivalenti latini sono “communa” e “socium”. “Comune”, “Gemeinschaft”, “obschina” [comunità] presuppongono che l’intero preceda il privato, lo predetermini, e che di conseguenza il privato abbia solo dei doveri nei confronti dell’intero. “Socium”, Gesellschaft, “obschestvo” [società], viceversa, veduno ciò che è comune come un prodotto del privato, l’intero come costituito, presentato dai mezzi di collegamento (“socium”, “Gesellschaft” significa letteralmente “riunito”, “collegato”, “allacciato in modo artificiale”). Quindi, tale “unità composita” per la sua stessa essenza è obbligata verso le sue parti le quali, di conseguenza ricevono automaticamente i “diritti” fondamentali, “diritti” che derivano dalla loro superiorità ontologica. In effetti vi sono due possibili teorie del diritto. Nella prima l’individuo appare come quoziente e la comunità contrattuale come il prodotto di relazioni private. La correlazione tra il primo e la seconda e tra gli stessi individui rappresenta il contenuto della legge, come l’intende l’Occidente. L’espressione che definisce tale costruzione è la “teoria dello stato di diritto” e del “diritto umano” (il secondo non presuppone per nulla lo stato che in questo caso può essere sostituito da qualsiasi diversa forma di associazione, come nelle moderne teorie di “mondialismo”, “governo mondiale”, etc.). La seconda teoria del diritto tratta non solo l’individuo (l’ “indivisibile”), ma le persone, le personalità, in quanto il termine “persona” in Greco significava “maschera” ed era applicato alla caratteristica dei partecipanti alla tragedia. La “personalità” russa è collegata etimologicamente a quella greca ed anche il suo significato è più vicino a quello di “funzione”, “ruolo”, “maschera” che non a quello di unità auto-sufficiente, sovrana, autonoma. Queste personalità-maschere sono le discrete forme di espressione dell’intero — della comunità, del popolo, dello stato. Esse compiono una “funzione tributaria”, esse “trascinano” la cinghia della vita sociale, la quale è così dura giusto perché noi parliamo di operare con l’universale, il completo, l’intero. Il campo sociale di ogni personalità nello “stato dei tributi” è ovviamente coniugato con la completezza di una potente ontologia. Qui ognuno serve a qualcosa, realizzando il ruolo prescelto dall’intero ed ottenendo come premio la prospettiva ontologica, costante della propria apprezzabile compartecipazione a questo intero, la possibilità di raggiungere forze vitali illimitate e ottenere appoggio spirituale da esso. Il sovrano, Re, basileus [vasilev], colui che è portatore del diritto secondo la concezione occidentale assai precedente all’Illuminismo e al liberalismo, non rappresenta un’eccezione allo “stato tributario”. Il re eurasiano, il re della società organica — è egli stesso una persona, una maschera, una figura tributaria come tutte le altre. Egli è un servitore della vita sociale, e di conseguenza è il primo a sentire su di sé il peso del servizio ontologico. Il Re ha più obblighi che non tutti i suoi sudditi. Egli è personalmente responsabile della continua attività di tutte le personalità restanti. Egli non è un raccoglitore di tributi, ma un supervisore, un “vicario” dell’iniziativa sociale vivente, che gli è stata affidata da qualcosa di superiore a lui stesso, in relazione al quale egli è solo una maschera ed un ruolo, una funzione ed un servitore. Alekseev parla in modo ammorbidito – al fine di non intimidire del tutto l’intelligentsia emigrante russa ancient-régime, educata nella stragrande maggioranza secondo le teorie liberali – del concetto di “diritto dei doveri” [pravoobyazannost’] come di un approccio giuridico alternativo. Ma oggettivamente è quantomeno necessario parlare solo di “doveri”, di “stato dell’obbligo”, di “stato del tributo”; e se mai uno fa uso della categoria del diritto, lo fa solo in un senso applicato, strumentale, subordinato, al fine di strutturare e razionalizzare quelle problematiche giuridiche che possono esse più convenientemente prese in considerazione nella posizione di diritti. Ma questa necessità tecnica del riferimento ai “diritti” non significa ancora il loro coinvolgimento nell’ontologia sociale e conseguentemente ci dà il senso, strettamente parlando, dell’esclusione della menzione di “diritti” dalla definizione fondamentale della “giurisprudenza eurasista” e di parlare solo di “doveri”, che appariranno pienamente simmetrici al concetto occidentale di “stato di diritto” o [pravoe gosudarstvo, lett. “stato dei diritti”].

    “La Russia è il nostro Monastero”

    Al fine di non distorcere la posizione del nostro Autore, è tuttavia necessario specificare che egli non definisce lo stato eurasista come “dell’obbligo” [obyazyatelnoo], ma parla di “diritto dei doveri” [pravoobyazannost’], di “stato garante” [garantinnoe gosidarstvo], di “demotia” e “ideocrazia”. Gli eurasisti usarono tra di loro il termine “demotia” per distinguere tra il significato meccanico e quello organico del principio democratico. “Demotia” vuol dire “democrazia organica”, principio di “compartecipazione del popolo al proprio destino”, secondo la definizione di Artur Mueller van der Bruk.[7] Tale compartecipazione, in quanto contro la democrazia liberale, presuppone la compartecipazione alle decisione del destino sociale e statale non solo dei cittadini adulti attualmente viventi, appartenenti ad un concreto territorio e ad un sistema sociale, ma di una certa essenza speciale, un certo spirito nazionale, che deriva dai morti, dai viventi e dai non ancora nati, dal comune percorso naturale dei popoli comune comunità attraverso la storia. “Ideocrazia” significa subordinazione della vita sociale ad un ideale concreto, ad un “telos” naturale che scaturisce dalla cultura, dalla religione e dallo spirito della nazione e dello stato, rimanendo costante nonostante i cataclismi politici, ideologici, etnici ed anche religiosi. Certamente, sia il principio di “demotia” che il concetto di “ideocrazia” conducono inequivocabilmente verso lo “stato dell’obbligo”, come verso la radicale antitesi al diritto occidentale, verso qualche specie di anti-Kelsen. Tuttavia, Alekseev puntò personalmente a sottolineare le caratteristiche più benefiche, più positive dello stato eurasista, anziché quella rigida ontologia sociale che è coniugata con lo “stato dell’obbligo” e che era così chiaramente incarnata nel regime sovietico. Tale aspirazione – che in qualche modo si distanzia dal modello radicale di “stato dell’obbligo” – è chiara in Alekseev nel giudizio socio-giuridico (tradizionale per la storiosofia russa) dell’opposizione tra gli «iosifiliani», sostenitori di Joseph Volotsky, vescovo di Volokolamsky, e gli «zavolzhtsi», seguaci dell’esicasta Nil Sorsky. Joseph Volotsky, venerato santo russo, fu uno dei primi teorici russi dello “stato dei tributi”. Egli considerava ogni manifestazione sociale ed anche spirituale della personalità come al servizio dell’Insieme nazional-religioso, dell’Impero ortodosso, della sacra Rus'. In seguito, la linea di Volotsky fu proseguita da Ivan Peresvetov, principale teorico dell’oprichina, e da Ivan il severo, famosa figura della Rus' moscovita, luminoso esempio storico dello “stato dell’obbligo”. Assai giustamente, Alekseev discerne la stessa linea nel fervore dei primi Vecchi Credenti e, nella nostra epoca, nel Bolscevismo e nel Leninismo. Alekseev riconosce che lo «iosifilianesimo» è un fenomeno profondamente eurasista, sintomatico, estremamente significativo per comprendere il modello alternativo socio-giuridico a quello occidentale. Ma così Alekseev è incline a considerare tale tipo non come un asse centrale, ma come uno dei poli possibili dell’organizzazione sociale eurasista, come il Polo Severo, come un regime restrittivo, proibitivo, schiacciante, terroristico che assolutizza il servizio pubblico. A proposito, tra i contemporanei di Alekseev tale modello «iosifiliano» fu difeso dai nazional-bolscevichi e dagli smenovekhovy. Sebbene consapevole della superiorità dello iosiflianesimo sul liberalismo, Nikolay Alekseev tuttavia gravita verso una differente versione del sistema sociale, che egli traccia sulla linea «zavolzhskiystartsiy», su Nil Sorsky, sul suo pupillo Vassian Patrikeev, principe di Kurbsk. Questo è il Polo Misericordioso del modello eurasista, che produce un atteggiamento spirituale, contemplativo al di là del servizio tributario sociale, uno spazio speciale spirituale-culturale suscitato per compensare gli eccessi di socializzazione e totalitarismo, per nobilitare e raffinare il pathos dello “stato dell’obbligo”. E anche questa linea, indubbiamente, è profondamente radicata nell’elemento nazionale russo, che insieme all’etica del servizio ed all’ascetismo, conosce perfettamente l’etica della speculazione illuminante, della meditazione che dà la grazia, della luminosa trasfigurazione della carne nello spirito. La linea degli «zavolzhsky startsiy», la sua proiezione nella politica, in alcune società segrete – a cui allude Alekseev e che, come egli disse, si trova dietro il fenomeno dell’eurasismo – ci dà la teoria dello stato rigoroso messianico, della ideale Russia-Eurasia, della Terza Rus', basata sulla pietra angolare dello “stato dell’obbligo” iosifiliano, ma sublimata attraverso la contemplazione intellettuale esicastico-conventuale. «La Russia è il nostro Monastero» — diceva Nikolay Gogol' in un simile contesto. Nello stesso tempo, il Polo Misericordioso non rappresenta in qualche modo, strettamente parlando, una concessione al principio legale. La rappresentazione della personalità fondamentale, che costituisce un differente modo di essere dell’unità sociale, viene semplicemente elevata a livello mistico-ecclesiale, contemplativo-monastico. E ancora non sorge alcun diritto per la personalità, ma accanto ai doveri tributary sociali, politici e lavorativi, ce n’è uno benefico, compensativo, luminoso, ma ancora un dovere, il dovere della compartecipazione esicastica alla completezza della Luce della Grazia increata, aperta dal sacrificio di Gesù ad ogni membro della Chiesa – la chiesa come unità originaria, che costituisce la “nuova personalità”, la “personalità benedetta” del Cristiano, nata dall’alto. Il misticismo della storia russa riconferma la giustezza di Alekseev. — Nil Sorsky fu canonizzato e pervenne alla comunità dei Santi, come il suo oppositore Iosif Volotsky. Ma la venerazione per Nil Sorsky fu piuttosto locale, mentre Joseph Volotsky godette della gloria di santo nazionale, amato e ampiamente onorato dal popolo intero. Esattamente la stessa cosa è vera per i modelli politici di stato eurasista — la linea iosifiliana, imponente, moscovita, oprichno-bolshevica era prevalente, come una qualche sorta di “exoterismo”. Mentre la linea Misericordiosa degli «zavolzhskiy startsiy» era chiaramente per l’élite — gli startsi di Optina, il monachesimo, i sottili profeti della Russia (come Dostoevsky o Blok), i nostri mistici e uomini spirituali.

    Bizantinismo

    La tipologia dei due modelli sociali alternativi proposta da Alekseev nello scritto «L’idea della “città terrena” nella dottrina religiosa cristiana», che correla le forme giuridiche con gli scenari religioso-confessionali, è estremamente interessante. Alekseev specifica questo fatto principale, che la società del Vecchio Testamento fu il prototipo dei moderni regimi liberal-democratici, perché non conobbe la teoria dello “stato organico”, fu fondata su principi estremamente teocratici e relativizzò in ogni modo possibile (e in qualche caso anche demonizzò) il significato di autorità imperiale. [8] Elementi di questa “democrazia teocratica” sono rintracciati da Alekseev nel corso dell’intera storia della giurisprudenza occidentale fino alle moderne teorie dello “stato di diritto”. Questo è un elemento molto rilevante — l’identificazione della tradizione giudaica con lo spirito occidentale, con la forma occidentale. La stessa cosa (sebbene in un contesto diverso) fu affermata da René Guénon, che annoverava il Giudaismo tra le tradizioni spirituali dell’Occidente.[9] In seguito, già nella società cristiana, la stessa linea diede vita al modello cattolico-romano, al cesaro-papismo, etc. E come forma più elevata e più completa di questo stato-antistato del tipo del Vecchio Testamento, Alekseev individua gli Stati Uniti d’America, il paese dell’estremo Occidente, in cui tutte le tendenze social-liberali hanno raggiunto il loro culmine storico. E non è un caso che gli USA siano nelle mani delle sette estremiste protestanti, che hanno tentato di ricostruire artificialmente nel Nuovo Mondo una copia della realtà vetero-giudaica, alla cu tradizione di richiamano tutte le ramificazioni calviniste del Protestantesimo. Alekseev afferma assai giustamente che l’Oriente aderisce ad un differente modello sociale nel quale, al contrario, era sottolineata la rilevanza del principio monarchico, del “dispotismo”. Invece del “pubblico accordo” sotto la supervisione della teocrazia, noi abbiamo lo “stato olistico” sotto la supremazia del Re-Padre, perché la sua organicità richiama una famiglia di lavoratori o anche un organismo unitario. È possibile comparare il principio teocratico alla supremazia della mente, della testa. E il principio monarchico alla supremazia del cuore, del centro del soggetto. La Rus' fu inizialmente organizzata come uno stato di tipo orientale, opposto al modello giudaico. Anche prima tale forma radicalmente non giudaica si era sviluppata nell’Impero bizantino, che era la personificazione della tradizione cristiana intesa in senso orientale (“eurasiano”). Ortodossia e sua dottrina politico-sociale – ecco la Cristianità eurasiana. Ma al contrario dei monarchi non cristiani dell’Oriente, il vasilev ortodosso non viene deificato nel senso pieno della parola. Le sue funzioni ed anche sacerdozio, il suo servizio sociale, solistico obbediscono ai principi consacrati della Chiesa non in un modo personificato, come nel Cattolicesimo, ma in un modo mistico, provvidenziale, escatologico. Tale modello viene approssimativamente chiamato “cesaro-papismo”. Ma qui non vengono semplicemente invertite le proporzioni piuttosto papo-cesariste della Cristianità occidentale. Qui la qualità di entrambe le funzioni è completamente differente, le forme di governo sono incomparabilmente diverse dalle istituzioni occidentali corrispondenti. Il Bizantinismo è in realtà, in un modo, conforme all’idea ghibellina nella sua versione più elevata. L’impero viene inteso come un servizio religioso, come un aspetto del domostroytelstvo ecclesiale della Chiesa, come una funzione escatologica e soteriologica. L’imperatore non si appropria dell’autorità religiosa del patriarca (del pope), al contrario egli consacra alla massima estensione il proprio potere temporale, rendendolo un servizio più che secolare, trasfigurante. Il signore spirituale è collocato anche al di sopra in un senso spirituale, ma in un senso secolare, viceversa, i suoi poteri sono ridotti, dedicando le energie al servizio puramente religioso-contemplativo, mistico, eucaristico. Così, il modello bizantino non è semplicemente dispotismo orientale (sebbene nei casi peggiori esso possa decadere proprio a quell livello), ma un sistema idealmente equilibrato, con proporzioni ottimali tra il “principio tributario” dello Stato olistico – lo Stato come idea, come indivisibilità ontologica della sostanza, come principio, come sacro impero – e l’azione spirituale per il domostroytelstvo religioso di salvezza. Ed se anche questo armonioso, provvidenziale equilibrio tra due tipi di autorità viene perduto (vale a dire l’equilibrio che René Guénon considerò come segno distintivo della società perfetta, genuinamente tradizionale), il Bizantinismo è condannato a decadere al modello orientale di dispotismo, ancora non allo “stato di diritto”, al quale sono degenerate le forme sociali del Vecchio Testamento o cattolico-romane.

    Il progetto dello Stato eurasista

    Quali conclusioni fondamentali derivano dalle opere di Alekseev? Che cosa egli offre al posto dei sistemi giuridici, legali criticati? Fatto primo e più rilevante, Alekseev afferma univocamente che la legge in Russia dovrebbe essere costruita su principi e ragioni alternativi alle teorie giuridiche liberal-occidentali. Ciò che è più importante non è il diritto, ma la verità, lo stato della verità. Lo stato della garanzia, “dell’obbligo” che tratta con personalità, ma non con individui, con proiezioni dell’unità, anziché con atomi fondatori dell’impresa collettiva arbitraria e inessenziale. Quindi, la giurisprudenza nazionale dovrebbe rifiutare nettamente e rigidamente di copiare le teorie giuridiche dell’Occidente, soggette alla loro particolare e scrupolosa analisi storico-geopolitica e critica, adottando solo ciò che non contraddice i principi dello “stato dei tributi” e che può essere usato per scopi limitati, strumentali. In secondo luogo, il tipo ideale di Stato eurasista sarà il rigoroso modello bizantino che combina il severo principio iosifiliano del servizio totale, analogo al totalitarismo del domostroytrelstvo populista e statlista, con il principio misericordioso della contemplazione «zavolzhsky», della trasfigurazione esicastica, che elevano l’azione comune al livello di Atto dell’Intelletto. In terzo luogo, lo Stato eurasista dovrebbe di conseguenza tendere ad universalizzare il suo tipo, incorporando diverse culture ed etnie, beneficandole con la luce della sua missione salvifica e traendo beneficio dall’unicità della varietà delle forme culturali. Alla fine, l’Eurasia verrebbe realizzata e costruita come un Tutto Unico, come una comunità indivisibile, come una plastica proto-realtà del destino storico-geografico (spazio-temporale). Ma questo Tutto viene mostrato attraverso le “persone”, le personalità nazionali (che vi si trovano) alle quali viene affidata una missione obbligata — ridurre il mosaico continentale ad un quadro unitario, decifrare paesaggi e insieme etnici come frammenti di un completo tessuto uniforme; una lettura che viene affidata alle generazioni dell’era escatologica, la popolazione del Grande Impero Eurasista della Fine, la cui creazione e consolidamento è la missione più alta e l’ultima scelta del popolo eletto, il popolo russo – portatore di Dio. Nikolay Alekseev andò molto avanti su questo percorso. Il resto egli lo ha lasciato a coloro che gli sarebbero succeduti. Siamo noi.

    Note

    (1) Vedi anche René Guénon “La Crisi del Mondo Moderno”, Mosca, 1994.

    (2) Vedi A.Dugin “La Rivoluzione Conservatrice”, Mosca, 1994.

    (3) Vedi A.Dugin “ I Fondamenti della Geopolitica”, Mosca, 1997.

    (4) Ibid.

    (5) Ibid. Vedi anche “La Rivoluzione Conservatrice”, op. cit.; la rivista “Elementy” n.3, 1993 e n.8, 1997.

    (6) Vedi A.Dugin “La Rivoluzione Conservatrice”, op.cit., o “Elementy” n.4, Mosca, 1993.

    (7) Vedi A.Dugin “La Rivoluzione Conservatrice”, op. cit.

    (8) La relazione approfondita tra il principio ieratico e quello imperiale nella tradizione ortodossa viene esaminata nel libro di A. Dughin “Metafisica dell’Annunciazione (Esoterismo Ortodosso)”, Mosca, 1996.

    (9) Vedi A.Dugin “I Fondamenti della Geopolitica”, op. cit.

    Prefazione a N. Alekseev, Il Popolo russo e lo Stato [Russkii narod i gosudarstvo], Agraf, Mosca 1998.

    Note del Traduttore (M. Conserva)

    Starchestvo: corrente politico-religiosa che si sviluppò tra la fine del XV e la prima metà del XVI secolo, prendendo la sua denominazione (zavolzhiskie startsy) dalla sua formazione nel territorio oltre il Volga. Essa favorì l’ascetismo, l’abbandono del mondo profano, il rifiuto della proprietà terriera della Chiesa. Tra i suoi ideologi vi furono Nil Sorskij e Vassian Kosoy.

    Esicasmo: corrente mistica della Chiesa ortodossa nei suoi periodi tardo e post-bizantino.

    Oprichina: dalla parola oprich (lett. a lato), istituzione creata sotto lo czar Ivan il Severo; essa assicurava allo czar la facoltà di punire come voleva i criminali e traditori. Il termine passò poi a definire il corpo degli uomini incaricati di questa funzione.

    Smenovekhovy : corrente politica del XIX secolo nata tra i nazional-bolscevichi bianchi. La sua figura più rappresentativa fu N. Ustryalov. Il nome deriva da una raccolta di articoli usciti nel 1921 con il titolo Smena Vekh, lett. “cambio di pietre miliari”.

    Optina: Kozel’skaya Optina, famoso eremo russo.

    Domostroytelstvo: lett. “amministrazione della casa”. Domostroy fu una famosa opera della Russia moscovita, scritta a metà del XVII secolo ed attribuita al protopope Silvestro.
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

