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Discussione: Intervista a Raphael

  1. #11
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    Predefinito Rif: Intervista a Raphael

    Grazie euvitt le tue poesie sono sempre dei bellissimi aneliti...

    Anch'io ho avuto un primo risveglio con la poesia...
    Mi ricordo che alle elementari ci facevano studiare:

    ...Clippete, cloppete, cloffete...
    la fontana malata...

    per non parlare di tutti gli altri "poeti" da orchite: Pascoli , Leopardi, Foscolo ecc..
    Gente che aveva molto bisogno, non di scrivere , ma di giocare.

    Già da allora qualcosa dentro di me mi ha mostrato chiaramente che la mia attenzione non poteva essere sprecata su persone che percepivano la proprio vita come una tragedia...

    Vabbè... scusa la divagazione.

  2. #12
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    Predefinito Rif: Intervista a Raphael

    Citazione Originariamente Scritto da JnanaTapas Visualizza Messaggio
    Guarda che la logica non appartiene solo al mondo "occidentale"..
    Per quanto riguarda Platone non credere che la sua filosofia sia solo il frutto di ragionamenti dialettici e mentali. È molto probabile che dietro ci fosse anche una pratica spirituale esoterica.
    Tutto questo è abbastanza scontato..e qualunque liceale dotato di un minimo di conoscenze di testi scolastici, magari essendosi limitato a leggiucchiare in fretta e furia il giorno prima dell'interrogazione, potrebbe confermare..il punto è un altro, come ho sottolineato - inutilmente? - nel mio intervento: si tratta cioè di capire quali siano le motivazioni di fondo che spingono Platone a parlare di una realtà difficilmente intelleggibile, a tal punto unificatrice del molteplice da oltrepassare l'intelligenza dell'uomo..e qui Platone non si limita ad asserire questa sfera della realtà, quasi fosse una fede, ma si serve del logos..dunque si tratta di capire se lo abbia adoperato bene oppure no..e qui tutto ciò che di misterioso, affascinante, primordiale, spirituale si può rintracciare nella sua personalità tace e lascia spazio alla fredda logica..la discussione non si è arenata al far notare che in lui tali aspetti della tradizione siano presenti - lo nega solo un profano sprovveduto del suo pensiero, ma questo è ben altro discorso..
    Quanto alla logica, e lasciando anche da parte l'incommensurabile mole di lavoro - per quantità e qualità - che il pensiero 'occidentale' - che brutto ragionare in questi termini - può vantare e di fatto vanta, il nodo cruciale è che solo la filosofia greca ha saputo mostrare perchè pilastri fondamentali della conoscenza non possano essere negati..e questo perchè merito intramontabile di questa è la riflessione attorno al fondamento del sapere..che sia possibile rintracciare in oriente forme di pensiero logico è poco interessante nella misura in cui esse siano incapaci di discutere il valore del pdnc..non basta certo osservare che l'esperienza non attesta la predicazione degli opposti nel medesimo rispetto per assicurarsi che non debba mai farlo..e allora si tratta di capire se si debba avere fede nel funzionamento del pdnc - e dunque se sia una fede come ve ne sono molte, anzi sterminate - o se piuttosto si sia in grado di mostrare il motivo per cui esso è innegabile e le strutture che dovrebbero garantire questa incontrovertibilità..
    Possiamo perdonare un bambino quando ha paura del buio. La vera tragedia della vita è quando un uomo ha paura della luce.

  3. #13
    .... .....
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    Predefinito Rif: Intervista a Raphael

