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  1. #21
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    Gli ordigni sono esplosi in periferia davanti a pompe di benzina
    Ore 18,30, cinque bombe scuotono Madrid
    Le deflagrazioni erano state annunciate dall'Eta un'ora prima, le zone erano state evacuate: il bilancio è di 4 feriti leggeri
    MADRID - Cinque bombe sono esplose oggi a Madrid, davanti ad altrettanti distributori di benzina, dopo una telefonata di allerta a nome dell'Eta. Nessuna vittima, il bilancio è di quattro feriti leggeri: la polizia aveva fatto evacuare le zone nel mirino dopo l'allarme. Le deflagrazioni erano state annunciate un'ora prima da un portavoce dell'Eta con una telefonata al quotidiano basco Gara, tradizionalmente utilizzato dall’organizzazione terroristica separatista per le proprie rivendicazioni. Il giornale nella versione online riferiva della presenza di cinque ordigni in altrettante stazioni di servizio della capitale spagnola preparati per esplodere alle 18,30 ora italiana.

    Le bombe erano state piazzate in cestini della spazzatura in stazioni di servizio di periferia, sulle strade N-5, M-607, A-3, A-6 e A-45. La prima esplosione è stata provocata da un ordigno di piccola potenza che non avrebbe fatto feriti. Un'altra piccola esplosione dello stesso tipo è avvenuta in un'altra stazione di servizio al chilometro 6 della strada A-45 nella capitale.

    In seguito alle esplosioni di oggi, la regione di Madrid ha messo in atto il Piano di emergenza al livello 2, il massimo che possono dichiarare le autorità locali, attivando tutti i servizi di emergenza.
    da: corriere.it
    __________________
    Questo è terrorismo, colpisce a caso per inculcare terrore nelle persone, non riconosce la responsabilità personale e non è un mezzo risolutivo ma un tassello di una strategia di lungo periodo.

  2. #22
    ALTRA FACCIA DELLA MONETA
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    Citazione da Intervento Principale di by Paolo Arsena
    Sì, è bene che la discussione si svolga su un piano astratto e decontestualizzato . . .
    Sono d’accordo per tentare di seguire un ragionamento astratto allo scopo di individuare dei valori, ma non credo che la totale decontestualizzazione storica sia utile allo sviluppo della discussione.

    Vediamo se mi riesce.

    Arsena raccomanda -mi pare giustamente- di evitare di idealizzare come "glorioso" il gesto del tirannicidio, il quale rimane ad ogni conto un omicidio. Per conto mio vorrei provare ad individuare come legittimo, anzi "patriottico", quell’omicidio del tiranno che in questo modo conduce alla salvezza per una intera comunità.
    Il problema è forse stabilire quando un tiranno sia così tiranno da legittimarne l’omicidio, quando cioè il pericolo per i molti sia così chiaro, così imminente e così concreto da configurare una "legittima difesa".

    E qui vorrei tornare nella dimensione storica: l’eventuale uccisione di Umberto nel ’29 (ammesso che fosse stata veramente tentata) non avrebbe secondo me avuto nessun carattere "glorioso"e nessun effetto pratico positivo non trattandosi personalmente di un tiranno (ancorché discendente da una schiatta di tiranni). Nulla avendo compiuto Umberto contro il popolo italiano e nulla di malvagio apprestandosi a fare.

    Per la verità nemmeno il gesto assassino di Gaetano Bresci contro il nonno del giovane Umberto, il re Umberto I, nel 1900, ha mai avuto un sapore "glorioso", avvicinandosi molto ad una semplice azione terroristica - eppure il vecchio re Umberto I di gravi responsabilità politiche ne aveva eccome. Ma con tutte le sue colpe non si può dire che fosse un tiranno, né si può dire -alla prova dei fatti- che la sua morte abbia portato la salvezza del paese.

    Altro sarebbe stato far fuori l’intrigante e dispotico V.E. III, all’epoca già trascinatore dell’Italia (anche con mezzi illegali) nelle prime due di quattro sanguinose guerre tutte e quattro contrarie all’interesse nazionale e al diritto internazionale, alimentatore del fascismo e complice delle sue violenze (l’ombra di V.E. III si staglia sinistra sullo sfondo delle motivazioni "vere" dell’omicidio Matteotti, insieme a questioni -guarda un po’- di petrolio).