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    Aleksandr Dugin

    L’EURASIA SI FARA' E SI STA GIA' FACENDO



    Alla vigilia della visita del Presidente degli USA in Russia, nell’arena internazionale si è verificato un importante evento, peraltro ampiamente trascurato di fronte al summit intercontinentale. La maggior parte dei mezzi di informazione ha dato solo un minimo spazio alla notizia della conversione del sistema di coordinamento esistente nell’ambito dell’Accordo sulla Sicurezza Collettiva della CSI in una organizzazione internazionale regionale, l’Organizzazione dell’Accordo sulla Sicurezza Collettiva. In realtà, si tratta di un passo il cui valore può essere difficilmente sottostimato. Ma, per quanto sia strano, all’evento non ha fatto seguito la pubblicazione di alcun serio materiale analitico sulla grande stampa russa. Qual è l’aspetto geopolitico della questione? Per poter valutare con la dovuta chiarezza il significato di questa risoluzione è necessario spendere qualche parola riguardo alle precedenti soluzioni della questione. Sul piano geopolitico, con la fine degli anni ’80 è iniziata la graduale de-costruzione del potenziale strategico del polo terrestre, lo spazio strategico Eurasiatico, a quel tempo fissato entro il quadro dell’Accordo di Varsavia. Se in senso ideologico l’Accordo di Varsavia era concepito come l’unione di paesi caratterizzati da un’economia socialista ed una filosofia marxista, in una visuale geopolitica esso era il contenitore formale di una costruzione continentale, terrestre, opposta all’atlantismo, a quei tempi identificato nei paesi di tipo capitalista. Notiamo subito che questo modello ideologico assumeva in pieno l’eredità della disposizione geopolitica delle forze precedente, pre-rivoluzionaria, quanto non si trattava del contrasto fra campi ideologici ma fra zone di influenza dei principali stati europei. Prima dell’URSS la medesima funzione strategica eurasiatica veniva svolta dalla Russia imperiale. L’Unione Sovietica ruppe nettamente i propri legami ideologici con il passato, con lo zarismo, ma geopoliticamente, quasi nulla fosse accaduto, ne eredità la medesima funzione strategica. Le leggi della geopolitica si dimostrarono più fondamentali delle leggi della filosofia. La crisi del marxismo nell’URSS e nei paesi dell’Europa Orientale portò con sé anche la dissoluzione dell’Accordo di Varsavia. Ma da parte dei paesi della NATO, che riuniva in sé le società ad economia capitalista, non venne una risposta simmetrica. Per di più, lo spazio strategico ora libero venne ad essere occupato a poco a poco dall’influenza atlantista: i paesi dell’Europa Orientale cominciarono a fare a gara per richiedere lo status di membri della NATO. Geopoliticamente questo significava prendere le distanze dall’eurasismo ed entrare nell’orbita dell’atlantismo. Né poteva essere altrimenti, dato che i sistemi geopolitici sono fra loro connessi come vasi comunicanti: alla decrescita dell’eurasismo corrisponde la crescita dell’atlantismo, e viceversa. Lo stadio successivo dell’auto-liquidazione portò alla dissoluzione dell’URSS stessa. Politicamente ed ideologicamente ciò avvenne in modo abbastanza radicale, ma sul piano strategico un’azione altrettanto drastica era semplicemente impossibile. Perciò il sistema integrato dei quartier generali del paesi della CSI [Comunità degli Stati Indipendenti] venne conservata come eredità strategica, come centro di coordinamento della direzione comune delle forze armate dei paesi di nuova formazione. Fondamentalmente, al pari della CSI, questa struttura militare venne inizialmente pensata come lo strumento di un “graduale e civile divorzio”. Tuttavia, col passare del tempo questo fattore strategico, al pari di non meno definite ragioni di ordine economico, doganale e persino politico, hanno riportato all’ordine del giorno la geopolitica. E’ così risultato evidente che l’unità strategica delle potenze Eurasiatiche – quali sono senza dubbio tutti i membri della CSI – è molto più profonda della forma politica esteriore della storia del periodo sovietico o dell’impero russo. I popoli e le élites politiche ed economiche delle repubbliche un tempo sorelle hanno incominciato a vedere sempre di più la comunità di interessi come comunità di destino (Gasprinskij). Così, invece dello strumento per un “divorzio civile”, la CSI ha incominciato gradualmente ad essere vista come qualcosa di diverso: come una fase di un nuovo processo, il processo dell’integrazione Eurasiatica. Qui va dato merito al presidente del Kazakistan, Nursultan Nazarbaev, il quale per primo iniziò a parlare di una “Unione Eurasiatica”. Fra l’altro, nel 1994 un progetto analogo, diverso solo per la denominazione, venne presentato anche dal Presidente dell’Uzbekistan Islam Karimov; questi più tardi assunse tuttavia un atteggiamento geloso nei confronti dell’iniziativa di Nazarbaev ed incominciò a criticare l’“eurasismo”. Ma ciò che conta non è il nome, bensì l’essenza del fenomeno: la consapevolezza geopolitica dei dirigenti dei paesi CSI ad un certo momento – verso la metà degli anni ’90 – sotto la pressione del corso oggettivo degli sviluppi mondiali iniziò a rivolgere una crescente attenzione alla necessità di arrestare il processo di dissoluzione strategica dello spazio Eurasiatico. Durante gli anni della presidenza Eltsin l’iniziativa per una nuova ondata di integrazione strategica Eurasiatica non ricevette alcun particolare appoggio nella Federazione Russa. Il Cremlino non vi si oppose apertamente, ma la guardò con freddezza. Da un lato, a questo contribuì il mito economico, attivamente diffuso dai “giovani riformatori”, secondo il quale ogni genere di riavvicinamento della Russia ai paesi CSI non è economicamente praticabile; dall’altro lato, il frenetico allineamento sulle posizioni dell’Occidente generò un sentimento di scetticismo e irritazione nei confronti delle repubbliche un tempo sorelle. Nazionalismo ed occidentalismo su questo punto andarono a braccetto. Inoltre, la febbre dell’anticomunismo fece sì che qualsiasi iniziativa di integrazione venisse identificata con un il “ritorno dei comunisti”. Solo alla fine dell’epoca Eltsin, e specialmente con l’ascesa al potere di Vladimir Putin, la posizione del problema mutò. Grazie ad una solida formazione geopolitica, sottoposta alla prova della pratica, il nuovo presidente non poteva coltivare per inerzia miti irresponsabili ed effimeri. Passo dopo passo nelle Federazione Russa pensiero strategico e visione geopolitica del mondo vennero riportati in vita. Con Putin è iniziata la svolta dal “divorzio civile” alla “nuova integrazione”. Ulteriori e importanti passi concreti fanno seguito. Primo: il legare in una “unione doganale” cinque paesi della CSI - Russia, Bielorussia, Kazakistan, Kirghizstan e Tajikistan. Sappiamo dalla storia che la realizzazione di una unione doganale è il primo passo economico verso l’ulteriore integrazione politica. Il primo teorico dell’unione doganale (Zollverein) fu Friedrich List, l’economista tedesco promotore del concetto di integrazione degli stati tedeschi, in seguito brillantemente realizzata nella pratica. Un modello analogo venne seguito anche con l’istituzione dell’Unione Europea, che ebbe inizio con misure di integrazione economica. Dopo lo sviluppo dell’unione doganale, il passo successivo dell’integrazione economica fu la costruzione dell’EvraAzES: la “Associazione Economica Eurasiatica” fu un passo ulteriore sulla via della realizzazione di una conseguente “Unione Eurasiatica”, che estende il modello dell’integrazione doganale al livello di una più vasta partnership economica. Da un punto di vista geopolitico essa ha mostrato la volontà di rinascita del polo Eurasiatico, la lotta contro il quale è vista come questione prioritaria da strateghi atlantisti quali Zbigniew Brzeszinski, che descrive nel suo libro La grande scacchiera lo scenario di un ulteriore dissoluzione dei paesi CSI, ed in particolare della Russia, come lo scenario ottimale (per l’Occidente, più esattamente per gli USA). L’élite politica dei paesi CSI, presa coscienza della necessità di una nuova integrazione, ha trovato in Putin un punto di appoggio ed un centro geopolitico. Nonostante le dinamiche ed i paradossi della congiuntura politica internazionale, il processo di integrazione Eurasiatica negli ultimi anni sta gradualmente prendendo velocità. Ed in questa chiave va letta la decisione della creazione dell’Organizzazione dell’Accordo sulla Sicurezza Collettiva. Le strette di mano a livello economico hanno lasciato il posto a quelle a livello militare e strategico. Dichiarando la propria disponibilità alla costruzione di un’economia Eurasiatica integrata nella forma della EvraAzES – cui hanno recentemente aderito Kiev e Kishenev, seppure a titolo di osservatori – i capi di stato avviati sul cammino di una nuova integrazione Eurasiatica hanno compiuto il passo di dichiarare la propria volontà di creare un sistema di sicurezza comune. E’ il caso di sottolineare la fondamentale differenza fra questa nuova “organizzazione intra-regionale” rispetto ai precedenti sistemi di coordinamento fra le forze armate dei paesi membri della CSI: in realtà, gli strumenti amministrativi esistenti per pura inerzia e concepiti per una separazione graduale e “morbida” vedono ora mutare radicalmente il proprio significato. D’ora in avanti ci troviamo in una epoca di nuova presa di coscienza strategica di fini, minacce e sfide comuni, il che trasforma i partecipanti alla EvraAzES negli elementi di uno spazio strategico Eurasiatico unito, nuovamente organizzato in unità geopolitica. Certamente, l’attuale forma della Organizzazione dell’Accordo sulla Sicurezza Collettiva non può reggere il paragone non soltanto con l’Accordo di Varsavia, ma anche con le Forze Armate dell’URSS. Tuttavia la linea geopolitica di questa impresa è estremamente importante. Se sforzi organizzati e costanti verranno spesi in questa direzione, lo status strategico dell’Eurasia potrà crescere in misura sostanziale. Certo, non dobbiamo peccare di eccessivo ottimismo: il potenziale militare aggregato dei paesi dell’Accordo è assolutamente inadeguato alla competizione con la potente NATO. Ma, del resto, non è questo il compito che esso si pone. Ciò che conta è semplicemente consolidare in passi concreti la volontà geopolitica della futura rinascita, esprimere la determinazione a rafforzare e difendere la propria sovranità strategica. E questo è in sé già moltissimo. Un’ultima osservazione. E’ in agenda la questione di un sistema comune di “Sicurezza Eurasiatica”. Questo tema va ben oltre la dimensione dell’attuale “Accordo” e la dimensione del complesso dei paesi CSI. Nelle attuali condizioni planetarie, Sicurezza Eurasiatica presuppone da parte della Russia un sistema flessibile di alleanze ed accordi con la forze più diverse dell’Occidente come dell’Oriente. Unione Europea e Giappone possono essere considerati i limiti continentali dell’integrazione strategica dell’Eurasia. I paesi asiatici – Iran, India, Cina – rientrano già per natura nel novero dei diretti associati. E l’ampliamento del numero dei partecipanti alla Organizzazione dell’Accordo sulla Sicurezza Collettiva, in specifico ad altri paesi CSI, ad alcuni paesi Est-Europei e alla Mongolia, rappresenta in generale una questione urgente. Nessuno vuole affermare che l’integrazione Eurasiatica sia qualcosa di semplice e facile. Creare e costruire è sempre più difficile che rovinare e distruggere. E comunque è necessario ammettere che tutte le precedenti varianti strategiche della geopolitica Eurasiatica, nonostante i molti pregi, avevano un enorme difetto: hanno fallito, si sono dimostrate effimere, non sono state all’altezza del compito storico di un’affidabile integrazione geopolitica del continente. Questo appare con evidenza nella limitatezza della filosofia Sovietica e nella palese inadeguatezza geopolitica dimensionale del blocco Eurasiatico nelle sue precedenti configurazioni; alcuni geopolitici europei (in particolare Jean Thiriart e Jordi von Lochhausen) da molto tempo avevano previsto che il destino dell’Accordo di Varsavia, nei suoi confini di allora, era storicamente segnato. La sola via di salvezza per l’URSS (e prima di allora per l’Impero Russo) sarebbe stata la neutralizzazione dell’Europa (e del Giappone) e uno sbocco verso i mari caldi del sud: solo in tal caso il polo Atlantico sarebbe stato in un modo o nell’altro sopraffatto. Ma questo venne impedito dalla filosofia, fosse essa marxista, nel caso dell’URSS, o coloniale-zarista, nel caso dell’Impero Russo. Ad un certo momento sarebbe stato necessario sacrificare o la sovrastruttura ideologica o la geopolitica. Ahimè, nel XX secolo l’élite politica russa (sovietica) non volle sacrificare la propria filosofia. Per questo abbiamo pagato un prezzo. Ma non abbiamo il diritto di ripetere il loro errore.

    (Rossiiskaja Gazeta, 4 Luglio 2002, n.120 (2988); http://www.rg.ru, trad. M. Conserva)
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

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    Aleksandr Dugin

    ASPETTI GEOPOLITICI DEL SISTEMA FINANZIARIO MONDIALE



    1. Valuta mondiale di riserva: la genesi
    Domanda: l’attuale moneta mondiale di riserva – il dollaro – è il risultato di un insieme di processi puramente economici? La risposta univoca è: NO. Come è accaduto che proprio il dollaro sia giunto a svolgere tale ruolo? E’ evidente che l’evoluzione dell’economia, ed in particolare del sistema finanziario, perno dell’economia contemporanea, procede entro un contesto multidimensionale. Passiamo rapidamente in rassegna le tappe dell’ascesa del dollaro ad una posizione di sovranità.

    2. Le tappe dell’ascesa degli USA
    Gli USA hanno incominciato a muoversi sistematicamente verso una posizione egemone nel mercato mondiale già a partire dal 1919. Secondo il belga Luc Michel (Nazionalismo economico contro l’economia mondiale, Elementy, n.4, 1993): «I primi concorrenti che fu necessario superare furono gli Inglesi, la cui presenza politico-economica si estendeva sull’intero pianeta. Le operazioni degli Americani si succedettero l’una all’altra. Le basi militari inglesi sparirono dalle Bermude, Giamaica, Antigua, Bahamas, St.Lucia e St.John’s, ed al loro posto apparvero basi militari americane. Anche in Islanda e Groenlandia fecero la loro comparsa gli americani, sebbene in precedenza questi paesi si trovassero entro la sfera di influenza inglese. Gli USA concessero all’Inghilterra enormi crediti (gli interessi sui quali erano già somme favolose), ricevendone l’accesso alle sfere finanziarie e commerciali chiave. Consolidamento dell’alleanza politica con il Canada, controllo sui capitali inglesi collocati presso imprese americane, infiltrazione a Singapore, nella costa occidentale dell’Africa e fino al Golfo Persico (isola del Bahrein)… La vicenda arrivò persino ad una inaudita interferenza negli affari di uno stato sovrano — il rappresentante del presidente Roosevelt, Harry Hopkins, presenziava alle sessioni riservate del gabinetto ministeriale inglese. Il processo di “decolonizzazione, stimolato dagli Stati Uniti, fu in realtà la via dell’instaurazione dell’egemonia continentale Americana. Nel 1945 i massimi vincitori della guerra mondiale furono gli USA. L’unico concorrente degli USA, l’Unione Sovietica, era stremata da una guerra durata cinque anni sul proprio territorio e indebolita dalla perdita di milioni di vite. Oltre all’evidente divisione del mondo fra USA e URSS e all’asservimento dell’Europa occidentale da parte dell’America, Jalta significò anche la “defenestrazione» degli alleati “europei” dalla scena politica mondiale (Churchill mise in rilievo proprio questo). Da quel momento gli USA dominarono incontrastati nel mercato mondiale. Non restava loro altro da fare che rimodellare questo mercato mondiale a propria immagine e trarne il massimo vantaggio». «Nel 1944 tutti gli economisti occidentali, tanto liberali quanto marxisti, prevedevano una inevitabile crisi dell’industria americana, legata ad una inevitabile ristrutturazione dell’economia con il passaggio dalla guerra alla pace. E a dispetto di queste previsioni, accadde qualcosa di completamente opposto. Grazie all’espansione economica degli USA in Europa ed ai giganteschi investimenti previsti dal piano Marshall, gli americani salvarono la loro posizione, preparando per se stessi un eccellente futuro mercato di smercio. l complesso militare-industriale, che nella logica delle prognosi economiche, avrebbe dovuto diventare un intralcio allo sviluppo economico e industriale, divenne al contrario il fattore garante del successo. Nessuno si aspettava che il periodo del dopoguerra si sarebbe rapidamente volto verso la guerra fredda. Assumendo su di sé la responsabilità a livello planetario della lotta contro il comunismo, gli USA si sostituirono definitivamente all’Inghilterra nel mondo capitalistico, facendo della propria potenza militare il principale garante della stabilità economica. Poco alla volta, grazie alla preminenza del settore militare-industriale gli USA poterono definitivamente sbarazzarsi dell’ultima crisi borsistica del 1929. Il livello della disoccupazione si ridusse di 4,5 volte in rapporto all’anteguerra, officine e fabbriche lavoravano al 100% della propria capacità (prima della guerra: al 75%). Metà dei profitti mondiali appartenevano ora esclusivamente agli USA. L’America poteva ora imporre nel mondo un ambiente economico tale da risultare vantaggioso anzitutto per se stessa. Grazie alla “guerra fredda” gli USA non incontrarono alcuna difficoltà di ordine morale o politico a rimodellare l’economia mondiale in conformità ai propri schemi». (Dominic Barukh, La riconversione della produzione americana). Nel 1945 gli USA avevano raggiunto gli obiettivi che si erano proposti agli inizi del XIX secolo. Come non ricordare le parole del senatore Beveridge, araldo dell'imperialismo americano alla fine del XIX secolo: « Il destino ha predeterminato la nostra politica – il commercio mondiale deve essere nelle nostre mani. Le nostre navi commerciali solcano tutti gli oceani. Abbiamo creato una flotta da guerra corrispondente alla nostra potenza. La legge americana, l’ordine americano, la civilizzazione americana regnano su tutte le rive, fino a quelle più lontane ed immerse nell’oscurità dell’ignoranza e della barbarie, ma esse giacciono prospere e felici sotto il controllo di forze date a noi da Dio». François Perroux, eminente economista francese, scrisse: « I rappresentanti del liberalismo neoclassico vissero nell’epoca del formarsi delle nazioni. Nel quadro di tali nazioni, secondo la loro teoria, l’interesse economico si riduceva alla massima libertà di scambio. La divisione del lavoro fra le diverse nazioni, a loro avviso, sarebbe in teoria proprio il modo più efficace di realizzare la libertà di scambio… Ma nella pratica le concezioni del liberalismo si scontrano con la realtà economica, nella quale esiste la già formata “disuguaglianza delle strutture”, ed a causa di tale ineguaglianza le nazioni più potenti e forti mirano ad assicurare per se stesse il massimo vantaggio economico a scapito delle restanti altre».

    3. Il contenuto geopolitico del dollaro a partire dal 1947

    Se la GEOPOLITICA è responsabile del fenomeno della globalizzazione del dollaro, occorre riferirsi alla situazione durante il periodo della “guerra fredda” 1949-1991. E’ in quel periodo il dollaro è divenuto ciò che è ora – la valuta di riserva mondiale. Emergendo come polo GEOPOLITICO dell’Occidente, gli USA hanno sfruttato al massimo soprattutto in quel periodo la “disuguaglianza delle strutture”. Se nella prima metà del secolo gli USA hanno ottenuto la posizione strategica della Gran Bretagna in cambio di crediti – vale a dire, impiegando il meccanismo finanziario – nell’epoca della “guerra fredda” alla soluzione dei problemi dell’Europa e del Giappone (Asia) venne offerto non soltanto il piano finanziario Marshall, ma anche la tutela strategico-militare. Gli USA divennero un polo complessivo, con una proiezione delle proprie strutture in due terzi del mondo. Il principale elemento concettuale della geopolitica americana di questo periodo fu l’esistenza stessa dell’URSS, del campo socialista. Il «nemico comune», l’imperativo di difendersi dalla possibile «minaccia sovietica», furono gli argomenti centrali nell’organizzazione di strutture mondiali sotto il controllo degli USA. In ciò risiede anche il fondamento dell’imperialismo del dollaro: gli USA assursero al ruolo strategico (militare) di protettore dei paesi non-socialisti e di emittente di segni monetari ed ideologici. E’ importante sottolineare che in quel momento il dollaro incominciava ad acquisire una diversa qualità. L’abolizione del gold standard a seguito della crisi borsistica del 1929 fece della moneta nazionale una funzione del concreto saldo commerciale – secondo la teoria di Keynes e il “New Deal” di Roosevelt. Prosperità dei «grandi spazi economici» («isole economiche») – nelle differenti forme dello stalinismo e del nazional-socialismo europeo a partire dal convegno della Gran Bretagna di Ottawa nel 1932. In questo periodo la “valuta di riserva” non possiede una chiara espressione, dipendendo dalla congiuntura politica internazionale. Il che conduce alla seconda guerra mondiale. Dopo di questa l’economia americana non fa ritorno né al puro modello liberale dell’epoca di Roosevelt, né al modello isolazionista di Keynes. Il dollaro acquista una nuova qualità: esso diviene un’unità GEOPOLITICA, funzione del potenziale strategico e ideologico degli USA, del ruolo degli USA nel contesto mondiale. Il sistema finanziario mondiale, la funzione del dollaro in quanto valuta mondiale di riserva sono inseparabilmente legati alla concreta situazione geopolitica della seconda metà del XX secolo. Se non si considera il taglio geopolitico, analizzando i soli processi economico-finanziari, non si comprende nulla in questo campo.

    4. Modello Trilateralista e finanza

    La Commissione Trilaterale, fondata nel 1973, si pose il compito della riorganizzazione dello spazio economico mondiale in grandi blocchi sotto il controllo dell’Occidente e degli USA. Il significato geopolitico del progetto consisteva nel forzato isolamento dell’URSS con l’aiuto della “strategia anaconda”. A tale fine il mondo intero andava suddiviso in tre zone geoeconomiche – USA, Europa e regione dell’Asia-Pacifico. Lo sviluppo economico impetuoso esigeva la creazione di centri direttivi aggiuntivi, oltre agli USA, ed anche che si preparasse la legittimazione di nuove strutture di direzione globale (ad esclusione dell’URSS). Alle tre regioni geoeconomiche designate in quella sede non era attribuito uguale significato: in posizione privilegiata era la regione Americana, le altre due restando ausiliarie. L’iniziativa della Trilaterale proveniva da Rockefeller e George Franklin, allora dirigenti del CFR. Là vennero per la prima volta decisi il processo di unificazione europea e dell’introduzione delle valute dell’Europa e dell’Asia-Pacifico. Le valute ausiliarie vennero chiamate a favorire l’omogeneizzazione economica degli spazi corrispondenti, integrandoli in paradigmi economico-finanziari tali da assecondare al massimo e consolidare la posizione privilegiata degli USA, basata sulla «disuguaglianza geopolitica delle strutture». L’euro e il potenziale “yen dell’Asia-Pacifico” sono essenzialmente progetti della Commissione Trilaterale. Fra l’altro, la perestrojka cinese prese l’avvio negli anni ’80 proprio con contatti del governo cinese con il rappresentante della Trilaterale George Bertwin, a capo dell’ufficio europeo. Al dollaro come valuta mondiale di riserva, provvista di un insieme di obblighi geopolitici assunti dagli USA e, di fronte agli USA, da altre potenze, si progettava di affiancare due valute di riserva macro-regionali complementari. Un processo non rapido, ed ancora in corso.

    5. Sincope : il crollo dell’USSR, l’inattesa e straordinaria sfida dell’unipolarità

    La Commissione Trilaterale presupponeva un lento strangolamento dell’URSS, con il graduale assorbimento dell’URSS entro la logica dell’atlantismo e l’agevole riconversione dei settori dell’Eurasia Sovietica nella zona di influenza delle tre regioni macroeconomiche. In questo senso il futuro euro, il dollaro e l’ipotetica valuta asiatica sarebbero serviti da strumenti di graduale coinvolgimento dell’economia dell’URSS nel sistema mondiale, con il graduale disinnesto delle strutture del campo socialista. Anche questo processo venne avviato sotto la diretta influenza della Trilaterale e dei suoi rappresentanti gorbacheviani a Mosca alla metà degli anni ’80. Ma alla soglia degli anni ’90 accadde l’imprevedibile: in luogo del graduale ciclo di convergenza ed integrazione dell’URSS, questa improvvisamente si dissolve da sé ed avvia unilateralmente un attivo processo di autoliquidazione. Il rublo venne svalutato, per cui senza mezzi termini venne agganciato al dollaro. Gli USA vennero direttamente coinvolti nel sistema finanziario post-sovietico. In parallelo a ciò si autoliquidava rapidamente il principale elemento della mappa geopolitica del mondo della “guerra fredda”, la cui stessa presenza costituiva il massimo elemento portante, sul piano concettuale e strutturale, dell’intera costruzione geopolitica su cui, fra l’altro, si basava il dollaro. ncontrando al posto della chiaro e prevedibile «avversario sovietico» un “buco nero” imprevedibile, caotico, irrazionalmente aggressivo, non contemplato in nessuno dei graduali progetti economico-finanziari positivi, gli USA si trovarono inaspettatatamente un una situazione nuova.Questa nuova situazione geopolitica coinvolgeva gli USA in un processo di accelerata, straordinaria unipolarità. Nell’economia USA questo si accompagnava al surriscaldamento del mercato delle alte tecnologie, alle piramidi finanziarie, all’ascesa del settore puramente finanziario a scapito del settore reale. Anche il Complesso Militare-Industriale, fondamentale nel sistema economico degli USA, si trovava di fronte ad una situazione nuova, nettamente distinta dalla precedente.

    6. Il nuovo ruolo dei settori geoeconomici

    L’imprevedibile ritmo di liquidazione e disintegrazione del polo geopolitico sovietico (= eurasista) creava una nuova situazione sulla mappa geopolitica complessiva del mondo, e correlativamente gettava una nuova sfida al sistema finanziario degli USA. Tale sistema da quel momento avrebbe dovuto avviare la realizzazione accelerata dell’unipolarità, ossia della globalizzazione. Alcune degli stadi pianificati in precedenza scomparivano. Conseguentemente, sorgeva in linea di principio una situazione nuova ed inattesa: il dollaro era costretto a diventare valuta mondiale di riserva rapidamente e senza passaggi intermedi, gli USA acquisivano l’egemonia incontrastata sul piano strategico, maturava l’esigenza di una rapida ristrutturazione delle istituzioni internazionali – ONU – che riflettevano gli equilibri della pace di Jalta, l’America era costretta precipitosamente a servirsi della «disuguaglianza delle strutture». Questo si manifestò sotto la direzione dei democratici dell’amministrazione Clinton. La «fine della storia» di Fukuyama era venuta troppo presto. Si creavano problemi economici e logistici di grande rilievo. In generale: gli USA non erano pronti ad assumere dall’oggi al domani il ruolo di globalizzatore unipolare. Questo si esprimeva - nella comprensione politica di questo stesso fatto da parte degli americani (la vittoria di Bush jr); - nella crisi del mercato surriscaldato nello stile delle piramidi finanziarie, con lo scivolone degli indici NASDAQ e Dow Jones; - nell’approssimarsi della catastrofe del dollaro quale valuta mondiale di riserva; - nell’impreparazione dei soggetti geopolitici fondamentali ad inserirsi nella globalizzazione nei nuovi tempi e modi degli USA. L’assenza del polo eurasista, la trasformazione dell’Eurasia in un «buco nero» generava problemi geopolitici non valutati in una prospettiva di breve periodo. La presenza di un’opposizione convenzionale, formale e prevedibile a medio termine da parte dell’Eurasia rappresentava l’elemento principale della strategia americana nella prima metà del XX secolo. Rimosso tale elemento, l’intera costruzione era messa a repentaglio. L’assenza di una formale e limitata minaccia ad Oriente cambiava radicalmente sia il significato geopolitico dell’Unione Europea, sia il correlativo ruolo e missione dell’euro. L’Unione Europea si sviluppava non in condizioni di scontro con l’URSS, come si era supposto – e questo argomento era stato decisivo nel modellare la conservazione dell’influenza americana in Europa, anche dal punto di vista della visione finanziaria – bensì proprio nel momento dell’autoliquidazione dell’URSS. Di conseguenza, essa assume una funzione completamente diversa, rivelandosi un potenziale soggetto geopolitico a livello planetario. L’introduzione dell’euro acquista un significato diverso. In linea di principio, si tratta di una sfida al dollaro in quanto valuta mondiale di riserva. Il nuovo ingresso dell’Europa sulla scena della storia è gravido dei più seri scossoni per la globalizzazione nella sua forma unipolare. Si impone la variante dell’integrazione «regionale o continentale» o della globalizzazione multipolare, il che in entrambi i casi va contro quel processo in cui, come trascinati da una valanga e indipendentemente dalla propria volontà, sono oggi coinvolti gli USA. Qualcosa di analogo è vero anche della regione dell’Asia-Pacifico. Qui si somma il fattore Cina. Ma anche il solo euro e l’Unione Europea erano sufficienti perché il dominio unipolare degli USA ne venisse seriamente scosso, e conseguentemente venisse indebolito il dollaro e gli strumenti del sistema finanziario internazionale ad esso legati. Nella misura in cui il dollaro è legato alla geopolitica mondiale, e non soltanto all’economia USA, un mutamento nello schieramento di forze in quella sfera automaticamente comporta un mutamento radicale nella funzione del dollaro. Il dollaro cambia la sua natura, e da qui la sua funzione di valuta mondiale di riserva perde il suo carattere di evidenza. Gli USA devono definire ex novo il proprio ruolo nel mondo e in relazione a ciò rifondare sulla nuova mappa geopolitica la funzione della valuta mondiale di riserva – il dollaro. L’estrema difficoltà di tale compito è fuori discussione. L’intero sistema economico degli USA è fondato sulla ridistribuzione globale del lavoro nella condizione schumpeteriana della «disuguaglianza delle strutture». La trasformazione di questo sistema reca con sé serie conseguenze. Lo stesso è possibile affermare in relazione alla «nuova economia», con i settori finanziario-borsistici sovrasviluppati. Gli attori paradigmatici reali, che sono invariabilmente rimasti fuori del quadro della «new economy», ma che predeterminano le fondamentali tendenze di base dei mercati finanziari (esteriormente rappresentati come indipendenti dai fattori non di mercato, staccati dai fondamentali del calcolo economico) sono proprio la geopolitica e l’univoco dominio degli USA. Il carattere ludico di queste tendenze è il mito per i «proletari della borsa valori», semplici brokers che non vengono ammessi al di là delle quinte della finanza. dove siedono non soltanto speculatori di successo, ma esperti del CFR, del Bilderberg Club e della Trilateral – come George Soros. E’ qui che vengono stabilite le regole del gioco. Il collasso delle borse o delle valute nazionali non è una questione di brillanti operazioni, ma di piani dettagliatamente elaborati e preparati.

