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    Predefinito Dal Dio indifferente a....

    …quello impiccione

    Ti sei mai chiesto se Gesù vorrebbe che tu dimagrissi?” (volantino per un comizio in un college).
    Il giorno dopo partecipano centinaia di studenti attratti dall’interrogativo. In maggioranza donne.
    Anche questa è religione americana 2004.
    Che facciamo? Buttiamo bambino e acqua sporca, confermiamo lo status di superiorità intellettuale della vecchia Europa, oppure proviamo a capire meglio come il mondo cambia?
    E come ad esempio, un fattore tutt’altro che favorito allo sprint come “la religione”, conquisti pensieri e intenti d’un popolo. Ricordate: noi europei siamo quelli laici tosti, quelli che hanno appena cacciato Buttiglione, quelli sfottuti dall’ultima copertina di Newsweek che dispettosamente chiede:
    “In cerca dell’Anima. C’è posto per Dio nell’Europa secolare?”
    * * *
    Archiviata la questione elettorale americana, resta aperto il solco scavato dalle issues che l’hanno resa memorabile.
    Tant’è che converrebbe imboccarlo, provare a esplorare meglio, anche solo per sfatare la pietrosità dei luoghi comuni.
    Le guerre culturali che traversano la nazione sono state il grande sfondo comune, il bacino d’idee e confronto che ha trasformato una sfida politica in un ripensamento collettivo, che ha prodotto gli esiti noti.
    E’ troppo stimolante, troppo moderno e civile questo esempio del dibattito per lasciarlo cadere solo perché un presidente è stato eletto e per almeno tre anni la questione è sistemata.
    Più utile raccogliere i mille fili del discorso, per due motivi essenziali: per provare davvero a conoscere meglio la nazione-guida dell’occidente e approfondirne alcune dinamiche interne che altrimenti giacciono tra le pieghe del massimalismo.
    E in secondo luogo per provare a importare il metodo: alla vigilia dell’arroventamento elettorale italiano, i sintomi del fronteggiamento non promettono nulla di buono – programmi d’occasione, guerriglie da talk show, insulti e odio orizzontale, ideologia dell’antipatia.
    Le guerre culturali che oggi motivano e polarizzano lo scontro politico Usa, potrebbero, fatti i debiti aggiustamenti, divenire luogo comune della sfida italiana.
    Soppiantare la filosofia dell’“anti”.
    Ma servono apertura mentale, disponibilità e canali di comunicazione.
    Gli oggetti del contendere sono noti e numerosi, per quanto mortificati dalla scarsa attenzione loro accordata.
    Intanto, si può cominciare proprio da dove il discorso americano sembrerebbe malinconicamente esaurito, tra i coriandoli del festeggiamento repubblicano e i rimpianti democratici. Avventurandosi – senza pregiudizi, né arroganze.
    * * *
    C’è ad esempio una questione di cui è indispensabile parlare: ruolo, impatto e senso della religione nell’America contemporanea, influenza sulla vita pubblica dei cittadini e incidenza sul quotidiano dell’individuo.
    Argomento sterminato, da segmentare. Ma da affrontare con rispetto, per come oggi rappresenta un’effettiva chiave d’accesso alla comprensione dell’organizzazione sociale e della psiche americana, dopo i profluvi di parole che ha provocato durante l’avvicinamento elettorale e, in scala ben minore, in occasione dei recenti casi sollevati da “La Passione” di Mel Gibson o dallo scontro sul Pledge of Allegiance (dibattito questo per molti versi riutilizzabile nella nostra questione sui crocifissi nelle scuole e più in genere sulle ingerenze religiose in sede d’educazione pubblica).
    L’importante è rimuovere le formulette, il razzismo strisciante che rispolvera ad arte la famigerata “intolleranza della destra religiosa americana” o l’eccesso di sufficienza con cui da sinistra si liquida la religione in America come fenomeno postmoderno, personalizzazione sartoriale d’un prodotto che, pur di deflagrare sul mercato, tollera distorsioni, localizzazioni, spericolate riletture. Va insomma staccato dalle pareti il quadro che descrive come unici americani buoni quelli atei, lasciando agli altri il disprezzo riservato a una massa di fanatici cialtroni.
