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Discussione: Divieti

  1. #1
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    Predefinito Divieti

    Le leggi si rispettano e sul diritto al fumo, negato ora anche in Italia, non c’è un evidente fumus persecutionis, non serve il codicillo salva-Marlboro, non ci sarà un feroce scontro politico né disobbedienza civile né esproprio proletario.
    Però le leggi, che sono un riflesso anche della cultura e delle abitudini sociali, e infatti cambiano e si adattano nel tempo, si possono criticare.
    E qui, in tema di toscano e avana e sigaretta, ci risiamo, e buffamente, con le questioni dirimenti delle guerre culturali contemporanee: è in ballo un responso ambiguo e controverso della signora scienza, quello sul cosiddetto “fumo passivo”; è in ballo un desiderio non indotto dalla tecnica, ma naturale, il desiderio di nicotina; è in ballo un diritto, stavolta un diritto negato e la cui negazione è celebrata a mezzo di un divieto che la maggioranza della comunità accetta e impone senza farsi troppi problemi per lo status delle minoranze fumanti; e al fondo della cosa sta un altro diritto, che quel divieto tutela in apparenza, il diritto alla salute cosiddetto.

    La scienza.
    Gli effetti perniciosi del fumo passivo non esistono, questo è chiaro all’intuizione e al senso comune.
    Se fumi, inali, ti bruci la lingua e il palato, provochi l’esofago e lo stomaco e i polmoni e la pelle e la vista, corri dei rischi.
    Che sono forse bilanciati, forse no, dal piacere, dall’eccitazione che ti procuri o dall’ansia che metti in fuga, ma anche dalla disposizione genetica del tuo Dna (magari te la cavi per un numero di anni sufficiente a compensare il guasto, e poi qualcosa di spiacevole accade perché, come ricorda Saverio Vertone, vivere fa morire).
    Se non inali il fumo direttamente, se il fumo ti sta attorno in un ambiente fumoso, è una fumisteria, secondo un bel gruppone di medici e scienziati, non tutti pagati dalla Philip Morris, dire che corri dei rischi.
    Certo non corri dei rischi superiori a quelli che vengono dal camminare per strada tra le auto e i loro scappamenti, che nessuno vuole vietare.
    Però il fumo passivo, la decisiva giustificazione del divieto, è ormai una rispettabile fobia, una paura diffusa alla quale bisogna inchinarsi quando diventa legge dello Stato, sbeffeggiandola senza problemi con l’uso di una ragione discorsiva soccombente.
    Fobie, paure: se ne conoscono altre, scorrette, che vengono combattute aspramente in nome dei diritti universali dagli stessi che promuovono questa fobia corretta.

    Diritti e divieti.
    Si direbbe che esiste un diritto a tutto tranne che al fumo. Non ci siamo ancora, da noi, ma esistono città americane dove il fumo è vietato anche in strada: a Carmel, in California, o d’estate quando mangi sui marciapiedi di New York e puoi fumare solo se ti alzi in piedi, altrimenti è multa. Bizzarrie puritane, ma esportabili come la democrazia e l’i-Pod.
    Invece l’elenco dei diritti delle minoranze e degli individui è sterminato, genera una febbricitante litigiosità giudiziaria, sollecita campagne per la promozione di politiche di non-discriminazione (benedette) ma anche campagne contro la libertà di parola e di professione pubblica di un credo (maledette).
    I divieti sono impopolari, guardati sempre in cagnesco, mai festeggiati.
    I diritti e i divieti litigano.
    Tranne che sul fumo, lì il divieto è accolto da una processione benedicente di devoti, sempre in nome della scienza, che ti rende libero di affermare diritti ed escludere tassativamente ogni divieto senza pensare alle conseguenze neanche in materia di biotecnica, ma ti suggerisce il grande divieto che ti protegge e ti fa vivere quella famosa settimana in più durante la quale, come dice Woody Allen, pioverà sempre.
    In California non si fuma, ma è partito un programma di ricerca sulle cellule staminali embrionali da seimila miliardi di vecchie lire, un esercito di embrioni è pronto a essere felicemente sacrificato al sogno dell’immortalità già coltivato con i divieti antifumo. Decisioni democratiche, da rispettare, ma che si è liberi di criticare e cercare di rovesciare.