    7. Il tentativo di mettere un freno alla globalizzazione: il vicolo cieco concettuale di George Bush jr.

    Il rafforzamento dei settori europeo e dell’’Asia-Pacifico, l’emissione di una solida valuta regionale legata alla geopolitica non globale, ma continentale o insulare (indicativo, da questo punto di vista, il nuovo – cauto – riferimento al keynesismo delle moderne socialdemocrazie) restringe la funzione degli USA. Questa necessità è soddisfatta – almeno in parte – dall’amministrazione Bush jr. Bush jr. rappresenta il tentativo di frenare la globalizzazione. Ma questo non serve a risolvere i problemi alla radice – la geopolitica americana è in “surriscaldamento”, overheated, l’impero americano è in “sovratensione”, overstretched. Siamo ad un vicolo cieco concettuale: gli USA non possono non proseguire in un’attiva globalizzazione unipolare, ma non sono in grado di proseguire. Esattamente lo stesso vale per il dollaro: gli USA non sono in grado di mantenere il dollaro come valuta mondiale di riserva, ma non possono rifiutare questa funzione del dollaro. Siamo ad un paradosso – la scomparsa del nemico (URSS) ha posto il vincitore in una situazione svantaggiosa. Una tipica vittoria di Pirro.

    8. Il secondo avvento dell’Eurasia

    L’originario progetto della Commissione Trilaterale fu steso allo scopo di liquidare gradualmente ma inesorabilmente l’URSS (Russia), smembrandola. Al contrario, l’URSS si è dissolta non gradualmente ma bruscamente, è divenuta un “nulla” geopolitico, ha dato impulso (almeno potenzialmente) all’esistenza storica dell’Europa e dell’Asia. In futuro il destino della Russia-Eurasia sarà direttamente legato al destino degli USA e, conformemente a questo, al destino del dollaro. Il collasso del signoraggio americano darà alla Russia una straordinaria occasione di rinascita. Ma questo potrà essere conseguito solo mediante l’attuazione di un’adeguata strategia geopolitica nei confronti dell’Europa e dell’Asia. Se la Russia getterà il suo restante potenziale strategico – ivi incluso quello logistico e nucleare – a sostegno di tutte le alternative al globalismo unipolare, la storia ha una chance di continuare, e il crack del dollaro diverrà il crack della grande schiavitù geopolitica dell’umanità sotto il dollaro.

    Febbraio 2001

    Nota

    Trilateral Commission L’ultimo stadio dell’organizzazione della rete segreta del mondialismo fu la creazione della Commissione Trilaterale, che riunisce la “crema” del Council on Foreign Relations e del Bilderberg Club. E’ detta Trilaterale dal numero dei partecipanti fondamentali: USA, Europa e Giappone. Il centro della Trilateral Commission è situato negli USA (345 East 46th Street, New York). La sua fondazione ebbe luogo nel luglio 1973. Ma la decisione venne approvata nel consiglio riservato del novembre 1972 dal presidente della Chase Manhattan Bank David Rockefeller (leader del Bilderberg Club ed ispiratore del Council on Foreign Relations), da Max Konigt (vice presidente del Comitato per l’integrazione dell’Europa ‘Jean Monnet’) e George Franklin, formalmente capo del CFR. Il primo grandioso successo della Trilateral Commission fu quello di portare alla presidenza J. Carter, assoluto sconosciuto fino alla vigilia delle elezioni. Eletto presidente, Carter collocò alle massime istanze del potere membri della Trilateral Commission: Walter Mondale, Cyrus Vance, Harold Brown, Zbigniew Brzeszinski, Michael Blumenthal, Richard Cooper, Anthony Solomon, Samuel Huntington ecc. In proposito la rivista americana Penthouse nel novembre 1977 scriveva: «Sarebbe scorretto affermare che la Trilateral Commission dirige il governo Carter. La Trilateral Commission è anche il governo Carter». Il senso dell’operato della Trilateral Commission, e ugualmente dell’intero mondialismo, può esprimersi con le parole di James Paul Barbourg, pronunciate di fronte al senato americano il 17 febbraio 1950: «Che lo vogliate o no, avremo un Governo Mondiale. La sola questione sarà se ciò avverrà tramite il consenso o la violenza». (L. Okhotin, La minaccia del mondialismo, Den’ 1991).
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

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    Predefinito Storia d'Eurasia

    Non tutto quel ch'è oro brilla,
    Nè gli erranti son perduti;
    Il vecchio ch'è forte non s'aggrinza
    E le radici profonde non gelano.
    Dalle ceneri rinascerà un fuoco,
    L'ombra sprigionerà una scintilla,
    Nuova lama ora rotta,
    E Re quei ch'è senza corona

    (J.R.R. Tolkien)

    Con il termine di "Indoeuropei" si suole indicare la comunità di cultura, religione, etnia, lingua, che, tra il 4500 e il II millennio a.C., ad ondate successive, colonizzò gran parte dell'Europa e dell'Asia centro-meridionale. Da essa si originarono i cosiddetti popoli storici: Germani, Celti, Greci, Latini, Indiani vedici, Iraniani ecc. Sebbene l'unità linguistica indoeuropea (Ursprache) sia stata ricostruita solo attraverso il lavoro degli studiosi, e il problema della patria di provenienza (Urheimat) permanga aperto - sono state proposte con varia fortuna l'India, l'Asia minore, i Balcani, le regioni baltiche, la Russia meridionale ecc. - gli elementi che permettono di giustificare tale assunto sono notevoli. Tra questi risaltano le parentele linguistiche, testimoniate dai numerosi vocaboli aventi l'etimo in comune e che investono diverse aree d'interesse (le istituzioni, la famiglia, l'agricoltura ecc.), e la così detta ideologia tripartita, ossia la suddivisione della realtà esistente all'interno di tre funzioni specifiche: sacrale, guerriera, produttiva, che si ritrova consapevolmente come tale soltanto presso i popoli di stirpe indoeuropea.
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

  6. #16
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    Giovanni Luigi Manco

    DA DOVE PROVENIVANO GLI IPERBOREI?



    L'alba dalle rosee dita che fuga le tenebre, il primo annuncio, il momento primigenio di una grande esperienza resta sempre nella memoria come un'orma sacra. A volte l'inizio è un passato troppo remoto, lontano per essere ricordato, eppure qualcosa si trascina nel tempo, un barlume, un segno, e quello si custodisce, vivifica, completa con la fantasia per il bisogno dell'Io di ritornare a se stesso, riprendersi nel tempo. Gli echi dell'inizio in sé si completano nel mito che è fantasia ma pure realtà autentica. Memoria e figure disegnate da vibrazioni profonde, invisibili eppure possenti. Il mito elabora, non nasconde. Così nei discendenti degli iperborei, degli iniziatori del discorso umano, i miti della patria ancestrale, posta nell'estremo nord d'Europa, ripetono in ambienti diversi, la medesima storia. La terra degli avi divinizzati, gli Asen, nella tradizione nordico scandinava è la 'Terra Verde', cioè la Groenlandia, da Grunes (verde) e lend (terra), senza neppure sospettare che ove oggi si stendono pianure e montagne di ghiaccio, un tempo, prima dello spostamento dell'asse terrestre, c'era il verde dei prati e la vita dell'uomo. Le tradizioni celtico-irlandesi parlano invece della divina razza dei Tuatha de Danam, discesa dall'Avallon, mitica terra nordica. Anche nella tradizione Aryo-Iranica la terra dei padri remoti è una regione dell'estremo nord. A questo proposito, sulla base dei testi vedici, uno studioso, Tilak, scrive nel saggio 'L'origine polare della tradizione vedica', del 1903: 'Se noi leggiamo certi passaggi dei Veda fin'ora incomprensibili, alla luce delle scoperte scientifiche moderne, noi saremo obbligati a concludere che l'origine degli antenati dei popoli vedici si trova da qualche parte vicina al Polo Nord, prima dell'ultima glaciazione. La geologia e le tradizioni considerate negli antichi libri ary confermano che l'inizio dell'era postglaciale e l'emigrazione indoeuropea dalle zone artiche, che ne derivò, rimandano ad un periodo, non anteriore all'8.000 prima dell'era volgare. Sarebbe stato impossibile ai sacerdoti indiani concepire o solamente immaginare lo splendore dell'alba nella forma descritta nel Rig-Veda. Perché l'alba evanescente ch'era loro familiare, non ha niente a che vedere con l'alba artica ch'è il vero modello degli inni vedici'. Tilak, scrivendo il suo saggio, non sapeva che alle stesse conclusioni era pervenuto nel 1776 l'astronomo Jean Sylvain Bailly sulla semplice evidenza che le costellazioni descritte nei vetusti libri dell'India potevano essere state osservate solo da un popolo che aveva avuto dimora nell'Artico. Gli Elleni chiamavano Thule la patria dalle cime innevate degli avi Iperborei, nell'estremo nord, da cui migrarono i Dori guidati dal Dio Apollo. Regione posta secondo Erodoto a nord del Mar Nero. Significativamente chiamavano il mare boreale Cronide, cioè di Saturno (Cronos-Saturno), considerando che Cronos-Saturno è il re o Dio dell'Età dell'Oro cantata dai poeti greco-latini come la più antica e bella età. Nel primo dei quattro cicli, o yuga, della tradizione vedica, l'Età dell'Oro prende nome di Satya-yuga, l'età buona, vera, dove l'aggettivo ya, vero, è connesso a sat, l'essere; così come il suffisso urnus unito a sat dà il nome di Saturnus. Una tradizione ben viva ancora oggi se si pensa all'autentica portata del mito di Babbo Natale nella ricorrenza delle feste Saturnali e del dio solare Mitra, il 25 Dicembre. La tradizione vuole che in detto periodo non ci siano servi e padroni, si sia tutti uguali. Il servo siede alla stessa tavola del padrone. Un modo per evocare la comune origine. Di ricordare e celebrare gli avi comuni. Babbo Natale è lo spirito degli avi, il padre dei natali delle genti iperboree. Veste di rosso siccome padre primigenio, datore di vita. Il rosso, colore del sangue, è il colore della vita. Il suo spirito è là, tra le montagne innevate della patria originaria, e da là muove simbolicamente nel solstizio d'inverno (festa del sole, di Mitra), per assicurare la germinazione delle messi dorate nel grembo della terra. Le strenne natalizie si donano chiuse nei pacchi di cartone, in parallelismo simbologico ai semi chiusi nella terra. Anche il più antico e tradizionale dolce delle feste saturnali, a forma di ceppo, rimanda ai culti antichi del fuoco sacro. Un modo di appellarsi agli avi contro le incertezze del domani. Un'occasione per ristabilire vincoli, sentimenti di solidarietà, ricordare la potenza dell'origine come conferma, certezza del domani. Non casualmente alle feste saturnali segue per i latini il mese dedicato a Giano, il Dio bifronte. Gli uomini delle fredde terre d'Occidente, tra 40.000 e 10.000 anni fa, nel 'Paleolitico superiore', vivevano una condizione per molti versi evoluta, benché limitati dalle condizioni naturali. Nelle pianure innevate della Moravia, nelle regioni inospitali che non lasciavano alternativa all'economia di caccia al mammuth, si inventano le fornaci per cuocere vasi e figure di terracotta, ad opera probabilmente delle compagne e figlie dei cacciatori. Sempre nel Paleolitico superiore, nel nord Europa, si sviluppano le prime industrie 'in serie' di gioielli (perline in osso e avorio) e la prima scultura artistica. L'Europa era allora molto diversa. La gran Bretagna faceva parte del continente, unita alla Francia, ed era molto più estesa. In terra d'Europa fiorisce la prima civiltà nel senso proprio dell' espressione, caratteristica per costumi, senso del sacro, concezioni astronomiche. Il suo iniziarsi può farsi coincidere con la fine della glaciazione del Wurm, quando le ampie steppe popolate da mandrie d'erbivori si trasformano in foresta. E' in questo contesto che nascono le prime economie stanziali, che l'uomo comincia a scegliersi un territorio e a radicarsi in esso, quasi a piantarvisi, ricordando la derivazione etimologica, scoperta da Heiddegger, di homo da humus. Resti di cucina e tumuli di rifiuti fossili di questi insediamenti sono stati ritrovati sulla costa nord atlantica ma anche in Spagna e Portogallo. Il reperimento in questi siti sempre degli stessi strumenti, come un tipo particolare di piccone, lascia presumere il loro collegamento con la cultura megalitica, con i primi complessi monumentali dell'umanità: menhir e dolmen. Significativamente talvolta i megaliti sono sistemati tra loro in modo da formare pareti a tettoia che ricreano il luogo deputato alla vita del paleolitico, la caverna. Continuità fra preistoria europea e civiltà megalitica è anche provata da immagini incise sulla pietra dei megaliti. I menhir, la cui altezza varia dai due ai dieci metri, mentre il peso è anche di 200 tonnellate, in Irlanda, Inghilterra e Scozia sono spesso disposti in circolo e chiamati cromlech. Fra i più importanti quelli di Averbury e di Stoehenge. All'estremo settentrione della Scozia si trova un gruppo di isole, le Orcadi, famose per le rovine megalitiche. Ebbene, la più grande isola, Mainland, è chiamata dagli abitanti Pomona, nome una delle divinità più antiche e misteriose della Roma arcaica, ed è sempre nella simbologia della Roma arcaica che i sette colli rappresentano lo specchio terreno dell'Orsa Maggiore, la costellazione boreale, dove il Palatino rappresenta la stella Polare. Corrispondenze che spiegano l'intento di ricreare attraverso il simbolismo geo-astronomico la patria delle origini. A Stonehenge le ultime rilevazioni scientifiche hanno datato i buchi per pali a 8.000 anni p.e.v., mentre la posa in opera dei megaliti a un periodo compreso tra il 2900 e il 1500 p.e.v.. La civiltà dei megaliti è accertata dal V millennio. Dal 3800 al 2500 si estende su un vasto territorio che va dalla Gran Bretagna al Portogallo, alle isole egee, alle Puglie, Sicilia, Malta, Sardegna, Corsica. Per un utile raffronto si pensi che le prime piramidi egizie risalgono alla seconda metà del III millennio, mentre i palazzi minoici al II millennio. Nel V millennio solo il popolo che viveva nel nord Europa, gli iperborei, era uscito dal buio della preistoria, dotandosi di una stabile organizzazione sociale, onorando i propri morti, venerando il principio divino, fonte e datore di vita. Lo scrittore greco Pausania ricorda un menhir nella Grecia del II secolo p.e.v., che prefigurava una divinità. Ancora più attendibile la testimonianza dello storico Diodoro Siculo, nel primo secolo p.e.v., il quale riferisce che in Gran Bretagna si adorava il dio sole in un tempio circolare (Stonehenge?). Scrive inoltre che grandi pietre erano oggetto di culto in varie parti della terra. I defunti erano deposti in tronchi di quercia, tagliati e cavati all' interno. Tipica sepoltura megalitica che continua con i Celti. I druidi elessero, infatti, la quercia ad albero sacro e svolgevano le loro cerimonie nelle prossimità dei megaliti. La civiltà megalitica è rimasta a lungo viva nella tradizione popolare dell' Occidente. A Carnai, in Bretagna, sulla parete esterna di una chiesa si osserva il bassorilievo di un santo nell'atto di benedire tori sacrificati davanti a dolmen e menhir. Il toro è un simbolo che percorre tutta la cultura europea, dai megaliti di Creta, Sardegna e Malta fino alle odierne corride. E come non pensare che ancora oggi i re d'Inghilterra sono incoronati sulla pietra sacra di Wesminster? Sempre in Bretagna, fino al secolo scorso, si cospargevano i menhir di burro, miele o olio. Qualcosa del genere si fa tutt'oggi in India con il lingam. In Scozia, l'espressione gaelica per chiedere a qualcuno se andava in chiesa era 'Stai andando alle pietre?'. Un noto proverbio del Galles recita: 'Buona è la pietra assieme al vangelo'. Il popolo dell'antica patria nordica giunse a dominare molte altre regioni, fino alla Libia ed all' Egitto. Evidentemente nelle regioni mediterranee, più favorite dal clima, dà inizio a civiltà più evolute e complesse. In Egitto la religiosità continua ad essere imperniata sulla potenza fecondatrice del principio divino di cui il sole è l'ipostasi. Il supremo Dio apollineo è invariabilmente rappresentato negli affreschi, bassorilievi e statue, come ithifallico. I menhir diventano obelischi, i dolmen (celle sepolcrali coperte da tumuli di terra), diventano invece le piramidi, dalla forma delle dune del deserto. Alla fine dell'ultima glaciazione, circa 7mila anni fa, lo scioglimento dei ghiacci con l'innalzamento del livello marino sommerse vasti territori. Un' idea precisa dell'innalzamento del mare si è avuta studiando i depositi del Mar Baltico che da lago divenne un mare a causa dell'invasione delle acque dell'oceano Atlantico. Il livello del mare crebbe di 100 metri, sommergendo letteralmente villaggi e monumenti megalitici. Nell'isola di Er' Lannic, golfo del Morbihan, in Bretagna, uno scavo ha portato alla luce un circolo di pietre che si prolunga con un allineamento di menhir al fondo dell' oceano, terminando con un altro cerchio completamente sommerso. Sempre in Bretagna, a Kermic, un cerchio di menhir si trova 4 metri sott'acqua. A Malta antiche carreggiate di epoca megalitica finiscono in mare. Nel 1929 è stata individuata una grande struttura, a due chilometri dalla costa maltese, sul picco di una montagna, perfettamente spianata e livellata per far posto, probabilmente, a quello che doveva essere un edificio sacro. La spianata, di 310 metri quadri, si trova 19 metri sotto il livello del mare e i monoliti, di cui alcuni ancora in piedi, misurano 10 metri. I sacerdoti egizi attribuivano la distruzione di villaggi e templi del popolo datore di civiltà ad un castigo divino. Lo appuriamo da un Dialogo di Platone nel quale Crizia narra la fine della prima grande civiltà come l'aveva ascoltata da un suo omonimo antenato, il quale a sua volta l'aveva appresa da Solone e questi, appunto, dai sacerdoti egizi. In pratica i pionieri della civiltà, quelli cioè che si erano portati nel basso mediterraneo e medio oriente, col tempo, mescolandosi con la popolazione locale, avevano finito col degenerare, minando l'integrità della stirpe e i valori su cui questa si fondava. Dio allora vedendo spegnersi in loro l'elemento spirituale volle impartirgli un castigo affinché diventassero più saggi, colpendoli col diluvio universale. Del popolo rimasto nella terra d'origine, nel nord Europa, una parte, stanziata secondo alcuni studiosi nelle steppe orientali, altri tra le Alpi e il mar Baltico, altri ancora nelle regioni della Russia meridionale attorno al mar Nero, per motivi che non conosciamo perfettamente, cominciano a loro volta a migrare anch'essi verso la fine del III millennio. Motivi possono essere stati l'aumento demografico o gli effetti dell'esaurirsi dell'onda del diluvio dell'ultima glaciazione che aveva trasformato in aride e steppose, zone, assicurano i geologi, precedentemente umide e temperate. Un popolo avvezzo a resistere alle prove di un ambiente difficile che, primo al mondo, aveva imparato ad addomesticare il cavallo, utilizzato, oltre che come animale da tiro, anche da combattimento: circostanza destinata a dimostrarsi formidabile negli scontri in campo aperto con avversari appiedati. Grazie alla superiorità militare occupano vaste regioni e impongono le loro usanze, lingua, divinità guerriere e maschili, sostituendole o, più spesso, integrandole con quelle femminili proprie delle religioni degli agricoltori. Le migrazioni durano millenni e seguono due direttrici fondamentali: una verso l'Indo, l'altra verso l'Europa e il Mediterraneo orientale. Occupano regioni diverse e assumono nomi diversi. Ary nell'Indo, Hittiti in Anatolia, Achei e Dori nella penisola ellenica, Celti nell'Europa centrale, Latini e Osco-Umbri nella penisola italiana, Traci e Illiri nella penisola balcanica e nelle regioni italiane affacciate sull'Adriatico, Popoli del mare in Egitto, Filistei in Palestina. Quelli rimasti nelle terre d'origine acquistano anch'essi nomi diversi secondo la regione geografica: Sciiti a nord del Mar Nero, nell'attuale Ucraina, Norreni e Baltici in Danimarca e Germania del nord. Il tempo e la lontananza geografica diversifica, naturalmente, nei diversi gruppi la lingua comune. La somiglianza tra molti vocaboli consente comunque di fare luce su queste popolazioni. Sappiamo ora che appartengono allo stesso ceppo tutte quelle parole che riguardano un clima freddo, nebbioso, nevoso, il fatto poi che non compaia mai la parola 'mare' esclude che le popolazioni interessate dalla migrazione abbiano avuto contatto con le coste a nord o a sud. Il modo di riferirsi agli alberi ha fatto nascere numerose questioni tra i linguisti: sono attestate parole relative ad alberi d'alto fusto. Allevavano pecore, buoi, maiali. Tra gli animali selvatici conoscevano il lupo, il cervo, l'orso, il castoro. Sappiamo che esisteva un modo particolare di intendere i rapporti tra persone. La parola 'padre' indicava chi svolgeva una funzione di autorità e prestigio nella comunità, mentre l'espressione 'atta' o 'tata' sembra riferirsi al padre di famiglia. I termini 'fratello' o 'sorella' non indicano solo i figli degli stessi genitori ma tutti i membri dello stesso gruppo familiare come motivo di distinzione tra una gens e un'altra. Nonostante le distanze geografiche molte tradizioni continuano a ripetersi per millenni. I defunti continuano ad essere sepolti in tumuli di terra. Tumulo che in Grecia ricopre una grande struttura rettangolare, sormontata da un perimetro di pali di legno. All'interno la camera funeraria contiene i resti del defunto, insieme ad oggetti preziosi e resti di sacrifici umani e animali. Sepolture che trovano descrizione nei testi omerici. La costruzione ricorda, a un tempo, i tumuli centro-asiatici e l'assetto dei futuri templi greci. In Macedonia si seppellivano re e aristocratici in imponenti tombe sotterranee, ricoperte da grandi tumuli circolari, e costituite da edifici con volte a botte, suddivisi in un'anticamera e in una camera mortuaria, e decorati da imponenti facciate. La tomba degli sciiti era contrassegnata da un tumulo 'kurgan', simile a quella degli hittiti. Tra le sepolture celtiche più importanti spiccano quelle di Magdalenenberg, nella Foresta Nera, risalente al 550 prima dell'era volgare; la sua estensione lascia sbalorditi pensando all'enorme quantità di terra rimossa per costruire un tumulo di cento metri di diametro. In Messapia, terra arida e pietrosa, le celle sepolcrali sono coperte da cumuli di pietre. In India il menhir darà espressione a un santuario composto di un recinto contenente un albero, un palo o una pietra sacra. Il dolmen diventerà lo stupa, reliquario monumentale che ripete in mattoni e pietra la forma dei primitivi tumuli. Si costituiscono di una volta emisferica piena, poggiata su un basamento di spessore minimo e sormontati da una piccola piattaforma sopraelevata che sostiene uno o più parasoli. Un monumento circondato da una balaustra in cui si aprono da uno a quattro ingressi, ognuno munito di portico. Dei simboli più comuni e caratteristici si ricordano la spirale, la svastica, i triangoli intrecciati, o stella di Davide per l'adozione di questo da parte dell'omonimo re israelitico. Nella seconda ondata migratoria, tra quelli diretti in oriente si distinguono per primi, in termini di civiltà, gli Arya, tra quelli diretti in occidente, gli Hittiti. In India gli Arya trovano una popolazione dalla pelle scura e naso camuso, i Dasa, che riducono in schiavitù. Le donne dei Dasa diventano spesso le concubine degli ary e non pochi risultano i matrimoni misti. Solo più tardi avvertono la necessità di difendersi dalla confusione razziale e a questo scopo proibiscono i matrimoni misti e ripartono la popolazione in gruppi sociali definiti, la cui designazione, varna, colore, chiarisce il motivo razziale. Un sistema, quello delle varna-ashrama, non coercitivo ma di armonizzazione sociale modulato da regole millenarie, volte a preservare le caratteristiche individuali dal rischio dell'uniformità. Praticamente la prassi della 'teoria delle equivalenze in opposizione a quella impraticabile dell'uguaglianza' (Alain Daniélou, I quattro sensi della vita e la struttura dell'India tradizionale, 1998). Un'accentuazione delle naturali differenze tra gli esseri umani, dovute al grado di sviluppo individuale, alle caratteristiche etniche, alle attitudini morali e intellettuali. Intento riuscito solo approssimativamente per i tempi della sua adozione. I nuovi venuti parlavano il sànscrito, una lingua assai affine al greco, e in questa lingua complessa composero i Veda, che sono tra i testi religiosi più antichi della storia. Gli Arya costituirono numerosi piccoli Stati. Gli Hittiti, stabilitisi in Anatolia derivano il nome da quello della loro capitale Hattusa. Il loro impero si estende verso la Siria e la Mesopotamia. Perfezionano la metallurgia e usano per la prima volta un metallo di cui detengono gelosamente il segreto: il ferro. Sono infine sopraffatti da genti della stessa stirpe che continuano a marciare verso ovest, occupando successivamente i paesi dell'Europa meridionale e centrale fino alle sponde dell'Atlantico. Movimenti questi che interessano però solo i grandi flussi migratori, giacché gruppi limitati, magari di pochi elementi, si spingono nelle più lontane contrade del globo terrestre e ovunque fanno dono delle loro scoperte, consentendo alle diverse razze di intraprendere un autonomo, congeniale discorso di promozione umana. Tutte le civiltà al mondo iniziano da un unico centro, un'unica esperienza. Per quanto possa sembrare incredibile è proprio così. L'archeologia non fa che appurarlo continuamente, sebbene pretendesse fino all'ultimo di ritenere leggendaria la memoria di uomini bianchi all'origine delle maggiori civiltà, tanto dell'estremo oriente quanto dell'estremo occidente. La frequentazione degli iperborei e dei loro discendenti è attestata in tutte le civiltà antiche. L'invenzione della ceramica, dovuta al 23.000 p.e.v. al genio degli iperborei, è trasmessa alle genti che abitavano la mezzaluna fertile, il medio oriente, 9.000 anni dopo e da qui giunge in estremo oriente. Le più antiche ceramiche trovate in estremo oriente sono di produzione mediorientale. Benché antichi manoscritti cinesi del II sec. p.e.v. parlano dei Yuezhi e dei Wusum, nomadi bianchi che vivevano agli estremi confini occidentali, gli storici si rifiutavano di crederci, preferivano pensare a una leggenda, ma hanno potuto farlo finché le aride colline delle Montagne Celesti, nel nord-ovest della Cina, e il deserto di Taklimakan, a sud, non hanno cominciato a restituire centinaia di cadaveri mummificati, dai lineamenti chiaramente caucasici, capelli castano chiaro o biondi, nasi lunghi, occhi incassati e crani dolicocefali, risalenti a 3.000 anni fa. Mummie di una comunità nomade, proveniente dalle pianure dell'Europa orientale, che introdusse in Cina manufatti di base, come la ruota e i primi oggetti di metallo, ma anche nozioni di scienza medica. Un testo cinese del III secolo ricorda Huatuo, un medico straordinario, capace, tra l'altro, di estrarre e curare organi malati. Una delle mummie ritrovate presenta tracce di un' operazione chirurgica sul collo, e l'incisione è saturata con crine di cavallo. Insieme alle mummie si è trovato un pezzo di legno appartenuto alla ruota di un carro. La ruota era stata costruita fissando insieme tre assi di legno in parallelo e tagliandole poi in modo da formare un cerchio. Carri con ruote simili a queste percorrevano le pianure dell'Ucraina nel 3.000 p.e.v.. Un discorso a parte si potrebbe fare sulla popolazione degli Ainu nel nord del Giappone. Il nuovo continente, le due Americhe, era conosciuto molto prima di Colombo se nell'America del nord sono stati ritrovati ruderi di navi vichinghe, e nelle grandi civiltà del centro e sud America diversi manufatti archeologici europei, tra cui un giocattolo con due ruote in Perù. Circostanza strana in un continente che all'arrivo degli spagnoli mostrava di non conoscere la ruota. Anche la civiltà megalitica fiorita sulle Ande è attribuita dalla tradizione locale, come in Cina, all'arrivo di uomini bianchi, più precisamente a due figure mitiche giunte dal mare: Manco Capac e Viracocha. Il primo, proclamato re, volle per sé e i suoi discendenti l'appellativo di inca che in lingua quichua ha lo stesso significato di aryo, cioè signore. Viracocha, era ricordato e venerato come dio portato dal mare, e il suo nome significa infatti 'schiuma di mare', ed era raffigurato nelle sculture e pitture come un uomo dai tipici tratti europei con una fluente barba rossa. La circostanza lasciò allibiti gli spagnoli, poiché gli indios non hanno né pelle bianca, né barba, né capelli rossi, e non sospettavano neppure di essere stati preceduti nel nuovo continente da altri europei molti secoli prima. Avrebbero, eventualmente, più facilmente immaginato rapporti con i cinesi, data la distanza geografica e l?affinità biologica tra le due razze. I romani, e prima ancora i vichinghi, i fenici, i greci, erano già stati nelle americhe. Inca e Atzechi ricordavano ancora, al tempo della conquista spagnola, antichissime relazioni tra amerindi e barbuti uomini bianchi. Infinite testimonianze dimostrano il contributo degli europei nella formazione delle civiltà evolute. Un apporto, contributo mai venuto meno tra occidente e oriente. Sulla base della rilettura di antichi documenti del quinto secolo dell'era volgare e del ritrovamento di vasi di terracotta con disegni di soldati schierati a testuggine (tipica formazione da battaglia dei romani, nei pressi del villaggio Zhelaizhai, sul limitare del deserto del Gobi, sorgeva una città chiamata Liqian (nome usato a quei tempi in Cina per indicare il potente impero romano) e che, molto probabilmente, costituiva una colonia romana. Legionari al seguito di Licino Crasso nella campagna contro i Parti furono atti prigionieri, e poi, fuggiti, avrebbero gettato le fondamenta di una città - descritta in un libro della dinastia Han - come circondata da una doppia palizzata di legno, secondo una struttura caratteristica ed esclusiva dei romani. Un'ulteriore conferma la forniscono gli attuali abitanti di Zhelaizai, dai sorprendenti riccioli castani e occhi chiari. A spingere i romani verso l'estremo oriente era la seta, ma anche il ferro. Plinio il Vecchio sosteneva che la migliore qualità di ferro era quella prodotta dai 'seres', il nome dato dai romani ai cinesi, dal quale deriva il nostro aggettivo 'serico' e il sostantivo 'seta'. I contatti non avvenivano via terra, a causa dei Parti, acerrimi nemici di Roma, ma per via marittima. Dal Mar Rosso (i porti di Clysma e Berenice, erano collegati alle città carovaniere di Palmyra e Petra) costeggiavano la penisola arabica, toccando il porto di Cana e da qui seguivano il continente asiatico fino alle foci dell'Indo, oppure prendevano il mare aperto, toccando terra alle Maldive, dopo quattro o cinque mesi di viaggio. Uno dei grandi scali doveva essere l' antico porto di Phnam, nel delta del Mekong, dove sono state ritrovate monete romane con le effigi di Marco Aurelio e Antonino Pio. Anche fonti cinesi attestano queste spedizioni. Un documento del 166 e.v. registra l' arrivo di un'ambasciata di mercanti romani a Luoyang, capitale dell'impero, portando in dono corni di rinoceronte, corazze di tartaruga e zanne di elefante. E pensare che fino a poco tempo fa si riteneva che i romani avessero conoscenze geografiche molto limitate, addirittura di non essersi mai spinti oltre la Britannia. In realtà i comandanti di stanza in Britannia iniziarono subito dopo la conquista, una vera e propria opera di esplorazione del Mare del Nord e dell'oceano Atlantico, ritenuti i confini occidentali del mondo antico. Tra l'82 e l'84 il comandante romano Agricola, ricorda Tacito, circumnavigò la Gran Bretagna e localizzò le isole Shetland, Orcadi ed Ebridi. Una delle scoperte più interessanti è avvenuta in quella che fino a pochi anni fa era considerata l'unica terra celtica inviolata dai romani, l'Irlanda, Hibernia in latino. Nel Gennaio 1965 gli archeologi del museo nazionale irlandese scoprirono le fondamenta di un forte romano, esteso su un'area di due chilometri quadrati a Drumanagh, a meno di trenta chilometri a nord di Dublino. Dalle monete rinvenute, risulterebbe datato tra il 79 e il 138 e.v.. I dati di scavo spiegano l'accampamento militare come avamposto per controllare una piccola porzione dell'isola e proteggere la provincia di Britannia contro possibili incursioni delle popolazioni celtiche del luogo, i Pitti (pitturati di linee blu) e gli Scotti. Nel giro di pochi anni il castrum si ingrandì e divenne una testa per un'eventuale occupazione dell' isola. E' accertata inoltre la frequentazione di mercanti gallo-romani in Scandinavia ( Norvegia e Svezia). Armi, argenti e vasi in vetro romani sono stati rinvenuti, in notevole quantità, in depositi o tombe principesche nell'area dello Jutland occidentale e nel meridione di Norvegia e Svezia.
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    Der Wehrwolf