    (Quanto alla consunta questione sul laicismo dei Padri Fondatori, qualsiasi esperto vi dirà che, per strana contingenza, costoro erano per la maggior parte Deisti e che gli Stati Uniti vennero creati nel breve lasso durante cui si giudicò teologicamente accettabile credere in un Dio che non interviene nel mondo che ha creato. Una fortuna, a pensarci bene, perché per una democrazia secolare quale l’America si proponeva da subito di diventare, non esiste religione migliore del Deismo. Anche se oggi i Deisti in America sono estinti. E i credenti tendono a vedere la mano di Dio in tutte le notizie in sommario su Fox News).
    * * *
    Scrive Harold Bloom ne “La Religione Americana”:
    “Nulla è più estraneo alla religione americana dell’osservazione di Spinoza: chiunque ami Dio d’amore sincero non deve aspettarsi d’essere da Lui riamato. L’essenza del credo americano è quello d’essere amati personalmente da Dio, convinzione condivisa, secondo i sondaggi, da nove americani su dieci. Vivere in un paese in cui la maggioranza della popolazione si senta beneficiata da tale affetto divino, suscita commozione profonda”.
    Indubbiamente è comodo spalmare sulla religione americana la definizione “postmoderna”.
    Il fatto è che così la si stabilizza, rimuovendo l’inesausta sperimentazione che propone ogni giorno.
    A partire proprio dai più recenti sviluppi trasversali del fenomeno, che parlano di crescente rilassatezza nel sentimento religioso dell’individuo, di “customizzazione” del rapporto con la divinità, di gioioso procedimento di collaborazione tra il cristiano e Dio al fine dell’affermazione del primo, più che del secondo.
    Un Dio di servizio e di conforto che, guarda caso, spunta perfino nei discorsi del cristianissimo George W. Bush, dal momento che anche lui in fondo, è un americano tipico, nel pieno della critica mezz’età.
    Eppure la visione che dall’Europa s’evince di ciò è spietata e generalista, in contraddizione con la personalizzazione del rapporto col divino che invece pare l’ultima frontiera della religione americana (Harold Bloom la rappresenta perfino come una credibile espressione di libertà).
    L’equazione invariabile è Religione = Reazione.
    Inutile perfino rievocare gli evangelici che guidarono il movimento contro la schiavitù nell’Ottocento.
    O i battisti sul modello Martin Luther King Jr., capaci della spallata decisiva alla segregazione.
    E invece bisogna sforzarsi. Bisogna arrivare a percepire il ruolo della religione nella vita politica e culturale dell’America d’oggi, anche solo partendo dal rispetto che circonda la preghiera che apre le riunioni di gabinetto della presidenza.
    Una religione americana che, al di là delle banalizzazioni forestiere, si mostra più mansueta, inserita nel flusso esistenziale, avulsa dalle tentazioni d’isolazionismo, purificazione e ritorno alle origini che la contraddistinguevano in passato.
    Oggi un uomo che si dice animato da estremo senso religioso s’aggiudica la presidenza, costringendo il suo avversario a correre ai ripari: il Kerry che impiega l’ultimo giorno di campagna visitando le chiese, coi membri dello staff che accendono le telecamere allorché egli s’avvicina all’altare e abbraccia un pastore battista di colore con lo slancio riservato a un fratello. Messaggio lampante: non posso fare a meno di voi, non posso governare senza inginocchiarmi davanti a Dio, anzi, davanti alle molteplici versioni di Dio circolanti per il paese.
    Se abbraccio un pastore battista, consideratevi abbracciati tutti. Firmato: John Kerry.
    Peccato che l’altro fosse più convincente.
    * * *
    Oggi la religione americana sa adeguarsi ai linguaggi mondani. Chi crede profondamente, vuole nondimeno essere parte del dibattito politico, parte in causa nelle guerre culturali che si combattono mediaticamente.
    La religione americana s’arrischia nel quotidiano (non è scontato, a ben pensarci) a costo di venire a sua volta influenzata dalle punture della cultura.
    Non più tardi di 48 ore fa il Bush rieletto ha detto sorridendo:
    “Non desidero certo imporre la mia fede all’America”.