    Natura, civilizzazione, desiderio.
    Il tabacco è troppo naturale per essere sopportato, è alla fine una pianticella, come l’insalata, lo si coltiva, non è fatto in provetta.
    E’ un portato della civilizzazione che incontra e perfeziona letterariamente la natura, è una scrittura tossica che parla dei nostri desideri, un rimedio che ha una tradizione. E vi pare che possa trovare difensori una cosa così fuori moda, un comportamento così innocuo, così espressivo della libertà di desiderio e di piacere?
    L’eroina o l’ecstasy trovano difensori a derrate, il tabacco no.
    E’ che siamo molto sofisticati.

    saluti

  2. #2
    MarcoM
    Ospite

    Predefinito Re: Divieti

    In origine postato da mustang

    Gli effetti perniciosi del fumo passivo non esistono, questo è chiaro all’intuizione e al senso comune.
    Se non inali il fumo direttamente, se il fumo ti sta attorno in un ambiente fumoso, è una fumisteria, secondo un bel gruppone di medici e scienziati, non tutti pagati dalla Philip Morris, dire che corri dei rischi.
    Quanto meno diciamo che ci sono due correnti di pensiero scientifico: chi dice che fa male (e io concordo) e chi no.
    Permetti che nel dubbio voi fumatori rispettiate il nostro diritto alla salute?
    Se entro in un locale fumoso mi bruciano gli occhi e la gola: forse così innocuo il fumo passivo non è.
    Il parallelo coi fumi di scarico non regge:
    1-questi ultimi sono ineluttabili;
    2-i fumatori possono andare in area smoking, le auto e le ciminiere devono stare dove sono o in strada.
    Saluti
    Marco

  3. #3
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    Predefinito

    Sono sostanzialmente d'accordo con MarcoM.
    Tanto più che anche i fumatori spesso e volentieri sono infastiditi dal fumo passivo: conosco gente che fuma tranquillamente il suo mezzo pacchetto al giorno, ma poi se entra in un locale chiuso e sente odore di fumo cerca di mettersi il più vicino possibile alla finestra.

    Senza scatenare crociate anti-fumatore, secondo me varrebbe la pena di reclamare maggiore attenzione per il rispetto delle norme attualmente in vigore, spesso disattese.

  4. #4
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    In origine postato da UgoDePayens
    Sono sostanzialmente d'accordo con MarcoM.
    Tanto più che anche i fumatori spesso e volentieri sono infastiditi dal fumo passivo: conosco gente che fuma tranquillamente il suo mezzo pacchetto al giorno, ma poi se entra in un locale chiuso e sente odore di fumo cerca di mettersi il più vicino possibile alla finestra.

    Senza scatenare crociate anti-fumatore, secondo me varrebbe la pena di reclamare maggiore attenzione per il rispetto delle norme attualmente in vigore, spesso disattese.
    --------------------------------
    Senza scatenare crociate....etc...etc.
    Appunto.
    Perchè una crociata inevitabilmente scatena una contro crociata.
    Penso anche, distrattamente, ai piccoli esercizi, quelli con cucina e saletta da pranzo. Dove cavolo li nascondono, i fumatori?
    Penso anche, distrattamente, al piccolo proprietario che appenderà fuori del suo esercizio il cartello "VIETATO AI NON FUMATORI".
    Arriveranno i C.C. a farglielo levare?

    saluti e buone feste a tutti, fumatori e non.