    Eppure il tiranno vero è morto vecchio in un esilio dorato, dopo aver devastato l’intero Mediterraneo per assurdamente egoistici interessi personali e dopo aver compiuto l’ultima mascalzonata: abdicare -contro l’impegno preso- in vista del Referendum.

  3. #23
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    Mi paiono estremamente logiche e lucide le tue considerazioni sui fatti storici.
    Tuttavia il piano più interessante resta secondo me quello del principio astratto. E qui vorrei ribadire un concetto che il tuo riassunto della mia posizione ha dimenticato.
    E' vero che vorrei "evitare di idealizzare come glorioso il tirannicidio, perché resta pur sempre un omicidio". Ma ritengo che il valore dell'azione omicida debba necessariamente essere valutato a posteriori. Cioè, è glorioso non tanto sulla base del tasso di tirannia del dittatore, quanto se riscuote il consenso del popolo, sì da cagionare un mutamento, una rivoluzione politica in senso democratico. Se non sortisce effetto, se non viene apprezzato dal popolo, il gesto resta un omicidio. Un atto sovversivo.
    Nel precedente post, credo di essermi spiegato in modo più esauriente.

  4. #24
    ALTRA FACCIA DELLA MONETA
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    Ne deriverebbe che nessun omicidio possa essere esaltato a priori e nessuno, nemmeno quello del "tiranno", possa essere considerato glorioso a posteriori, potendo al massimo l'omicidio del tiranno ritenersi "giustificato" e non perseguibile in relazione alla eccezionale gravità dell'ingiustizia violenta che il tiranno stesso stava concretamente ponendo in essere.

    In quest'ottica non vi sarebbe modo per trovare una dimensione "gloriosa" del tirannicidio, ma al massimo si potrebbe individuare una perdonabilità dell'omicidio del tiranno a fronte dello stato di disperazione causato dal tiranno stesso, che ha portato il tirannicida a ritenere doverosa la scelta di un solo omicidio contro tanti e la necessità di evitare il pericolo concreto ed imminente di tanti omicidi ancora; in definitiva la giustificabilità di questo particolare caso di omicidio starebbe nell'esito democratico che esso dimostri poi di essere stato in grado di determinare ("a posteriori").
    E questo sembra proprio che non si possa teorizzare prima.

    Ma "a posteriori", qualora poi avesse sortito l'effetto della libertà per il popolo, qualcosa di "glorioso" si dovrebbe a quel punto individuare: NON PERO' NEL TIRANNICIDIO, BENSI' NEL CORAGGIO DEL TIRANNICIDA.
    Glorioso (a posteriori) non sarebbe l'atto del tirannicidio, ma la dedizione del tirannicida alla collettività, il suo coraggio di esporsi in una azione estrema, consapevole sin da subito che il suo gesto comporta la salvezza della comunità, ma intanto compromette la sua vita.

    Non accetto però che questo modo di ragionare, il nostro rigetto della ipotesi di "gloria del tirannicidio", venga applicato al presente e non al passato ("perché oggi siamo più civili, abbiamo ben altra sensibilità" potrebbe dire qualcuno); se vale il principio di non riconoscere gloria alcuna nell'atto dell'omicidio del tiranno (ma tutt'al più gloria nel coraggio di chi si è sacrificato in una azione orrenda per evitare un male peggiore alla comunità), tale principio deve valere in ogni contesto della dimensione storica e deve essere metro allo stesso modo del nostro futuro come del nostro giudizio sul passato.

    Dunque Viroli sbaglia un poco?

  5. #25
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    Sì, io credo che Viroli si sbagli, perché nella sua enfasi ideale, arriva all'eccesso di glorificare l'atto omicida, senza valutarne l'effetto.
    Mi trovo poi pienamente d'accordo sul tuo sviluppo del ragionamento.
    Aggiungo poi che la questione, se posta in questi termini, diventa attualissima.
    Se infatti paragoniamo il tirannicidio di un rivoluzionario alla deposizione forzata del tiranno da parte di un agente esterno, ricadiamo nel caso della guerra in Iraq.
    L'azione americana sarebbe stata salutata con successo non a priori, ma a posteriori, qualora il popolo iracheno l'avesse condivisa. Invece così non è stato. E l'invasione e il conseguente tentativo di instaurazione di un regime democratico si sono confermati agli occhi del mondo come un sopruso, un'imposizione. A dimostrazione del fatto che la democrazia può nascere solo dalla reale volontà del popolo, non del singolo. Se il gesto del singolo (in questo caso gli americani) aiuta a far emergere la volontà popolare, il suo coraggio lo renderà glorioso. In caso contrario, lo renderà colpevole di un delitto.

