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Discussione: Gli Arafat

  1. #1
    SENATORE di POL
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    Predefinito Gli Arafat

    Esiste o è esistito davvero un uomo chiamato Arafat? Ossia, egli era davvero un solo uomo? Leggendo, ascoltando e confrontando fra loro i vari punti di vista, in questi giorni in cui il capo dell'Autorità Nazionale Palestinese è sospeso fra la vita e la morte (e la decisione fra le due opzioni pare essere stata sottratta alla natura, ai medici o a Dio, per diventare una decisione politica), sembrerebbe quasi che ci siano e/o ci siano stati più Arafat.
    Più Arafat esistono oggettivamente se si analizza il comportamento coerentemente opportunista e zigzagante di un terrorista che ha conquistato il premio Nobel per la pace, di un eroe del suo popolo che ha usato il potere come un dittatore senza Stato.
    Più Arafat esistono soggettivamente nelle diverse interpretazioni che gli osservatori internazionali hanno dato e danno della sua figura. Dalla sua descrizione come un terrorista impenitente e bugiardo, che si prefiggeva come unico scopo quello della distruzione di Israele, a quella di un grande leader di un popolo oppresso che, abbandonate le velleità rivoluzionarie ha infine lavorato sinceramente, pur in un contesto difficile, per la pace, accettando di spartire la Terra con lo Stato ebraico di Israele.
    Personalmente propendo moderatamente per la prima ipotesi, nel senso che con tutta evidenza Arafat non ha mai rinunciato davvero all'obiettivo finale di "liberazione" di TUTTA la Terrasanta dalla presenza della "entità sionista" costituita dallo Stato di Israele. Tuttavia, ad un certo punto, ha compreso che questo obiettivo poteva essere conseguito anche "a tappe" e utilizzando contemporaneamente diverse armi e diverse strategie, dalla guerra alla diplomazia, dall'arma politica a quella militare a quella demografica, a quella della propaganda, a quella del terrorismo puro.
    Liberare un lembo della Palestina, quello dei "Territori" (Cisgiordania e Gaza) per fare di questo il punto di partenza della "reconquista", da attuare sia con mezzi politico-militari, che terroristici, che diplomatici che demografici , utilizzando l'arma del preteso ritorno dei "profughi" e la maggiore prolificità degli arabo-palestinesi per trasformare lo stesso Israele in uno stato sempre più progressivamente arabo, fino alla sua cancellazione come focolare nazionale ebraico, come terra di approdo di un popolo senza terra.
    Lo zigzagare degli atteggiamenti di Arafat, la sua doppiezza sempre più malcelata negli ultimissimi anni, sono altresì ancorati alla sua concezione del potere, al suo attaccamento al potere dentro al suo mondo, al suo partito, all'OLP e poi all'Autorità Nazionale Palestinese.
    Le sue strette di mano con Rabin e Barak che simboleggiano per molti la sua determinazione a giungere ad una soluzione pacifica della "questione israelo-palestinese", devono essere lette contestualmente ai suoi atti di rottura violenta, di intransigente perseguimento di obiettivi incompatibili con la vita libera e sicura dello Stato di Israele.
    Al tempo stesso, però, sarebbe riduttivo non vedere in lui il capo carismatico di un popolo vittima di eventi storici determinati, in gran parte, da scelte antiche del mondo arabo. Mondo arabo con il quale, dal settembre nero, alla guerra del libano, alla sua scelta pro-Saddam nella prima guerra del golfo, egli ha sempre avuto un rapporto altrettanto ambiguo di quello conservato con i suoi nemici mortali (Israele e Stati Uniti in primo luogo).
    Legato per tanti anni, durante la spaccatura del mondo in due campi contrapposti, a quello dominato dell'Unione Sovietica, Arafat è riuscito ad abbindolare comunque per molto tempo, con l'aiuto della propaganda profonda di coloro che anche in Europa occidentale simpatizzavano per il "campo socialista", gran parte dell'opinione pubblica occidentale e soprattutto europea.
    Questo è stato il risultato più brillante che ha conseguito dal punto di vista del consolidamento della sua inammovibilità, visto un largo riconoscimento internazionale, da unico e legittimo rappresentante del popolo palestinese, anche in momenti in cui la sua popolarità fra gli arabi e fra gli arabo-palestinesi era tutt'altro che all'apogeo.
    Tra tutti "gli Arafat", questo è stato quello che portato più risultati, non solo simbolici (il Nobel) ma anche pratici (la formazione del semistato sotto l'autorità dell'ANP), alla causa del suo popolo.