    Citazione Originariamente Scritto da Platone Visualizza Messaggio
    Tutto questo è abbastanza scontato..e qualunque liceale dotato di un minimo di conoscenze di testi scolastici, magari essendosi limitato a leggiucchiare in fretta e furia il giorno prima dell'interrogazione, potrebbe confermare..il punto è un altro, come ho sottolineato - inutilmente? - nel mio intervento: si tratta cioè di capire quali siano le motivazioni di fondo che spingono Platone a parlare di una realtà difficilmente intelleggibile, a tal punto unificatrice del molteplice da oltrepassare l'intelligenza dell'uomo..e qui Platone non si limita ad asserire questa sfera della realtà, quasi fosse una fede, ma si serve del logos..dunque si tratta di capire se lo abbia adoperato bene oppure no..e qui tutto ciò che di misterioso, affascinante, primordiale, spirituale si può rintracciare nella sua personalità tace e lascia spazio alla fredda logica..la discussione non si è arenata al far notare che in lui tali aspetti della tradizione siano presenti - lo nega solo un profano sprovveduto del suo pensiero, ma questo è ben altro discorso..
    Quanto alla logica, e lasciando anche da parte l'incommensurabile mole di lavoro - per quantità e qualità - che il pensiero 'occidentale' - che brutto ragionare in questi termini - può vantare e di fatto vanta, il nodo cruciale è che solo la filosofia greca ha saputo mostrare perchè pilastri fondamentali della conoscenza non possano essere negati..e questo perchè merito intramontabile di questa è la riflessione attorno al fondamento del sapere..che sia possibile rintracciare in oriente forme di pensiero logico è poco interessante nella misura in cui esse siano incapaci di discutere il valore del pdnc..non basta certo osservare che l'esperienza non attesta la predicazione degli opposti nel medesimo rispetto per assicurarsi che non debba mai farlo..e allora si tratta di capire se si debba avere fede nel funzionamento del pdnc - e dunque se sia una fede come ve ne sono molte, anzi sterminate - o se piuttosto si sia in grado di mostrare il motivo per cui esso è innegabile e le strutture che dovrebbero garantire questa incontrovertibilità..
    Si ritorna alla solita considerazione che trova orecchie sorde alla comprensione..
    L'Infinito non è determinata da nulla e non ha leggi logiche che lo limiterebbero..
    Il pdncp si afferma nella manifestazione di cui la logica formale è un aspetto subordinato alla distinzione e all'individualità della nostra condizione esistenziale..e quindi la sua validità è relativa all'Essere..e all'Essere formale e distinto..
    L'Infinito..che è necessità logica..supera la logica..ma l'Occidente non lo ha mai considerato nel suo valore operativo o realizzativo..da noi non ci sono Guru che hanno realizzato l'Identità tra personale e universale..
    Insomma..l'incontrovertibile ha valore solo nel mondo formale e distinto..e se ci fermiamo qui..è il fondamento del conoscere..
    ma l'aspirazione alla Verità non si ferma al dato mentale o logico..scende di carrozza e procede a piedi se la strada del pensiero finisce..e quando finisce la logica comincia l'Infinito... .la meditazione senza oggetto..la Verità insomma..e l'Occidente può solo tornare ai piedi del Maestro..se vuole andare da qualche parte..
    Bisogna dare all'uomo non ciò che desidera..ma ciò di cui ha bisogno...
    (la via diretta non è la più breve)

  4. #14
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    Predefinito Rif: Intervista a Raphael

    Citazione Originariamente Scritto da testadiprazzo Visualizza Messaggio
    Si ritorna alla solita considerazione che trova orecchie sorde alla comprensione..
    L'Infinito non è determinata da nulla e non ha leggi logiche che lo limiterebbero..
    Il pdncp si afferma nella manifestazione di cui la logica formale è un aspetto subordinato alla distinzione e all'individualità della nostra condizione esistenziale..e quindi la sua validità è relativa all'Essere..e all'Essere formale e distinto..
    L'Infinito..che è necessità logica..supera la logica..ma l'Occidente non lo ha mai considerato nel suo valore operativo o realizzativo..da noi non ci sono Guru che hanno realizzato l'Identità tra personale e universale..
    Insomma..l'incontrovertibile ha valore solo nel mondo formale e distinto..e se ci fermiamo qui..è il fondamento del conoscere..
    ma l'aspirazione alla Verità non si ferma al dato mentale o logico..scende di carrozza e procede a piedi se la strada del pensiero finisce..e quando finisce la logica comincia l'Infinito... .la meditazione senza oggetto..la Verità insomma..e l'Occidente può solo tornare ai piedi del Maestro..se vuole andare da qualche parte..
    si vabbhè la supercazzola è a destra !
    ma di quale occidente parli ! di chi è il parto dell'occidente da te inteso ?
    spero ti rispondano Eraclito Anassimandro o Ovidio
    furono i riti italici ad entrare in grecia, e non viceversa.

