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Discussione: Eurasia come destino

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    Eurasia come destino



    Quello che ci domina non è un Impero. L'America ha un esercito e un'industria molto forti: ed è tutto. Le sue multinazionali - assai più agevolmente dei suoi eserciti - occupano qua e là nazioni e intere aree. Poi, però, l'America perde sempre la pace. Contrariamente a quanto ne pensano Luttwak, il geostratega dei finanzieri, oppure Toni Negri, il parafilosofo della borghesia parassita, gli USA non sono affatto un Impero, ma la sua grottesca parodia: non un segno di interiore potenza, non un cenno di superiore civiltà, nessun grandioso disegno valoriale, che non sia l'ottusa ripetizione di una vuota parola, in cui non crede più nessuno: democrazia, solo e sempre lo stesso logoro slogan.

    Il disegno politico di opporre al Nulla planetario la sostanza di un vero Impero portatore di tradizione culturale, di civiltà e di autentico potere di popolo ha i confini precisi dell'Eurasia. In quello spazio geostorico che va da Lisbona a Vladivostok - l'Europa decenni or sono indicata da Jean Thiriart - numerose intelligenze politiche europee dell'ultimo secolo hanno visto la giusta risposta agli interrogativi posti dalla moderna politica mondiale. Se proprio quest'anno si ricordano i cento anni della conferenza londinese in cui Sir Halford Mackinder gettò le prime basi della moderna geopolitica, è proprio per rammentare che fin da allora l'Eurasismo poté dirsi una via ideologica e politica prettamente europea. Si voleva la risposta del blocco di terraferma nei confronti della talassocrazia mercantilista anglo-americana, già allora ben delineata. Behemoth contro Leviathan. La schmittiana, solida e immutabile Terra, contro il liquido, infido e mutevole Mare. Oppure, per dirla con le parole antiche di Pound: contadini radicati al suolo contro usurai apolidi. L'Eurasismo è il disegno geopolitico di assicurare l'Asia centrale all'Europa, per farne un blocco in grado di reggere la contrapposizione con il mondo occidentale-atlantico.

    Antica idea russa, questa. I Russi avevano - (hanno?) - come una doppia anima: temono l'Asia (specialmente l'Asia gialla), ma ne amano il mistero, gli spazi. Dostoewskij ben rappresenta quest'angoscia russa. Maksim Gorkij, ad esempio, che pure stava dalla parte dei bolscevichi, era terrorizzato dalla possibile mongolizzazione della Russia bianca. Savickij invece, uno dei primi "eurasisti", proclamava l'Oriente come fatale terra del destino europeo. Per parte sua, Karl Haushofer - lo studioso tedesco che con Ratzel fu il vero fondatore della geopolitica - aveva un'idea ben chiara: "Europa alleata della Russia contro l'America". Intorno a questa nuova scienza - la geopolitica - da lui energicamente divulgata, si ritrovarono in molti.

    L'Eurasismo come movimento politico storico fu cosa effimera: nato nel 1921 a Sofia per iniziativa di alcuni russi fuggiti dalla rivoluzione, si diceva erede dei vecchi slavofili: sognavano una grande Russia eurasiatica avversa all'Occidente. Cristiani ortodossi, alla maniera di Spengler pensavano che l'Occidente stesse tramontando e che al suo posto dovesse sorgere la "terza Roma" moscovita. Ma già nel 1927 l'organizzazione, infiltrata dai bolscevichi, sparì dalla scena. Ma non le sue idee. Che l'Europa dovesse sottrarsi all'egemonia anglosassone e al crescente predominio americano, appoggiandosi invece alla Russia e al suo prolungamento asiatico, rimase una convinzione diffusa. Il nazional-bolscevismo fu una viva espressione di questa tendenza, soprattutto nella Germania di Weimar, ma anche nell'URSS. Furono in diversi - a cominciare da Ernst Niekitsch - a pensare a una forma di comunismo nazionale e a un asse Berlino-Mosca, per creare una nuova forma di politica europea macro-continentale. E persino Alfred Rosenberg rifletté su un blocco russo-germanico. Erano orientamenti politici, ma al di sotto si animavano forti suggestioni culturali. L'Asia centrale, il Tibet, la Mongolia: realtà mitiche e mistiche, di cui alcuni personaggi subivano uno strano fascino. Era la terra magica del "Re del Mondo", una specie di ombelico terrestre che si diceva racchiudesse tradizioni, saperi, occulte potenze. Questo mito era alimentato da figure al limite del fantastico: Roman Ungern-Sternberg, ad esempio. Detto Ungern Khan, questo bizzarro barone baltico combatté l'Armata rossa in Asia centrale, organizzò un esercito di cosacchi, mongoli, tibetani, siberiani, puntando all'erezione di un Impero teocratico di tipo lamaista in Eurasia. Claudio Mutti riporta che egli avrebbe ereditato, come potente talismano, nientemeno che il misterioso anello con la svastica che era stato di Gengis Khan.

    Ma ci furono anche eminenti studiosi che videro nell'Asia centrale il fulcro di una forza che l'Europa avrebbe fatto bene ad assicurarsi. Giuseppe Tucci, grande orientalista, promosse studi, viaggi, contatti, fondò istituti e riviste, si disse convinto che il patrimonio di conoscenze esoteriche di cui l'Asia è detentrice dovesse far parte della nostra cultura: "Io non parlo mai di Europa e di Asia, ma di Eurasia". Ma si può ricordare anche l'etnologo e geografo svedese Sven Hedin - tra l'altro, noto ammiratore di Hitler - che vagò per tutta la vita nell'Asia centrale alla ricerca delle sue più arcane tradizioni. E sulle tracce di un Tibet lontano padre del mondo ariano si misero, in quegli stessi anni, anche studiosi e ricercatori delle SS. A tutto questo si intrecciano interi brani di quella cultura alternativa, animata dall'esoterismo tradizionalista, che può riassumersi negli studi in materia portati avanti da Guénon o da Evola. E per molti decenni fu Lev Gumilëv, storico dei popoli della steppa, a lungo perseguitato dai sovietici, a elaborare il modello eurasiatico e a rilanciarlo anche in epoca post-comunista. Ma la geopolitica, erede della "geografia sacra" e così ricca di retroterra sapienziale, è soprattutto realtà. E' la scienza che lega economia, storia e geografia: i popoli devono seguire le vie della loro collocazione, non quelle degli interessi dettati dall'internazionalismo finanziario. La geografia è quella: immutabile nei secoli, e i bisogni dei popoli ne sono la diretta conseguenza.

    Da un po' di tempo, sotto la spinta negativa dell'espansionismo americano-atlantista, si è avuto un ritorno della concezione geopolitica e, di conseguenza, dell'Eurasismo. Nella Russia post-comunista, una forma di Eurasismo è rinata per iniziativa di Aleksandr Dughin, che nel 1992 fondò la rivista "Elementy", recante il sottotitolo "rassegna eurasista". E tuttavia, il suo è un Eurasismo differente da quello religioso e conservatore degli anni venti. Dughin si è rifatto alla Rivoluzione Conservatrice tedesca - di cui Karl Haushofer era stato leader in materia di geopolitica - oppure a quell'ambiente della Nuova Destra europea (De Benoist, Steuckers) che ha fatto della scelta europeista anti-americana un suo cardine: rompere con l'atlantismo filo-americano, che sta portando i popoli alla rovina. Guardare invece a est, alla Russia, e a tutto quell'enorme bacino centroasiatico, dalle cui potenzialità ancora inespresse potrebbe partire un progetto di antagonismo politico di portata mondiale.

    L'Eurasia non è una trovata dell'ultima ora. Quella di guardare alla Scizia, al Caucaso o addirittura alle Indie è un'antica nostalgia europea. Oggi la geopolitica ci ricorda che i bisogni, la collocazione e la terra dei nostri popoli europei sono i medesimi di duemilacinquecento anni fa. Solo che, nel frattempo, e in nome di interessi estranei, lontani e pericolosi, la nostra identità viene per la prima volta nella storia minacciata molto da vicino. La geopolitica e l'Eurasismo servono a ricordarci che l'Europa ha in mano la possibilità di gestire uno spazio imperiale omogeneo territorialmente e culturalmente, bene in grado di fronteggiare l'imperialismo atlantista-occidentale, e che questo grande spazio aspetta solo di essere organizzato da una volontà politica. Poiché l'Europa si merita un destino europeo.


    Luca Leonello Rimbotti
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

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    CONFINI GEOPOLITICI DELLA RUSSIA DI DOMANI



    Dal punto di vista geopolitico, la Russia si trova oggi nella medesima situazione di 150 anni fa. Siamo ricaduti in un'epoca di "Grandi Torbidi" simile a quella che il Paese conobbe agli inizi del XVII secolo, con tutti i suoi tratti caratteristici: impostori, scontri fra i boiardi, intervento straniero. Anche il tracciato delle attuali frontiere russe ricorda, con poche eccezioni, quello di tre secoli e mezzo fa. E' la tremenda ricompensa per i pruriti riformisti e le bravate dei Gorbacev e degli Eltsin! E' necessario incominciare col riconoscere questo triste evento geopolitico, prima di mettere a punto una strategia di sviluppo che apra nuove prospettive. A partire dalla metà del XVII secolo, la logica del nostro sviluppo è stata subordinata alla soluzione di due compiti essenziali, oggettivamente imposti allo Stato: un accesso sicuro al mare e delle frontiere sicure. Questi stessi obiettivi sono quelli oggettivamente assegnati alla Russia di oggi. Schematizzando, possiamo distinguere tre tappe della strategia di restaurazione dello status geopolitico naturale della Russia. La prima tappa è il consolidamento interno. In seguito alla formazione dello Stato russo centralizzato, il primo tentativo di realizzare uno dei maggiori compiti geopolitici - un accesso sicuro al Baltico - fu condotto da Ivan il Terribile durante la guerra di Livonia. Per tutta una serie di ragioni, questa impresa non ebbe esito favorevole. Il principale ostacolo sulla via della vittoria fu l'assenza di unità in seno all'élite politica della Moscovia. Tutto questo vale anche per la Russia contemporanea. La nostra disgraziata divisione interna è la causa principale della nostra attuale debolezza. Pertanto, il primo obiettivo deve essere il raggruppamento delle forze politiche. La realtà degli ultimi anni suggerisce almeno due esempi che indicano la via dell'unità. Il primo esempio è fornito dall'atteggiamento verso l'espansione della NATO a Est, espansione che ha suscitato un'energica reazione di rifiuto in tutti gli strati della società russa. Le forze popolari e patriottiche del nostro Paese sono sempre state avversarie risolute dell'espansione della NATO, pregiudizievole per la sicurezza della Russia. D'altronde, è significativo che la coesione si sia realizzata allorché tutte le forze politiche importanti hanno adottato il nostro punto di vista: quello degli interessi della Russia. Il secondo esempio è fornito dall'atteggiamento verso il concetto di "mondo multipolare", da noi per primi formulato proprio mentre Kozijrev conduceva a tambur battente la sua battaglia capitolazionista. Oggi esso costituisce di fatto la dottrina ufficiale del Ministero degli Affari Esteri. La seconda tappa è quella del "raggruppamento delle terre". L'evento geopolitico chiave degli ultimi tre secoli di storia russa è stato senz'altro la riunificazione dell'Ucraina alla Russia (1654). Il ristabilimento dell'unità politica fra Grandi Russi, Ukraini e Bielorussi, realizzato con la storica Rada (consiglio) di Perejaslav, ha consentito alla Russia di realizzare nel corso dei secoli i propri obiettivi di politica estera. Oggi, la nostra civiltà russa è nuovamente divisa in tre parti. Si tratta del problema stesso della possibilità di esistenza del nostro Stato. La sua soluzione sarà determinante per la sopravvivenza o la scomparsa della nostra patria, quale è sempre stata: una civiltà unica, originale e autosufficiente. Ecco perché il secondo obiettivo strategico deve essere quello della riunificazione di Ucraina e Bielorussia alla Russia. Come gli eventi recenti hanno mostrato, basta un nulla perché l'unione di Russia e Bielorussia si realizzi: la volontà politica da parte della direzione della Federazione Russa. E' la burocrazia al potere che finora ha ostacolato l'effettiva riunione dei due popoli fratelli. Il problema della riunificazione fra Russia e Ucraina è purtroppo molto più complesso. Dopo lo smembramento dell'URSS, e fino ad oggi, le nostre relazioni sono andate deteriorandosi, non senza il concorso dell'Occidente. Le cause sono molte, ma due sono quelle essenziali: - la volontà degli USA e dell'Occidente di separare completamente l'Ukraina dalla Russia, facendo della prima una zona-tampone fra l'Europa e la "imprevedibile" Mosca; - l'orientamento antirusso di una frazione ben determinata dell'élite politica attuale dell'Ukraina. L'ex segretario di stato americano Kissinger ha poubblicato su Newsweek nel giugno 1996 un articolo che - a giusto titolo - è già stato paragonato al tristemente celebre discorso di Churchill a Fulton che servì da prologo alla "guerra fredda". Per Kissinger, i principali elementi della politica dell'Occidente per fronteggiare "l'espansionismo russo" devono essere l'espansione della NATO a Est e un insieme di misure mirate ad impedire la reintegrazione fra Russia e Ukraina. I politologi americani non nascondono di voler vedere l'Ukraina "inserita nelle strutture transatlantiche ed europeo-occidentali". D'altra parte, la politica di Washington verso l'Ukraina coincide largamente con gli schemi ideologici dei nazionalisti ukraini e con le intenzioni delle Autorità di Kiev. Nondimeno, i tentativi di scindere l'Ukraina dalla Russia si scontrano con una forte resistenza in seno alla società ukraina; e la stessa élite politica è divisa. Nel complesso, fattori oggettivi e soggettivi militano a favore della tesi secondo cui la riunificazione fra Russia e Ukraina si produrrà ineluttabilmente, in una forma o nell'altra. La terza tappa è quella della restaurazione dello status geopolitico naturale della Russia. Una volta realizzati gli obiettivi delle tappe precedenti, la Russia sarà in grado di conseguire il suo obiettivo geopolitico principale: il controllo del "cuore del mondo", dello "Heartland". Solo questo potrà realmente garantire la sicurezza del nostro Stato. Lo scopo finale della geopolitica russa deve quindi essere la creazione di una forma di confederazione, federazione o unione che ristabilisca l'unità del campo geopolitico - oggi frammentato - che racchiude i territori dell'ex URSS. Ma nelle condizioni attuali, quando le tendenze centrifughe sono ancora lontane dall'essere domate e quando diversi Paesi del "vicino estero" sono diretti da gruppi politici avversi all'unione con la Russia, la rinascita di uno Stato unificato negli spazi dello "Heartland" eurasiatico non è cosa di domani. Pertanto, conviene parlare non dei princìpi della creazione di un nuovo Stato, ma dei princìpi e delle forme di controllo geopolitico del territorio dell'antico Impero russo e dell'URSS: - Il principio del vantaggio reciproco e della volontarietà. Siamo contrari al "balzo verso sud" [allusione a un celebre slogan di Vladimir Zhirinovskij, ndt], come d'altronde verso nord, ovest o est. - Il principio di un sano pragmatismo di Stato. La strategia geopolitica della Russia deve perseguire interessi nazionali, non chimere ideologiche del tipo del "nuovo pensiero" gorbaceviano e del "trionfo della democrazia in tutto il mondo". - Il principio dell'approccio caso per caso, in funzione del differente grado di attrazione culturale fra la Russia e il Paese del "vicino estero", dell'orientamento dell'élite al potere, dell'importanza e dell'influenza della Diaspora russa, e di altri fattori. Un approccio di questo tipo potrà sensibilmente accelerare il processo di unificazione. Gli autori del rapporto "Rinascerà l'Unione?" - redatto su richiesta del Consiglio per la Politica Estera e la Difesa - valutano che in uno scenario di ricostituzione dell'Unione in forma confederale agli inizi del prossimo secolo possano trovar posto: - con un grado molto elevato di probabilità: Russia, Bielorussia, Kazakistan, Kirghisistan, Tazhikistan, Armenia; - con un grado elevato di probabilità: Ukraina, Uzbekistan, Georgia, Moldova; - con un grado minore di probabilità: Azerbaijan e Turkmenistan; - con un grado scarso di probabilità, ma non da escludere: Lettonia; - nessuna probabilità: Estonia e Lituania. Evidentemente, in qualsiasi di queste ipotesi, un'unione interstatuale di questo tipo può già mirare alla restaurazione del controllo sullo "Heartland" eurasiatico.

    da Geopolitica della vittoria, Mosca 1998
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

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    I TEMI DELLA GEOPOLITICA E DELLO SPAZIO RUSSO NELLA VITA CULTURALE BERLINESE DAL 1918 AL 1945



    Karl Haushofer, Oskar von Niedermayer & Otto Hoetzsch . Intervento di Robert Steuckers alla 10^ Università d’estate di "Synergies Européennes", Bassa-Sassonia, agosto 2002. Analisi di Karl SCHLÖGEL, Berlin Ostbahnhof Europas - Russen und Deutsche in ihrem Jarhhundert, Siedler, Berlin, 368 S., DM 68, 1998.

    Nel 1922, dopo l’effervescenza spartachista che ha appena scosso Berlino e Monaco, un anno prima dell’occupazione franco-belga della Ruhr, il Generale di artiglieria bavarese Karl Haushofer, laureato in geografia, è unanimemente e giustamente considerato uno specialista del Giappone e dello spazio oceanico del Pacifico. La sua esperienza di attaché militare nell’Impero del Sol Levante, prima del 1914, e la sua tesi universitaria presentata dopo il 1918, gli consentono di rivendicare questa qualifica. Haushofer entra così in contatto con due personalità sovietiche di primo piano: l'uomo del Komintern a Berlino, Karl Radek, e il Commissario agli Affari Esteri, Georgi Tchitchrin (che siglerà l’Accordo di Rapallo con Rathenau). In quale contesto ha luogo questo incontro? Il Giappone e l’URSS cercano di appianare le loro divergenze intavolando una serie di negoziati in cui i Tedeschi svolgono il ruolo di arbitri. Questi negoziati si basano essenzialmente sul controllo dell’isola di Sakhalin. Il Giappone reclama la presenza di Haushofer, al fine di avere dalla sua parte "una personalità obiettiva ed informata dei fatti". I Sovietici accettano che questo arbitro sia Karl Haushofer, perché i suoi scritti sullo spazio del Pacifico (trascurati in Germania dopo che questa ha perduto la Micronesia in seguito al Trattato di Versailles) sono letti con grande attenzione dalla giovane scuola diplomatica sovietica. In più, con la mania agiografica dei rivoluzionari bolscevichi, Haushofer ha conosciuto i fratelli Ulianov (Lenin) a Monaco prima della I guerra mondiale; gli piaceva parlarne e riferirà in seguito questo episodio nella sue memorie. L’interesse sovietico per la persona del Generale Haushofer durerà fino al 1938, quando, con un brusco cambio di atteggiamento al tempo dei grandi processi di Mosca, il Procuratore richiederà la condanna di Sergueï Bessonov, che accusa di essere una spia tedesca, in contatto, egli pretende, con Haushofer, Hess e Niedermayer (cf. infra). Le stesse accuse sono portate contro Radek, che finirà giustiziato, nel corso delle grandi purghe staliniane. Questi tre fatti di storia (la presenza di Haushofer durante i negoziati tra Giapponesi e Sovietici, il contatto, senza dubbio assai breve e perfettamente anodino, tra Haushofer e Lenin, le condanne ed esecuzioni di Radek e di Bessonov indicano che indipendentemente dalle etichette ideologiche di « sinistra » o di « destra », la geopolitica, quella teorizzata da Haushofer a Monaco e a Berlino negli anni 20, non si occupa che dei rapporti esistenti tra la geografia e la storia; essa è dunque considerata come un processo scientifico, come un sapere pratico e non come una speculazione ideologica ed occultistica, che veicola dei fantasmi o degli interessi. All’epoca, si può parlare di un’autentica "Internazionale della geopolitica", che trascende largamente le etichette ideologiche, come oggi, un sapere di ordine geopolitico, diffuso in una moltitudine di istituti, comincia a profilarsi ovunque in un mondo in cui le grandi poste geopolitiche sono tornare all’ordine del giorno: la questione dei Balcani, quella dell’Afghanistan, riportano in primo piano tutte le grandi tematiche della geopolitica, specialmente quelle che erano state sottolineate da Mackinder e Haushofer.

    Un procedimento fattuale e materiale, senza deriva occultistica

    A partire dal 1924, Haushofer pubblica la sua Zeitschrift für Geopolitik (ZfG; "Rivista per la geopolitica"), in cui egli mette soprattutto l’accento sullo spazio del Pacifico, come attestano i suoi articoli e i suoi resoconti, redatti specialmente grazie a rapporti inviati da corrispondenti giapponesi. Il tono di questa rivista è dunque essenzialmente politico e geografico, contrariamente alle chiacchiere diffuse per decenni dopo il 1945, e che cominciano per fortuna ad attenuarsi; queste "chiacchiere" evocano una fantasmagorica dimensione "esoterica" della Zeitschrift für Geopolitik (ZfG); si è narrato che Haushofer apparteneva ad ogni specie di setta esoterica ed occulta (ossia occultistica). Queste accuse sono di certo completamente false. Inoltre, l'interesse nei confronti di Haushofer e delle sue tesi sullo spazio del Pacifico da parte della giovane diplomazia sovietica, da Radek e Tchitcherin, è un indice complementare (e consistente) per attestare la natura concreta e materiale dei suoi scritti; essendo le sette, per definizione, irrazionali, come avrebbe potuto un uomo, considerato, immerso in questo universo ai margini di ogni razionalità scientifica, suscitare l’interesse e la collaborazione attiva di marxisti materialisti e storicisti? Di marxisti che tentavano di espungere ogni irrazionalità dai loro processi intellettuali? L'accusa di occultismo nei confronti di Haushofer è dunque una contro-verità propagandistica, diffusa dai servizi e dalle potenze che hanno l’interesse che la sua opera rimanga sconosciuta, non sia più consultata nelle cancellerie e negli stati maggiori. Va da sé che si tratta di potenze interessate a far sì che il grande continente eurasiano non sia organizzato né gestito territorialmente fin nelle sue regioni più lontane dal mare. La principale opera geopolitica e scientifica di Haushofer è dunque la sua Geopolitik des Pazifischen Raumes ("Geopolitica dello spazio pacifico"), meticoloso libro di riferimento che si trova in permanenza nell’ufficio di Radek a Berlino come a Mosca. Karl Radek svolge un ruolo di diplomatico del PCUS ("Partito Comunista dell’Unione Sovietica"). Egli tuttavia è a favore, quando i francesi condannano a morte e fanno fucilare l’attivista nazionalista tedesco Albert Leo Schlageter, di un fronte comune tra nazionalisti e comunisti contro le potenze occidentali occupanti In seguito, Radek sarà nominato Rettore dell'Università Sun-Yat-Sen a Mosca, centro nevralgico della nuova cultura politica internazionale che i Sovietici intendono generalizzare su tutto il pianeta. Radek organizzerà, con l’avvio di questa università di nuovo genere, uno scambio permanente tra universitari, il cui sapere è in grado di forgiare questa nuova cultura diplomatica internazionale.

    Tre figure emblematiche

    Nel quadro di questa Università Sun-Yat-Sen , tre figure emblematiche meritano ancora oggi la nostra attenzione, in quanto il loro procedere può ancora avere una tale incidenza su ogni riflessione attuale circa il destino della Russia, dell’Europa, dell'Asia centrale e per quel che riguarda le teorie generali della geopolitica: Mylius Dostoïevski, Richard Sorge e Alexander Radós. Mylius Dostoïevski è il nipote del grande scrittore russo. Il quale, ricordiamolo, ha gettato le basi di una rivoluzione conservatrice in Russia, al di là dei limiti della slavofilìa degli inizi del XIX secolo e consolidato, di colpo, la dimensione russofila della rivoluzione conservatrice tedesca, per la via indiretta delle sue riflessioni affidate al suo Diario di uno scrittore, opera capitale che sarà tradotta in tedesco da Arthur Moeller van den Bruck. Mylius Dostoïevski è specializzato in storia ed in geografia del Giappone, della Cina e dello spazio marittimo del Pacifico. Egli apparterrà alla giovane avanguardia della diplomazia sovietica e sarà un lettore attento della ZfG; per rendere la cortesia a questo giovane geografo sovietico, secondo la sua abituale signorilità, Karl Haushofer renderà sempre conto con precisione delle diverse evoluzioni della nuova geopolitica sovietica. Egli ritiene che i Tedeschi del suo tempo debbano conoscerne le grandi linee e la dinamica. Richard Sorge, altro lettore della ZfG, è un esponente sovietico in Estremo Oriente. Si conosce il suo ruolo durante la seconda guerra mondiale. Nel 1933, quando Hitler prende il potere in Germania, Sorge è in contatto con la scuola geopolitica di Haushofer. Egli vi rimarrà, nonostante i cambiamenti di regime e le opzioni anticomuniste ufficiali, ad ulteriore prova che la geopolitica è ben al di là degli spartiacque ideologici e politici. Nel corso degli anni susseguenti la "Machübernahme" di Hitler, egli scrive numerosi importanti articoli nella ZfG. La sua conoscenza del mondo estremo-orientale (e solo essa) giustificano questa collaborazione.

    Alexander Radós e "Pressgeo"

    Indubbiamente, il principale discepolo sovietico di Karl Haushofer è l’israelita ungherese Alexander Radós, geografo di formazione, in servizio come spia per la giovane URSS, specialmente in Svizzera, centro nevralgico di numerosi contatti ufficiali. Radós è l’uomo che ha formato le nuove concezioni della geografia politica sovietica. Egli è, tra l’altro, colui che ha forgiato la denominazione stessa dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche. Radós è principalmente un cartografo, che ha iniziato la sua carriera fissando carte del traffico aereo, le quali alle sua epoca costituiscono evidentemente un’innovazione. Egli insegna alla “Scuola marxista di formazione dei Lavoratori" ("Marxistische Arbeiterschulung"). Fonda in seguito la prima agenzia in assoluto del mondo di stampa cartografica, a cui da il nome di "Pressgeo", in cu lavorerà in particolare una futura celebrità come Arthur Koestler. La fondazione di questa agenzia corrisponde perfettamente alle aspirazioni di Haushofer, che intende volgarizzare e diffondere al massimo tra la popolazione un sapere programmatico di ordine geografico, storico ed economico, in accordo con lo spirito di difesa. La carta, tracciato sintetico, strumento didattico di prim’ordine, serve all’obiettivo di istruire rapidamente gli spiriti decisionisti degli eserciti e della diplomazia, come gli insegnanti di storia e di scienze politiche che devono comunicare velocemente un sapere essenziale e vitale ai loro allievi. Haushofer parla anche, in questo senso, di "Wehrgeographie", di "geografia difensiva", cioè di "geografia militare". L'obiettivo di questa scienza programmatica è di sintetizzare in un semplice colpo d’occhio cartografico tutta una problematica di natura strategica, ricorrente nella storia. Pedagogia e cartografia formano i due pilastri principali della formazione politica delle élites e delle masse. Yves Lacoste, oggi in Francia, segue una stessa logica, facendo riferimento a Elisée Reclus, geografo dinamico, che reclamava una pedagogia dello spazio, in una prospettiva che egli voleva rivoluzionaria e "anarchica". Lacoste, come Haushofer, ha perfettamente coscienza della dimensione militare della geografia (e, a fortiori, della "Wehrgeographie"), quando scrive, facendo riferimento ai primi cartografi militari dell’antica Cina "La geografia, serve a fare la guerra!".

    Sull’utilità pedagogica della cartografia

    Michel Foucher, professore a Lione, dirige oggi un istituto geografico e cartografico, le cui cartine, molto didattiche, illustrano la maggior parte degli organi di stampa francesi, quando questi evocano i punti caldi del pianeta. In questo stesso spirito pluri-disciplinare, dalla volontà chiaramente pedagogica che in Francia e in Germania, va da Haushofer a Lacoste e a Foucher, Alexander Radós, loro precursore sovietico, pubblica in URSS e in Germania nel 1930, un Atlas für Politik, Wirtschaft und Arbeiterbewegung ("Atlante della politica, dell'economia e del movimento operaio"). Radós è così il precursore di un modo innovatore ed interessante di praticare la geografia politica, di mescolare in sintesi audaci, un ventaglio di saperi economici, geografici, militari, topografici, geologici, idrografici, storici. Le sintesi, che sono le cartine, devono servire a cogliere in un solo colpo d’occhio, delle problematiche altamente complesse che il semplice testo scritto, troppo lungo da assimilare, non permette di afferrare così velocemente, di esprimere senza inutili divagazioni. È questo un grande passo in avanti nella pedagogia scientifica e politica, nel senso aperto, un secolo prima dal geografo Carl Ritter. Questa cartografia facilita il lavoro del militare, del geografo e dell’uomo politico; essa permette, come sottolinea Karl August Wittfogel, di uscire da un’impasse della vecchia scienza geografica tradizionale (e "reazionaria" per i marxisti), in cui sistematicamente, si trascuravano i macro-processi scatenati dal lavoro dell’uomo e così, il carattere "storico-plastico" di quelli che si credevano essere dei "fatti eterni di natura". È in questa fondamentale posizione epistemologica, al di là delle discriminanti ideologiche, frutto di “etiche della convinzione" dalle ripercussioni calamitose, che si ritrovano Elisée Reclus, Haushofer, Radós, Wittfogel, Lacoste e Foucher. Wittfogel , che si pone come rivoluzionario, riconosce questa "plasticità storica" nell’opera del "geopolitologo borghese" Karl Haushofer. Le due scuole, quella di Haushofer e la marxista, vogliono inaugurare una geografia dinamica, in cui lo spazio non viene più posto come un blocco inerte e immobile, ma si apprende come una rete di relazioni, di rapporti, di movimenti in perpetua effervescenza (il pensiero va naturalmente al "rhizome" di Gilles Deleuze, che ispira gli attuali "geofilosofi" italiani). In seno a questa rete sempre in movimento, il tempo può apportare epoche di sosta, di maggiore calma, come può inserire del dinamismo, della violenza, dei rovesciamenti, che costringono le personalità politiche di valore ad adoperarsi per ridistribuire le carte. Il lavoro dell’uomo, che addomestica certi spazi organizzandoli e creando dei mezzi di comunicazione più rapidi, è un lavoro propriamente "rivoluzionario"; gli uomini politici che rifiutano di gestire lo spazio, in uno spirito di difesa territoriale o nello spirito di assicurare alle future generazioni comunicazioni e risorse, sono dei "reazionari", dei codardi che preferiscono una lenta decomposizione alla dinamica di trasformazione. Degli arrendevoli che fanno anche il gioco perverso dei talassocratici. Di conseguenza, rievocare uomini come Mylius Dostoïevski, Richard Sorge, Alexander Radós o Karl August Wittfogel, ci sembra molto utile, intellettualmente e metodologicamente, perché questo prova: - che l’interesse generale per la geopolitica oggi non può più essere messo alla pari di un interesse malsano per il passato nazional-socialista (contesto in cui dovette operare Haushofer); - che nessuna morbosità di ordine esoterico od occultista può essere reperita nell’opera di Haushofer e dei suoi discepoli tedeschi o sovietici; - che queste scuole hanno posto delle pietre miliari nello sviluppo della scienza politica, della geografia e della cartografia; - che esse hanno lasciato in eredità un bagaglio scientifico della più grande importanza; - che noi dovremmo interessarci maggiormente degli sviluppi della geopolitica sovietica degli anni 20 e 30 (e analizzare, ad esempio, l’opera di Radós).

    Oskar von Niedermayer, il "Lawrence tedesco"

    Oltre ad Haushofer, un approccio al sapere geopolitico quale si manifesterà nella Berlino degli anni 20, 30 e 40, non può esimersi dallo studiare la figura del Cavaliere Oskar von Niedermayer, soprannominato il "Lawrence d'Arabia" tedesco. Nato nel 1885, Oskar von Niedermayer intraprende la carriera di ufficiale, ma non si accontenta del semplice servizio militare. Egli studia all’università le scienze naturali fisiche, la geografia e le lingue iraniane (il che gli permetterà di avere contatti successivi con la Comunità religiosa Ba'hai che, all’epoca, è quasi la sola porta aperta dell’Iran sull’Occidente). Dal 1912 al 1914, egli compie un lungo viaggio in Persia ed in India. Egli sarà così il primo Europeo ad attraversare da parte a parte il deserto di sabbia del Lout (Dacht-i-Lout). Nel 1914, quando scoppia la prima guerra mondiale, Oskar von Niedermayer, accompagnato da Werner Otto von Henting, percorre le montagne dell’Afghanistan per incitare le tribù afghane a sollevarsi contro gli Inglesi e i Russi, al fine di creare un "accesso di attacco", che obblighi le due potenze nemiche della Germania a sguarnire parzialmente i loro fronti in Europa, nel Caucaso e in Mesopotamia. Questa missione sarà un fiasco. Nel 1919, Niedermayer si ritrova nei ranghi del Corpo Franco del colonnello Cavalier Franz von Epp che schiaccia la Repubblica dei Consigli di Monaco. Nonostante il suo ruolo nell’avventura di questo Corpo Franco anticomunista, Niedermayer viene nominato in seguito ufficiale di collegamento della Reichswehr presso la nuova Armata Rossa a Mosca. In questo contesto, è interessante notare che egli è, innanzi tutto, un esperto dell’Afghanistan, delle lingue persiane di tutta questa zona chiave della geostrategia mondiale che va dalla riva sud del Caspio all’Indo. È dunque Niedermayer che negozierà con Trotski e che visiterà, per conto della Reichswehr, nella prospettiva della futura cooperazione militare tra i due paesi, le fabbriche di armi e i cantieri navali di Pietrogrado (divenuta "Leningrado"). Oskar von Niedermayer è dunque stato uno dei tasselli operativi della cooperazione militare e militar-industriale germano-russa degli anni 20. Nel 1930, egli diviene professore di "Wehrgeographie" a Berlino.

    La "palude" e le sue etiche di convinzione

    La principale lezione che egli trae dalle sue attività politiche e diplomatiche è una sfiducia nei confronti dei politici del centro", della "palude", incapaci di comprendere le grandi implicazioni internazionali del "Grande Gioco". Le sue critiche si rivolgono soprattutto ai social-democratici e ai centristi di ogni sfumatura ideologica: con tali personaggi è impossibile, constata von Niedermayer in un rapporto in cui non nasconde il suo disappunto, articolare a lungo termine una politica estera durevole, razionale e costante. Egli li accusa di criticare tutto pubblicamente attraverso la stampa; in questo modo, nessuna diplomazia segreta è ancora possibile. Peggio, egli ritiene che, a causa del comportamento deleterio di questi saltimbanchi senza una solida spina dorsale politica, nessuna delle abituali risorse della diplomazia tra stati funziona ancora in maniera ottimale. Perché le etiche della convinzione (terminologia di Max Weber: "Gesinnungsethik") che animano tutte le vane agitazioni politiche di quella gente, alterano lo spirito di ritegno, di serietà e di servizio che sono necessari per far funzionare una tale diplomazia tradizionale. La priorità accordata alle convinzioni giunge a tradire gli interessi fondamentali dello Stato e della nazione. Il risentimento di Niedermayer nasce in seguito ad un incidente al Reichstag, in cui il socialista Scheidemann, animato da un pacifismo irrealistico e di bassa lega, denuncia un accordo militare segreto tra l’URSS e il Reich, con il pretesto che il commercio e lo scambio di armamenti non sono “morali”. L’indomani, come per caso, la stampa londinese all’unisono, riprende l’informazione e innesca una propaganda contro le due potenze continentali che hanno aggirato le clausole di Versailles relative agli embarghi. Questo incidente mostra anche che un buon numero di giornalisti sono al servizio di interessi estranei al loro paese. In questo oggi nulla è cambiato: gli Stati Uniti beneficiano dell’appoggio incondizionato della maggior parte delle penne della stampa parigina.

    Youri Semionov, specialista della Siberia

    Negli anni 30, Niedermayer incontra Yuri Semionov, un russo bianco in esilio e specialista di economia, di geografia, di geologia e di idrografia siberiane. Semionov è autore di un lavoro, sempre attuale, sempre consultato ad alto livello, sui tesori della geologia siberiana. Pure specialista dell’impero coloniale francese, Semionov compila le sue riflessioni successive in un volume la cui ultima edizione tedesca è del 1975 (cf. Juri Semjonow, Erdöl aus dem Osten - Die Geschichte der Erdöl- und Erdgasindustrie in der UdSSR, Econ Verlag, Wien/Düsseldorf, 1973 & Sibirien - Schatzkammer des Ostens, Econ Verlag, Wien/Düsseldorf, 1975). Nato nel 1894 à Vladikavkaz nel Caucaso, Yuri Semionov studia all’Università di Mosca, prima di emigrare nel 1922 a Berlino, dove insegnerà storia e geografia della Russia e, più in particolare, dei territori siberiani. Dopo la caduta del III Reich, emigra nel 1947 in Svezia, dove insegnerà a Uppsala e vi concluderà la sua vita. In Sibirien - Schatzkammer des Ostens, egli traccia tutte le tappe della storia della conquista russa dei territori situati al di là dell’ex capitale dei Tatari, Kazan. Egli dimostra che la conquista di tutto il corso del Volga, da Kazan ad Astrakhan, permette alla Russia di speculare su un’eventuale conquista delle Indie. Semionov ricolloca tutti questi fatti di storia in una prospettiva geopolitica, quella dell’organizzazione del Grande Continente, dal Mar Bianco al Pacifico. I capitoli sul XIX secolo sono particolarmente interessanti, specialmente quando descrive la situazione globale dopo la decisione dello zar Alessandro III di far finanziare la costruzione di una ferrovia transiberiana. Questo estratto del libro di Semionov (pp. 356-357) riassume perfettamente questa situazione : "Noi sappiamo che ogni politica di "concentrazione delle forze sul continente", come quella che aveva in vista la Russia, provocava un’inquietudine fatta di gelosia in Inghilterra. Ogni movimento della Russia in Asia era considerato come una minaccia che pesava sull’India. L'Ammiraglio Sterling vide questa minaccia diventare concreta dopo l’installazione della presenza russa lungo il fiume Amur. Lo scrittore inglese, oggi dimenticato, ma ben noto all’epoca, Th. T. Meadows, evocò nel 1856, nei suoi scritti, un "futuro Alessandro il Grande russo, che sarebbe andato a conquistare la Cina, poi, senza alcuna difficoltà, avrebbe distrutto l’impero britannico e sottomesso il mondo intero. Questo grido d’allarme patetico, rilanciato dalla stampa inglese, appariva spesso molto idealista, mentre begli anni 80 del XIX secolo i Russi avanzavano in Asia Centrale e si avvicinavano alla frontiera afgana. Nel 1884, accadde il famoso « incidente afghano »; un distaccamento russo s’impadronì di un punto contestato sulla frontiera; in seguito, gli Afghani, che agivano su ordine degli Inglesi, attaccarono questa postazione, ma vennero battuti e dispersi dai Russi. Il primo ministro britannico Gladstone dichiarò, di fronte al Parlamento di Londra, che la guerra con la Russia era ormai inevitabile. Solo il rifiuto di Bismarck, di sostenere gli Inglesi, impedì all’epoca, lo scoppio di una guerra anglo-russa.” Tutta la recente attualità sembra riassunta in questo breve estratto. I capitoli dedicati all’opera di Witte, padre della Transiberiana, sono anch’essi illuminanti. Semionov ricorda che Witte è un discepolo dell’economista Friedrich List, teorico dell’organizzazione dei grandi spazi. Esisteva, prima della I guerra mondiale e prima della guerra russo-giapponese, una vera idea gran continentale. Essa era condivisa in Francia (Henri de Grossouvre ci ha richiamato l’opera di Gabriel Hanotaux), in Germania (con il ricordo di Bismarck) ed in Cina, con Li Hung-Tchang, che negozierà con Witte. L'Inghilterra riuscirà a frantumare questa unità, il che comporterà la sanguinosa processione di tutte le guerre del XX secolo. Oskar von Niedermayer incontra anche il Professor Otto Hoetzsch, di cui tracceremo l’itinerario nel prosieguo di questo intervento. Nonostante i loro percorsi ben diversi e le loro opzioni ideologiche divergenti, Haushofer, Niedermayer, Semionov e Hoetzsch si completano utilmente e la lettura simultanea delle loro opere ci permette di cogliere tutta la problematica europea, senza mutilarla, senza nulla omettere della sua complessità.

    Dall’insegnamento alla 162^ Divisione

    Nel 1937, Hitler ordina la fondazione di un "Institut für allgemeine Wehrlehre" (= "Istituto per le dottrine generali di difesa"). Niedermayer, sia pure scettico, servirà lealmente questa nuova istituzione di Stato, il cui obiettivo, incentrato sull’etnologia visto l’interesse dei nazional-socialisti per le questioni razziali, è quello di studiare i mutui rapporti tra popolo/i e spazio/i. Ostile alla "Gesinnungsethik" dei nazional-socialisti, come lo era stato a quelle dei socialdemocratici o dei centristi, Niedermayer protesta contro le campagne di diffamazione orchestrate contro dei professori che sono descritti come degli « intellettuali apolitici », comportamento hitleriano che trova perfettamente il suo pendant nelle campagne di diffamazione orchestrate da un certo giornalismo contemporaneo contro coloro che rimangono scettici di fronte ai progetti di sradicare l'Iraq, la Libia o la Serbia e di appoggiare le bande mafiose come quelle dell’UÇK o del complesso militare-mafioso turco. Oggi, non si tratta più di accusare coloro che non intendono ragioni, di essere “intellettuali apolitici”, bensì di essere “antidemocratici”.

    Dal carcere di Torgau alla Lubianka

    Come la maggior parte degli esperti in questioni russe del suo tempo, Niedermayer deplora la guerra germano-sovietica, scatenata nel giugno 1941. Nel 1942, su suggerimento di Claus von Stauffenberg, futuro autore dell’attentato del 20 luglio 1944 contro Hitler, Niedermayer viene nominato capo della 162^ Divisione di Fanteria della Wehrmacht, dove prestano servizio dei volontari e dei legionari di ceppo turco (provenienti dai popoli turcofoni dell’Asia centrale). Questa unità conosce delle alterne fortune, ma il fiasco della politica nazional-socialista a Est, accentua in modo considerevole lo scetticismo di Niedermayer. Di stanza in Italia con i resti della sua divisione, egli critica apertamente la politica condotta da Hitler sul territorio dell’Unione Sovietica. Cosa che conduce al suo arresto: egli viene internato a Torgau sull'Elba. Quando le truppe americane entrano nella città, egli lascia il carcere e viene arrestato dai soldati sovietici che lo fanno condurre immediatamente a Mosca, dopo egli è ospite nella famosa prigione della Lubianka. Vi morrà di tubercolosi nel 1948. La morte di Niedermayer non chiude il suo "dossier", nell’ex-URSS. Nel 1964, le autorità sovietiche utilizzano i testi delle sue deposizioni di Mosca del 1945 per riabilitare il Maresciallo Tukhatchevski. Si dovrà attendere il 1997 perché anche lo stesso Niedermayer sia totalmente riabilitato. Dunque emendato da tutte le accuse incongrue di cui era stato gravato.