    Shalom

  2. #2
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    Il dibattito su chi è stato davvero Arafat non è nemmeno agli inizi.
    Sicuramente la sua è una figura che, nel bene e nel male, ha segnato la storia intera di un popolo.

    A mio parere sul suo conto ci sono molte più luci che ombre, ma questo giudizio è legato indissolubilmente alla mia mentalità, al mio modo di intendere il conflitto in questione: per me (e per quelli come me) l'importante è che si raggiunga un compromesso di riappacificazione; non ho la sensibilità necessaria per capire quanto sia importante per gli Israeliani (o viceversa per i Palestinesi) mantenere il controllo di un lembo di terra piuttosto che di un altro.
    Ne consegue dunque che il mio giudizio su Arafat sia negativo per gli stessi motivi che Pieffe ( ) ha riportato qui sopra: per Arafat probabilmente la "pace", l'accordo, rientravano soltanto in una strategia più ampia, mirata a raggiungere nel tempo l'obiettivo ultimo mai smentito, la distruzione di Israele.

    In questo senso si spiegano anche le valutazioni di molti nostri avversari politici: Arafat per loro non è affatto un paladino della pace. In Arafat la sinistra internazionale vedeva anzitutto un paladino dei Palestinesi, un idolo anti-americano, come Castro.
    Chi sostiene Arafat vuole davvero la pace in Terrasanta? O non vuole per caso la rivincita del proletario popolo Palestinese?

  3. #3
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    Multi, forse non ti sei accorto di una enorme contraddizione interna al tuo stesso post.

    Tu dici che il partito di Sharon NON VUOLE ACCETTARE una Gerusalemme non ebraica. Poi però dici che molti dei problemi di questo ultimo periodo della seconda Intifada sono sorti da... una passeggiata sulla spianata delle Moschee da parte di un Ebreo.
    Ora mi spieghi chi NON VUOLE ACCETTARE una Gerusalemme libera? Sharon che vuole farsi una passeggiata in una parte della Città Santa o gli estremisti islamici che glielo vogliono impedire?

  4. #4
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    In origine postato da multietnico
    ugo,non cercare di fare il finto tonto....
    SHARON SAPEVA CHE QUELLA ERA UNA PROVOCAZIONE PER I PALESTINESI.
    LO HA FATTO DELIBERATAMENTE.
    e comunque questo è solo uno dei motivi,leggi bene quello che ho scritto nel precedente post
    E perché per gli arabi palestinesi una semplice camminata su una parte della città di gerusalemme è stata interpretata come una provocazione di portata tale da scatenare una vera e propria guerra?
    Forse che, nei desideri dei Palestinesi, Gerusalemme per essere "libera" deve in realtà essere preclusa agli Ebrei?
    Inutile nascondersi dietro una foglia di fico: Sharon è stato un provocatore, ma se i Palestinesi fossero guidati da gente più illuminata le cose sarebbero diverse.

  5. #5
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    La cosiddetta "spianata delle Moschee", è notoriamente anche luogo santo per gli ebrei. Solo degli integralisti privi di senno, o degli abili manipolatori dell'intolleranza e dell'odio possono pensare di impedire ad un ebreo di recarvisi o di considerare questo diritto di un ebreo osservante.... una "provocazione".