  5. #5
    MarcoM
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    In tutta tranquillità, potrei chiederti quale sarebbe la tua proposta per il problema esercizi pubblici-fumo?
    Ciao
    Marco

  6. #6
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    Predefinito

    In origine postato da MarcoM
    In tutta tranquillità, potrei chiederti quale sarebbe la tua proposta per il problema esercizi pubblici-fumo?
    Ciao
    Marco
    ------------------------
    Primo, evitare crociate.
    Poi valutare le possibilità che hanno i vari esercizi ad accontentare i clienti fumatori e non: ampiezza dei locali, numero dei locali, possibilità di aereazione dei locali, prevedere una certa
    "comprensione" da parte dei non fumatori.
    Accettare, senza spese aggiuntive di carattere burocratico, locali per solo fumatori (con un occhio di riguardo nei confronti dei dipendenti, che possono essere scelti dal gestore senza problemi legati agli immancabili interventi sindacali.
    Prevedere, per esercizi nuovi, soluzioni ambientali adatte allo scopo ed eventualmente sovvenzionate dai comuni, province e regioni interessate, magari con prestiti a interessi zero.
    Sopra tutto, molto buon senso.
    saluti

  7. #7
    MarcoM
    Ospite

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    In origine postato da mustang
    ------------------------
    Primo, evitare crociate.
    Poi valutare le possibilità che hanno i vari esercizi ad accontentare i clienti fumatori e non: ampiezza dei locali, numero dei locali, possibilità di aereazione dei locali, prevedere una certa
    "comprensione" da parte dei non fumatori.
    Accettare, senza spese aggiuntive di carattere burocratico, locali per solo fumatori (con un occhio di riguardo nei confronti dei dipendenti, che possono essere scelti dal gestore senza problemi legati agli immancabili interventi sindacali.
    Prevedere, per esercizi nuovi, soluzioni ambientali adatte allo scopo ed eventualmente sovvenzionate dai comuni, province e regioni interessate, magari con prestiti a interessi zero.
    Sopra tutto, molto buon senso.
    saluti
    Mi spiace ma questa è aria fritta.
    Non sono proposte applicabili: cosa vuol dire "comprensione" dei non fumatori?
    Cosa vuol dire "occhi di riguardo" verso i dipendenti?
    Cosa vuol dire "soluzioni ambientali adatte"?
    Essendo che la comprensione dei fumatori in massima parte NON esiste l'unica soluzione è dividere fisicamente fumatori e non. Dividendo i locali c'è la necessità di tutelare i dipendenti, ed ecco le norme della presente legge sul ricambio d'aria.
    Non esiste convivenza possibile tra chi fuma e chi no, questa è l'unica certezza, ben venga questa legge senza proroga alcuna.

    Ciao
    Marco

  8. #8
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    E' una provocazione, ma anche una realtà.
    Il fumatore è un drogato, un tossico, cioè dipende dal fumo e non ne può fare a meno.
    Quando si ammala lo Stato lo deve curare, ma a PAGARE, è l'intera collettività.
    Il tossico, il drogato di eroina e cocaina, ha lo stesso risultato del tabagista, con una cosa non da meno però, non è così egoista e maleducato come molti fumatori sono (vedi cicche di sigarette ovunque, nei marciapiedi, nei giardini, nelle spiagge... per non parlare di pacchetti finiti e gettati dai finestrini delle auto...), e non provocano fumo passivo (ovvero chi NON vuole essere costretto a fumare DEVE (lui!), essere costretto a spostarsi...).
    Paradossalmente, sono meglio i secondi di tossici, perchè sono meno, nbon fanno del male indirettamente a nessuno se NOn a loro STESSI.

  9. #9
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    Predefinito

    In origine postato da MarcoM
    Mi spiace ma questa è aria fritta.
    Non sono proposte applicabili: cosa vuol dire "comprensione" dei non fumatori?
    Cosa vuol dire "occhi di riguardo" verso i dipendenti?
    Cosa vuol dire "soluzioni ambientali adatte"?
    Essendo che la comprensione dei fumatori in massima parte NON esiste l'unica soluzione è dividere fisicamente fumatori e non. Dividendo i locali c'è la necessità di tutelare i dipendenti, ed ecco le norme della presente legge sul ricambio d'aria.
    Non esiste convivenza possibile tra chi fuma e chi no, questa è l'unica certezza, ben venga questa legge senza proroga alcuna.