    Il perno indiano della storia e la necessità del "Kontinentalblock"

    Abbiamo enumerato un buon numero di fatti biografici di Niedermayer, per far meglio capire il nucleo essenziale del suo cammino di iranologo, di esploratore del Dacht-i-Lout, di agitatore tedesco in Afghanistan e di comandante della Divisione turcofona della Wehrmacht. Due idee di base animano l’azione di Niedermayer: 1) l'idea che l’India sia il perno della storia mondiale; 2) la coscienza dell’imperiosa necessità di costruire un blocco continentale (eurasiano), il famoso "Kontinentalblock" di Karl Haushofer (progetto che egli molto probabilmente riprese dagli uomini di Stato giapponesi degli inizi del XX secolo, come il Principe Ito, il Conte Goto e il Primo Ministro Katsura, sostenitori di un’alleanza gran continentale germano-russo-giapponese). Se Niedermayer riprende senza dubbio questa idea di "blocco continentale" direttamente dall’opera di Haushofer, senza risalire alle fonti giapponesi (che egli deve certamente ignorare) l'idea dell'India come "perno della storia" gli giunge molto probabilmente dal Generale Andreï Snessarev, ufficiale zarista passato agli ordini di Trotski, per divenire il capo di stato maggiore dell’Armata Rossa. Questo generale, avverso ai talassocrati anglosassoni, rappresentante di un ideale geopolitico grancontinentale, trascendente lo spartiacque bianchi/rossi, si compiaceva nel ripetere: "Se noi vogliamo abbattere la tirannia capitalista che pesa sul mondo, allora dobbiamo cacciare gli Inglesi dall’India". Principi talassocratici, liberalismo all’occidentale, permissività politica e morale, capitalismo le cui implicazioni annullano sistematicamente le tradizioni storiche e culturali (cf. Dostoïevski e Moeller van den Bruck), logica mercantile, sono sinonimo di abiezione per questo ufficiale tradizionale: poco importa che egli li combatta sotto un’etichetta bianca/tradizionalista o sotto un’etichetta rossa/rivoluzionaria. Le etichette sono delle « convinzioni » senza sostanza: importa solo un’azione costante che tenda a ridurre e a distruggere le forze dissolutive della modernità mercantile, perché esse conducono il mondo al caos ed i popoli ad una miseria senza via di uscita. Come oggi ancor più constatiamo rispetto ad allora, l’industriale, il negoziante e il banchiere, con la loro logica di accumulazione mostruosa, appaiono come degli esseri sia abietti che inferiori, fondamentalmente nocivi, per questo ufficiale superiore russo e sovietico il quale non rispetta che gli uomini di qualità gli storici, i religiosi, i soldati e i rivoluzionari. Gli imperativi della geopolitica sono delle costanti della storia cui l’uomo di lunga memoria, il solo uomo di valore, il solo uomo provvisto di qualità permanenti, deve obbedire. Sulla scia di questo Snessarev, che egli senza dubbio ha incontrato al tempo in cui fungeva da ufficiale di collegamento presso l’Armata Rossa, Niedermayer, forte anche delle sue esperienze di iranologo, di esploratore del Dacht-i-Lout e specialista dell’Afghanistan, chiave di accesso all’India dai tempi di Alessandro il Grande, sa che il destino dell’Europa in generale e della Germania, suo cuore geografico, in particolare, si decide in India (e, pertanto, in Persia e in Afghanistan). Una lezione che l’attualità rende quanto mai veritiera.

    Esportare la rivoluzione e assorbire il "rimland"

    Per Niedermayer, ufficiale tedesco, questo ruolo essenziale del territorio indiano pone un problema perché il suo paese non possiede alcun punto di appoggio nella regione né nei suoi immediati dintorni. La Russia zarista, sì e, dopo di lei, anche l'URSS. Di conseguenza, le posizioni militari sovietiche in Tadjikistan e lungo la frontiera afghana, sono delle risorse assolutamente necessarie all’Europa nel suo insieme, a tutta la comunità dei popoli di stirpe europea. È il possesso di queste carte strategiche in Asia centrale che deve giustificare, agli occhi di Niedermayer, l'indefettibile alleanza germano-russa, sola garante della sopravvivenza della cultura europea nel suo insieme. Per i sostenitori del bolscevismo rivoluzionario attorno a Trotski e Lenin, la soluzione, per far cadere il capitalismo, vale a dire la potenza planetaria delle talassocrazie liberali, risiede nella politica di "esportare la rivoluzione", di agitare le popolazioni colonizzate e assoggettate attraverso un buon dosaggio di nazionalismo e di rivoluzione sociale. Così, le potenze continentali della "Terra del Mezzo" potranno portare le loro energie in direzione del "rimland" indiano, persiano e arabo, realizzando in un solo colpo i timori formulati da Mackinder nel suo discorso del 1904 sul "perno" siberiano e centro-asiatico della storia. Argomentazione che egli ribadirà nel suo libro Ideali democratici e realtà del 1919. Tuttavia, per poter liberare l’India ed esportarvi la rivoluzione, è già necessario un blocco continentale ben consolidato dall’alleanza germano-sovietica, preludio alla liberazione di tutta la massa continentale eurasiatica.

    Per strutturare l’Europa: una ferrovia a larghi scartamenti

    Per perfezionare l’organizzazione di questa gigantesca massa continentale, bisogna ricordare ed applicare le ricette preconizzate dal Ministro dello Zar Sergueï Witte, padre della Transiberiana. Nella Berlino degli anni 20, circola già un progetto e prende corpo durante la seconda guerra mondiale: quello di realizzare una ferrovia a largo scartamento ("Breitspurbahn"), che permetta di trasportare un massimo di persone e merci in un minimo di tempo. Questa idea, giuntaci da Witte, non è del tutto tramontata, costituisce sempre un imperativo principale per chi vuole veramente lavorare alla costruzione europea: il Piano Delors, tracciato tra le quinte dell'UE, raccomandava grandi lavori pubblici di organizzazione territoriale, compreso un sistema ferroviario rapido, d’ora in avanti ispirato al TGV francese. Nel 1942, Hitler, rievocando la transiberiana di Witte, dà ordine a Fritz Todt di studiare la possibilità di costruire una "Breitspurbahn", con dei treni a velocità tra i 150 e i 180 km/h per il trasporto merci e tra i 200 e i 250 km/h per il trasporto di persone. Il progetto affidato a Todt, non riguarda solamente l’Europa, nel senso ristretto del termine, non intende solo collegare tra di loro le grandi metropoli europee, ma anche, attraverso l'Ukraina ed il Caucaso, le città dell’Europa con quelle della Persia. Questi progetti, che sembravano all’epoca un po’ fantastici, non sono per niente una mania del solo Hitler (e del suo ingegnere Todt); anche in Unione Sovietica, per mezzo di romanzi popolari, come quelli d'Ilf e di Petrov, si ha in vista la creazione di ferrovie ultra-rapide, che colleghino la Russia all’Estremo Oriente.

    Il tragico destino del Professor Otto Hoetzsch

    L’elemento puramente scientifico di questa fissazione per il Grande Est sarà incarnato a Berlino dal 1933 al 1946 da un professore tanto geniale quanto modesto: Otto Hoetzsch. Egli conosce un destino particolarmente tragico. Dopo aver accumulato per decenni nel suo istituto personale una massa di documenti e di lavori sulla Russia, i bombardamenti del 1945 su Berlino alla vigilia dell’ingresso delle truppe sovietiche nella capitale tedesca, riducono a nulla la sua colossale biblioteca. Questa tragedia spiega parzialmente la sorte miserabile di tutto il sapere sulla Russia e sull’Unione Sovietica in Occidente. La maggior parte dei documenti più interessanti era stata accumulata a Berlino. La miseria della sovietologia occidentale è parzialmente il risultato della distruzione della biblioteca del Prof. Hoetzsch. Nel 1945 e nel 1946, questi, settantenne, erra da solo per Berlino, privato della sua documentazione; quest’uomo, distrutto, trova tuttavia il coraggio finale per redigere una conferenza, l’ultima che terrà, in cui ci lascia un autentico testamento politico (titolo di questa conferenza : "Die Eingliederung des osteuropäischen Geschichte in die Gesamtgeschichte"; = L'inclusione della storia est-europea nella storia generale). Slavista e storico della Russia, Otto Hoetzsch si accorge ben presto che gli Europei dell’Occidente, gli Occidentali in generale, non comprendono nulla della dinamica della storia e dello spazio russi; cosa che Russi avvertono subito, che li rattrista e li irrita. Questa ignoranza, mista ad una pretenziosità fuori luogo e ad una irresistibile e fastidiosa propensione a dare delle lezioni, vale anche nei confronti dello spazio balcanico (con esclusione dell’Austria, dove gli istituti specializzati nel Sud-Est europeo hanno realizzato dei notevoli lavori, di cui le cancellerie occidentali non tengono mai conto). Hoetzsch constata, fin dall’inizio della sua brillante carriera, che la stampa non produce che articoli pietosi, quando si tratta di commentare o di descrivere le situazioni esistenti in Russia o in Siberia. Egli vorrà rimediare a questa lacuna. A partire dal 1913, egli si mette a raccogliere una documentazione, a studiare e a leggere i grandi classici del pensiero politico russo, a leggere gli storici russi, cosa che lo condurrà a fondare nel 1925, alcuni mesi dopo l’uscita del primo numero della ZfG di Haushofer, una rivista specializzata nelle questioni russe e centro-asiatiche, Osteuropa. Attratto dalla figura dello Zar Alessandro II, sul quale redigerà un’opera fondamentale, il cui manoscritto sarà salvato in extremis dalla distruzione a Berlino nel 1945; Hoetzsch lo trasporta nella sua valigia fuggendo da Berlino in fiamme. Perché Alessandro II? Questo Zar è un riformatore sociale, egli lancia la Russia sulla via dell’industrializzazione e della modernizzazione, cosa che le talassocrazie non possono tollerare. Egli d’altronde morirà assassinato. Nonostante il riflusso della Russia sotto Nicola II, nonostante la pesante sconfitta subita nel 1905 di fronte al Giappone, armato dall’Inghilterra e dagli Stati Uniti, nonostante la terribile risacca costituita dalla presa del potere da parte dei Bolscevichi, l’opera di Alessandro II deve, agli occhi di Hoetzsch, rimanere il modello per ogni uomo di Stato russo degno di questo nome.

    Amico dei Russi bianchi e "Repubblicano di Ragione"

    Hoetzsch è un liberale di sinistra, prossimo alla socialdemocrazia, ma detesta i Bolscevichi, perché secondo lui essi sono degli agenti del capitalismo inglese, nella misura in cui distruggono l’opera degli Zar emancipatori e modernisti; essi hanno complottato contro questi eccellenti uomini di Stato come Witte e Stolypine (che sarà pure assassinato). Hoetzsch frequenta l’emigrazione bianca di Berlino, consolida il suo istituto grazie alle collaborazioni delle persone colte cacciate dai Bolscevichi, ma resta quello che allora, nella Germania di Weimar, veniva chiamato Repubblicano di Ragione" ("Vernunftrepublikaner"), il che lo differenzia evidentemente da un Oskar von Niedermayer. Il suo istituto e la sua rivista conoscono uno sviluppo ben meritato nel corso degli anni '20; essi sono delle oasi di sapere e d’intelligenza, in cui cooperano Russi e Tedeschi in piena fraternità. Nel 1933, con l’avvento al potere dei nazional-socialisti, Hoetzsch va in disgrazia. Per il nuovo potere, i "Vernunftrepublikaner" sono delle emanazioni della "palude centrista" o, peggio, dei "traditori di novembre" ("Novemberverräter") o dei "bolscevichi da salotto" ("Salonbolschewisten"). L'istituto di Hoetzsch è sciolto. Hoetzsch è "invitato" ad andare anticipatamente in pensione. La chiusura di questo istituto è una tragedia di prim’ordine. Il destino di Hoetzsch è peggiore di quello dell’attivista politico ed editore di riviste nazionali rivoluzionarie, Ernst Niekisch. Perché si può evidentemente, con il senno di poi, rimproverare a Niekisch di essere stato un appassionato ed un polemista ad oltranza. Questo non è certamente il caso di Hoetzsch, rimasto uno scientifico serioso.

    Per un approccio grand’europeo della storia

    Nella conferenza che prepara dall’agosto 1945 e che pronuncerà prima di morire nel 1946, nella sua cara città di Berlino in rovine, Otto Hoetzsch ci lascia un messaggio che resta perfettamente attuale. L'obiettivo di questa conferenza-testamento è di far comprendere la necessità imperiosa, dopo due disastrose guerre mondiali, di sviluppare una visione della storia, valida per l’Europa intera, quella dell’Ovest, quella dell’Est e la Russia ("gesamteuropäische Geschichte"). Personalmente, noi riteniamo che le premesse pratiche di una tale visione grand’europea della storia si trovino già tutte in germe nell’opera politica e militare del Principe Eugenio di Savoia, che giunse a mobilitare e ad unire le potenze europee davanti al pericolo ottomano e a far arretrare la Sublime Porta su tutti i fronti, al punto che essa perderà il controllo di 400.000 kmq. di terre europee e russe. Il Principe Eugenio eliminò definitivamente il pericolo turco dall’Europa centrale e preparò la riconquista della Crimea da parte di Caterina la Grande. Mai più, dopo i colpi portati da Eugenio di Savoia, gli Ottomani ottennero vittorie in Europa ed i loro alleati francesi non furono più realmente in grado di erodere il territorio imperiale dei Paesi Bassi spagnoli e poi austriaci; gli Ottomani non furono più capaci di servire da sostegno a quell’altra potenza anti-imperiale ed anti-europea che era la Francia prima di Luigi XVI.

    Il testamento di Hoetzsch ci chiama in causa!

    Ma l’argomentazione di Hoetzsch, nella sua ultima conferenza, non consiste nell’evocare la figura del Principe Eugenio, ma di gettare le basi di una metodologia storica e sociologica per l’avvenire; essa si deve basare sulle acquisizioni teoriche di Karl Lamprecht, di Gustav Schmoller (ispiratore del gaullismo negli anni 60 del XX secolo) e di Otto Hintze. Bisogna, dice Hoetzsch, sviluppare una storia integrante e comparativa per i decenni a venire. Nell’affermare ciò, egli non ha alcuna chance di vedersi esaudito nel 1946, e meno ancora nel 1948 quando, dopo il Colpo di Praga, la Cortina di Ferro si abbatte sull’Europa per quattro decenni. Nel 1989, immediatamente dopo l’eliminazione del Muro di Berlino e l’apertura delle frontiere austro-ungheresi e inter-tedesche, l'Europa e la Russia avranno interesse a rimettere sul tappeto le argomentazioni di Hoetzsch. A livello scientifico, sono stati in effetti realizzati degli studi notevoli, ma nulla sembra trasparire sulla stampa, priva di giornalisti professionali in grado di applicare le lezioni pedagogiche di Haushofer e di Radós. I giornalisti non sono più degli uomini e delle donne alla ricerca di argomenti interessanti, innovativi, ma sono in tutto e per tutto quelli che Serge Halimi chiama con grande pertinenza i "cani da guardia " del sistema. I giornali e le riviste costituivano la via di penetrazione verso il grande pubblico di cui un tempo disponevano gli istituti di scienze umane e le università; per tutto ciò che è veramente innovativo, per tutto quello che va contro delle ripetute e nauseanti banalità, questa via è ormai sbarrata, nella misura in cui i giornalisti non sono più degli uomini liberi, animati dalla volontà di consolidare il Bene pubblico, ma degli ignobili e spregevoli mercenari al soldo del sistema delle potenze dominanti. Tuttavia, la sfida che ci ha lanciato Brzezinski nel 1996, pubblicando il suo famoso libro, La Grande Scacchiera, in cui sono messe in mostra senza vergogna tutte le ricette talassocratiche per neutralizzare l’Europa e la Russia con l’aiuto di quello strumento che è il complesso militare-mafioso turco (potenzialmente esteso a tutta la turcofonia dell’Asia centrale) mostra ancora una volta che una risposta europea e russa deve necessariamente passare per una visione chiara della storia, volgarizzabile per le masse. Il tragico destino di Hoetzsch, il suo coraggio tenace che impone l’ammirazione, la sua modestia di grande scienziato, ci chiamano direttamente in causa: la nostra associazione paneuropea ha il dovere di lavorare, modestamente, nel suo ambito, per l’avvento di questa storiografia grand’europea voluta da Hoetzsch. Al lavoro!

    Forest-Flotzenberg, Vlotho im Weserbergland, Agosto 2002
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

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    GEOPOLITICA E SPIRITUALITA' DEL PRINCIPIO "REICH"



    La prima idea fondamentale che oggi vorrei mettere in evidenza nell’evocare il principio "Reich", è che esso ha certo una dimensione spirituale (sulla quale mi esprimerò), simbolica, culturale, ma bisogna anche sapere che ogni Reich è uno spazio territoriale di grandi dimensioni. I simboli e la spiritualità del Reich hanno bisogno di uno spazio per incarnarsi, per acquisire concretezza. È la ragione per cui una buona conoscenza della dinamica geografica del territorio, dove questo "Reich" deve stabilirsi, è un imperativo al quale non ci si può sottrarre. Ecco perché mi sembrava importante riflettere bene sullo spazio-ricettacolo dell’idea di Reich (Regnum). Innanzi tutto, ogni Reich è uno spazio politico le cui dimensioni corrispondono al “Großraum” teorizzato da Carl Schmitt, le cui dimensioni sono continentali. Inoltre, questo spazio è organizzato tramite dei mezzi di comunicazione e di trasporto. Ogni Reich mira ad accelerare le relazioni tra gli uomini che vivono sul suo territorio. Questo territorio è vasto ma nondimeno circoscritto entro dei "limes" chiaramente definiti, anche se essi sono in costante espansione. Alcuni esempi: l'Impero romano, modello insuperabile nella storia europea, è un grande costruttore di strade; il suo esercito (le legioni) che lo incarna, che ne è lo strumento principale, è composto da combattenti, soldati esperti e ben addestrati, ma anche da pionieri, da truppe del genio che costruiscono strade, ponti e acquedotti. L'Impero britannico, impero marittimo, più dominatore e sfruttatore sul piano economico rispetto all’Impero romano, al punto che si può contestargli la natura di “Reich”, ha egualmente posseduto il suo strumento di mobilità, di accelerazione: la sua flotta. Priva di una spiritualità costitutiva, questa talassocrazia mercantile ha nondimeno organizzato le rotte marittime, specialmente quelle che portano alle Indie passando per Gibilterra, Malta, Cipro, Suez e Aden. La Cina, impero incrollabile per millenni, è emersa anche grazie alla costruzione di strade e di canali e all’organizzazione di una flotta costiera.

    Contro i « grandi spazi », la strategia talassocratica di sabotare i lavori di organizzazione territoriale

    Questi esempi contradditori, ci permettono di constatare, sulla base della distinzione ormai classica tra Terra e Mare, (Mackinder, Haushofer, Schmitt), che la Gran Bretagna e, a loro volta, gli Stati Uniti, si opporranno sistematicamente ai grandi lavori di organizzazione delle vie di comunicazione sui grandi spazi continentali. Questa opposizione sistematica ha per scopo quello di conservare il monopolio della mobilità più veloce nel campo del trasporto di uomini e cose, in questo caso il monopolio di una mobilità esclusivamente marittima. Gli esempi che provano questa ostilità fondamentale sono abbondanti: - Nel 1904, Halford John Mackinder elabora la sua teoria del contenimento delle potenze continentali, in particolare della Russia, perché l’Impero degli Zar ha appena realizzato, sotto la spinta dinamica del ministro Witte, il collegamento ferroviario transiberiano, procurando a questo immenso impero continentale una mobilità che consente il rapido dispiegamento delle truppe dal Baltico al Pacifico. Dalla realizzazione di questa via ferroviaria transcontinentale, lo Zar viene demonizzato dai media: gli viene messo contro il Giappone, viene finanziata la nuova marina da guerra nipponica al fine di distruggere la flotta russa al largo della Corea (Tsushima, 1905); una propaganda servile lo descrive come un autocrate sanguinario, le grandi città dell’impero vengono sconvolte da rivolte orchestrate da oscuri agitatori di cui non si comprendono le motivazioni, tanto sono vaghe e scomposte, etc.

    Bloccare l’arteria danubiana

    - Dal 1914 al 1918, la politica tedesca ed austro-ungarica mirano ad organizzare i Balcani a partire dall’arteria danubiana; questo progetto è tacitamente combattuto dalla Gran Bretagna che manipola, come al solito, i truffatori politici francesi agitati da filosoferie sub-volterriane e da una patologica germanofobia, al fine che i popoli di Francia vengano dissanguati, sacrificati, in teoria per chimere ideologiche veicolate da canaglie di sinistra e di destra e, in pratica, per bloccare il Danubio nell’interesse delle potenze talassocratiche. Nella letteratura geopolitica, è proprio il francese André Chéradame che esprime più chiaramente gli scopi della guerra inglese e getta le basi del trattato di Versailles, che reclameranno a gran voce i politici francesi infeudati alle follie ideologiche del 1789 e che avalleranno con ipocrita discrezione le strategie politiche britanniche e americane, rigettando sulla Francia la responsabilità del caos in Europa centrale (cosa evidentemente confermata dalle apparenze). Chéradame reclama così il frazionamento dello spazio danubiano in quante più nazioni artificiali possibile. La sua dimostrazione storica e geopolitica implica la riduzione del “Grand Haza” ungherese a un piccolo stato interno senza sbocco marittimo, l'espulsione della Bulgaria dal delta del Danubio, l'ingrandimento smisurato della Serbia, in direzione della Dalmazia e della Slovenia, al fine di rinchiudere l'Adriatico; l'ingrandimento della Romania per farne un alleato della Francia (traviata dalla subdola propaganda dei Britannici) che controlli il delta del grande fiume europeo. L'idea di frazionare e di bloccare il corso del Danubio é ritornata di gran carriera dopo gli avvenimenti in Yugoslavia nel corso degli anni 90, raggiungendo il punto culminante con la distruzione dei ponti di Novi Sad e di Belgrado, seguito da un tentativo di demonizzare l’Austria, in seguito all’arrivo al governo dei liberal-populisti di Jörg Haider. - Dal 1904 al 1915, la questione d'Oriente nasce in seguito ai trattati di alleanza tra il Reich degli Hohenzollern (che non è il Reich tradizionale nato dopo la vittoria di Ottone I sugli Ungheresi nel 955) e l'impero ottomano. L'Inghilterra vede con ostilità la costruzione di una ferrovia Berlino-Bagdad e l’inaugurazione di vie aeree sullo stesso percorso. Il Medio Oriente non può in alcun caso divenire il retroterra di un continente europeo raggruppato attorno alla Germania e all’Austria-Ungheria, ancor di più se questo modo di cooperazione sfocia sull’Oceano indiano, oceano del mezzo considerato come un mare interno britannico. - Anche la Francia, riserva di carne da cannone per la City londinese ogni volta che la dirigono dei politici illuministi, subisce pressioni indirette quando realizza il canale di grande dimensione tra l’Atlantico (Bordeaux sulla Gironde) e il Mediterraneo, opera di ingegneria civile che relativizza ipso facto la posizione di Gibilterra. - Per quanto riguarda il III Reich nazional-socialista (che non è un Reich nel senso tradizionale del termine), bisogna constatare che la politica di costruire autostrade, di voler realizzare il collegamento Meno-Danubio (considerata come motivo di guerra dalla stampa londinese nel 1942, che pubblica una carta suggestiva e rivelatrice a questo proposito), di realizzare un primo volo transatlantico su Focke-Wulf Condor nel 1938 dopo il drammatico incidente dello Zeppelin "Hindenburg" nel 1937, di concepire dei progetti di treni ad alta velocità sulle linee Parigi-Berlino-Mosca e Monaco-Vienna-Istanbul (Breitspureisenbahn) e di concretizzare i progetti di Federico II di Prussia e dell’economista List finalizzando il sistema di canali tra l’Elba e il Reno (esso stesso collegato alla Mosa e alla Scheda da lavori simili eseguiti nei Paesi Bassi e in Belgio), sono delle provocazioni belle e buone nei confronti delle talassocrazie, ostili ad ogni organizzazione delle comunicazioni sugli spazi continentali. Tali sono i criteri oggettivi e verificabili che hanno giustificato l’ostilità di Roosevelt e di Churchill nei confronti del III Reich: gli altri motivi sono meno chiari e danno luogo a speculazioni infinite che non apportano alcuna chiarezza al dibattito tra gli storici. Questi lavori o questi progetti hanno permesso ieri e ancora di più permettono oggi, specialmente sulla base del Piano Delors che converrebbe concretizzare realmente, di estendere una tale nozione di Reich, come principio e motore di “comunicazione”, all’Europa intera ed a creare le condizioni di un alleanza durevole con la Russia e l’Ukraina, padrone dello spazio pontico (Mar Nero). L'organizzazione ottimale delle vie fluviali e marittime interne (Mar Nero e Mar Baltico) è ormai possibile in Europa dopo lo scavo definitivo del canale Reno-Meno-Danubio sotto il Cancelliere Helmut Kohl. Al di là delle potenzialità di questi collegamenti in Europa occidentale, centrale e orientale, il controllo completo del Danubio, collegato definitivamente al Reno e dunque all’Atlantico, permette logicamente di estendere la dinamica così generata allo spazio pontico ed ai fiumi russi e ukraini, al Don e, tramite il canale Lenin, al Volga ed al Mar Caspio, e di rilanciare la logica geopolitica e idropolitica che l’Impero romano aveva avviato e che la sua caduta di fronte agli Unni e la sua cristianizzazione anarchica avevano interrotto.

    Dai Proto-Iraniani ai Goti

    Roma e i Germani si erano affrontati (o alleati) per tenere la linea Reno-Danubio dal Mar del Nord al Mar Nero. Gli uni organizzando tutti i territori situati a sud di questa linea; gli altri ammassandosi a nord. I Visigoti, discesi dall’attuale Svezia, come faranno più tardi i Variaghi, occupano l’Ukraina e la Crimea. Attorno al Mar Nero si raggruppano all’epoca tre poli imperiali indoeuropei: quello romano, effettivo, quello slavo-germanico, in gestazione, e quello persiano, il più antico. I Visigoti, che acquisiranno in Ukraina le tecniche della cavalleria, legate agli Sciti e, prima di loro, ai Proto-Iraniani, sono ben presto pressati dagli Unni che rovinano la fusione potenziale di questi tre poli imperiali attorno al Mar Nero. In questo senso la Russia, se pervenisse a liberarsi totalmente della sua parentesi bolscevica, sarebbe contemporaneamente l’erede degli Sciti (e dei Proto-Iraniani), dei Goti, dei Variaghi, e dei Persiani (che islamizzati poi schiacciati dai Mongoli non si sono più riallacciati alle loro radici profonde, essendo stata troppo breve la parentesi tentata dall’ultimo Shah, prima di essere ridotta a nulla da una nuova islamizzazione), ferma restando, naturalmente, l’eredita di Bisanzio dopo il 1453. Parentesi sul Rodano: il Rodano si getta nel bacino occidentale del Mediterraneo e unisce quest’ultimo al centro nevralgico dell’Europa centrale, via Ginevra, il corso della Saône e del Doubs, che lo conduce alle « Porte di Borgogna » (Burgundische Pforte), cioè al varco di Bâle o di Belfort, in prossimità del Reno e non lontano dalle sorgenti del Danubio. A questo titolo, esso è fin dall’antichità un nodo geostrategico primordiale. Stato di cose che non sfuggì alla perspicacia di Halford John Mackinder, fondatore della geopolitica militare britannica. Nella sua opera Ideali democratici e realtà, (ultima edizione 1947), egli ricorda il fiasco dell’impero marittimo di Geiserich (Genserico), re dei Vandali, che non seppe legare le sue conquiste all’arteria del Rodano; ripercorre l’avventura dei saraceni che risalirono il Rodano, la Saône e il Doubs fino alle porte di Borgogna; e mostra infine l’importanza dell’alleanza tra la Savoia, potenza del Rodano, l’Austria e l’Inghilterra nella guerra di Successione spagnola.

    Ariovisto, Cesare, il Rodano e il Reno

    Il suo omologo tedesco, lo storico Hermann Stegemann, autore di una storia militare del Reno (Der Kampf um den Rhein, 1924) mostra che, strategicamente, il sistema del Rodano è legato al sistema del Reno e che il controllo del Rodano è stato l’obiettivo primario della grande strategia romana da Mario a Cesare. Padrona del Mediterraneo occidentale dopo le sue vittorie su Cartagine, Roma deve assicurarsi un retroterra in Europa: essa sceglierà di risalire il Rodano e i suoi affluenti, dove, via Doubs, piomberà sul corso dell’Alto Reno a est di Thann e di Cernay/Sennheim. È il territorio di Ariovisto che controlla un regno svevo a cavallo tra il Reno, il Doubs e le sorgenti del Danubio. La sconfitta di questo capo germanico mostra che la linea Reno-Rodano (via Doubs e Saône) è la linea di penetrazione ideale verso il nord per ogni potenza dominatrice del bacino occidentale del Mediterraneo. Con la sua vittoria su Ariovisto, Cesare si impadronisce dei bacini della Senna e della Loira ma lascia a dei capi futuri il compito di passare sulla riva destra del Reno. I suoi successori tenteranno di unire il corso del Danubio, dalle sue sorgenti fino alla foce sul Mar Nero: questa sarà la grande strategia continentale dell’Impero romano, tanto importante quanto il dominio del Mare Nostrum. La grande lezione dell’Impero romano, organizzatore di comunicazioni in Europa, è sempre di attualità: l'Europa, per avere una struttura imperiale nel vero senso del termine, cioè una struttura di organizzazione interna e non una struttura che permetta delle conquiste imperialistiche, deve avere, come ebbe Roma, dei grandi progetti di pianificazione territoriale che, nella logica più economica che regna oggi, mobilitino la manodopera e rilancino il consumo interno accelerando le comunicazioni. Friedrich List, economista liberale a cui si rifanno numerosi statisti non liberali, raccomandò questo tipo di politica dalla metà del XIX secolo. Nei giorni nostri, il Piano Delors non ha ricevuto, a livello europeo, l’attenzione che meritava, mentre suggeriva lo sviluppo di linee ferroviarie ad alta velocità e il lancio di un programma di satelliti per telecomunicazioni. Ugualmente, l’Europa attuale non ha le dimensioni imperiali richieste oggi, nella misura in cui la sua marina è troppo debole, tanto sul piano militare, come deplora l’ammiraglio francese Allain Coataena, che sul piano dello sfruttamento civile e oceanografico. L'Europa non sviluppa abbastanza grandi progetti per lo sfruttamento dei fondi marini e oceanici. Escludendo i collegamenti tra la Gran Bretagna e il continente, le flotte costiere di aliscafi o di catamarani non sono sufficientemente sviluppate sui mari interni, compreso il Mediterraneo.

    Le dimensioni storiche della nozione di Impero

    A Verdun nell’843, i nipoti di Carlo Magno si divisero in pratica dei bacini fluviali, in quanto i fiumi erano all’epoca i soli mezzi di comunicazione sicuri e relativamente rapidi. Carlo il Calvo ricevette il bacino della Somme, della Senna, della Loira e della Garonna, con un vantaggio considerevole, proprio del bacino parigino. A partire da Parigi, effettivamente, si può unire il territorio grazie agli affluenti come la Marna e l'Oise (che servì come asse di penetrazione alla colonizzazione franca) ed alla prossimità della Loira, collegata alla Senna da una via di terra relativamente breve, che va da Parigi a Orléans. Questa posizione ideale permise una rapida centralizzazione della Francia. Lotario ricevette i bacini del Reno e della Mosa, del Rodano e del Po, con il titolo di "Cesare", in ricordo di Giulio Cesare che, lungo questi assi, era riuscito a controllare l’Occidente e a gettare le basi della futura colonizzazione dello spazio danubiano (almeno del suo fianco sud). Lodovico il Germanico ricevette il Nord, vale a dire la piana dai fiumi paralleli, non collegati tra di loro, dalla Schelda alla Vistola. Ma anche la missione di conquistare il Danubio per ristabilirvi un ordine romano, affidato dalla translatio imperii ai Germani, che, ipso facto, lo ristabilirono a Nord e a Sud. Questa missione danubiana implica anche, a partire dal X secolo, l’alleanza con l’Ungheria (l'antica Pannonia romana). Il tandem germano-ungherese, l'alleanza della corona imperiale romano-germanica e della corona magiara di S. Stefano, farà fronte agli Ottomani, che avrebbero voluto conquistare il Danubio partendo dai Balcani e dalla sua foce, per ristabilire l’unità geografica danubiana non sotto un segno imperiale romano, ma sotto un segno islamico. L'impero ottomano volle proseguire la politica danubiana di Bisanzio, ma senza avere la legittimità geografica europea, essendo la legittimità geografica turca, centro-asiatica, e la legittimità geografica islamica, arabica.

    La proposta di Pio II

    Questa ambiguità ottomana, per cui il Sultano è simultaneamente il Califfo musulmano e l’erede, volens nolens, del Basileus bizantino, non era sfuggita a Papa Pio II, cioè l’umanista Æ-neas Silvius Piccolomini, già Cancelliere dell’Imperatore germanico Federico III. Pio II propose la conversione al cristianesimo del Sultano, come era stata accettata dagli Ungheresi dopo la disfatta del 955, di fronte all’esercito germanico di Ottone I. Il Sultano sarebbe allora divenuto contemporaneamente erede di Roma e di Bisanzio, restaurando l’antica unità desiderata da tutti gli umanisti, proiettando la ristabilita potenza europea verso lo spazio iraniano, attraverso il Mar Nero; condizione sine qua non: l'élite ottomana avrebbe dovuto dimenticare ipso facto, sull’esempio degli Ungheresi del X secolo, la propria determinazione geografica pre-europea e centro-asiatica (etnica turca), come la sua determinazione nomade-arabica, trasmessa attraverso l'Islam. Questa "steppitudine" turco-mongola o questa "desertitudine" uscita dalla penisola arabica erano due matrici totalmente estranee all’Europa: la conversione al cristianesimo non è tanto l’adozione della fede evangelica, nel contesto che ci riguarda, quanto l’abbandono volontario di dinamiche geopolitiche diverse da quelle dell’antico impero romano. Il Sultano non accettò la proposta di Pio II, volle stupidamente perseverare nella sua logica turco-arabica che alla fine non approdò a nulla dopo 500 anni di sforzi. Da questo fatto, questa logica turco-arabica, zoppicante e inefficace, con irruzioni di intemperanza e inutile violenza, non può essere considerata « sacra » allo stesso titolo dell’imperialità romano-germanica ("Sacrum Imperium") perché sfocia nell'impasse o nella guerra permanente (o, per riprendere un modello concettuale iraniano e zoroastriano, la sacralità imperiale romano-germanica o l'imperialità persiana, appartengono ad Ahura Mazda, principio della luce, mentre l'ottomanità appartiene ad Ahriman, principio di distruzione e di oscurità, ancora di più se è alleato al mammonismo della Banca d’Inghilterra o dell’economicismo americano). La lotta tra l'Occidente e l'Oriente del nostro continente costituisce effettivamente la dinamica principale della nostra storia. Questa lotta si svolge sul Danubio. I Romani distinguevano due "Danubi": uno, a partire dalle sorgenti nella Foresta Nera fino alle sue « cateratte » nei Balcani, con il suo nome celtico "Danuvius", l'altro a partire da queste cateratte, fino alla foce che portava il nome greco di "Ister". Questo limite sarà anche quello dei due imperi romani di Oriente e di Occidente. La cesura si base su un fatto idrografico: il taglio della navigazione sul Danubio all’altezza delle « Porte di Ferro », chiamate nell’antichità “cateratte”. I conflitti ulteriori tra i due imperi avranno per oggetto sia il Mediterraneo che il Danubio.

    Missioni di Bregenz e di Passau

    Al momento della cristianizzazione dell’Europa centrale, le missioni celtiche (irlando-scozzesi) partite da Bregenz, e sostenitrici di una riconciliazione con i modelli del monachesimo bizantino, entrarono in concorrenza e persero la lotta, davanti alle missioni egualmente danubiane di Passau; queste ultime erano sostenitrici della supremazia papale romana, ostile dunque a Bisanzio e, in fin dei conti, ostile al principio imperiale dell’antica Roma, a cui si richiamava talvolta il Papato, cosa che costituiva una pericolosa impostura. Le missioni di Passau prevalsero in Ungheria, nonostante l’esistenza e la persistenza di una zona mista, di riti ispirati alla liturgia bizantina ma di obbedienza papista-romana (Moravia, Croazia). Esse estesero la loro influenza fino alle Porte di Ferro. A Est, continuò la dominazione bizantina. Ad Ovest si stabilì solidamente la dominazione franca e romana. Bisanzio ebbe la peggio perché non si poteva vincere in questa competizione senza dominare la Pannonia dalla frontiera morava all’Adriatico. Questa zona-cerniera restò “romana”, dunque “Roma” restò padrona del gioco. Gli Ottomani saranno in seguito coscienti di questa posta in gioco: anche per loro la dominazione dell’Europa passava per il controllo della Pannonia e della Croazia, ma la determinazione germanica dell’imperialità europea spostò leggermente verso occidente il punto nevralgico che garantiva questa dominazione. Era ormai Vienna che costituiva la chiave del Danubio, città che gli Ottomani chiamavano la “Mela d’Oro”. I due assalti ottomani contro la capitale imperiale dell’Europa si risolsero in due cocenti scacchi. Ecco la ragione per cui oggi l’Europa non è turco-mussulmana, nonostante il tradimento francese. Il secondo scacco davanti a Vienna, malgrado il ruolo immondo svolto dal "Räuberkönig" Luigi XIV (il "Re dei Banditi") nell’attaccare alle spalle le truppe imperiali europee per dare respiro ai Turchi, sancì il declino definitivo della potenza ottomana, la quale cessò di nuocere all’insieme europeo.

    Rodano, Reno e Danubio

    La dinamica della storia romana, per riprendere le tesi di Stegemann, o la logica dell’espansione territoriale romana, si basò in conclusione sul controllo di questi tre bacini fluviali d’Europa. L'oggetto delle guerre puniche fu il controllo del bacino occidentale del Mediterraneo, controllo solidamente garantito dalla conquista della Sicilia. Questa occupa una posizione di cerniera tra i bacini orientale ed occidentale del Mediterraneo. Potenzialmente, la potenza che se ne impadroniva aveva la possibilità, con poca fatica, di controllare i due bacini del Mediterraneo. Le forze puniche, cartaginesi, disponevano di importanti vantaggi territoriali, con le Baleari, la Spagna, i tributari galli nel bacino del Rodano (che fornivano eccellenti mercenari) e il controllo dei passi alpini che permettevano di accedere in Italia. Annibale utilizzò questi vantaggi, ma fallì in Italia. Dopo le tre guerre puniche, i Romani presero coscienza che l’Italia si difendeva sul Rodano, prima dei colli alpini. Roma dunque mise in atto quattro progetti strategici per evitare il ritorno di qualsiasi Annibale: - la colonizzazione della Spagna, che fu un processo di lunga durata e che iniziò con il controllo delle coste mediterranee, non essendo a quell’epoca di alcuna utilità il versante atlantico. - la colonizzazione della Provenza, tendente soprattutto ad occupare la foce del Rodano e, progressivamente, a risalire il più possibile la sua valle. - evitare un nuovo pericolo, per cui la Provenza restasse aperta a popoli del Nord non controllati, Galli o Germani (con l’arrivo dapprima dei Cimbri e dei Teutoni, poi degli Svevi di Ariovisto). - quel pericolo, rappresentato dalla mancanza di chiusura della frontiera settentrionale della Provenza, ai confini del paese degli Edui, cioè dell’attuale Alvernia, obbligò Roma a rendere satelliti le tribù galliche della valle del Rodano che divennero degli alleati. - intervenire per proteggere questi alleati, specialmente nel momento in cui Ariovisto pressò gli Elvezi che si rifugiarono presso i Sequani della Franca Contea, alleati di Roma.

    Il "Varco di Bâle" o le "Porte di Borgogna"

    Cesare fu dunque obbligato a chiudere la breccia attraverso la quale i Germani, sulla scia degli Svevi di Ariovisto, potevano infiltrarsi nel territorio male organizzato dei Galli e dunque minacciare più seriamente la Provenza di quanto avessero fatto prima, al tempo di Mario, i Cimbri e i Teutoni. In questa campagna contro Ariovisto (egli stesso ben cosciente della posta idrografica e geografica della regione gallica che egli occupa tra i Vosgi e il corso del Doubs, più o meno fino a Besançon) Cesare prese coscienza di tutta la dinamica geopolitica e idrografica dell’hinterland europeo del bacino occidentale del Mediterraneo. In modo logico, la presenza delle truppe di Ariovisto nella valle del Doubs dimostrò a Cesare che non si poteva tenere la Provenza se l’intera valle del Rodano non veniva resa sicura a beneficio dell’impero romano del mediterraneo occidentale; ma questa stessa valle del Rodano non era sicura se il varco di Bâle e di Belfort (la Porta di Borgogna) non era ben serrato contro Germani. Ma per richiudere bene questa Porta di Borgogna, bisognava controllare il Reno a valle, fino al Mare del Nord. Di conseguenza, Cesare constatò ben presto che il Reno ed il Rodano sono legati tra loro, strategicamente parlando. Ugualmente, il bacino del Rodano dà accesso, attraverso il suo principale affluente, la Saône, al Plateau di Langres sul quale passa la linea di spartiacque e dove di trovano le sorgenti della Senna atlantica, come quelle della Mosa. Il controllo del Rodano implica quello della Saône che, a sua volta, implica quello della Senna e dei suoi affluenti. In più, la Senna dà accesso alla Manica, dalla quale arrivava lo stagno della Cornovaglia; il controllo della Senna implica anche il controllo del sud della Gran Bretagna. Cosa che tenterà di fare Cesare e che concluderanno i suoi successori. Dopo Cesare, la prossimità delle sorgenti del Danubio e della Porta di Borgogna mostrò che il controllo del Rodano a partire dalla Provenza conduceva alla necessità di dominare il Reno e all’opportunità di controllare il Danubio. Questo processo fu iniziato da Augusto, poi realizzato da Traiano che conquistò la Dacia (l'attuale Romania).

    La strategia di Cesare è sempre di attualità

    Tutto ciò non è solo storia antica. La strategia di Cesare viene ripresa durante la seconda guerra mondiale, se si pensa che gli strateghi inglesi e americani abbiano non solo seguito i consigli del loro miglior geopolitologo, Mackinder, ma anche ben assimilato lo studio magistrale di Stegemann. Lo sbarco in Provenza, il 15 agosto 1944, permette alle truppe alleate di impadronirsi rapidamente della valle del Rodano per scontrarsi contro un’accanita resistenza tedesca all’altezza delle Porte di Borgogna, esattamente negli stessi luoghi dove Ariovisto aveva dato battaglia a Cesare. La vittoria delle truppe franco-marocchine e americane sui Vosgi alsaziani porta gli alleati ad impadronirsi delle Porte di Borgogna e dell’Alto Reno, poi di oltrepassarlo in direzione delle sorgenti del Danubio nella Foresta Nera, in piena Svevia (« Svevia » che deriva dal nome della tribù di Ariovisto). La campagna cominciata con lo sbarco in Provenza fino alla presa di Belfort alla fine dell’anno 1944, è una moderna riedizione della campagna di Cesare contro Ariovisto.

    Unificare i bacini del Rodano, del Reno e del Danubio

    Questo doppio riferimento storico, prima al conflitto che oppose Cesare ad Ariovisto, poi alla campagna che seguì lo sbarco in Provenza nell’agosto del 1944, ci fa prendere coscienza della necessità geopolitica di unificare quanto più possibile i tre bacini del Rodano, del Reno e del Danubio, e sia il Mare del Nord (ed il Baltico attraverso i nuovi canali del Nord dell’Europa), il Mediterraneo occidentale e il Mar Nero, al fine che la futura Unione Europea possa avere il controllo delle grandi vie di comunicazione all’interno delle sue stesse terre, senza che sia possibile l’intervento di una potenza marittima esterna al nostro sub-continente. Questa necessità deve condurci a condannare senza appello l’ostruzionismo effettuato dai Verdi francesi, tra cui Madame Voynet, allo scavo di un canale di grande portata tra il Reno e il Rodano. Una tale manovra politica, criminale e abietta, non può che essere a vantaggio dei peggiori nemici dell’Europa. E, in ultima istanza, è stata sicuramente da essi « ispirata ». In questa stessa prospettiva romana e imperiale, la lunga guerra tra l’Austria-Ungheria e gli Ottomani fu una lotta per il Danubio, dunque, proseguendo il nostro ragionamento, per ricomprendere il Mar Nero nell’ecumene europeo, farne un mare interno senza infiltrazioni straniere, cioè senza l’intrusione di una dinamica geografica il cui punto di partenza non fosse europeo, non fosse situato sulla linea che parte dalla Danimarca ( l'Insula Scandza, matrice delle nazioni per i Romani) per terminare in Sicilia includendo lo spazio tra Vienna e Budapest. L'Europa doveva annullare gli effetti di ogni dinamica geografica esterna, prendendo per punto di partenza uno spazio mal definito situato al di là del Mare di Aral o del Lago Balkash (prospettiva turca o pan-turanica) o al centro della penisola arabica (prospettiva arabo-musulmana), nel Mar Nero e nel Mediterraneo orientale. Nessuna di queste dinamiche può sconfinare in prossimità del sub-continente europeo, non può avere Wachstumspitze ("punta di crescita" per riprendere il vocabolario di Karl Haushofer) nell’orbita dell’ecumene europeo, cioè in tutti i territori che un tempo hanno fatto parte dell’impero romano.