    Shalom

  6. #6
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    dal quotidiano LIBERO di ieri

    " IL TERRORISTA MILIARDARIO CHE RUBAVA AL SUO POPOLO

    di ANGELO PEZZANA

    Se pensava di entrare nei libri di storia, Arafat può riposare tranquillo. Dopo quasi quarant’anni di scena sul palcoscenico palestinese ci entrerà sicuramente. Anche se non sarà l’Arafat statista ad essere ricordato. La divisa militare che ha sempre indossato, insieme alla keffiah, rappresenta il limite che non ha mai superato nella sua lotta per conquistare al suo popolo uno S t at o. Uno Stato che è nato nell’immaginario palestinese unicamente in funzione anti Israele, non avendo avuto quel popolo nella sua storia mai alcuna rivendicazione di indipendenza. Arafat è rimasto per tutta la vita un terrorista, non è mai stato capace di entrare nel ruolo successivo, di fatto è rimasto lontano dai reali bisogni della sua gente. Che ha potuto governare e controllare soltanto grazie ad un sistema di corruzione interna e complicità internazionale. Tenere nelle proprie mani i cordoni della borsa gli ha consentito di condizionare alleanze e fedeltà, rendendo le istituzioni dell’Autor ità palestinese espressioni politiche di pura facciata. Il consenso che è riuscito a raccogliere nel mondo intero avrebbe dell’incredibile se pensiamo quanto poco interessino, anche e soprattutto ai pacifisti, i conflitti locali che non coinvolgano ovviamente America e Israele. La carta di Arafat non è stata la Palestina, ma Israele. Sullo Stato ebraico non gli è stato difficile raccogliere consenso. Dopo la seconda guerra mondiale e dopo la Shoah, sembrava (o almeno ci si illudeva) che sarebbe stato impossibile assistere alla rinascita dell’antisemitismo. Ci sbagliavamo. Sono quarant’anni che l’attenzione di gran parte dell’infor mazione mondiale è puntata sul conflitto israelo-palestinese, indicando in Israele il principale pericolo per la pace mondiale, quasi come se il futuro del pianeta dipendesse dall’esistenza o meno di uno Stato palestinese. Arafat l’aveva capito benissimo, tant’è che quell’appoggio ha saputo conservarlo non tanto lavorando per la costruzione del suo Stato, ma garantendo i suoi mentori con una guerra infinita contro l’esistenza stessa di Israele. Arafat ha sempre saputo, da quel gran bugiardo che era, dire tutto e il suo esatto contrario a seconda se parlava in arabo o se si esprimeva in inglese. Si riempiva la bocca della parola pace se parlava in inglese, mentre in arabo chiamava i suoi alla conquista di Gerusalemme. Dal massacro degli atleti israeliani durante le olimpiadi di Monaco ai dirottamenti aerei, dalle stragi negli aeroporti ai kamikaze usati per uccidere civili in Israele, Arafat è stato il rais che ha regalato all’opinione pubblica occidentale la parola “resistenti” che ambiguamente i media usano al posto di terroristi. Quando, sotto il benevolo sguardo di Clinton, disse no a Barak (laburista, non il falco Sharon) che gli offriva su un vassoio d’argento lo Stato palestinese formato dal 97% della Cisgiordania, Gaza per intero e Gerusalemme est per capitale, quanti si chiesero cosa gli stesse passando per la testa? Era lo Stato di cui tanto aveva blaterato e ora rispondeva no, grazie, non interessa. Quanti si sono chiesti in quei giorni se non era Israele ad interessargli, come da tante parti si continuava a insistere che quello e non altri era il suo vero progetto. Arafat ha potuto permettersi di tutto e continuare ad essere ugualmente credibile nel mondo democratico occidentale. Sembra che abbia dichiarato di voler essere sepolto sulla spianata delle moschee, ma questo suo ultimo desiderio, come la scomparsa dell’“entità sionista”, rimarrà tale. Sharon ha risposto di no, nemmeno in altro luogo di Gerusalemme. Per motivi di ordine pubblico, non tanto per il timore che il ricordo del rais defunto possa trasformarsi in un’icona pronta per la venerazione futura. Qualcuno si ricorda ancora in Egitto di Nasser? Nessuno, e tra breve anche il ricordo di Arafat svanirà, sostituito, speriamo, dalla volontà che una nuova leadership avrà per affrontare e risolvere tutti i problemi lasciati irrisolti. Sicuramente lo rimpiangeranno, a destra come a sinistra, quelli ai quali non importa nulla che l’Iran stia per dotarsi della bomba atomica, quelli ai quali la riconferma di Bush alla Casa Bianca non vuole dire guerra al terrorismo ed esportazione della democrazia ma l’“impero americano” che si riconferma tale, quelli ai quali importa solo che i diritti umani siano verificati e protetti in America e Israele ma se ne fregano bellamente di quanto avviene altrove. A tutte queste anime belle Arafat mancherà. A noi no. La sua dipartita rappresenta una boccata di ossigeno per il futuro, libero e democratico, di una parte del Medio Oriente.
    "


