Il modo in cui Romano Prodi interpreta il ruolo di leader “indiscusso” delle opposizioni e di candidato designato per le elezioni politiche, appare piuttosto curioso.
Ha confidato al Corriere della Sera di seguire “con distacco quello che accade a Roma” e annuncia che il “periodo di riflessione sarà ancora lungo”.
Sembra una strategia, che gli consente di tenersi fuori dalle beghe quotidiane della coalizione di centrosinistra, in attesa che i contendenti si logorino tra loro, invece di logorare l’immagine del professore bolognese, che intende mantenerla intatta e, in qualche modo “superiore”.
In questo atteggiamento c’è probabilmente una componente fisiologica, quella di un uomo che si sente una “riserva della Repubblica” per gli incarichi che ha rivestito e non vuole scendere dal piedistallo; e una tattica, quella dell’uomo politico che teme una corsa elettorale troppo lunga e sfiancante, e valuta il vantaggio di poter intervenire solo sui temi prescelti, mentre il suo antagonista, per il ruolo di governo che ricopre, è costretto a fare i conti con tutti i problemi dell’attualità.
Continuando a starsene “sul pero”, pensa, può lanciare strali sul governo, di cui nel raduno milanese ha detto di “pensare tutto il male possibile”, ma anche sui rissosi leader dell’alleanza, che non vuole neppure vedere.
Alla proposta di Giuliano Amato, che gli chiedeva di riunire i capi del centrosinistra in una stanza finché non avessero raggiunto un accordo, ha risposto sprezzantemente che non saprebbe dove metterli, forse “in bagno”.
Però può anche capitare che, una volta salito sul pero, finisca per restarci.
I vari leader di partito, che pure un giorno sì e l’altro pure dichiarano Prodi insostituibile, si occupano soprattutto di rinsaldare le proprie forze.
Piero Fassino e Fausto Bertinotti si occupano degli imminenti congressi dei loro partiti, Francesco Rutelli di presentare il suo come ala affidabile della coalizione sul piano dei programmi, mentre Clemente Mastella, l’unico che si appella a Prodi, continua a restare senza risposte.
Prodi è convinto che, alla fine, sarà l’elettorato di centrosinistra a imporre ai capi partito di mettersi d’accordo e, soprattutto, di affidare a lui un potere non condizionato.
Può darsi che finisca davvero così, ma è pure vero che, per un Cincinnato richiamato a furor di popolo ce ne sono tanti che sono rimasti ad attendere malinconici e speranzosi la chiamata che non è mai venuta.
Ferrara su Il Foglio del 6 gennaio
saluti




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...povero Romano...