    Ciao
    Marco
    -------------------
    Come si può ragionare con uno convinto che parte "comprensiva" sia solo la sua?
    Impianti di ricambio aria fa parte di "soluzioni ambientali".
    Poter assumere personale "fumatori" e poter rifiutare di assumere personale "non fumatori".
    Non la chiamare discriminazione quando sono i non fumatori a discriminare e a proibire; semmai è una "doppia discriminazione".
    Non fumare rende le persone intolleranti come te?

  10. #10
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    Predefinito Ridiamoci sopra

    Al tempo di cui parliamo, a Parigi regnava un puzzo a stento immaginabile per noi moderni.
    Le strade puzzavano di letame, i cortili interni di orina, le trombe delle scale di legno marcio e di sterco di ratti, le cucine di cavolo andato a male e di grasso di montone, le stanze non aerate puzzavano di polvere stantia, le camere da letto di lenzuola bisunte, dell’umido dei piumini e dell’odore pungente e dolciastro di vasi da notte.
    Dai camini veniva puzzo di zolfo, dalle concerie veniva il puzzo di solventi, dai macelli puzzo di sangue rappreso.
    La gente puzzava di sudore e di vestiti non lavati, dalle bocche veniva un puzzo di denti guasti, dagli stomaci un puzzo di cipolla e dai corpi, quando non erano più tanto giovani, veniva un puzzo di formaggio vecchio e latte acido e malattie tumorali.
    Puzzavano i fumi, puzzavano le piazze, puzzavano le chiese, c’era puzzo sotto i ponti e nei palazzi.
    Il contadino puzzava come il prete, l’apprendista come la moglie del maestro, puzzava tutta la nobiltà, perfino il re puzzava, puzzava come un animale feroce, e la regina come una vecchia capra”.

    Il sovrastante è l’incipit del romanzo “Il profumo” di Patrick Süskind, e non si può negare che la scrittura sia penetrante.
    Pare difficile a credersi, ma nel Settecento non esistevano cestini della spazzatura né pulizia delle strade.
    Nelle vie cittadine si accumulava una quantità spaventosa di letame ed escrementi non solo animali. Girare in carrozza era soprattutto un modo per tenersi lontani dalla schifezza delle strade, e non a caso si usavano stivali alti: servivano appunto a guadare gli strati di sporcizia e i rigagnoli di acqua lurida.
    In città tedesche come Ulm, nel Medioevo, si usavano persino i trampoli.
    Questa era Parigi secondo un anonimo visitatore italiano del Cinquecento:
    “Scorre per le strade della città un rivoletto d’acqua fetida in cui confluisce l’acqua sporca di tutte le case e che appesta l’aria: così si è costretti a portare dei fiori con un po’ di profumo per scacciare quell’odore”.
    Nelle città c’erano pulizie straordinarie solo in occasione di eventi pubblici: a Roma, per esempio, venivano tenute pulite solamente le vie percorse dai pellegrini che andavano dal Papa.
    La pulizia dei rifiuti lasciati dal mercato ogni tanto veniva appaltata ad allevatori di maiali, perché le bestie almeno trangugiavano tutto.
    In campagna bastava una fossa, ma in città, per i rifiuti fisiologici, era normale appartarsi dove capitava: in un angolo, all’aperto, in androni, vie, cortili.
    Sino agli anni Venti, i macellai uccidevano le bestie nelle strade. Ad avere i primi sistemi fognari, paradossalmente, fu Roma antica – sinché durarono – che era più pulita di quanto lo fossero Parigi o Londra nel Seicento.
    Per come le intendiamo noi, le abitudini igieniche moderne arrivarono in Europa solo nel diciannovesimo secolo.