    Permanenza dei fatti tellurici e «lunga storia»

    La Hansa medievale si era estesa sul territorio della grande piana nord-europea, dove scorrono dei fiumi paralleli, all’epoca non collegati tra di loro. Per gestire utilmente il suo spazio, la Hansa ebbe l’idea di organizzare i mari interni del nord (Mare del Nord, Mar Baltico) acquisendo le merci dall’interno dei continenti sui porti situati alle foci dei fiumi, per suddividerle sui perimetri. Questa ottica resta di attualità. Conclusione: questo panorama di fatti storico-geografici ci deve condurre a cogliere la permanenza dei fatti tellurici, fondamenti della « lunga storia » (Braudel). Ogni impero fattibile deve essere portato da uomini in grado di guardare sempre agli elementi permanenti di questa « lunga storia », perché nessun impero può sopravvivere senza una tale « memoria dello spazio ». Oggi, noi avremmo di nuovo un « impero » in Europa, un sistema imperiale (reichisch), se noi ottimizzassimo i nostri sistemi di comunicazioni (soprattutto i satelliti di telecomunicazioni), se noi giungessimo direttamente a percepire le manovre di ostruzione condotte da politici corrotti al fine di combatterli immediatamente e senza pietà. Se noi avessimo avuto un tale atteggiamento, se avessimo avuto la « memoria dello spazio », non avremmo mai avallato la guerra americana contro la Serbia e, ipso facto, l'euro non avrebbe perso valore nella follia di questa guerra che è stata una catastrofe per l’Europa senza che le false élites che oggi la governano se ne siano accorte.

    Principi politici di ogni "Reich"

    Dapprima, bisogna precisare che il "Reich" non è una nazione, anche se, in teoria, esso è portato da un "populus" (il "populus romanus") o da una "nazione" (la "Deutsche Nation"). Erich von Kuehnelt-Leddhin ci ha mostrato molto bene la differenza tra il "Reich" e la "nazione"; se la sua posizione non è nazionalista e nemmeno anti-nazionalista, egli non ha nulla contro i sentimenti di appartenenza nazionale, contro la fierezza di appartenere ad una nazione. Tali sentimenti sono positivi, scrive, ma devono essere trascesi da un’idea. Questa trascendenza conduce ad una verticalità, che si oppone a tutte le forme moderne di orizzontalità, cosa che è, d’altronde, l’idea principale, il nucleo ideale, di tutte le tradizioni, come sottolinea anche Julius Evola. Ma questa nozione tradizionale e verticale dimentica a volte la profondità dell’humus: tenendo conto di questo humus, noi diciamo che non vi è verticalità uranica senza profondità ctonia. Per riassumere brevemente la posizione tradizionale di Erich von Kuehnelt-Leddhin, diciamo che le orizzontalità moderne non permettono il rispetto dell’Altro, dell’essere-altro. Se l’Altro è giudicato squilibrante, inopportuno nella sua alterità, può essere puramente e semplicemente eliminato o ridotto a niente, senza il minimo rispetto della sua alterità, perché l’orizzontalità fa di tutti, dei “nulla ontologici”, privi di valore intrinseco. Tale è la conclusione della logica egualitaria, propria delle ideologie e dei sistemi che hanno voluto usurpare e sradicare la tradizione del « reich »: se tutto vale tutto nell’interiorità dell’uomo, o anche nella sua costituzione fisica, questo alla fine significa che niente ha più valore specifico e se un valore specifico cerca di spuntare verso e contro tutto, esso sarà presto considerato come un’anomalia che richiede lo sterminio, l’intervento fanatico e sanguinario di “colonne infernali”. La verticalità, in compenso, implica il dovere di protezione e di rispetto, un dovere di servire i superiori e un dovere dei superiori di proteggere gli inferiori, in un rapporto paragonabile a quello che esiste, nelle società e nelle famiglie tradizionali, tra genitori e figli. La verticalità rispetta le differenze ontologiche e culturali; essa non le considera come dei « nulla » che non meritano né considerazione né rispetto.

    Sui servitori dell’Impero prodotti da tutte le nazioni

    In un impero coabitano diverse comunità e pertanto, vista l’importante estensione territoriale di ogni impero, diversi popoli, che non ci si sogna di fondere in un magma insipido e indifferenziato. Gli imperi sono generalmente plurietnici. Era il caso della monarchia austro-ungarica, ultima detentrice dell’imperialità romano-germanica, in cui hanno servito uomini di ogni origine etnica, non solo Austriaci e Ungheresi, ma anche Slavi del sud come il generale serbo Bosoïev, poi, durante la seconda guerra mondiale, il generale di origine croata Rendulic, che fu l’ultimo a cedere le armi; durante la guerra dei Trent’anni, il brabançon Tilly de 't Serclaes comanda l’esercito bavarese, poi tutto l’esercito imperiale; la sua statua si erge ancora e sempre nella Feldherrenhalle di Monaco; il lombardo Montecuccoli serve egualmente l’Austria imperiale, senza dimenticare il più illustre dei Savoia, il Principe Eugenio. In Russia, i generali sono spesso tedeschi o tedeschi dei Paesi baltici, compreso Rennenkampf che invade la Prussia orientale nel 1914. Il ministro Witte è di origine fiamminga o olandese. Xavier de Maistre, fratello di Joseph, ha anch’egli esercitato un comando nell’esercito dello Zar, per lottare contro le follie rivoluzionarie e bonapartiste. Da uomini di Liegi vengono più tardi fondate le fabbriche d’armi russe, di cui sono un ricordo le pistole Nagant. In Belgio, in cui si è mantenuta la logica imperiale fino al 1918, in cui la seconda offensiva giacobina ha avuto ragione di tradizioni secolari, l’esercito del 1914 è comandato in Africa da un Danese, il Colonnello Olsen, e in patria da Jungbluth, renano e da Bernheim, viennese di origine israelita.

    Autentica multiculturalità e multiculturalità sterminatrice

    L'impero è dunque fatto di molteplicità, di differenze, che non hanno niente in comune con la falsa multiculturalità vantata dai media di oggi. Questa multiculturalità, truffa ideologica, deriva proprio da quella orizzontalità che mira a svuotare tutti gli uomini, autoctoni e alloctoni, della loro sostanza ontologica. Questa multiculturalità uccide l’essenziale che vive nell’uomo. Ogni politica che cerca di promuoverla è una politica criminale, sterminatrice, nel senso in cui intende il filosofo americano Thompson. A questa multiculturalità, maschera pubblicitaria per far accettare lo « sterminismo » moderno, bisogna opporre la verticalità imperiale o l’idea sublime di Herder, che vedeva l’Europa una « comunità di personalità etniche intrecciate nella storia ». Di seguito a queste riflessioni di Herder sulla diversità europea, la centralità geografica della Germania, ancora spezzettata, fa di essa, per i romantici che sono passati dall’ideale rivoluzionario e illuminista all’ideale di una restaurazione della carne al di là dei geometrismi astratti e disincarnati del giacobinismo, il perfetto "Sacrum Imperium", allacciato territorialmente sui popoli romani, slavi e scandinavi, e per questo il solo adeguato a far dischiudere vivere una sintesi e vivere una sintesi europea. Alla luce di queste due serie di argomentazioni, le une di ordine organizzativo e territoriale, le altre di ordine filosofico ed etico, mi sembra opportuno, prima di concludere, porre due questioni importanti: - Quali categorie di uomini possono incarnare il "Reich"? - Come è emersa in seno all’umanità europea una tale categoria di uomini? La categoria di uomini capaci di incarnare un "Reich" è nata dalla tradizione persiana, la quale è stata a lungo un « oriente » (un modello su cui orientarsi), ma questo fatto di storia e di tradizione non viene più considerato nel suo giusto valore. Nella tradizione persiana, si parla di un « inverno eterno », più che probabile allusione all’inizio di un’era glaciale particolarmente rigida che sorprende i primi popoli europei nel loro habitat primordiale. Nel momento in cui sopraggiunge questo “inverno eterno”, un re-eroe, Rama, raduna le tribù e i clan e si dirige, alla loro testa, verso sud, verso il Caucaso, la Battriana e la Persia (gli altopiani iraniani). Questo re-eroe fonda le caste o, più esattamente, le funzioni che Georges Dumézil studierà in seguito. Dopo aver condotto il suo popolo verso una felice destinazione per sfuggire ai rigori di questo “eterno inverno”, Rama si ritira sulle montagne. Questa figura eroica e regale si ritrova nella tradizione avestica e vedica dove si chiama Yama o Yima. Per condurre questa spedizione e questa spedizione, Rama-Yama-Yima si servì di cavalli e di carri e pose così i primi principi di organizzazione di una cavalleria, principi che resteranno l’appannaggio primario di questi clan e tribù che si mescoleranno per formare il popolo iraniano (persiano o parto) dell’alta antichità. Più tardi, Zarathustra (Zoroastro) codifica le regole che ogni cavaliere deve seguire. La codificazione propriamente detta è opera del suo discepolo Gathas. La truppa di Zarathustra, che deve far rispettare il suo insegnamento pratico, è armata di mazze (la “Clava” nell’opera di Julius Evola). A partire dalla compagnia degli adepti di Zarathustra si forma la casta dei guerrieri, gli Kshatriya della tradizione indiana, una casta operativa agganciata al reale politico e geografico, che domina la casta dei sacerdoti, contemplativa e meno incline a esercitare su se stessa una disciplina rigorosa.

    Un ideale semplice e rigoroso

    Dai ranghi degli Kshatriya sono usciti i re, cosa che implica, a partire dalla tradizione indoeuropea dell’Iran, il dominio dell’uomo attivo sull’uomo contemplativo (preconizzato da Evola). La figura iraniana di Sraosha, che darà il San Michele della tradizione medievale, evoluto tra il cielo e la terra, cioè tra l’ideale della tradizione e la realtà, postula una formazione rigorosa, sull’esempio dei discepoli di Zarathustra. Questi, man mano che si consolida la tradizione iraniana, sono formati a rendere chiaro il loro pensiero, a purificare i loro sentimenti, a prendere coscienza del loro dovere. Armati di questi tre principi cardinali di orientamento, i discepoli di Zarathustra lottano contro Ahriman, incarnazione del Male, vale a dire della decadenza dei sentimenti, che rende inadatti a operare costruttivamente e in modo durevole nel reale. Solo i cavalieri capaci di incarnare questo ideale semplice ma rigoroso, daranno a se stessi un carisma, un risplendere, una luce, la kwarnah. Essi sono legati tra loro da un giuramento. Nel 53 a. C., quando le truppe dei Parti di Surena affrontano le legioni del triumviro Crasso, figura spregevole per la sua cupidigia e avaro del suo oro, i Romani sono orripilati da questo rigore, anche se decadenti come Crasso, sono affascinati, se hanno ancora il sentimento dello Stato. Durante la lunga lotta tra Romani e Parti, elementi di questa spiritualità militare iraniana vanno poco a poco a distillarsi nel mondo occidentale, specialmente quando dei cavalieri indo-iraniani, come i catafrattari sarmati o i cavalieri alani, si vanno a mettere al servizio di Roma. I Goti, venuti dalla Scandinavia, scoprono a loro volta questa spiritualità di Kshatriya quando piombano in Crimea, nello spazio scita. Essi riprendono tradizioni e tecniche dei popoli cavalieri della zona pontica e le introducono nel mondo germanico. Il dio Odino, con il suo corsiero, veicola alcuni elementi iraniani e Loki, dio briccone, eredita dei tratti prestati all’Ahriman persiano.

    La tradizione iraniana arriva in Europa attraverso le Crociate

    Presso i Franchi, l’ascia da combattimento, la framea, tra Clodoveo (Chlodweg) e le Crociate, implica un’arte militare trasmessa, ma l’Occidente non conosce ancora la cavalleria sul modello iraniano. I Franchi dispongono di una militia ma non ancora di una cavalleria, secondo i criteri dei periodi successivi. Nel corso delle crociate, quando le truppe Franche e Germaniche entrano in contatto con le cavallerie persiane (islamiche) e armene (cristiane), eredi delle tradizioni dell’antico Iran, esse riallacciano progressivamente con il lascito perduto dell’Oriente indoeuropeo che rappresenta la tradizione avestica, ancora sussistente malgrado la « pseudomorfosi » islamica. La fotowwat ("servizio", "cavalleria", "gioventù") dell'Iran è una trasposizione dell’antica eredità in un quadro islamico. Jean Tourniac, discepolo di Guénon, nella sua opera Lumière d'Orient, esplicita il cammino che va da questa cavalleria dell’Iran, le cui origini sono zoroastriane e partecipano di un culto della Luce, alle cavallerie occidentali e templari, che si sono costituite sull’onda delle crociate. La cavalleria medievale è nello stesso tempo militare, ospitaliera e gestisce un sistema bancario, in modo che l’attività economica sia egualmente compenetrata da un’etica luminosa derivante, in ultima istanza, a risalire dalla concatenazione degli avatara della stessa matrice iraniana e zoroastriana uscita dai primi popoli indoeuropei approdati nell’attuale Persia. L'Iran tradizionale, nonostante la sua islamizzazione di superficie, fu distrutto più tardi dai Mongoli. Non si è più risollevato e non ha più potuto ridiventare un “oriente”. Nell’opera di Henry Corbin, il più grande iranologo e islamologo francese del XX secolo, noi troviamo più di un riconoscimento al filosofo persiano islamico Sohrawardi che, depositario dell’originaria saggezza iraniana, insorge, prima della distruzione del suo paese da parte dei Mongoli, contro il bigottismo, il razionalismo meschino che è il suo corollario, e reclama il ritorno ad una disposizione nobile, luminosa, arcangelica e micheliana, la quale altro non è se non la tradizione persiano/avestica delle origini più lontane. Sohrawardi reclama una rivolta contro la casta dei preti meschini e, pertanto, contro tutti i pensieri e le pratiche che implichino delle limitazioni sterilizzanti. Questa disposizione è sempre apparsa sospetta alle caste dei preti o degli intellettuali, preoccupati di imporre dei corpus irrigiditi alle popolazioni loro sottoposte, in Occidente come in Oriente. Arthur de Gobineau, al quale si rimprovera un nordismo che si decreta caricaturale e diretto precursore del nazismo, è stato il primo, in Europa, ad attirare l’attenzione degli Europei del suo tempo, sul passato luminoso dell’antica Persia, modello più fecondo, ai suoi occhi, della Grecia, troppo intellettuale e troppo speculativa. Il modello cavalleresco, le cui prime tracce risalgono a Rama e a Zarathustra, induce una pratica del dominio di sè, superiore, per Gobineau, alla speculazione intellettuale degli Ateniesi. E, difatti, quando la Persia fu annientata da Mongoli, l'intero Islam cominciò ad affondare nel declino. Il fondamentalismo wahhabita è l’espressione di questa decadenza, nella misura in cui è una reazione eccessiva, caricaturale, al declino dell'Islam, ormai privo della grande Luce della Persia. Le povere smorfie wahhabite non possono mai, naturalmente servire da «oriente».

    La "nuova cancelleria imperiale" secondo Carl Schmitt

    Se il modello della cavalleria persiana ed armena ha potuto costituire un modello per l’Europa, un modo operativo tradizionale senza pari, di tipo "kshatriya", o a dominanza "kshatriya", non può essere pensato al di fuori del progetto di "nuova cancelleria imperiale europea", enunciato da Carl Schmitt. Questi evocò la necessità di formare un’istituzione di questo tipo, dopo le catastrofi che avevano colpito l’Europa nella prima metà del XX secolo e per preparare la rinascita che avrebbe seguito l’assoggettamento del nostro sub-continente. Questa cancelleria deve basarsi su tre gruppi di idee: 1) il diritto secondo la scuola storica fondata da Savigny, in cui il diritto è incluso in una continuità storica ben controllata, che permetta la durata degli ordini concreti della società; 2)sull’economia, che esce dalla scuola storica di Rodbertus, e più particolarmente sul corpus che ci ha lasciato in eredità Schmoller; 3) Sulla riscoperta della tradizione fondatrice, a partire dalle ricerche di Bachofen, che hanno avuto ripercussioni in Julius Evola, difensore dei principi "kshatriya", e in Georges Dumézil, che ha ben messo in evidenza le funzioni delle società tradizionali indoeuropee, tra cui beninteso la funzione "kshatriya". Nell’opera di Kantorowicz, che ha riabilitato in maniera particolarmente luminosa la figura dell’Imperatore Federico II di Hohenstaufen, noi troviamo pure un filone che ci condurrà all’autentico « Oriente » persiano/avestico, che non ha nulla a che vedere con gli « orienti », grandi o piccoli, delle parodie criminali e meschine che hanno condotto l’Europa a perdersi. Lo studio dell’itinerario di Federico II ci conduce forzatamente alla spiritualità attiva dei cavalieri germanici, guerrieri e ospitalieri, e dei modelli armeni e iraniani incontrati durante le crociate, specialmente attraverso la luminosa personalità di Saladino, principe kurdo. Lo studio di questo vasto dominio di tradizioni è un lavoro colossale, soprattutto se accoppiato al preciso studio del nostro proprio quadro geografico (necessario se si vuole conoscere la terra che il nostro "Reich" deve fecondare). Un lavoro colossale che noi dovremmo condurre senza mai cedere, fino all’ultimo respiro, come ci ha mostrato Marc Eemans, esploratore degli orienti persiani, delle tradizioni germaniche e della mistica di Fiandra e di Renania. Ma il richiamo della Luce, arcangelica e micheliana, è un imperativo al quale non possiamo sottrarci, a meno di commettere un imperdonabile tradimento, soprattutto nei confronti di noi stessi.

    Conferenza al seminario di "Synergon-Deutschland" (Aprile 2000)
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

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    L'ASSE PARIGI-BERLINO-MOSCA CERNIERA DELL'EURAFICA E DELL'EURASIA



    Dopo l’"Evil Axis" di Bush, l’Asse del Male, un po’ zigzagante, da Tripoli a Pyongyang passando per Teheran, Damasco e Pechino, le prese di distanza dei signori Chirac, Putin e Schröder nei confronti di Washington hanno creato l’Asse Parigi-Berlino-Mosca ? Esse, in ogni caso, ne hanno posto i fondamenti, sui quali si osa sperare che questi tre capi di Stato collaborino ad un autentico progetto geopolitico. Quest’Asse Parigi-Berlino-Mosca costituisce precisamente il tema del colloquio del GRECE tenutosi a Parigi il 18 gennaio (1). Trattenuti lontano da Parigi, ne siamo stati informati troppo tardi per potervi dare il punto di vista euroislamico, specialmente l’analisi storica e geopolitica che s’impone. Storica, per cominciare. Senza risalire alle calende greche, ricordiamoci dei due grandi tentativi di unione grand-europea, quello della Francia napoleonica, quello della Germania un secolo più tardi e che tra questi due grandi progetti si produsse una sequenza di giochi diplomatici che presero la forma di una rivalità galante tra la Francia e la Germania nel corteggiamento della Russia. Il primo tentativo si sviluppò dopo la pace di Tilsit, in cui l’Imperatore dei Francesi e lo Zar si erano abbracciati e giurati fedeltà di fronte al resto del mondo. Lo Zar tradì l’alleanza formulando, come nel 1941 Stalin a Hitler, delle pretese inaccettabili per l’Imperatore, imponendo a quest’ultimo, o dandogli il pretesto, di marciare verso Est, verso la futura rovina del suo esercito. Berlino dovette fornire a Parigi un contingente agli ordini del generale von York che Clausewitz fece passare dalla parte russa disapprovato apertamente dal suo stesso re al punto di essere costretto a proseguire la sua carriera militare nell’uniforme verde degli ufficiali dello Zar. Poi vennero quelle che gli storici tedeschi chiamarono le Befreiungskriege, le pretese guerre di Liberazione, con la creazione della Landwehr e della scuola di Scharnhorst, Boyen, Gneisenau, etc. Qui resistiamo alla tentazione di entrare in questo argomento appassionante e ricco dai cui insegnamenti noi trarremo solo quello di Martin Kitchen: organizzando la resistenza a Napoleone, gli ufficiali rivoluzionari prussiani segarono il ramo che li sosteneva. Il loro operato fu, dal 1815, metodicamente annientato dai monarchi reazionari che si succedettero fino all’avvento di Bismark, che utilizzarono il loro esercito per schiacciare le ribellioni popolari interne, rendendo con ciò la Prussia incapace di svolgere un ruolo adeguato durante la crisi di Crimea. Ci volle, in effetti, Bismark per ridare lustro al blasone del « Vecchio Fritz ». Geopolitico che condivideva con Nietzsche il gusto per l’elmetto a punta, egli riprese la dottrina clausewitziana dell’alleanza Berlino-Mosca che combinava il rifiuto sistematico di ogni avventura militare ispirata a quella del 1812, con il desiderio di assicurarsi la benevolenza russa, lasciando alla Germania la mano libera a Occidente, specialmente verso la Francia revanchista della 3^ Repubblica. L’Asse Berlino-Mosca in gestazione servì in primo luogo alla Russia contro il Giappone, in quanto l’Inghilterra, non essendo ancora diretta da fantocci dell’America del genere Tatcher e Blair, ma da fini geopolitici, si rendeva conto che il grande continente eurasiatico aveva come pendants due piccoli arcipelaghi la cui simmetria e rassomiglianza dettavano l’opportunità dell’alleanza. L’Inghilterra dunque sosteneva il Giappone, la Germania la Russia. Schiacciata quest’ultima sul mare e umiliata su terra, – era, nel passaggio dal XIX al XX secolo, la seconda volta in sette anni che una grande potenza europea era battuta da una emergente non-europea – a Tokyio si pensò che le ostilità fossero terminate con la Russia ma non con la Germania, di conseguenza cacciata dai suoi possedimenti coloniali d’Africa, ma anche d’Asia, specialmente da Tsin-tao ancora oggi famosa per la sua birra! Nel frattempo gli spiritisti e i pretesi teosofi di Steiner erano riusciti a far perdere a Moltke-junior (da non confondersi con il suo geniale padre, il vincitore ed il super-stratega del 1866 !) la salute mentale e al suo sabotaggio del Piano Schlieffen corrispose lo sgretolamento dell’eredità clausewitziana e bismarkiana dell’’asse Berlino-Mosca. Tra Marianna e Germania, lo Zar scelse di convolare con la prima, spinto dalla politica turcofila ed anche certamente islamofila del Kaiser, anche dalla sua alleanza con l’Austria. Il Reich guglielmino dovrà dunque battersi su due fronti. Curiosamente per certi, fu l’America, più precisamente la politica segreta di Wilson, che lo liberò da questa angoscia fomentando la rivolta bolscevica del 1917, che approdò nell’immediato all’armistizio russo-tedesco di Brest-Litowsk ma, in un secondo tempo, appena un anno dopo, al trionfo dei Bolscevichi a Berlino, Budapest, Vienna e Monaco, come all’esilio del Kaiser. Comprendere la comunanza d’interessi a brevissimo termine, molto realpolitischdenkend, tra Wilson ed il Kaiser, significa comprendere la ragione per cui Trotsky permise alla Reichswehr detta « nera » di addestrarsi dai primi anni 1920 (Hitler non era ancora che un oscuro oratore da birreria) in territorio russo, nel caso sovietico, alle tattiche che faranno trionfare la Wehrmacht nel 1939 e 1940, ma anche nel giugno 1941. Si può parlare, qui, di un asse Washington-Berlino-Mosca, con l’elemento mediano del trio manipolato dagli altri due, dovendo svolgere il ruolo di detonatore paragonabile a quello della Serbia nel 1914, nel giorno in cui un governo tedesco si fosse degnato di rimettere in causa il Trattato di Versailles e in modo generale la pace americana imposta all’Europa nel 1919 e portatrice del conflitto seguente, a seguito del quale le potenze del vecchio continente sono cadute per sempre a vantaggio degli USA. Per sempre ? Lo vedremo! Nonostante le arringhe ideologiche, l’asse Washington-Berlino-Mosca si mantenne fino al 1941. Le raffiche tirate tra i piloti della Legione Condor e i pochi inviati da Stalin ai Rojos spagnoli fanno più la figura di esercitazioni con pallottole vere che di un’autentica guerra. Infatti la politica razziale del III Reich convergeva con i progetti della parte più influente dell’entourage di Roosevelt ed il Giappone imperiale firmò la propria condanna a morte, non tanto impadronendosi di territori del continente asiatico quanto con la volontà di creare in uno di essi, il Manchukuo, un focolare per le vittime di questa politica. In breve, proponendo una soluzione pacifica a coloro che da lungo tempo pianificavano la guerra in Europa e nel mondo (2). Lo stesso Giappone imperiale vedeva d’altronde l’asse Berlino-Mosca, ravvivato a fine agosto 1939 dopo che Berlino aveva incitato i suoi alleati a firmare il patto antikomintern, con inquietudine, riprovazione ed anche con vivo risentimento nei confronti del Reich. Tenuto conto di questo, i Tedeschi non erano per nulla in buona posizione per criticare la mancata sollecitudine del Giappone ad attaccare l’URSS dopo il 1941. L’asse Berlino-Mosca funzionò dal 1920 al 1941 nel modo in cui Bismark e Schlieffen avevano sperato dal 1871 al 1914, cioè contro le democrazie atlantiche Francia e Inghilterra. La Linea Maginot consentiva agli strateghi di Washington, senza dubbio male istruiti o semplicemente negligenti delle innovazioni tattiche di Guderian ed altri anziani della Schwarze Reichswehr degli anni 1920, di prevedere una riedizione dei combattimenti di posizione del 1916, una guerra che sarebbe durata almeno quanto la precedente, mettendo nuovamente a ferro e a fuoco il continente europeo. I generali Student e Guderian li costringeranno dunque ad attendere quattro anni per realizzare il loro piano di sottomissione della Francia, incaricandosi già l’Inghilterra, a Mers-el-Kebir, di privarla dello strumento navale della sua geopolitica (è, senza dubbio, per rendersi meglio conto del dissesto navale della Francia che Roosevelt le inviò come ambasciatore un ammiraglio, Leahy) ; Albione era già, dall’estate 1940, ai piedi dello Zio Sam, nella persona di Churchill che inumidiva le ghette di Roosevelt con il suo sudore freddo, con le sue gocce di gin e con il sangue francese; si può dire che è da quest’epoca che la Gran Bretagna ha cessato di esistere come potenza sovrana, quattro anni prima della Francia il cui governo di Vichy, nonostante le conseguenze della disfatta del giugno 1940, godette di una sovranità maggiore nei confronti della Germania, rispetto all’Inghilterra nei confronti degli USA. (3). Nel luglio 1940, in termini puramente geostrategici, l’Europa Centrale, garantita dalla benevola neutralità dell’Europa Orientale, aveva dunque già messo l’Europa Occidentale ai piedi dell’America. Ormai, nella fase seguente di questo Drang nach Westen, spettava all’Europa Orientale di invitare l’Europa Centrale a giungervi: fu la Nato. Poi, con il crollo del Patto di Varsavia, è stata la volta dell’Europa dell’Est… fino a quello che Putin, in effetti… Un’altra potenza, eurasiatica come la Russia, ad aver dato un po’ di filo da torcere a Washington al momento della questione Iraq, è stata la Turchia. Confessiamolo: siamo stati molto delusi per la smentita riguardo l’ingresso delle sue truppe in Iraq. Resta il fatto che l’atteggiamento turco ha posto al Pentagono problemi inattesi di logistica. È senza dubbio dal fatto dell’assenza di concertazione tra Ankara e le altre tre capitali del detto Asse che si continua a parlare di questo, invece di un blocco che includerebbe la Turchia. Estendiamo qui il nostro richiamo storico alle relazioni tra la Francia, la Germania e la Russia con la Turchia, più precisamente con l’Impero Ottomano che era, conviene tenerlo a mente, il detentore legittimo dell’autorità islamica. Di queste tre potenze, l’ultima costituì nel corso dei secoli il nemico atavico dei Sultani, più ancora dell’Austria poiché in fin dei conti, nel 1914, essi si ritrovarono a fianco degli Asburgo contro lo Zar. La pace di Tilsit fu pure sentita ai suoi tempi come un grave cambiamento politico di Napoleone nei confronti del suo amico turco. Questo ci porta a rievocare le relazioni degli altri due paesi verso la Porta, che essi corteggiarono un po’ come corteggiarono la Russia. La turcofilia dei re di Francia – essa non si smentirà da Francesco I a Luigi XV – era soprattutto di ragione (4), quella dei re di Prussia, di cuore, andando di pari passo con l’islamofilia germanica ereditata da Federico di Hohenstaufen. Con Napoleone – già con Robespierre come testimonia il riconoscimento della Repubblica francese da parte della Reggenza di Algeri nel 1793 – fu la Francia a conquistare definitivamente i cuori musulmani e soprattutto la simpatia ottomana. La leggenda di « Ali Bonabardi sultano dei Francesi » percorse tutto l’Oriente musulmano dall’Africa ai Carpazi, in un’epoca in cui le notizie viaggiavano alla velocità delle carovane. Quindici anni, giorno più giorno meno, separano Waterloo dallo sbarco francese di Sidi-Ferruch, con Bourmont, il traditore del 1815, a riprendere parola per parola ad Algeri la dichiarazione fatta da Bonaparte a Il Cairo. Come Bugeaud, fatto caporale ad Austerlitz, le truppe erano composte da veterani dell’epopea imperiale ; esse tuttavia non avanzavano più precedute dall’Aquila liberatrice, ma dallo strumento di supplizio e di morte del quale l’Occidente aveva fatto il suo simbolo, e dalla corona decaduta nel 1792, restaurata nel 1814 e 1815 dal nemico della Patria. I musulmani di Algeri non se ne accorsero che troppo tardi, si raggrupparono allora dietro l’Emiro Abdelqader che, dopo aver combattuto quella dei Borbone, si rialleerà alla Francia di Napoleone III. Quest’ultimo e il Sultano ottomano si chiamavano « cugini » ed in effetti lo erano tramite una sorella di Giuseppina di Beauharnais. Nel 1870, la Turchia si dichiarò pronta a sostenere la Francia contro la Prussia. Nel 1871, avvenne nell’Est algerino la sollevazione contro i Decreti Crémieux, contro il nuovo regime nato a Parigi dalla sconfitta e che aveva appena abbattuto la colonna Vendôme. È nella stessa regione che nella data emblematica dell’8 maggio 1945 le popolazioni musulmane algerine si solleveranno di nuovo, in seguito ad una provocazione montata da manifestanti che portavano una forca da cui pendeva l’effigie del maresciallo Pétain ; nel 1945 come nel 1871, i difensori dell’onore dell’Esercito francese e quelli dell’Islam non hanno formato che un solo e medesimo campo. La Germania ed i suoi ufficiali, con il loro Sachligkeit ed il loro idealismo, scalzarono i Francesi dal rango privilegiato in cui erano stati introdotti dall’Aquila di Bonaparte nei cuori turchi e musulmani in generale. È vero che prima di loro Federico II, il re-sergente, flautista e filosofo, amico di Lessing, di Nicolaï, dei francesi Guibert, Folard e Voltaire, ammiratore del genio spagnolo Santa Cruz de Marcenado (5), aveva voluto essere erede degli Hohenstaufen, precedendo Nietzsche («Guerra a Roma, Pace all’Islam !») e Bismark con la sua Kulturkampf. La prima moschea tedesca risale al suo tempo, una « moschea di guarnigione », costruita a Potsdam per i suoi soldati musulmani, seguita di poco da quella di Schwetzingen, in stile « turco-rococò », a pochi chilometri da Heidelberg, tanto da poter immaginare lo studente Mohammed Iqbal srotolarvi il suo tappeto da preghiera! Così, nell’agosto 1915, l’asse Istanbul-Vienna-Berlino tagliò in due il magma Parigi - Londra - Roma - Mosca - Tokyo, finché la doppiezza yankee non rinforzò militarmente il campo alleato ad Ovest provocando il suo crollo ad Est, creando diplomaticamente il dispositivo che avrebbe favorito la ripresa a breve del conflitto inter-europeo, dando anche all’Esercito tedesco del novembre 1918, per nulla battuto, ma esausto, la possibilità di riprendere le sue forze – certo non, lo si capisce bene, per germanofilia, ma perché bisognava, se si voleva che gli Europei finissero di darsi il colpo di grazia, che le nazioni d’Europa finissero per scalzarsi una volta per tutte dal podio della Storia, che vi fosse da una parte e dall’altra i mezzi per farlo. I signori Chirac, Schröder e Putin hanno saputo trarre dalla Storia questa lezione ? I popoli dell’Europa in generale, quella delle loro follie e delle loro lacerazioni del passato ? Hanno infine misurato la demenza suicida di coloro che, sprofondati nella mollezza della decadenza, non avrebbero denti che per mordere la mano che tentasse di spezzare la loro catena ? In altri termini, la tracotanza d’oltre Atlantico ha infine, in poche settimane, provocato il miracolo atteso dopo più di un millennio, di un asse Parigi-Berlino-Mosca che succeda alle effimere alleanze Parigi-Mosca contro Berlino, Berlino-Mosca contro Parigi… Speriamolo, anche se osiamo appena credervi! Perché questo pessimismo ? Perché non vediamo alcuna grande visione storica dietro questo Asse, tutt’al più soprassalto di dignità – cosa molto buona, ma di certo non bastante – di fronte al diktat di Bush. E a che cosa serve voler fare l’Europa quando non ci saranno più Europei ? Nel corso di questo colloquio del GRECE, il signor Coutau-Béguerie ha esposto le realtà demografiche del nostro Continente, tracciando un quadro estremamente cupo di quella che sarà l’Europa del 2030. Ora, bisogna pure dirlo, il rifiuto di un popolo di riprodursi significa in tutta evidenza le sue dimissioni dalla Storia e, in termini aritmetici, la sua futura sparizione. Altrove (6) abbiamo analizzato il ritorno della società europea alle strutture feudali « meno cavalieri e trovatori », dimostrato la concordanza esistente tra il ritorno dei nostri eserciti al mercenariato e l’abbassamento del sistema sociale che fino ad oggi era l’orgoglio dell’Occidente « civilizzato ». L’abbiamo spiegato basandoci sugli insegnamenti convergenti di Guénon e di Clausewitz, evocando la soluzione euroislamica, la sola in grado di strappare in extremis i nostri popoli alla loro corsa all’estinzione. Noi abbiamo ancora, ma senza dubbio mai abbastanza, denunciato la pratica veramente satanica dell’Usura come la fonte di tutti i mali, si tratti dell’estinzione dei popoli d’Europa come dello squilibrio Nord-Sud e delle ondate migratorie che esso provoca, prima che ne derivi il famoso “scontro di civiltà”. Abbiamo mostrato come l’Islam non solo condanni l’Usura in tutte le sue forme, ma le opponga ancora un sistema coerente ed efficace, basato sulla solidarietà, il merito e lo sviluppo assicurato e condiviso (7) ; tentando di aprire gli occhi a tutti quelli circuiti dalle falsità dello Zio Sam e degli altri propagandisti dell’Occidente cristiano-capitalista: l’islamofobia a cui si cerca sempre di istigarli non ha nulla a che vedere con una « guerra di religione », con la difesa dell’Occidente contro l’Oriente degli Unni, dei Mori e dei Vandali. Che lo sappiano: ciò a cui vengono chiamati, è la difesa del sistema usurocratico che strangola e conduce l’Umanità tutta intera, in particolare i nostri popoli europei, verso l’estinzione. Così, dunque, noi proclamiamo che per avere un senso, l’Asse Parigi-Berlino-Mosca deve soprattutto avere un’anima, una visione geo e metapolitica; che comporta che i popoli che lo compongono riprendano coscienza della loro missione storica che giustifica un diritto di vivere che si traduce in desiderio delle Europee di procreare di nuovo, nella prontezza degli Europei a correre alle armi, se necessario. Si capisce che le prime non abbiano oggi che una voglia assai blanda di mettere al mondo dei futuri disoccupati, drogati e schiavi dell’Usurocrazia; che per i secondi sia naturale non dover più marciare sotto delle bandiere che hanno perduto ogni significato, per degli interessi privati, estranei se non opposti a quelli del Popolo e della Nazione. Ma che sia spezzata la costrizione all’indebitamento, che sia scongiurato lo spettro della miseria, che i popoli dell’Europa riprendano il gusto alla vita, alla creazione e alla procreazione, e vedremo di nuovo rifiorire le città e le campagne del nostro Continente, noi leveremo di nuovo i canti gioiosi dei nostri studenti, dei nostri operai, dei nostri contadini, come quelli dei soldati incaricati di difendere la loro libertà e la loro dignità riconquistate, la loro prosperità ristabilita, come di portare il ferro ovunque lo esigerà la loro missione storica. Chi è abituato a leggere i nostri scritti ha capito che nulla ci è più odioso del fanatismo religioso, che niente provoca il nostro sarcasmo quanto il bigottismo e che noi consideriamo tutte le « fedi » egualmente prive d’interesse. L’Islam non troverebbe ai nostri occhi più indulgenza delle altre se, giustamente, fosse una di esse. Le discussioni di livello esoterico tra « credenti » che tentano reciprocamente di « convincersi » di ciò di cui dubitano nel più profondo di se stessi, ci fanno sbadigliare ! Ci interessa solo l’Alta Scienza, l’esperienza esoterica vissuta, costruita sul fondamento stabilito dall’Ordine sociale. Napoleone lo ha riconosciuto: io non vedo nella religione il mistero dell’incarnazione, ma il mistero dell’ordine sociale; concezione pienamente conforme al suo islamismo, che spiega, tra le altre cose, la sua vicinanza con l’Islam, « religione utile » per la quale non c’è « basso mondo » ma un campo di esperienza e di creazione, se necessario di battaglia, per lo stabilimento dell’Ordine sociale che serva da quadro e da base alla realizzazione metafisica. È vano vantare le attrattive di quest’ultima a delle persone che non sappiano domani di che cosa si nutriranno, se ci saranno ancora un tetto e un abito, per le quali il confort si riduce a mettere nel vaso del loro cervello i teleromanzi, che la pratica dell’Usura ha tosato come pecore, privandoli dei beni più basilari! Ecco perché è importante non « corannizzare » gli Europei come erano stati evangelizzati, ma ricreare l’ambiente per il loro rifiorire intellettuale e spirituale; costruire il quadro politico, economico, sociale e culturale necessari a questa rivoluzione interna di cui parla il Corano. È in questo senso che si comprende la parola di Mohammed, ultimo Messaggero dell’Unico, cavalcando con i suoi compagni verso i loro focolari, di torno dalle campagne: « Noi ritorniamo dal Piccolo Jihad per intraprendere il Grande ». In altre parole, avendo con le armi assicurato le frontiere dell’impero, noi possiamo mettere mano all’opera di pacificazione interna: dello Stato, della società e delle nostre proprie anime. Tre centinaia d’altri erano venuti prima di lui, portatori della medesima dottrina, pur differente nella sua forma esteriore in funzione dei tempi e del popolo degno di riceverla. Noi Musulmani li veneriamo tutti, che ci siano rivelati nel Corano o lasciati alla valutazione dei suoi lettori. I loro discepoli formano per noi, non altre religioni – sarebbe deviante dal puro monoteismo credere che l’Unico abbia creato differenti religioni – ma altre comunità. Noi trattiamo di questo in altri lavori e se lo menzioniamo qui, è per sottolineare il fatto che gli adepti del Tao, dello Shinto, dell’Odinismo, i discepoli di Brahma, di Zoroastro, del Buddha, in breve di tutte le tradizioni viventi del grande continente eurasiatico, formano con noi un solo mondo: il mondo della Tradizione, minacciato, aggredito dall’Occidente. « Andate a cercare la Scienza, fosse fino in Cina ! », comandava già Mohammed, undici secoli dopo Buddha, Confucio e Sun-Zu, circa tre millenni dopo Lao-Tse. I tre principali tentativi grand-europei, se vi includiamo quello di Alessandro il Grande che numerosi Musulmani considerano uno dei trecento Messaggeri dell’Unico, furono anche e soprattutto eurasiatici. L’accanirsi francese a Smolensk nel 1812, tedesco a Stalingrado della fine 1942, si spiegano nel primo caso con la volontà napoleonica di marciare verso l’incontro con il suo amico Tipou-Sahib, sultano dei Musulmani dell’India; nel secondo, saltando da Bismark ad Haushofer, di congiungersi con l’Asahi, il simbolo solare venuto dall’Est, in quella stessa regione in cui i Talibani della CIA hanno invitato il GI’s a stabilirsi, il nuovo Tipou-Sahib avendo nome Bose. Come se l’Asse Parigi-Berlino (imposto da Parigi nel 1812, da Berlino nel 1942) dovesse saltare oltre Mosca per estendersi a Kabul e a Tokyo. Senza dubbio oggi, a Madrid come a Oslo, a Dublino come a Shanghaï, a Karachi come a Mosca, a Sapporo come a Teheran, a Istanbul come a Hambourg e a Bagdad come a Giakarta, si è infine compreso chi è, dove si trova il nemico. Colui che, in base alla definizione clausewitziana, cerca di imporci la sua volontà. Uno « scontro delle civiltà » ? Per niente ! Quello tra due tipi di uomini, quelli che hanno dignità e quelli che non ne hanno. Perché è a questo che si riduce oggi essere a favore o contro gli Yankees. (8). In tutti i luoghi citati, vi sono coloro che hanno coscienza del loro passato nazionale, della loro cultura, della loro tradizione, della grandezza degli eroi e dei geni della loro Storia. Ci sono in particolare coloro la cui Storia recente risuona ancora del genocidio al napalm, al fosforo e all’atomo. Costoro non hanno che un desiderio: Abbasso gli Yankees ! E poi ci sono quelli che sbavano d’invidia e di ammirazione davanti agli « eroi » dei teleromanzi che gli agenti del colonialismo inseriti nei media impongono ai loro compatrioti, davanti alla potenza dello Zio Sam al suo modo di schiacciare i popoli. Sono, nel termine usato da Benabi (9), i «colonizzabili». Questi tentativi furono anche eurafricani. Ma in Asia come in Africa, essi dovettero appoggiarsi politicamente, militarmente sull’Islam. Che la si consideri come la teologia adottata dai popoli che formano la triplice cerniera tra l’Europa e l’Asia, l’Europa e l’Africa, l’Africa e l’Asia, o che lo si consideri da un punto di vista strettamente ideologico come l’antitesi dell’Occidente capitalista, l’Islam non è aggirabile. Esso costituisce sia l’equilibrio che il cemento della grande costruzione euro-afro-asiatica. Solo il suo sistema è in grado di risolvere i grandi problemi nazionali, sociali ed economici in particolare, internazionali ed intercontinentali, specialmente nel rompere la costrizione del Debito di cui soffrono i più poveri – si tratti dei cittadini più squattrinati di uno stesso popolo, o si tratti ancora dei paesi più sfavoriti – ristabilendo gli equilibri senza i quali la grande costruzione intercontinentale a cui noi alludiamo crollerà come un castello di sabbia, per quanto non abbia mai preso forma! I viaggi di Jacques Chirac in Africa del Nord s’inscrivono nella tradizione bonapartista della Francia, nella permanenza dei suoi interessi geostrategici, infine in questo « genio particolare » di cui parla il generale Spillmann (10). Questa politica simultanea di riavvicinamento franco-magrebino e di indipendenza nazionale di fronte ai diktat di Washington gli è valsa una ripresa di popolarità presso i Musulmani nel Mondo, specialmente presso i 7 milioni che vivono in Francia. Sarebbe un grande errore da parte sua perderla per una semplice questione di velo ! Gli stessi che hanno puntato il dito verso il nostro paese quando ha rifiutato di versare il sangue dei suoi soldati per le prugne della California, oggi lo fanno burlandosi del paese dei Diritti dell’Uomo in cui si vieta a delle giovani di portare un velo! È impensabile che il signor Chirac non riesca a realizzare il modo in cui la Francia e il suo governo vengono rigirati, in seguito a quella che altro non è che una manipolazione da parte di quelli che vogliono la caduta del secondo, privato dei milioni dei voti musulmani, l’isolamento della prima nel ridicolo, con la reputazione di un paese in cui si perseguita l’Islam. L’attentato che ha appena fatto ripiombare Mosca nel sangue e nel terrore ci ricorda, se ce ne fosse bisogno, quali siano i metodi usati dagli sbirri dello Zio Sam. Sono quelli della Mafia, del crimine organizzato che dirige la politica americana, intrecciata ai servizi speciali yankee i cui primi bersagli sono gli stessi inquilini della Casa Bianca, alla mercé di un Watergate, di una Lewinsky, di un assassino, messo lui stesso a tacere da un altro… Già dallo sbarco in Sicilia nel 1943, gli Yankees si affrettarono ad armare la Mafia, a far uscire i suoi padrini dalle prigioni fasciste, così che gli gli slogan di benvenuto ai « liberatori » e di odio verso il Duce erano punteggiati da «Viva il Crimine!», con la promessa, in verità vaga, di fare dell’isola un principato indipendente o un protettorato yankee (11). Che i successori di Hoover, Dulles, Donovan e tutti quanti abbiano incluso nei loro carnets mondani i prosseneti e i trafficanti dell’Europa centrale e orientale; che essi manipolino inoltre, attraverso l’interposizione di Wahabiti e Talebani, degli attivisti ceceni, è una cosa del tutto naturale e lo resterà a lungo fino a quando ci saranno dei cretini e dei corrotti pronti ad ogni uso. Da Mosca a Madrid, il ricatto terrorista porta uno stesso segno, perché la Spagna, terza potenza navale atlantica europea, è uno degli ostaggi essenziali degli USA dal 1898. A soli dieci anni dalla consegna data ai Rojos di massacrare tutti gli ufficiali di Marina che cadevano nelle loro mani, l’America di Truman rinnovava le sue pressioni su Madrid, prendendo come pretesto l’influenza del movimento nazional-sindacalista creato da Jose-Antonio Primo de Rivera (12) negli Stati dell’America Latina. In attesa che domani la Spagna finalizzi la sua missione storica di proiezione del grande Asse eurasiatico verso le Filippine, Cuba, Puerto-Rico e l’insieme della Latinità fino a Los Angeles e « Frisco », oggi l’intensità del ricatto terroristico in Spagna come nel regno Unito costituisce il barometro della stima che Washington porta ai suoi lacché Aznar e Blair (13). Così dunque, i tentativi di destabilizzazione dei popoli e dei paesi di qualsiasi asse sia di resistenza a Washington, di ricatto operato sui loro dirigenti, non mancheranno né di fondi né di braccia. Spetta a questi popoli, a questi paesi, a questi dirigenti di non mancare né di coraggio né di intelligenza.