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    Herman Wirth

    LA PATRIA PRIMITIVA DELLA RAZZA NORDICA



    Di una presumibile residenza originaria della razza nordica ci sono oggi conosciuti e rimasti territori periferici, come l’Islanda, la Groenlandia, la Terra di Grinell e le Spitzbergen. Noi sappiamo, però, che queste albergarono un tempo una ricca flora, che può essere germinata già in un primo periodo terziario. Così nella terra di Grinell, situata ad 81° 45’ di latitudine nord, dieci specie di conifere, tra cui l’abete rosso e due pini selvatici; una specie di tasso; l’olmo, il tiglio, due specie di noccioli con una ‘palla di neve’, la macchia di cespugli. Nel lago d’acqua dolce viveva una ninfea e la riva era rivestita da carici e canne palustri. Ci viene incontro quindi in questa parte estrema del mondo una flora, che corrisponde al massimo con quella della parte nordica della zona temperata e che richiede una temperatura media annua di almeno + 8°, mentre questa attualmente sta colà a 20 ° sottozero. Più in prossimità vi si accompagna la flora delle Spitzbergen. Anche qui predominano le conifere, una gran quantità di pinastri, di abeti rossi, di abeti bianchi. Tra gli alberi frondiferi, a foglia latiforme si trovano pioppi, salici, ontani, betulle e faggi, querce, una specie di platano, di albero della seta, di noce, due specie di magnolie e quattro di aceri. Tre specie di ‘palle di neve’, molte di biancospino e di giuggiola formavano col nocciolo la macchia di cespugli. Nel lago di acqua dolce appare di nuovo la ninfea artica, un erba coclearia per i girini di rana ed una per le uova di Salmone, cui si associano molte canne palustri e giaggioli. La flora fossile della Groenlandia settentrionale, che indica un clima quale noi troviamo attualmente nei dintorni del lago di Ginevra, ad es. presso Montreux, con una temperatura annuale di 10°, ha un’apparenza alquanto più meridionale. Oggi la stessa regione giace a circa 70° di latitudine nord (1). La spiegazione per il violento dislocamento climatico in questa zona è data dallo spostamento del Polo nel Terziario e nel Quaternario. La carta riprodotta secondo Köppen e Wegener (2) rende chiara la situazione e la migrazione del Polo Nord riferito all’Europa. Dall’esistenza delle menzionate specie di piante e di una serie di reperti geologici ed altri reperti di storia naturale risulta per la Terra di Grinell una situazione di allora al di sotto dei 42°, per le Spitzbergen sotto i 40° e per la Groenlandia occidentale (Disco) sotto 30° di latitudine. Riguardo a ciò va considerato che nel Terziario ed anche all’inizio del Quaternario i continenti dell’America del Nord e del Nord Europa erano ancora direttamente uniti. La separazione può essersi effettuata soltanto all’incirca al tempo della principale glaciazione, allorché il continente sudamericano già da milioni di anni nel periodo cretaceo si era staccato da quello africano ed era stato allontanato verso ovest. Nella cartina della fig. 1 va quindi osservato che il reticolo delle coordinate geografiche e le posizioni del Polo sono riferite all’Europa, ma che l’America durante la maggior parte del tempo era situata più ad ovest ed a nord di adesso. Un crepaccio biforcantesi presso la Groenlandia spezzava il collegamento europeo e quello nordamericano, che esisteva ancora da Terranova oppure dall’Irlanda verso il nord. Le zone di separazione anche qui si spostavano sempre di nuovo le une dalle altre. Mentre la lingua di terra tra Terranova e l’Irlanda si spezzò solo all’inizio del Quaternario, più a nord sembra sia sussistita un’ulteriore, seconda lingua che si staccò certo solo prima della metà del Quaternario (3). I motivi di questo sino ad oggi perdurante spostamento dei continenti dovrebbero essere stati completamente chiariti attraverso la “teoria del dislocamento”, come Wegener l’ha fondata nella sua Entstehung der Kontinente und Ozeane. Lo spostamento delle singole zolle continentali, la migrazione dei poli di rotazione e degli alti e bassi della superficie terrestre sotto il livello del mare con essi connesse, furono la fatalità geologica che irruppe improvvisamente sulla patria originaria della razza nordica, che annientò o cacciò la sua popolazione, disperdendola tutt’intorno sulla Terra. La sopra effettuata ricerca delle razze e culture paleolitiche del Quaternario aveva portato all’ammissione di una dimora originaria della razza nordica nell’attuale regione artica. Da ciò derivò che la formazione della razza nordica stessa dovette essere spostata prima della glaciazione, cioè del Terziario. Se queste conclusioni sono esatte, allora la tremenda esperienza dell’avvicinamento e dell’irruzione dell’eterno inverno deve aver prodotto un’impressione per sempre incancellabile sugli abitanti di quella fascia di terra. La tradizione di tale catastrofe mondiale deve essersi mantenuta per millenni attraverso tutte le generazioni, come la leggenda del diluvio gondvanico nell’intera cerchia della regione oceanico-indonesiana e dell’Asia Minore. Dunque, dobbiamo imbatterci ovunque nelle più antiche tradizioni dei popoli di razza nordica sulle tracce di quella tragedia di tempi remoti dei loro antenati. Nel mito a loro comune di una fine del mondo deve anche comparire, quale fine del mondo, il ritorno dell’eterno inverno. Ma non soltanto ciò – si devono anche trovare immediate tradizioni di quel terrificante evento, che ci sappiano riferire qualcosa, anche se oscurato, sui particolari. Se noi esaminiamo le più antiche fonti scritte a noi conservate della cultura precristiana del Nord germanico, l’antica e la nuova Edda, allora l’eterno inverno ci si fa incontro più volte quale fine del mondo. Ovunque risuona come motivo di fondo il lontano ricordo di un avvenimento, che già una volta dev’essere accaduto in una remota preistoria:

    “Sale il mare in tempesta sino al cielo,
    le terre inghiottite, l’aria è fatta gelida,
    masse di neve porta l’aspro vento,
    frena la pioggia la Ruota del Fato”.
    (Hyndluljòth, 44)

    Nel Vafthrùdhnismàl, 44, Odino chiede a Wafthrùdhnir:

    “Chi degli uomini mai vivo sarà
    quando il possente inverno sulla Terra
    alfin terminerà?”

    Così anche il Fimbulvetr nel Gylfaginning, 51, è descritto quale introduzione al Ragnarök: “Cose grandi ci sono da narrare e molte. E per prima che un inverno verrà, chiamato Fimbulvetr, il grande inverno, allora turbinerà la neve da tutti i punti cardinali, il gelo sarà grandissimo e aspri i venti. Il sole non avrà più forza. Tre inverni si seguiranno e fra essi non vi sarà estate. Ma ad essi precederanno tre altri inverni…” (4). Nell’Avesta ci è però conservata nel Vendidad, I, 1-3, una immediata tradizione della terribile disgrazia della razza nordica e della sua dimora originaria. Si tratta del luogo in cui Dio (Ahura Mazda) parla a Zarathustra della creazione di quella madrepatria della razza nordica, chiara o cosiddetta ariana, Airyana Vaejah (Vaejah – “seme”), il paradiso degli Arii. D’altra parte Angra Mainya, lo Spirito Maligno, creò quale contro-creazione la rovina, che da esso sempre di nuovo in una nuova forma viene mandata ad ogni nuova patria, che Ahura Mazda dona al popolo degli Arii nella sua ulteriore migrazione.

    “1. Disse Ahura Mazda allo Spitama Zarathustra:

    2. Quale ottimo fra i posti ed i luoghi, io Ahura Mazda, creai l’ariano Vaejah della buona Daitya; ma lui (Vaejah) creò quale piaga nazionale il molto pernicioso Angra Mainya, il serpente rossiccio e l’inverno opera dei demoni.

    3. Là vi sono 10 mesi invernali, solo 2 mesi estivi, ed anche questi troppo freddi per l’acqua, troppo freddi per la terra, troppo freddi per la pianta; ed è il Centro dell’inverno e il Cuore dell’inverno; poi, quando l’inverno volge al termine, vi sono qui molte alluvioni”.

    Di grande importanza è l’ora accennata relazione dell’inverno col serpente. Come si vedrà in seguito, il simbolo del serpente invernale rossastro garantisce l’alta età della tradizione dell’Avesta, che – significativamente – coincide esattamente con le ancor oggi conservate tradizioni simbolico-culturali degli Indiani nord-americani.

    Che prima di questo inverno di Fimbul regnassero nell’Airyana Vaejah altre condizioni climatiche, sa riferire ancora Bundahish, XXV, 10-14: “Dal giorno di Ahuramazd (primo giorno) di Avanu l’inverno acquista forza e viene nel mondo e… dal giorno Ataro del mese Din compreso (9° giorno del 10° mese) viene con gran freddo verso Airyana Vaejah; nel mese di Spendarmad compresi (i 5 epagomeni) fino alla fine (dello stesso e a un tempo dell’anno) l’inverno sopraggiunge in tutta la Terra. Perciò nel giorno Ataro del Din si accendono ovunque fuochiper indicare che l’inverno è venuto”.

    I cinque mesi d’inverno in questo passo vengono anche espressamente esposti: Avan, Ataro, Din, Vohuman e Spendarmad. Altrove (XXV, 7) è detto che dal giorno di Auharmazd (il primo) del mese Farvardin compreso fino al giorno di Aniran (l’ultimo) del mese di Mitera vi sono sette mesi d’estate. Per il tempo più tardo e quello contemporaneo (Bundahish, XXV, 20) dodici mesi e quattro stagioni, e l’inverno comprendeva solo gli ultimi tre mesi dell’anno: Din, Vohuman, Spendarmad. Questa è una tradizione che è abbondantemente confermata dai reperti del Magdaleniano.

    Il II Fargard del Vendidad mostra ora il tempo dell’irruzione di quel terribile inverno, allorché il “bello Yma, possessore di buoni armenti”, il “germe di Vivahvant” regnava sul Vaejah ariano. Ahura Mazda lo aveva esortato a mantenere e custodire la sua religione (II, 3), il che fu recisamente respinto da Yma: “Io non sono fatto, non sono istruito a mantenere e proteggere la religione”. Quindi Ahura Mazda gli avrebbe così parlato: “Allora aiuta il mio mondo a progredire, accresci il mio mondo, allora devi metterti a mia disposizione quale protettore e custode e sorvegliante del mondo”.

    Ciò fa Yma e ottiene da Ahura Mazda i due poteri, la freccia d’oro e la frusta ornata d’oro: lo strale luminoso (5), il simbolo del figlio di Dio, al cui contatto la Terra si apre e si dilata, e la frusta, originariamente il ramo a tre parti, il segno “uomo”, la “verga della vita”, della fede atlantico-nordica nella luce divina.

    “8. E nel regno di Yma trascorsero trecento inverni. Dopo di che la Terra qui gli divenne piena di bestiame minuto e grosso e uomini e cani e uccelli e di rossi fuochi fiammeggianti: non trovarono più posto bestiame minuto e grosso né uomini”.

    “10. Allora Yma andò verso la luce al meriggio, incontro al sentiero del Sole: questo scorticò la Terra colla freccia d’oro; strisciò su di lei con la frusta, così parlando: ‘Cara santa Armatay! Va avanti e spanditi per poter portare bestiame minuto e grosso e uomini”. La Terra qui si espande, sì da diventare di un terzo più grande di prima. Ancora due volte avviene una simile espansione dell’impero ariano. Poiv “il raggiante Yma, possessore di begli armenti con i migliori uomini nel Vaejah ariano” organizza un’assemblea su ordine del Creatore Ahura Mazda.

    “22. E disse Ahura Mazda a Yma: ‘O bello Yma, germe di Vivahvant! Sulla materiale e cattiva umanità devono venire gli inverni e in conseguenza di ciò dapprima la nuvolaglia farà nevicare masse di neve dai monti più alti fino a profondità (quali li ha) l’Aretvi.

    23. E (solo) un terzo del bestiame, o Yma, salverà poi la vita (da tutto) ciò che vi è di più fruttifero nei vari luoghi, e ciò che è sulle altezze delle montagne, e ciò che nelle valli dei fiumi si trova di robusti edifici.

    24. Prima dell’inverno questo paese usava portare pascoli d’erbe; più tardi allo scioglimento delle nevi devono scorrere masse d’acqua e apparirà inaccessibile, o Yma, al mondo naturale colà dove si può vedere il passo delle pecore.

    25. Prepara quindi il castello, lungo un Caratav verso ognuno dei quattro lati; proprio qui raduna il seme del bestiame minuto e di quello grosso e uomini e cani e uccelli e di rossi fuochi lucenti. Predisponi poi il castello, lungo un Caratav verso ognuno dei quattro lati, quale stalla per le bestie.

    26. In questo stesso luogo lascia che l’acqua continui a scorrere per una via della larghezza di una hetra e proprio lì disponi dei prati. In quello stesso luogo disponi case e cantine e vestibolo e bastia e circonvallazione.

    27. Proprio in quel luogo porta il seme di tutti gli uomini e le donne, che siano i più grandi e i migliori e più belli di questa Terra. In quello stesso luogo porta assieme il seme di tutti i generi animali che siano i più grandi e i migliori e più belli di questa Terra.

    28. Proprio là raduna il seme di tutte (le) piante, che siano le più alte e più profumate di questa Terra. Proprio là raduna il seme di tutte (le) vivande, che siano le più gustose e profumate della Terra. (Tutti) questi a due a due rendili inesauribili, finché gli uomini staranno nel castello.

    29. Non (devono) poter (venire) là dentro (difetti, imperfezioni, vizi) come: la gobba al petto, la gobba sulla schiena, il latte materno, non la curvatura del corpo, non la deformazione dentaria, non la lebbra, con cui è collegata la separazione (isolamento) delle persone (colpite); e non (altre) piaghe, che sono un contrassegno di Angra Mainyav, (che) è introdotto nell’uomo.

    30. Nella maggior parte del territorio fa’ nove passaggi, nella intermedia sei, nella più piccola tre. Nei passaggi della (divisione) più grande raduna il seme di mille uomini e donne, in (quelli) della intermedia di seicento, in (quelli della) più piccola di trecento; e segnala (i passaggi) con lo strale d’oro e applica al castello un portale luminoso, di luminosità propria (dal di dentro)”. Yma opera dunque secondo il comando di Ahura Mazda e installa la Vara, la circonvallazione o fortezza, per preservare il seme dei migliori uomini, animali e piante dalla distruzione, che l’infausto inverno doveva portare sul felice paese.

    “38. Ed egli segnò i passaggi (della fortezza) con lo strale d’oro ed appose alla fortezza una porta luminosa, di luminosità interiore”.

    In questo passo del Vendidad Zarathustra chiede ad Ahura Mazda:

    “39. O creatore del mondo materiale, degno degli asa! Quali candelabri sono quelli, o Ahura Mazda degno degli asa, che là risplendono nella fortezza, che edificò Yma?

    40. Allora disse Ahura Mazda: ‘Sono candelabri eterni e passeggeri. Solo (una volta all’anno) si vedono sorgere e tramontare Sole e Luna e stelle.