    E’ credibile, com’è fuori discussione che farà il possibile per affermare il maggior numero di principi tra quanti hanno provocato quella che chiama la sua rinascita come uomo e la sua vera nascita come politico.
    Ciò che adesso rende la religione americana un argomento interessante è proprio il suo essere diversa da ciò che era ieri. Il suo presentarsi come vettore del divenire e del cambiamento della più importante nazione del mondo.
    Il problema è che i cosiddetti liberi pensatori, americani e non americani, difficilmente sono pronti a conciliare su questo argomento.
    Secondo loro la religione americana è sempre la stessa: irrazionale, infantile, antidemocratica.
    Capace di trasformare automaticamente in eroi loro, che la combattono.
    * * *
    Anche le contaminazioni tra Stato e Chiesa, per come si vanno configurando in America, meritano discussioni a sé.
    Perché solo in America un presidente può candidamente dichiarare il suo desiderio di visitare Marte e al tempo stesso opporsi al cammino d’una possibile cura del diabete, assecondando alcune linee del suo credo.
    Del resto è altrettanto vero che i suoi tentativi vengono contrati e finiscono al centro, appunto, di vere guerre culturali.
    Tutto ciò non è certo in opposizione coi concetti della democrazia, appartenendo piuttosto al dispiegarsi d’una repubblica che vuole essere presidenziale e quindi si sottopone all’esposizione delle idee dell’uomo che ha scelto come guida.
    Se Bush è contro il matrimonio tra gay, lo dice: il dibattito è aperto, destinato a frazionarsi e stratificarsi.
    L’influenza della religione nella politica e nella vita pubblica americana esiste perché esistono uomini pubblici per i quali la religione ha una suprema importanza – ciascuno di loro democraticamente eletto alla propria carica.
    Ma da qui a descrivere una nazione governata dalla religione, ne corre.
    Senza dimenticare che nella mente degli americani la separazione tra Stato e Chiesa continua a essere un principio ben saldo.
    * * *
    Adesso Gesù è ovunque nella vita degli americani.
    In 140 milioni si dichiarano convinti che Gesù sia il figlio di Dio. Una buona percentuale lo vede affettuosamente come il suo individuale salvatore. L’ultimo Gesù d’oltreoceano somiglia a un americano ottimista.
    E’ un’icona di normalità.
    “L’uomo che nessuno odia” scrive Stephen Prothero in “American Jesus”: E’ di buon carattere, informale, generoso, attento ai desideri del pianeta.
    Offre salvezza su piani personalizzati, a seconda dei bisogni.
    La dannazione è tramontata come ago della bilancia nella trattativa e sulla vita eterna non ci si sofferma troppo.
    Al centro di tutto c’è il quotidiano, ciò a cui non possiamo rinunciare, con o senza Dio: il fragile posto di lavoro, i guai coi figli, la solitudine.
    La cristianità muscolare ottocentesca ha lasciato il passo a un Gesù consulente e terapeuta, non appena smaltiti gli effetti del Gesù freak, dylaniano e anticonsumista dei sepolti anni Sessanta.
    Il suo successo è formidabile.
    Se nel ’96 Time si chiedeva se Dio fosse morto, oggi a rispondere basta la miriade di affollatissime chiese d’America, piene di famiglie in tuta, pronte a condividere non tanto una liturgia quanto un dialogo interattivo col divino.
    La religione come aspirazione al rapimento estatico è soppiantata da una religione di gruppo, di incontro, una collettivizzazione delle emozioni.
    Gesù si è suburbanizzato con successo.
    E nell’America orizzontale si dimostra un buon cristo, perfino pronto alla spartizione della platea.
    Non a caso le città si popolano di templi buddisti e moschee, rivelando un’America bushiana più ecumenica che mai. Fermiamoci qui, sulla soglia della moschea, che preclude ad altri temi, altre visioni, altre guerre.
    Basta che il messaggio sia chiaro: di fronte a un’America che prova a rifondarsi nella continuità, conviene dribblare la disinformazione e analizzare i progetti in divenire.
    Poi, assunto il metodo, farne una via praticabile per il nostro confronto politico.
    Al quale, come mai prima, servono argomenti, attenzione e impegno.

