dal sito del quotidiano dei Vescovi Cattolico-Romani
" STORICO PASSO DI SHARON
SVOLTA POSSIBILE A LUI solo
Fulvio Scaglione
«Non è solo con la spada che riusciremo». Nell'andamento convulso di una giornata che potrebbe diventare decisiva per il futuro di Israele, le parole del premier Ariel Sharon in Parlamento, durante il dibattito sul ritiro degli insediamenti israeliani dalla striscia di Gaza, si stagliano non come uno sfoggio di idealismo ma piuttosto come una dura e sana lezione di realismo. Nessun Paese al mondo ha vinto, essendo aggredito come Israele, tre guerre consecutive senza riuscire a garantirsi la pace: è toccato proprio all'ottantenne ex generale, non meno duro da politico di quanto lo fosse da soldato, ricordare alla sua gente quell'amaro paradosso e insieme proporre una via per provare a superarlo.
Per un leader meno grintoso l'impresa potrebbe essere impossibile. Mentre proponeva il ritiro da Gaza, Sharon intensificava le azioni per la repressione del terrorismo palestinese, cercando di indurre a più miti consigli le frange dell'estremismo armato (politico o islamizzato che sia) e nel contempo provando a rassicurare quella parte dell'opinione pubblica israeliana che potrebbe interpretare il ritiro non come un riassetto strategico ("per rafforzare il controllo sulle terre essenziali alla nostra esistenza", ancora parole di Sharon) ma come un segno di debolezza.
Intanto, il voto alla Knesset su Gaza si caricava di valenza ulteriore, fino a diventare la prova generale di una diversa maggioranza di governo, forse quel governo di unità nazionale con cui Sharon ha spesso provato a stuzzicare le ambizioni di Shimon Peres e del partito laburista, cercando insieme di minare la volontà di rivalsa della fronda interna al suo partito, il Likud. Sullo sfondo, un altro obiettivo politico: ridimensionare il potere d'interdizione che l'estrema destra israeliana ha finora esercitato, brandendo la causa dei coloni come una sorta di clava morale con cui indirizzare le decisio ni dei governi di volta in volta in carica.
Non è da escludere che, con il ritiro da Gaza, Sharon cerchi di influenzare gli eventi anche nel campo palestinese. L'incapacità di Arafat di garantire un minimo di buon governo all'entità amministrativa palestinese e di farla uscire dalla spirale attentati-repressione è da tempo evidente. In più, il declino del suo carisma si è accompagnato all'ascesa della popolarità di Hamas, in una miscela disastrosa per la causa della pace e soprattutto dei palestinesi. Proprio da Gaza potrebbe partire, se non una rivolta contro Arafat, almeno l'esempio di una diversa gestione del potere e del confronto-scontro con Israele. Non a caso nella "striscia" si scontrano da tempo i fedelissimi di Musa Arafat, cugino del leader e suo plenipotenziario, e quelli di Mohammed Dahlan, ex ministro considerato il capofila di una nuova generazione di leader palestinesi, più pragmatici e sempre più insofferenti rispetto ad Arafat e ai suoi vecchi compagni di lotta.
Lasciando Gaza, Sharon potrebbe essere tentato di favorire Dahlan a scapito di Arafat. Un'altra scommessa difficile, per la quale però il premier israeliano potrà contare su un alleato importante: l'Egitto, che si è preso in carico il compito di garantire la sicurezza a Gaza al momento del ritiro. Un'alleanza assai poco sbandierata ma che l'attentato di Taba ha rafforzato con nuove motivazioni. "
Shalom




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