    Note

    (1) Nel suo brillante intervento di chiusura, Alain de Benoist ha messo insieme delle citazioni violentemente francofobe di politici e giornalisti yankee. Ce n’è una che noi spesso segnaliamo, tanto essa riflette l’arroganza di Washington e la colonizzabilità che si attende dai suoi «alleati»: il desiderio espresso dal professor van Evera nel Giornale di Studi Strategici comparso all’epoca della prima coalizione anti-irachena, che i manuali di Storia in uso nelle scuole europee siano censurati dall’amministrazione yankee, espurgati da ogni «nazionalismo».

    (2) Stesso astio, stesso odio per i Tedeschi che agirono per la pace, quantomeno per la fine delle ostilità ad Occidente, si trattasse di dignitari del NSDAP come Rudolf Hess, oppure anche di ufficiali antinazisti della Wehrmacht, che l’Intelligence Service ignorò bellamente nel periodo precedente la guerra per consegnarli, essendo state divulgate dalla BBC le liste dei congiurati del 20 luglio 1944, legati mani e piedi a Roland Freisler e ai suoi Volksgericht. La sorte di questi ultimi è da paragonare a quella del generale Paulus e altri, passati al servizio di Stalin e pienamente da lui appoggiati per il loro comitato della «Germania Libera».

    (3) E’ bene ricordare che fino all’11 novembre 1942, la Wehrmacht non occupava che il litorale atlantico della Francia, che essa non s’impadronì della zona detta « libera » che in risposta allo sbarco americano in Africa del Nord ; essendo l’autoaffondamento a Tolone di ciò che restava della potenza navale francese, la conseguenza della presa del Maghreb francese da parte di Washington. Quanto a loro, le U.S. Forces occuparono immediatamente tutti i punti del territorio britannico che sembravano loro utili. Sessant’anni dopo, esse osservano la medesima etica. Ci si risparmi miserie del tipo: Ah sì ! Ma esse sono qui da amici, per difendere il Regno a fianco di ciò che resta delle truppe di sua Maestà ! – Non in difesa contro il terrorismo dell’IRA in ogni caso, ormai quasi ufficialmente sostenuto, visibilmente controllato da Washington!

    (4) La turcofobia sullo sfondo dell' islamofobia di una parte della Nouvelle Droite ha permesso a certi dei suoi sostenitori di accusare Francesco I di tradimento dell’Occidente cristiano (rieccoci !) per la sua alleanza con la Porta. Traditori loro questi signori, che si reclamano volontari del Nazionalismo mentre sottomettono gli interessi della Nazione a quelli di una potenza straniera o di un’ideologia che le è nociva, in particolare il Vaticano!

    (5) Autore di « Riflessioni politiche e militari » suddivise in una ventina di tomi, Santa Cruz de Marcenado brillò sia come diplomatico che come capo militare. Egli cadde nel 1732 alla testa delle sue truppe durante la spedizione spagnola d’Oran, precisamente sulla collina che porta ancora il nome di Santa Cruz e che domina la rada di Mers-el-Kébir. La sua opera segna a tal punto il pensiero politico e militare prussiano che, quanto dei diplomatici spagnoli lodarono l’eccellenza del suo esercito a Federico il Grande, quest’ultimo rispose loro : Ma è a Santa Cruz de Marcenado che io la devo!

    (6) Nel nostro lavoro « Guénon, Clausewitz e la dottrina islamica del Tawhid ».

    (7) Nel nostro lavoro « Le Crociate dello Zio Sam », introduzione al capitolo 2.

    (8) Preferiamo questo termine a quello di «antimericanismo», perché se da una parte l’America è lontana dal limitarsi ai soli Stati Uniti, noi non nutriamo alcuna animosità contro i cittadini di questi ultimi, tra i quali abbiamo degli amici e incontriamo persone del tutto simpatiche – compresi ufficiali delle U.S. Forces degni dei nostri eserciti europei, asiatici o africani. Più ancora che degli USA in quanto potenza, è del suo sistema capitalista di cui essi sono il braccio armato, che non ne vogliamo sapere.

    (9) Malek Bennabi, scrittore algerino, padre del concetto di « colonizzabilità ». Autore, tra l’altro, di « Napoleone e l’Islam » ; opera da non confondersi con « Bonaparte e l"Islam» di Christian Cherfils.

    (10) Al punto che il Sindaco di Londra inviò una lettera di protesta e di appello alla ragione al governo francese.

    (11) Considerazioni proprie da fare qui, più che un paragone, un avvicinamento alla questione della Corsica. L’ultimo importante attentato separatista compiuto nell’isola non ha colpito l’esercito Francese proprio nelle circostanze del suo non impegno a fianco dei lacchè di Washington in Irak?

    (12) Assassinato dai Marxisti nella prigione di Alicante agli inizi della guerra civile con la complicità di Franco che s’ingegnò a sconsigliare ai servizi speciali tedeschi un’operazione un po’ nello stille di quella di Skorzeny al Gran Sasso (sia pure navale e non aerea) in vista della sua liberazione.

    (13) Togliamoci ogni ipotesi di neo-colonialismo. Quando noi parliamo di proiezioni asiatiche, africane, latino-americane dell’Asse grand-europeo, è esclusivamente in termini di cooperazione fraterna, certamente non di soggezione che lo facciamo, anche se è innegabile che esistano dei legami particolari tra certi paesi dell’Europa e le loro ex colonie. Il dibattito sui fatti e i misfatti del colonialismo è oggi del tutto desueto, essendo indubbio che, in effetti, dei popoli dell’Europa e di altri continenti hanno così imparato a conoscersi e, quanto meno le loro elite, a stimarsi nel senso detto nel Corano (4913).
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

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    Alexandr Dugin



    DALLA GEOGRAFIA SACRA ALLA GEOPOLITICA

    La geopolitica come scienza "intermedia"

    Le concezioni geopolitiche sono divenute da molto tempo i maggiori fattori delle politiche moderne. Esse si muovono tenendo conto di principi generali per analizzare facilmente la situazione di un particolare paese o regione. La geopolitica nella sua forma presente è senza dubbio una scienza di questo mondo, "profana", secolarizzata. Ma forse, tra tutte le scienze moderne, essa conserva in sé la maggiore connessione con la Tradizione e con le scienze tradizionali. René Guénon ha detto che la chimica moderna è l'esito della desacralizzazione di una scienza tradizionale - l'alchimia -- come la moderna fisica lo è della magia. Esattamente allo stesso modo uno potrebbe dire che la moderna geopolitica è il prodotto della laicizzazione e della desacralizzazione di un'altra scienza tradizionale - la geografia sacra. Ma poiché la geopolitica sostiene un ruolo speciale tra le scienze moderne, ed è spesso considerata come una "pseudo-scienza", la sua profanizzazione non è ancora così compiuta e irreversibile, come nel caso della chimica e della fisica. La connessione con la geografia sacra è qui visibile piuttosto distintamente. Perciò è possibile affermare che la geopolitica si trova in una posizione intermedia tra la scienza tradizionale (geografia sacra) e la scienza profana.

    Terra e mare

    I due concetti primari della geopolitica sono la terra e il mare. Proprio questi due elementi - Terra e Acqua - stanno alle radici di ogni rappresentazione qualitativa umano dello spazio terrestre. Tramite l'esperienza della terra e del mare, di terra e acqua, l'uomo entra in contatto con gli aspetti fondamentali della sua esistenza. La terra è stabilità, gravità, fissità, spazio in quanto tale. L'acqua è mobilità, leggerezza, dinamicità, tempo. Questi due elementi sono in essenza le manifestazioni più evidenti della natura materiale del mondo. Essi si trovano al di fuori dell'uomo: tutto è pesante e fluido. Essi si trovano inoltre all'interno di esso: corpo e sangue. (la stessa cosa succede pure a livello cellulare). L'universalità dell'esperienza di terra e acqua genera il concetto tradizionale di Firmamento, dal momento che la presenza delle Acque Superiori (origine della pioggia) nel cielo implica anche la presenza di un simmetrico e necessario elemento-terra, territorio, la volta celeste. Ad ogni modo, Terra, Mare, Oceano, sono in essenza le maggiori categorie dell'esistenza terrestre, e per l'umanità è impossibile non vedere in esse alcuni attributi di base dell'universo. Come i due termini di base della geopolitica, essi conservano il loro significato sia per civiltà di tipo tradizionale che per forme esclusivamente moderne di stati, popoli e blocchi ideologici. A livello di fenomeni geopolitici globali, Terra e Mare hanno generato i termini: talassocrazia e tellurocrazia, rispettivamente "potere per mezzo del mare" e "potere per mezzo della terra". La forza di uno stato e di un impero è basata sullo sviluppo preferenziale di una di queste categorie. Gli imperi sono o "talassocratici" o "tellurocratici". Quelli implicano l'esistenza di un paese madre e di colonie, questi di una capitale e di province su una "terra comune". Nel caso della "talassocrazia" il suo territorio non è unificato nello spazio di una terra - cosa che crea un elemento di discontinuità. Il mare - qui stanno sia la forza che la debolezza del "potere talassocratico". La "tellurocrazia", viceversa, ha la qualità di una continuità territoriale. Ma le logiche geografiche e cosmologiche complicano subito lo schema apparentemente semplice di questa divisione: la coppia "terra-mare", per reciproca sovrapposizione dei suoi elementi, dà vita alle idee sìdi "terra marittima" e di "acqua terrestre". La terra marittima è l'isola, la base dell'impero marittimo, il polo della talassocrazia. Acque terrestri o acque interne alla terra sono i fiumi, che predeterminano lo sviluppo di imperi terrestri. Proprio sul fiume si situa la città, che è la capitale, il polo della tellurocrazia. Questa simmetria è simbolica, economica e geografica nello stesso tempo. E' importante notare che lo status di Isola e Continente è definito non tanto sulla base della loro grandezza fisica, quanto sulla base della peculiare coscienza tipica della popolazione. Così la geopolitica degli Stati Uniti ha un carattere insulare, nonostante la dimensione dell'America del Nord, mentre l'insulare Giappone rappresenta geopoliticamente un esempio di mentalità continentale, etc. Un ulteriore dettaglio è rilevante: la talassocrazia storica è collegata all'Occidente e all'Oceano Atlantico, mentre la tellurocrazia all'Oriente ed al continente eurasiano. (L'esempio precedentemente citato del Giappone è spiegato, dalla più forte "attrattiva" dell'Eurasia). Talassocrazia e Atlantismo divennero sinonimi ben prima dell'espansione coloniale della Gran Bretagna o delle conquiste Portoghesi-Spagnole. Già sin dall'inizio delle ondate migratorie marittime, i popoli dell'Occidente e le loro culture iniziarono la loro Marcia ad Oriente dai centri localizzati sull'Atlantico. Anche il Mediterraneo crebbe da Gibilterra al Vicino Oriente, piuttosto che nell'altro senso. E al contrario, scavi nella Siberia Orientale e in Mongolia provano che esattamente qui vi furono i più antichi centri di civiltà - il che significa, che le terre centrali del continente furono la culla dell'umanità eurasiana.

    Simbolismo del paesaggio

    Oltre queste due categorie globali - Terra e Mare -- la geopolitica opera anche con definizioni più particolari. Tra le realtà talassocratiche, vi è una differenziazione tra formazioni marine e oceaniche. Così, ad esempio, la civiltà marina del Mar Nero o del Mare Mediterraneo sono qualitativamente piuttosto diverse dalla civiltà degli oceani, così come le potenze insulari e i popoli che dimorano sulle rive dell'oceano aperto. Divisioni più particolari esistono anche tra le civiltà dei fiumi e quelle dei laghi, collegate ai continenti. Anche la tellurocrazia ha le sue forme particolari. Così è possibile distinguere una civiltà della Steppa e una civiltà della Foresta, una civiltà delle Montagne e una civiltà delle Pianure, una civiltà del Deserto e una civiltà del Ghiaccio. Le varietà di paesaggio nella geografia sacra sono intese come complessi simbolici collegati alla specificità dell'ideologia dello stato, religiosa ed etica dei differenti popoli. E anche nel caso in cui si tratti di una religione universalistica ed ecumenica, la sua concreta manifestazione nell'uno o l'altro popolo, razza o stato sarà egualmente soggetta ad adattarsi in base al contesto locale sacro-geografico. Il deserto e la steppa rappresentano il microcosmo geopolitico dei nomadi. Precisamente nei deserti e nelle steppe la tendenza tellurocratica raggiunge il suo culmine, dal momento che il fattore "acqua" è qui presente in misura minima. Gli imperi del Deserto e della Steppa dovrebbero logicamente essere la testa di ponte geopolitica della tellurocrazia. Come esempio dell'impero della Steppa, uno dovrebbe considerare quello di Gengis Kahn, mentre un tipico esempio dell'impero del Deserto è il califfato arabo, sorto sotto la diretta influenza dei nomadi. Le montagne e le civiltà delle montagne rappresentano spesso l'arcaico, il frammentario. I paesi di montagna non solo non sono fonti di espansione; al contrario, vi sono concentrate le vittime dell'espansione geopolitica di altre forze tellurocratiche. Nessun impero ha il suo centro in regioni montane. Da qui il motivo così spesso ripetuto della geografia sacra: "le montagne sono popolate da demoni". D'altra parte, l'idea della conservazione sulle montagne di residui di antiche razze e civiltà è dimostrata dal fatto che i centri sacri della tradizione erano situati precisamente su montagne. E' anche possibile dire che nelle tellurocrazie una montagna corrisponde a del potere spirituale. La logica combinazione di entrambe i concetti - la montagna come immagine ieratica e la pianura come immagine regale - divenne il simbolismo della collina, una piccola o media altura. La collina è un simbolo della potenza imperiale che sorge al di sopra del livello secolare della steppa, ma non raggiunge il limite del potere supremo (come nel caso delle montagne). Una collina è un luogo dove può abitare un re, un conte, un imperatore, ma non un sacerdote. Tutte le capitali dei grandi imperi tellurocratici sono situati su una collina o su colline (spesso su sette colli - il numero dei pianeti; o su cinque - il numero degli elementi, compreso l'etere; e così via). La foresta nella geografia sacra è vicina alla montagna in un preciso senso. Il simbolismo dell'albero è correlato al simbolismo della montagna (sia questa che quello designano l'asse del mondo). Perciò nelle tellurocrazie anche la foresta assume una funzione marginale - essa è il "luogo dei sacerdoti" (druidi, maghi, eremiti), ma anche allo stesso tempo il "luogo dei demoni", residui arcaici di un passato scomparso. Neppure la zona della foresta può essere il centro di un impero terrestre. La tundra rappresenta l'analogo nordico della steppa e del deserto, sebbene il clima freddo la renda molto meno significativa dal punto di vista geopolitico. Questa perifericità raggiunge il suo culmine nei ghiacci che, similmente alle montagne, sono zone profondamente arcaiche. E' indicativo che la tradizione shamanica eschimese comporti il partire da solo tra i ghiacci, dove per il futuro shamano è aperto il mondo dell'al di là. Perciò, i ghiacci sono una zona ieratica, la soglia di un altro mondo. Da queste primarie e più generali caratteristiche della mappa geopolitica, è possibile definire le varie regioni del pianeta a seconda della loro qualità sacra. Questo metodo può anche essere applicato alle configurazioni locali del paesaggio a livello di singoli paesi o anche di singole località. E' anche possibile tracciare le affinità di ideologie e tradizioni dei popoli (apparentemente) più diversi, nel caso in cui il paesaggio naturale sia lo stesso.

    Oriente e Occidente nella geografia sacra

    I punti cardinali hanno nel contesto della geografia sacra una speciale caratteristica qualitativa. Nelle varie tradizioni e nei vari periodi di queste tradizioni, il quadro della geografia sacra può variare secondo le fasi cicliche dello sviluppo di una data tradizione. Perciò anche la funzione simbolica dei Punti cardinali spesso muta. Senza entrare nei dettagli, è possibile formulare la legge più universale della geografia sacra con il riferimento a Oriente e Occidente. La geografia sacra, sulla base del "simbolismo spaziale" tradizionalmente considera l'Oriente come la "terra dello Spirito", il paradiso, la terra della pienezza, dell'abbondanza, la terra Sacra originaria nella sua più piena e perfetta accezione. In particolare, questa idea è rispecchiata nella Bibbia, dove viene trattata la disposizione orientale dell' "Eden". Precisamente tale significato è peculiare di entrambe le tradizioni abramiche (Islam e Giudaismo), e anche di molte tradizioni non abramiche - cinese, indù e iraniana. "L'Oriente è la dimora degli dei", recita la sacra formula degli antiche Egizi, e la stessa parola est ("neter" in egizio) significò contemporaneamente "dio". Dal punto di vista del simbolismo naturale, l'Oriente è il luogo ove sale "vos-tekeat" (in russo) il sole, Luce del Mondo, simbolo materiale della Divinità e dello Spirito. L'Occidente ha un significato simbolico opposto. E' il "paese della morte", il "mondo senza vita", "la terra verde" (come lo chiamavano gli antichi Egizi). L'occidente è "l'impero dell'esilio", "la fossa dei reietti", secondo l'espressione della mistica islamica. L'Ovest è "l'anti-oriente", il paese di "zakata" (in russo), decadenza, degradazione, transizione dal manifestato al non manifestato, dalla vita alla morte, dalla pienezza alla penuria, etc. L'Occidente (Zapad, in russo) è il luogo dove il sole se ne va, dove "si inabissa" (za-padaet). Secondo date logiche del naturale simbolismo cosmico, le tradizioni antiche organizzavano il loro "spazio sacro", fondavano i loro centri di culto, luoghi di sepoltura, templi ed edifici, e interpretavano le configurazioni naturali e "civili" dei territori geografici, culturali e politici del pianeta. In questo modo, la struttura stessa di migrazioni, guerre, iniziative varie, ondate demografiche, costituzioni di imperi, etc., era definita dalla originale, pragmatica logica della geografia sacra. Lungo l'asse Est-Ovest furono tracciati popoli e civiltà, in possesso di caratteri gerarchici - più vicini all'Oriente furono quelli più prossimi al Sacro, alla Tradizione, alla ricchezza spirituale. Più vicini all'Occidente, quelli spiritualmente più decaduti, degradati e morenti. Naturalmente questa logica non è assoluta, ma nello stesso tempo non è nemmeno minore o relativa - come oggi viene erroneamente considerata da molti studiosi "profani" di antiche religioni e tradizioni. Sul piano concreto, la logica sacra e il conseguente simbolismo cosmico furono molto più consapevolmente realizzati, compresi e praticati dai popoli antichi, di quello che oggi si pensi. E anche nel nostro mondo profano, a un livello "inconscio" sono quasi sempre preservati degli archetipi di geografia sacra nella loro integrità, e vengono risvegliati nei momenti più rilevanti e critici dei cataclismi sociali. Così la geografia sacra afferma univocamente la legge dello "spazio qualitativo", in cui l'Oriente rappresenta il simbolico "più" ontologico, e l'Occidente il "meno" ontologico. Secondo la tradizione cinese, l'Est è lo Yang, il maschile, la luce, il principio solare, e l'Ovest è lo Yin, il femminile, il buio, il principio lunare.

    Oriente e Occidente nella moderna geopolitica

    Osserveremo come questa logica sacro-geografica sia rispecchiata nella geopolitica che, essendo esclusivamente una scienza moderna, è focalizzata solo sulla situazione fattuale, lasciando fuori dalla struttura i principi più sacri. La geopolitica nelle sue formulazioni originali di Ratzel, Kjellen e Mackinder (e in seguito di Haushofer e degli eurasisti russi) si asteneva proprio dal collegare le strutture dei differenti tipi di civiltà e stati alla loro disposizione geografica. I geopolitici fissarono il fatto di una differenza fondamentale tra i poteri "insulare" e "continentale", tra forme di civiltà "occidentali", "progressiste" e forme culturali "orientali, "dispotiche" e "arcaiche". Poiché in generale la questione dello Spirito nella sua portata metafisica e sacra non si è mai posta nella scienza moderna, i geopolitici la lasciarono da parte, preferendo valutare la situazione in termini differenti, più moderni, piuttosto che attraverso i concetti di "sacro" e "profano", "tradizionale" e "antitradizionale", etc. I geopolitici fissarono negli ultimi secoli le differenze maggiori tra lo sviluppo politico, culturale e industriale di Orientali e Occidentali. Il quadro finale è il seguente. L'Occidente è il centro dello sviluppo "materiale" "tecnologico". A livello ideologico-culturale, vi è prevalenza delle tendenze liberal-democratiche, delle visioni del mondo individualistiche e umanistiche. A livello economico, la priorità è data al commercio ed alla modernizzazione tecnologica. In Occidente apparvero per la prima volta teorie di "progresso", "evoluzione", "sviluppo progressivo della storia", completamente aliene al mondo tradizionale orientale (e pure in quei periodi della storia occidentale, quando anche lì esisteva una rigorosa tradizione sacra, come, in particolare, nel Medio Evo). La coercizione a livello sociale acquistò in Occidente solo un carattere economico e la Legge dell'Idea della Forza fu gradualmente sostituita dalla Legge della Moneta. Gradualmente una peculiare "Ideologia Occidentale" fu espressa nella formula universale dei "diritti umani", che divenne un principio dominate nella maggior parte delle regioni occidentali del pianeta - Nord America e innanzi tutti Stati Uniti. A livello industriale, a questa ideologia corrispose l'idea di "paesi sviluppati", e a livello economico il concetto di "libero mercato", di "liberismo economico". L'intero aggregato di queste strutture, con l'aggiunta dell'integrazione puramente militare, strategica dei differenti settori della civiltà occidentale è definito oggi dal concetto di "atlantismo". Nel secolo scorso i geopolitici parlavano di un "tipo anglosassone di civiltà" o di"democrazia capitalista, borghese". In questo tipo "atlantista" la formula dell' "Occidente geopolitico" trova la sua più incarnazione più pura. L'Oriente geopolitico rappresenta in se stesso la netta opposizione all'Occidente geopolitico. Invece della modernizzazione economica, qui (nei paesi non sviluppati) prevalgono tradizionali, arcaici modi di produzione di tipo corporativo, manufatturiero. Invece della costrizione economica, più spesso lo stato usa la coercizione "morale" o semplicemente fisica (Legge dell'Idea e Legge della Forza). Invece della "democrazia" e dei "diritti umani" l'Oriente gravita su totalitarismo, socialismo e autoritarismo, vale a dire vari tipi di regimi sociali, la sola struttura comune dei quali è che il centro dei loro sistemi non è l' "individuo", l' "uomo" con i suoi "diritti" e il suo peculiare "valore individuale", ma qualcosa di sovraindividuale, di sovraumano - sia esso la "società", la "nazione", il "popolo", l' "idea", la "weltanschauung", la "religione", il "culto del leader", etc. L'Est oppose alla democrazia liberale occidentale i più vari tipi di società non liberali, non individualistiche - dalla monarchia autoritaria fino alla teocrazia e al socialismo. Inoltre, da un puro tipologico punto di vista geopolitico, la specificità politica di questo o quel regime era secondaria in rapporto alla distanza qualitativa tra ordine "occidentale" (= "individualista-mercantile") e ordine "orientale" (= "sovraindividuale - basato sulla forza"). Le forma rappresentative di tale civiltà antioccidentale sono state (o sono) l'URSS, la Cina comunista, il Giappone fino al 1945 o l'Iran di Khomeini. E' curioso osservare che Rudolf Kjellen, il primo autore a usare il termine "geopolitica", illustrò la differenza tra Occidente e Oriente in questo modo. "Una tipica frase preferita degli Americani, -- scrisse Kjellen - è "andare avanti", che significa letteralmente "in avanti". In essa si specchia l'interiore, naturale ottimismo geopolitico e il "progressismo" della civiltà americana, in quanto estrema forma del modello occidentale. I Russi usualmente ripetono la parola "nechego" [niente] (in Russo nel testo Kjellen - N.d.A.). In essa sono espressi "pessimismo", "contemplazione", "fatalismo" e "aderenza alla tradizione", tutti aspetti peculiari dell'Oriente". Se noi ora ritorniamo al paradigma della geografia sacra, noi vedremo la diretta contraddizione tra le priorità della moderna geopolitica (concetti come "progresso", "liberalismo", "diritti umani", "ordine mercantile" etc., sono oggi termini positivi per la maggioranza delle persone) e le priorità della geografia sacra, che valuta i vari tipi di civiltà da un punto di vista completamente opposto (concetti come "spirito", "contemplazione", "rassegnazione alla forza e all'idea sovrumana", "ideocrazia" etc., erano esclusivamente posiviti nelle civiltà sacre, e così rimangono ancora oggi per i popoli orientali a livello di "inconscio collettivo"). Così la moderna geopolitica (eccettuati gli eurasisti russi, i discepoli tedeschi di Haushofer, i fondamentalisti islamici, etc.) valuta il quadro mondiale da una prospettiva opposta di quella della geografia sacra. Ma così entrambe le scienze convergono nella descrizione delle leggi fondamentali del quadro geografico delle civiltà.

    Nord sacro e Sud sacro

    Oltre al determinismo sacro-geografico sull'asse Est-Ovest, un problema estremamente rilevante è rappresentato dall'altro asse di orientamente verticale, l'asse Nord-Sud. Qui, così come in tutti i casi restanti, le leggi della geografia sacra, il simbolismo dei punti cardinali e i relativi continenti, hanno la loro diretta analogia nel complesso geopolitico del mondo, sia accumulata nel corso del processo storico, sia consapevolmente e artificialmente formata come risultato di azioni progettate dai leader di tale o talaltra formazione geopolitica. Dal punto di vista della "tradizione integrale", la differenza tra "artificiale" e "naturale" è generalmente piuttosto realativa, dal momente che la Tradizione non ha mai conosciuto niente di simile al dualismo cartesiano o kantiano, che separano nettanente il "soggettivo" dall' "oggettivo" ("fenomenico" e "noumenico"). Perciò il determinismo sacro di Nord e Sud non è solo un fattore climatico fisico, naturale (cioè qualcosa di "oggettivo") o solo un' "idea", un "concetto" generato dalle mente di un individuo o di un altro (cioè qualcosa di "soggettivo"), ma qualcosa di un terzo tipo, al di là sia del polo oggettivo che di quello soggettivo. Uno potrebbe dire che il Nord sacro, l'archetipo del Nord, si divide nella storia da un parte nel paesaggio naturale nordico, dall'altra nell'idea del Nord, nel "nordismo". Il più antico e originario strato della Tradizione afferma univocamente il primato del Nord sul Sud. Il simbolismo del Nord si riferisce all'Origine, ad un originario paradiso nordico, da dove ebbero origine tutte le civiltà umane. Gli antichi testi iranici e zoroastriani parlano del paese nordico di "Aryiana Vaeijao" e della sua capitale "Vara", da cui gli antichi iraniani furono allontanati dalla glaciazione, mandata loro da Ariman, spirito del Male e avversario del luminoso Ormudz. Anche gli antichi Veda parlano del paese del Nord come della dimora ancestrale degli Hindu, di Sveta-dipa, la Terra Bianca dell'estremo nord. Gli antichi greci parlavano di Hyperborea, l'isola del Nord con capitale Thule. Questa terra era considerata la terra madre del luminoso Apollo. E in molte altre tradizioni è possibile scoprire antichissime tracce, spesso dimenticate e divenute frammentarie, di un simbolismo nordico. L'idea di base tradizionalmente legata al Nord è l'idea del Centro, del Polo Immobile, punto di Eternità attorno cui ruota il ciclo non solo dello spazio, ma anche del tempo. Il Nord è la terra dove il sole non tramonta mai, uno spazio di luce eterna. Tutte le tradizioni sacre onorano il Centro, il Mezzo, il punto dove ogni contrasto si placa, il luogo simbolico non soggetto alle leggi dell'entropia cosmica. Questo Centro, il cui simbolo è lo Swastika (che sottolinea sia l'immobilità e la stabilità del Centro che la mobilità e la mutevolezza della periferia), ricevette nomi diversi a seconda della tradizioni, ma fu sempre direttamente o indirettamente collegato al simbolismo del Nord. Perciò è possibile affermare che tutte le tradizioni sacre sono in essenza la proiezione di una Singola Primordiale Tradizione Nordica adattata a ogni differente condizione storica. Il Nord è il Punto Cardinale scelto dal Logos primordiale per rivelarsi nella Storia, e ognuna delle sue successive manifestazioni reintegrò solamente questo simbolismo primordiale polare-paradisiaco.

    La geografia sacra correla il Nord a spirito, luce, purezza, completezza, unità, eternità

    Il Sud simboleggia qualcosa di direttamente opposto - materialità, oscurità, mescolanza, privazione, pluralità, immersione nel flusso del tempo e del divenire. Anche dal punto di vista naturale, nelle aree polari vi è un grande Giorno che dura metà anno e una grande Notte che dura altrettanto. Sono il Giorno e la Notte degli dei e degli eroi, degli angeli. Anche le tradizioni decadute ricordavano questo Nord cardinale, sacrale, spirituale supernaturale che considerava le regioni nordiche come il luogo abitato dagli "spiriti" e dalle "forze dell'aldilà. A Sud, il Giorno e la Notte degli dei sono frammentati in una serie di giorni umani, viene perduto l'originario simbolismo di Hyperborea, e i ricordi di essa divengono parte della "cultura", della "leggenda". Il Sud generalmente corrisponde spesso alla cultura, ossia a quella sfera dell'attività umana dove l'Invisibile e il Puramente Spirituale acquista contorni materiali, consistenti, visibili. Il Sud è il regno della sostanza, della vita, della biologia e degli istinti. Il Sud corrompe la purezza nordica della Tradizione, ma preserva le sue tracce con caratteristiche materializzate. La coppia Nord-Sud nella geografia sacra non si riduce ad un'astratta opposizione di Bene e Male. È piuttosto l'opposizione dell'Idea Spirituale alla sua grossolana, materiale incarnazione. Nei casi normali, in cui il primato del Nord è riconosciuto dal Sud, tra queste due parti esiste una armoniosa relazione - il Nord "spiritualizza" il Sud, i messaggeri nordici trasmettono la Tradizione ai meridionali, mettono le fondamenta di civiltà sacre. Se il Sud manca di riconoscere il primato del Nord, l'opposizione sacra, ha inizio la "guerra dei continenti", e dal punto di vista della tradizione il Sud è responsabile di questo conflitto per avere violato le regole sacre. Nel Rama-Yana, ad esempio, l'isola meridionale di Lanka è considerata una dimora di demoni che hanno rapito la moglie di Rama, Sita, e dichiarato guerra al Nord continentale che ha per capitale Ayodjya. Perciò è importante sottolineare che nella geografia sacra l'asse Nord-Sud è più rilevante dell'asse Oriente-Occidente. Ma essendo più rilevante, esso corrisponde allo stadio pù antico della storia ciclica. La grande guerra del Nord e del Sud, di Hyperborea e Gondwana (antico paleocontinente del Sud) si riferisce ai tempi "antidiluviani". Nelle ultime fasi del ciclo essa diviene più nascosta, velata. Gli stessi paleocontinenti del Nord e del Sud scomparvero. Il testimone dell'opposizione è passato all'Est-Ovest. Lo spostamento dall'asse verticale Nord-Sud a quello orizzontale Oriente-Occidente, tipico delle ultime fasi del ciclo, salva tuttavia la connessione logica e simbolica tra queste due coppie delle geografia sacra. La coppia Nord-Sud (cioè Spirito-Materia, Eternità-Tempo) è proiettata sulla coppia Oriente-Occidente (cioè Tradizione e Profano, Origine e Dissoluzione). L'Est è la proiezione orizzontale della discesa del Nord. L'Ovest è la proezione orizzontale della salita del Sud. Da tale spostamento dei significati sacri si può facilmente ottenere la struttura della visione continentale peculiare alla Tradizione.

    Il popolo del Nord

    Il Nord sacro definisce uno speciale tipo umano che può avere un'incarnazione biologica, razziale, ma può anche non averla. La sostanza del "nordismo" consiste nella capacità dell'uomo di innalzare ogni oggetto del mondo fisico, materiale, al suo archetipo, alla sua Idea. Questa qualità non è un semplice sviluppo di origine razionale. Viceversa, il "puro intelletto" cartesiano e kantiano per la sua stessa natura non è in grado di superare il sottile confine tra "fenomeno" e "noumeno" - ma proprio questa abilità sta alla base del pensare "nordico". L'uomo del Nord non è semplicemente bianco, "ariano" o indoeuropeo per sangue, lingua e cultura. L'uomo del Nord è un particolare tipo di essere che possiede una diretta intuizione del Sacro. Per lui il cosmo è un intreccio di simboli, ognuno di essi richiamato dal segreto dall'occhio del Primo Principio Spirituale. L'uomo del Nord è un "uomo solare", Sonnenmensch, che non assorbe energia come i buchi neri, ma la emana, riversando luce, forza e saggezza dal suo spirituale flusso di creazione. La pura civiltà nordica scomparve con gli antichi Hyperborei, ma i suoi emissari hanno posto le basi di tutte le tradizioni presenti. Questa "razza" nordica di Maestri è stata alle origini di religione e cultura dei popoli di tutti i continenti e di qualsiasi colore di pelle. Tracce di un culto hyperboreo si possono trovare tra gli Indiani del Nordamerica e tra gli antichi Slavi, tra i fondatori della civiltà cinese e tra gli aborigeni del Pacifico, tra i biondi tedeschi e tra i neri shamani dell'Africa Occidentale, tra i pellerossa Aztechi e tra i Mongoli dagli zigomi ampi. Non vi è nessun popolo sul pianeta che non abbia avuto un mito dell' "uomo solare", Sonnenmensch. La vera spiritualità, la Mente sovrarazionale, il Logos divino, la capacità di vedere attraverso il mondo la sua Anima segreta - queste sono le qualità che definiscono il Nord. Dovunque vi siano Purezza e Saggezza Sacra, vi è invisibilmente il Nord - in qualsiasi punto del tempo o dello spazio noi ci troviamo.

    Il popolo del Sud

    L'uomo del Sud, il tipo gondwanico, è direttamente opposto al tipo "nordico". L'uomo del Sud vive in un circuito di effetti, di manifestazioni secondarie; egli abita nel cosmo, che venera ma non comprende. Egli adora l'esteriorità, ma non l'interiorità. Egli conserva con cura tracce di spiritualità, sue incarnazioni nell'ambiente materiale, ma non è capace di passare dal simbolo a ciò che viene simboleggiato. L'uomo del Sud vive di passioni e slanci, egli mette lo psichico davanti allo spirituale (che egli semplicemente non conosce) e venera la Vita come la più alta autorità. Il culto della Grande Madre, della sostanza che genera la varietà delle forme, è tipico dell'uomo del Sud. La civiltà del Sud è una civiltà della Luna che riceve la luce dal Sole (Nord), conservandola e diffondendola per un certo tempo, ma perdendo periodicamente contatto con essa (luna nuova). L'uomo del Sud è un Mondmensch. Quando il popolo del Sud sta in armonia con quello del Nord, cioè riconosce la sua autorità e la ua superiorità tipologica (non razziale!), l'armonia regna tra le civiltà. Quando reclama la sua supremazia per la sua archetipica relazione con la realtà, allora sorge un tipo culturale distorto, che può essere definito globalmente con adorazione di idoli, feticismo o paganesimo (nel senso negativo, peggiorativo del termine). Come nel caso dei paleocontinenti, i puri tipi nordico e meridionale esistettero solo nei tempi antichi remoti. Il popolo del Nord e il popolo del Sud alle origini si opposero l'uno all'altro. In seguito tutti i popoli del Nord penetrarono nelle terre del Sud, fondando espressioni a volte luminose della civiltà "nordica" - antico Iran, India. D'altra parte, quelli del Sud giunsero a volte all'estremo Nord, portando il loro tipo culturale - Finni, Eskimesi, Chuckchi etc. Gradualmente la chiarezza originaria del panorama sacro-geografico divenne torbida. Ma nonostante tutto, il dualismo tipologico del "popolo del Nord" e del "popolo del Sud" fu preservato in tutti i tempi e le epoche - ma non in quanto conflitto esterno di due civiltà miste, ma come conflitto interno tra strutture della stessa civiltà. Il tipo del Nord e il tipo del Sud, da un certo momento della storia sacra, si oppongono ovunque l'uno altro, indipendentemente al luogo concreto del pianeta.

    Il Nord e il Sud nell'Est e nell'Ovest

    Il tipo del popolo del Nord può essere proiettato a Sud, Est e Ovest. Nel Sud la Luce del Nord produsse grandi civiltà metafisiche come l'indiana, l'iraniana o la cinese, che in una situazione di Sud "conservatore" mantennero a lungo la Rivelazione, affidandosi ad essa. Comunque, la semplicità e la chiarezza del simbolismo nordico si trasformò qui in un complesso e misto intreccio di dottrine sacre, sacramenti e riti. In ogni modo, più ci si inoltra nel Sud, più deboli sono le tracce del Nord. E tra gli abitanti delle isole del Pacifico e dell'Africa meridionale, i "motivi" settentrionali nella mitologia e nei sacramenti sono conservati in forma estremamente frammentaria, rudimentale e perfino distorta. In Oriente, il Nord viene espresso nella classica società tradizionale fondata su di una inequivocabile superiorità del sovraindividuale sull'individuale, dove l' "umano" e il "razionale" scompaiono di fronte al Principio sovraumano e sovrarazionale. Se il Sud dà alla civiltà un carattere di "stabilità", l'Est definisce la sua sacralità ed autenticità, la maggior garanzia di ciò che è la Luce del Nord. Nell'Ovest, il Nord si manifestò nelle società eroiche, dove la tendenza, peculiare dell'Occidente, alla frammentazione, individualizzazione e razionalizzazione oltrepassò se stessa, e l'individuo divenendo l'Eroe, abbandonò la struttura limitata della personalità "umana - troppo umana". Il Nord è personificato in Occidente dalla figura simbolica di Heracle che, da un lato libera Prometeo (la pura tendenza occidentale, titanica, "umanistica"), e dall'altro, aiuta Zeus e gli dei a sconfiggere la ribellione dei giganti (cioè si mette al servizio per amore delle leggi sacre e dell'Ordine spirituale). Il Sud, invece, proietta se stesso sugli altri tre punti di orientamente seguendo un'immagine opposta. A Nord, esso dà l'effetto di "arcaismo" e stagnazione culturale. Perfino le più settentrionali, "nordiche" tradizioni "paleo-asiatiche", "finniche" o "eskimesi", sotto l'influenza meridionale, acquisiscono i caratteri dell' "idolatria" e del "feticismo". (Questa è, in particolare, la caratteristica della civiltà germano-scandinava nell' "epoca degli Skaldi"). Ad Est, le forze del Sud si esprimono nelle società dispotiche, in cui la normale e giusta indifferenza orientale all'individuo si trasforma nella negazione del grande Soggetto Sovraumano. Tutte le forme di totalitarismo orientale, sia tipologico che razziale, sono collegate al Sud. E infine, ad Ovest il Sud si mostra nelle forme di indivualismo estremamente rozze, materialistiche, in cui gli individui atomici raggiungono il limite della degenerazione antieroica, adorando solo il "vitello d'oro" del comfort e dell'edonismo egoistico. E'ovvio che esattamente tale combinazione delle due tendenze sacro-geografiche dia il tipo più negativo di civiltà, dal momento che le due attitudini, già in se stesse negative - il Sud sulla linea verticale e l'Ovest su quella orizzontale -- sono sovrapposte l'una all'altra.

    Dai continenti ai meta-continenti

    Se dalla prospettiva della geografia sacra il Nord simbolico corrisponde univocamente agli aspetti positivi, e il Sud a quelli negativi, in un quadro geopolitico del mondo esclusivamente moderno tutto è molto più complesso, e fino ad un certo punto anche capovolto. La moderna geopolitica intende i termini "Nord e Sud" come categorie completamente differenti rispetto alla geografia sacra. In primo luogo, il paleocontinente del Nord, Hyperborea, già da molti millenni non esiste più a livello fisico, rimanendo una realtà spirituale, su cui è diretto lo sguardo interiore di chi esige la Tradizione originaria. In secondo luogo, l'antica razza nordica, la razza dei "maestri bianchi", abbinata al polo nell'epoca primordiale, non coincide per nulla con ciò che comunemente si intende oggi abbinato alla "razza bianca", basato solo su caratteri fisici, o sul colore della pelle, etc. La Tradizione nordica e la sua popolazione originaria, "nordica autoctona", da molto tempo non rappresenta più una realtà concreta storico-geografica. Per comune giudizio, anche gli ultimi resti di questa cultura primordiale sono scomparsi dalla realtà fisica già da diversi millenni. Perciò, il Nord nella Tradizione è una realtà meta-storica e meta-geografica. La stessa cosa si può dire anche della "razza iperborea" - una "razza" non in senso biologico, ma in quello spirituale, metafisico. (questo tema delle "razze metafisiche" è stato sviluppato dettagliatamente nei lavori di Juliu Evola). Anche il continente del Sud e l'intero Sud della Tradizione, non esistono più da molto tempo allo stato puro, non meno della sua antica popolazione. In qualche modo, il "Sud" da un certo momento in poi, divenne praticamente l'intero pianeta, poiché diminuì nel mondo l'influenza del centro iniziatico originario polare e dei suoi emissari. Le moderne razze del Sud rapresentano un prodotto di commistioni multiple con le razze del Nord, e il colore della pelle già da lungo tempo ha cessato di essere il segno distintivo di appartenenza all'una o all'altra "razza metafisica". In altre parole, la moderna descrizione geopolitica del mondo ha assai poco in comune con la visione principiale del mondo nel suo aspetto sovrastorico e meta-temporale. I continenti e le loro popolazioni nell'epoca nostra sono giunti estremamente lontani da quegli archetipi, che a loro corripondevano nei tempi primordiali. Perciò tra i continenti reali e le razze reali (le realtà della moderna geopolitica), da una parte, e i meta-continenti e le meta-razze (le realtà della geografia sacra tradizionale) dall'altra, oggi non esiste solo una semplice discrepanza, ma quasi una corrispondenza inversa.