    Platone, "libro delle leggi"

  5. #15
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    Predefinito Rif: Intervista a Raphael

    Citazione Originariamente Scritto da acchiappaignoranti Visualizza Messaggio
    si vabbhè la supercazzola è a destra !
    ma di quale occidente parli ! di chi è il parto dell'occidente da te inteso ?
    spero ti rispondano Eraclito Anassimandro o Ovidio


    Dopo la mia risposta vera (la faccina)...veniamo a quella ideologica..o mentale..
    Per me i romani erano solo guerrafondai col pallino della legge ..della familias e altre amenità che con la religione seria non c'entrano nulla..
    I greci erano estetizzanti e fantasiosi..
    L'Occidente è le due cose con in più lo scientismo....e il miscuglio di queste tre porta ai tempi moderni..e il mondo che abbiamo sotto gli occhi..
    Il ritorno all'Oriente..come dice Guenon è la sola condizione che possa salvarci dalla deriva antitradizionale..ritorno che però non è un rievocare....ma costruire una religiosità nuova fondata su basi antiche..
    Osho ha dato l'esempio di come dovrebbe essere..
    Insomma..le religioni nascono e muoiono..ma la Verità rimane..e solo in Oriente ci sono i fondamenti teorici e la realizzazione pratica..
    Comunque..se vuoi metterti l'elmo col pennacchio e la tunica col gladio non mi scandalizzo..che il mondo è bello perché è vario e tutti hanno diritto di manifestarsi secondo le proprie inclinazioni..
    Ultima modifica di testadiprazzo; 25-11-09 alle 15:20
    Bisogna dare all'uomo non ciò che desidera..ma ciò di cui ha bisogno...
    (la via diretta non è la più breve)

  6. #16
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    Predefinito Rif: Intervista a Raphael

    Citazione Originariamente Scritto da testadiprazzo Visualizza Messaggio


    Dopo la mia risposta vera (la faccina)...veniamo a quella ideologica..o mentale..
    Per me i romani erano solo guerrafondai col pallino della legge ..della familias e altre amenità che con la religione seria non c'entrano nulla..
    I greci erano estetizzanti e fantasiosi..
    vedi, io sono implicitamente convinto che l'ignoranza debba essere democraticamente debellata altrimenti quelli che parleranno saranno sempre i soliti osho, guènon, pochaontas, totti, mago zurlì ed il mago otelma ..... (poi parliamo dei fantasiosi greci )

    "a differenza della mètis e dell'inganno all’interno del mondo ellenico, nel mondo romanoquesto prezioso requisito sembra invece essere stato, più ancora che penalizzato, ADDIRITTURA ESCUSO a priori dal più antico codice bellico romano. Non solo, infatti, esso non figura dapprima tra le arti della mente che i Romani — sempre secondo Plutarco — considerano legittime (sono in qualche modo ammesse Homilia, la trattativa, e peithò, la persuasione; ma, per esempio, NON L'APàTE , l’inganno, che pure di métis è una componente non secondaria e diviene successivamente un sinonimo); ma contrasta apertamente con la virtù romana per eccellenza, e cioè con la fides.
    Tale nozione — che definisce originariamente, in latino, il corretto e leale comportamento — sembra avere rappresentato, almeno per il Romano dell’età arcaica, il presupposto teorico essenziale ad ogni tipo di rapporto, tam privatim quam publice, in pubblico non meno che in priprivato
    Divinizzata secondo la tradizione fino dall’età di Numa Pompilio, Fides è collegata da sempre con la manodestra, che ne costituisce, secondo i psysici,i naturalisti, un autentico santuario corporeo. Apertamente sottintesa :della pregnanza del gesto compiuto da Scaevola, la sacraità della mano destra ha, non a caso, autorizzato per un parallelo con la prassi dei flamini maggiori, che proprio alla Fides sacrificano "manu ad digitos usque invocon" la mano coperta di panno bianco onde preservare la necessaria purezza rituale. Il ricorso ad essa come narra di ogni impegno, come tramite di ogni azione che sprima la volontà di assumersi un obbligo comporta mentale di qualunque genere verso una controparte,una costante simbolica che trascende di gran lunga i limiti stessi del mondo romano. All’etimo di fides, comunque, vengono generalmente anche i termini foedus e fetiales. Sono proprio i feziali — il collegio sacerdotale preposto alla custodia
    del precetto divino e della religione in tutto ciò che concerne i rapporti con gli altri popoli — a ratificare con un giuramento solenne i trattati (foedera) internazionali. Strettissimo sempre, il rapporto tra la fìdes e il giuramento, che la pone in essere anche là dove di per sé non esisterebbe, è tanto più intimo e cogente nel caso di un trattato tra due Stati, del quale il ius jurandum, rappresenta il cardine e la premessa; e la preghiera rivolta a luppiter durante il sacrificio, di colpire chi violi il patto con la stessa violenza con cui si percuote la vittima rituale, chiama a garante la divinità, la cui folgore è simboleggiata nella stessa arma di selce impugnata dal sacrificante, il pater patratus, capo, precisamente, dei feziali. In questo modo la fides che contraenti si scambiano non è la semplice affermazione un proposito umano che, anche se sincero, è però volubile potenzialmente caduco; ma è garantita dallo stesso legame che sanziona i giuramenti e castiga il fedifrago".