    Con senescenza

  7. #7
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    Molto interessante questa analisi della situazione pubblicata sual sito dell'ANSA:
    "

    Approfondimenti
    MO: ARAFAT, FORSE UNO SPIRAGLIO PER LA PACE
    GERUSALEMME - Fra bollettini medici, voci e smentite, sta uscendo di scena in un ospedale militare di Parigi uno dei grandi protagonisti della crisi senza fine del Medio Oriente e c'e' chi spera che senza Yasser Arafat uno spiraglio di pace possa nuovamente aprirsi sulla martoriata regione. Da due anni ogni negoziato si era rivelato praticamente impossibile fra palestinesi e israeliani: questi ultimi, con l'appoggio degli Usa, ritenevano Arafat un partner improponibile in un negoziato di pace, accusandolo di essere responsabile della impennata della violenza kamikaze contro i civili. Il rais teneva nelle sue mani tutte le leve del potere e il controllo totale dei servizi di sicurezza, non lasciando alcun margine di manovra ai suoi due primi ministri, moderati, riformatori e contrari alla violenza terroristica, Abu Mazen prima, Abu Ala dopo. Ora i 'due Abu' stanno gestendo la transizione verso il dopo Arafat, e potrebbero essere in grado di fermare la violenza e di riaprire la trattativa con Israele, aiutati dai paesi arabi moderati dell'area, come l'Egitto e la Giordania, che da tempo premevano su Arafat perche' delegasse al premier parte del controllo sui servizi di sicurezza. Alle chances dei due Abu ha detto implicitamente di credere il capo dell'opposizione israeliana, il laburista Shimon Peres: ''una nuova leadership si sta formando'' ha sottolineato, aggiungendo che ''i palestinesi hanno corretto il loro principale errore, ovvero il controllo della politica palestinese da parte dei terroristi''. Critico con Arafat, e ottimista su un possibile rilancio del dialogo anche il premio Nobel Elie Wiesel, che ha definito il rais ''l'intralcio piu' serio alla pace'': ''la sua scomparsa - ha aggiunto - segna l'inizio di una nuova era di speranza in Medio Oriente, speriamo che le parti sappiano metterla a frutto''. Ottimista anche Giulio Andreotti: ''con la scomparsa di Yasser Arafat paradossalmente la pace in Medio Oriente potrebbe essere piu' vicina'' ha detto il senatore a vita. ''Chiunque sia, il successore di Arafat sara' un partner per la pace'' ha commentato l'analista politico giordano Adnan Abu Odeh. IL NODO DEI SERVIZI DI SICUREZZA - Per i 'due Abu', se riusciranno a confermare la loro leadership congiunta - almeno in un primo tempo - la carta forse piu' difficile da giocare sara' quella della ripresa in mano dei servizi di sicurezza. Una mossa cruciale per fermare la violenza dei kamikaze, condizione imposta da Israele per la ripresa delle trattative. Il rais aveva posto ai vertici dei servizi suoi uomini, in particolare il cugino Mussa Arafat, comandante dei servizi segreti militari e vice capo della sicurezza generale a Gaza. IL SILENZIO DI ISRAELE - Sulla transizione politica palestinese spicca da giorni il silenzio del governo israeliano. Il premier Ariel Sharon ha ordinato il silenzio stampa ai suoi ministri fino a quando non si avra' un annuncio ufficiale dell'uscita di scena di Arafat probabilmente anche per non indebolire la nuova leadership emergente con segnali che potrebbero essere interpretati come di 'complicita'' con Israele. Ma fra Sharon e Abu Mazen, quando era premier, c'e' stata volonta' di dialogo, sotto pressione americana. IL FATTORE 'BUSH DUE' - A una possibile ripresa del dialogo fra israeliani e palestinesi potrebbe contribuire anche il fattore 'Bush due': ci si attende infatti che il presidente americano, rieletto trionfalmente, faccia della soluzione della crisi israelo-palestinese una grande priorita' del suo secondo mandato. Questo anche per intervenire alle radici del fondamentalismo musulmano che minaccia la fragile ricostruzione dell'Iraq e alimenta il terrorismo della nebulosa Al Qaida. Nella prima conferenza stampa dopo la sua rielezione, Bush ha confermato di voler lavorare alla realizzazione della formula dei 'due Stati', con la creazione di uno stato palestinese accanto a Israele, ''che vivano in pace l'uno con l'altro e ciascuno al sicuro all'interno dei propri confini''. E anche il premier britannico Tony Blair ha tenuto a sottolineare che ora ''la necessita' di rivitalizzare il processo di pace in Medio Oriente e' la piu' pressante sfida politica del mondo di oggi''.
    "