  6. #26
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    Citazione da Intervento Principale di by Paolo Arsena
    Se il gesto del singolo . . . aiuta a far emergere la volontà popolare, il suo coraggio lo renderà glorioso. In caso contrario, lo renderà colpevole di un delitto.
    Forse dovremmo dire che IN OGNI CASO IL TIRANNICIDA SARA' COLPEVOLE DI UN DELITTO, ma se il suo gesto sarà servito a far emergere la libertà, forse il suo gesto potrà essere (a posteriori) ritenuto non punibile (per effetto del riconoscimento di una sorta di "legittima difesa" a vantaggio della collettività).

    In ogni caso l'eventuale "gloria" del coraggio del tirannicida (NON "GLORIA DEL TIRANNICIDIO"), oltre che da riconoscersi a posteriori, sarà legata alla previsione ed alla concreta volontà da parte del tirannicida di sottostare ad un giudizio e ad una pena individuale per l'omicidio del tiranno (ancorché omicidio salvifico per la collettività).

    Notare che dalla ricostruzione storica -sia pur parziale- che abbiamo messo insieme, risulterebbe che lo scopo principale di Fernando De Rosa fosse quello di ESSERE PROCESSATO più ancora che (se non addirittura anziché, come vorrebbe una delle due interpretazioni dei fatti) di causare l'uccisione dell'erede di casa Savoia.
    De Rosa cioé era senz'altro ispirato ad una sua idea di sacrificio in favore della collettività senza alcuna volontà di sottrarsi alle conseguenze (nemmeno sottrarsi con un omicidio-suicidio), perché il suo scopo principale era proprio quello di essere processato, come risulta chiaramente dal suo successivo costante rifiuto dell'ipotesi di infermità mentale.

    Con tutto ciò mi fa fatica ritenere De Rosa un (mancato) tirannicida, non riuscendo io a riconoscere in Umberto un tiranno.

  7. #27
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    LETTERE DAL CAMPUS
    Le azioni militari e gli embarghi non sono terrorismo

    7 Dicembre 2004

    di Maurizio Viroli

    Diversi lettori mi hanno scritto per commentare il mio articolo «Il tirannicidio non è uguale al terrorismo» pubblicato su questo giornale il 1° dicembre. Oltre a ringraziare sinceramente chi ha manifestato il suo consenso devo delle risposte, e ringrazio, chi ha espresso critiche ben motivate. Per i lettori che non hanno presente l'articolo in questione, ricordo che la mia tesi, in estrema sintesi, è che non possiamo confondere terrorismo e tirannicidio. Il primo è un atto politico che mira ad uccidere, a caso, il maggior numero possibile di vittime innocenti purché appartengano ad un determinato gruppo politico, religioso o etnico; il secondo è un atto politico che mira ad uccidere il tiranno senza coinvolgere vittime innocenti.

    «Applicando il metro del prof. Viroli alla Seconda Guerra Mondiale - ha scritto un lettore -, che giudizio verrebbe fuori dei bombardamenti a tappeto sulla Germania nazista e delle due bombe atomiche in Giappone? Ne dovremmo dedurre che la lotta con armi di distruzione di massa e terrorismo al nazifascismo è stato un errore storico, o peggio, un crimine?» I bombardamenti a tappeto sulla Germania e le atomiche sul Giappone sono atti di terrorismo di Stato in quanto avevano per obbiettivo di uccidere indiscriminatamente per terrorizzare la popolazione civile e spingerla a chiedere la fine della guerra. In quanto tali non sono giustificabili, ma solo, forse, scusabili, se si può dimostrare che erano necessari per porre fine ad una guerra spaventosa.