    Sulla fides il Romano delle origini sembra dunque avere costruito tutta la sua concezione del rapporto tra i popoli; e anche la guerra, che di questo rapporto rappresenta una fase, un momento sia pure anomalo, va soggetta alle stesse regole. Anche alla dichiarazione di guerra sono preposti i fetiales, e l’apertura delle ostilità è preceduta da una vastissima serie di cautele, morali e di procedura, che hanno lo scopo di verificare eticamente e di rendere sacralmente iustum il bellum, il conflitto che sta per avere inizio; e di garantire così l’appoggio degli dei il quale, solo, stabilisce la differenza tra i contendenti e assegna la vittoria.
    La fides deve, dunque, essere prerogativa, in primo luogo, proprio di un capo militare, console o pretore che sia: chiamato a continuare con la guerra l’opera dei feziali, il magistrato che comanda gli eserciti della Repubblica è partecipe di ben precisi caratteri religiosi, e deve pertanto possedere in sommo grado questo requisito, che giustifica il suo stesso imperium, la facoltà di guidare i concittadini contro il nemico. Come ricorda Cicerone (De officìis, I, 41), nel segno della vis, della violenza, o della frodes violata si cominciano le ostilità; nel segno del ripristino della fides si possono concludere, con il ricorso ad essa da parte dei vinti, cui resta questa sola alternativa al bellum internecivum, allo sterminio. In tal caso, lo stesso uomo che ha interrotto la pace è chiamato a ricomporla, accettando in fidern gli sconfitti con l’imposizione — ancora una volta — della mano destra: per assicurare la vittoria al suo popolo egli deve però mantenere inalterato lo speciale rapporto con gli dei, rispettando anche durante la guerra i limiti precisi che essi hanno fissato.
    Ogni conflitto è, inevitabilmente, pura violenza, una violenza che ricade anche sui civili; ed esistono atti i quali, pur dolorosi per coloro che ne sono le vittime, non recano tuttavia alcun biasimo a coloro che li compiono (Livio, XXXI, 30, 3-4). Almeno in presenza di un iustus hostis, di un nemico regolare, tuttavia, la guerra non deve essere frode sotto nessuna forma: la fides, cioè, dev’essere rispettata non solo nell’intraprenderla, ma anche in... gerendo et deponendo, nel condurla e nel porvi termine (Cicerone, De legibus, Il, 14, 34), mantenendo una continuità di comportamento che, sola, garantisce a chi la rispetti il favore divino.

    cit. pag 25




    Giovanni Brizzi (Bologna, 23 luglio 1946) è uno storico italiano.

    È professore ordinario di Storia romana presso l'Università di Bologna dal 1986. Ha insegnato nell'Ateneo di Sassari e di Udine prima di rientrare a Bologna (a.a.2000/2001). È stato più volte professore alla Sorbona IV di Parigi negli a.a.1993/94 (insegnamento annuale) e 2005/06 (semestre). È socio ordinario della Deputazione di Storia Patria per le Province di Romagna, è stato, inoltre, nominato prima Chevalier, poi promosso Officier dans l'Ordre des Palmes académiques dalla Repubblica Francese, insignito del premio 'Mario di Nola' dall'Accademia Nazionale dei Lincei. Per le sue attività di ricerca sulla battaglia del Trasimeno ha ricevuto la cittadinanza onoraria di Tuoro sul Trasimeno.[1] È socio dell'Accademia delle Scienze di Bologna e dirige la Rivista Storica dell’Antichità.[2] Specialista di storia annibalica e di storia militare antica, è autore di oltre centotrenta pubblicazioni, tra cui otto monografie su personaggi della Roma repubblicana, molte delle quali sono state tradotte in più lingue[3] e di alcune trasmissioni radio (tra cui una serie di 20 puntate andate in onda nel 1999 su Radio Due[4]).
    Ultima modifica di acchiappaignoranti; 25-11-09 alle 15:53
    furono i riti italici ad entrare in grecia, e non viceversa.