    41. E gli (abitanti) considerano un giorno, ciò che invece è un anno”.

    Per la soluzione della nostra questione sull’origine e la patria della razza nordica, questo passo del Vendidad 2, 40-41, è della massima importanza. Gli abitatori della Vara che vengono salvati dall’inverno di Fimbul sono gli uomini eletti, vedono solo “una volta all’anno” sorgere e tramontare il Sole, la Luna e le stelle; e considerano un giorno quello che è un anno. La corsa celeste delle costellazioni qui così chiaramente descritta riserva un’unica possibilità per la determinazione del luogo di osservazione: questa può essere avvenuta solo nella regione artica. Ancora una volta vogliamo richiamare alla mente il corso degli astri, così come lo stesso si offre allo sguardo dell’uomo artico. Per tutti i popoli della razza nordica il nord è la direzione sacra, secondo cui essi si orientavano. Colà è la sede di Dio, il punto di rotazione dell’orientamento del mondo, dal quale discende il diritto, la direzione celeste dell’imperscrutabile eternità. L’indicazione, comune a tutti i popoli indoeuropei, della stella Polare come “stella guida” si richiama ad un’antichissima tradizione: antico nordico leidarstjarna (propriamente “stella del cammino”, da leid, “cammino”), anglosassone ladsteorra, inglese loadstar, lodestar, “stella Polare”, medio basso tedesco leiderstern, olandese leidstar, medio alto tedesco leitstern, nuovo alto tedesco Leitstern. Nel più antico danese si trova qui anche leding, medio b.ted. ledinge, angl. Scipsteorre (stella delle navi), inglese più antico steering star, “stella del timone”. Dopo la scoperta della bussola, l’antico nordico leidarsteinn, ingl. Loadstone, lodestone, fu formato come nome per “magnete” (6). Dalle più antiche rappresentazioni della rosa dei venti, delle direzioni celesti della bussola, il nord viene sempre riprodotto attraverso il giaggiolo stilizzato, che già nel Nord neolitico vale quale simbolo dell’albero della vita, e per sé di nuovo, come il trifoglio, per l’indicazione dell’asse celeste meridionale-settentrionale, è adoperato soltanto per il nord (7). Di quali antichissime tradizioni artico-nordiche si tratti qui, risulta da un breve confronto delle indicazioni della stella Polare presso i popoli circumartici. Presso gli Indiani Pawnee del Nebraska, la “stella che non muove” è la principale stella del cielo (8); gli Aztechi del Messico la ritenevano addirittura un essere più alto e più possente del Sole medesimo. Presso i Ciukci il dio principale è quello della Stella Polare (9), come anche a sud in Babilonia, la stella Polare è il trono del supremo dio celeste Anu. Nella poesia popolare islandese esso si chiama veraldarnagli, “ago del mondo” (10). Con ciò è da osservare che la indicazione “dio del mondo”, “uomo del mondo”, è un’antichissima denominazione nordico-atlantica del figlio di Dio e del Dio padre. Mentre nella Ynglinga Saga (c. 13) Freyr, originariamente il nome del figlio di Dio del periodo dell'’riete (serie –p-, -f-, -b-), il “Signore”, reca ancora la designazione veraldar god, nel lappone è ancora conservata la più antica denominazione del “periodo dell’alce”, veralden olma, “uomo del mondo”. La stessa designazione della stella polare la troviamo nel finnico taivaan sarana, “angelo del cielo” e pohja nael, “chiodo del fondo (del cielo)” o “del nord” (pohi, “fondo” e “nord”). Allo stesso modo presso i Lapponi esso si chiama bohinavvle, “chiodo del nord”: quando questo scorre via, il cielo cade giù, concezione che ci è tramandata anche dai Celti. I Samoiedi della zona di Turuchansk lo chiamano “chiodo del cielo”, “intorno a cui gira l’intero mondo” (secondo Tretjakov). I Korjaki lo chiamano, come i Ciukci, “stella del chiodo”. Colà, dove è il “chiodo del mondo”, si trova la punta del tronco dell’”albero dei mondi”, della “colonna del mondo”, che dunque è “inclinata verso il nord”: il chiodo del mondo rafforza la cima dell’”albero dei mondi”, della “colonna del mondo”, al cielo, quale asse del cielo. I Lapponi scandinavi chiamano la stella Polare veralden tsuold, “colonna del mondo”, i Lapponi russi alme-tsuolda, “colonna del cielo” (11), in cui alme è identico a olma, nome del dio supremo, veralden olma, “uomo dei mondi”, “dio dei mondi”. Il “chiodo dei mondi” (veraldarnagli) al culmine della “colonna dei mondi” (veralden tsuold), del sacro simbolo del dio supremo, dell’”uomo dei mondi” (veralden olma), fu da Knud Leems veduto e descritto ancora in una “colonna del mondo” lappone, presso Porsenger (12). Come presso gli Ostjachi, era una trave quadrangolare, al cui termine superiore si trovava un punteruolo di ferro, il veraldarnagli. La “colonna del mondo” stava fra i “due monti”, simbolo del solstizio d’inverno e della divisione dell’anno. (…) Torniamo alla tradizione dell’Avesta. In Vendidad, 6, 44, si chiede: “O creatore, onorevole asa! Dove dobbiamo portare il corpo degli uomini morti, o Ahura Mazda? Dove dobbiamo deporlo?”. “45. Ahura Mazda risponde: ‘Nei luoghi più alti, o Spitama Zarathustra, in modo che più sicuramente lo possano scorgere i cani divoratori di cadaveri e gli uccelli mangiatori di morti”.

    E: “49. ‘O creatore, venerabile asa! Dove dobbiamo portare le ossa di uomini morti, o Ahura Mazda? Dove dobbiamo deporle?’

    50. Allora disse Ahura Mazda: ‘Occorre predisporre per ciò una costruzione al di sopra del cane, al di sopra della volpe, del lupo, che non possa essere bagnata dal di sopra dall’acqua piovana. 51. Se gli adoratori di Mazda sono in grado di far ciò, le ossa devono essere deposte nella costruzione su un sostrato di pietra o di calcina o di argilla. Se gli adoratori di Mazda non sono in grado di fare ciò, occorre deporre le ossa per esposizione e illuminazione solare sulla terra, in modo che esse (senza un proprio supporto) costituiscano il loro proprio giaciglio e il loro proprio cuscino”.

    Per la sepoltura provvisoria il morto viene affidato nella sua casa al grembo della Madre Terra. Egli deve però sempre essere dissepolto di nuovo e affidato per il dissolvimento alla luce di Dio. Nella religione mazdea era già un grave peccato, seppellire per una metà dell’anno nella terra l’uomo morto, senza ridisseppellirlo ed esporlo alla luce (Vendidad, 3, 36). Nuovamente indicativo è qui il termine del mezzo anno, che corrisponde con la notte invernale artica. Dopo un mezzo anno, dunque, ogni morto deve essere dissepolto e l’esposizione della salma al sole deve poter avere luogo. Il corpo morto torna più facilmente alla terra attraverso la dissoluzione nella luce, che attraverso il seppellimento. Il ridiventare terra e il risorgere da essa attraverso la luce è il profondo significato cosmico di questo rito (Vendidad, 7, 45-48):

    “45. O creatore, venerabile asa! Entro qual termine una salma, per il fatto di essere stata deposta in terra ed esposta alla luce e al sole, diventa terra?

    46. Disse allora Ahura Mazda: ‘Nel termine di un anno, o Zarathustra, credente negli asa, un cadavere, (per il fatto che) è depositato sulla terra, ed esposto alla luce ed al sole, diventa esso stesso terra.

    47. O creatore, venerabile asa! Entro quale scadenza una salma, che è interrata, diventa essa stessa buona come la terra?

    48. Disse allora Ahura Mazda: ‘Dopo cinquant’anni, o Spitama Zarathustra, un cadavere sotterrato diventa esso stesso come la terra”.

    Questa è stata l’utilizzazione del più antico tipo di dolmen, del dolmen aperto, che cioè sulla sua lastra di copertura il morto fosse composto per la dissoluzione alla luce, e che poi le sue ossa imbiancate potessero essere poste sotto di lui sulla terra. Il pensiero della sepoltura sovraterrena costituisce sempre il significato fondamentale della tomba megalitica, anche nel suo successivo sviluppo. Questo porta all’identità di significato di “casa” e “tomba”. Il dolmen chiuso con entrata è la casa di neve (igloo) paleolitica tramandata quale costruzione di pietra dei popoli artico-nordici, le cui particolarità cultuali vengono ancora fedelmente conservate dai popoli subartici, da Lapponi come da Eschimesi. L’aumento e la densità della popolazione e il clima più caldo dell’ultimo neolitico deve aver ridotto sempre più per motivi igienici l’esposizione delle salme, rendendola possibile soltanto ancora per personalità eminenti. Mentre l’immediata e stabile sepoltura nel grembo della Madre Terra divenne comune. La casa-sepoltura megalitica conserva la sua disposizione e significato quale luogo di composizione della salma. Il suo ingresso è sempre orientato verso i punti del solstizio d’inverno, cioè prevalentemente sud-est, sud e sud-ovest, ma anche da ovest ad est, una ancor più antica tradizione, che risale alla metà dell’anno invernale, alla notte artica invernale.Resta l’idea fondamentale che il morto giaccia liberamente composto sulla terra e che la luce solare abbia accesso attraverso il buco nella lastra di pietra o attraverso la porta di legno. Da ciò anche la forma determinata dei geroglifi del solstizio d’inverno, che furono dati a questi fori.
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

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    Gaspare Gorresio

    UNITA' D'ORIGINE DEI POPOLI INDO-EUROPEI



    Gli studi storici presi nel più ampio loro significato e nelle più larghe loro attinenze tengono ora il campo nelle scienze morali. Le recenti e grandi rivelazioni dell’Oriente, le nuove ed ardite ipotesi delle scienze naturali, la coscienza che a certi momenti di lor vita i popoli vogliono avere di loro stessi e delle passate loro condizioni, contribuirono a suscitare, ed ora alimentano l’ardore delle ricerche storiche. Né la sola storia propriamente detta crebbe, si distese, ed allargò la cerchia delle sue indagini, ma gli studi filologici in generale, che tanta parte ora occupano nel dominio della scienza, presero avviamento ed indirizzo essenzialmente storico. La filologia comparata, raccolte e radunate le membra sparse d’una grande famiglia di lingue affini, e ragguagliati l’un col l’altro i costitutivi loro elementi, il modo di lor composizione, e le leggi del loro organismo e delle loro trasformazioni, pervenne a dimostrare con mirabile acume d’analisi la comunanza della loro origine, ed a stabilire l’antica unità delle nazioni Indo-Europee, della quale rimanevano bensì manifesti indizi, ma nessun argomento storico atto a chiarirli e a coordinarli. Né ciò solo: ma investigando quali e quanti vocaboli attenenti alla vita domestica e sociale, e indicanti un certo grado di civil coltura, avessero fra lor comuni due o più favelle d’una medesima famiglia, e come altri di quei vocaboli si trovassero poi non più comuni, ma peculiari e proprii e con forma particolare negli altri idiomi affini, la filologia comparata riuscì a stabilire con sufficiente probabilità l’ordine e la successione delle diverse migrazioni dei popoli Indo-Europei: ché è ragionevole il supporre che siano rimasti più lungo tempo uniti in comunanza di vita quei popoli e quegli idiomi che hanno fra lor comune maggior numero di vocaboli appartenenti al vivere domestico e civile, e siansi per contrario divise assai più innanzi dal comune ceppo, ignare ancora di quei vocaboli e delle cose da lor significate, quelle famiglie e quelle stirpi che dovettero poi più tardi e ciascuna da sé spartitamente crear quelle voci nella lor favella. Alla filologia comparata s’aggiunse un nuovo e potente sussidio per salire alle origini storiche dei popoli Indo-Europei, quello, voglio dire, della mitologia comparata. Nelle tradizioni delle varie stirpi Indo-Europee si ritrovano dispersi, e dove più dove meno alterati, miti, leggende, simboli che accennano ad una fonte comune, ad un semplice concetto primitivo da cui derivarono. La mitologia comparata, messasi a rintracciare con sagacità maravigliosa gli sparsi vestigi di quei miti, le schiette ed antiche loro forme e le varie loro trasformazioni, pervenne a trovarne ed a chiarirne l’origine, l’idea prima generatrice, la fonte loro comune. Questa comunanza d’idiomi e di idee, questa unità d’origine dei popoli Indo-Europei rintracciata e messa in luce nel secolo nostro sarà certamente una delle più nobili glorie della scienza moderna. Prego gli augusti Personaggi e gli illustri Signori che onorarono di loro presenza questa adunanza, la quale rimarrà memoranda negli annali dell’Accademia, che non sia loro grave che io per brevi istanti e con rapidi tratti venga delineando la recondita altezza delle origini nostre. Ai confini occidentali dell’India, in quella regione che dai cinque fiumi che la irrigano fu chiamata dai Greci Pentopotamia, dagli Aryi Sapta-Sindhu, ed oggi è il Penjab, stanziò anticamente, venti e più secoli innanzi l’era, una vasta aggregazione di famiglie e di tribù, che andate lungamente errando per le alture dell’Asia centrale, ed avuta poi più ferma e durevole sede nella Battriana e nella Sogdiana, regioni montane e liete per cui trascorre divallando l’Oxus, erano quindi discese nelle fertili e belle pianure sottoposte, rallegrate da splendido cielo, da mirabile fecondità e da limpide acque. Quelle famiglie, quelle tribù che si erano a mano a mano accozzate insieme, e che formeranno più tardi il popolo Indo-Aryo, attendevano in quei primordi dell’errante loro vita all’agricoltura e alla pastorizia. La loro lingua, che svolgendo via via il fecondo e robusto suo germe, diventerà più tardi un capolavoro dell’ingegno umano, e le cui propaggini vigorose si ramificheranno nei principali idiomi europei, era allora un complesso di monosillabi radicali, dotati di una possanza maravigliosa, determinabili in modo infinito, e fecondi di tutte le immagini della parola e del pensiero. Nel primo periodo della loro vita i popoli sono principalmente dominati dall’aspetto del mondo esterno, dall’azione possente, irresistibile dei fenomeni naturali; quindi quel sentimento intimo, spontaneo, universale di un Essere sovrano, quel sentimento che spinge gli uomini all’adorazione, al culto del divino, all’espressione del pensiero religioso, dovea di necessità in quel primo periodo di lor vita manifestarsi in modo conforme al loro sentire, volgersi ai grandi oggetti sensibili, idoleggiarli, farli divini, esplicarsi insomma nel culto della natura. Tale appunto fu il culto primitivo di quelle genti stanziate nelle regioni dell’Indo. Elle invocarono con preci, sacrifizi ed inni l’aurora, il sole, la luna, il fuoco, i venti, i fiumi; salutavano con gioia il nascente crepuscolo del mattino e lo schiarirsi del giorno, celebravano la vittoria del Dio della luce sulla nemica tenebra della notte, e scioglievano inni di grazia alle divinità protettrici, mediante il cui soccorso elle uscivano vittoriose dall’incessante lotta colle forze della natura e colle stirpi loro avverse. Nessun culto naturale, io credo, si manifestò mai con inni cosi nobili; tutto in essi ritrae dalla grandezza della natura, dagli aspetti sublimi che si offerivano a quelle vergini imaginative, dalla bellezza d’uno splendido cielo, dalla vastità dell’orizzonte profondo dei monti. La lingua di quegli inni, benché piena di forme arcaiche, di strutture più che ardite, d’un certo disordine che rivela il conato del pensiero nel trasformare in parola sensibile il verbo ideale, manifesta pur nondimeno una gagliardia ed una freschezza maravigliosa. I cantori antichi degli inni vedici s’appellavano Risci, ossia veggenti, vati; i loro nomi alludevano al loro ufficio: Madhuc’andas è il poeta dal metro soave, Jetri è il cantor vittorioso, Medhatiti è l’ospite del sacrificio, Kanva è colui che scioglie l’inno di lode. Essi erano ad un tempo poeti e sacerdoti. Mentre arde il fuoco del sacrifizio spruzzato di pingue latte, fuoco suscitato conforme ai riti col pramnathana dell’arani, ossia col fregare insieme due aridi legni (origine del gran mito di Prometeo rapitor del fuoco), il Risci capo della tribù intuona il canto solenne in faccia ai gioghi dell’Himalaya ed alle correnti dell’Indo. Le condizioni e i primordi d’una delle più antiche società che ha preceduto le nostre, e si collega per cento vincoli con esse, sarebbero nascosti in un’oscurità impenetrabile, se non ne fosse rimasto qual autorevole monumento l’innografia dei Vedi; in essi si ritrova la prima storia delle stirpi nostre. Dopo un lungo peregrinare nelle regioni dell’Indo, preludio austero alla loro civiltà futura, le stirpi Arye si andarono a mano a mano allargando ad oriente, distendendosi nei bei piani dell’ampia valle che bagna il Gange. Colà essi fermarono stabil sede, e spartiti in più centri di civil coltura, ebbero potenza e gloria, una ricca e nobile letteratura, che s’appellò sanscrita, e percorsero tutto lo stadio d’una civiltà luminosa. Ma da quel gran ceppo primitivo delle nostre schiatte, disteso fra l’Hindukus e la Bukaria, nella Sogdiana, nella Battriana, e da cui, come poc’anzi diceva, si spiccò il ramo delle stirpi Arye, più altri rami di popoli si staccarono a mano a mano, e portando con loro gli elementi del comune idioma più o meno elaborati, tradizioni, idee, credenze, simboli e miti, si diffusero ad oriente ad occidente, ad austro e a borea possenti iniziatori delle civiltà nostre. Perocché le stirpi Indo-Europee furono nei tempi antichi, come nei moderni, le stirpi espansive per eccellenza; dall’Himalaya all’Atlantico esse si sparsero per tutto con larga piena, occuparono sedi distanti e diverse, ravvicinarono coi loro commerzi e vincolarono gli uni agli altri i popoli disgregati della famiglia umana, e trovarono infine recentemente i due più possenti mezzi di propagazione e di espandimento, l’elettricità ed il vapore. Dalla Battriana, punto principale d’irradiamento, e che oggi ancora ha nome in Oriente di madre di popoli, si diramarono come da un gran centro più linee di migrazioni. Una linea tirata da quel centro e dirizzata al sud-ovest rappresenta il ramo iranico, che occupò ab antico la Persia e la Media, e v’iniziò quella civiltà e quel culto cui animò del suo spirito il Mazdaismo e che ebbero per più secoli celebrità e splendore. Una seconda linea, condotta nella direzione del lontano occidente indicherà la migrazione celtica, la prima e la più antica quella che più si allargò verso la regione occidentale occupando parte della Spagna, le Gallie, la Brettagna fino al limite dell’Atlantico. Fra questa e la prima si diffusero le stirpi che divennero famose col nome di Greco-latine e da cui uscirono due mirabili civiltà e popoli di gran nome, gli antichi Pelasgi, i Dori, gli Ioni, i Tirreni, gli Itali. Al disopra della linea celtica, salendo verso settentrione corre la linea germano-scandinava; più alto ancora la lituano-slava, per le quali si avviarono al nord dell’Europa i popoli compresi più tardi sotto quelle denominazioni. La via che ei percorsero con ordine di successione che la scienza ha saputo discernere e stabilire, è segnata oggi ancora da reminiscenze, da nomi, da indizi che ei lasciarono nelle lunghe loro migrazioni e nelle frequenti loro soste, e che rimasero prove irrefragabili del passaggio antico di quella grande fiumana di popoli. Tutte quelle genti spiccatesi da un ceppo comune dell’Asia centrale, ed allargatesi successivamente e con varia fortuna ad occupare le diverse contrade d’Europa, combattendo le razze indigene ed avverse che trovarono già stanziate in ogni parte, quelle genti sono i nostri antenati. Esse si rannodano ad una razza comune favorita oltre ogni altra dalla natura, che con forza dilatante, immensa occupò le più belle contrade della terra, che con lena indefessa iniziò i più alti e fecondi trovati di cui si onora la specie umana, e dalla quale uscirono le menti più splendide, VALMIKI ed OMERO, PLATONE e LEIBNITZ, NEWTON e LAGRANGE. Fra le molte tradizioni mantenutesi fra i popoli d’Europa, le quali, oltre all’affinità degli idiomi, accennano ad una comunanza d’origine colle genti Arye, meritano special menzione nella Grecia la teogonia d’Esiodo, i cui miti, le cui storie divine rivelano un’intima affinità colle idee Vediche, nelle contrade settentrionali le leggende, le Saghe delle Edde scandinave e della grande epopea dei Nibelungen, pieni amendue di miti, di idee e di simboli orientali; fra gli usi e i riti che confermano quell’affinità primitiva citerò il solenne sacrificio del cavallo, l’asvamedha delle stirpi Arye, celebrato pure anticamente e con riti conformi dalle stirpi germane; citerò l’uso comune agli antichi popoli Scandinavi e Germani d’ardere le donne rimaste vedove sul rogo stesso che consumava il corpo dell’estinto consorte, uso lungamente praticato dai popoli Aryi. Un recente viaggiatore inglese narra d’aver trovato oggidì ancora ai piedi dell’Himalaya, nei villaggi abitati dai Siki, tutta l’organizzazione antica della comune teutonica; egli nota nella costituzione sociale degli odierni Siki la maggior parte degli ordini propri degli antichi Sassoni, somiglianza di leggi, d’usi e d’idee, il tipo primitivo della Germania di TACITO. Ma quale fu la causa che costrinse quelle stirpi antiche ad abbandonare le loro sedi primitive e ad incominciare quel movimento di migrazioni che ho descritto poc’anzi? Lasciando da parte le ragioni provvidenziali, arcane e le teorie della filosofia della storia, credo potersi affermare che la causa principale, immediata di quel gran movimento di popoli furono le razze Mongoliche stanziate nelle parti settentrionali dell’ampia catena dell’Himalaya, dividitrice antica delle schiatte umane, e che o per angustia di spazio o per avidità di stanza migliore, riversatesi sulle stirpi Indo-Europee che occupavano la parte meridionale di quelle alture, produssero quei grandi sconvolgimenti di tribù, di famiglie e di genti, da cui dovevano uscire i popoli d’Europa. La razza Mongolica fu allora, sì come in tempi più a noi vicini, la prima e fatal motrice dei profondi scommovimenti che conquassarono e dislocarono sulla terra le stirpi umane. Uno straboccamento di quei terribili nomadi precipitò i popoli germanici sull’impero romano nei primi secoli dell’èra; un nuovo dilagamento di quei popoli conquassò il mondo nel secolo undecimo; e non sarà questo forse l’ultimo dei diluvi di quelle genti barbare e diverse. La guerra fra quelle razze e gli Aryi fu permanente, ostinata, feroce; l’attestano le leggende eroiche del vecchio Iran, le memorie vediche e le iscrizioni cuneiformi. Le recondite affinità dei popoli Indo-Europei, i loro vincoli di comune origine furono bensì già presentiti in addietro; ma la gloria d’averli messi in piena luce scientifica, e d’aver ricostrutto la storica unità delle schiatte Indo-Europee, appartiene alla scienza moderna.
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