    L'illusione del "Nord ricco"

    La moderna geopolitica usa il concetto di "nord" più frequentemente con la definizione di "ricco" - "il Nord ricco", e anche "il Nord avanzato". Questo caratterizza l'intera aggregazione della civiltà occidentale, che dà la sua attenzione di base allo sviluppo del lato materiale ed economico della vita. Il "Ricco Nord" è ricco non per essere più intelligente, o più intellettuale, o più spirituale del "Sud" ma perché esso costruisce il suo sistema sociale sul principio di massimizzare il materiale che può essere ricavato dal potenziale sociale naturale, dallo sfruttamento delle risorse umane e naturali. L'immagine razionale del "Ricco Nord" è collegata a quei popoli di pelle bianca, e questa caratteristica sta alle radici delle varie versioni, esplicite o implicite, del "razzismo occidentale" (in particolare anglosassone). Il successo del "ricco Nord" nella sfera materiale fu innalzato a principio politico e anche "razziale" in quei paesi in cui si trovavano le avanguardie dello sviluppo industriale, tecnico ed economico - cioè Inghilterra, Olanda e in seguito Germania e Stati Uniti. In questo caso, il benessere materiale e quantitativo fu equiparato a criterio qualitativo, e su questa base furo elaborati i più ridicoli pregiudizi su "barbarismo", "primitività" "sottosviluppo" e "sottoumanità" dei popoli meridionali (cioè non appartenenti al "ricco Nord"). Un tale "razzismo economico" fu espresso in modo particolarmente chiaro nelle conquiste coloniale anglosassoni, ed in seguito una versione colorita fu introdotta nei più rozzi e contradditori aspetti dell'ideologia nazional-socialista. Così, spesso gli ideologi nazisti spesso semplicemente mescolavano vaghe congetture sulla pura "nordicità spirituale" e sulla "razza spirituale ariana" con il razzismo volgare, mercantilistico, biologico di tipo inglese. (A proposito, precisamente questa sostituzione delle categorie della geografia sacra con le categorie dello sviluppo materiale e tecnologico fu anche quell'aspetto più negativo del nazionalsocialismo che lo condusse, alla fine, al suo collasso politico, teoretico e anche militare). Ma anche dopo la sconfitta del Terzo Reich, questo tipo di razzismo del "ricco Nord" non scomparce del tutto dalla vita politica. Ne divennero comunque portatori innanzi tutto gli USA e i loro partner atlantisti nell'Europa occidentale. Certamente, nelle più recenti dottrine mondialiste del "ricco Nord" la questione della purezza biologica e razziale non è sottolineata, ma tuttavia, in pratica, nelle sue relazioni con i paesi sottosviluppati o meno sviluppati del Terzo Mondo, il "ricco Nord" anche oggi dimostra solo arroganza "razzista", tipica sia dei coloniasti inglesi che dei nazionalsocialisti tedeschi seguaci ortodossi di Rosenberg. Attualmente, "ricco Nord" geopoliticamente significa quei paesi dove hanno vinto le forze direttamente opposte alla Tradizione - le forze della quantità, del materialismo, della degrazione spirituale e della degenerazione emotiva. " Ricco Nord " significa qualcosa di radicalmente distinto da "nordicità spirituale", da "spirito iperboreo". La sostanza del Nord nella geografia sacra è il primato dello spirito sulla sostanza, la definitiva e totale vittoria della Luce, dell'Equità e della Purezza sull'oscurità della vita animale, sull'arroganza delle passioni individuali e sul fango dell'egoismo di base. La geopolitica del "Ricco Nord" mondialista, al contrario, significa esclusivamente benessere materiale, edonismo, società dei consumi, non problematico ed artificiale pseudoparadiso di coloro che Nietzsche chiamò "gli ultimi uomini". Il progresso materiale della civiltà tecnologica fu accompagnato da un mostruoso regresso spirituale proprio nella cultura sacra e, conseguentemente, dal punto di vista della Tradizione, la "ricchezza" del moderno "avanzato" Nord non può servire come criterio di genuina superiorità sulla "povertà" materiale e sull'arretratezza tecnologica del "primitivo Sud" moderno. Inoltre, la "povertà" materiale del Sud assai spesso è per contro legata alla conservazione nelle regioni meridionali di genuine forme di civiltà sacra; questo significa che dietro tale povertà si trova spesso travestita una ricchezza spirituale. Almeno due civiltà sacre esistono ancora oggi nello spazio meridionale, nonstante tutti i tentativi del "ricco (e aggressivo!) Nord" di imporre a tutti i propri criteri e il proprio percorso di sviluppo. Queste sono l'India induista e il mondo islamico. Per quanto riguarda l'Estremo Oriente, vi sono vari punti di vista: alcuni vedono, perfino sotto lo strato delle retoriche "marxista" e "maoista", certi principi tradizionali che furono sempre indiscussi per la civiltà sacra cinese. Ad ogni modo, anche quelle regioni meridionali abitate da popoli che conservano la loro devozione per antiche e quasi dimenticate tradizioni sacre, tuttavia a paragone del "ricco Nord" ateizzato e completamente materialista, dimostrano caratteristiche "spirituali", "rigorose" e "normali" - mentre lo stesso "ricco Nord", da un punto di vista spirituale, è completamente "anormale" e "patologico".

    Il paradosso del "Terzo Mondo"

    Il "povero Sud" nei progetti mondialisti è attualmente sinonimo di "Terzo Mondo". Questo mondo fu chiamato "Terzo" durante la guerra fredda, e questo concetto presuppose che gli altri due "mondi" - capitalista avanzato e sovietico meno avanzato - fossero più rilevanti e significativi per la geopolitica globale, rispetto a tutte le rimanenti regioni. Di base, l'espressione "terzo Mondo" ha un senso peggiorativo: secondo le logiche utilitaristiche del "ricco Nord", tale definizione attualmente equipara i paesi del "Terzo Mondo" a "terra di nessuno" basi di risorse naturali ed umane che dovrebbero solo ubbidire, essere sfruttate ed essere usate per i propri progetti. Così il "ricco Nord" manovrò abilmente le caretteristiche politico-ideologiche e religiose del "povero Sud", cercando di asservire ai suoi affari esclusivamente materialistici ed economici quelle forze e strutture che come potenziale spirituale superavano di molto il livello spirituale del "Nord". Questo fu ad esso quasi sempre possibile, poiché lo stesso momento ciclico dello sviluppo della nostra civiltà favorisce le tendenze pervertite, anormali e innaturali - dal momente che, secondo la Tradizione, ci troviamo ora nell'ultimo periodo del "secolo oscuro", il Khali-Yuga. L'Induismo, il Confucianesimo, l'Islam, le tradizioni autoctone dei popoli "non bianchi" divennero per i conquistatori materiali del "ricco Nord" un ostacolo al compimento dei loro progetti, ma nello stesso tempo essi hanno spesso usato degli aspetti separati della Tradizione per raggiungere i loro scopi mercantilistici - sfruttando contraddizioni, caratterisiche religiose o problemi nazionali. Un simile uso utilitaristico dei vari aspetti della Tradizione per scopi esclusivamente antitradizionali è stato un male peggiore del semplice diniego di tutti i valori tradizionali, dal momento che la più grande perversione consiste nel fatto che ciò che è elevato venga asservito all'insignificante. Attualmente " il povero Sud " è "povero" a livello materiale precisamente a causa delle sue attitudini spirituali, che danno sempre agli aspetti materiali dell'esistenza un posizione minore e non importante. Il Sud geopolitico del nostro tempo conserva in generale un'atteggiamento esclusivamente tradizionalista verso gli oggetti del mondo esteriore - un'atteggiamento calmo, distaccato ed, eventualmente, indifferente - in completo contrasto con l'ossessione materiale del "ricco Nord", con la sua paranoia materialistica ed edonistica. Il popolo del "povero Sud" vive normalmente nella Tradizione, e finora la sua esistenza è più piena, più profonda e anche più magnifica, perché l'attiva compartecipazione alla Tradizione sacra conferisce a tutti gli aspetti delle vite personali quel significato, quell'intensità, quella saturazione delle quali sono stati privati da lungo tempo i rappresentanti del "ricco Nord", -- resi isterici dalle nevrosi, dalle paure materiali, dalla desolazione interiore, dalla vita completamente senza scopo, che rappresentano solo un lucente caleidoscopio di vetro, solamente un quadro vuoto. Si potrebbe dire che la correlazione tra Nord e Sud nei tempi originari fosse polarmente opposta alla loro correlazione nella nostra epoca, dal momento che è il Sud che ancor oggi preserva alcumi collegamenti con la Tradizione, mentre il Nord li ha definitivamente perduti. Tuttavia questa situazione non copre assolutamente l'intero quadro della realtà, in quanto la vera Tradizione non può mettere in relazione con se stessa un tale umiliante riferimento, come gli atteggiamenti dell'aggressivo-ateistico "ricco Nord" nei confronti del "Terzo Mondo". Il fatto è che la Tradizione è conservata a Sud solo in un modo inerziale, frammentario e parziale. Esso tiene una posizione passiva e resiste, difendendosi solamente. Perciò il Nord spirituale non si è pienamente trasferito a Sud alla fine dei tempi - nel Meridione vi è solamente un'accumulazione ed una conservazione di impulsi spirituali, non appaiati con il Nord sacro. In linea di principio, l'iniziativa attiva tradizionale non può provenire da Sud. E al contrario, il mondialista "Nord ricco" ha manovrato in modo da intensificare il suo pericoloso effetto sul pianeta dovuto alla specificità delle regioni nordiche, predisposte all'attività. Il Nord era e rimane il luogo elettivo della forza, perciò la vera efficienza appartiene alle iniziative geopolitiche provenienti dal Nord. Il "povero Sud" possiede oggi tutta la priorità spirituale prima del "ricco Nord", ma tuttavia non può servire da seria alternativa all'aggressione profana del "ricco Nord", né può offrire un radicale progetto geopolitico in grado di sovvertire il quadro patologico del moderno spazio planetario.

    Il ruolo del "Secondo Mondo"

    Nella rappresentazione bipolare "ricco Nord" - "povero Sud" esiste sempre una componente aggiuntiva che ha un significato autosufficiente e assai rilevante. E' il "secondo mondo". Con l'espressione "secondo mondo" si è convenzionalmente inteso contrassegnare il campo socialista integrato nel sistema sovietico. Questo "secondo mondo" non era né il presente "ricco Nord", in quanto definiti motivi spirituali influenzavano segretamente l'ideologia nominalmente materialistica del socialismo sovietico, né il presente "Terzo Mondo", dal momento che la piena attitudine allo sviluppo materiale, il "progresso" e altri principi solamente profani stavano alle radici del sistema sovietico. La geopoliticamente eurasiana URSS si trova sia sul territorio della "povera Asia" che sulle terre della sufficientemente "civilizzata" Europa. Durante il periodo socialista, la cintura planetaria del "ricco Nord" era interrotta nell'Eurasia orientale, complicando la chiarezza delle relazioni geopolitiche sull'asse Nord-Sud. La fine del "Secondo mondo" come civiltà speciale lascia allo spazio eurasiano della vecchia URSS due alternative - o essere integrato nel "ricco Nord" (cioè, l'Occidente e gli USA) o essere gettato nel "povero Sud", cioè raggiungere il "Terzo Mondo". Come variante di compromesso, la separazione delle regioni (parte al "Nord" e parte al "Sud") è anche possibile. Come sempre è stato nei secoli scorsi, l'iniziativa di redistribuzione degli spazi geopolitici in questo processo appartiene al "ricco Nord" che, usando cinicamente i paradossi dello stesso concetto di Secondo mondo", fissa nuovi confini geopolitici e separa zone di influenza. I fattori nazionali, economici e religiosi servono ai mondialisti solo come strumenti della loro attività cinica dalle motivazioni profondamente materialistiche. Non è sorprendente che oltre la retorica del falso "umanitarismo", saranno anche spesso e quasi apertamente usate le ragioni "razziste", invocate per ispirare ai Russi un complesso di "bianca" superiorità nei confronti del sud asiatico e caucasico. A questo è correlato il processo inverso - il rigetto definitivo da parte dei territori meridionali del vecchio "Secondo Mondo" per il "povero Sud" si accompagna all'uso della carta delle tendenze fondamentaliste, dell'inclinazione del popolo alla Tradizione e del revival della religione. Il "Secondo mondo", essendosi disintegrato, si trova diviso secondo le linee di "tradizionalismo" (tipo meridionale, inierziale, conservatore) e "antitradizionalismo" (tipo attivamente settentrionale, modernista e materialista). Tale dualismo, che oggi è solo progettato, ma in un prossimo futuro diventerà il fenomeno dominante della geopolitica eurasiana, è predeterminato dall'espansione dell'interpretazione mondialistica del mondo nei termini di "ricco Nord"-"povero Sud". Ogni tentativo di salvare il vecchio Grande Spazio Sovietico, ogni tentativo di salvare semplecemente il "Secondo mondo" come qualcosa di autosufficiente ed autoequilibrato a metà strada tra Nord e Sud (nel loro significato esclusivamente moderno), non può essere coronato da successo, senza mettere in dubbio la fondamentale concezione polare della moderna geopolitica, intesa e realizzata nella sua reale natura, lasciando da parte le ingannevoli dichiarazioni di ispirazione umanitaria ed economica. Il "Secondo mondo" scompare. Non c'è più posto per esso nella mappa geopolitica moderna. Nello stesso tempo, aumenta la pressione del "Nord ricco" sul "Sud povero", essendo un tuttuno con l'aggressiva materialistica società tecnocratica in assenza di un potere intermedio, che esisteva sino ad oggi - il "Secondo mondo". Per il "Secondo mondo", un destino diverso dalla spartizione totale secondo le regole del "ricco Nord", è possibile solo attraverso un radicale abbandono della logica planetaria di una dicotomia dell'asse Nord-Sud, considerata in una chiave mondialista.

    Il progetto della "Rivolta del Nord"

    Il "ricco Nord mondialista" globalizza il suo dominio sul pianeta attraverso la divisione e la distruzione del "Secondo mondo". Nella moderna geopolitica questo viene anche chiamato il "nuovo ordine mondiale". Le forze attive dell'antitradizione consolidano la loro vittoria sulla resistenza passiva delle regioni meridionali che preservano la loro arretratezza economica e difendono la Tradizione nelle sue forme residuali. Le interne energie geopolitiche del "Secondo mondo" sono messe di fronte ad una scelta - o essere incorporate nel sistema della "cintura settentrionale civilizzata" e strapparsi definitivamente da qualche connessione con una storia sacra (progetto del mondialismo di sinistra), o trasformarsi in un territorio occupato essendo consentito un parziale ripristino di alcuni aspetti della tradizione (progetto del mondialismo di destra). Gli eventi oggi e nel prossimo futuro si svilupperanno in questa direzione. Come progetto alternativo è possibile teoreticamente ormulare un differente percorso di trasformazione geopolitica basato sul rifiuto della logica mondialista Nord-Sud e ritornando allo spirito della genuina geografia sacra - per quello che è possibile alla fine dell'età oscura. E' il progetto del "Grande Ritorno" o, in altre parole, della "Grande Guerra dei Continenti". Nei suoi caratteri più generali, l'essenza di questo progetto è la seguente. 1) Il "Ricco Nord" è opposto non al "Sud povero", ma al "Nord povero". Il "Nord Povero" è un ideale, l'ideale sacro del ritorno alle fonti nordiche della civiltà. Un tale Nord è "Povero" perché è basato su un totale ascetismo, su una radicale devozione ai più alti valori della Tradizione, sul completo disprezzo del materiale per amore dello spirituale. "Il Nord Povero" esiste geograficamente solo ssui erritori della Russia che, essendo in effetti "proveniente dal Secondo Mondo", ha resistito socio-politicamente fino all'ultimo momento all'adozione finale della civiltà mondialista nelle sue forme più "progressive". Le terre eurasiane settentrionali della Russia sono i soli territori sulla Terra che non sono stati completamente dominati dal "ricco Nord", sono abitati da popoli tradizionali e sono una terra incognita del mondo moderno. Il percorso del "Nord Povero" per la Russia significa il rifiuto dell'incorporazione nella cintura mondialista, di arcaizzare le proprie tradizioni e ridurle al livello fokloristico di una riserva etnoreligiosa. "Il Nord povero" dovrebbe essere spirituale, intellettuale, attivo ed aggressivo. In altre regione del "Nord ricco" è pure possibile una potenziale opposizione del "Nord povero" -- che potrebbe manifestarsi in un radicale sabotaggio da parte dell'élite intellettuale occidentale al corso prestabilito della "civiltà mercantilistica", in una ribellione contro il mondo della finanza in nome degli antichi ed eterni valori di Spirito, equita, autosacrificio. Il "Nord Povero" inizia un combattimento geopolitico e ideologico con il "Nord Ricco", rigettando i suoi progetti, facendo saltare i suoi piani dall'interno e dall'esterno, battendo la sua incolore efficienza, sfasciando le sue manipolazioni sociali e politiche. 2) Il "Sud Povero", incapace di opporsi da solo al "Nord ricco", stabilisce un'alleanza radicale con il "Nord povero (eurasiano)" e inizia una lotta di liberazione contro la dittatura "settentrionale". E' specialmente importante colpire i rappresentanti dell'ideologia del "Sud ricco", ossia quelle forze che, lavorando nel "Nord ricco", difendono lo "sviluppo", il "progresso" e la "modernizzazione" di paesi tradizionali che praticamente significherà solo una crisi crescente per ciò che resta di Tradizione sacra. 3) il "Nord Povero" dell'Oriente eurasiano, insieme con il "Sud Povero", estendendosi in cerchio attorno all'intero pianeta, concentrano le forze che combattono contro il "Nord ricco" dell'Occidente atlantista. Così si metterà per sempre fine alle versioni ideologicamente volgari del razzismo anglosassone, ineggianti alla "civiltà tecnologica dei popoli bianchi" ed eccheggiante la propaganda mondialista. (Alain de Benoist espresse questa idea nel titolo del suo famoso libro "Terzo Mondo ed Europa: la stessa battaglia"[L'Europe, Tiersmonde - même combat]; il suo argomento è, naturalmente, l' "Europa spirituale", l' "Europa dei popoli e delle tradizioni", invece dell' "Europa di Maastricht dei buoni".) Intellectualità, attività e profilo spirituale del genuino Nord sacro fanno le tradizioni del ritorno alle Fonti nordiche, e sollevano il "Sud" a una rivolta planetaria contro il solo nemico geopolitico. La resistenza passiva del "Sud" acquista così un fulcro nel messianismo planetario dei "nordici", respingendo radicalmente la branca degenerata e desacralizzata di quei popoli bianchi che hanno seguito la strada del progresso tecnologico e dello sviluppo materiale. Scoppia la Rivoluzione Geopolitica planetaria sovrarazziale e sovranazionale, basata sulla fondamentale solidarietà del "Terzo Mondo" con quella parte del "Secondo mondo" che rigetta i progetti del "ricco Nord". Durante la lotta, la fiamma della "resurrezione del Nord spirituale", la fiamma di Hyperborea trasforma la realtà geopolitica. La nuova ideologia globale è l'ideologia della Restaurazione Finale, che pone il punto finale alla storia geopolitica della civiltà - ma non quel punto che avrebbero voluto mettere i portavoce mondialisti della Fine della Storia. La variante materialistica, ateistica, antisacrale, tecnocratica, atlantista della Fine si è trasformata in un differente epilogo - la Vittoria finale del sacro Avatar, la venuta del Terribile Destino, che dà a coloro che scelsero volontariamente la povertà, un regno di abbondanza spirituale, e a coloro che preferirono la ricchezza fondata sull'assassinio dello Spirito, eterna dannazione e tormenti nell'inferno. I continenti scomparsi si sono levati dagli abissi del passato. Gli invisibili meta-continenti appaiono nella realtà. Una Nuova Terra e un Nuovo Paradiso sorgono. Questo percorso non è dalla geografia sacra alla geopolitica, ma al contrario, dalla geopolitica alla geografia sacra.

    Questo testo è apparso con il titolo "Ot sakral'noy geografii k geopolitike" su Elementy n. 4, e come capitolo 7 di "Misterii Evrazii" (Mosca 1996).
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

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    Alexandr Dugin



    LA GRANDE GUERRA DEI CONTINENTI

    - Prima Parte -

    Questo testo è stato originariamente pubblicato come III parte di “Konspirologya" (L’analisi delle Cospirazioni), Arktogeja, Mosca 1992

    Prima del 1945

    INDICE

    Geopolitica e forze segrete della storia
    Le basi della geopolitica
    “La Cospirazione degli Atlantisti”
    La Cospirazione degli “eurasisti”
    “Sangue e Suolo” - “Sangue o Suolo?”
    Panslavismo contro eurasismo
    Gli atlantisti e il razzismo
    Chi è spia di chi?
    Ha detto GRU, mister Parvulesco?
    GRU contro KGB
    Il patto Ribbentropp-Molotov e la susseguente rivincita degli atlantisti
    Profilo della lobby atlantica
    Il KGB al servizio della “Morte Danzante”
    Convergenza dei servizi speciali e la “missione polare del GRU”
    Ascesa ed eclissi del Sole eurasiano

    Geopolitica e forze segrete della storia

    I modelli di “cospirazione” sono estremamente diversificati. In questa sfera la maggiore popolarità va senza dubbio al concetto di cospirazione “giudaico-massonica”, oggi così diffuso nei più diversi ambienti. Sostanzialmente, questa teoria merita lo studio più severo, e noi dobbiamo riconoscere che non abbiamo nessuna analisi completa e seriamente scientifico su questo tema, nonostante le centinaia e centinaia di lavori che “espongono” questa cospirazione, o ne “comprovano” l’inesistenza. Ma nel lavoro presente noi proveremo un modello cospirologico completamente diverso, basato su un sistema di coordinate distinto dalle versioni “giudaico-massoniche”. Proveremo a descrivere in generale la “cospirazione” planetaria di due opposte forze “occulte”, la cui segreta opposizione e la cui invisibile battaglia predeterminano le logiche della storia mondiale. Queste forze, a nostro avviso, sono prima di tutto caratterizzate dalla non appartenenza a una specifica nazionalità né dall’appartenenza ad una organizzazione segreta di tipo massonico o paramassonico, ma da una radicale divergenza nei loro atteggiamenti geopolitici. Siamo inclinati a vedere come spiegazione del “segreto” finale di queste opposte forze, la differenza tra due progetti geopolitici alternativi ed escludentisi l’un l’altro, che pongono dei popoli dalle più contraddittorie opinioni e credenze al di là delle differenze nazionali, politiche, ideologiche e religiose, unendoli in un singolo gruppo. Il nostro modello cospirologico è il modello della “cospirazione geopolitica”.

    Le basi della geopolitica

    Richiamiamo i postulati basilari della geopolitica – una scienza che fu dapprima anche chiamata “geografia politica” e la cui elaborazione va fondamentalmente attribuita allo scienziato inglese ed esperto di politica Halford Mackinder (1861-1947). Il termine “geopolitica” fu introdotto per la prima volta dallo svedese Rudolf Kjellen (1864-1922) e poi fu adottato in Germania da Karl Haushofer (1869-1946). Ma in ogni modo, il padre della geopolitica rimane Mackinder, il cui fondamentale modello sta alla base di ogni seguente studio geopolitico. Un merito di Mackinder è che egli riuscì ad abbozzare e comprendere le precise leggi oggettive della storia politica, geografica ed economica dell’umanità. Se il termine “geopolitica” appare piuttosto recentemente, le realtà delineate da questi termini hanno una storia plurimillenaria. La sostanza della dottrina geopolitica può essere riassunta nei seguenti principi. Nella storia planetaria vi sono due approcci all’assimilazione dello spazio terrestre opposti e in costante competizione – l’approccio “tellurico” e l’approccio “marittimo. In base a quale atteggiamento (“tellurico” o “marittimo”) aderisce la coscienza storica dei diversi stati, popoli, nazioni, la loro politica estera e interna, la loro psicologia, la loro visione del mondo sono formate secondo regole completamente definite. Data tale caratteristica, è del tutto possibile parlare di una visione del mondo “tellurica”, “continentale” o anche “della steppa” (la “steppa” è “terra” nel suo puro, ideale significato) e di visione del mondo “marittima”, “insulare”, “oceanica” o “acquatica”. (Rendiamo noto per inciso, che i primi accenni di un similare approccio possono essere scovati nei lavori degli slavofili russi – come Khomyakov e Kiryevsky). Nella storia antica i poteri “marittimi” che divennero un tuttuno simbolico con “civiltà marittima” furono la Fenicia e Cartagine. L’impero terrestre opposto a Cartagine fu Roma. La Guerra Punica fu la più pura immagine dell’opposizione di “civiltà del mare” e “civiltà della terra”. Nell’Età modera e nella storia recente il polo “insulare” e “marittimo” divenne l’Inghilterra, “Dominatrice dei mari” e, in seguito, la gigantesca isola-continente dell’America. L’Inghilterra, come l’antica Fenicia, usò come strumento di base per il suo dominio in primo luogo il commercio marittimo e la colonizzazione delle aree costiere. Il tipo geopolitico fenicio-anglosassone generò uno speciale modello di civiltà “mercantile-capitalistico-di mercato” fondato prima di tutto sugli interessi economici e materiali e sui principi del liberalismo economico. Perciò, nonostante ogni possibile variazione storica, il tipo generale di civiltà “marittima” è sempre collegato con il “primato dell’economia sulla politica”. Come contro il modello fenicio, Roma rappresentò un campione di struttura guerriero-autoritaria basata sul controllo amministrativo e sulla religiosità civile, sul primato della “politica sull’economia”. Roma è l’esempio di un tipo di colonizzazione non marittimo ma terrestre, puramente continentale, con la sua profonda penetrazione nel continente e l’assimilazione dei popoli sottomessi, automaticamente “romanizzati” dopo la conquista. Nella Storia Moderna le incarnazioni del potere “tellurico” furono l’Impero Russo e anche l’Impero centroeuropeo Austro-ungarico e la Germania. “Russia - Germania - Austria-Ungheria” sono i simboli essenziali della “terra geopolitica” durante la Storia Moderna. Mackinder mostrò chiaramente che nei ultimi secoli recenti “atteggiamento marittimo” significa “atlantismo”, come oggi “poteri sui mari” prima di tutto sono l’Inghilterra e l’America, cioè i paesi anglosassoni. Contro l’ “atlantismo” che personifica il primato dell’individualismo, del “liberalismo economico” e della “democrazia di tipo protestante”, si erge l’ “eurasismo”, che necessariamente presuppone autoritarismo, gerarchia e classe dirigente dai princìpi “comunitari” e nazional-statali al di sopra delle questioni semplicemente umane, individualistiche ed economiche. L’atteggiamento eurasiano chiaramente manifestato è tipico innanzi tutto di Russia e Germania, le due maggiori potenze continentali, le cui attenzioni geopolitiche, economiche e – importantissimo – esistenziali sono completamente opposte a quelle di Inghilterra e USA, che sono gli “atlantisti”.

    "La cospirazione degli atlantisti"

    Mackinder, in quanto inglese e “atlantista”, vide il pericolo di un consolidamento eurasiano e, fin dalla fine del XIX secolo, raccomandò al governo inglese di fare tutto il possibile per prevenire un’alleanza eurasiana, e specialmente un’alleanza Russia-Germania-Giappone (egli considerò il Giappone come una potenza dalla visione del mondo essenzialmente continentale ed eurasiana). In Mackinder si può trovare l’ideologia, chiaramente formulata minutamente descritta, dell’ ”atlantismo” compiuto e assolutizzato, la cui dottrina si trova alla base della strategia politica anglosassone del XX secolo. Procedendo da questo, possiamo definire l’essenza del lavoro di intelligence, spionaggio militare, lobbysmo politico, orientato verso Inghilterra e USA, come l’ “ideologia atlantica”, l’ideologia della “Nuova Carthago” – cosa che è comune a tutti gli “agenti di influenza”, a tutte le organizzazioni segrete e occultistiche, a tutte le logge e ai club semi-ristretti che hanno servito e servono l’idea anglosassone nel XX secolo, penetrando la rete di tutte le potenze continentali eurasiane. E naturalmente, in primo luogo questo riguarda immediatamente i servizi di sicurezza inglesi e americani (specialmente la CIA), che non sono semplicemente le “sentinelle del capitalismo” o “dell’americanismo”, ma le sentinelle dell’ “atlantismo”, unite da una super ideologia profondamente radicata e plurimillenaria di tipo “oceanico”. E’ possibile chiamare l’aggregato di tutti i “networks” di influenza anglosassone come i “partecipanti della cospirazione atlantica”, i quali lavorano non solo nell’interesse di ogni singolo paese, ma nell’interesse di una speciale dottrina geopolitica e, alla fine, metafisica che rappresenta una visione del mondo estremamente multi-organizzata, varia ed estesa, ma tuttavia essenzialmente uniforme. Così, generalizzando le idee di Mackinder, è possibile dire che c’è una storica “cospirazione degli atlantisti”, che persegue attraverso i secoli gli stessi scopi geopolitici orientati verso l’interesse della “civiltà marittima” di tipo neofenicio. Ed è importante sottolineare che gli “atlantisti”, possono essere sia di “sinistra” che di “destra”, sia “atei” che “credenti”, sia “patrioti” che “cosmopoliti”, in quanto la comune visione geopolitica del mondo sta al di là di tutte le particolari differenze nazionali e politiche. Perciò noi ci occupiamo della più reale “cospirazione occulta”, il cui significato e la cui intrinseca causa metafisica spesso rimangono completamente oscuri ai suoi immediati partecipanti, e anche alle sue maggiori figure chiave.

    La cospirazione degli “eurasisti”

    Le idee di Mackinder, rivelando questa definita regolarità storica e politica che molti prima avevano indovinato o previsto, aprì la strada all’esplicita formulazione ideologica dell’opposizione all’atlantismo nella pura “dottrina eurasiana”. I primi principi della geopolitica eurasiana furono formulati da alcuni russi bianchi emigrati conosciuti sotto l’appellativo di “eurasisti” (il principe N.Trubetskoy, Savitsky, Florovsky etc.) e dal famoso geopolitico germanico Karl Haushofer. Inoltre, il fatto dei frequenti incontri degli “eurasisti” russi con Karl Haushofer a Praga ci porta a credere che i geopolitici tedeschi e russi svilupparono gli argomenti connessi simultaneamente e in modo parallelo. In più, nelle analisi successive essi seguirono proprio gli stessi principi, basandosi sulla necessità dell’alleanza geopolitica eurasiana di Russia-Germania-Giappone come contrappeso alle politiche “atlantiste” che puntavano ad ogni costo ad opporre la Russia a Germania e Giappone. Gli eurasisti russi e il gruppo di Haushofer formularono gli esatti principi di una visione del mondo continentale, eurasiana, alternativa alle idee atlantiste. E’ possibile dire che essi espressero per la prima volta ciò che stava dietro l’intera storia politica europea dell’ultimo millennio, avendo tracciato il percorso dell’ “idea imperiale romana”, che dall’Antica Roma attraverso Bisanzio fu passata alla Russia, e attraverso il medievale Sacro Romano Impero delle nazioni tedesche, all’Austria-Ungheria e alla Germania. Così gli eurasisti russi analizzarono attentamente e in profondità l’imperiale e massimamente estesa missione “tellurica” di Gengis Khan e dei Mongoli che avevano sottolineato il significato continentale dei Turchi. Il gruppo di Haushofer, da parte sua, studiò il Giappone e la missione continentale degli stati dell’Estremo Oriente nella prospettiva di una futura alleanza geopolitica. Così, in risposta alla franca confessione di Mackinder, che chiariva la segreta strategia planetaria “atlantista”, che si basava sulle proprie radici profonde nei secoli, gli eurasisti russi e tedeschi scoprirono negli anni ’20 le logiche di una strategia alternativa continentale, la segreta “idea imperiale” della terra, erede di Roma, che ispirò invisibilmente delle politiche di potenza con una visione del mondo autoritario-idealistica, eroico-comunitaria – dall’Impero di Carlo Magno alla Sacra Unione proposta dal grande zar russo Alessandro I, invisibilmente un profondo mistico eurasiano. L’idea Eurasiana è globale come quella Atlantica, e anch’essa ha collocato i suoi “agenti segreti” in tutti gli stati e le nazioni storiche. Tutti quelli che hanno lavorato incessantemente per l’unione eurasiana, quelli che hanno ostacolato per secoli la diffusione nel continente dei concetti individualisti, egualitari e liberal-democratici (che riproducono interamente il tipico spirito fenicio del “primato dell’economico sul politico”), quelli che hanno aspirato a unire i grandi popoli eurasiani in un’atmosfera orientale, invece che in una occidentale – sia l’Oriente di Gengis Khan, della Russia o della Germania – tutti costoro sono stati “agenti eurasiani”, portatori di una speciale dottrina geopolitica, i “soldati del continente”, i “soldati della terra”. La società segreta eurasiana, l’Ordine degli eurasisti, non comincia per nulla con gli autori del manifesto “Esodo in Oriente” o col “Giornale Geopolitico” di Haushofer. Questa è, in breve, solo la rivelazione, la manifestazione di una precisa conoscenza che esiste dall’inizio dei tempi, insieme con le sue relative società segrete e le sue reti di “agenti di influenza”. Non meno che nel caso di Mackinder, la sua appartenenza alle enigmatiche “società segrete” è storicamente stabilita.

    Ordine di Eurasia contro Ordine di Atlantico (Atlantidi).
    Roma Eterna contro Carthago Eterna.
    La guerra punica occulta continua invisibilmente durante i millenni.
    Cospirazione planetaria della Terra contro il Mare, Terra contro Acqua, Autorità e Idea contro Democrazia e Materia.

    I paradossi senza fine, le contraddizioni, le omissioni e i capricci della nostra storia non diventano più chiari, più logici e più razionali se noi li guardiamo nella prospettiva di un occulto dualismo geopolitico? Non riceveranno una profonda giustificazione metafisica le innumerevoli vittime, attraverso le quali l’umanità paga nel nostro secolo il prezzo di incerti progetti politici? Non è un’azione nobile e riconoscente dichiarare soldati-eroi della Grande Guerra dei Continenti tutti coloro che sono caduti sui campi di battaglia del XX secolo, invece di considerarli dei servili burattini di regimi politici perennemente mutevoli, transitori e instabili, effimeri e casuali, insignificanti per dimensione, così che la morte per essi appare futile e stupida? Cosa diversa, se gli eroi caduti servirono la Grande Terra o il Grande Oceano, se a parte la demagogia politica e la martellante propaganda di effimere ideologie essi servirono il grande obiettivo geopolitico anteriore alla plurimillenaria storia planetaria.

    “Sangue e Suolo” - “Sangue o Suolo?”

    Il famoso filosofo russo, pensatore religioso e pubblicista Konstantin Leontyev pronunciò questa formula estremamente rilevante: “Esiste la Slavità [Slavyanstvo], non lo slavismo”. Una delle conclusioni fondamentali geopolitiche di questo notevole autore fu l’opposizione tra l’idea di “panslavismo” e quella di “Asia” [asyatskoy]. Se noi analizziamo attentamente questa opposizione, scopriremo un criterio generale tipologico, che ci condurrà ad una migliore struttura inerpretativa e logica della guerra geopolitica occulta dell’Ordine Eurasiano contro l’Ordine Atlantico. Contrariamente all’eclettica combinazione di termini nel concetto di “Sangue e Suolo” dell’ideologo tedesco del mondo agricolo nazionalsocialista Wahlter Darré, a livello di guerra occulta delle forze geopolitiche nel mondo moderno, questo problema è formulato diversamente come “sangue o suolo”. In altre parole, i progetti tradizionalisti di preservare l’identità del popolo, dello stato o delle nazioni stanno sempre di fronte ad un’alternativa – che uno può assumere come criterio dominante, se “unità di nazione, razza, ethnos, unità di sangue” oppure “ “unità di spazio geografico, unità di confini, unità di suolo”. Così l’intero dramma consiste nella necessità della scelta: “o – altro”, ed ogni ipotetico “anche” rimane solo uno slogan utopico che non è decisivo, ma confonde solo la sottigliezza del problema. Il geniale Konstantin Leontyev, convinto traditionalista e radicale russofilo, rivolse precisamente questa domanda: «I Russi devono o basarsi sull’unità degli slavi, sullo slavismo (il “sangue”), o rivolgersi ad Est e realizzare l’affinità geografica e culturale russa ad oriente, ai popoli collegati ai territori russi (il “suolo”). Questa domanda può essere formulata in termini differenti come una scelta tra la fede della supremazia della legge della “razza” (nazionalismo) o della “geopolitica” (“statalità”, “cultura”). Leontyev stesso scelse “suolo”, “territorio”, la specificità della cultura religiosa e statale imperiale della Grande Russia. Egli scelse l’ “orientalismo” [vostochnost’], l‘ “asiatismo” [azyatsnost’], il “bizantinismo”. Tale scelta implicò la priorità dei valori continentali, eurasiani sui valori strettamente nazionali e razziali. La logica di Leontyev ebbe ovviamente come risultato l’inevitabilità dell’unione russo-tedesca e specialmente russo-austriaca, e della pace con la Turchia e il Giappone. La negazione categorica di Leontyev di “slavismo” o “panslavismo” provocò indignazione tra molti slavofili retrogradi, che si mantenevano sulla posizione di “il sangue è più importante del suolo”, oppure di “sangue e suolo”. Leontyev non fu né capito né ascoltato. La storia del XX secolo ha dimostrato ripetutamente la straordinaria rilevanza dei problemi da lui posti.

    Panslavismo contro eurasismo

    La tesi che il “sangue è più importante del suolo (nel contesto russo, questo significa “slavismo”, “panslavismo”) per la prima volta rivelò tutta la sua equivocità durante la Prima Guerra Mondiale, in cui la Russia entrata in alleanza coi paesi dell’Intesa (inglesi, francesi e amaricani), al fine di liberare i “fratelli slavi” dalla dominazione turca, non solo cominciò a combattere contro i suoi naturali alleati geopolitici - Germania e Austria - ma spinse anche se stessa nella catastrofe della rivoluzione e della guerra civile. In pratica, lo “slavismo” russo ha lavorato a fianco degli “atlantisti”, dell’Intesa e di un tipo di “civiltà neo-cartaginese”, incarnato nel modello anglosassone mercantile-coloniale e individualistico. Non è sorprendente che fra i “patrioti panslavisti” della cerchia dell’imperatore Nicola II, la maggioranza fosse al soldo dell’intelligence inglese o semplicemente “agenti di inflenza atlantista”. E’ curioso citare un episodio dal romanzo del patriota russo e ataman (capo di milizie cosacche) Peter Krasnov "Dall’aquila bicefala alla bandiera rossa”, dove nel fuoco della I Guerra Mondiale il più grande eroe del colonnello Sablin chiede:” Dica francamente, colonnello, chi considera il nostro autentico nemico?”, e questi risponde inequivocabilmente: “L’Inghilterra!”, sebbene questa convinzione non gli impedisca di combattere onestamente e coraggiosamente per gli interessi inglesi contro la Germania, eseguendo il suo dovere di assoluta lealtà verso l’Imperatore eurasiano. L’eroe del romanzo di Krasnov è l’esempio ideale di patriota eurasista russo, esempio della logica del “suolo al di sopra del sangue”, che fu la caratteristica del conte Witte, del barone Ungern-Sternberg, della misteriosa organizzazione “Baltikum”, formata da aristocratici baltici, rimasti devoti fino all’ultimo alla famiglia imperiale (proprio come fedele allo zar nel caos del tradimento universale rimane il principe turkmeno con la sua divisione, descritto nello stesso romanzo di Krasnov). E’ da sottolineare quanto, durante il 1917, abbiano agito coraggiosamente e nobilmente, Asiatici, Turchi, Tedeschi e altri “provenienti da altre terre”, servendo per fede e verità lo Zar e l’Impero, servendo l’Eurasia, il “suolo”, il “continente” – in contrasto con molti “slavi”, “panslavisti”, che di dimenticarono rapidamente di “Costantinopoli” e dei “fratelli dei Balcani” e fuggirono dalla Russia, lasciano Zar e Patria, verso i paesi a influenza “atlantica”, verso l’Oceano occidentale, verso l’Acqua, tradendo non solo la terra natale, ma la grande Idea di Eterna Roma, Russia come Terza Roma, Mosca.

    Gli atlantisti e il razzismo

    In Germania l’affermazione dell’idea che “il sangue è superiore del suolo” produsse conseguenze non meno terribili. Invece che ai patrioti tedeschi russofili ed eurasisti – Arthur Moeller van den Bruck, Karl Haushofer etc.- che insistevano sulla “supremazia della legge dello spazio vitale” (1) nell’interesse del continente come totalità, sull’idea di “blocco continentale”, al governo del Terzo Reich alla fine la vittoria andò alla lobby “atlantista”, che mantenne le tesi razziste e – con il pretesto delle “correlate etniche anglo-ariana e germanica” – puntò a distrarre verso Est le attenzioni di Hitler e a sospendere (o alla fine indebolire) le azioni di guerra contro l’Inghilterra. Il “pangermanismo” in questo caso (come il ”panslavismo” russo nella Prima Guerra Mondiale) lavorò solo dalla parte degli “atlantisti”. Ed è perfettamente logico che il maggior nemico della Russia, che mirò costantemente a impegnare la Germania di Hitler nel conflitto contro la Russia, contro gli slavi (nelle logiche “razziali”, “il sangue è più importante del suolo”), sia stato l’ammiraglio Canaris, spia inglese e traditore del Reich. Il problema “sangue o suolo” è estremamente rilevante anche perché la scelta di un di questi due termini a detrimento dell’altro permette di identificare – forse in modo indiretto e mediato – gli “agenti influenti” di questa o di quella visione del mondo geopolitica, specialmente quando si tratta di “destre” o “nazionalisti”. La caratteristica essenziale della “cospirazione geopolitica” degli atlantisti (come, in ogni caso, anche degli eurasisti) è che essa copre l’intero spettro delle ideologie politiche, dall’estrema destra all’estrema sinistra, ma in ogni modo gli “agenti di influenza geopolitica” lasciano sempre le loro tracce particolari. Nel caso della “destra”, tale segno di potenziale atlantismo è il principio del “sangue più del suolo”, che oltre a tutto il resto, consente di astrarre dalla fondamentalità dei problemi geopolitici, distogliendo l’attenzione dei leader e degli uomini di stato verso le questioni meno rilevanti.

    Chi è la spia di chi?

    Come esempio dell’effetto dell’occulta ideologia geopolitica di “sinistra” è possibile menzionare gli eurasisti nazional-bolscevichi dalla Germania – per esempio, il tedesco nazional-comunista eurasista Ernst Niekisch, l’esponente della rivoluzione conservatrice Ernst Junger, i comunisti Lauffenberg, Petel, Schultzen-Boysen, Winnig etc. Eurasisti nazional-bolscevichi ve ne furono indubbiamente anche fra i Russi, ed è circostanza curiosa che Lenin stesso, durante l’emigrazione aspirasse ad essere inserito tra politici e finanzieri tedeschi; in più, molte delle sue tesi furono assai francamente germanofile. Non vogliamo in questo caso affermare che Lenin fu coinvolto nell’Ordine Eurasiano, ma che in qualche misura egli si trovò sotto l’influenza di quest’Ordine. In ogni modo, l’opposizione “Lenin=spia tedesca” – “Trotsky=spia americana” corrisponde realmente a uno schema tipologico definito. In alcuni casi, al puro livello geopolitico, l’operato del governo di Lenin ebbe un carattere eurasiano, solo perché, contrariamente all’autentica dottrina marxista, egli preservò il grande spazio eurasiano unito dell’Impero Russo. (Trotsky, da parte sua, insisteva sull’esportazione della Rivoluzione, sulla sua “mondializzazione”, e considerava l’Unione Sovietica come qualcosa di transitorio ed effimero, come una testa di ponte per l’espansione ideologica, qualcosa che avrebbe dovuto scomparire prima della vittoria planetaria del “comunismo messianico”; come interamente la missione di Trotsky nacque nello stesso marchio di “atlantismo” in quanto si oppose al comunista “eurasista” Lenin). Lo stesso “internazionalismo” leninista bolscevico ha un definito, imperiale, eurasiano principio di “suolo prima del sangue” – benché certamente questo principio venisse distorto e frainteso in seguito all’influenza di altri aspetti dell’ideologia bolscevica e, più importante, in seguito alle attività degli “agenti influenti” dell’atlantismo all’interno dello stesso governo comunista. Riassumendo tutte queste ragioni, è possibile dire che un carattere distintivo dei rappresentanti dell’Ordine Eurasiano in Russia è la quasi “forzata” germanofilia (o, minimo, l’ “anglofobia”), e di converso, in Germania gli eurasisti erano “spinti” a essere russofili. Moeller van der Bruck fece una volta un’osservazione molto corretta: “I conservatori francesi furono sempre stimolati dall’esempio della Germania, i conservatori tedeschi dall’esempio della Russia”. Ecco rivelata l’intera logica del retroterra geopolitico, continentale, dell’invisibile occulto combattimento che passa attraverso i secoli – la Guerra occulta dei Continenti.

    Ha detto GRU, signor Parvulesco?

    Il solo tra i cospirologi occidentali, a sottoleare costantemente il carattere geopolitico della “cospirazione mondiale” o, più esattamente, delle due alternative di “cospirazione mondiale” (“Eurasiana” e “Atlantica”), è il geniale scrittore, poeta e metafisico francese Jean Parvulesco, autore di molti lavori letterari e filosofici. Nella sua vita lunga e ricca di eventi egli ebbe personalmente familiarità con molte figure rilevanti della storia europea e mondiale, inclusi i rappresentanti di una "storia parallela occulta" – mistici, importanti massoni, kabbalisti, esoteristi, agenti segreti di vari servizi speciali, ideologi, politici e artisti. (In particolare, fu amico di Ezra Pound, Julius Evola, Arno Breker, Otto Skorzely, Pierre de Villemarest, Raymond Abellio etc .) Sentita la specificità dei nostri studi cospirologici, Parvulesco ci ha trasmesso dei documenti classificati come strettamente confidenziali, che ci hanno permesso di scoprire molti dettagli importanti della cospirazione geopolitica planetaria. Specialmente interessanti sono i materiali riguardanti l’attività delle segrete organizzazioni occulte in Russia. Nell’ulteriore descrizione noi cercheremo di esporre gli aspetti più interessanti della concezione di Parvulesco. Il 24 febbraio 1989 a Losanna, davanti ai membri del consiglio amministrativo del misterioso Istituto per Speciali Studi Metastrategici “Atlantis”, Jean Parvulesco ha presentato un rapporto sotto l’intrigante titolo La Galassia GRU, con sottotitolo La missione confidenziale di Mikahil Gorbachev, l’URSS e il futuro del grande Continente Eurasiano. In questo rapporto – una cui copia ci è stata trasmessa da Parvulesco – egli ha analizzato il ruolo occulto del servizio di intelligence militare sovietico altrimenti detto GRU (Glavnoe Razvedatelnoe Upravlenie, Major Intelligence Service), e la connessione del GRU con l’Ordine segreto di Eurasia. Come riferimento, Parvulesco ha scelto il libro di un ben noto specialista nel campo dei servizi speciali sovietici, il famoso agente del controspionaggio francese e direttore dell’ “European Data Centre” Pierre de Villemarest, che nel 1988 pubblicò in Francia il best seller “GRU, il più segreto dei servizi speciali sovietici, 1918-1988”.

