La sfida di Fini riguarda anche la sinistra
di Tomaso Greco
6 novembre 2009
A ridosso dell’anniversario della caduta del muro di Berlino esce nelle librerie “Il futuro della libertà. Consigli non richiesti ai nati nel 1989″. Non è un libro, è un manifesto e non fa nulla per nasconderlo. Così questa non vuole essere una recensione, ma una riflessione politica condotta da chi è poco più anziano di quei nati nell’89 a cui il Presidente della Camera ha deciso di dedicare la pubblicazione.
E’ bene premettere che in Italia la destra non l’ha inventata Berlusconi e, anzi, nella storia repubblicana pre-1994 c’erano almeno tre destre molto diverse tra di loro. Una destra democristiana, conservatrice e di sistema, una destra liberale, minoritaria e confindustriale e una destra post-fascista, il movimento sociale, reazionaria e anti-sistema. Berlusconi è stato in questi anni un punto di forza incredibile della destra italiana, dal punto vista economico, della comunicazione e dei risultati elettorali e allo stesso tempo è stato un punto di sintesi tra culture differenti. Ma sull’altare del berlusconismo e del “principio del capo” la destra italiana ha sacrificato molte delle proprie spinte innovatrici e non deve sorprendere che la dialettica politica interna al PDL deflagri proprio nel momento in cui si aprono le danze per la successione nella leadership. Neppure deve sorprendere che si apra il confronto con una conflittualità molto accesa tra i chi si schiera con Berlusconi e chi si schiera con Fini: è finita un’epoca e se prepara un’altra. La trasformazione è profonda, in corso e tutt’altro che scontata.
La sfida di Fini ha il merito di essere chiara e di guardare lontano, scegliendo come interlocutori i giovani che vivono la doppia condizione di essere il futuro del Paese e in molti casi di non poter avere affatto fiducia nel futuro. E’ una scelta di coraggio, forse ancora più strutturale e di rottura rispetto al congresso di Fiuggi del 1995.
Fini fa i conti con il ‘900, con le sue conquiste ed i suoi orrori, con le lotte per i diritti femminili, con i totalitarismi, tesse una raffinata argomentazione del rapporto tra ideologia e libertà, affronta la questione dello stato sociale.
Non manca di farsi portatore di aperture importanti sul tema dei diritti civili. Qualcuno penserà che Fini non è più di destra, che dice cose di sinistra (del resto non sono pochi i riferimenti culturali certo non tradizionalmente di destra presenti nel suo libro), che si sta allontanando da una cultura conservatrice per approdare chissà dove.
In realtà lo sforzo di Fini è di segno opposto, sta riscrivendo l’orizzonte della destra italiana, di una destra moderna e, allo stesso tempo, capace di ritrovarsi sotto un’identità nuova. Quando difende una concezione alta di stato democratico e costituzionale, non lo fa in funzione di un attacco a Berlusconi (o meglio, non lo fa solo per quello), ma per delineare un senso di appartenenza nazionale includente e aperto a chi vede nell’Italia la speranza di una vita migliore.
La destra di Fini è identitaria, ma non ideologica, pragmatica e allo stesso tempo sognatrice. Non me ne vogliano i sostenitori di Sarkozy, ma se la destra di Fini, oltre ad avere idee, avrà gambe, potrà candidarsi a essere un pesce pilota per i Popolari Europei. Senz’altro avrebbe i titoli per essere la migliore destra dall’unità d’Italia.
Fini si rivolge ai giovani anche se sono difficili da convincere, ma la missione dell’ex segretario di AN sembra essere quella di creare una suggestione, di affascinarli all’idea di poter essere protagonisti del proprio futuro.
Da sinistra bisognerebbe riflettere molto. Soprattutto dovrebbero porsi delle domande quanti sperano di vivacchiare nelle contraddizioni e nei conflitti del PDL. Non è dato sapere se Fini riuscirà a vincere la sua doppia difficile partita, interna al PDL e nell’opinione pubblica, ma è certo che, se almeno parte delle posizioni teorizzate ne Il futuro delle libertà si trasformeranno in proposta politica, rischia di rappresentare un formidabile avversario per la sinistra italiana.
Il rinnovamento della destra dovrebbe essere un sollecito anche alla sinistra. Non è più tempo di rimandare, la sinistra italiana deve affrontare apertamente i nodi della propria storia e deve sottrarsi alla tentazione di nasconderli dietro il nuovismo e nelll’infingimento perenne per cui, con un maquillage di nomi e simboli, si azzera il passato. Il futuro della sinistra, e in questo il dibattito nella destra (forse favorito dalla presenza al governo) sembra più avanti, non si può affidare all’annullamento delle proprie identità in qualcosa di indistinto.
La sinistra italiana si presenti alla sfida ritrovando la sua capacità di pensare politiche per il lungo periodo e di avere un’idea di Paese. E non abbia paura dei nati nel 1989. Solo così, al futuro della libertà tracciato da Fini, si potrà rispondere prospettando la libertà del futuro.
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