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    Claudio Mutti

    HYPERBOREA



    Degli Iperborei, il popolo che dimorava nell'estremo Settentrione, si trova menzione presso numerosi autori dell'antichità latina e greca. La prima testimonianza risale a Ecateo di Mileto (VI sec. A. C.), che li situa all'estremo nord della terra, tra l'Oceano e i Monti Rifei. Dati analoghi, ma più ampi, vengono forniti da Erodoto, che scrive: "Aristea di Proconneso figlio di Castrobio, componendo un poema epico, disse di essere arrivato, invasato da Febo, presso gli Issedoni e che al di là degli Issedoni abitano gli Arimaspi, uomini monocoli, e al di là di questi i grifi custodi dell'oro, e oltre a questi gli Iperborei, che si estendono fino ad un mare. Tutti costoro, eccetto gli Iperborei, a cominciare dagli Arimaspi aggrediscono di continuo i loro vicini; e così dagli Arimaspi furono scacciati dal loro paese gli Issedoni, dagli Issedoni gli Sciti; e i Cimmeri, che abitano sul mare australe, premuti dagli Sciti, abbandonarono il paese" (IV, 13). Ecateo di Abdera (IV-III sec. a. C.), autore di un'opera Sugli Iperborei di cui ci son pervenuti solo alcuni frammenti, li colloca anch'egli a nord, in un'isola dell'Oceano "non minore della Sicilia per estensione". Su questa isola, dalla quale è possibile vedere la luna da vicino, i tre figli di Borea rendono culto ad Apollo, accompagnati dal canto di una schiera di cigni originari dei Monti Rifei. Altre citazioni si trovano nel primo Inno a Dioniso pseudomerico, in Pindaro, in Eschilo, in Diodoro Siculo, in Luciano. Da parte sua, Strabone colloca gli Iperborei tra il Mar Nero, il Danubio e l'Adriatico: "Tutti i popoli verso nord ebbero nome, da parte degli storici greci, di Sciti o Celtosciti, ma gli scrittori dei tempi ancora più antichi, ponendo distinzioni tra loro, chiamavano Iperborei quelli che vivevano intorno al Ponto Eusino, all'Istro e all'Adriatico" (Geografia, 11, 6, 2). Tra i latini, troviamo questo passo di Virgilio: "tale è la gente selvaggia che sotto l'iperboreo Settentrione viene sferzata dal vento rifeo e si avvolge il corpo in fulve pellicce di animali" (Georgiche, 3, 381-383). Ma la testimonianza più ricca è quella di Plinio il Vecchio: "Poi ci sono i Monti Rifei e la regione chiamata Pterophoros per la frequente caduta di neve, a somiglianza di piume, una parte del mondo condannata dalla natura ed immersa in una densa oscurità, occupata solo dall'azione del gelo e dai freddi ricettacoli dell'Aquilone. Dietro quelle montagne e al di là dell'Aquilone, un popolo fortunato (se crediamo), che hanno chiamato Iperborei, vive fino a vecchiaia, famoso per leggendari prodigi. Si crede che in quel luogo siano i cardini del mondo e gli estremi limiti delle rivoluzioni delle stelle, con sei mesi di chiaro e un solo giorno senza sole; non, come hanno detto gl'inesperti, dall'equinozio di primavera fino all'autunno: per loro il sole sorge una volta all'anno, nel solstizio d'estate, e tramonta una volta, nel solstizio d'inverno. È una regione luminosa con clima mite, priva di ogni nocivo flagello. Hanno per case boschi e foreste, venerano gli dèi profondamente e in comune, la discordia e ogni malattia sono loro ignote. Non c'è morte, se non per sazietà di vita, dopo i banchetti e nella vecchiaia colma di conforto; si gettano in mare da una rupe: questo tipo di sepoltura è il più felice (..). Non si può dubitare di quel popolo: tanti autori tramandano che essi sono soliti inviare a Delo, ad Apollo, da loro venerato tra tutti, le primizie delle messi. Le portavano alcune fanciulle, venerate per alcuni anni dall'ospitalità dei popoli, finché, essendo stato violato il patto, essi decisero di deporre le sacre offerte sui confini degli abitanti più vicini, affinché questi le passassero ai loro vicini, e così fino a Delo" (Naturalis Historia, IV, 88-91). A nostro parere, un'eco del tema iperboreo potrebbe essere individuata nella stessa Odissea. Come è stato osservato, "il primo autore classico in cui l'idea di Settentrione sembra assumere connotazioni riducibili a termini reali è l'autore dell'Odissea i cui versi danno un'idea precisa di che cosa significasse il Nord per i Mediterranei. Quando Ulisse scende agli inferi ne trova l'ingresso nel paese dei Cimmeri, oscuro e gelido. Sia della Cimmeria che di Lestrigonia, dove d'estate regna la luminosità continua, Omero aveva avuto notizia tramite i mercanti che frequentavano i porti del Mar Nero settentrionale, dove i Greci si erano stabiliti a partire dall'VIII secolo" (1). In realtà, di ciò che accade nelle zone settentrionali del globo terrestre i Greci poterono avere notizia già in età micenea, quando importavano l'ambra dal Baltico. Ma non è escluso che il decimo libro dell'Odissea abbia custodito un elemento relativo all'originario stanziamento dei popoli indoeuropei nella zona artica e subartica, così come elementi analoghi sono stati conservati dagli inni vedici, secondo quanto ha dimostrato Bâl Gangâdhar Tilak (2). A Telepilo Lestrigonia infatti, secondo quanto dice l'aedo, "rientrando il pastore chiama il pastore, e questo uscendo risponde. Qui un uomo insonne (àypnos) riscuoterebbe due paghe: una pascolando buoi, l'altra pascolando candide greggi; infatti sono vicini i sentieri della Notte e del Dì" (Od., X, 82-86). In altre parole, un pastore che fosse in grado di rimanere continuamente sveglio potrebbe svolgere un doppio turno di lavoro, perché nella terra dei Lestrigoni la durata della luce diurna è di circa ventiquattro ore. (L'immagine dei sentieri del Dì e della Notte si chiarisce in questo senso, se la confrontiamo con Esiodo, Theog., 746 ss.). Il fenomeno descritto da Omero trova riscontro in ciò che effettivamente avviene nell'estremo Settentrione; e anche il nome di Lamo (Làmos), citato nel brano in questione, richiama curiosamente, come è stato osservato, quello di Lamøy, un'isola vicina alle coste settentrionali della Norvegia (3). Infine, non bisogna trascurare il fatto che "Telepilo Lestrigonia" potrebbe benissimo significare "Lestrigonia Porte-Lontane", nel qual caso avremmo un sintagma analogo ad "ultima Tule". Un antico testo taoista, il Lieh-tzu o Vero libro della sublime virtù del cavo e del vuoto, contiene una lunga descrizione di un paese, il regno dell'Estremo Settentrione, che si trova a nord del mare settentrionale, "non so a quante migliaia o decine di migliaia di li dalle province centrali". Questo paese, in cui le condizioni climatiche sono miti ("non c'è vento e pioggia, gelo e rugiada"), "non dà vita ad uccelli e ad animali, ad insetti e a pesci, ad erbe e ad alberi". La geografia di questo paese richiama, per alcuni versi, certe descrizioni del paradiso: "Tra i quattro lati è completamente piatto ed è circondato da ripide colline. Nel mezzo del regno c'è una montagna a forma di orcio, chiamata Hu-ling, sulla cui sommità c'è un orificio a forma di braccialetto rotondo, detto Antro dell'Abbondanza, dal quale zampilla un'acqua chiamata Polla Sovrannaturale: ha un odore più forte di quello delle orchidee e delle spezie, un sapore più forte di quello del mosto. Questa sola sorgente, dividendosi, forma quattro corsi d'acqua, che fluiscono verso il basso della montagna e scorrono ad irrigare tutto il paese". Gli abitanti dell'Estremo Settentrione, prosegue il Lieh-tzu, vivono una vita felice. "Essendo di carattere gentile e compiacente, non litigano e non contendono; avendo il cuore molle e le ossa deboli, non sono alteri né servili; vivendo separati anziani e giovani, non hanno principi né sudditi; andando frammisti uomini e donne, non hanno paraninfi e sponsali; vivendo in vicinanza dell'acqua, non arano e non seminano; essendo il clima mite e uniforme, non tessono e non si vestono. Muoiono a cent'anni, senza morti premature o malattie; il popolo si moltiplica a iosa, gode di piaceri e di gioie e non conosce decadimento e vecchiaia, tristezza e dolore. Per costume sono amanti della musica e, prendendosi per mano, cantano a turno senza mai smettere per tutto il giorno. Quando hanno fame e sono stanchi, bevono alla Polla Sovrannaturale e ne sono rinfrancati nelle forze e nella volontà, se eccedono si ubriacano e tornano sobri dopo dieci giorni. Bagnandosi nella Polla Sovrannaturale, la loro pelle diviene liscia e lucida e la fragranza svanisce solo dopo dieci giorni" (4). I temi del paradiso iperboreo e dell'origine polare, attestati nelle forme tradizionali più antiche, si ripresentano congiuntamente, in modo definitivo, nella forma tradizionale più recente, quella islamica, la quale ha situato nell'estremo Settentrione la "terra celeste" di Hûrqalyâ. Questa dottrina, esposta nell'età contemporanea dalle scuole sciite shaykhî e ishrâqî, riprende il tema mazdaico della "Terra trasfigurata": infatti il geografo Yaqût affermava che il monte Qâf, la "madre di tutte le montagne" da cui parte la via polare verso Allâh, un tempo si chiamava Alborz. Henry Corbin, da parte sua, avverte che l'Oriente di cui parla la cosmologia di Avicenna deve essere cercato nella "dimensione polare", e non nell'est indicato dalle nostre carte geografiche. "Infatti - spiega Corbin - questo Oriente è il polo celeste, il 'centro' di ogni orientamento concepibile. Bisogna cercarlo nella direzione del Nord cosmico, quella della 'Terra di luce'" (5). Nel suo Libro dell'Uomo Perfetto (Kitâb al-insân al-kâmil), cAbd al-Karîm al-Jîlî (1365-1403) parla di un luogo che in Corano, VII, 44 e 46 è designato col nome di al-Acrâf ("le Altezze") e in LIV, 55 è definito "soggiorno di verità, presso un re potente". Chi dimora in questo luogo è un "desto", un "vegliante" (in arabo yaqzân, equivalente all'omerico àypnos); d'altronde il vicino paese dell'angelo Yûh, sul quale regna Sayyidn`â al-Khidr, è il paese del sole di mezzanotte, nel quale non vige l'obbligo della preghiera rituale della sera (salât al-maghreb), perché ivi l'alba precede il tramonto. "Dov'era, dove non era, di là dai sette paesi e un settimo, di là dalla Montagna di Vetro, di là dal mare di Operencia, c'era una volta..." (6) Nel motivo dei "sei paesi e un settimo" (hetedhétország) o dei "sette mondi" (hétvilág), che compare nel consueto incipit delle fiabe popolari ungheresi, il folclore magiaro ha conservato il residuo fossile di un elemento di dottrina tradizionale ampiamente diffuso nelle culture dell'Eurasia. I "sette paesi" o "sette mondi" della tradizione magiara trovano infatti riscontro nella geografia sacra dei Purâna indù, che parlano di sette dwîpa, cioè di sette "isole" continentali emerse l'una dopo l'altra. Ma il motivo delle "sette terre" è presente anche nella geografia tradizionale iranica, la quale distingue sette keshvar (avest. karshvar), sette "climi", che sono in realtà sette zone della Terra. Il keshvar centrale, che rappresenta lo spazio terrestre attualmente accessibile agli uomini, è stato a sua volta suddiviso (per esempio da al-Bîrûnî) nelle sette regioni seguenti: 1) India, 2) Arabia e Abissinia, 3) Siria ed Egitto, 4) Iran, 5) Bisanzio e mondo slavo, 6) Turkestan, 7) Cina e Tibet. Nell'esoterismo islamico, le "sette terre" rappresentano sette diverse categorie (tabaqât) dell'esistenza terrena: ciascuna è governata da un Polo (Qutb) e i sette Poli sono subordinati al Polo Supremo (al-Qutb al-Ghawth). Ai sette Poli dell'Islam (ai sette rsi dell'India, ai sette saggi dell'antichità greca ecc.) corrispondono i sette Magyar (hetumoger) di cui parlano le Cronache medioevali, i hét vezér delle tribù ugriche guidate da Árpád. Di là dai "sette paesi", di là dai "sette mondi", tra gli altri personaggi fiabeschi c'è anche il Forte Giovanni (Erös János, Erös Jancsi). In questo personaggio (che corrisponde al Batyr Ivan delle favole ciuvasse e allo Starker Hans di quelle tedesche) troviamo il riflesso fiabesco di tutta una serie di mitici "fanciulli divini", alla quale, come ha mostrato Károly Kerényi (7), appartengono anche il Kullervo del Kalevala e il Mir-susne-hum della mitologia vogula. Alcune favole raccontano che il Forte János è figlio di una vedova, come Parsifal, come Mani; altre dicono che non ha né padre né madre: come Melchisedec (Ebrei, 7, 3), che alcuni identificano con Sayyidnâ` al-Khidr. D'altronde, la figura del "fanciullo divino" allude anch'essa a un'arché; e spesso a questa arché si accompagnano riferimenti "polari" ed iperborei. In una favola il Forte János si fa obbedire da un orso che egli ha trovato nella foresta; alcune varianti spiegano l'eccezionale forza fisica del ragazzo attribuendone la paternità ad un orso. E' noto che il simbolo dell'orso corrisponde, in una delle sue valenze, al Nord: ce lo ricorda l'Orsa Maggiore, ma anche la terminologia geografica ed astronomica relativa al Nord, che in varie lingue trae origine dal greco àrktos ("orso"). Ma, secondo la tradizione indù, la settentrionale "terra dell'orso" era stata precedentemente la "terra del cinghiale", Vârâhî, perché il cinghiale (in sanscrito varâha) simboleggia la terza "discesa" di Vishnu nell'attuale manvantara, ossia nel presente ciclo di umanità. Tale cambiamento di denominazione, spiega René Guénon, sarebbe l'effetto di una rivolta della casta guerriera contro quella sacerdotale, rivolta alla quale pose termine il sesto avatâra di Vishnu, Parashu-Râma. Ora, se il Forte János si limitasse a sottomettere l'orso, il suo ruolo sarebbe identico a quello di Parashu-Râma e l'eroe della favola ungherese sarebbe una variante folclorica della figura dell'avatâra. Anzi, per rimanere in ambito ugrofinnico, János si identificherebbe con Mir-susne-hum, che insegue l'orso e lo sconfigge. Ma János riunisce intorno alla propria persona sia l'orso sia i cinghiali, quasi a dimostrazione del fatto che "i due simboli del cinghiale e dell'orso non appaiono sempre necessariamente in opposizione o in lotta, ma, in certi casi, possono anche rappresentare l'autorità spirituale e il potere temporale, o le due caste dei druidi e dei cavalieri, nei loro rapporti normali e armonici" (8). Dunque, se l'abbinamento dei simboli in questa favola non è casuale, essa dovrebbe alludere a un'epoca remota in cui tra le due funzioni esisteva ancora una perfetta armonia. Infine, un'osservazione sul nome del protagonista. Nel suo studio sulla "Dacia iperborea" (9), Geticus (alias Vasile Lovinescu) ha riportato il nome Ion (Giovanni), che secondo la sua interpretazione designa il "Re del Mondo" nella tradizione popolare romena, al nome di Janus, il dio che regnò sul Lazio nell'età dell'oro. Ma si potrebbe aggiungere che il latino Janus, indipendentemente da ogni considerazione propriamente etimologica, presenta una curiosa assonanza anche con l'ungherese János; e a questa fortuita analogia fonetica tra i due nomi si aggiunge una analogia sostanziale tra le due figure, perché tanto il bifronte Janus quanto lo János dominatore di orsi e cinghiali rappresentano un'unità primordiale non ancora dissociata nella dualità. La tesi di Geticus-Lovinescu è nota. A suo parere la Dacia sarebbe stata, in un certo periodo dell'antichità, la sede di un centro spirituale di origine iperborea; in altri termini gl'Iperborei, spostandosi dall'originaria sede settentrionale verso il sud, avrebbero sostato nel territorio compreso tra il Danubio e i Carpazi e ne avrebbero fatto una loro sede secondaria. Al fine di suffragare un tale assunto, l'autore della Dacia iperborea passa in rassegna un vasto materiale documentario, desunto sostanzialmente dall'opera di Densuçianu (10): il folclore, la toponomastica, la numismatica, le fonti greche e latine, la stessa storia dei Principati romeni secondo Geticus-Lovinescu avvalora l'ipotesi per cui la tradizione dacica sarebbe sopravvissuta fino a tempi relativamente recenti. Geticus-Lovinescu espose tali vedute in una serie di articoli che apparvero su "Études Traditionnelles" tra il 1936 e il 1937. Questi scritti hanno avuto più ampia risonanza cinquant'anni più tardi, quando, in seguito all'edizione italiana del 1984 e a quella francese del 1987, Vintila Horia ne parlò con ammirazione, mentre in Romania Virgil Candea ebbe modo di richiamare l'attenzione sull'immagine della Dacia arcaica tracciata da "B.P. Hasdeu, Nicola Densuçianu, Mihail Sadoveanu, Matila Ghyka, Mircea Eliade, Mihai Valsan, Mihai Avramescu, Vasile (e anche Horia) Lovinescu, Nichita St[nescu, per citare soltanto quegli autori scomparsi che hanno coltivato la philosophia perennis con mezzi, ambizioni e risultati differenti" (11). L'edizione francese, in particolare, destò l'interesse di studiosi quali Charles Ridoux e Paul Georges Sansonetti; quest'ultimo, allievo di Henry Corbin e Gilbert Durand, tenne alla Sorbona un corso sulla "Dacia iperborea". Le indicazioni contenute nella Dacia iperborea hanno ricevuto un certo sviluppo in Russia, negli scritti di Aleksandr Dugin, che già nel 1991 faceva circolare in samizdat una sua Giperborejskaja teorija (12). Scrive Dugin: "La 'Dacia iperborea' di Geticus rappresenta il polo comune di due circoli opposti: il circolo meridionale mediterraneo e il circolo settentrionale (..) russo-slavo (nel quale rientrano anche le componenti balto-scandinave). (..) Comunque sia, la 'Dacia iperborea' rappresentava il limite meridionale della Gardarika-Russia iperborea, concentrando in sé le energie sacrali del Nord e i motivi mitici iperboreo-solari. Però, la sua posizione intermedia tra i due circoli suddetti fa sì che essa svolga una funzione davvero particolare all'interno della 'economia del sacro', sicché si spiega in parte il radicarsi delle tendenze iperboree sul territorio romeno" (13). Sempre in Russia, nel 1997 Valerij Diomin ha guidato una spedizione scientifica nella Penisola di Kola, dove sono stati scoperti i resti di una civiltà che dovrebbe risalire a ventimila anni fa. Riferendosi ai risultati di quella spedizione, la stampa russa annunciava che l'Iperborea, "culla di tutti i popoli indoeuropei (..) non soltanto è esistita, ma si trovava sul territorio del Settentrione russo" (14).

    1 Luigi De Anna, Conoscenza e immagine della Finlandia e del Settentrione nella cultura classico-medievale, Turun Yliopisto, Turku 1988, pp. 17-18.

    2 Bâl Gangâdhar Tilak, The Arctic Home in the Vedas, trad. it. La dimora artica nei Veda, Ecig, Genova 1986.

    3 Felice Vinci, Homericus nuncius. Il mondo di Omero nel Baltico, Solfanelli, Chieti 1993, p. 45.

    4 Testi taoisti, trad. di F. Tomassini, Utet, Torino 1977, pp. 275-276.

    5 Henry Corbin, Corpo spirituale e Terra celeste, Adelphi, Milano 1986, p. 94.

    6 Cfr. Anikó Steiner, Sciamanesimo e folclore, Edizioni all'insegna del Veltro, Parma 1980, p. 26.

    7 Carl G. Jung e Károly Kerényi, Prolegomeni allo studio scientifico della mitologia, Boringhieri, Torino 1972.

    8 René Guénon, Simboli della Scienza sacra, Adelphi, Torino 1975, pp. 150-151.

    9 Geticus, La Dacia iperborea, Edizioni all'insegna del Veltro, Parma, 1984.

    10 Nicolae Densusianu, Dacia preistorica, editia a II-a, studiu introductiv si note de Manole Neagoe, Editura Meridiane, Bucuresti 1986.

    11 Virgil Cândea, Viziuni ale Daciei arhaice în perspectiva istoriei ideilor, "Viata Româneasca", nn. 2, febbraio 1990, p. 41.

    12 Edizione a stampa: Aleksandr Dugin, Giperborejskaja teorija, Arktogeja, Moskva 1993.

    13 Alexandr Duguin, Rusia. El misterio de Eurasia, Grupo Libro 88, Madrid 1992, pp. 67-72.

    14 Vittorio Strada, Scoperta Iperborea. Nuova linfa per i neonazisti russi, "Corriere della Sera", 19 aprile 1998.
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    Alberto Lombardo

    LA FAUNA DELL'URHEIMAT



    Il problema della localizzazione dell'Urheimat, la protopatria originaria degli antichi Indoeuropei, è uno di quelli che più hanno fatto dibattere gli studiosi nell'ultimo secolo. Ormai le tesi contrastanti che si sono venute successivamente a stratificare sono talmente tante (sino alle più stravaganti) che è difficile darne brevemente conto. Sostanzialmente, il problema è stato spesso viziato da alcuni problemi di prospettiva cronologica, vale a dire si è usualmente pensato all'Urheimat come a una zona temporalmente e geograficamente statica nella quale le nazionalità indoeuropee sorsero, si svilupparono per un periodo indeterminato o variabile e dalla quale successivamente, in ondate differenziate nel tempo, si dispersero in molti luoghi dell'orbe terracqueo. La lacuna di una simile prospettiva sta nella sua visione statica, cioè nella non considerazione della possibilità che gli Indoeuropei abbiano avuto invece fasi di sviluppo comune in zone differenziate, e che il parlare di Urheimat sia dunque possibile solo riferendosi alla vera e propria patria originaria, e non a una sede intermedia o finale della storia comune. Tale nuova, più elaborata visuale sta imponendosi più recentemente, tanto che - relativizzando la vexata quaestio - si fa un parlare sempre maggiore, per esempio, di Urheimat dei Germani, dei Balti, degli Slavi etc. Il problema vero e proprio dell'Urheimat, nella sua accezione fondamentale, resta quello della determinazione della terra originaria. Per una simile localizzazione, è necessario lo sforzo congiunto di diverse e numerose discipline: dalla linguistica comparata alla paleontologia, alla climatologia, alla nuova mitologia comparata, dall'archeologia allo studio della poetica e via dicendo. In particolare all'interno della paleontologia linguistica, vale a dire quella branca della linguistica che, sulla base dello studio comparativo, individua nei termini più largamente attestati del vocabolario compatto indoeuropeo il nucleo lessicale dei parlanti indoeuropeo, e deduce dunque per vie mediate le caratteristiche fisiche e geografiche di luoghi e costumi, si sono ottenuti e tuttora si ottengono risultati interessanti. Lo studio della fauna ha un valore esemplare: questo breve saggio si propone di analizzare sommariamente - e senza pretesa di completezza - i nomi dei fondamentali animali presenti nel vocabolario compatto, per tentare di dare una descrizione del mondo in cui i parlanti l'indoeuropeo compatto vissero. L'insieme dei dati qui raccolti conduce verso una regione nordica nella ricerca delle più remote origini.

    Cervo e alce

    Il nome di questo animale ci viene dal latino cervus: parola dalle origini assai lontane, risalente a un'antica forma indoeuropea *ker-wo- (che è ampliamento in -u di *ker, 'testa'), attestata in più aree, ossia in quella celtica (gallese carw, cornico carow, bretone karo), germanica (antico alto tedesco hiruz), baltica (prussiano sirwis, 'capriolo') e greca (xera\s, 'cornuto'). «Dal nome del cervo», spiega inoltre Fr. Villar, «deriva poi la parola castigliana cerveza (in francese antico cervoise, in italiano antico cervogia) "birra", entrata in latino come cervsia (e cerev§sia) attraverso le Gallie. La birra era così designata per il colore biondo, che ai Galli doveva evocare il colore del cervo». Si tratta senza dubbio di un animale assai importante per noi Indoeuropei, tanto per quanto riguarda gli aspetti linguistici quanto per i significati che al cervo si sono associati. Infatti, esso è uno degli animali fondamentali della protopatria nordica che i nostri antichi progenitori abitarono in epoche remote, prima della diaspora e delle numerose migrazioni che li portarono a popolare buona parte dell'orbe terracqueo. Sin da tempi antichissimi, in quell'area circumpolare il cervo era significativamente associato col simbolismo del sole e della luce, come recita l'Edda: «da Sud vidi il cervo solare muovere - i suoi piedi stanno sulla terra - ma le corna raggiungono i cieli». Questa importanza centrale del cervo è stata spiegata egregiamente da Adriano Romualdi, un profondo studioso della preistoria indoeuropea: egli identificò il cervo con l'animale dei cacciatori del Nord, contrapposto nel simbolismo al toro, elemento della forza cieca generatrice e tipico delle precedenti civiltà matriarcali. Lo scontro tra i due opposti simbolismi, tanto chiaro in Irlanda, in Scandinavia, in Val Camonica, è la raffigurazione nei simboli di due civiltà e anche di due diversi principî, e il cervo in questa contrapposizione assume l'emblema di animale tipico della civiltà indoeuropea. Scrive Romualdi: «Dietro a questo urto di simboli, dietro all'espansione dei popoli dell'ascia da combattimento e alla diffusione dei linguaggi indoeuropei, si cela un avvenimento di grande importanza spirituale. È il principio paterno che si urta contro la "civiltà della madre"; la virilità olimpica contro il mito taurino e materno della fecondità; l'ethos delle "società degli uomini" contro la promiscuità entusiastica dell'antico matriarcato». Non stupisce dunque la grande diffusione e importanza di questo animale nelle mitologie indoeuropee: dalla Grecia, ove era consacrato a dei della purezza e della luce (Apollo, Atena, Diana), all'India, in cui rappresenta la cavalcatura del dio del canto Vayu. Nella cosmologia scandinava i quattro cervi sull'albero del mondo rappresentano i quattro venti; nel mondo celtico esistono veri e proprî dei-cervi (p. es. Cernunnos) e divinità che conducono carri trainati da cervi; ancora oggi chi visiti in Irlanda luoghi come Coole, nella contea di Clare, rimarrà colpito dal senso di profonda reverenza e rispetto che vengono tributati dagli abitanti a questi stupendi animali. Per quanto riguarda l'alce, il suo nome ci viene dal latino alces, e questo derivò a sua volta dall'antico alto tedesco *alha (in tedesco oggi è Elch e in svedese elg). La radice indoeuropea è forse ARK-, che ha senso di "difendere", "proteggere", presente anche nel latino (arca, arx) e nel greco arkéÇ (= "proteggo"). Ma la parentela più stretta (stando al Benveniste) ad apparire è quella col greco alk, che è "la forza dell'anima, la fortitudo, che non cede davanti al pericolo e resta risoluta qualunque sia il destino". Significativamente, nell'Iliade (IV 245) Agamennone sprona gli Achei paragonandoli, per la loro mancanza di alk, a "cervette che, quando molto han corso pei campi, si fermano stanche, perché non hanno in petto coraggio". Il nome richiama strettamente quello di una delle rune, la quindicesima della serie del futhark, e cioè Algiz, che non a caso richiama nella sua forma le corna dell'animale. Il suo nome richiama quello dei Gemelli, i nordici "dioscuri" Alcis (analoghi anche agli Ashvin della tradizione indiana), associati a loro volta alla terza funzione sovrana indoeuropea, quella relativa alla fecondità. Questo animale è simbolo di vita e rinascita, come le corna lo sono della primavera e dell'eterno ritorno: numerose divinità indoeuropee munite di corna rimandano a questo stesso senso. Il dio celtico Cernunnos, per esempio, raffigurato sul famoso Calderone di Gundestrup, è munito di corna, e viene associato alla fecondità naturale.