    Platone, "libro delle leggi"

  7. #17
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    Predefinito Rif: Intervista a Raphael

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    vedi, io sono implicitamente convinto che l'ignoranza debba essere democraticamente debellata altrimenti quelli che parleranno saranno sempre i soliti osho, guènon, pochaontas, totti, mago zurlì ed il mago otelma ..... (poi parliamo dei fantasiosi greci )

    "a differenza della mètis e dell'inganno all’interno del mondo ellenico, nel mondo romanoquesto prezioso requisito sembra invece essere stato, più ancora che penalizzato, ADDIRITTURA ESCUSO a priori dal più antico codice bellico romano. Non solo, infatti, esso non figura dapprima tra le arti della mente che i Romani — sempre secondo Plutarco — considerano legittime (sono in qualche modo ammesse Homilia, la trattativa, e peithò, la persuasione; ma, per esempio, NON L'APàTE , l’inganno, che pure di métis è una componente non secondaria e diviene successivamente un sinonimo); ma contrasta apertamente con la virtù romana per eccellenza, e cioè con la fides.
    Tale nozione — che definisce originariamente, in latino, il corretto e leale comportamento — sembra avere rappresentato, almeno per il Romano dell’età arcaica, il presupposto teorico essenziale ad ogni tipo di rapporto, tam privatim quam publice, in pubblico non meno che in priprivato
    Divinizzata secondo la tradizione fino dall’età di Numa Pompilio, Fides è collegata da sempre con la manodestra, che ne costituisce, secondo i psysici,i naturalisti, un autentico santuario corporeo. Apertamente sottintesa :della pregnanza del gesto compiuto da Scaevola, la sacraità della mano destra ha, non a caso, autorizzato per un parallelo con la prassi dei flamini maggiori, che proprio alla Fides sacrificano "manu ad digitos usque invocon" la mano coperta di panno bianco onde preservare la necessaria purezza rituale. Il ricorso ad essa come narra di ogni impegno, come tramite di ogni azione che sprima la volontà di assumersi un obbligo comporta mentale di qualunque genere verso una controparte,una costante simbolica che trascende di gran lunga i limiti stessi del mondo romano. All’etimo di fides, comunque, vengono generalmente anche i termini foedus e fetiales. Sono proprio i feziali — il collegio sacerdotale preposto alla custodia
    del precetto divino e della religione in tutto ciò che concerne i rapporti con gli altri popoli — a ratificare con un giuramento solenne i trattati (foedera) internazionali. Strettissimo sempre, il rapporto tra la fìdes e il giuramento, che la pone in essere anche là dove di per sé non esisterebbe, è tanto più intimo e cogente nel caso di un trattato tra due Stati, del quale il ius jurandum, rappresenta il cardine e la premessa; e la preghiera rivolta a luppiter durante il sacrificio, di colpire chi violi il patto con la stessa violenza con cui si percuote la vittima rituale, chiama a garante la divinità, la cui folgore è simboleggiata nella stessa arma di selce impugnata dal sacrificante, il pater patratus, capo, precisamente, dei feziali. In questo modo la fides che contraenti si scambiano non è la semplice affermazione un proposito umano che, anche se sincero, è però volubile potenzialmente caduco; ma è garantita dallo stesso legame che sanziona i giuramenti e castiga il fedifrago".