    Stefano Pistolini

    Su Il Foglio del 6 novembre

    saluti

  2. #2
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    Predefinito Lo stesso argomento visto...

    ….da Rocco Buttiglione

    Che c’è dietro la vittoria elettorale di G. W. Bush ?
    Com’è cambiata l’America e perché oggi sembra essersi scavato un fossato fra America ed Europa?
    Per capire quello che sta succedendo bisogna partire dalle origini della democrazia americana e della democrazia europea.
    La democrazia americana nasce amica della religione.
    I Padri Fondatori non vogliono costituire nessuna Chiesa di Stato perché pensano che lo Stato non possa sapere qual è la religione vera.
    Credono, però, che una democrazia abbia bisogno di virtù che lo Stato non è in grado di produrre e che sono, in genere, prodotte dalle religioni o, più in generale, si originano nella sfera della cultura.
    Stato e Chiesa sono separati, ma è bene per lo Stato che ci siano le Chiese ed il loro messaggio gode di un livello elevato di riconoscimento pubblico.
    In Europa, invece, la Rivoluzione Francese si è svolta in gran parte contro la Chiesa.
    Rousseau pensava che lo Stato avesse bisogno di una religione civile e che le Chiese dovessero sottomettersi rinunciando a tutto ciò che nei loro dogmi contrastasse con questa religione civile.
    Più tardi Comte pensò di sostituire le religioni tradizionali con una nuova religione della scienza.
    Le religioni secolari totalitarie del secolo XX, il nazismo ed il comunismo, si collocano sul prolungamento naturale di questa visione continentale della democrazia statalista, ne sono quanto meno uno degli sbocchi possibili.
    Le radici lontane non bastano però a spiegare gli avvenimenti presenti.
    Un punto di riferimento più prossimo ci è dato dagli avvenimenti degli anni Sessanta.
    Allora, si è sviluppata negli Stati Uniti una grande età della secolarizzazione che ha portato in larghissima misura alla svalutazione di tutti i valori tradizionali. Si affermò una certa idea dell’ “uomo moderno” che non sarebbe più in grado di comprendere il tradizionale linguaggio cristiano, che si concepirebbe in qualche modo come il creatore di se stesso e che si emanciperebbe da qualunque idea di “legge di natura”.
    L’unica regola è che ognuno faccia quello che vuole sulla base della opinione del momento.
    Si diceva allora :“if it feels good it is good” ( “se ha un buon sapore allora è buono”).
    Naturalmente con il tempo abbiamo dovuto reimparare che molte cose hanno un buon sapore ma sono invece cattive, fanno male e possono uccidere.
    La droga, allora molto di moda come simbolo di uno stile di vita libertario ed alternativo, è una di quelle.
    Le principali Chiese americane, le cosiddette “mainstream churches” ( le chiese di maggioranza) si sono arrese alla secolarizzazione ed hanno elaborato una teologia capace di evitare qualunque conflitto fra mentalità secolarizzata ed un cristianesimo addomesticato.
    Gli anni Settanta e Ottanta vedono una drammatica trasformazione del panorama religioso americano.
    Gli americani smettono di frequentare le chiese secolarizzate, che erano state fino ad allora quelle più rispettabili, quelle che davano il tono all’intera vita religiosa americana, e cominciano ad andare nelle chiese evangeliche che rifiutano questa riduzione del cristianesimo.
    Chi si sottomette al pensiero unico secolarizzato praticamente scompare, chi gli resiste invece cresce al di là di qualunque più ottimistica previsione.
    Ed i cattolici ? Anche all’interno della Chiesa Cattolica avviene qualcosa di simile a quanto accade più in generale nella società americana. Il migliore teologo luterano americano, R. J. Neuhaus, si converte al cattolicesimo per non seguire la deriva secolarista ed inizia un movimento di intellettuali attorno alla rivista First Things ( il titolo deriva dal motto “first things first” cioè “le cose più importanti al primo posto”).
    Michael Novak, J.Dougherty ed altri gli fanno eco con la rivista Crisis. Si forma rapidamente un sistema aperto di gruppi intellettuali a cui appartengono, fra gli altri, il Centre for Ethics and Public Policy di G.Weigel e il Lord Acton Institute di R.Sirico. Un potente movimento evangelico si sviluppò anche all’interno della Chiesa Cattolica americana e troverà il suo fulcro intellettuale nella Franciscan University di Stubeville, Ohio.
    Il monopolio liberal della cultura si infrange al livello della alta cultura. Nei grandi giornali continua a prevalere una mentalità liberal secolarizzante.
    Essa però è sempre meno desiderosa di un libero confronto intellettuale e tenta sempre più la carta della demonizzazione dell’avversario, del divieto di fare domande, della indignazione per il fatto che le sue posizioni non vengono accettate a priori e senza discutere. Un aspetto di cui spesso non si è consapevoli in Europa è l’alto livello culturale che accompagna il movimento americano. Non si tratta affatto di quella massa di fideisti ignoranti ed illetterati che ci vengono spesso dipinti.
    E’ gente che ha condotto una campagna culturale vincente insieme con un grande movimento di massa che attraversa tutta la società americana.
    Il fenomeno accompagna un forte dislocamento geografico dei centri della cultura e del potere economico.
    Nell’America di ieri questi centri erano collocati quasi esclusivamente sulla costa atlantica e su quella pacifica.
    Adesso lo sviluppo economico e culturale trova sempre più spesso i propri centri motori nella grande pianura fra i monti Appalachi e le Montagne Rocciose.
    La trasformazione del panorama religioso degli Stati Uniti è dunque un fattore fondamentale della vittoria di Bush.