    Lupo

    Parrà strano che l'inglese e il tedesco Wolf sorgano dalla medesima radice da cui deriva alla nostra lingua "lupo". Eppure il latino lupus deriva da *lukwos / *wlkwos, ed è affine al greco lvkos e al sanscrito vrka. Il termine si presenta nel lituano vRlkas, nell'antico slavo vlßkß, nel gotico vulfas e in molte lingue antiche e moderne in forme affini. In latino e in alcuni dialetti italici la 'p' è sostituita alla 'k' del ramo germanico; così avviene anche nella seconda sillaba del termine in questione. La radice del termine, e analogamente quella della lince (la latina lynx, greca lygx e antico alto tedesca luhs) è la stessa di "luce", cioè *leuk. Simbolicamente, il lupo è infatti in antico animale luminoso dalle sacre valenze; come nel caso di molti simboli, peraltro, il suo significato divenne duale, e a quelle positive andarono a giustapporsi valenze negative. Fu così che, seppure legato a miti fondatori (Roma) e a società guerriere, il lupo fu al tempo stesso collegato all'età oscura, come al Ragna-r`kkr ricordato dall'epica nordica.

    Cane

    I nostri avi indoeuropei conobbero, certo già nell'epoca precedente la loro diaspora, un termine comune per designare il cane. Questo animale accompagnava infatti la vita agro-pastorale dei lontani progenitori già numerosi millennî orsono. Il nome per designarlo doveva essere *kw\n, che si è poi tramandato, tra le numerose lingue, nell'antico irlandese cu, nel gallese ci, nel tocario A ku, nel lituano Óut(n), nell'armeno Óun, nel greco cdon, nel nell'avestico span-, nel sanscrito çv~-, oltre che nel latino canis, da cui il nostro 'cane'. Per quanto attiene alle lingue germaniche, si hanno le testimonianze dell'antico alto tedesco (hunt) e del gotico (hunds), e le sopravvivenze, tra le lingue moderne, nel tedesco Hund e nell'inglese, oggi desueto, hound (si noti che ancor'oggi greyhound designa il 'levriero'). Gli indoeuropeisti Adams e Mallory rilevano come il cane sia il primo animale addomesticato, e come il processo di addomesticazione avvenne oltre diecimila anni orsono. Dal Mesolitico in poi, il cane è largamente conosciuto in Eurasia. I due studiosi, in un loro scritto sul tema, fanno un'osservazione interessante: in varie aree indoeuropee le parole che designano il 'cane' possono indicare anche il 'lupo', come avviene per esempio in Irlanda e nell'India arcaica. In tali casi il cane assumerebbe il significato e la funzione anche simbolica del lupo, tanto dal punto di vista mitico quanto in quello del comportamento sociale, ove i lupi sono usualmente associati ai guerrieri. La millenaria stretta familiarità con questo animale ha determinato il sovrapporsi di una miriade di leggende, tradizioni e significati, tanto che è impossibile accennare a tutti. Vi sono però alcuni elementi fondamentali: è uno psicopompo, vale a dire una "guida delle anime", specie nel post-mortem, analogamente a come lo è stato durante la vita (sua e del padrone); è collegato agli inferi, che custodisce o nei quali dimora (si pensi al Garm dei Germani, al Cerbero dei Greci o alle figure dei cinocefali e di Anubis nell'antico Egitto) e alla morte in genere, tanto da poter mettere in contatto con l'aldilà; è, come accennato, un simbolo del furor guerriero (specie nel suo aspetto di lupo): esempio ne è l'eroe irlandese Cdchulainn, il cui stesso nome significa "cane di Culann".

    Volpe

    Viene alla nostra lingua senza soluzione di continuità dal latino vulpes (in antico volpes). Arrivando al latino si è solo a una stazione intermedia: risalendo ulteriormente verso la sorgente gli studiosi hanno identificato una comune radice indoeuropea *wlÇp. In ogni caso Giacomo Devoto definisce le connessioni del termine latino con gli altri corrispondenti nelle aree baltica e greca come "disturbatissime". Si hanno attestati il lituano lnp? e il greco al\pex. Inoltre, attribuendo alla parola che nell'etimologia designa la volpe - come fece il Pokorny mezzo secolo fa - il significato di "rubatrice", si può vedere nel sanscrito lopas, "furto", un ulteriore sviluppo di questa stessa radice, la quale, varrà notare, si presenta nei suoi primi due elementi del tutto affine a quella che designa il "lupo" (la radice di questo termine è *w·kwo). D'altronde anche nel simbolismo esistono alcune affinità tra i due animali. Inoltre la caratteristica e proverbiale furbizia di questo mammifero nelle lingue storiche ha prodotto talvolta un'assimilazione con termini che ne indicano tale qualità; non solo noi usiamo dire "furbo come una volpe", per indicare una persona astuta e talvolta anche ingannevole, ma anche nell'antico scandinavo il termine fox (che permane inalterato, tra le lingue germaniche, nell'inglese - a indicare appunto la volpe) significava "inganno". La volpe è una delle più classica figure di "briccone", note ai simbolisti e - a un gradino più basso - agli etnologi e studiosi di folklore; anzi tra gli animali è quello che meglio lo incarna. Nel mondo nordico nella volpe «si incarnano gli spiriti delle persone infide che talora appaiono nei sogni». Inoltre - particolare che conferma quanto scritto sopra - anche il termine maschile Refr ("volpe", appunto) «si ritrova talora come nome proprio, spesso a indicare persone assai astute» (Chiesa Isnardi, I miti nordici). Restando nel mondo nordico esiste una kenning, o circonlocuzione poetica, per definire l'aurora boreale: "luce della volpe".

    Lontra

    In latino lutra deriva forse dall'incrocio di *udro-, con significato di "animale acquatico", (attestato nelle aree ariana o indoiranica, greca e germanica) e lutum, "fango". Questo termine lutra, successivamente incrociato con il greco en(v)dria (quest'ultimo derivante a sua volta da énydris, "animale acquatico"), deve avere dato origine a "lontra". Nello Zoroastrismo e nel mazdeismo è uno degli animali "puliti", e come il cane non può essere uccisa impunemente (poiché appartiene ad Ahura-Mazda); nell'iconografia cristiana rappresenta invece S. Cutberto. Nella mitologia classica l'énydris è identificata da Plinio ed Eliano con la serpe d'acqua (Idro), cui è attribuita la leggenda della distruzione del coccodrillo; questa credenza (in realtà spuria) sopravvive nei bestiari medievali in una visione generale del mondo cristianizzata. Tra i Celti la lontra, insieme a un orso e un lupo, accompagna il "signore degli animali" Cernunnos.

    Castoro

    Viene dal latino castor, e questo nacque probabilmente come aggettivo castoreus dal greco Kastor (nome di uno dei due Dioscuri). Ma in latino il termine "puro" (come lo definisce il Calonghi) per designare tale animale è fiber (della seconda declinazione: genitivo fibri). Sembrerà strano che la lingua dei Romani avesse un termine per indicare un'animale che mai si sarebbe potuto incontrare sulla riva del Tevere: si tratta, anche in questo caso, di una parola sopravvissuta nella lingua particolare dopo la diaspora indoeuropea, sebbene ciò che essa designava non fosse più visibile ai parlanti tale lingua. In questi casi spesso accadeva che il termine andasse col tempo a indicare concetti affini, legati a elementi della nuova realtà che i parlanti incontravano; ma ciò non avvenne in questo caso particolare. Il termine fiber trova corrispondenza nel gallico Bibr(acte) (un nome personale), nell'alto tedesco bibar (tedesco moderno Biber), nel lituano bebras e nel sanscrito babhru, che ha due significati: come aggettivo significa "brunorosso" e come sostantivo maschile indica l'icneumone. Anche il greco phrdne (rospo) viene dallo stesso tema, e cioè l'indoeuropeo *bhebhru- (Pokorny). Sull'importanza di questo termine comune del vocabolario indoeuropeo varrà riportare quanto scrisse Romualdi: «Gli Indoeuropei conoscono la betulla, l'albero bianco del Nord. Conoscono la quercia, il pioppo, le conifere. Conoscono l'orso, il lupo, il cervo, il castoro. Vivono in un ambiente di foreste dove la radura, il luogo in cui piove la luce in mezzo alla gran selva, è sacra alla divinità del cielo». Anche questo animale, cioè, ci riconduce nell'identificazione della protopatria originaria, l'Urheimat degli indogermanisti, a un paesaggio nordico - le regioni nordeuropee della Svezia meridionale, della Danimarca e della Germania settentrionale.

    Topo, sorcio, ratto

    Nel caso di questo animale il termine venuto a prevalere in italiano non è probabilmente di origine indoeuropea, ma mediterranea. Si tratta infatti del risultato del tardo latino talpus (da talpa, che è appunto di origine mediterranea). In area settentrionale *talp è cambiato in *taup-, sino a giungere al termine oggi invalso; sino al secolo scorso aveva una diffusione più o meno pari a "topo" anche "sorcio", oggi però sempre più in disuso. Anch'esso ha probabilmente origine mediterranea. Mentre le lingue romanze hanno subito questa influenza mediterranea (francese taupe, spagnolo topo, catalano taup) in quelle germaniche il vocabolo si è mantenuto in forme più fedeli alle origini indoeuropee: inglese mouse, tedesco Maus: qui è rimasta evidente la radice indoeuropea *mus, che si manifestò in forme pressoché invariate dal latino all'alto tedesco e al norreno e dal sanscrito al greco, sino al prussiano moderno; nello slavo antico compare come myÓ0, nell'armeno come mukn e nell'albanese sotto la forma m§. A queste parole va ancora aggiunto l'italiano "ratto", derivante da una serie onomatopeica in cui le due consonanti "r" e "t" dovevano rimandare all'idea del "rodere" (la cui radice era *rÇd / *r~d); forme affini a "ratto", come rileva Devoto, sono attestate in tutta l'area romanza e in quella germanica occidentale (provenzale e francese rat, spagnolo e portoghese rato, tedesco Ratte), ma verosimilmente anche in area celtica (bretone raz, medio irlandese rata, gaelico radàn).

    Suini

    Si tratta di animali che ci forniscono molte informazioni sull'antichità. In italiano vi sono tre sostantivi per indicare questo animale: maiale, porco e suino - quest'ultimo designa la sottofamiglia zoologica. L'etimologia del primo termine ci porta forse alla dea romana Maia, cui poteva essere offerto. Il secondo è di chiara origine indoeuropea: viene da *porko(s) e indica l'animale addomesticato (e di norma giovane) in contrapposizione a quello selvatico: è presente nell'antico irlandese orc, alto tedesco farah, lituano parÿ|s, slavo antico prase, latino porcus e umbro purka (in cui è femminile). Pare attestato anche in area iranica: avestico *parsa (ricostruito da Benveniste), curdo purs, khotanese pasa. Per quanto attiene "suino", infine, viene da *sãs, di più ampio significato, e comprendente l'animale adulto ma anche la scrofa e il cinghiale. È assai diffuso (in latino sono presenti sia sus sia suinus): gallese hwch, alto tedesco sãs, gotico swein (da cui il tedesco Schwein), lettone suvns, antico slavo svinß, tocario B suwo, umbro si, greco hvs, albanese thi, avestico hã e sanscrito sã(karas). In norreno Svr è un attribuito della dea Freyja, e significa "scrofa". Come ha scritto Adriano Romualdi, «il maiale è un tipico elemento della prisca cultura indoeuropea, legato ad antichissimi riti (suovetaurilia), attestante sedi ben visibili». È sacrificato anche dai Greci, nei misteri eleusini, in Irlanda tra i Celti e assai diffusamente tra i Germani (anche i Longobardi): è infatti l'animale tipico dell'agropastorizia nordica originaria, secondo quanto ha spiegato tra gli altri Walther Darré scrivendo del popolo indoeuropeo preistorico, presso il quale tale animale aveva valenze sacrali: «non è un caso che la razza nordica consideri tra gli animali sacri il tipico animale dei sedentarii delle foreste a foglie caduche della zona fredda temperata, […] né è un caso che, quando si scontra con i Semiti del Mediterraneo orientale, proprio il maiale dia luogo alle più accese dispute; il maiale è l'antipodo animale del clima desertico. Ed è naturale che i patrizi all'atto del matrimonio sottolineino l'elemento agricolo e sacrifichino un maiale che doveva essere ucciso con un'ascia di pietra». Una diversa sacralità, cioè, rispetto alla venerazione di cui invece era oggetto tra i Semiti, che lo considerano impuro, ma, secondo il Frazer, sebbene non potessero ucciderlo, «in origine il maiale era piuttosto venerato che aborrito dagli Ebrei. Questa spiegazione è confermata dal fatto che fino ai tempi di Isaia vi furono Ebrei che si riunirono segretamente in qualche giardino per mangiare carne suina o di topo come rito religioso. Senza dubbio era questa una cerimonia antichissima». Insomma, conclude Romualdi, «la familiarità col maiale è uno dei molti elementi che ci obbligano a vedere negli Indoeuropei un popolo delle foreste del Nord». Nel suo significato simbolico è di norma associato alla fertilità e il suo sacrificio segna la venerazione degli dèi e la consacrazione dei patti, ma con il predominare del cristianesimo sull'occidente è andato sempre più assumendo caratteristiche "semitiche", sino a venire identificato via via con l'impudicità, la passione, la lussuria e infine col diavolo. Nella Bibbia, infatti, il "guardiano dei porci" (immagine dell'agropastore indoeuropeo originario) è la figura più degradata e spregevole (il figliuol prodigo della parabola).

    Orso

    Il nome del plantigrado viene da un tema indoeuropeo *Îkyo- o *Ëkyos, che serve a designarlo come "il danneggiatore". Da questa radice fonetica sono sortiti: in area celtica l'irlandese art, il gallese arth e il nome personale gallico Art(ioni), di una divinità femminile affine alla greca Arto; il latino ursus (da cui il nostro "orso", tramite un *orcsos); il greco <rktos; l'albanese ari, l'armeno arj, l'avestico arÓa- e il sanscrito ÏkÕas; anche una lingua non indoeuropea come il basco, per il tramite di un prestito, presenta la forma hartz. Dal termine greco è poi derivato "artico", cioè "proprio all'orsa" - e il riferimento è qui ovviamente alla costellazione. Nelle varianti del mito greco, ad assurgere in cielo sub specie delle due orse sono Callisto la bella, amata da Zeus, e suo figlio. Secondo alcune versioni fu l'invidia di Giunone, secondo altre la misericordia di Zeus a produrre tale catasterismo (trasformazione in astro o costellazione). Questa "assunzione in cielo" dell'orsa, oltre che a livello linguistico, può essere illustrata con l'aiuto del simbolismo. L'orsa (o meglio le due orse) ci indicano la direzione del Nord, tramite la stella polare. Il simbolo nordico, la direzione cioè della patria d'origine, è significativamente collegato con l'orso anche nelle tradizioni che gli sono relative: tra l'altro, tornando agli aspetti linguistici, l'orso è animale di localizzazione nordica e la sua presenza in così tante lingue indoeuropee corrobora la individuazione nel Nord della patria originaria (l'Urheimat) dei popoli indoeuropei. Nel simbolismo l'orso è animale altamente sacro, specie (ma non solo) tra gli Indoeuropei, che per designarlo ebbero moltissime circonlocuzioni e kenningar. Analoga reputazione l'orso gode tra gli Ainu, una popolazione di razza apparentemente occidentale che vive nell'isola di Hokkaido e segue una religione animista di tipo sciamanico; ivi è anche fatto oggetto di un rito sacrificale. Questa sacralità dell'orso si lega a quella delle origini; l'orso è animale ancestrale, e non a caso presenta sia caratteristiche maschili sia femminili (specialmente nella tradizione nordica). Inoltre è animale "ordinatore": secondo una diffusa leggenda, tramandata da Aristotele e Plinio sino ai bestiarî medievali, l'orsa darebbe la vita ai proprî piccoli leccando pezzi di carne: "modellandola", essa crea la propria progenie. Questa virtù creatrice fu poi reinterpretata, in epoca cristiana, con un'ardita metafora che voleva vedere in tale atto la conversione dei pagani al cristianesimo. Un figura importante e altamente significativa è quella dell'uomo-orso, che si presenta in forme varie in ambiti diversi. Il più noto di questi esempî è quello dei berserkir, gli uomini-orso invasati dalla furia odinica delle saghe nordiche. Oggi nel folklore l'uomo-orso è ancora assai diffuso e ha funzioni "totemiche" (su questi temi ha scritto pagine assai interessanti M. Centini). L'importanza di questo animale si avverte ancora nettissima sul suolo europeo: seppur nelle fiere ormai non vi siano più orsi danzanti, restano i toponimi (per esempio di Berna, legata anche nel mito di fondazione alla figura del plantigrado; rileviamo di passaggio che tra le lingue germaniche il tedesco Bär e l'inglese bear derivano da una diversa radice, che è la stessa da cui il nostro colore "bruno"), oltre alle raffigurazioni araldiche, gli emblemi nazionali (come nel caso della Russia), i cognomi e i nomi personali (specie in Scandinavia), oltre ai proverbi ("vendere la pelle dell'orso"), i modi di dire ("comportarsi come un orso"), una ricca favolistica (per esempio la fiaba dei "tre orsi") e varie raffigurazioni carnevalesche tradizionali.

    Felini

    Adams e Mallory, nell'Encyclopedia of Indo-European Culture edita pochi anni orsono, identificano due forme dalle quali nello spazio linguistico indoeuropeo sono sortiti i termini indicanti il gatto comune: *kat- e *bhel-; delle due è stata probabilmente la prima ad avere una maggiore fortuna. Per la ricostruzione di *kat si hanno elementi nel latino volgare cattus (che, divenuto gattus per via della lenizione di c in g, era in origine termine indicante il gatto selvatico), sia nell'antico irlandese catt; ma non è del tutto certo che quest'ultimo derivi dal latino, anzi il Devoto pare pensare il contrario. Quel che è attestato o dimostrato è il passaggio del termine dalla lingua latina sia all'area slava (russo kot) sia a quella baltica (antico prussiano catto, lituano katè, lettone ka±e); di qui sino a lingue a noi più familiari, come l'inglese (cat), il tedesco (Katze) e lo svedese (katt). Ovviamente il passaggio è avvenuto anche alle lingue romanze (in provenzale, catalano, spagnolo e portoghese si usa cato, in francese chat). Ma, aggiungono Adams e Mallory, «presumibilmente il latino cattus fu preso in prestito da qualche fonte non-latina». Per quanto attiene *bhel-, ci limitiamo qui a ricordare che esso sopravvive, nella nostra lingua, nel termine felino. Alcuni problemi ci sono posti dall'archeologia, poiché testimonianze varie parrebbero suffragare l'idea che questo animale si sia diffuso in Italia prima e in Europa poi in tempi relativamente recenti. Risulta dunque poco chiaro il suo ruolo, per esempio, nella mitologia nordica, dove è un importante attribuito della dea Freyja, della quale, in pariglia, tira il carro. A nostro modo di vedere se gli studî archeologici sono fondati si tratta, come spesso avviene in mitologia, di una trasposizione del simbolismo da un animale a uno consimile - e cioè probabilmente da un piccolo mammifero selvatico, forse proprio il gatto selvatico, a quello domestico. Il leone ha un interesse diverso rispetto agli altri termini esaminati. Mentre la parola italiana "leone" deriva dal latino leo (accusativo leonem), e questo a sua volta venne in età arcaica alla lingua di Roma dal greco léÇn, léontos (questa forma pare essere quella di un participio presente), tra gli antichi Indoeuropei si può solo con grande fatica determinare una radice ricollegabile a questo animale: mentre in sanscrito questo grosso felino si designa con simha, nell'albanese il leopardo è inj. Da questi due dati si è dedotta una radice *singho- (Walde-Pokorny), che, quand'anche fondata, non ha però la stessa diffusione di altri termini designanti animali diversi. Questa è un'importante prova a contrario per escludere che gli Indoeuropei potessero essere originarî di una zona abitata da leoni, e per localizzare viceversa nel Nord la loro patria originaria.

    Pesci

    Da una forma indoeuropea *piski-, secondo il Pokorny, si sarebbero sviluppati i termini comuni: l'irlandese §asc (peiskos), l'alto tedesco fisc, il gotico fisks e il latino piscis: è ovviamente da quest'ultimo che è venuto il nostro "pesce"; altrettanto chiaro il fenomeno della rotazione consonantica di Grimm nelle lingue germaniche (la "p" passa in "f", come da pater a fadar). Anche se le connessioni del latino sono dunque solo con le aree celtica e germanica la parentela è comunque abbastanza significativa. In ogni caso oggi in moltissime lingue europee contemporanee si utilizzano termini imparentati. Il salmone deriva il suo nome italiano dal latino salmo (accusativo salmonem), ed è presente nell'antico francese e in inglese come salmon. Il Devoto ne sostiene l'origine gallica; vi è chi ha ipotizzato che il nome derivi dalla radice *sar-, cioè 'scorrere', dalla quale deriva anche il verbo 'salire'. Questo rimanderebbe infatti alla caratteristica del pesce inteso come "saltatore". Tale pesce (che in indoeuropeo trae l suo nome da una forma *laks) che ha fornito a uno studioso tedesco, P. Thieme, il fondamento per uno studio epocale e da cinquant'anni assai dibattuto che gli ha fatto evidenziare con estremo fondamento la possibilità dell'origine nordica degli Indoeuropei. La balena deriva il suo nome dal termine latino volgare balena (classico ballaena), che trova una corrispondenza nel greco phállaina. In area germanica, si presenta in tedesco come Walfisch, in inglese come whale (il nome del Galles si è legato infatti anche a quello del mitico cetaceo), mentre in islandese, svedese e danese è hval. Parole come "baleno", "balenio", "balenare" derivano dal nome della balena, in ragione dell'apparire repentino e improvviso di questo animale. Tra i Germani la balena aveva una parte importante nel simbolismo, e nella tradizione nordica esisteva la credenza che questo animale, dotato di poteri magici, portasse al sabba le streghe (Olaus Magnus nel suo famoso Historia de gentibus septentrionalibus dà ampio spazio al cetaceo e alla sua caccia).

    Granchio

    Il nome di questo animale crostaceo si presenta simile in varie lingue e dialetti neolatini e celtici (anche a questi ultimi è arrivato dal latino cranculus, diminutivo di cancer): provenzale e catalano cranc, vallone cranche, spagnolo cangrejo, portoghese granquejo (e garanguejo da *cancriculus), cimbrico cranc e bretone kranck. In italiano e portoghese si verifica la lenizione della c- iniziale in g-. Il latino cancer passò a designare anche la costellazione (e da essa il corrispondente segno zodiacale), e successivamente è divenuto termine medico per via dell'analogia delle ramificazioni di tale malattia con le molte zampe dell'animale. Scrivendo dell'etimologia di questa parola, Devoto spiega che il termine latino cancer è in realtà una forma dissimilata da carcer (dissimulazione, dunque, di una -r in -n); cioè il termine che, dal significato di "sbarre del circo" è poi passato a designare la prigione ("carcere" nell'italiano attuale). Lo studioso inoltre scrive che esistono parallelismi, sia semplici sia dissimulati, anche nelle aree greca e indiana. Ed effettivamente il tema indoeuropeo da cui venne il termine cancer è stato ricostruito dal Pokorny come *karkar ("granchio"): oltre al latino si trova effettivamente sia nel greco karkRnos sia nel sanscrito karkaÛa-. La presenza del termine nelle "aree laterali" è un argomento che ne fa ritenere l'appartenenza alla lingua comune indoeuropea, almeno nel suo stadio detto "postanatolico".