    Perché tutto questo schifo? Per molte ragioni.
    Anche religiose: “La purità del corpo e le sue vesti – diceva Santa Paola – significano l’impurità dell’anima”.
    Sant’Abramo per cinquant’anni rifiutò recisamente di lavarsi viso e piedi.
    Sant’Eufrasia entrò in un convento di centotrenta monache che orripilavano al pensiero di un bagno, Santa Maria Egiziaca per tutta la vita non si lavò “altro che le dita”.
    Ma la cattiva fama dell’acqua si diffuse soprattutto durante le pestilenze; era opinione comune che aprisse i pori della pelle e che permettesse l’ingresso di aria appestata.
    Su un libro seicentesco sull’educazione dei bambini possiamo leggere questo: “Lavarsi con l’acqua fa male alla vista, fa venire il mal di denti e il catarro”.
    In un trattato di medicina di fine Quattrocento, poi, avvertono che “I bagni d’acqua riscaldano il corpo e i suoi umori, ne indeboliscono la natura e ne dilatano i pori, sono causa di morte e di malattia”.
    Il bagno si faceva al massimo come cura.
    Luigi XIV, il famoso Re Sole, in vita sua fece due bagni in tutto e solo per consiglio dei medici.
    I nobili del Cinquecento si lavavano mediamente una volta ogni quattro mesi mentre quelli del Settecento praticamente mai: le dame al massimo due o tre in vita loro.
    La gente normale mediamente ne faceva uno, e aveva una sola camicia raramente lavata.
    Per coprire gli odori si usavano essenze: un profumo di rosa era consigliato per coprire l’afrore delle ascelle, tra camicia e panciotti si portavano sacchetti di aromi, e i capelli erano sgrassati con polvere e crusca prima di essere incipriati.
    Fu a quel tempo che fecero comparsa colli e polsini che uscivano dagli abiti, simbolo di pulizia e ricchezza per chi li indossava.
    Per dire: il barone di Schoemberg, nel 1767, cambiava camicia e colletto tutti i giorni ma le mutande solo ogni quattro settimane.

    Tutto molto interessante: dove vogliamo arrivare?
    Forse in America: a Shutesbury, nel Massachussetts, il 5 febbraio 2003, si rendeva noto il nuovo regolamento del consiglio comunale: “Le persone che parteciperanno al consiglio saranno divise secondo l’odore per non disturbare gli ipersensibili agli odori e agli agenti chimici. Una sezione sarà riservata a chi non usa profumi o deodoranti, detergenti o altri prodotti; un’altra sarà per coloro che talvolta si profumano, ma non nel giorno dell’assemblea; nella terza sarà appeso il cartello ‘Riservata a coloro che si sono dimenticati che non si possono usare profumi e colonie’”.
    Il relatore del regolamento, alla stampa, specificava che
    “Profumarsi in pubblico è proprio come fumare”. Che significa? Intanto a Maplewood, in Minnesota, una chiesa cattolica annunciava che avrebbe offerto servizi incense-free, ossia delle messe senza incenso. La richiesta sarebbe stata di alcuni fedeli. Follia?
    La stessa, evidentemente, che il 22 agosto 2003 spingeva il ministro dei trasporti irlandese Jim McDaid a dire pubblicamente:
    “Si avvertono i fedeli della Romana Chiesa irlandese di non respirare in chiesa. Inalare incenso è come fumare tabacco, e contiene cancerogeni. In breve, andare in chiesa provoca il cancro”.
    Intere messe in apnea: anche perché l’Environmental Protection Agency, intanto, ammoniva che “il fumo delle candele eccede gli standard di inquinamento”, e confermava che il problema riguardava anche l’incenso.
    “I profumi sono come il fumo passivo” faceva eco dalla Nuova Scozia lo specialista di malattie respiratorie Matt van Olm: in Canada era appena stata approvata una norma che vieta l’uso del profumo a bordo degli aerei.
    Non solo. A Ottawa l’avevano proibito già su tutti i mezzi pubblici, questo mentre un liceo della periferia di Toronto si definiva fragrance-free e sull’Isola Prince Edward, sulla costa orientale, circolava una petizione per vietare i profumi e i dopobarba da tutti gli uffici pubblici.
    Ma gli anti-puzza professionisti sono fioriti soprattutto in Nuova Scozia, ad Halifax. In questa cittadina affacciata sull’oceano la maggior parte degli uffici e delle industrie ha vietato ogni fragranza.