    Il GRU contro il KGB

    Il modello cospirologico dello stesso Villemarest può essere così riassunto: “ Il KGB è un prolungamento del partito, il GRU è un prolungamento dell’esercito. Già da questa definizione, l’esercito difende lo stato, il KGB difende il partito… Il KGB è guidato dal principio “patriottismo al servizio del comunismo”, mentre l’esercito è per il principio opposto “comunismo al servizio del patriottismo”. Procedendo da questa logica di opposizione tra GRU e KGB come i centri più segreti del potere bipolare nell’URSS (l’esercito e il partito), Villemarest costruisce l’affascinante e argomentata narrazione della storia del GRU. Il senso segreto della storia invisibile dell’URSS dalla Rivoluzione di Ottobre alla Perestroyka è di essere fondato sulla rivalità dei “vicini” – il GRU, l’ “Aquarium” o la “sezione militare 44388” a Khodynka, e il KGB, l’ “ufficio”, alla Lubyanka. Ma qual è la connessione tra questi servizi speciali rivali e i due Ordini planetari geopolitici, anche più segreti e nascosti dei più segreti servizi di intelligence? Secondo Parvulesco, l’Ordine Eurasiano era specialmente attivo in Russia all’inizio del XX secolo. Fra i suoi rappresentanti esso contava il dottor Badmaev di S. Pietroburgo, il barone von Ungern-Sternberg, i segretari segreti svedesi di Rasputin (che firmavano i loro cifrogrammi con lo pseudonimo “Verde”) e molti altri personagi meno conosciuti. E’ anche da sottolineare necessariamente il ruolo speciale del futuro maresciallo Mikhail Tukhachevsky, che, secondo Parvulesco, fu iniziato al misterioso Ordine Polare durante la sua permanenza nel campo di prigionia di Ingolstadt – dove singolarmente, proprio nello stesso periodo 1916-1918, noi incontriamo altre figure di primo piano della storia moderna: il generale De Gaulle, il generale von Ludendorff e il futuro Papa Pio XII, monsignor Eugenio Pacelli. Proprio da questo gruppo di mistici geopolitici russi, il testimone fu poi trasmesso al regime bolscevico, ma fondamentalmente agli esoteristi dell’inclinazione continentale raggruppati nell’esercito, nelle strutture dell’esercito dove c’era un numero significativo di ufficiali di formazione imperiale che erano entrati nei ranghi dei rossi allo scopo di cambiare, in tempi lunghi, la predisposizione nichilistica dei bolscevichi e creare la Grande Potenza Continentale usando i comunisti, pragmaticamente posseduti dall’idea messianica. Quel che importa è che tra i rossi c’erano degli agenti dell’Ordine Eurasiano che svolgevano la segreta missione continentale. (E’ curioso che il famoso rapinatore rosso Kotovskiy era un anarchico di sinistra, occultista e mistico, e alcune parti specifiche della sua biografia portano a credere che nel suo caso ci siano stati contatti con l’Ordine Eurasiano). Così, tra russi eurasisti pre-rivoluzionari e post-rivoluzionari esiste una continuità di membri. La creazione dell’Armata Rossa fu affare degli agenti dell’Eurasia; e riguardo a questo è curioso ricordare un evento storico, cioè che 27 giorni dopo la creazione del quartier generale dell’Armata Rossa sul Fronte orientale (10 luglio 1918) una squadra di Ceckisti lo attaccò e liquidò tutti i suoi membri, incluso il comandante in capo. L’aspra guerra tra gli “eurasisti rossi” dell’Esercito e gli “atlantisti rossi” della Cheka di Djerdjinsky non ebbe un minuto di sosta fin dai primi giorni della storia sovietica. Ma nonostante le vittime, gli agenti dell’Ordine Eurasiano tra i rossi non abbandonarono la loro missione. Un trionfo degli eurasisti fu nel 1918 la creazione all’interno dell’Armata Rossa del GRU (principale servizio di intelligence) sotto la direzione di Semyon Ivanovich Aralov, ufficiale di formazione imperiale e fino al 1917 collegato all’intelligence militare. Più precisamente, Aralov era alla testa del Dipartimento Operativo di Vseroglavshtab [Staff principale tutto russo], dove il servizio di ricognizione entrò come una delle sue parti costitutive. La peculiarità della sua attività, e una misteriosa, quasi mistica immunità, di cui quest’uomo godette per tutta la sua vita durante le più accurate “purghe” (egli morì di morte naturale il 22 maggio 1969), e anche alcuni altri dettagli della sua biografia portano a vedere in Aralov l’uomo dell’Ordine Continentale.

    Eurasisti bianchi – eurasisti rossi

    Secondo Parvulesco, dopo la Rivoluzione, l’affiliato russo dell’Ordine eurasista fu inserito nell’Armata Rossa, e più esattamente nel suo dipartimento più segreto, il GRU. Ma questo riguarda, naturalmente, solo gli eurasisti “rossi”. Gli eurasisti “bianchi” in Europa generalmente si univano ai nazionalisti tedeschi, e noi troviamo dei rappresentanti di questo Ordine nell’Abwehr (controspionaggio), e più tardi nelle sezioni esteri delle SS e dell’SD [Sicherheit Dienst] (specialmente nell’SD, il cui capo Heydrik era egli stesso un convinto eurasista, ragione per cui egli cadde vittima degli intrighi dell’atlantista Canaris). La rivoluzione divise i Russi tra “rossi” e “bianchi”, ma al di là di questa divisione politica e condizionata vi fu una diversa, misteriosa partizione geopolitica nelle aree di influenza dei due Ordini segreti – Atlantico ed Eurasiano. Nella Russia rossa gli atlantisti furono raggruppati intorno alla Cheka e al Politburo, mentre mai prima della nomina di Kruschev nessun aperto “atlantista” salì alla carica di Segretario Generale (Lenin e Stalin furono “eurasisti” o, almeno, soggetti ad una forte forma di influenza dagli agenti dell’Ordine Eurasiano). Tra i russi bianchi dell’emigrazione, vi furono degli atlantisti non meno che nella stessa Russia, e a parte ovviamente le spie inglesi – liberali come Kerensky e altri democratici e socialdemocratici – anche nel campo degli estremisti di destra, monarchici, la lobby atlantista fu estremamente forte – appartennero ad essa anche un filosofo di “destra” come Berdyaev, e molti altri. (La schiacciante maggioranza degli emigranti russi che si presentò negli USA era correlata a questo atteggiamento geopolitico.) In un definito momento, all’inizio degli anni 30, la rete degli agenti del GRU in Europa e specialmente in Germania penetra profondamente nelle strutture di intelligence tedesche e francesi, e si duplica nella rete degli agenti del NKVD e in seguito del KGB. Gli agenti del GRU penetrarono innanzi tutto nelle strutture dell’esercito e a volte la comune piattaforma eurasiana rese il personale del GRU e degli altri servizi segreti europei non così nemici, come molti alleati, collaboratori, in quanto preparavano segretamente (anche per i loro stessi governi) un nuovo progetto continentale. Qui non stiamo ancora parlando di agenti doppiogiochisti, come non parliamo di unità dei più alti interessi geopolitici. Così in Germania il GRU tenne contatti con tale Walter Nikolay, capo dell’ “Ufficio per la questione ebraica”. Grazie a lui il GRU ebbe accesso ai più alti vertici dell’Abwehr, delle SS e dell’SD. La figura centrale di questa rete fu lo stesso Martin Bormann. (Questo fatto fu ben noto agli alleati dopo le inchieste collegate al processo di Norimberga, e molti di essi erano certi che Bormann dopo il 1945 fosse nascosto proprio in URSS. E’ accertato che Walter Nikolay stesso passò realmente ai Russi nel maggio 1945).

    Il patto Ribbentropp-Molotov e la seguente vendetta degli atlantisti

    In relazione a Martin Bormann, amico di Ribbentropp e di Walter Nikolay, Jan Parvulesco stesso racconta una storia estremamente rivelatrice, che fa luce sui segreti della guerra occulta fra i due Ordini geopolitici. Arno Breker, il famoso scultore tedesco, che conobbe benissimo Bormann, parlò a Parvulesco di una strana visita che ricevette da questi a Jackelsburg. «Il 22 giugno 1941, immediatamente dopo l‘attacco della Germania di Hitler contro l’URSS, Bormann andò da lui senza precauzioni, in stato di shock, avendo lasciato il suo ufficio al Reichskanzlerei. Egli ripeteva continuamente la stesso misterioso giudizio: “Il Non Essere, in questo giorno di giugno, ha vinto sull’Essere…Tutto è finito…Tutto è perduto…” Quando lo scultore chiese che cosa volesse dire, Bormanno tacque; poi, ormai alla porta, si volse per aggiungere qualcosa, poi decise di non farlo e se ne andò sbattendo la porta”. Quello fu il grande collasso di un lungo periodo di impegno per gli agenti eurasiani. Per gli Atlantisti, la data del 22 giugno 1941 fu una data di gran festa: la guerra intra-continentale delle due maggiori potenze eurasiane, una contro l’altra, era la garanzia del trionfo per l’Ordine Atlantico, indipendentemente a quale parte fosse arrisa la vittoria. Il 22 giugno 1941 per l’Ordine degli eurasisti fu un evento perfino più tragico della Rivoluzione di Ottobre. E’ importante sottolineare che gli agenti dell’Ordine Eurasiano spesero i loro sforzi migliori per allontanare il conflitto. Preparativi per la conclusione alla massima estensione possibile del simbolico patto “Ribbentropp-Molotov” (entrambi, a proposito, furono perfetti eurasisti) furono attivamente condotti da entrambe le parti per lunghi anni. Nel 1936 Stalin, essendosi spostato definitivamente all’inizio degli anni ’30 dalla parte dell’Ordine degli Eurasisti, aveva dato a Berzin, capo del GRU (Berzin fu l’eccezione alla regola: agente dell’atlantismo a capo dell’organizzazione eurasiana e al lavoro al suo interno per conto dell’NKVD) questo ordine: “Sospenda immediatamente ogni attività contro la Germania”. (Va detto che Berzin ignorò quest’ordine). Nel 1937 Heydrik e Himmler in un dispaccio segreto assicurarono al Fuehrer, che «la Germania non è più un obiettivo dell’attività del Komintern e delle altre attività sovversive sovietiche.” Il patto Ribbentropp-Molotov fu il culmine del successo strategico per gli eurasisti. Ma all’ultimo momento, le forze oceaniche ebbero il sopravvento. Gli eurasisti nel GRU e, più generalmente, nell’esercito - Voroshilov, Timoshenko, Zhukov, Golikov etc.- fino alla fine rifiutarono di credere nella possibilità della guerra, in quanto la notevole influenza della lobby eurasiana (russofila) nel Terzo Reich era da loro perfettamente conosciuta. (essi giudicavano la propaganda antislava nazionalsocialista insignificante e superficiale quanto la retorica demagica internazionalista del marxismo nell’URSS). Il Generale Golikov (che nascondeva le sue nobili origini, la sua autentica data di nascita e anche la sua autentica biografia, per motivi puramente collegati alla cospirazione all’interno dell’Ordine eurasiano) rimproverò i suoi subordinati, dopo aver ricevuto la bozza di informazione sull’attraversamento del confine sovietico da parte dei Tedeschi: “Provocazione inglese! Indagate!” Egli non sapeva in quel momento quello che Martin Bormann già conosceva: ”Il Non Essere ha acquisito la vittoria sull’Essere”.

    Profilo della lobby Atlantica

    L’Ordine Atlantico segreto ha una storia antichissima. Alcuni autori tradizionalisti lo fanno risalire alle società iniziatiche dell’antico Egitto e specialmente alla setta adoratrice del dio Seth, i cui simboli erano il Coccodrillo e Behemoth (cioè animali acquatici), e anche dell’Asino Rosso (vedi J. Robin Società segrete al rendez-vous apocalittico, J.M. Allemand Réné Guénon e le Sette torri del diavolo, etc.). In seguito la setta di Seth si manifestò con i vari culti fenici, specialmente con il culto sanguinario di Moloch. Secondo il cospirologo francese del XIX secolo Claude Grace d'Ors, questa organizzazione segreta esisteva ancora molti secoli dopo il crollo della civiltà fenicia. Nell’Europa medievale esistette sotto il nome di “Menestrelli di Morgana”, il cui emblema era la “Morte Danzante” o Danza Macabra. Grace d'Ors affermò che la Riforma di Lutero fu condotta su istruzione di questa setta e che i Protestanti (specialmente anglosassoni e francesi) rimangono ancora sotto la sua influenza. Jan Parvulesco ritiene che Giuseppe Balsamo, il famoso Cagliostro, fosse uno dei principali agenti di questo Ordine segreto che emerse alla fine del XVIII secolo sotto la maschera dell’irregolare Massoneria “Egizia” del rito di Memphis, in seguito di Memphis-Mitra. Tale preistoria simbolica degli atlantisti caratterizza la sostanza della loro strategia geopolitica e culturale-economica. Il suo senso si riduce nell’enfatizzazione di valori “orizzontali”, per portare in primo piano gli aspetti inferiori dell’essere umano e della società nel suo complesso. Questo non significa che l’atlantismo è identico al volgare materialismo, ma comunque, l’aspetto “materiale”, puramente economico, commerciale dell’attività umana tiene in esso un ruolo centrale. La concezione di un sistema di valori a un livello puramente umano presuppone l’individualismo e un radicale antropocentrismo, peculiari all’atlantismo in tutte le sue manifestazioni, e parallelamente a questa concezione emergono necessariamente il tipico scetticismo “atlantico” e un’ironia deprimente in relazione all’ideale, sopraumana misura della vita. Infatti, le immagini dell’Asino Rosso e della Morte Danzante rispecchiano perfettamente la sostanza dello scetticismo “atlantico”. E secondo le strane logiche della storia, le più radicali forme di coscienza critica protestante, individualista, sociale e religiosa dopo la riforma di Lutero, in pratica, furono “attratte” come un magnete verso le regioni atlantiche – dall’Inghilterra e ancora più a Ovest, fino al più profondo Atlantico – in America, dove trovarono un terreno favorevole le più estreme forme di protestantesimo radicale, incarnate da Battisti, Quaccheri e Mormoni. (J.M. Allemand segnalò una concorrenza simbolica: da Cadice, un porto che fu storicamente il maggior centro tra le colonie fenicie nella penisola iberica – Cristoforo Colombo salpò per la sua spedizione atlantica, conclusasi con la scoperta dell’America). Ma il consolidamento dell’Ordine Atlantico nell’Estremo Occidente e la creazione di un’esclusiva civiltà atlantica negli USA, secondo il progetto di quest’Ordine, furono solo uno stadio intermedio nei piani “neocartaginesi” degli atlantisti. Il successivo passo strategico consistette nell’esportazione del modello atlantico verso gli altri continenti, nella colonizzazione geopolitica dell'intero pianeta, nel traferimente dell’Occidente, in senso mistico e geopolitico, in tutto il mondo, incluso, naturalmente, anche l’Oriente. Perciò la rete degli agenti atlantisti negli stati dell’Eurasia non persegue solo uno scopo difensivo (indebolendo la forza geopolitica alternativa), ma presuppone anche operazioni offensive. L’avanguardia dell’ “atlantismo” in Eurasia furono i movimenti sovversivi “di sinistra”, “anarchici”, sebbene anche nel loro ambiente esistesse sempre un’opposizione interna eurasiana. Comunque, è necessario individuare il “socialismo economico” e il “comunismo”, nel loro tipo puro e teoretico, come la forma di propaganda “atlantica”, la maschera socio-politica per l’Ordine segreto dell’Asino Rosso. Se noi teniamo conto delle specifiche dottrine geopolitiche ed occulte del polo atlantico, diviene completamente chiaro perché i movimenti sovversivi “di sinistra” furono così sostenuti dalle potenze anglosassoni nei paesi continentali europei ed eurasiani, mentre in Inghilterra e specialmente in America, i “comunisti” costituiscono una percentuale insignificante. Per la lobby atlantista, le “sinistre” sono sempre state la quinta colonna in Eurasia. Da qui deriva anche quella naturale armonia tra atlantisti russi di inclinazione comunista e capitalisti anglosassoni, che così spesso porta in un vicolo cieco gli studiosi e gli storici stranieri, sorpresi da una così completa comprensione reciproca tra “classi nemiche” – tra bolscevichi “messianici” con la loro dittatura del proletariato e i banchieri di Wall street con il loro culto del Vitello d’Oro. La società segreta della Morte Danzante, dell’Asino Rosso, dei “Menestrelli di Morgana”, la Fratellanza dell’Oceano – queste immagini ci aiuteranno a capire le logiche della lobby mondiale atlantista, che aspira non solo a difendere le proprie “isole”, ma anche a trasformare l’intero pianeta in “Carthago”, nell’unito “mercato umano” universale.

    Il KGB al servizio della "Morte Danzante"

    Pierre de Villemarest definisce giustamente la Cheka (OGPU, NKVD, KGB) come la “continuazione del partito”. Potrebbe anche essere più preciso dire che è il centro segreto del partito, la sua mente e la sua anima. Jan Parvulesco ha completato questa definizione attraverso una valutazione geopolitica. Secondo Parvulesco, il KGB è il centro della più forte influenza dell’Ordine Atlantico, l’Ordine della Morte Danzante. Il KGB è una copertura per quest’Ordine. Molti avevano supposto un retroterra occulto di questa organizzazione. Alcuni parlarono anche della presenza nel KGB di un’organizzazione segreta di studi parapsicologici, della cosiddetta “Compagnia di Viy” praticante la magia nera, in cui tutte le figura di punta dell’URSS ricevevano, così per dire, la loro consacrazione. Comunque, le dicerie sulla misteriosa “compagnia di Viy”, più verosimilmente, sono la descrizione assai semplificata e grottesca di una più sottile e profonda realtà, da momento che la missione occulta del KGB non è per niente ridotta alle sperimentazioni magiche o parapsicologiche, per le quali, osserveremo, questa organizzazione mostrò sempre realmente dell’interesse abnorme e crescente. Il KGB fu inizialmente progettato come una struttura solamente ideologico-repressiva chiamata a supervisionare i soggetti dello spazio sociale e culturale comunista. I comunisti nella loro dimensione ideologica, messianica marxista, in rapporto alla popolazione eurasiana delle regioni loro soggette, si eressero sempre come colonizzatori, come nuovi arrivati, tenendo sempre una distanza ideologica dai bisogni, dalle richieste e dagli interessi della popolazioni indigena. A livello puramente “ideale”, essi miravano ad imporre ai popoli eurasiani un modello accentrato di economia innaturale per essi – che costringeva all’uso di un apparato repressivo. La Cheka (NKVD, OGPU, KGB) fu inizialmente la parodia dell’ordine “cavalleresco-ideologico” chiamato a punire gli autoctoni e a soffocare la loro naturale inclinazione per il “suolo”. La Cheka (e il KGB) professarono anche le tesi del “sangue più importante del suolo”, ma già nella sua variante completamente fraintesa, sadico-sanguinaria, come una memoria scomoda del culto sanguinario fenicio di Moloch, al quale gli agenti atlantisti furono tipologicamente e generalmente collegati. La Cheka-KGB servì sempre la “Morte Danzante”, e molte storie paradossali e inattendibili (per la loro inumanità) collegate a questa oscura organizzazione divengono più chiare, se noi prendiamo in considerazione la connessione non solo metaforica, ma occultistico-esoterica di questo Ordine ai più antichi culti medio-orientali, i cui aderenti non hanno mai cessato di esistere attualmente, continuando la catena segreta attraverso le organizzazioni segrete europee e medio-orientali di tipo atlantista.

    Convergenza dei servizi speciali e la “missione polare del GRU”

    La CIA, in quanto strumento dell’Atlantismo americano, dipende tipologicamente dalla stessa categoria cospirologica. Inoltre, alle origini di questa organizzazione troviamo figure notevoli della massoneria americana – che, a proposito, i massoni europei considerano come irregolare – che è eretica e settaria (Comunque, una domanda qui segue di necessità: esiste negli USA in quanto tutto unico, qualcosa nella sfera della religione o della metafisica che non sia eretico e settario?). La CIA, come il KGB, non è mai stata indifferente al magico e al parapsicologico, e nel complesso il suo ruolo nella civiltà moderna è abbastanza paragonabile a quello del KGB, benché il sottofondo sadico-sanguinario in questo caso non sia così ovvio. La CIA (e i suoi precursori) assieme ai servizi segreti inglesi, fin dagli inizi del secolo ha riempito l’Eurasia con una rete di agenti, che hanno costantemente influenzato il corso degli eventi storici in chiave atlantista. In un certo modo, è quasi possibile parlare di “convergenze dei servizi speciali”, di “fusione” di KGB e CIA, di loro unità lobbistica a livello geopolitico. Questo spiega una tale abbondanza di cosiddette “spie sovietiche” nelle regioni di maggiore influenza americana, da Hiss a Reseford che, secondo alcuni autori, trasmise i progetti della bomba all’idrogeno ai nuclearisti sovietici. (E’ possibile, a proposito, che proprio all’interno della lobby atlantista degli scienziati nucleari sovietico-americani, l’accademico Sakharov sia venuto a conoscenza dei progetti mondialisti di orientamento antieurasiano, su cui egli in seguito basò le sue visioni sociali, politiche e futurologiche.) E’ necessario far notare che il raddoppio della rete degli agenti del KGB negli USA e negli altri paesi anglosassoni da parte degli agenti della rete del GRU era sottoposto a un costante segreto conflitto con i “vicini” agenti della Lubyanka; e data la radicale contraddizione di orientamento geopolitico e anche metafisico di queste due strutture segrete sovietiche, sarebbe logico sospettare che gli autentici e i soli oppositori alla CIA fossero gli agenti del GRU e non il KGB. Queste convergenze di servizi segreti, come il convergente riallineamento dei comunisti sovietici ai massimi livelli con i mondialisti americani, sono sfociati nell’unità del fondamentale orientamento geopolitico, nell’unità di una struttura segreta che fa uso sia degli atlantisti occidentali che degli agenti atlantisti dell’Est, occupando a volte le posizioni più importanti nella nomenclatura dello stato e della politica. Ma la completa e aperta fusione di queste due affiliazioni dell’Ordine della Morte Danzante, da un certo momento fu ostacolata dagli sforzi di una lobby alternativa eurasiana, geneticamente collegata al GRU ed allo staff del Soviet Generale, ma che includeva nella sua rete molte strutture di intelligence europee ed asiatiche (specialmente della Germania, della Francia – legate ai segreti progetti geopolitici di De Gaulle – di Paesi arabi e così via), unite al servizio dell’Ordine alternativo, l’Ordine dell’Eurasia – altrimenti detto la società dei “Menestrelli di Mursya” o anche il polare “Ordine di Heliopolis”, Ordine di Apollo, il vincitore solare del Serpente-Pitone, il Serpente che la tradizione greca identificò con il dio egizio Seth, con l’Asino Rosso.

    Ascesa ed eclissi del Sole Eurasiano

    Sottolineiamo ora le peripezie della guerra occulta dell’Ordine Eurasiano contro l’Ordine Atlantico all’interno del sistema sovietico. Come abbiamo detto nel capitolo precedente, Lenin aderì interamente all’atteggiamento eurasiano. E’ caratteristico che durante la sua leadership il GRU sia stato creato e diretto dal sincero eurasista Semyon Ivanovich Aralov. Lo stesso Aralov permeò la struttura della sua organizzazione segreta nell’esercito con i principi continentali eurasiani, radunando attorno a sé i più validi ed efficienti “fratelli di Eurasia”, che come lui furono inviati tra i ranghi rossi per compiere la loro speciale missione metapolitica. E’ curioso che all’inizio degli anni ’60 Aralov abbia diffuso un libro dal titolo significativo “Lenin ci condusse alla vittoria”. E’ qui necessariamente da sottolineare un dettaglio rilevante: le cosiddette “guardie leniniste”, nonostante l’affinità politica con Lenin, a livello geopolitico propendevano in schiacciante maggioranza per l’alternativo orientamento geopolitico atlantico. “I collaboratori più vicini a Lenin”, e non l’ “ambizioso tiranno Stalin” (come ancor oggi molti erroneamente pensano), continuarono al di là della sua scomparsa dal governo del paese. La fine della leadership leninista segnò in se stessa il passaggio di poteri nelle mani degli atlantisti e, in pratica, durante la seconda metà degli anni ’20 e la prima metà degli anni ’30 siamo testimoni di un significativo miglioramento delle realazioni tra l’URSS e i paesi anglosassoni, e innanzi tutto gli USA. In parallelo con ciò noi vediamo anche dei cambiamenti sintomatici dei quadri all’interno del GRU. L’atlantista e chekista Berzin, creando una struttura di intelligence con il supporto del Komintern e dei comunisti più fanatici, cioè degli elementi atlantisti, è nominato a sostituire l’eurasista Aralov. Ma anche Berzin non riuscì a cambiare la linea del GRU. La struttura creata da Aralov era solida e nello stesso tempo flessibile abbastanza da cedere senza combattere. Nonostante tutti gli attacchi della Cheka-NKVD contro l’esercito, i militari hanno una significativa autorità e conservano la loro elite intellettuale geopolitica tra i ranghi del GRU. Un curioso dettaglio merita di essere sottolineato – tutti i capi del GRU che sostituirono Aralov prima dell’inizio della Grande Guerra Patriottica, furono giustiziati. Elenchiamoli: O.A. Stigga, A.M. Nikonov, Ya.K. Berzin, I.S. Unschlikht, S.P. Uritskiy, N.I. Yezhov, I.I. Proskurov. Tutti loro (eccetto il generale Proskurov) non erano quadri militari, tutti lavorarono contro l’idea eurasiana, ma non era previsto che il GRU rimanesse la sola organizzazione eurasiana operante in segreto per raggiungere il grande progetto continentale. La destituzione di Berzin nel 1934, dopo essere stato nove anni alla testa del GRU, significò una severa crisi nella guerra occulta nei retroscena del governo sovietico. L’avvento al potere di Hitler rafforzò in modo straordinario le posizioni della “lobby continentale” all’interno del governo sovietico. Nel 1934 gli agenti del GRU iniziarono a preparare l’unione strategico russo-tedesca che raggiunse il suo culmine con il patto Ribbentropp-Molotov. Stalin manifestò definitivamente il suo sostegno all’orientamento eurasiano, credendo che le tendenze anti-atlantiche del nazionalsocialismo avrebbero attratto su di sé l’attenzione delle potenze anglosassoni e che in tale situazione sarebbe stato possibile, alla fine, aprire la strada alla distruzione della potente lobby “atlantica” all’interno dell’URSS. Iniziò la distruzione delle “guardie leniniste”. Tutti i processi staliniani, a volte apparentemente assurdi e completamente infondati, erano effettivamente coerenti a livello geopolitico. Tutte le cospirazioni di “destra” e di “sinistra” erano perfettamente reali – sebbene Stalin non si risolse a chiamarle direttamente con il loro nome e ad incriminare l’intera “lobby atlantista”, già da lungo tempo all’azione nel governo sovietico. Probailmente egli ebbe ragione di temere una reazione terribile e sanguinosa. Perciò egli fu costretto a mascherare le sue rivendicazioni su questo o su quel gruppo degli alti funzionari attraverso accuse realtive ed etichette allegoriche. Processo dopo processo, Stalin liquidò gli agenti attivi della “Nuova Carthago”, ma la reazione fu inevitabile. Un impatto particolarmente severo sulla lobby eurasiana fu l’assassinio del capo della loggia “Polare” all’interno dell’Armata Rossa, il maresciallo Tukhachevsky. Sebbene anche in questo caso la vendetta degli atlantisti su Tukhachevsky e tutte le rivendicazioni esposte contro di lui fossero profondamente motivate, questo fu vero solo nella specifica prospettiva “atlantista”, nel contesto del sabotaggio anti-eurasiano.

    Note

    (1) Bisogna far notare che nella teoria di Haushofer dello “spazio vitale”, “Lebensraum”, non c’era nessuna allusione ad un espansionismo antislavo, mentre le due espressioni divennero associate per Hitler e per gli altri ideologi del Terzo Reich (vedi Karl Haushofer Sulla Geopolitica Ed. Fayard, France, 1986). [N.d.A.]
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

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    Alexandr Dugin



    LA GRANDE GUERRA DEI CONTINENTI

    - Seconda Parte -

    Questo testo è stato originariamente pubblicato come III parte di “Konspirologya" (L’analisi delle Cospirazioni), Arktogeja, Mosca 1992

    Dopo il 1945

    INDICE

    Dopo la “vittoria”
    La missione “Polare” del generale Shtemenko
    Nikita Khrushev, agente di Atlantis
    Il lungo percorso verso il 1977
    La geopolitica del maresciallo Ogarkov
    La catastrofe Afghanistan
    La “Destra” nel KGB e il paradosso di Andropov
    L’agente doppio Mikhail Gorbachev
    Il vero volto di Anatoly Lukyanov
    “Mr. Perestroyka”
    Tra false alternative
    Il Putsch, culmine della guerra occulta
    I calcoli errati del maresciallo Yazov
    “Mr. Perestroyka” va all’attacco
    Lukyanov e la sosta rituale sulla tomba del maresciallo Akhromeev
    Metafisica della guerra occulta
    La fine dei Tempi
    Battaglia finale
    L’Ordine e i “nostri"
    L’ora dell’Eurasia

    Dopo la “vittoria”

    L’aggressione di Hitler contro l’URSS fu la grande catastrofe eurasiana. Dopo la terribile guerra fratricida tra due popoli geopoliticamente, spiritualmente e metafisicamente vicini, correlati, tra due regimi orientati in senso anti-atlantista, la Russia di Stalin e la Germania di Hitler, la vittoria dell’URSS fu in effetti equivalente a una sconfitta strategica – dal momento che l’intera esperienza storica dimostra che la Germania non può essere riconciliata con una sconfitta, così che il vincitore già con la sua vittoria stringe il nodo di un nuovo prossimo conflitto, gettando i semi di una guerra futura. Inoltre, Yalta indusse Stalin a solidarizzare con gli Alleati, proprio con quelle potenze che sono sempre state il peggiore nemico dell’Eurasia. Stalin, conoscendo perfettamente le leggi della geopolitica e avendo già fatto la sua scelta eurasista, non poteva non saperlo. Subito dopo la sconfitta tedesca, Stalin iniziò a realizzare un nuovo progetto geopolitico, il Patto di Varsavia, che integrava i paesi dell’Est europeo in un’atmosfera di Grande Russia Sovietica. E qui avvennero i primi conflitti e dissensi con gli atlantisti. Fino al 1948 Stalin mascherò i suoi intenti continentali e approvò anche la creazione dello stato di Israele, che fu il principale atto strategico dell’Inghilterra (e più in generale, dell’atlantismo) per rafforzare la sua influenza militare, economica e ideologica nel Vicino Oriente. Ma già nel 1948, utilizzando oltre a tutti gli altri mezzi, la catena di comando delle posizioni di politica interna dell’esercito (Zhukov, Vasilevskiy, Shtemenko etc.), Stalin ritornò alla geopolitica eurasiste ortodossa, rinnovò le purghe anti-atlantiste all’interno del governo sovietico e pronunciò la “condanna” di Israele in quanto formazione anticontinentale generata da “spie anglosassoni”. Piuttosto stranamente, la morte di Stalin coincise con il momento più teso e drammatico nel compimento dei piani eurasisti, quando erano reali le prospettive di una nuova unione continentale URSS-Cina, che avrebbe potuta radicalmente cambiare le logiche di allineamento planetario delle forze e portare alla rivincita del Grande Ordine di Eurasia. Se teniamo conto di queste ragioni e delle caratteristiche geopolitiche del corso post-staliniano in URSS, la versione sull’assassinio di Stalin (avanzata da molti storici europei) diviene più che probabile. E il ruolo centrale del NKVD e del suo capo, il sinistro Beria, acerrimo nemico del GRU, dello Staff Generale e dell’Eurasia, nel supposto assassinio di Stalin è messo in evidenza dalla maggior parte degli storici.* Nel 1953, otto anni dopo la pseudo vittoria, mancava solo un passo prima della Vittoria reale (come nel 1939). Ma invece di essa, il mondo vide la Caduta del Titano.

    La missione “polare” del generale Shtemenko

    Secondo Jean Parvulesco, una figura chiave della lobby geopolitica eurasiana fu, sin dalla metà degli anni ’40, il generale colonnello Sergey Matveevic Shtemenko (1907 - 1976). I suoi maggiori sponsor erano il maresciallo Zhukov e il generale Aleksandr Poskrebyshev (che, in base ad alcune fonti, svolse presso Stalin una missione analoga a quella di Martin Bormann presso Hitler, che fu il veicolo delle idee germanofile). Durante gli anni ’60 Shtemenko era una delle figure chiave dell’esercito sovietico: in diversi periodi egli fu il comandante delle forze armate dei paesi del Patto di Varsavia e capo dello Staff Generale dell’URSS. Ma il più rilevante dei suoi incarichi, secondo la linea fondamentale del nostro studio cospirologico, fu il ruolo di capo del GRU negli anni 1946-1948 e 1956-1957. Con Shtemenko il GRU fu completamente reintegrato nelle sue fisionomie “polari”, occulte, introdotte nella struttura del GRU dal suo fondatore Aralov. Pierre de Villemarest definì il generale-colonnello Shtemenko il primo e il più eccezionale geopolitico sovietico. Shtemenko fu un naturale e inequivocabile sostenitore del Progetto del Grande Continente, in piena corrispondenza con la logica tradizionale dell’Ordine eurasista. Nel suo libro Villemarest scrisse di lui: «Shtemenko appartenne a quella casta speciale di ufficiali sovietici che, sebbene fossero anche “sovietici”, erano tuttavia rappresentativi della fede nello spirito della Grande Russia ed espansionisti». E inoltre: «Per questa casta l’URSS è un impero chiamato a guidare [upravlyat] il continente eurasiano, non solo dagli Urali a Brest, ma dagli Urali alla Mongolia, dall’Asia centrale al Mediterraneo». I piani strategici di Shtemenko comprendevano anche la pacifica penetrazione economico-culturale in Afghanistan (di cui egli parlò negli anni 1948-1952) e l’ingresso delle truppe sovietiche nelle capitali arabe – Beirut, Damasco, Cairo, Algeri. Già nel 1948 Shtemenko insisteva sullo speciale ruolo politico dell’Afghanistan, che avrebbe portato l’URSS a guadagnare l’accesso all’oceano e incrementato la potenza militare della flotta sovietica nel mar Nero e nel mar Mediterraneo. E’ importante notare che il famoso ammiraglio Gorshkov era un intimo amico del generale-colonnello Shtemenko. Shtemenko, e l’occulta suddivisione, rianimarono attraverso di lui, nel GRU creato sotto Stalin, una rete potente ed avanzata di influenza eurasista che, nonostante tutti i tentativi di Beria di smantellarla, non fu distrutta nemmeno dopo la morte di Stalin – anche se dal 1953 alla metà degli anni ’60 la lobby eurasista all’interno dell’esercito fu costretta a mantenersi in posizione difensiva. Come male inevitabile, gli agenti del GRU per un periodo di 23 anni (1963-1986) dovettero tenersi alla testa della loro organizzazione l’agente atlantico della Lubyanka, precedente “liquidatore”, generale Petr Ivashutin. Era un compromesso indispensabile. Il generale-colonnello Shtemenko, agente dell’ “Ordine Polare”, l’Ordine di Eurasia – è la chiave che ci aiuterà a comprendere le logiche segrete della storia sovietica da Khrushev alla perestroyka. Questa storia, - non diversamente, comunque, dalla storia del mondo intero – è la lotta sia in modo aperto che oscuro, di due ordini segreti, i “Menestrelli di Morgana” e i “Menestrelli di Mursya”, i fedeli del dio egizio Seth, dell’Asino Rosso, e i fedeli dell’Apollo nordico, polare, uccisore del Serpente Pitone.

    Nikita Khrushev, agente di Atlantis

    Khrushev fu il primo protetto della lobby atlantista a diventare leader unico dell’URSS. Nonostante i suoi dissensi con Beria, Khrushev si appoggiò sul KGB e per un tempo determinato portò avanti una linea in opposizione alle scelte di Lenin e Stalin. L’attività di Khrushev era diretta a distruggere le strutture interne degli eurasisti dell’URSS, e anche a minare il progetto globale continentale di un blocco blanetaria soprastatale. L’avvento di Khrushev fu la salita al potere del KGB. Khrushev, una volta consolidata la sua posizione, iniziò a intervenire contro tutti i livelli della lobby continentale patriottica. Tutta la sua attenzione si concentrò da quel momento in poi sui paesi anglosassoni, specialmente sugli USA. Lo slogan di Khrushev “raggiungere e sorpassare l’Occidente” significa allineamento alle potenze atlantiche e riconoscimento della loro superiorità sociale ed economica. Le tesi sul rapido avvicinarsi del comunismo sono dirette a cavalcare di nuovo le tendenze “messianiche di sinistra”, “bolscevico-internazionaliste” quasi dimenticate durante i lunghi anni di stalinismo geopolitico imperiale eurasiano. Khrushev mirò a colpire tutte strutture tradizionali legate al “suolo”, che erano state salvate grazie alla segreta protezione dell’Ordine Eurasiano, perfino nei periodi più terribile del terrore rosso. Khrushev voleva liberarsi definitivamente della Chiesa Ortodossa Russa. Khrushev fu “americanista” e “atlantista” in tutto: iniziando dal famoso “grano” atlantico e concludendo con i suoi concetti militari esclusivamente basati sull’impiego di missili intercontinentali a scapito di tutti i rimanenti tipi di armi. Khrushev non si curò per niente del continente eurasiano. Egli fu interessato dall’America Latina, Cuba, etc. Tra gli atlantisti del consiglio militare di Khrushev (il cui leader era il maresciallo S.S. Biryuzov) e gli eurasisti del gruppo Shtemenko ci fu quasi guerra aperta. Khrushev insisteva sul concetta di “guerra lampo nucleare intercontinentale” che, dal punto di vista continentale, era nient’altro che sabotaggio strategico, che indeboliva la reale potenza militare delle forze continentali, frantumando l’economia e creando una minaccia planetaria apocalittica. Dopo il siluramento di Khrushev, “Stella Rossa” scrisse piuttosto giustamente: «Quella strategia, che noi alla fine rifiutammo, poteva essere nata solo in un cervello malato». Anche prima Shtemenko, nella stessa “Stella Rossa”, aveva osservato: «Non è in alcun modo possibile basare la sicurezza dell’URSS solo sui missili balistici intercontinentali.». Con Khrushev iniziò la separazione definitiva delle funzioni interstatali: “uomini del partito” e rappresentanti della Lubyanka solidarizzano da quel momento con i khrusceviani sulla strategia della “guerra lampo nucleare” (l’Esercito Sovietico divenne il primo ostaggio del “terrorismo nucleare” del KPSS [Partito Comunista dell’Unione Sovietica], precisamente, dell’ala atlantica del KPSS), mentre gli eurasisti e i lobbisti del GRU insistono sullo sviluppo degli armamenti convenzionali e cercano di prendersi la rivincita attraverso gli studi spaziali militari. Nel 1958 Khrushev dimette d’autorità il potente e popolarissimo eurasiamo maresciallo Zhukov. Nel 1959 egli inizia un’altra offensiva – egli colloca alla testa del GRU una delle più odiose figure della storia sovietica, il sanguinario carnefice chekista Ivan Serov, conosciuto con il soprannome di “Zhivoder”. Questo personaggio sanguinario – per le sue caratteristiche il tipo ideale dell’Ordine dell’Asino Rosso – era aborrito dallo Staff Generale e, naturalmente, dagli agenti del GRU e in primo luogo dai patrioti dell’Eurasia. Un altro “atlantista”, il generale Mironov, diviene curatore responsabile del cosiddetto “organo esecutivo” – che significa supervisione sugli aspetti fondamentali dell’esercito e sulle sezioni di intelligence. Comunque, le manovre offensive khrusheviste incontrano la ben coordinata reazione occulta degli eurasisti: Konev, Sokolovskiy, Timoshenko, Grechko cercano di sconfiggere Khrushev ad ogni costo. Ogni giorno in più di questo “atlantista” porta un irreparabile danno ideologico, strategico e politico all’URSS e, nel complesso, agli interessi delle potenze continentali. Osserviamo un altro curioso particolare: all’epoca di Khrushev la supremazia della linea “totalitario-hegeliana” nel “rituale” della filosofia marxista sovietica (che attribuisce il primato ai fattori sovra-individuali, “oggettivi”, su quelli individuali e soggettivi) è sostituita dal predominio della linea “soggettivo-kantiana” (che attribuisce il primato ai fattori individualistici e “soggettivi” su quelli “oggettivi. Proprio in quel periodo inizia il lento degrado dell’educazione civica, appare la nuova costellazione di accademici e scienziati “khrushevisti” che rappresentano una folla di incompetenti ed arroganti (Ricordiamo, ad esempio, come elemento rappresentativo dei “khrushevisti” A.N. Yakovlev, che ammise di aver criticato Marcuse, senza aver trovato il tempo di leggerlo; gli scienziati di Stalin che continuavano, sebbene in una forma peculiare, le tradizioni accademiche pre-rivoluzionarie, di regola, erano distinti per la loro conoscenza di quegli autori che essi, sinceramente o meno, criticavano). Con Khrushev inizia gradualmente la propagazione nella società di un’intelligentsia orientata in senso “atlantista”, sradicata e cosmopolita, che il KGB cova di nascosto anche nelle sue varianti più radicali e dissidenti. Le tematiche dell’Occidente, le tematiche degli USA iniziano a diffondersi nell’URSS come ideali “proibiti”, ma “attraenti” tra la fine degli anni ’50 e l’inizio degli anni ’60.