    Serpente

    Il corrispondente latino della nostra lingua, serpens (accusativo serpentem) nasce come participio presente di un verbo serpere - e questo viene a sua volta dalla radice fonetica indoeuropea *serp. Da questa stessa, che ha appunto il significato di "serpeggiare", sono derivati anche il greco antico hérpÇ, il sanscrito sarpati e l'albanese gjarpNn (quest'ultimo corrisponde all'animale, non al verbo all'infinito). Verrebbe in questo caso da pensare a una radice di tipo onomatopeico, o quantomeno a un'antica vicinanza tra suono e significato: un simile pensiero ci porta indietro nei millennî, sino ai territori - fisici o meno - dove si verificò la nascita della parola. Forse per ragioni simili, ma ormai inconsce, dal latino classico bstia si passò al tardo latino medievale b§stia e da questo al nostro "biscia": anche qui il suono pare richiamare l'immagine dell'animale. Bisogna segnalare sin d'ora che nel fondamentale Indogermanisches etymologisches Wörterbuch del Pokorny (Berna 1955), saggio che resta un punto di riferimento fondamentale per lo studio della linguistica comparata indoeuropea, figura un'altra radice fonetica che designa il serpente, che è *e(n)gwh, e che da essa derivano, oltre all'irlandese esc(ung), "anguilla" (cioè serpe acquatica), il lituano angìs, l'antico slavo oz0, il tocario B auk e i greci égis e \fis, anche l'armeno auj, l'avestico añi- e il sanscrito ahi-; inoltre il latino anguis, da cui è venuto il nostro termine "anguilla". Quello del serpente è uno dei simboli più enigmatici e ricchi di significati che esistano. È essenzialmente la manifestazione della potenza, dell'energia e della forza. Ma le sue caratteristiche sono in tutto e per tutto duali, dato che è collegato tanto al maschile quanto al femminile, alla generazione e alla nascita quanto alla morte, ed è presente, nei miti, come portatore di influenze di ogni tipo: non è un caso che assai di frequente sia assimilato o addirittura confuso con il drago. Nello stesso simbolismo giudaico-cristiano, seppure prevalgano le caratteristiche oscure, con conseguente assimilazione al male, al demonio e al "tentatore", Cristo è da Tertulliano definito "il Buon Serpente". Per Guénon il carattere "terribile" del serpente si spiega col fatto che «raffigura l'incatenamento dell'essere alla serie indefinita dei cicli della manifestazione». Tra i Greci vi sono numerosissimi miti e leggende su questo animale: da quella relativa al giovinetto Ercole che nella sua culla strozza due serpenti al mito di Medusa (come delle Erinni e delle Graie), di cui una moltitudine di serpi costituisce la capigliatura; inoltre avvolto (o avvolti) sul caduceo rimandano al potere del corpo - e di conseguenza sono attributi di Ermes e Asclepio nelle loro vesti "mediche". A questo proposito un'immagine assai affine è quella yogica indiana relativa ad ida e pingala, le due vie opposte del respiro, che analogamente si sviluppano sinuose intorno a un asse retto - quello della colonna vertebrale - per risvegliare la Kundalini, il "potere del serpente". Tra i Germani è largamente presente, a simboleggiare, secondo la Chiesa Isnardi, la vita primordiale. In età vichinga, però, la sua connotazione divenne negativa, e fu associato alle potenze malefiche che irromperanno nel giorno della battaglia finale. La studiosa ricorda che «Il serpe-mostro per eccellenza ricordato nel mito è Mixgarxsormr, "serpe di Mixgarx"»: si tratta dell'enorme animale che costituisce la crosta terrestre, e i cui sommovimenti nel sonno rappresentano i nostri terremoti. Quando verrà la battaglia finale sorgerà contro il cosmos, l'ordine degli uomini e degli dèi, e verrà affrontato da Thor, che ucciderà venendone a sua volta ucciso.

    Verme

    "Verme" corrisponde al latino vermis. Questo vocabolo è il corrispondente latino del germanico wurm (alto tedesco) e wadrms (gotico). Ancora oggi in tedesco si indica con Wurm e in inglese con worm. Così gli indoeuropeisti ricostruirono un tema *wermi-. Al di fuori di queste due aree linguistiche tra gli Indoeuropei prevalse però una forma simile, *kwrmi-, attestata in area indoiranica (medio persiano kirm, sanscrito kÏmi), baltica (lituano kirmìs), slava (antico slavo …rßv0) e celtica (irlandese cruim, gallese pryf). Segnaliamo che il colore "vermiglio" trae il suo nome dalla cocciniglia, che forniva questo colore rosso tra il cremisi e lo scarlatto. Nel mondo nordico germanico il verme venne confuso in più casi con il serpente. La cosa può apparire curiosa, ma quello di "Gran Verme" fu uno degli attributi del serpe di Mixgarxr, cioè del mostruoso figlio di Loki che riposa sul fondo dell'oceano e il cui corpo costituisce le terre ferme. Sussultando e muovendosi nel sonno questo essere mostruoso provoca i terremoti; si ridesterà per la Battaglia Finale. Allora verrà affrontato da Thor, che ucciderà venendone a sua volta ucciso: «ecco sopraggiunge il famoso / figlio di Hl\xyn, / va il figlio di Odino / a lottare col serpe, / con coraggio si batte / il guardiano di Mixgarxr, / tutti gli uomini / lasceranno il mondo abitato; / retrocede per nove passi / il figlio di Fjörgyn / morente lontano dal serpe / incurante del disonore» (Völusp< LVI). Un'altra assimilazione nordica del verme con il serpente si ha nel mito relativo al frassino Yggdrasill, l'albero del mondo. Le sue possenti radici, specie quella in Niflheimr, sono rose da serpenti (o vermi, appunto). Eppure il possente albero resterà saldo sulle sue radici delle quali nessuno conosce l'origine sino alla Battaglia Finale, «produrrà frutti salutari e medicamentosi e non temerà né ferro né fuoco».

    Formica

    Usiamo in italiano, per designare questo animale, il termine latino. Questo però venne da un più antico *mÏmica, derivazione della forma indoeuropea *morm. Questo nome, come scrive del resto G. Devoto, è al tempo stesso largamente diffuso nel territorio indoeuropeo, ma anche di tradizione disturbatissima: infatti si presenta in forme varie, dall'antico irlandese moirb e l'antico gallese morion (plurale), al norreno maurr, l'antico slavo mrav0ji, il greco mdrenx, il tocario B warme, l'armeno mrmn, l'iranico avestico maoiri- e il sanscrito vamra. Tale varietà di forme ha fatto scrivere a un altro studioso, D.Q. Adams: «il numero delle varianti fonologiche suggerisce che la designazione per "formica" nelle tradizioni indoeuropee fu più che usualmente soggetta a deformazione fonologica… così risulta difficile ricostruire l'esatta forma protoindoeuropea di tale parola, la quale è chiaramente di origine protoindoeuropea».

    Uccelli

    Primo per valenza simbolica è il cigno, che trae il suo nome dal latino cygnus, che deriva a sua volta dal greco kvknos. Il tedesco Schwan (antico svan) come l'inglese swan derivano dalla medesima radice *kan, la quale è all'origine del latino cano (cantare). Il cigno è dunque, etimologicamente, il "cantante". Le leggende di diverse aree confermano questa sua proprietà. In Irlanda, una nota leggenda narra del triste destino dei figli del re Lir che vengono trasformati in cigni e ridotti per secoli in tale condizione; il loro canto, peraltro, aveva la virtù di affascinare chiunque li avesse ascoltati. Nel Fedone platonico Socrate afferma che il canto funebre del cigno esprimeva la gioia di reintegrarsi nel divino, del quale l'uccello era epifania. Animale iperboreo, sacro all'Apollo nordico, è presente nelle incisioni della Valcamonica, avanguardia della "migrazione dorica" in Italia. Non senza un preciso significato, nel mito greco il carro della bionda Venere è trainato in aria da cigni. Nella tradizione indiana è simbolo di purezza e conoscenza: ha deposto l'uovo aureo dal quale sorse il dio Brahma. Secondo il mito raccontato da Ovidio, Cigno era il figlio di Stenelo, re dei Liguri. Quando Fetonte, per avere improvvidamente condotto il carro solare del padre Febo (Apollo), fu fulminato da Giove e cadde nell'Eridano (cioè il fiume Po), Cigno, che era parente del defunto, ne pianse disperatamente la morte. Il dolore fu tanto, che si trasformò nell'animale che porta il suo nome. Scrive a proposito di Cigno il poeta del IV-V secolo Claudiano (carme XXVIII): "Un vecchio trasformato dalle piume… un circolo latteo bagna le ali protese del compagno Cigno, lo stellato Eridano vagando con curve sinuose solca la chiara volta di Noto e scorre con gorgo siderale sotto ad Orione terribile per la sua spada". E Virgilio (Eneide, X.192-3): "e una vecchiezza raggiunse bianca di morbida piuma / e questa terra lasciò, salì dietro il canto alle stelle". Il tema della vecchiezza legata all'animale non va riferita, forse, solo alla bianchezza della capigliatura che richiama quella dell'animale, bensì anche alla remota origine, i cui connotati, secondo il mito richiamato, sono quelli della purezza, della bianchezza, della "solarità". Simboli che univocamente ci parlano dell'origine nordica e iperborea, cui ancora oggi guardiamo. Per quanto riguarda l'oca, data l'etimologia del suo nome si potrebbe dire che essa fu definita come "uccello minuto", poiché questo viene dal latino tardo auca (che corrisponde alla forma del catalano e dell'antico spagnolo), da una forma intermedia ricostruita avica, la quale viene a sua volta da avis ("uccello", appunto). Il latino classico aveva però un altro termine più antico e preciso per designare questo animale, e cioè anser (hanser), nel quale il retaggio indoeuropeo era ben più evidente. Suoi termini parenti erano l'irlandese giss ("cigno") e la forma ricostruita gans§; l'alto tedesco gans (tedesco sing. Gans, plur. Gänse; in inglese il singolare è goose, il plurale Geese e l'oca maschio gander); il lituano ñasìs; l'antico slavo gasi; il greco chén e il sanscrito hamsa- (anche questo spesso significante "cigno"): tutti sortivano da una medesima forma *ghans (Pokorny). Questa sorta di confusione linguistica col cigno diffusa in varie lingue si spiega sia per via della somiglianza dei due animali, entrambi bianchi e col collo curvo, sia a livello simbolico, dove parimenti spesso sono confusi. Un esempio mitologico ha valore indicativo più di ogni altro: la ninfa Nemesi, per sfuggire a Zeus che voleva unirsi a lei si trasformò in oca, ma fu ugualmente fecondata dal re degli dei, trasformatosi in cigno. Dalla loro unione scaturirà l'Uovo. Sulla scia degli studî di Bachofen, Alfredo Cattabiani rileva come l'oca sia «la Terra stessa, un'immagine della materia materna», e ne sottolinea la forte partecipazione all'universo simbolico della Grande Madre. Così possiamo forse vedere oca e cigno come le due manifestazioni, rispettivamente sotto forma femminile e maschile, di una stessa immagine trascendente. Come il cigno, l'oca rappresenta (tra l'altro) l'origine artica, e l'arcaica ciclicità del tempo. Questo è testimoniato, tra l'altro, dal fatto che nella civiltà classica fu associata al tempo stesso sia alle immagini di bambini (lo mette ben in luce Cattabiani nel suo Volario), sia a Persefone-Proserpina, dea degli inferi. Lo stesso avviene nel caso del cigno. Le coincidenze nel simbolismo non si fermano però qui: vanno ricordati almeno altri tre importanti elementi. Anzitutto l'associazione di entrambi questi uccelli con donne sovrannaturali (si pensi per esempio alla favolistica celtica e a quella slava). In secondo luogo, appaiono entrambi come epifanie dell'altro mondo: tipica a proposito la mitologia irlandese, ma non solo. Infine - e soprattutto - sono entrambi associati al suono e alla musica in senso eminente. In una visione ciclica del tempo il canto del cigno, che predice la fine, forse non è poi troppo dissimile dal verso dell'oca, che rappresenta la creazione e l'origine. Infatti secondo la mitologia egizia il verso di Amon-Ra, che in forma d'oca sorvolò le acque deponendovi l'Uovo cosmico, fu il primo suono mai prodotto; e nell'India (citiamo nuovamente le parole di Cattabiani) «è la manifestazione della Grande Madre originaria, tant'è vero che fu chiamata anche la Madre dei Veda, creatrice della lingua scritta, dea della parola». Per quanto riguarda l'anatra, o anitra, si usano in italiano entrambi i termini, che hanno percorso una storia parallela. Il secondo corrisponde in pieno al latino volgare *anitra, che è il risultato di un incrocio del latino classico anas, anatis con il suffisso in -tr-; il primo è invece meno influenzato dalla volgarizzazione. Comunque anas viene da un'antica radice fonetica indoeuropea, e cioè *andt (Pokorny) o comunque da una forma *haÃhati- / *haenhati- (Greppin). Essa compare, oltre che nel latino, nell'alto tedesco anut (tedesco moderno Ente), nell'antico prussiano antis, nel lituano <ntis, nell'antico slavo ?ty (e nel russo dtka), nel greco nessa e anche nel sanscrito ~ti-, "uccello acquatico". Inoltre esistono alcune parole derivate che indicano la carne d'anatra, come il latino anatina. Tutti questi dati fanno pensare a buon diritto agli studiosi a uno «status protoindoeuropeo di questo termine» (John Greppin). Inoltre è logico dedurre che questo animale facesse parte del mondo indoeuropeo originario, data la presenza nel vocabolario comune. Gli studi archeologici ne attestano la presenza ovunque in Europa e solo in parte dell'Asia settentrionale (ciò ci pare indicativo per tornare a negare la possibilità che i nostri progenitori provenissero dall'Oriente, come certi studiosi indoeuropeisti sovietici o di impronta ideologica sovietica hanno spesso sostenuto). Spesso nel mondo classico l'anitra ha carattere di "profetessa dei venti", in quanto capace di prevedere le variazioni atmosferiche e meteorologiche. Inoltre (riportiamo quanto afferma Cooper) «quando volava in gruppo a pelo d'acqua era intesa come simbolo di superficialità, eccessiva loquacità e inganno. Il tema dell'inganno è evidente nel francese canard, che significa anitra, ma anche "falsa notizia"». Andrà ricordata la nota vicenda fiabesca del "brutto anatroccolo", nella quale, probabilmente, non si deve tanto ravvisare un'immagine negativa dell'anitra quanto piuttosto, per contrapposizione, un inno poetico alla bellezza simbolica del bianco animale nordico, il cigno iperboreo che indica la direzione delle origini remote. L'origine del nome del colombo è abbastanza paradossale. Sebbene infatti la colomba sia uno dei simboli per eccellenza della bianchezza, il latino columbus, che ha un corrispondente esatto nel greco k\lymbos, pare venga da una radice indoeuropea *kel (o forse *gel), ricostruita sul raffronto con l'antico slavo golobi: tale radice ha il significato di "scuro" (come nel greco kelain\s, "nero"), e il nome dell'animale significherebbe dunque "uccello grigio scuro". Bisogna però aggiungere che da millennî altri uccelli hanno evoluto il loro nome in modo del tutto parallelo a quello del colombo. Così, in particolare, il palombo: da una radice indoeuropea *pel, indicante un colore grigio o azzurro sbiadito, venne al latino palumbes, che si sviluppò sino all'italiano odierno in modo del tutto parallelo al columbus. Da *pel deriva anche "pallido", che ha mantenuto il senso originario di "sbiadito": inoltre altre voci in varie aree, specie in quella greca e germanica, ma anche nell'armena, nella slava, nella baltica e nell'indo-iranica. Aggiungiamo come curiosità che il nome "palombaro" deriva da quello dato in tardo latino allo sparviero (palumbarius), per via dell'assimilazione dell'uomo che si immerge nelle profondità delle acque con l'animale che si precipita dalle altezze dei cieli. Come ha recentemente spiegato Alfredo Cattabiani, «nei miti antichi e poi nei bestiari medievali si tende in genere a parlare della colomba, al femminile, anche quando si indica il maschio, il colombo o piccione: sicché il lettore rimane sconcertato e non riesce più a raccapezzarsi […]. In ogni modo i tre nomi colombo, colomba e piccione sono equivalenti; tuttavia il secondo è prevalso nel linguaggio simbolico». La colomba è tradizionalmente simbolo dell'anima, della purezza e della pace. Consacrata alla Grande Madre, spesso viene associata all'Albero della Vita e in particolare all'ulivo. In quest'ultima iconografia il suo simbolo richiama la pace e la prosperità luminosa (Atena); ma nella mitologia classica fu associata anche a Bacco e a Venere. Sotto forma di piccione questo animale talvolta è legato alla codardia, alla vigliaccheria e alla lascivia; presso varî popoli fu oggetto di sacrifici rituali. La sua associazione al tema diluviale, inoltre, non è solo biblica. La parola 'corvo' ci viene direttamente dal latino corvus (cfr. anche l'accusativo singolare umbro curnaco), parola di remota origine indoeuropea, probabilmente onomatopeica (kr… kr). È attestata in forme affini in diverse altre aree (il che ne fa presumere una derivazione dalla fonte comune): celtica (irlandese crã, ricostruito *krowos), germanica (alto tedesco hraban, norreno hraukr) e baltica (lituano Ó<rka, e kraékti il verbo), oltre che greca (c\rax, cor\ne), indiana (sanscrito k~ravas) e nell'albanese s\rr (cornacchia). Dalle lingue indoeuropee il termine è passato poi all'ebraico haraban. Nell'Urheimat il corvo doveva solcare con la sua nera figura il cielo: assurse a epifania di diverse divinità, con tratti affini. Il suo simbolismo, peraltro, è duale, dal momento che è collegato sia con la saggezza, la preveggenza e la lungimiranza, sia con la morte e la distruzione: le sue peculiarità lo fanno animale solare e notturno al tempo stesso. Forse è anche per questo motivo che viene spesso associato al lupo, che ha analoghe caratteristiche. Gianna Chiesa Isnardi, ricordando la H<lfs saga ok H<lfsrekka (Saga di H<lfr e dei guerrieri di H<lfr), afferma che «nelle figure dei due fratelli Hr\kr inn hvRti e Hr\kr inn svarti "cornacchia bianca" e "cornacchia nera" è forse conservato il ricordo della duplice simbologia dell'animale» (I miti nordici). Nello Zoroastrismo è animale benefico e puro che dissipa la corruzione; il culto di Mitra definì corvus il primo grado iniziatico dei suoi misteri solari. Nella mitologia greca il carattere solare si manifesta nel fatto che è messaggero di Helios-Apollo e collegato a Crono, ad Atena e a Asclepio-Esculapio; i corvi predissero la morte di Platone, come a Roma quelle di Tiberio e Cicerone. Nell'Orfismo appare a simboleggiare la morte iniziatica ed è conseguentemente associato alla pigna e alla torcia, che sono simboli della rinascita metafisica. Analogamente nella tradizione ermetica è simbolo della nigredo (la morte rituale, il "passaggio alle tenebre"), come lo sono il teschio e la tomba. Il dio Brahma, nella religione hindu, si manifesta anche sotto le sembianze del corvo. Particolare importanza riveste nella mitologia nordico-germanica e in quella celtica. Tra i Germani i corvi sono sacri a Wotan-Odino, e i suoi due corvi Huginn e Muninn ("pensiero" e "memoria") volano nel mondo a raccogliere ogni informazione, per poi tornare a riferirla al dio sovrano. Lo seguono anche nella furiosa caccia selvaggia, e analogamente nella mitologia celtica sono sacri tanto a Lug dalla lunga lancia (così simile a Odino), quanto alla Morrigan, dea del furor guerriero e della morte in battaglia. In un mito gallese Owein è un eroe "sovrano di corvi" e si scontra con il seguito di Artù. Questa diffusione in area celtica e germanica ne ha comportato una forte presenza nell'araldica, dove pare però essere confuso con la cornacchia. Un ultimo dato interessante è che il corvo è spesso associato, in diverse aree e sino al tardo medioevo, agli occhi: non solo per via della sua capacità di lungimiranza, ma anche perché gli occhi sono il suo primo pasto quando si imbatte nei caduti in battaglia; inoltre i suoi occhi hanno potere medicamentoso. Fjölsvixr è minacciato, allorché menta, «di essere mutilato da due corvi che gli strapperanno gli occhi». Ciò è forse da mettere in relazione con la qualità del corvo di rappresentare la prima funzione sovrana indoeuropea, quella magico-religiosa (testimoniata anche dal suo collegamento a Odino e Lug), come gli occhi lo sono nella gerarchia simbolica del corpo umano. Il cuculo trae il suo nome da una forma onomatopeica (*kuku-) abbastanza diffusa nel panorama indoeuropeo. Di essa si ha vestigia nelle lingue storiche nell'irlandese cãach, nel gallese cog, nel verbo lituano kukdoti (fare cucù), nel russo kukdÓa, nel greco k\kkyx, nel sanscrito koka- (e kokila-) e nel latino cucãlus. Il latino pare avesse anche una forma, più rara e antica, cãcus (a ulteriore conferma della ricostruzione del tema indoeuropeo), della quale cuculus rappresenterebbe una sorta di diminutivo poi invalso come nome principale. Questa è una delle tante parole che si sono conservate ancora oggi affini in moltissimi lingue, e in quasi tutte si è mantenuto il senso dell'onomatopea: anche in lingue influenzate da quelle indoeuropee, come il turco e il georgiano. Nominando questo uccello, ne riproduciamo il verso e, per un attimo, parliamo forse inconsapevolmente la sacra lingua degli uccelli, che molteplici tradizioni e leggende raffigurano come la "lingua angelica" e sacra per eccellenza. Nel simbolismo il cuculo è strettamente legato ad amore, fecondità e abbondanza pere via della sua funzione di "annunciatore" della bella stagione (in un calendario scandinavo medievale al cuculo è associata la data del 25 aprile, e nella antica tradizione nordica il mese che andava da circa metà aprile a circa metà maggio era definito "mese del cuculo"); inoltre, in alcuni ambiti ha la funzione di "sovrano" tra gli altri uccelli; ed ha anche alcuni caratterizzazioni negative e tenebrose, che fanno di lui uno dei parassiti simbolici per antonomasia. Come riportava già Aristotele, questo animale depone il suo uovo nel nido di altri uccelli (per lo più passeracei) eliminando dalla covata uno di quelli dell'ospite; allo schiudersi, il piccolo cuculo viene allevato e cresciuto dall'ignaro genitore adottivo. Questo fatto ha avuto due significative attribuzioni nel mondo del simbolismo: da una parte, ha accresciuto i significati primaverili che già erano proprî di tale animale, dall'altra lo ha fatto apparire in alcuni ambiti quale «emblema dell'abbandono dei doveri materni e del parassitismo, ma anche del canzonatore, tanto che una volta si usava il verbo "cuculiare" per "prendere in giro"» (Cattabiani). In ambito folklorico, e specialmente in Piemonte, esiste l'espressione "vecchio come il cucco". Sempre stando a quanto scrive Alfredo Cattabiani, essa sarebbe sorta dalla credenza secondo la quale il cuculo non morirebbe mai; inoltre, essendo immortale il cuculo tutto ha visto e tutto sa - un po' come il corvo, per altri aspetti. In un poema indotibetano quest'immagine del cuculo quale sapiente risulta appieno suffragata. Ne La preziosa ghirlanda degli insegnamenti degli uccelli si narra infatti del saggio AvalokiteÑvara il quale, dopo avere assunto le forme di questo uccello, rimase per lunghi anni nel folto di un albero di sandalo. Quando venne richiesto di parlare da un pappagallo, iniziò un discorso di saggezza che fu ascoltato da un uditorio sempre maggiore di uccelli, che si radunarono in un grande e memorabile convegno. Il cuculo stabilì di riunirsi l'anno seguente: ciò avvenne, e quasi tutti i pennuti assunsero un impegno di natura spirituale; ciò li condusse sulla strada verso la liberazione. L'italiano "tordo" corrisponde al latino turdus, che è una parola di antiche origini. Si trovano suoi corrispondenti tra i Celti (irlandese moderno truid, 'tordo', e irlandese medievale truit, 'storno'), i Germani (antico alto tedesco drosca, norreno throstr, inglese moderno thrush, tedesco moderno Drossel), i Balti (lituano strnzdas, lettone strazds, antico prussiano tresde), gli Slavi (russo drozd) e i Greci (greco stroudhos, che assunse il significato di 'passero'). La linguistica comparata ha individuato l'origine di questi nomi in una forma comune indoeuropea *(s)tr\sdos-, dalla quale sarebbero sortite le varie espressioni dialettali. John Greppin, dell'Università di Cleveland, la definisce parola «del Nord-Ovest indoeuropeo». Riferisce inoltre che i tordi del genere zoologico turdus sono ben noti per il loro dolce canto, e che i più comuni, all'interno del genere, sono il tordo canterino, il merlo e la tordella gazzina. Aggiunge infine che i varî tordi sono «ben distribuiti dall'Europa sino all'Asia occidentale e centrale» e che in India il tordo e la ciarla sono definiti con termini comuni, che designano entrambi tali uccelli.

    Mosca

    Il nome di questo insetto si è conservato nei millennî, sino a giungere alla nostra lingua del tutto simile a quello utilizzato in tempi arcaici dal vocabolario indoeuropeo. Attraverso il latino musca ci giunge sin dalla radice indoeuropea *mus, ampliata in *mus-k~. Questo tema è stato ricostruito dai linguisti tramite la comparazione con l'antico basso tedesco muggia, il norreno my, il lituano musè, l'antico slavo muxa, il greco antico myîa, l'albanese mizN e l'armeno mun. Si delinea così la radice *mus, attestata nelle aree baltica, slava e greca; ampliata da *-ka nel latino e ridotta alla forma *mu o *mã nelle aree germanica, albanese e armena.
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

 

 
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