    http://www.ansa.it/main/notizie/fdg/...45693_ass.html



    Shalom

  8. #8
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    In origine postato da UgoDePayens
    Multi, forse non ti sei accorto di una enorme contraddizione interna al tuo stesso post.

    Tu dici che il partito di Sharon NON VUOLE ACCETTARE una Gerusalemme non ebraica. Poi però dici che molti dei problemi di questo ultimo periodo della seconda Intifada sono sorti da... una passeggiata sulla spianata delle Moschee da parte di un Ebreo.
    Ora mi spieghi chi NON VUOLE ACCETTARE una Gerusalemme libera? Sharon che vuole farsi una passeggiata in una parte della Città Santa o gli estremisti islamici che glielo vogliono impedire?
    La passeggiata e' impedita ad Arafat e all'ANP, di contro i fedeli devono CHIEDERE ad Israele se POSSONO andarci.

    Un tale livello di ignoranza l'ho solo riscontrato in Pfb quando parla dei soldi di Arafat

    Cioe', per dirla in breve, tutta la vostra propaganda si regge su menzogne e soprattutto evitate qualsiasi domanda, sembrate eteroguidati

  9. #9
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    In origine postato da Pieffebi
    dal quotidiano LIBERO di ieri

    " IL TERRORISTA MILIARDARIO CHE RUBAVA AL SUO POPOLO

    di ANGELO PEZZANA

    Se pensava di entrare nei libri di storia, Arafat può riposare tranquillo. Dopo quasi quarant’anni di scena sul palcoscenico palestinese ci entrerà sicuramente. Anche se non sarà l’Arafat statista ad essere ricordato. La divisa militare che ha sempre indossato, insieme alla keffiah, rappresenta il limite che non ha mai superato nella sua lotta per conquistare al suo popolo uno S t at o. Uno Stato che è nato nell’immaginario palestinese unicamente in funzione anti Israele, non avendo avuto quel popolo nella sua storia mai alcuna rivendicazione di indipendenza. Arafat è rimasto per tutta la vita un terrorista, non è mai stato capace di entrare nel ruolo successivo, di fatto è rimasto lontano dai reali bisogni della sua gente. Che ha potuto governare e controllare soltanto grazie ad un sistema di corruzione interna e complicità internazionale. Tenere nelle proprie mani i cordoni della borsa gli ha consentito di condizionare alleanze e fedeltà, rendendo le istituzioni dell’Autor ità palestinese espressioni politiche di pura facciata. Il consenso che è riuscito a raccogliere nel mondo intero avrebbe dell’incredibile se pensiamo quanto poco interessino, anche e soprattutto ai pacifisti, i conflitti locali che non coinvolgano ovviamente America e Israele. La carta di Arafat non è stata la Palestina, ma Israele. Sullo Stato ebraico non gli è stato difficile raccogliere consenso. Dopo la seconda guerra mondiale e dopo la Shoah, sembrava (o almeno ci si illudeva) che sarebbe stato impossibile assistere alla rinascita dell’antisemitismo. Ci sbagliavamo. Sono quarant’anni che l’attenzione di gran parte dell’infor mazione mondiale è puntata sul conflitto israelo-palestinese, indicando in Israele il principale pericolo per la pace mondiale, quasi come se il futuro del pianeta dipendesse dall’esistenza o meno di uno Stato palestinese. Arafat l’aveva capito benissimo, tant’è che quell’appoggio ha saputo conservarlo non tanto lavorando