    Il lungo percorso verso il 1977

    Il siluramento di Khrushev fu indubbiamente opera dell’Ordine di Eurasia. E’ indicativo che otto giorni dopo che egli lasciò la carica di Segretario Generale, l’aereo sul quale si trovavano due personaggio chiave della lobby “atlantica” – il maresciallo Biryuzov e il generale Mironov – ebbe un incidente. Dopo il knockout di Khrushev gli eurasisti iniziarono gradualmente a recuperare le loro posizioni. Leonid Brezhnev fu una figura supportata dagli eurasisti. E’ significativo che lo scrittore Smirnov scrivesse nel 1965: “Il 9 maggio 1965, alla parata per la vittoria a Mosca prima che passassero le colonne dei veterani, celebrando il 20° anniversario della Vittoria, il maresciallo Zhucov stesso, le decorò con gli ordini di battaglia”. Dopo sette anni di disgrazia khrusheviana Zhukov era di nuovo riabilitato. Fu una vittoria del GRU. Ma il trionfo dell’Ordine di Eurasia sotto Brezhnv fu lungi dall’essere completo. Gli “atlantisti” del KGB non giunsero alla resa. I progetti continentali venivano continuamente ostacolati. A metà degli anni ’60 vi fu una situazione perfino paradossale, quando la prospettiva del blocco continentale fu discussa, evitando l’URSS. A questo riguardo è interessante il resoconto dei fatti sui negoziati di Arthur Axmann – in precedenza capo della “Hitler-jugend” e partecipe della lobby eurasiana all’interno delle SS – con Zhou Enlai concernenti la creazione di un blocco unito continentale Pekino-Berlino-Parigi, bypassando l’URSS. Laval, e anche il generale De Gaulle diedero il benvenuto senza riserve a un simile progetto. Un successivo incontro fu tenuto a Bucarest. Arthur Axmann parlò a Madrid a Jean Parvulesco del seguente episodio in un suo volo a Pekino. Nello stesso aeroplano sedeva un gruppo di militari sovietici che cervano di convincere Axmann della necessità di includere anche l’URSS in questo progetto eurasiano – che era, in ogni caso, il vecchio sogno dello stesso Axmann, oppositore del razzismo antislavo di Hitler sin dai tempi del suo coinvolgimento nella lobby eurasiana all’interno delle SS (il circolo SS di Aleksandr Doleschallek, Richard Hildebrandt, Guenther Kaufmann etc., collegati, naturalmente, a Walther Nikolay e Martin Bormann). Gli ufficiali del GRU informarono Axmann sugli intrighi della lobby atlantista in URSS, che metteva ostacoli insuperabili a tutti i progetti geopolitici orientati verso il continente – e così a tutte le potenze continentali, la più importante delle quali era l’URSS. Gli atlantisti del KGB, con l’uso delle loro tattiche tradizionali, forzarono l’Esercito a sopportare Ivashutin (vecchio chekista e figura estremamente impopolare) alla testa del GRU per 23 anni. Tuttavia, dal 1973 Brezhnev iniziò ad avanzare sempre di più i militari nel governo del paese. Nel 1973 il maresciallo Grechko divenne membro del Politburo. Sostituendolo, anche Ustinov entrò in questo organismo, anche se dobbiamo notare che i capi del KGB – Andropov e in seguito il suo erede Chernikov – furono membri del Politburo sin dal 1967. Ma il maggiore trionfo dell’Esercito e del Gru fu nel 1977, quando la nuova costituzione brezhneviana fondò il “Consiglio di Sicurezza”, che divenne una forza legale e politica autonoma e formalmente indipendente. Fu una vittoria dell’esercito sul KGB. Fu una vittoria dell’Eurasia. Il prudente e mai precipitoso Brezhnev aveva mantenuto la sua promessa – fatta alla lobby eurasiana – di cambiare i retroscena delle interne strutture sovietiche di potere. L’esercito aveva ora la sua agenzia ai massimi livelli. La strategia di Brezhnev fu orientata a livello interamente continentale, benché lo spazio e le armi spaziali fossero la sfera basilare di interesse strategico. Per lavorare parallelamente ai progetti di guerre spaziali, le geopolitiche dell’epoca di Brezhnev elaborarono dei modelli ideologici e politici adatti tenendo conto della nuova nomenclatura strategica e militare e della tipologia dell’era spaziale. E’ importante menzionare in questo contesto l’idea dello scrittore ed ideologo del movimento patriottico A.Prokhanov, saldamente collegato a ben precisi gruppi geopolitici nello Staff Generale sin dai tempi del maresciallo Ogarkov. Prokhanov assicura che la strategia militare sovietico-eurasiana tra la fine degli anni 70 e la prima metà degli anni 80 elaborò seriamente il progetto di una nuova civiltà di spazio continentale basata sulla combinazione delle tradizioni spirituali, del “suolo” e metafisiche dell’Eurasia con le tecnologie ultramoderne, con la stilistica e con il sistema globale delle “nuove comunicazioni”. Questa, nell’opinione di Prokhanov, sarebbe diventata la risposta eurasiana al modello americano delle “guerre stellari”, che mostrava la futura era spaziale come la celebrazione dell’idea anglosassone non solo sul pianeta, ma anche nell’universo. All’universo americano, allo Spazio americano, gli ideologi del “suolo futuristico” dello Staff Generale, secondo Prokhanov, erano pronti ad opporre l’universo russo, l’universo eurasiano, l’immagine della Grande Eurasia, che proiettava se stessa nelle regioni sconfinate delle stelle e dei pianeti. I “vicini” della Lubyanka avevano scelto uno spazio secondo l’immagine delle civiltà “insulari” mercantili-coloniali dell’estremo Occidente. Il modello americano era pienamente adatto a loro. Così, nelle più recenti forme tecnologiche, noi reincontriamo i temi più antichi, con voci di una storia millenaria, con l’appello dai nostri lontani antenati sempre per risolvere un singolo essenziale problema: “E’ necessario distruggere Carthago?” – in qualsiasi forma questo problema si fosse presentato.

    La geopolitica del maresciallo Ogarkov

    Uno dei più immediati eredi della missione geopolitica di Shtemenko fu il maresciallo N.V. Orgarkov, eminente geopolitico, stratega ed eurasista. Egli condusse l’attività dell’Ordine “Polare” all’interno dell’esercito fino alla metà degli anni 80. Dei tre capi brezhneviani dello Staff Generale - Zakharov, Kulikov, Ogarkov (tutti e tre convinti eurasisti) – il più brillante era Ogarkov, un geniale conoscitore del mascheramento, che ingannò strategicamente molte volte gli atlantisti sia interni che esterni. Ogarkov fu l’organizzatore dell’operazione a Praga, che passò in modo così liscio solo perché egli manovrò per confondere completamente i servizi di intelligence della NATO e per imporre loro alcune informazioni sbagliate recapitate in modo eccellente. E’ curioso sottolineare che gli eventi della “primavera di Praga”, conclusisi per i golpisti democratici in un “triste autunno”, furono pressoché un duello strategico tra due personaggi consacrati ai segreti più profondi del conflitto planetario. Oggi è ben noto che l’occulto autore e regista della “primavera di Praga” fu David Goldstucker. In questa operazione egli si confrontò con l’eurasista Ogarkov ed è necessario far notare che la vittoria di Ogarkov non fu semplicemente la vittoria della forza bruta dei carri armati sovietici, ma una vittoria dell’intelligenza, dell’astuzia e di una magnifica padronanza dell’arte della disinformazione, del “cammuffamento”, con l’aiuto delle quali i vertici della NATO furono indotti a commettere i peggiori errori e non ebbero il tempo per quella reazione sulla quale, naturalmente, il dottor Goldstucker e le sue creature (Dubchek, Havel, etc.) contavano fin dall’inizio. Ogarkov aprì la strada alla creazione delle “Spetsnaz” [special forces], chiamate a interventi locali e ad operazioni-lampo nelle retrovie del fronte nemico, assolutamente necessarie per il successo specialmente di operazioni militari locali continentali. Geopoliticamente il maresciallo Ogarkov difese sempre apertamente il “progetto eurasiano” (in contrasto con Grechko eurasista coperto e prudente) e aspirò a trasformare le forze armate dell’URSS in modo che potessero gestirsi al meglio in una lunga guerra locale con armi prevalentemente convenzionali. Dopo Krushev la questione sui tipi di armi “nucleari e intercontinentali” acquistò un senso simbolico – a seconda dell’enfasi della dottrina militare sulla “guerra globale” o sulla “guerra locale” nei circoli dell’esercito definiti come i “nostri” o “loro”, rappresentativi della lobby atlantista o eurasiana: la “guerra locale” con l’uso di armamenti convenzionali e senza l’uso di ordigni nucleari era lo slogan degli “eurasisti”, e la “guerra totale nucleare” lo slogan degli atlantisti, che non desistevano mai dal mettere l’Esercito sotto pressione ideologica. Intorno ad Ogarkov stava raggruppata l’elite militare di orientamento eurasiano. Primi tra tutti, furono suoi compagni i marescialli Akhromeev e Yazov. Tutti e due, specialmente Akhromeev, era segretamente devoti all’ “Ordine Polare”, fondato nell’Esercito Sovietico già da Mikhail Tukhachevsky in parallelo all’organizzazione similare di Aralov, da lui creata immediatamente dopo la sua comparsa nel GRU.

    La catastrofe Afghanistan

    L’enorme concentrazione di potere nelle mani dei militari eurasisti dopo il 1977 spaventò il clan atlantista. Per il KGB e gli altri servitori della “Morte Danzante” all’interno del governo sovietico era necessario prendere delle urgenti contro-misure. Dati precisi portano a ritenere che la guerra in Afghanistan fu ispirata dal KGB per screditare l’Esercito nel corso di un lungo e assurdo conflitto e per provocare l’interferenza atlantica nella situazione politica interna da parte degli USA. Il conflitto in Afghanistan è considerato come un’istigazione del KGB contro l’Esercito Sovietico e, in senso più lato, contro l’intera lobby eurasiana, da degli specialisti di sovietologia occulta come Pierre de Villemarest e Jean Parvulesco. Essendo a conoscenza dei progetti geopolitici del generale Shtemenko, e in particolare della valutazione geopolitica e strategica dell’Afghanistan, la gente della Lubyanka decise di provocare un intervento armato e obbligato nella situazione politica interna afghana. (E’ necessario notare, tuttavia, che Shtemenko stesso escludeva tale interferenza, insistendo su un’integrazione pacifica e sulla graduale infiltrazione economico-strategica in Afghanistan, in completa corrispondenza con le normali logiche di una organica e naturale espansione economica e culturale sull’asse nord-sud). E non solo l’avvio di una guerra insensata, ma anche la sua conduzione irresoluta, incerta, debole fu conseguenza dell’interferenza del KGB negli affari dell’Esercito – sin da quando gli atlantisti necessitavano che l’URSS perdesse la guerra, una guerra che avrebbe potuto risolversi nella definitiva distruzione del blocco eurasiano. Perciò in Afghanistan le special forces del KGB organizzarono atti di terrorismo contro la pacifica popolazione afghana – cosa perfettamente assurda, se le truppe sovietiche volevano realmente integrare l’Afghanistan e farne un vassallo politico. Dai vertici attraverso il Partito e il Politburo gli atlantisti, viceversa, cercavano di imbrigliare le operazioni militari più ragionevoli, a volte bloccandole, quando iniziavano ad essere coronate da successo. Pierre de Villemarest afferma che quella guerra fu perduta solo perché i più alti ranghi del governo sovietico volevano che lo fosse. In ogni modo, questa guerra fu fatale per l’Esercito, il GRU e per l’Ordine Eurasiano.

    L'"ala destra" nel KGB e il paradosso Andropov

    Nel periodo post-brezhneviano iniziò a rivelarsi un punto molto importante, caratteristico di tutta la storia della lotta invisibile tra i due Ordini. Il suo significato è che la lobby atlantista in Eurasia, come spesso abbiamo sottolineato, si appoggia non solo sulla “sinistra” (sebbene, certamente, questa le sia preferita a causa di una certa affinità tipologica della sua concezione stessa con la trama atlantista), ma anche sulla “destra”. Per questa ragione dopo la guerra il NKVD-KGB, rimanendo essenzialmente atlantista, adottò alcune caratteristiche ideologiche dell’Esercito, di orientamento conservatore, di “destra”. Discendendo geneticamente dalle bande rosse degli anni ’20, nemiche della terra, della Russia e dello Stato, il KGB fu nello stesso tempo sottoposto ad una significativa influenza degli eurasisti di “destra” del GRU e dello staff Generale nel periodo in cui era dominante l’imperialismo di Stalin. Tale duplicità del KGB ebbe per esito un definito compromesso nella sua struttura, che può spiegare tutta la “stranezza” politica e cospirologica connessa a questa organizzazione. Se la sostanza e il centro principale del KGB rimangono puramente atlantisti, integrati nella reta planetaria unita delle intelligence degli atlantisti, alla periferia, tra i dipendenti ordinari e anche tra gli ufficiali, si sviluppò interamente un’atmosfera “nazionalista”. Comunque questo “nazionalismo della Lubyanka” (a volte unito ad una piuttosto forte giudeofobia) corrispose sempre al principio “il sangue è più importante del suolo” – che non ebbe mai veramente un carattere continentale, imperiale, eurasiano. E tale situazione piuttosto adeguata alle figure dell’Ordine atlantista, come questo “nazionalismo rozzo” da dipendenti di base è servito da perfetto mascheramento per la rete degli agenti dell’anti-terra, “messianici” e mondialisti. Nel complesso, il KGB del dopoguerra era tipologicamente simile ai gruppi panslavisti all’interno del governo imperiale alla vigilia della I Guerra Mondiale e alle organizzazioni razziste e xenofobe del III Reich, che servivano da copertura per gli atlantisti interni. In questa prospettiva è necessario considerare l’avvento al potere di Yuri Andropov, ex capo del KGB, dopo la morte di Brezhnev. Le già menzionate ragioni della duplicità del KGB ci aiutaranno a capire la dualità del ruolo di Andropov, e anche l’immagine duplice della sua figura, che può contemporaneamente essere considerata sia come il padre della perestroyka e della democratizzazione, “completate” da Gorbachev, sia un estremo conservatore che tentava di ripristinare l’epoca totalitaria di Lavrenty Berya.* E’ curioso che tra il popolino russo siano comuni, in relazione ad Andropov, due opposte valutazioni: “Andropov – giudeo – sionista” e “Andropov – patriota – antisemita”. (Naturalmente, entrambe queste definizioni potrebbero essere “metaforicamente” intese. In realtà, il rebus Andropov è semplice – egli è un rappresentante del KGB, cioè un completo e convinto atlantista, fedele al suo Ordine della “Morte Danzante”. Egli fu simultaneamente “giudeo-sionista” e “patriota-antisemita”, in quanto questa coppia appare contradditoria solo nei modello cospirologici estremamente semplificati, mentre in realtà il quadro cospirologico è molto più complesso, ed i suoi fattori chiave non sono criteri né nazionali né politici, ma solo fondamentali orientamenti geopolitici molto spesso tenuti segreti ai non addetti ai lavori. L’avvento di Andropov fu il secondo, terribile colpo contro l’Esercito, dopo l’inizio della guerra in Afghanistan. Ora l’autorità dello stato era nelle mani dei membri di quell’organizzazione che durante tutta la sua esistenza ebbe come unico obiettivo quello di cancellare l’Ordine Eurasiano all’interno dell’URSS, di distruggere le strutture segrete create da Aralov, Tukhachevsky, Shtemenko, Ogarkov, Akhromeev e altri eurasisti, di far saltare in aria l’Eurasia dall’interno, di rendere, una volta per tutte, l’idea di un nuovo blocco continentale come un’utopia irrealizzabile, una fantasia, per guadagnare definitivamente la vittoria per la “Nuova Carthago”, per gli USA, per instaurare insieme alla CIA, il Nuovo Ordine Mondiale sul pianeta, la Costruzione del Nuovo Commercio. L’avvento di Andropov, l’avvento della “destra del KGB”, non significano nient’altro che l’inizio della perestroyka.

    L'agente doppio Mikhail Gorbachev

    La fase preliminare della perestroyka, la preparazione dei nuovi quadri, la divisione dei compiti, l’inserimento del personale giusto all’interno del governo, il copione generale degli eventi – tutto ciò fu portato avanti da Yuri Andropov assieme agli altri analisti atlantisti dei servizi speciali e agli esperti dell’Ordine della “Morte Danzante”. Ma Andropov comprendeva bene che, ad ogni fase della perestroyka, gli eurasisti avrebbero cercato di reagire, di sbarazzarsi degli atlantisti del KGB e del Politburo e di guidare il paese secondo una politica eurasiana. Perciò la scelta della figura principale della nuova politica cadde sul più evasivo ed incerto dei supremi leader, che era così cauto, flessibile ed elusivo che nessuna delle due parti sapeva per quale Ordine egli in realtà lavorasse. D’altra parte, secondo le più antiche tradizioni dell’Ordine dell’Atlantico, al quale Andropov apparteneva, si approvò di dare una speciale attenzione ad una persona il cui aspetto mostrava un difetto così eloquente. In base a questo principio venivano selezionati i più alti sacerdoti del culto di Seth il dio egizio dalla testa d’asino. Gorbachev con la sua voglia (che, per inciso, un musulmano tradizionalista ha letto come un’iscrizione araba di tre lettere – kaf, fa, ra, che vuol dire “Kafir”, cioè “ipocrita”) era la figura più papabile. Promuovendo Gorbachev, Andropov calcolò che la sua candidatura avrebbe soddisfatto entrambe i raggruppamenti geopolitici, come soluzione delle tensioni interne all’URSS che già da tempo erano maturate e che il cambiamento politico sarebbe stato approvato sia dagli atlantisti che dagli eurasisti. L’interesse degli atlantisti per il cambiamento era ovvio, ma anche gli eurasisti – dopo l’inizio della guerra in Afghanistan e l’avvento di Andropov al potere – non era più interessati a mantenere lo status quo, e di conseguenza accettarono agevolmente la trasformazione. Gorbachev era conveniente e utile a tutti. Come amministratori di Gorbachev a tutela dei due Ordini in conflitto furono nominati A.I.Lukyanov and A.N.Yakovlev. Entrambe queste figure erano dirette partecipi alla ramificata cospirazione continentale, rappresentando comunque i due partiti in lotta.

    Il vero volto di Anatoliy Lukyanov

    Dal 1987 Anatoliy Ivanovic Lukyanov divenne capo dei cosiddetti “organi amministrativi”. Ora il destino di ogni nomina o promozione tra i più alti ranghi militari dipendeva da lui. Lukyanov, mostrandosi sempre leale a Gorbachev, cercava costantemente, tuttavia, di interpretare in chiave eurasista le ambigue e nebulose istruzioni del nuovo leader del Kremlino. L’aspirazione di Gorbachev a chiudere il conflitto in Afghanistan era nelle mani dell’Esercito e vi sono diverse ragioni per credere che Lukyanov fosse implicato in quest’azione geopolitica. Quanto Gorbachev era flessibile e cauto, Lukyanov, al contrario, aveva un preciso e chiaro atteggiamento geopolitico. Il suo obiettivo, come il proposito dell’ “Ordine Polare”, era la Grande Eurasia dalla Mongolia al Mediterraneo, la Pax Eurasiatica, la grande unione continentale. Lukyanov era obbligato in virtù della sua posizione a controllare il GRU e lo Staff Generale, ma, in realtà, quest’uomo accurato e calmo non fu il “custode dei bolscevichi messianici” nei confronti dello stato militare eurasiano all’interno dello stato, ma l’inviato del GRU per sorvegliare gli atlantisti bolscevichi a vantaggio dell’Esercito. Essendo coperto dalla sua apparente posizione di “centro-sinistra”, Lukyanov realizzò nel Soviet Supremo una missione speciale, il cui senso consistette nel formare un blocco parlamentare orientato a favore della segreta missione eurasiana.

    “Mr. Perestroyka”

    Aleksandr Nikolaevic Yakovlev già dall’inizio degli anni ’70 era uno dei maggiori ideologi dell’aperto atlantismo nell’URSS. Va detto che egli iniziò i suoi aperti attacchi contro i patrioti eurasisti già nel 1974, quando la posizione del GRU era molto forte e Grechtko già era membro del Politburo. Invocando apertamente il pogrom ideologico per la letteratura “nazional-bolscevica”, che in quegli anni fungeva da tribuna per uno scambio cifrato di informazioni, idee, concetti e progetti per tutta la lobby patriottica eurasiana, Yakovlev accettò di correre un rischio calcolato. E nonostante l’intercessione di Andropov ed dei più alti circoli del KGB dopo la pubblicazione del famoso manifesto dell’atlantismo russofobo e antipatriottico “Contro l’antistoricismo”, egli dovette essere tuttavia inviato al di fuori della Russia. La verità è che il KGB aveva deciso di trasformare il “veleno in farmaco” e di utilizzare l’invio di Yakovlev in Canada per attivare una rete di spionaggio atlantista. Secondo le informazioni raccolte da Jean Parvulesco nel suo rapporto La Galassia GRU, a Ottawa, dove Yakovlev fu in seguito mandato, egli entrò in contatto con David Golstucker, che all’epoca rappresentava negli USA gli interessi di Israele, sotto la copertura del suo coinvolgimento nella negoziazione confidenziale con una società di Chicago collegata alla progettazione di centrali nucleari. Il dr. David Golstucker che, com’è noto, era una figura rilevante non solo dei servizi speciali in Israele, ma anche direttamente dei servizi speciali dei paesi anglosassoni (questo richiama interamente la situazione caratteristica anche per il sovietico KGB), elaborò assieme a Yakovlev la strategia atlantista della futura perestroyka. Questo fatto è così ben noto in Occidente, che lì il nome di Yakovlev è proprio “Mr. Perestroyka”. Così già per la seconda volta nella storia, praticamente le stesse figure prepararono un disperato, complesso, pericolo e avvincente duello geopolitico. In precedenza, durante la primavera di Praga, Goldstucker, agente della “Morte Danzante”, subì una rovinosa sconfitta da parte del GRU – da parte del generale Shtemenko e del maresciallo Ogarkov, padroni di sé, intelligenti, brillanti e coraggiosi servitori dell’Ordine di Eurasia. Lo stesso Goldstucker dieci anni dopo preparava la sua rivincita. Questa volta il GRU e lo Staff Generale sovietico sarebbero stati attaccati nel loro stesso territorio, anziché nella “neutrale” Cecoslovacchia. E questa volta Goldstucker non contava sulla lenta NATO, ma su situazioni in cui gli arsenali nucleari erano inutili. Ora la maggiore arma distruttiva del membro dell’atlantismo planetario – Goldstucker – sarebbe diventato il gonfiato “Mr. Perestroyka”, l’arma tattica nuova di zecca dell’Ordine dell’Asino Rosso, speranza degli ordini di battaglia atlantici, capitano delle occulte “spetsnaz” anglosassoni, lasciato da Ottawa nelle retrovie dell’avversario eurasista.

    Tra false alternative

    Le vere logiche della perestroyka, che sono le logiche dei ciclici maneggi tra due poli del super-incerto Gorbachev – un vivido richiamo del decorso di una malattia con psicosi maniaco-depressive – sono rimaste in pratica totalmente incomprensibili fino allo stesso putsch di agosto, per la ragione che ben pochi hanno delineato il vero ruolo di Anatoliy Lukyanov. Tale cospirazione ebbe per esito, alla fine, la catastrofe della lobby eurasiana. Gli autori atlantici del progetto anti-imperiale della perestroyka ricorsero in questo caso a un metodo tradizionale – la creazione di una pseudo-opposizione, cioè la sostituzione del reale polo “conservatore” con uno falso. Dal momento che i veri nemici degli atlantisti non erano semplicemente nazionalisti, ma “nazionalisti di tipo imperiale, continentale”, “continentalisti”, è naturale che la pseudo-opposizione all’aperto atlantismo di Mr. Perestroyka non fosse altro che eurasista. Seguendo questa logica, la gente dell’Ordine Atlantico, con l’attivo coinvolgimento del KGB, creò dei poli paralleli e conseguentemente falsi. Questi poli erano:
    1) “comunisti - conservatori”. I loro portavoce sono stati Yegor Ligachev e poi Ivan Polozkov (entrambi ad un certo momento svaniti, cosa non sorprendente dal momento che la loro opposizione non si basava su alcun principio, e inoltre era una tendenza vecchia di secoli e ben nota).
    2) “patrioti - nationalisti”. Questo movimento fu creato con l’attivo coinvolgimento del KGB che proiettò sciovinisticamente una posizione giudeofoba su dei gruppi marginali di vedute patriottiche sincere ma dalle vedute ristrette, preparando così uno speciale algoritmo di “movimento patriottico”, incapace di causare seri danni alla sempre più legittimata lobby atlantica.
    3) “national-bolscevichi”. Questa corrente era più interessante e in posizione assai vicina alla lobby eurasista, ma, grazie agli sforzi del KGB, qui si perse il senso della misura e la concezione “nazional-bolscevica” assunse un carattere ripugnante, grottesco ed estremistico – sia nel senso di un’esagerata accentuazione del “leninismo” che in quello di un’eccessiva giudeofobia.
    4) infine, il trucco supremo del KBG atlantista fu quello di promuovere lo stesso KGB come opposizione ai “democratici” – e questa linea funzionò molto, anche per portare allo scoperto il personale della “Lubyanka” i “patrioti” verso i quali vi era precisa fiducia e anche speranza.
    E contemporaneamente le sezioni del KGB preparavano le rivoluzioni atlantiste in Ungheria, Cecoslovacchia, Yugoslavia, allestivano lo spettacolo della repressione in Romania, abbattevano il muro di Berlino, tradivano Honecker, si sbarazzavano di Zhivkov, aiutavano i separatisti nelle Repubbliche Baltiche e nel Caucaso, e come vertice del loro trionfo atlantista, preparavano il teatrale putsch nell’agosto 1991!
    Così “l’uomo più elusivo” con un contrassegno caratteristico sulla sua fronte giocava tra “Mr. Perestroyka” e Anatoliy Lukyanov, ma esteriormente sembrava, che il suo secondo polo non fosse per niente Lukyanov, ma qualcuno di diverso, più odioso, più scandaloso, più vistoso, ma in realtà una figura completamente insignificante, o un evidente uomo di paglia. Il GRU e l’Esercito osservavano Anatoliy Lukyanov con aspettativa e impazienza. Certo, gli eurasisti avrebbero potuto complimentarsi per alcuni cambiameni – la fine della guerra assurda, la riduzione delle armi intercontinentali, i passi avanti in politica estera verso la Germania, il Giappone e la Cina. Anche l’impegno sul tema della “casa comune europea” poteva essere facilmente intrpretato dall’Ordine Polare nella stessa chiave, dal momento che questa dottrina era stata tracciata dall’apparato geopolitico di quell’opposizione eurasista all’interno delle SS alla quale appartenevano Axmann, Hildebrandt, Doleschallek, Kaufmann etc. (tipologicamente collegati con l’Ordine di Eurasia nel GRU). Ma la rovina dell’Unione, gli attacchi contro l’Esercito, i tentativi di coinvolgere l’Esercito nei conflitti nazionalisti e microterritoriali, le politiche suicide nelle Repubbliche Baltiche, distruggendo gli ultimi residui del patto Ribbentropp-Molotov, la promozione nell’arena politica di una mafia incontrollata e di dichiarati criminali, e molte altre cose condussero il GRU ad un vicolo cieco. Ma Anatoliy Lukyanov rimaneva nell’ombra. Prudentemente, progressivamente, passo dopo passo egli preparava un attacco alle spalle, decisivo e finale. Fino all’ultimo momento sembrava che tutto potesse essere salvato in un attimo, e poi la lobby eurasista avrebbe usato tutti gli aspetti positivi della “perestroyka”, avendo chiuso con “Mr. Perestroyka” e i suoi complici, che da allora sarebbero stati tutti “bruciati”, e la nuova grande era sarebbe iniziata, libera dai comunisti, dagli atlantisti e dai servitori della “Morte danzante”, l’era dell’Eurasia, l’Eurasia Cosmica, l’era del Sacro Continente Solare, l’Era dell’Oriente. Ma scoppiò l’agosto 1991.

    Il putsch, culmine della guerra occulta

    Il deputato Obolenskiy, membro della commissione d’inchiesta sull’affaire del GKChP [Gosudarstvenniy Komitet po Chrezvichaynomu Polozhenyu; Comitato di Stato per la Situazione di Emergenza all’interno del PCUS], poco tempo dopo il putsch fece una strana dichiarazione ai mass media: “ La verità riguardo gli avvenimente dell’agosto 1991, verrà propabilmente scoperta tra un secolo dai i nostri discendenti”. Quale terribile segreto sfiorò Obolenskiy, indagando sulla storia del putsch? Dal punto di vista della cospirazione geopolitica, l’argomento qui può essere uno solo: egli si avvicinò a dei documenti collegati alla guerra occulta dei due Ordini dietro le quinte del potere, alla misteriosa opposizione tra l’Ordine di Eurasia e l’Ordine dell’Atlantico. Solo in questo caso, la dichiarazione del deputato Obolenskiy acquista un senso, e il bisogno di conservare il segreto diviene chiaro. Il putsch di agosto fu (o avrebbe dovuto essere, secondo l’intenzione dei suoi autori) il culmine dell’opposizione geopolitica, il momento decisivo della guerra invisibile. L’Ordine dell’Atlantico non poteva ignorare che gli eurasisti preparavano per l’inverno 1991-1992 una ben precisa operazione che avrebbo dovuto sfociare nell’instaurazione di un regime militare sull’intero territorio dell’URSS con il pretesto di stabilizzare la situazione sociale, politica ed economica. Essi conoscevano inoltre perfettamente che l’orientamento ideologico della direzione militare eurasista sarebbe stato non comunista e di impostazione patriottica, ma senza l’ “antisemitismo”, la xenofobia e il “panslavismo” tipici del KGB. In altre parole, la direzione militare si riprometteva di essere stabile, liberale nel campo economico, geopoliticamente corretta, esente da costrizioni terroriste peculiari delle forme bolsceviche di dittatura. Inoltre, il Regime Militare Eurasiano, il Regime Romano-Imperiale, aveva tutta la possibilità di essere popolare al massimo grado, perché da una parte voleva tenersi fuori dal “dogmatismo comunista” e dall’ “utopia marxista” e dall’altra intendeva essere piuttosto rispondente alla naturale inclinazione alla gerarchia, alla disciplina, alla centralizzazione e al comunitarismo, alla socialità, all’ “integrazione” di tutte le vere etnie eurasiane. Il patriottismo del Regime Militare avrebbe dovuto essere imperiale, invece di “russo” e “nazionalista” nel senso stretto del termine. Tutto questo rendeva una simile prospettiva non solo inaccettabile, ma fatale e mortale per la lobby atlantista nll’URSS ed anche per il mondialismo atlantista in senso lato. Nonostante le enormi distruzioni causate nel paese dagli agenti dell’ “Ordine della Morte Danzante”, da “Mr. Perestroyka”, insieme con il suo sodale del KGB, Shevardnadze (maledetto, per inciso, dal suo stesso popolo georgiano), l’Ordine degli Eurasisti sapeva come usare questa situazione negativa a beneficio della propria posizione, in quanto nei dipartimenti segreti del GRU lavoravano i degni discepoli dei grandi strateghi russi - Shtemenko and Ogarkov. Il duello geopolitico con Goldstucker avrebbe potuto concludersi con una sconfitta per questo esperto e attivo rappresentante dell’Ordine Atlantico. Il maggiore problema per gli atlantisti era di impedire la formazione di una situazione di guerra nell’URSS, a cui stavano apparentemente conducendo le logiche degli eventi. Proprio a questo scopo fu organizzato il putsch di Agosto.

    I calcoli sbagliati del maresciallo Yazov

    Il maggior errore degli eurasisti nell’agosto 1991, e specialmente l’errore personale del maresciallo Yazov, fu credere al capo del KGB Kryuchkov. Era una trappola strategica. Il KGB già da molti anni aveva cercato di creare per i suoi agenti un’immagine di “patrioti-nazionalisti”, usando la massa periferica del personale “non iniziato” che credeva sinceramente nella cospirazione “giudaico-massonica” e si considerava “nazionalista” o “nazional-boscevico”. D’altra parte, le manovre fraudolente furono eseguite anche al vertice del potere – sia Chebrikov che Kryuchov puntavano a solidarizzare con i militari eurasisti contro i “democratici-cosmopoliti”. (In pratica, l’intero movimento democratico era una linea organizzata solo dal KGB, e in più, era anche più artificiale e “costruito” del movimento patriottico, dal momento che per i Russi e per le altre originali etnie eurasiane era molto più naturale supportare la “destra” che la “sinistra” – questa è una costante storica). Per nascondere questo doppio gioco, gli atlantisti del KGB crearono miti sull’ “ala giudaico-massonica” del KGB (così questa venne chiamata, in particolare, la sua branca moscovita come contrappeso a quella dell’Unione e più tardi il KGB della RSFSR [Repubblica Federale Socialista Sovietica Russa]di Yeltsin, etc.). In pratica, il KGB era fortemente impegnato nelle attività antieurasiane, distruggendo le strutture della rete eurasiana nei paesi dell’Est europeo, rovesciando i regimi anti-atlantisti (come quello di Ceausescu che, per inciso, fu sempre orientato verso un blocco continentale eurasiano e odiava gli atlantisti “venduti” dell governo dell’URSS – vedi Claude Carnou “Ancora sull’Est” nella rivista Crisis, n. 5, Aprile 1990, Francia). In ogni modo, l’affaire GKChP prova chiaramente che delle mosse piuttosto ambigue di Kryuchkov riuscirono a convincere alcuni eurasisti – il maresciallo Yazov e Oleg Balkanov – ad affrettarsi a creare una situazione di guerra, e ad accettare l’aiuto del KGB, a condizione che questo prendesse le distanze dal suo atlantismo e stesse alla fine dalla parte dell’Esercito e pronto ad agire contro i “democratici”. Probabilmente, Kryuchkov aveva stitulato delle condizioni anche per la sua organizzazione, perché in caso di rigoroso regime militare eurasista le strutture del KGB, naturalmente, sarebbero state cancellate – perlomeno nella loro vecchia forma di terrorismo di partito, mondialista e atlantista. Non sappiamo ancora quali argomenti riportarono al maresciallo Yazov gli agenti dell’Ordine di Eurasia. E’ ovvio solamente che la firma dei Trattati di Novo-Ogarev non ebbero nessuna relazione con ciò. Tutto avrebbe potuto essere di nuovo cambiato, annullando ogni “documento” che era sortito casualmente, non realizzando così chiaramente la situazione geopolitica, guidato dall’estremamente evasivo “Gorby” – designato in questa posizione non per prendere decisioni, ma per “mascherare”, e in virtù del marchio di una “elezione” indubbiamente occulta. Che cosa dovrebbe avere detto Kryuchkov al maresciallo Yazov, perché quest’ultimo – essenzialmente fedele alla strategia dell’Ordine Eurasiano – mettesse a repentaglio il destino di un’occulta opposizione plurimillenaria, il destino del continente, il destino dello spazio eurasiano, un destino inevitabile e, come sembrava, così vicino alla vittoria? Perché Yazov ha scelto il capo del maggiore organismo anti-eurasiano? Per il momento, dobbiamo limitarci a constatare questo. Ed è perfettamente chiaro che l’errore del maresciallo Yazov nasconde qualche terribile segreto, forse anche coinvolgendo qualche influenza paranormale, “magica” o telepatica, o gli effetti di qualche speciale droga psichedelica. Tutto ciò non è così incredibile, se ricordiamo le testimonianze di alcuni membri del GKChP sulla loro completa amnesia durante quei tre giorni fatali. Solo un perfetto idiota potrebbe prendere in considerazione che persone, giunte ai massimi livelli della loro carriera politica, militare, di intelligence e “cospirologica”, possano in una simile decisiva situazione comportarsi come degli irresponsabili vagabondi ubriachi, che bevono senza posa e vagano per la città, piena di carri armati e propagandisti “democratici”. Ma anche la versione sull’avvelenamento di Kryuchkov da parte dei rimanenti otto membri ci appare scarsamente credibile, in quanto la gente del GRU proteggeva i propri capi più attentamente dello stesso Gorbachev. Nell’affaire degli “errori del maresciallo Yazov”, probabilmente, vi è stata una combinazione di molti fattori ideologicamente occulti e parapsicologici, operanti sincronicamente. Ma quale “arma” è stata usata questa volta dall’Ordine Atlantico? Ve ne parleremo assai presto.

    “Mr. Perestroyka” va all’attacco

    Immediatamente dopo l’arresto dei membri del GKChP, come sempre accade al culmine degli sforzi cospiratori e ideologici, gli aspetti precisi di una cospirazione che di solito rimangono nell’ombra si mostrarono apertamente. Il momento più esplicito fu l’apparizione allo scoperto di “Mr. Perestroyka” (N.Yakovlev) nel parlamento russo. Naturalmente la sua missione non consisteva nell’informare gli “ingenui” deputati sui “thugs, che ancora potevano circondare Gorbachev”. Questo discorso fu pronunciato da “Mr. Perestroyka” come una cortina fumogena. Yakovlev era venuto al parlamento russo con la richiesta di arrestare Lukyanov. Il parlamento russo, composto di persone incompetenti e avventizie, che non avevano nessun esplicito orientamento geopolitico e agivano in base ad emozioni casuali e anarcoidi di un gruppo di codardi, dopo lo shock della farsa di Mosca, poteva rovinare l’intero affare. Yeltsin, non avesse ricevuto in tempo l’informazione oppure semplicemente avesse dimenticato la cosa più importante (la condizione mentale del Presidente russo porta anche a ritenere che egli fosse anche sotto qualche influenza parapsicologica, come ha fatto notare non solo qualche cospirologo europeo, ma anche molti giornalisti occidentali – che spiegavano all’inizio l’inadeguatezza di Yeltsin con la sua appartenenza all’ “estrema destra”, ma in seguito furono obligati a ricorrere alla versione di influenze occulte o psicotrope), concentrò le sue veementi polemiche contro gli otto, avendo dimenticato l’obiettivo principale. Yakovlev giunse alla “casa bianca” (che, ricordando quel monmento, sembra più una “casa gialla”) per chiede l’arresto di Lukyanov. Yeltsin acquiescentemente ripeté per “Mr. Perestroyka” la famosa frase – “dietro la cospirazione degli otto c’era lukyanov, egli è il maggior ideologo della cospirazione”.

    Lukyanov e la sosta rituale sulla tomba del maresciallo Akhromeev

    Lukyanov – ecco la segreta spiegazione del putsch di agosto. Era necessario rimuovere Lukyanov ad ogni costo. Proprio nelle sue mani erano concentrati i fili della struttura occulta eurasista. Sin dal 1987 Anatoliy Lukyanov era il protettore dell’Ordine “Polare”, l’Ordine Eurasiano, speranza dell’Eterna Roma Imperiale. Il putsch mirava giusto a lui. Ma Lukyanov stesso – solo tra gli eurasisti, in un modo o nell’altro collegato all’affaire GKChP – non aveva ceduto all’istigazione di Kryuchkov ed era giuridicamente assolutamente non implicato nel putsch. Semplicemente cercare di coinvolgerlo era impossibile. Questo fu un errore di calcolo imprevisto e fastidioso per gli atlantisti. Perciò Yakovlev, aggirando ogni norma di legge, si affrettò in “modo rivoluzionario” a ad accusare Lukyanov, per mezzo delle balbettanti labbra di Yeltsin, di essere l’ideologo della cospirazione (col pretesto che Lukyanov era realmente ideologo, ma di un’altra cospirazione, la cospirazione “Polare”, la cospirazione dei salvatori della grande Potenza Continentale, la cospirazione dell’Eurasia contro le Isole Occidentali). Ma nonostante l’imprigionamento di Lukyanov, non era tuttavia possibile presentarlo come il capo della cospirazione e cancellare su queste basi tutta la rete degli agenti eurasisti, tutte le strutture segrete del GRU. I vincitori atlantisti potevano levare solo i più alti livelli del “partito” e i conservatori militari che anche così non rappresentavano un particolare pericolo. Eccetto che per l’assassinio di Pugo, il maggiore colpo alla lobby di Eurasia fu l’enigmatica morte del maresciallo Akhromeev e i susseguenti avvenimenti strani sulla sua tomba ancora fresca. Qui è necessario effettuare una breve digressione sulla storia dell’Ordine Atlantico e specialmente sulla storia dell’Ordine medievale i “Menestrelli di Morgana”, il cui emblema fu la “Morte Danzante”, la Danza Macabra. Secondo Grasset d'Orcet, che si occupò dello studio di quest’Ordine, i suoi aderenti usavano come parola d’ordine gerogliflica il simbolo del “Morto Vivente” o del “Morto che lascia la sua tomba”. In alcune branche ben precise di quest’Ordine, non così impegnate in questioni di politica e geopolitica occulta, ma piuttosto nel “magico” e nella “necromanzia”, vi era una rituale esumazione dei corpi a scopo simbolico e occulto. L’intera storia della morte e della successiva esumazione del corpo di Akhromeev allude all’implicazione, nel crimine della sua morte, dell’Ordine Atlantico e forse delle sue più oscure, magiche ramificazioni. In ogni modo, i cospirologi occidentali associano univocamente il particolare della profanazione del corpo del maresciallo con la “rituale esumazione”, fino ad oggi praticata in Occidente da membri di sette piuttosto oscure. Probabilmente gli agenti atlantisti speravano anche di trovare dei documenti segreti nascosti con Akhromeed, o qualche speciale contrassegno sul suo corpo. Tutto ciò diviene più che credibile, una volta che teniamo conto del ruolo primario svolto da Akhromeev nell’Ordine polare dell’esercito e la sua stretta connessione con Ogarkov, uno dei principali protagonisti dell’Ordine Eurasista. Comunque, dopo il putsch gli atlantisti intrapresero dei passi decisi per decapitare gli eurasisti. Ma dopo un mese divenne chiaro che il loro attacco era naufragato, e dietro i loro isterici tentativi per completare urgentemente la rovina dello stato, la paura e il panico erano visibili assai chiaramente. L’Ordine di Eurasia non era stato definitivamente eliminato ed ora giungeva il suo turno di colpire. Alcuni segni precisi permettono di ritenere che questo attacco potrebbe essere l’Ultimo.

    Metafisica della guerra occulta

    L’opposizione dell’Ordine dell’Atlantico all’Ordine di Eurasia attraverso i secoli e i millenni, essendosi manifestata nelle più svariate forme, è in un certo senso il maggior contenuto cospirologico della storia, la storia di grandi passioni planetarie, la storia di popoli e religioni, razze e tradizioni, spirito e carne, guerra e pace. Nel confronto tra i due Ordini uno non deve vedere la semplificata immagine moralistica della lotta tra Bene e Male, Verità e Menzogna, Angeli e Demoni, e così via. Questo combattimento tra due opposte visioni del mondo, tra due immagini metafisiche della Vita, tra due percorsi per il cosmo e attraverso il cosmo, tra due grandi Principi, non solo in opposizione l’uno all’altro, ma anche indispensabili l’uno all’altro – dal momento che su questa coppia è basato tutto il processo cosmogonico e cosmologico, tutto il percorso ciclico della storia umana. L’ordine di Eurasia, l’Ordine del Principio Virile, del Sole, della Gerarchia, è la proiezione del Monte, di Apollo, di Ormudz, del Cristo Solare in Gloria, del Cristo Pantocrate. L’eurasia, in quanto Terra dell’Oriente è Terra di Luce, Terra di Paradiso, Terra di Impero. La Terra della Speranza. La Terra del Polo. L’ordine dell’Atlantico, l’ordine del Principio Femminile, della Luna, dell’Uguaglianza Orgiastica è la proiezione dell’egizio Seth, di Pitone, di Ariman, del Cristo Sofferente, dell’Umano, immerso nella disperazione metafisica della preghiera solitaria del Getsemani. L’Atlantico, Atlantis in quanto Terra dell’Occidente, è la Terra della Notte, la Terra della “fossa dell’esilio” (come disse un sufi islamico), il Centro dello Scetticismo planetario, la Terra della Grande Malinconia Metafisica. Entrambe gli Ordini hanno le più profonde e sacre radici ontologiche, ed hanno delle ragioni metafisiche per essere ciò che sono. Considerare uno di questi Ordini come un accidente della storia significa negare le logiche segrete dei cicli umani e cosmici. La scelta di un percorso geopolitico rispecchia la scelta di un percorso metafisico, di un percorso esoterico, il percorso dello Spirito attraverso l’universo. Perciò non esistono garanzie, è impossibile, strettamente parlando, affermare che l’Eurasia è buona e l’Atlantico è cattivo, che Roma è santa e Cathago è maligna, né il contrario. Ma ciascuno, chiamato dall’Ordine, dovrebbe fare un passo deciso e servirlo. Le leggi del nostro mondo sono tali che l’esito della Grande Battaglia non è predeterminato, l’esito del dramma “Eurasia contro Atlantis” dipende dalla totalità della solidarietà planetaria di tutti coloro chiamati in servizio, di tutti i soldati della geopolitica, di tutti i segreti agenti della Terra e degli agenti segreti del Mare. L’esito della guerra cosmica di Apollo con il Serpente Pitone dipende da ognuno do noi, che lo comprendiamo o meno.

    La fine dei Tempi

    Tutte le tradizioni religise e le dottrine metafisiche descrivono la Fine dei Tempi, la fine del ciclo come l’Ultima Battaglia, la Battaglia Finale. Le varie tradizione trattano in modo differente questo conflitto, e a volte ciò che in una tradizione è resentato come il “partito del Male”, diviene in un’altra tradizione il “partito del Bene” e viceversa. Ad esempio, per i cristiani ortodossi alla fine dei Tempi il giudaismo è considerato come la religione dell’Anti-Cristo, e per i giudei “i goi cristiani del paese del nord di re Gog” agiscono come una concentrazione del Male escatologico. Gli induisti ritengono che il Decimo Avatar, quello che verrà alla fine del ciclo, cancellerà i “Buddisti”, e i buddisti credono che il Buddha dei Tempi a venire, il sapiente Maytreya, apparirà tra la comunità buddista, etc. Tutto questo non comprova la relatività della divisione dei ruoli nell’Ultima Battaglia, bensì l’impossibilità di scegliere in anticipo un Bene evidente, che assicuri in modo certo di prendere parte dal lato “giusto” nella battaglia escatologica. Perciò è stato detto dei Tempi Ultimi che “anche gli eletti saranno tentati”. La scelta di una delle due fazioni escatologiche non può essere qualcosa di formale. E’ una scelta dello Spirito, è il Rischio più elevato, è il Grande Dramma Metafisico. Per questa ragione, nulla della realtà dell’epoca escatologica – e molte autorità tradizionali e religiose affermano che ora ci troviamo in tale epoca – può fungere da assoluto negativo o da assoluto positivo. Ed è specialmente sciocco assolutizzare una forma politica, equiparandola al “Male Assoluto” o al “Bene Assoluto”. Anche l’inizio della scelta vera sta lontano oltre il confine delle ideologie politiche esteriori, oltre il confine della relativa divisione tra democratici, fascisti e comunisti. La vera scelta inizia a livello della geopolitica e ascende oltre “lungo una profetica spirale” (secondo l’espressione di jean Parvulesco) fino agli abissi del Misticismo, della Metafisica, della Gnosi, dell’incomprensibile Segreto Divino. L’Ordine Eurasiano e l’Ordine Atlantico sono l’ultimo segreto della storia esteriore, umana, pubblica. In pratica, all’interno di questi Ordini vi sono molte altre sfere misteriose e chiuse, collegate con il Puro Metafisico. Ma tuttavia, la vera, rigorosa e consapevole lotta escatologica inizia proprio con l’Ordine di Eurasia e l’Ordine dell’Atlantico. Semplicemente operare in un Ordine, anche non immergendosi nel profondo degli ultimi segreti, è già sufficiente per essere un attivo, chiamato ed eletto partecipe del Grande Dramma.