    «Ma l'assassinio di Rabin cos'era? E quelli delle Brigate Rosse?», mi chiede un altro lettore. L'assassinio di Rabin non fu né tirannicidio né terrorismo politico, ma un crimine politico perpetrato da un fanatico religioso («Dio me lo ha comandato», dichiarò l'assassino) per fermare il processo di pace. Quelli delle Brigate Rosse erano anch'essi crimini politici, e come tali senza alcuna giustificazione né scusa. Non erano atti di terrorismo in senso proprio in quanto non miravano ad uccidere indiscriminatamente, ma a colpire uomini che nel loro delirio ideologico erano i sostenitori del sistema democratico che volevano abbattere. Con i loro gesti, si pensi in primo luogo all'assassinio di Aldo Moro, i brigatisti miravano non a terrorizzare, ma a galvanizzare il popolo, anzi, il proletariato, per spingerlo all'azione rivoluzionaria. Terrorismo in senso proprio era quello degli attentati ai treni, alla stazione di Bologna, alla Banca dell'Agricoltura, in Piazza della Loggia a Brescia e altri simili. Gli autori di quegli attentati miravano infatti a uccidere a caso degli innocenti per terrorizzare i cittadini nella speranza che invocassero a gran voce uno stato forte.
    Non condivido invece l'opinione del lettore che mi scrive che atti di terrorismo sono anche i bombardamenti attuati «nelle più recenti guerre nei Balcani ed in Medio Oriente, anche se, in questi ultimi casi, le devastazioni e le vittime civili sono state presentate ipocritamente come “danni collaterali”».

    Non esiste, continua il lettore, sul piano etico, «una distinzione tra il terrorismo artigianale dei pacchi di esplosivo e quello realizzato con altri metodi ben più devastanti, siano essi militari o di altra natura: i blocchi navali e le sanzioni economiche hanno provocato molte più vittime innocenti di qualsivoglia attentato».
    Premesso che considero giusto l'intervento militare della NATO in Bosnia perché necessaria a fermare un genocidio e ingiusta la guerra in Iraq perché non necessaria a combattere il terrorismo, considero sbagliato definire i bombardamenti aerei attuati nell'un caso e nell'altro degli atti di terrorismo. A differenze di quelli che ebbero luogo durante la guerra in Vietnam, i bombardamenti nella prima Guerra del Golfo, in Bosnia e in Iraq miravano a colpire obbiettivi militari evitando il più possibile vittime civili. L'embargo e le sanzioni economiche avevano come fine quello di rendere inoffensivo il regime di Saddam Hussein senza ricorrere all'azione militare di terra. Anche se i bombardamenti mirati e l'embargo hanno causato vittimi civili (ma nel caso dell'embargo la colpa era degli alleati o del regime?) non vedo proprio come si possa parlare di terrorismo.

    da: lastampa.it

  8. #28
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    vi propongo questo nuovo articolo di Viroli sul tema. Spero di avere presto tempo di leggere i vostri ultimi commenti, comunque ad una prima rapida occhiata, rimango della mia idea e, devo dire, mi risulta un po' ostico il ragionamento di Arsena sulla giustificabilità parziale a posteriori. Io credo che il discorso sia molto più semplice, e, in primo luogo, sia da definire se è lecita o meno la violenza nella politica. Se la risposta è positiva pensare di giustificare solo in base al risultato mi sembra un po' pilatesco.
    saluti

  9. #29
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    Citazione da Intervento Principale di by Alberich
    vi propongo questo nuovo articolo di Viroli sul tema. Spero di avere presto tempo di leggere i vostri ultimi commenti, comunque ad una prima rapida occhiata, rimango della mia idea e, devo dire, mi risulta un po' ostico il ragionamento di Arsena sulla giustificabilità parziale a posteriori. Io credo che il discorso sia molto più semplice, e, in primo luogo, sia da definire se è lecita o meno la violenza nella politica. Se la risposta è positiva pensare di giustificare solo in base al risultato mi sembra un po' pilatesco.
    saluti
    Non è questione di viltà o meno, caro Alberich.
    La democrazia si fonda sul consenso popolare. Se il consenso popolare non c'è, il tentativo di imporre una democrazia è sbagliato (Iraq docet). Per questo l'atto tirannicida non può essere approvato a priori, ma soltanto a posteriori. Cioè soltanto se, grazie al sostegno e al favore del popolo, cagiona un cambiamento in senso democratico. Altrimenti resta un atto d'imperio arrogante, un delitto vòlto a contrastare la volontà popolare.
    Con tutto il rispetto, non mi pare un concetto né ostico, né pilatesco.

  10. #30
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    Continuo a non concordare: se io vivo, per parlare con linguaggio repubblicano (ma si potrebbe tranquillamente traslare il discorso), in uno stato di dominio o di tirannia ritengo giusto e legittimo, dal mio punto di vista, mobilitarmi contro questo regime e ritengo giusto e legittimo il ricorso alla lotta violenta (ovviamente come ultima risorsa). Questo a prescindere dal risultato dei miei atti.

 

 
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