    Che ne dice la stampa? Il Cronacal- Herald, il giornale locale, ha proibito ai suoi trecentocinquanta impiegati dopobarba, deodoranti, shampoo e collutori-profumati, ovviamente.
    Lo stesso vale per i millecinquecento che lavorano al centro di servizio telefonico. E non si scherza: i divieti compaiono sugli schermi dei computer e in cartelli appesi nei bagni.
    Sono tutti impazziti? La ricercatrice canadese Virginia Solares l’ha messa così: “Se osserviamo il fumo dagli anni Cinquanta e Sessanta, possiamo immaginare che cosa accadrà ai profumi”.
    I quali profumi sono “fumo invisibile, sono intrusi indesiderati, sostanze inquinanti generate da chi le indossa”.

    In sintesi, è una sindrome. O meglio: è la sindrome di avere una sindrome che nei paesi anglosassoni hanno ribattezzato
    “sensibilità chimica multipla” (Mcs) o “malattia ambientale” (Environmental Illness).
    Nessuna seria autorità medica o scientifica ne ha riconosciuto l’esistenza, in compenso al parlamento canadese hanno già presentato un progetto di legge che obblighi il Ministero della Salute a riconoscerla - non a scoprire se esista: a riconoscerla – e la convinzione della sua presenza ha già portato ad autentici isterismi di massa – secondo la definizione - del New England Journal of Medicine - e questo soprattutto in scuole e ospedali e fabbriche via via evacuati per “odori” mai identificati, eccezion fatta, nel bar del Senato di Dirksen, a Washington DC, per una sporta di cipolle caduta da una cesta di vimini e identificata come colpevole del malessere di nove persone.

    Il consiglio comunale di Shutesbury, nel Massachussetts, rende noto che “profumarsi in pubblico è proprio come fumare”
    L’Ufficio dell’Ecologia di San Francisco ha vietato il dopobarba, il balsamo, il rossetto, il lucido per le scarpe, la gomma da masticare

    Ad Halifax l’80 per cento delle scuole e degli ospedali hanno proibito ogni genere di profumo.
    Le industrie cosmetiche sono disperate. Naturalmente – è l’America – furoreggiano associazioni di vittime delle puzze le quali hanno soprannominato i profumi “succo di puzzola”.
    Nei loro bollettini – autentici capolavori di mitomania – si spiega che la sindrome, cioè il profumo, cioè la puzza, è causa praticamente di ogni malanno umano: compresi la sclerosi multipla, il Parkinson, l’Alzheimer, la sindrome della morte infantile improvvisa - quella che pagine addietro veniva addebitata al fumo passivo – e più in generale l’intero “collasso del sistema neurologico”.
    Un’attivista ha detto: “Mentre i pericoli del fumo passivo sono stati studiati estesamente e sono stati ampiamente pubblicizzati, sia la comunità scientifica sia la stampa hanno largamente ignorato i pericoli dell’esposizione ai profumi… Entrambi hanno le stesse implicazioni politiche e sociali”.
    Non c’è uno straccio di dato scientifico che avvalori niente, si diceva: ma questo – è replica media – è ciò che dicevano anche le compagnie del tabacco. E il discorso è chiuso.
    Dal momento in cui una persona – milioni di persone - si convinca che ogni odore sia un campanello d’allarme che ti avverte della presenza di una sostanza chimica nell’aria, non c’è più discussione.
    Hanno indagato, hanno studiato, ma questa malattia ambientale non è mai stata giudicata scientificamente valida da un organismo serio. La casistica per ora ha evidenziato solo che molti dei presunti malati, in precedenza, avevano avuto delle malattie mentali: resta che, dopo la campagna anti-fumo e quella antigrasso, si profila la prossima.
    La guerra all’odore passivo e al fumo invisibile ha già fatto proseliti negli Stati Uniti – vi sarà capitato di leggere su un prodotto che è “non profumato” – e l’Ufficio dell’Ecologia di San Francisco si è già regolato vietando fra altre cose:
    1) profumo, acqua di colonia o dopobarba;
    2) spray per capelli, mousse, shampoo profumato, o balsamo;
    3) deodorante, lozione, rossetto;
    4) qualsiasi prodotto cosmetico profumato per la cura personale;
    5) vestiti recentemente lavati a secco;
    6) detersivi profumati per il bucato;
    7) ammorbidenti o salviette detergenti (anche quelle identificate come inodore o non profumate);
    8) lucido per scarpe;
    9) gomma da masticare.