per la costruzione del suo Stato, ma garantendo i suoi mentori con una guerra infinita contro l’esistenza stessa di Israele. Arafat ha sempre saputo, da quel gran bugiardo che era, dire tutto e il suo esatto contrario a seconda se parlava in arabo o se si esprimeva in inglese. Si riempiva la bocca della parola pace se parlava in inglese, mentre in arabo chiamava i suoi alla conquista di Gerusalemme. Dal massacro degli atleti israeliani durante le olimpiadi di Monaco ai dirottamenti aerei, dalle stragi negli aeroporti ai kamikaze usati per uccidere civili in Israele, Arafat è stato il rais che ha regalato all’opinione pubblica occidentale la parola “resistenti” che ambiguamente i media usano al posto di terroristi. Quando, sotto il benevolo sguardo di Clinton, disse no a Barak (laburista, non il falco Sharon) che gli offriva su un vassoio d’argento lo Stato palestinese formato dal 97% della Cisgiordania, Gaza per intero e Gerusalemme est per capitale, quanti si chiesero cosa gli stesse passando per la testa? Era lo Stato di cui tanto aveva blaterato e ora rispondeva no, grazie, non interessa. Quanti si sono chiesti in quei giorni se non era Israele ad interessargli, come da tante parti si continuava a insistere che quello e non altri era il suo vero progetto. Arafat ha potuto permettersi di tutto e continuare ad essere ugualmente credibile nel mondo democratico occidentale. Sembra che abbia dichiarato di voler essere sepolto sulla spianata delle moschee, ma questo suo ultimo desiderio, come la scomparsa dell’“entità sionista”, rimarrà tale. Sharon ha risposto di no, nemmeno in altro luogo di Gerusalemme. Per motivi di ordine pubblico, non tanto per il timore che il ricordo del rais defunto possa trasformarsi in un’icona pronta per la venerazione futura. Qualcuno si ricorda ancora in Egitto di Nasser? Nessuno, e tra breve anche il ricordo di Arafat svanirà, sostituito, speriamo, dalla volontà che una nuova leadership avrà per affrontare e risolvere tutti i problemi lasciati irrisolti. Sicuramente lo rimpiangeranno, a destra come a sinistra, quelli ai quali non importa nulla che l’Iran stia per dotarsi della bomba atomica, quelli ai quali la riconferma di Bush alla Casa Bianca non vuole dire guerra al terrorismo ed esportazione della democrazia ma l’“impero americano” che si riconferma tale, quelli ai quali importa solo che i diritti umani siano verificati e protetti in America e Israele ma se ne fregano bellamente di quanto avviene altrove. A tutte queste anime belle Arafat mancherà. A noi no. La sua dipartita rappresenta una boccata di ossigeno per il futuro, libero e democratico, di una parte del Medio Oriente.
    "


    Con senescenza
    Articolo pieno di falsita'.

    Bocciato

  10. #10
    SENATORE di POL
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    In origine postato da multietnico
    CHE ARAFAT VOLESSE LA PACE LO HA CAPITO LA COMUNITà INTERNAZIONALE,QUINDI GLI STREPITI DI UN NAZISIONISTA ALLA PIEFGFEBI CONTANO NIENTE.

    Senti ....nazicomunista dei miei stivali.... vedi di non insultare l'intelligenza di nessuno con le tue filippiche antisemite e le tue provocazioni da amico dei terroristi.

    Shalom

 

 
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