    Endkampf

    La parola tedesca “Endkampf” (“Battaglia finale”, “Battaglia della Fine”) rende bene l’essenza della moderna situazione planetaria. I motivi escatologici, i motivi della Fine dei Tempi, penetrano non solo i movimenti religiosi mistici, ma anche la politica spicciola, l’economia la vita quotidiana. In Israele, dal 1962 i devoti giudei vivono in uno speciale “Tempo finale”, nel “tempo del Messia”. Gli Usa aspirano a stabilire sul pianeta uno speciale Nuovo Ordine Mondiale. Il mondialista europeo Jean Attali auspica l’avvento dell’ultima fase di uno speciale Regime del Commercio. I popoli islamici (specialmente gli sciiti) attendono nel prossimo futuro l’arrivo del Mahdi, l’Imam nascosto. Gli Induisti sono certi della rapida conclusione del Kali-Yuga, l’Età Oscura. C’è un revival di escatologismo razzista da parte dei movimenti nazional-socialisti mondiali. Nelle comunità cristiane circolano sempre più le profezie sull’Ultimo Papa (Flos Florum) per i cattolici romani e sull’Ultimo Patriarca per gli ortodossi. I lamaisti sono sicuri che il presente dalai Lama sarà l’ultimo. La Cina si è irrigidita in attesa mistica. Il comunismo sovietico è caduto improvvisamente e inaspettatamente. Tutti questi segni ci parlano dell’inizio dell’Endkampf, dell’inizio dell’Ultima Battaglia. E nel contesto escatologico anche le parole della canzone bolscevica “E’ la nostra ultima e decisiva battaglia” suonano come una rivelazione che turba, come un’allusione all’Endkampf planetaria.

    L’Ordine e i “nostri”

    Il termine “nostri” [nashi] non viene usato spesso nel contesto globale geopolitico. Uscì dalla geopolitica tedesca e il giurista Karl Schmitt insistette sulla necessità dell’introduzione del concetto di “nostri” per spiegare l’autodeterminazione politica di una nazione, di uno stato e di un blocco etnico. Il famoso tele-reporter Aleksandr Nevzorov lo fece in una serie di trasmissioni. “Nostri” è divenuto oggi nell’Impero russo un inequivocabile concetto eurasista, che include non solo russi e slavi, ma anche tartari, turchi, ugro-finnici, etc. realizzando una connessione genetica allo spazio ed all’idea imperiali. In pratica “nostri” di Nevzorov è una definizione sintetica per le persone di nascita eurasiana, per gli autoctoni imperiali, signori, per diritto di cultura e di nascita, del grande territorio. E’ indicativo che gli atlantisti in Russia non usino questa parola (è logico, dal momento che qui essi sono tra i “non nostri” [ne-nashi], tra gli altri; per essi, i loro “nostri” vivono al di là dei confini del continente, su un’ “Isola” distante e cupa). Ma per Jean Parvulesco, che ha reso questo termine anche un fondamentale concetto geopolitico e cospirologico, “nostri” ha un senso ancora più totalizzante (comunque egli include volentieri se stesso anche tra i “nostri” di Nevzorov). Jean Parvulesco identifica il concetto “nostri” con l’intera rete dei sostenitori del Grande Blocco Continentale – dal Giappone al Belgio, dalla Cina alla Francia, dall’India alla Spagna, dall’Irak alla Germania, dalla Russia all’Italia. “Nostri” per Parvulesco è un sinonimo dello stesso Ordine Eurasista con tutte le branche e i gruppi che che si ritrovano, coscientemente o meno, apertamente o segretamente, nella zona della sua influenza geopolitica, mistica e metafisica. “Nostri” è il fronte unito invisibile escatologico del Continente, il Fronte della Terra, il fronte dell’Oriente Assoluto, la cui provincia occidentale è l’Europa, la “nostra” Europa, l’Europa opposta all’Occidente, l’Europa della Tradizione, del Suolo, dello Spirito. “Nostri” sono sia i cattolici romani che gli ortodossi e gli islamici, sia gli induisti che i taoisti e i lamaisti, sia i pagani che gli agnostici e i mistici… Ma solo quelli tra di loro che sono devoti al Continente dell’Est, al suo misterioso e sconosciuto Destino. Parvulesco parla di una “Francia parallela”, di una “Romania parallela”, di una “Germania parallela”, di una “Russia parallela”, di una “Cina parallela” etc., come di una sostanza spirituale, come di un invisibile criterio spirituale di paesi reali uniti segretamente nella sola “Eurasia parallela”, nell’Eurasia del Puro Spirito”. I “Nostri” sono i combattenti dell’ “Eurasia parallela”, eroi dell’Assoluto Oriente, tutti coloro al servizio, attraverso le logiche occulte della “profetica spirale”, dell’Unica e Sola Idea, Proposito, Principio Nascosto. Un tempo il tedesco rivoluzionario-conservatore, nazionalista, russofilo ed eurasista Arthur Mueller van den Bruck disse, parafrasando Khomyakov (“La Chiesa è Una”): “Vi è un solo Reich (un Impero), così come c’è una sola Chiesa”. E’ il Reich dei “nostri”, la Chiesa dei “nostri”, è il “nostro” Impero e la “nostra” Chiesa.

    L’ora dell’Eurasia

    Mentre ritroviamo noi stessi in Eurasia, mentre noi parliamo nel suo nome, mentre restiamo collegati con il suo misterioso, mistico corpo – l’Eurasia ci appartiene, è “nostra”. Nonostante tutte le persecuzioni da parte degli atlantisti, nonostante tutta l’efficacia della loro strategia distruttiva, nonostante il pesante e profondo “sonno” di intere aree e di interi popoli che ci vivono, nonostante il dominio degli agenti dell’Ordine Atlantico sulla politica continentale, sulla cultura e sull’indistria continentali, il processo di “decolonizzazione” è implacabile. Solamente, noi dovremmo evitare di ricadere nell’arcaismo, nella difesa di forme obsolete cilturali, sociali o politiche; non dovremmo essere semplicemente conservatori, conservatori per inerzia. L’ordine di Eurasia è una Rivoluzione Conservatrice totale, il Grande Risveglio della coscienza geopolitica, è il percorso del Verticale, invece delle serpentine oscillazioni da sinistra a destra o dei tentativi di arretramento. L’ordine di Eurasia è il crudele e aperto duello con il forte e intelligente Avversario, con l’Ordine di Seth, dell’Asino Rosso, l’Ordine della “Morte Danzante”. Noi dovremmo scagliare nell’Oceano i servitori dell’Oceano, dovremmo imbarcare gli agenti dell’ “Isola” in un viaggio di ritorno verso la loro “Isola”. Noi dovremmo staccare dalla carne politica, culturale, nazionale del Continente coloro che tradiscono i “nostri”, che tradiscono i nostri ideali, i nostri affari. Sì, i nostri nemici hanno la loro verità. Sì, noi dovremmo rispettare la loro profonda scelta metafisica, dovremmo fissare i nostri occhinel loro Segreto, nella segreta “Fossa dell’Occidente”. Ma questo non dovrebbe influenzare la nostra risolutezza, la nostra collera, la nostra Crudeltà fredda e appassionata. Saremo indulgenti solo dopo, quando il nostro Continente sarà libero, quando l’ultimo atlantista sarà sceso nelle Acque Salate, nell’elemento che appartiene simbolicamente ad dio egizio con il muso di Coccodrillo. In base a segni definiti, “il Tempo è vicino”. Endkampf, l’Ultima battaglia scoppierà assai presto. Siete pronti, signori dell’ “Ordine Polare”? Siete pronti, soldati dell’Eurasia? Siete pronti, saggi strateghi del GRU? Siete pronti, grandi popoli che avete lanciato la vostra scommessa con il fatto stesso della vostra nascita? Già suona ?ora decisiva dell’Eurasia... La Grande Guerra dei Continenti già si avvicina al suo punto ultimo.

    Mosca, Febbraio 1991 - Gennaio 1992

    Note

    * E’ necessario notare che le vedute dell’Autore su Berya sono cambiate sostanzialmente dalla stesura di questo scritto, in seguito a nuovi elementi di valutazione storica portati alla luce dai principali storici russi. Così nella rivista Elementy (n.9) è apparso un articolo di A.Potapov (Eurasia e servizi segreti) che presenta un punto di vista completamente diverso di Berya e del suo ruolo. Lo stesso Dugin ha scritto ne «I Giudei e l’Eurasia»: «Quando la tendenza antisemita si accrebbe nel governo sovietico oltre confini delimitati – particolarmente scandalosa fu la distruzione del comitato ebreo antifascista composto praticamente al 100% da convinti eurasisti e da agenti diretti da Lavrenti Berya (che parla solo a loro favore)..» etc. Un recente documento eccezionale che rivede la figura di Lavrenti Berya è stato pubblicato da A. Parshev. (Note del traduttore dal russo M.Conserva).
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

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    Jean Thiriart

    L'EUROPA COME STATO E L'EUROPA COME NAZIONE SI FARANNO CONTRO GLI USA



    La costruzione europea nata dal Trattato di Roma (25 Marzo 1957) deve condurre all'Europa come Stato. E’ una costruzione valida, indispensabile e non è il suo carattere tecnico che dovrebbe farcela condannare in nome di un certo sentimentalismo. L’Europa del Mercato Comune è una buona cosa. Ma essa è troppo limitata nelle sue ambizioni. Essa mira alla realizzazione di strutture statuali. È allo stesso tempo molto e poco. L’Europa sarà compiuta solo quando essa sarà, insieme, Stato e nazione, vale a dire strutture e coscienza. Noi siamo storicamente i primi, e i soli, ad aver espresso la volontà di realizzare ciò. La nostra tendenza comunitarista è la fonte dalla quale scaturì per la prima volta il concetto di nazionalismo europeo. Questo è essenzialmente diverso, di fatto é diametralmente opposto, a quelli delle Europe egemoniche (Europa francese di BONAPARTE o di DE GAULLE ed Europa germanica di HITLER) e a quello dell’Europa delle patrie. La differenza tra l’Europa come Stato e l’Europa come nazione è quella che esiste tra l’inorganico e l’organico, tra la materia e la vita, tra la chimica e la biologia, tra l’atomo e la cellula.

    IL TRADIMENTO DEI REGIMISTI

    Tutti i governi europei occidentali sono usciti dai furgoni anglosassoni nel 1945. Sono i collaborazionisti degli occupanti, in via diretta o come filiazione. Perciò le costruzioni politiche europee dei regimisti sono ipotecate dai nostri occupanti. La prova di questa ipoteca, di questo tradimento dello scopo, appare un po' dovunque, ma in modo esplicito e clamoroso in un documento ufficiale del "Parlamento europeo" (sic): "L'Unione europea ha lo scopo di promuovere l'unità dell'Europa...".Molto bene, perfetto. Ma poco oltre leggiamo: "...l'adozione di una politica di difesa comune, nel quadro dell'Alleanza Atlantica, che contribuisca al rafforzamento dell'Alleanza Atlantica". Ecco dunque la confessione, ben evidente, ben esplicita. La confessione che questa "Europa" è solo un'appendice dell'imperialismo americano, poiché l'Alleanza Atlantica è il pescecane americano attorniato dagli sgombri europei regimisti. L'Europa ufficiale non perviene a costituirsi poiché essa è impastoiata nella contraddizione esplicita di fare una nazione che già in partenza si riconosce essere alla dipendenza di un'altra. Oscenità, ipocrisia.

    L'EUROPA DOVRÀ FARSI CONTRO GLI AMERICANI

    Una nazione si definisce specialmente per quanto la differenzia dalle altre, per il suo carattere, per i suoi intendimenti, per i suoi interessi. Quelli che affermano di fare l'Europa e che nello stesso tempo trovano negli Stati Uniti il modello perfetto di società, modello che si deve solo copiare, e che ritengono che ogni guerra americana sia anche la nostra, sono in contraddizione con sé stessi. Perché fare l'Europa se gli Stati Uniti sono perfetti? S'ingrandiscano gli Stati Uniti, sarebbe più logico. La cricca dei pretesi "Europei" che ogni sera recitano le loro preghiere prosternandosi verso Washington farebbe meglio a proporci l'Inghilterra come cinquantunesimo Stato americano, la Germania come cinquantaduesimo, l'Italia come cinquantatreesimo. Poiché quella è la realtà. Vi è una contraddizione assoluta, esplicita, concettuale, tra il fatto di essere Europei e il fatto di essere pro-americani. Chi si dice pro-americano si mette al bando dell'Europa, che si tratti della socialdemocrazia o di qualche citrullo d'estrema destra. Chi collabora con gli Americani è un traditore dell'Europa.

    L'EUROPA SENZA RISCHI: IDIOZIA

    Intellettuali candidi, talora benintenzionati, sperano di fare un'Europa con mezzi pacifici, ragionevoli. È un sogno. La storia si svolge attraverso convulsioni e battaglie, attraverso lo sforzo e il sacrificio. Una nazione si fa, segnatamente, contro qualcosa, contro dei nemici. Non soltanto gli Stati Uniti sono storicamente i nemici dell'Europa nascente sul piano oggettivo, essi dovrebbero esserlo anche sul piano psicologico. Una nazione ha bisogno di nemici per costituirsi, per conservarsi. Vivere col nemico di fronte crea l'unità, crea la salute morale, sostenta la forza di carattere. Per noi non è questione di chiedere l'Europa ma di prendere l'Europa. Oggettivamente mai alcuno Stato egemonico (come gli USA in questo momento nei confronti dell'Europa) ha elargito l'indipendenza ai suoi vassalli, ma tutt'al contrario è stato loro giocoforza prendersi l'indipendenza. L'Italia si fece, insieme, contro gli Austriaci e contro i Francesi. L'Europa si farà contro gli Americani. Una nazione si forgia nella lotta e si tempra col sangue. I rischi sono grossi ma bisogna correrli. La vita è rischio continuo. Il rischio dev'essere voluto, calcolato. Un'Europa senza rischi è una chimera smentita da ogni esperienza storica.

    LO SCUDO E IL CALENDARIO

    Il grande argomento specioso dei filoamericani infami è quello dello "scudo americano". Cos'è questo scudo? Esangue nel 1945, convalescente nel 1955, l'Europa è oggi sul piano industriale ed economico una fucina traboccante di salute. La protezione americana – contro l'assalto staliniano – era indispensabile nel 1948, utile nel 1951 (nello spirito dell'epoca). Oggi non è più la stessa cosa. Per fabbriche, per risorse economiche, per uomini, già la sola Europa occidentale non ha più bisogno degli Americani. Che se ne vadano, quindi. Nessuna gratitudine ci deve legare a loro, essi sono venuti in Europa per i propri interessi e non per i nostri. Nel 1949 potevamo essere filoamericani per ipocrisia e per interesse. Oggi non più. L'Europa occidentale da sola è abbastanza potente da mettere in piedi molto facilmente una forza militare in grado di respingere ogni potenziale avversario. Tutto sta nel volerla, questa forza militare, quindi di volere l'unità politica dell'Europa. Chi afferma che non si può fare a meno degli Americani non fa nulla perché se ne possa fare a meno. Lo "scudo americano" è l'alibi dei vili, è l'alibi degli infingardi, è l'alibi degli impotenti. L'ipocrita costruzione americana è la seguente: essi dicono, a fior di labbra, che se ne andranno dall'Europa quando saremo abbastanza forti per difenderci da soli (lo dicono ma non lo pensano), e allo stesso tempo fanno di tutto affinché noi non siamo mai abbastanza forti da soli. Lì sta la chiave di questa sfrontata menzogna. Gli Stati Uniti non vogliono venderci gli armamenti atomici né affidarceli nel quadro della NATO. La NATO è dunque una truffa (il pescecane e gli sgombri – vedi sopra), poiché vi si trovano alleati di prima classe (gli USA) e alleati di seconda classe (i piccoli paesi europei), avendo diritto alla bomba i primi e i secondi non avendone diritto. Gli Americani sono sufficientemente realisti per sapere che la fine della loro occupazione militare in Europa sarebbe seguita in capo a sei mesi dalla fine del loro dominio politico. Perciò gli Americani non possono sinceramente considerare la propria partenza. Gli Americani, a buona ragione, non hanno fiducia in una libera associazione Europa-USA su basi di parità. Essi sanno bene che un'Europa forte, indipendente, NON sarà un'alleata degli USA. Perciò gli Americani faranno di tutto per restare sempre militarmente indispensabili in Europa. La tesi dei collaborazionisti pro-americani secondo la quale noi non possiamo fare a meno degli Americani è ipocrita, farebbero meglio infatti a confessarci di non volerne fare a meno. L'argomento dello "scudo americano" sarebbe valido solo a due espresse condizioni:
    - Accesso immediato a tutte le armi atomiche per gli Europei della NATO
    - Calendario preciso del cambio delle truppe americane con le truppe europee
    Nessuno dei due punti è rispettato, né lo sarà. Andrò anzi più in là di questo piano prudente. Dirò anzi che è augurabile che le truppe americane levino il campo anche prima che il calendario sia fissato. Quando l'Europa avrà paura essa ritornerà padrona di sé. Attualmente l'Europa è pigramente vile al riparo dello "scudo americano". Per accelerare la presa di coscienza dell'Europa bisogna deliberatamente desiderare un pericolo. Sono la necessità, l'urgenza, l'imminenza che desteranno l'Europa. Occorre quindi accettare e auspicare i rischi di un cambiamento precoce, di un cambiamento pericoloso. Per cementare l'Europa, occorrerà metterla parzialmente in pericolo. Questo non è sfuggito ai capi della Francia nel 1792.... Non si crea una nazione con discorsi, con pie intenzioni e con banchetti. Una nazione si crea con fucili, con martiri, con pericoli vissuti in comune. Nei fatti i filo-americani sono dei cialtroni, della gente che non ha voglia di battersi nemmeno all'occorrenza. Essi accettano l'umiliazione dell'occupazione americana per non doversi battere essi stessi. È la stessa condizione di spirito della borghesia francese sotto l'occupazione germanica nel 1942. Costoro si credevano molto scaltri nel dire "i tedeschi crepano sul fronte russo per proteggere le nostre casseforti". Si credevano molto scaltri e non si accorgevano di essere dei grandi vigliacchi. Una simile tradizione non si abbandona. La medesima ignobile borghesia che si faceva proteggere dallo "scudo germanico" nel 1942 accetta oggi, compiacendosene, di farsi proteggere dallo "scudo americano". Dacché i loro dividendi sono protetti, essi sono soddisfatti. Ma se questa gente ha la paura fisica della partenza degli Americani, è perché allora essi dovrebbero far da soli; noi, non abbiamo paura. Qui sta il fossato che ci separa dalla cricca dei collaborazionisti filoyankee.

    LE SOLUZIONI GARIBALDINE

    L'unità italiana si fece con l'apporto di differenti fattori: l'idealismo e la magnifica preveggenza di MAZZINI, l'epopea d'azione di GARIBALDI, i calcoli di CAVOUR. Un complesso inseparabile. Sul piano puramente militare l'azione garibaldina fu insignificante. Sul piano storico essa fu essenziale, determinante. Fu grazie a GARIBALDI che il sangue fu versato. E quando il sangue è stato versato un fossato si scava tra l'occupante e l'occupato. Un fossato che obbliga tutti a prendere chiaramente partito a favore dell'occupante o contro. Dopo i primi morti non vi è più posto per i "sì, ma", i "forse". Il fenomeno si è verificato in Algeria fra il 1954 e il 1962. Nel 1954 numerosi Algerini potevano ancora difendere, a buon diritto, la tesi dell'occupazione francese come "male minore". Nel 1960 nessun Algerino poteva farlo più. Il fossato era stato scavato dai morti. Che lo sia stato artificiosamente, deliberatamente, non cambia nulla. Durante l'occupazione germanica i comunisti si comportarono in tal modo. Uccisero soldati germanici del tutto innocenti, con una palla nella schiena. Le autorità occupanti caddero nella trappola: fucilarono dei francesi a loro volta del tutto innocenti. La macchina a quel punto si era messa in moto, l'irrimediabile era accaduto. Ciò non poteva trovar fine se non con la distruzione totale dell'uno o dell'altro. Si poteva essere attendisti nel 1940, non più nel gennaio 1945. Quando GARIBALDI ebbe avuto i suoi primi cento morti nelle fila dei soldati irregolari, l'Italia iniziava a sentirsi in obbligo di chiudere la faccenda a cannonate. Fu ciò che fece. Anche l'Europa dovrà farsi contro i suoi occupanti. Se il "ricatto" è ben fatto ciò si realizzerà senza troppo sangue o addirittura senza violenze. Ma è probabile che il "ricatto" per la partenza dei nostri occupanti sarà spaventosamente rafforzato da "azioni garibaldine". Attraverso una duplicità patriottica molto politica, come quella di GARIBALDI e CAVOUR, noi faremo partire gli occupanti. Un rivoluzionario europeo deve quindi fin d'ora contemplare come un'ipotesi di lavoro un'eventuale lotta armata insurrezionale contro l'occupante americano. Colui al quale questa ipotesi fa paura non è un rivoluzionario. Non è neanche un nazionalista europeo. Quando si vuole il fine si vogliono i mezzi. Quando si vuole l'Europa si vogliono tutti i mezzi per farla. Occorrerà operare direttamente sugli eventi, eliminare dalla scena politica i governanti anti-europei e punzecchiare di baionetta le natiche degli esitanti. Sono più che mai persuaso che l'Europa sarà fatta da un PARTITO che costringerà a fare l'Europa, da un PARTITO che darà all'Europa una coscienza di sé stessa, da un partito preparato all'impegno ideologico o di passione politica, legale o illegale, dialettico o violento. Ieri c'è voluto il NEO-DESTUR per fare la Tunisia, l'ISTIQLĀL per fare il Marocco, il FLN per fare l'Algeria, come un secolo fa ci volle il Risorgimento per fare l'Italia. Per partorire l'Europa-nazione ci vuole un partito. Noi lo prepariamo.
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

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    Robert Steuckers

    L'EURO NON SARA' UNA MONETA CREDIBILE SE NON QUANDO L'EUROPA SARA' FORTE E SOVRANA



    Intervento di Robert Steuckers in occasione di un colloquio sull’Euro a Paris-Saint-Germain il 13 Dicembre 2001 e nel corso di una riunione di “Renaissance Européenne”, svoltasi a Bruxelles il 20 Dicembre 2001

    Cari amici, a meno di tre settimane dall’introduzione ufficiale dell’Euro nell’UE, con l’eccezione del Regno Unito, della Danimarca e della Svezia, vorrei ricordare tre gruppi di fatti che devono inquadrare ogni pensiero sulla nuova moneta unica, sia che questa riflessione le sia ostile sia che le sia favorevole. Io non sono un economista e il signor Chalumeau, qui tra noi, vi presenterà l’elemento economico dell’introduzione dell’Euro con molta più incisività di me. Il mio proposito è dunque quello di dare qualche idea generale e di richiamare alcuni fatti storici. 1. Innanzi tutto, l'Euro non è la prima moneta a vocazione europea o internazionale. L'Unione latina, dalla fine del XIX secolo al 1918, introdusse una moneta sovranazionale condivisa da Francia, Belgio, Svizzera, Grecia, in seguito da Spagna e da Portogallo, seguite da Russia e da alcuni paesi dell’America Latina. La prima guerra mondiale, creando enormi disparità, mise fine a questo progetto di unificazione monetaria, il cui motore era la Francia con il suo franco-oro. L’Euro, in questa prospettiva, non è dunque una novità. 2. Sulla base del ricordo dell’Unione latina e sulla base di volontà, all’epoca antagoniste, di creare l’Europa economica attorno alla nuova potenza industriale tedesca, l’idea di creare una moneta per l’intero continente europeo non è malvagia a priori, anzi. Il principio è buono e potrebbe favorire le transazioni all’interno dell’area della civiltà europea. Ma se il principio è buono, la realtà politica attuale rende l’Europa inadatta, al momento, a garantire la solidità di una tale moneta, contrariamente all’epoca dell’Unione latina, in cui la posizione militare delle nazioni europee si trovava nel mondo in posizione preponderante. 3. L'Europa è incapace di garantire la moneta che essa oggi si dà, perché essa subisce un terribile deficit di sovranità. Nel suo insieme, l’Europa è un gigante economico e un nano politico: questo paragone è stato ripetuto ad oltranza ed a giusto titolo. Quanto agli Stati nazionali, anche i due principali Stati del sub-continente europeo membri dell’UE, la Francia e la Germania, non possono pretendere di esercitare una sovranità in grado di resistere o di battere la sola potenza veramente sovrana del mondo unipolare attuale, vale a dire gli Stati Uniti d’America. Le dimensioni territoriali dopotutto ridotte di questi paesi, il numero limitato della loro popolazione, non permettono di elevare imposte sufficienti per dotarsi di elementi tecnici, tali da assicurare una tale sovranità. Perché oggi, come ieri, è sovrano chi può decidere sullo stato di urgenza e sulla guerra, come ci ha insegnato Carl Schmitt. Ma per essere sovrano, c’è sempre stato bisogno di disporre di mezzi tecnici e militari superiori (o almeno eguali) ai propri potenziali avversari. Al momento attuale, questi mezzi sono rappresentati da un sistema di sorveglianza elettronica planetaria, come la rete ECHELON, nata dagli accordi UKUSA (Regno Unito e Stati Uniti) che inglobano anche il Canada, l’Australia e la Nuova Zelanda, antichi dominions britannici. Il dominio dello spazio circumterrestre da parte delle potenze navali anglosassoni decolla da una strategia lungamente sperimentata: quella che mira a controllare le "res nullius" (i « territori » che non appartengono e non possono appartenere a nessuno, perché essi non sono tellurici, ma marittimi o spaziali). La prima "res nullius" dominata dall’Impero britannico è stato il mare, dal quale furono impietosamente eliminati i Francesi, i Russi, i Tedeschi e i Giapponesi. Sotto l’impulso ideologico dell’Ammiraglio Mahan e della "Navy League" americana, gli Stati Uniti ricevettero la staffetta. Nel 1922, il Trattato di Washington consacra la supremazia navale anglosassone e giapponese (il Giappone non sarà eliminato che nel 1945), riducendo al nulla la flotta tedesca costruita da Tirpitz e ridimensionando le flotte francese e italiana. La Francia subisce qui uno schiaffo particolarmente umiliante e scandaloso, nel senso che ha sacrificato un milione e mezzo di soldati in una guerra dalla quale le due potenze navali anglosassoni vanno a trarre tutti i benefici, con sacrifici in proporzione minori. La dominazione del mare, prima res nullius, comporterà il controllo di un altro spazio inglobante, cosa che permetterà di soffocare i continenti, secondo la "strategia dell'anaconda" (Karl Haushofer). Quest’altro spazio inglobante, egualmente una res nullius, è lo spazio circumterrestre, conquistato dalla NASA e ormai pieno di satelliti di telecomunicazioni e di osservazione, i quali danno alle potenze che li schierano e li pilotano una superiorità in materia di informazione e di indirizzo di tiri balistici. Le potenze che non sono né marittime né spaziali sono allora letteralmente soffocate e schiacciate dall’anaconda navale e da quello satellitare. Francesi e Tedeschi hanno sempre mal compresa l’utilità delle « res nullius » marittima e circumterrestre, malgrado gli avvertimenti di un Ratzel, di un Tirpitz o di un Castex. I popoli fissi sulla terra, che badano a vivere secondo le regole di un diritto ben solido e preciso evitando ogni ambiguità, difficilmente ammettono che uno spazio, impalpabile come l’acqua o come l’etere atmosferico o stratosferico, appartenga a qualcuno. Questa qualità contadina, questa preoccupazione del tangibile che è fondamentalmente onesta, retaggi di Roma, si rivelano delle tare davanti ad un approccio contrario che privilegia la mobilità incessante, la conquista delle linee di comunicazione invisibili e non quantificabili da un geometra o da un agrimensore. Ecco dunque i tre gruppi di considerazioni che vorrei voi prendeste questa sera in considerazione.

    Spazio circumterrestre e sovranità militare reale

    Prima di concludere, mi permetto di sottoporvi alcune considerazioni, questa volta di ordine storico e monetario. L'Euro ci è stato presentato come la moneta che farà concorrenza al dollaro ed eventualmente lo eclisserà. Di fronte a questo gioco di concorrenza, l'Euro parte perdente, perché il dollaro americano dispone di una copertura militare evidente, come è stato dimostrato dagli ultimi tre conflitti, del Golfo, dei Balcani e dell’Afghanistan. L'incontestabile sovranità militare americana si vede consolidata da un apparato diplomatico ben rodato, in cui non si tergiversa e non si discute inutilmente e si dispone di un sapere storico ben strutturato, di una memoria viva del tempo e dello spazio, contrariamente all’anarchia concettuale che regna in tutti i paesi d’Europa, vittime di istrioni politici scervellati, nella misura in cui non si sentono più di tanto responsabili di una continuità storica che sia nazionale-statale o continentale ; questa irresponsabilità sfocia in tutte le fantasie di bilancio, in tutte le capitolazioni, in tutte le svendite. Atteggiamenti che interdicono lo sbocciare di una sovranità, dunque anche il diritto regale di battere moneta. La conquista da parte dell’America dello spazio circumterrestre dà un enorme vantaggio nella corsa all’intelligence, come vedremo tra poco. Ora, dall’antichità cinese di Sun Tzu, qualsiasi principiante di studi strategici, dunque di studi politici, sa che la potenza proviene dall’abbondanza e dalla precisione dell’informazione: 1) Sun Tzu: "Se tu conosci il nemico e conosci te stesso, tu non conoscerai alcun pericolo in cento battaglie". 2) Machiavelli: "Quali sono le risorse fisiche e psichiche che io controllo, quali sono quelle che controlla il mio concorrente?". 3) Helmuth von Moltke: "Raccogliere in modo continuo e sfruttare tutte le informazioni disponibili su tutti gli avversari potenziali". 4) Liddell-Hart: "Osservare e verificare in maniera durevole, per sapere dove, come e quando potrò squilibrare il mio avversario". Da 2500 anni, il pensiero strategico è unanime; le centrali strategiche britanniche e americane ne applicano gli assiomi; il personale politico europeo, istrionico, non ne tiene conto. Dunque l'Euro resterà debole, fragile davanti ad un dollaro, forse economicamente meno forte in assoluto o in linea di pura teoria economica, ma coperto da un esercito e da un sistema di informazioni terribilmente efficace. Il solo vantaggio dell'Euro è la quantità di scambi interni dell’UE: 72%. Magnifica performance economica, ma che nega i principi di autarchia o di autosufficienza, opta dunque per un tipo di economia « penetrata » (Grjébine) e non protegge il mercato con strumenti statali o imperiali efficaci. Tali incoerenze portano al fallimento, al declino e alla caduta di una civiltà. Altro aspetto della storia monetaria del dollaro: contrariamente ai paesi europei, i cui spazi sono ridotti e densamente popolati ed esigono dunque una stretta organizzazione razionale che implica una dose più forte di Stato, il territorio americano, ancora largamente vergine nel XIX secolo, costituiva in sè, con la sua semplice presenza, un capitale fondiario non trascurabile, potenzialmente colossale. Quelle terre erano da dissodare e da organizzare: esse formavano dunque un capitale potenziale e costituivano un richiamo naturale a degli investimenti destinati a diventare redditizi. Per di più, con l’afflusso di immigranti e di nuove forze-lavoro, le esportazioni americane di tabacco, cotone e cereali non cessarono di crescere e consolidare la moneta. Il mondo del XIX secolo non era chiuso come quello del XX secolo e a fortiori del XXI, e consentiva del tutto naturalmente delle continue crescite esponenziali, senza grossi rischi di riflusso. Oggi il mondo chiuso non consente più una simile aspettativa, anche se i prodotti europei sono perfettamente vendibili su tutti i mercati del globo. Il patrimonio industriale europeo e la produzione che ne deriva sono indubbiamente i vantaggi maggiori per l'Euro, ma, contrariamente agli Stati Uniti, l'Europa soffre di un’assenza di autarchia alimentare (solo la Francia, la Svezia e l’Ungheria beneficiano di una relativa autarchia alimentare). Essa è dunque estremamente fragile a questo livello, tanto più che il suo antico « polmone cerealicolo » ucraino è stato rovinato dalla gestione disastrosa del comunismo sovietico. Gli Americani sono assai consapevoli di questa debolezza e l’ex ministro Eagleburger constatava con la soddisfazione del potente che “le derrate alimentari erano la migliore arma dell’arsenale americano”.

    Le due truffe che hanno « fatto » il dollaro

    Il dollaro, appoggiato su riserve d’oro provenienti parzialmente dalla corsa del 1848 verso i filoni della California o dell’Alaska, si è consolidato per un clamoroso imbroglio che non poteva essere commesso che in un mondo dove sussistevano degli steccati. Questa truffa ebbe per vittima il Giappone. Verso la metà del XIX secolo, desiderando aumentare le loro riserve d’oro per avere una copertura sufficiente per avviare il processo di investimenti nel territorio americano dal Middle West alla California, da poco sottratti al Messico, gli Stati Uniti si accorgono che il Giappone, volontariamente isolato dal resto del mondo, pratica un tasso di conversione dei metalli preziosi diverso dal resto del mondo: in Giappone, in effetti, si cambia un lingotto d’oro per tre lingotti d’argento, mentre dappertutto la regola vuole che si cambi un lingotto d’oro per quindici d’argento. Gli Americani comprano la riserva d’oro del Giappone pagandola secondo il cambio giapponese, cioè un quinto del suo valore! L'Europa non avrà la possibilità di commettere una tale truffa per consolidare l’Euro. Secondo imbroglio: la valorizzazione dell‘Ovest passa attraverso la creazione di una colossale rete ferroviaria, tra cui le famose transcontinentali. In mancanza di abbondanti investimenti americani, ci si appella ad investitori europei, promettendo loro dei dividendi straordinari. Una volta che le vie e le opere sono installate, le compagnie ferroviarie si dichiarano fallite, senza rimborsare da quel momento né dividendi né capitali. Il collegamento ferroviario Est-Ovest non è costato niente all’America; essa ha rovinato degli ingenui Europei ed ha fatto la fortuna di coloro che l’avrebbero immediatamente utilizzato. Gli Stati Uniti hanno sempre mirato al controllo della principale fonte di energia, il petrolio, in particolare concludendo ben presto degli accordi con l’Arabia Saudita. La guerra che oggi si svolge in Afghanistan non è che l’ultimo elemento di una guerra che dura da lungo tempo e che ha per oggetto l’oro nero. Non mi dilungherò sulle vicissitudini di questo annoso conflitto, ma mi limiterò a ricordare che gli Stati Uniti possiedono sufficienti riserve petrolifere sul proprio territorio e che il controllo dell’Arabia Saudita non serve che a impedire alle altre potenze di sfruttare questi giacimenti di idrocarburi. Gli Stati europei e il Giappone non possono quasi acquistare petrolio che tramite l’intermediazione di società americane, americano-saudite o saudite. Questo stato di cose indica o dovrebbe indicare la necessità assoluta di possedere un’autonomia energetica, come voleva De Gaulle, che scommise sul nucleare (al pari di Guillaume Faye), ma non esclusivamente; i progetti gaulliani in materia energetica miravano alla massima autarchia della nazione e prevedevano la diversificazione delle fonti di energia, puntando anche su quelle eoliche, sulle installazioni maremotrici, sui pannelli solari, sulle dighe idroelettriche, etc. Se simili progetti fossero di nuovo elaborati in Europa su vasta scala, essi consoliderebbero l’Euro, che, ipso facto, non sarebbe reso fragile da costi energetici troppo elevati. Altro vantaggio che favorisce il dollaro: l'esistenza del complesso militare-industriale. Immediatamente prima della guerra del 1914, gli Stati Uniti erano in debito verso gli Stati europei. Essi fornirono enormi quantità di materiali diversi, di conserve alimentari, di camion, di cotone, di munizioni agli alleati occidentali e costoro cedettero le loro riserve passando dallo stato di creditori a quello di debitori. Era nata l’industria di guerra americana. Essa dimostrerà la sua formidabile efficacia dal 1940 al 1945 armando non solo le proprie truppe, ma anche quelle dell’Impero britannico, dell’esercito mobilitato da De Gaulle in Africa del Nord e dell’armata sovietica. Le guerre di Corea e del Vietnam furono delle nuove « iniezioni di congiuntura » negli anni 50, 60 e 70. La NATO, se non è servita a sbarrare la strada all’ipotetico invasore sovietico, è almeno servita a vendere del materiale agli Stati europei vassalli, alla Turchia, all’Iran e al Pakistan. L'industria di guerra europea, senza dubbio in grado di fabbricare materiali in teoria concorrenziali, manca di coordinazione e un buon numero di tentativi iniziati per collegare gli sforzi europei vengono puramente e semplicemente silurati: io ricordo che il "pool" europeo dell’elicottero, che doveva unire la MBB (Germania), la Dassault e la Westland (Regno Unito) è stato sabotato da Lord Brittan. Nel 1944, la situazione è talmente favorevole agli Stati Uniti, grandi vincitori del conflitto, che viene stabilito un tasso fisso di cambio tra il dollaro e l’oro: 35 $ per un’oncia d’oro. Nixon metterà fine a questa parità nel 1971, provocando la fluttuazione del dollaro, il quale, tra lui e Reagan, varierà da 28 a 70 franchi belgi (4,80 e 11,5 franchi francesi al cambio attuale). Ma queste fluttuazioni, che alcuni fingevano di avvertire come calamità, hanno sempre servito la politica americana, hanno sempre creato delle situazioni favorevoli: il dollaro basso facilitava le esportazioni e quello elevato permetteva talvolta di raddoppiare il prezzo delle fatture emesse in dollari e di aumentare così i capitali senza colpo ferire. Si può dubitare che l'Euro sia in grado di dedicarsi alle stesse pratiche. Ritorniamo all’attualità: nel 1999, all’inizio dell’anno tutto sembrava andare nel miglior modo per l'Euro. L'inflazione diminuiva negli Stati membri dell’Unione. I deficit di bilancio nazionali si riassorbivano. La congiuntura era buona. Gli Stati dell’Asia annunciavano che si sarebbero serviti dell’Euro. Con lo scoppio della guerra dei Balcani, l'Euro passerà dal cambio di 1 Euro per 1,18 dollari, del 4 gennaio 1999, a 1 Euro per 1,05 dollari di fine aprile, in piena guerra nei cieli serbi, e a 1 Euro per 1,04 dollari di giugno, nel momento in cui cessano i bombardamenti sulla Yugoslavia. In tutto, l'Euro avrà perduto l’11% del suo valore (il 18% dicono i più pessimisti), a causa dell’operazione contro Milosevic, demonizzato dalle attenzioni della CNN.

    La guerra del Kosovo ha reso pericolosamente fragile l'Euro

    Dopo la guerra del Kosovo, l'Euro, indebolito, acquista la nomea di essere una moneta da perdenti. L'Europa diviene un teatro di guerra, cosa che diminuisce la fiducia nelle sue istituzioni, specialmente in Asia. Lo stop dei bombardamenti non significa la fine delle ostilità nei Balcani e da ciò deriverà una UE impotente a mantenere l’ordine nella propria area geopolitica. L'economista tedesco Paul J. J. Welfens enuncia sei ragioni concrete per spiegare la svalutazione dell’Euro: 1. Non ci sarà più ripartenza nel Sud-Est del continente se non dopo lungo tempo. Lo spazio balcanico, aggiungerei, è uno “spazio di sviluppo complementare” (Ergänzungsraum) per l'Europa occidentale e centrale, come lo era d’altronde già prima del 1914. Una delle ragioni principali della prima guerra mondiale fu quella di impedire lo sviluppo di questa regione, al fine che la potenza tedesca e sussidiariamente la potenza russa, non potessero avere « finestre » sul Mediterraneo orientale, dove si trova il Canale di Suez, da dove i francesi erano stati cacciati nel 1882. Nel 1934, quando Goering, senza tenere conto del disinteresse di Hitler, giunge a creare un modus vivendi attraverso degli accordi con i dirigenti ungheresi e rumeni e soprattutto tramite l’intesa con il brillante economista e ministro serbo Stojadinovic, i servizi americani evocano la creazione de facto (e non de jure) di un "German Informal Empire" nel Sud-Est europeo, cosa che costituisce un "casus belli". Nel 1944, Churchill perviene a frammentare i Balcani proteggendo la Grecia, « neutralizzando » la Yugoslavia a beneficio dell’Occidente e lasciando tutti i paesi senza sbocco sul Mediterraneo a Stalin e ai Sovietici, che vengono così totalmente messi nel sacco nonostante il ruolo di “grandi spauracchi” loro affibbiato. La fine della Cortina di Ferro avrebbe potuto permettere, a termine, di rifare dei Balcani quello « spazio di sviluppo complementare » nell’area europea. Costanti nella loro volontà di balcanizzare sempre i Balcani, perché essi non divengano mai l’appendice della Germania o della Russia, gli Americani sono riusciti a congelare ogni sviluppo potenziale nella regione per numerosi decenni. L'Europa non beneficerà dunque dello spazio di sviluppo sud-orientale. Di conseguenza, questo stato di cose rallenterà la congiuntura e le prime vittime della paralisi delle attività nei Balcani sono la Germania (guarda caso), l’Italia, l’Austria (che aveva triplicato le sue esportazioni dal 1989) e la Finlandia. L'Euro ne risentirà. 2. I "danni collaterali" della guerra aerea hanno provocato dei flussi di rifugiati in Europa, cosa che costerà all’UE 40 miliardi di Euro. 3. L'Europa sarà costretta a sviluppare un "Piano Marshall" per i Balcani, il che rappresenterà un semestre del budget dell'UE! 4. Le migrazioni interne, provocate da questa guerra e dal deteriorarsi della situazione, specialmente in Macedonia e in una Serbia privata di un buon numero delle sue possibilità industriali, porranno un problema sul mercato del lavoro e aumenteranno il tasso di disoccupazione nell’UE, mentre proprio questo tasso elevato di disoccupazione costituisce l’inconveniente maggiore dell’economia dell’UE. 5. La guerra permanente nei Balcani mobilita gli spiriti, ricorda Welfens, che non meditano più di mettere a punto le riforme strutturali necessarie all’insieme del continente (riforme strutturali che vedono d’altronde i loro budget potenziali considerevolmente tagliati). 6. La guerra in Europa innescherà una nuova corsa agli armamenti che poterà beneficio agli Stati Uniti, detentori del migliore complesso militare-industriale. 7. Noi vediamo dunque che la solidità di una moneta non dipende tanto da fattori economici, come si tenta di farci credere per meglio rimbecillirci, ma dipende essenzialmente dalla politica, dalla sovranità reale e non da quella teorica. Questa sovranità, come ho già detto all’inizio di questa esposizione, si fonderebbe, se essa esistesse nella testa dell’Europa, su un sistema per lo meno equivalente a quello di ECHELON. Perché ECHELON non serve a guidare i missili, come una sorta di super-AWACS, ma serve soprattutto a spiare il settore civile. Nell’indagine che il Parlamento europeo ha recentemente ordinato sulla rete di ECHELON, si è potuto constatare decine di casi in cui dei grandi progetti tecnologici europei (specialmente presso la Thomson in France o presso un centro di ricerche eoliche in Germania) sono stati curiosamente sorpassati dai loro concorrenti americani, grazie a ECHELON. L'eliminazione di ditte europee ha comportato dei fallimenti, delle perdite occupazionali e dunque un arretramento congiunturale. Come può l’Europa in queste condizioni consolidare la sua moneta? Peggio: il vantaggio europeo, questo famoso 72% delle transazioni interne alla UE, rischia di essere intaccato se delle ditte americane forniscono prodotti di alta tecnologia a prezzo basso (perché esse non ne hanno finanziato la ricerca!). L'Euro è una buona idea. Ma l'UE non è un’istituzione politica in grado di decidere. Il personale politico che la incarna è istrionico, si rivela incapace di dare il giusto ordine alle priorità. In tali condizioni, noi corriamo verso la catastrofe.

    12 Dicembre 2001 Synergies Europèennes. Ufficio di Bruxelles, 3 Febbraio 2002




    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

 

 
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