    Esso però non cammina da solo. Per capire la specificità del fenomeno americano dobbiamo parlare non solo di etica ma anche di economia e dello specifico rapporto che si è venuto a creare fra etica ed economia.
    L’ideologia liberal dice fondamentalmente che non esiste una natura umana oggettiva e quindi una distinzione fra il bene ed il male Le tendenze prevalenti nella economia americana degli ultimi anni sono di parere del tutto opposto.
    Il libro “On Human Action” di L. von Mises, che è stato la Bibbia di molti dei migliori economisti americani dell’ultima generazione, dice che l’economia si fonda su leggi oggettive immanenti alla struttura dell’azione umana.
    Al centro della economia libera sta la persona libera che è capace di assumere responsabilità, di prevedere le conseguenze delle proprie azioni e di pagare per esse. Il soggetto economico di von Mises non si può permettere di pensare che tutto quello che ha un buon sapore sia buono. Deve sapere distinguere se non fra il bene ed il male in senso etico, almeno fra quello che è economicamente corretto e quello che è economicamente scorretto.
    Il punto di vista del relativismo liberal appare sempre più connesso con una visione che incoraggia comportamenti economicamente irresponsabili, mettendo poi a carico dello Stato i costi sociali che ne derivano.
    L’individuo economicamente responsabile a cui fanno riferimento oltre che von Mises anche von Hayek, Kirzner, Becker, Buchanan è per molti aspetti l’altro lato dell’individuo eticamente responsabile del rinnovamento cristiano.
    Questo individuo responsabile diffida dello Stato e preferisce pagare meno tasse ed organizzare direttamente i servizi di cui ha bisogno. Questo spiega un fenomeno che la nostra sinistra fatica a comprendere: la gente vota contro una espansione dei servizi forniti dallo Stato perché è contraria alla espansione della spesa pubblica che ne conseguirebbe.
    Gli alleggerimenti fiscali non hanno solo la funzione di incrementare i consumi ma contemporaneamente quella di aumentare la sfera di libertà delle persone che con i soldi che loro rimangono in tasca provvedono direttamente, per esempio, a farsi la scuola che vogliono loro e non quella che fornisce lo Stato. Lo Stato non pretende di offrire tutta la sicurezza sociale necessaria ma incoraggia la società civile a creare reti di solidarietà gestite direttamente dai cittadini in forma associativa.
    Questo rifiuto morale dell’assistenzialismo, questa voglia di libertà concreta nella organizzazione della propria vita, è uno dei fattori salienti della nuova America.
    Infine, l’ultimo tratto a cui è necessario fare almeno un accenno è la connessione di etica e politica nella figura del politico.
    La dote primaria del politico nella prospettiva che abbiamo delineato è la credibilità o l’affidabilità, e questa dipende dalla saldezza dei principi morali. Alcuni giornali si domandano perché, per esempio, nelle zone povere e deindustrializzate dell’Ohio la gente abbia votato Bush benché Kerry avesse dei programmi molto allettanti proprio per quelle aree geografiche e per i loro problemi.
    Per un americano la risposta è semplice: hanno creduto che le promesse di Bush, anche se più contenute, sarebbero state mantenute e quelle di Kerry, invece, no.
    Oppure hanno pensato che, per mantenere le sue promesse, Kerry avrebbe dovuto imporre nuove tasse e diminuire in tal modo la forza complessiva dell’economia e la sua capacità di produrre posti di lavoro.
    Negli anni Sessanta i democratici sono diventati il partito delle minoranze, dei gay, delle lesbiche, di tutti i diversi gruppi che ritengono di essere svantaggiati e chiedono in qualche modo un risarcimento a carico della collettività.
    A partire dagli anni Ottanta i repubblicani sono diventati il partito della gente comune che lavora duramente per mantenere una famiglia, che non chiede vantaggi o privilegi e che è stanca di pagare per rimediare ai comportamenti irresponsabili di chi si permette stili di vita alternativi addossandone i costi alla collettività.
    Con Clinton i democratici tentarono una svolta verso i valori familiari e le preoccupazioni della gente comune.
    Dopo Clinton (non dimenticatelo, un cristiano evangelico, anche se peccatore) il partito è tornato sulle posizioni tradizionali.
    Già qualche commentatore azzarda il pronostico che i democratici non riavranno la Casa Bianca fino a quando non faranno una svolta radicale verso il centro e non diventeranno un po’ meno il partito di Hollywood ed un poco più il partito della gente comune.

    su Il Foglio del 6 novembre

    saluti

 

 

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