Le leggi si rispettano e sul diritto al fumo, negato ora anche in Italia, non c’è un evidente fumus persecutionis, non serve il codicillo salva-Marlboro, non ci sarà un feroce scontro politico né disobbedienza civile né esproprio proletario.
Però le leggi, che sono un riflesso anche della cultura e delle abitudini sociali, e infatti cambiano e si adattano nel tempo, si possono criticare.
E qui, in tema di toscano e avana e sigaretta, ci risiamo, e buffamente, con le questioni dirimenti delle guerre culturali contemporanee: è in ballo un responso ambiguo e controverso della signora scienza, quello sul cosiddetto “fumo passivo”; è in ballo un desiderio non indotto dalla tecnica, ma naturale, il desiderio di nicotina; è in ballo un diritto, stavolta un diritto negato e la cui negazione è celebrata a mezzo di un divieto che la maggioranza della comunità accetta e impone senza farsi troppi problemi per lo status delle minoranze fumanti; e al fondo della cosa sta un altro diritto, che quel divieto tutela in apparenza, il diritto alla salute cosiddetto.
La scienza.
Gli effetti perniciosi del fumo passivo non esistono, questo è chiaro all’intuizione e al senso comune.
Se fumi, inali, ti bruci la lingua e il palato, provochi l’esofago e lo stomaco e i polmoni e la pelle e la vista, corri dei rischi.
Che sono forse bilanciati, forse no, dal piacere, dall’eccitazione che ti procuri o dall’ansia che metti in fuga, ma anche dalla disposizione genetica del tuo Dna (magari te la cavi per un numero di anni sufficiente a compensare il guasto, e poi qualcosa di spiacevole accade perché, come ricorda Saverio Vertone, vivere fa morire).
Se non inali il fumo direttamente, se il fumo ti sta attorno in un ambiente fumoso, è una fumisteria, secondo un bel gruppone di medici e scienziati, non tutti pagati dalla Philip Morris, dire che corri dei rischi.
Certo non corri dei rischi superiori a quelli che vengono dal camminare per strada tra le auto e i loro scappamenti, che nessuno vuole vietare.
Però il fumo passivo, la decisiva giustificazione del divieto, è ormai una rispettabile fobia, una paura diffusa alla quale bisogna inchinarsi quando diventa legge dello Stato, sbeffeggiandola senza problemi con l’uso di una ragione discorsiva soccombente.
Fobie, paure: se ne conoscono altre, scorrette, che vengono combattute aspramente in nome dei diritti universali dagli stessi che promuovono questa fobia corretta.
Diritti e divieti.
Si direbbe che esiste un diritto a tutto tranne che al fumo. Non ci siamo ancora, da noi, ma esistono città americane dove il fumo è vietato anche in strada: a Carmel, in California, o d’estate quando mangi sui marciapiedi di New York e puoi fumare solo se ti alzi in piedi, altrimenti è multa. Bizzarrie puritane, ma esportabili come la democrazia e l’i-Pod.
Invece l’elenco dei diritti delle minoranze e degli individui è sterminato, genera una febbricitante litigiosità giudiziaria, sollecita campagne per la promozione di politiche di non-discriminazione (benedette) ma anche campagne contro la libertà di parola e di professione pubblica di un credo (maledette).
I divieti sono impopolari, guardati sempre in cagnesco, mai festeggiati.
I diritti e i divieti litigano.
Tranne che sul fumo, lì il divieto è accolto da una processione benedicente di devoti, sempre in nome della scienza, che ti rende libero di affermare diritti ed escludere tassativamente ogni divieto senza pensare alle conseguenze neanche in materia di biotecnica, ma ti suggerisce il grande divieto che ti protegge e ti fa vivere quella famosa settimana in più durante la quale, come dice Woody Allen, pioverà sempre.
In California non si fuma, ma è partito un programma di ricerca sulle cellule staminali embrionali da seimila miliardi di vecchie lire, un esercito di embrioni è pronto a essere felicemente sacrificato al sogno dell’immortalità già coltivato con i divieti antifumo. Decisioni democratiche, da rispettare, ma che si è liberi di criticare e cercare di rovesciare.
Natura, civilizzazione, desiderio.
Il tabacco è troppo naturale per essere sopportato, è alla fine una pianticella, come l’insalata, lo si coltiva, non è fatto in provetta.
E’ un portato della civilizzazione che incontra e perfeziona letterariamente la natura, è una scrittura tossica che parla dei nostri desideri, un rimedio che ha una tradizione. E vi pare che possa trovare difensori una cosa così fuori moda, un comportamento così innocuo, così espressivo della libertà di desiderio e di piacere?
L’eroina o l’ecstasy trovano difensori a derrate, il tabacco no.
E’ che siamo molto sofisticati.
saluti




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