    Quello che sta succedendo pare chiaro.
    Un cattedratico dell’Università di Washington si è limitato a dire che i sintomi sono più frequenti fra le donne bianche di classe borghese e l’ha messa così:
    “Stanno bene abbastanza, in genere, da potersi permettere di essere allergiche all’intero ambiente in cui vivono. Se si è poveri, semplicemente, non ci si può permettere di avere la sindrome da Sensibilità Chimica Multipla”.

    Ci piacerebbe che queste donne bianche di classe borghese fossero trapiantate per cinque minuti nel Settecento descritto da Patrick Süskind: così, anche solo per vedere con che pettinatura ne uscirebbero, forse per mediare certo delirio occidentale che ha fatto scordare che deriviamo dalle scimmie ma che nessuna emancipazione culturale ci ha ancora donato l’immortalità.
    Perché quello che sta succedendo, appunto, pare chiaro.
    Sempre negli Usa, a New York, la solita Environmental Protection Agency – quella dello studio-patacca sul fumo passivo – ha chiesto la chiusura di un negozio di tostatura di caffè aperto da 163 anni: “Abbiamo già fatto multare per odori molesti – parole loro – centinaia di negozi, incluse pizzerie, ristoranti indiani e bar che vendono brioches”
    .La rivista inglese New Scientist, in una ricerca, ha scritto che il fumo da cucina uccide più del morbillo e della malaria e dell’Aids: “ogni anno – si apprende – un milione e mezzo di persone, soprattutto donne e bambini, muoiono per queste esalazioni; si consideri che circa due miliardi e mezzo di persone in genere cucina su stufe che bruciano legna, resti di piante o sterco.
    Chi utilizza le stufe – spiega il New Scientist – inala ogni giorno l’equivalente delle sostanze chimiche contenute in due pacchetti di sigarette”.
    Sì, pare chiaro quello che succede. A Stuart, sempre negli Usa, un giudice distrettuale ha ordinato la chiusura di un’attività ritenuta troppo puzzolente: gli allevatori di maiali Thomas Rossano e Paul Thompson erano stati denunciati dai proprietari dell’adiacente Golf Club secondo i quali la clientela non gradiva la puzza.
    Non è ancora chiaro, quello che succede? Il quotidiano Sunday Star-Times, il 20 maggio 2002, ha titolato così: “Tassa sulle flatulenze preoccupa i contadini”.
    Il governo neozelandese stava considerando di imporre un balzello sui peti di ovini e bovini (60 dollari a capo) perché le flatulenze emettono metano che danneggia la salute e rovina l’ambiente.
    Non fosse ancora chiaro quello che succede, un’ultimo indizio.
    Secondo uno studio pubblicato dal China Youth Daily, e attribuito a uno scienziato francese, i dinosauri si sarebbero estinti per la pesantezza dei loro peti.
    Si teorizza che il gas intestinale dei bestioni contenesse un’altissima percentuale di metano che avrebbe bucato lo strato di ozono e quindi causato inevitabili cambiamenti climatici, quindi esaurito il cibo. I dinosauri pesavano dalle ottanta alle cento tonnellate, mangiavano in media tra i centotrenta e i duecentosessanta chilogrammi di cibo al giorno – spiega lo studio – e la loro attività intestinale era pressoché incessante.
    E’ chiaro quello che succede. Ci stiamo estinguendo.

    Filippo Facci
    (da “Fumo negli occhi. Le crociate contro il tabacco e altri piaceri della vita”, Biblioteca di via Senato Edizioni

    su Il Foglio

    saluti

 

 
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