    Sulla fides il Romano delle origini sembra dunque avere costruito tutta la sua concezione del rapporto tra i popoli; e anche la guerra, che di questo rapporto rappresenta una fase, un momento sia pure anomalo, va soggetta alle stesse regole. Anche alla dichiarazione di guerra sono preposti i fetiales, e l’apertura delle ostilità è preceduta da una vastissima serie di cautele, morali e di procedura, che hanno lo scopo di verificare eticamente e di rendere sacralmente iustum il bellum, il conflitto che sta per avere inizio; e di garantire così l’appoggio degli dei il quale, solo, stabilisce la differenza tra i contendenti e assegna la vittoria.
    La fides deve, dunque, essere prerogativa, in primo luogo, proprio di un capo militare, console o pretore che sia: chiamato a continuare con la guerra l’opera dei feziali, il magistrato che comanda gli eserciti della Repubblica è partecipe di ben precisi caratteri religiosi, e deve pertanto possedere in sommo grado questo requisito, che giustifica il suo stesso imperium, la facoltà di guidare i concittadini contro il nemico. Come ricorda Cicerone (De officìis, I, 41), nel segno della vis, della violenza, o della frodes violata si cominciano le ostilità; nel segno del ripristino della fides si possono concludere, con il ricorso ad essa da parte dei vinti, cui resta questa sola alternativa al bellum internecivum, allo sterminio. In tal caso, lo stesso uomo che ha interrotto la pace è chiamato a ricomporla, accettando in fidern gli sconfitti con l’imposizione — ancora una volta — della mano destra: per assicurare la vittoria al suo popolo egli deve però mantenere inalterato lo speciale rapporto con gli dei, rispettando anche durante la guerra i limiti precisi che essi hanno fissato.
    Ogni conflitto è, inevitabilmente, pura violenza, una violenza che ricade anche sui civili; ed esistono atti i quali, pur dolorosi per coloro che ne sono le vittime, non recano tuttavia alcun biasimo a coloro che li compiono (Livio, XXXI, 30, 3-4). Almeno in presenza di un iustus hostis, di un nemico regolare, tuttavia, la guerra non deve essere frode sotto nessuna forma: la fides, cioè, dev’essere rispettata non solo nell’intraprenderla, ma anche in... gerendo et deponendo, nel condurla e nel porvi termine (Cicerone, De legibus, Il, 14, 34), mantenendo una continuità di comportamento che, sola, garantisce a chi la rispetti il favore divino.

    cit. pag 25




    Giovanni Brizzi (Bologna, 23 luglio 1946) è uno storico italiano.

    È professore ordinario di Storia romana presso l'Università di Bologna dal 1986. Ha insegnato nell'Ateneo di Sassari e di Udine prima di rientrare a Bologna (a.a.2000/2001). È stato più volte professore alla Sorbona IV di Parigi negli a.a.1993/94 (insegnamento annuale) e 2005/06 (semestre). È socio ordinario della Deputazione di Storia Patria per le Province di Romagna, è stato, inoltre, nominato prima Chevalier, poi promosso Officier dans l'Ordre des Palmes académiques dalla Repubblica Francese, insignito del premio 'Mario di Nola' dall'Accademia Nazionale dei Lincei. Per le sue attività di ricerca sulla battaglia del Trasimeno ha ricevuto la cittadinanza onoraria di Tuoro sul Trasimeno.[1] È socio dell'Accademia delle Scienze di Bologna e dirige la Rivista Storica dell’Antichità.[2] Specialista di storia annibalica e di storia militare antica, è autore di oltre centotrenta pubblicazioni, tra cui otto monografie su personaggi della Roma repubblicana, molte delle quali sono state tradotte in più lingue[3] e di alcune trasmissioni radio (tra cui una serie di 20 puntate andate in onda nel 1999 su Radio Due[4]).
    Bè..dopo simili argomenti mi vedo costretto a battere in ritirata..pentendomi di avere esternato superficialità..ignoranza..confusione e smisurato orgoglio fondato sul nulla..
    Possiamo dire che mi hai rischiarato la mente..e adesso contemplo l'oppidum..e la fides..
    Adesso mi unirò alle orde di Arminio per fare giustizia delle legioni di Publio Quintilio Varo..la foresta di Teutoburgo mi vedrà combattere a fianco dei padri..perchè sono di antica origine germanica....
    Vi lascio Roma..io vivo nella sippe.. con cinghiali arrosto e crani dei nemici colmi di birra forte...e già progetto di stanare il Drago.. Fáfnir..e diventare eroe...chiamatemi Sigfried..
    Bisogna dare all'uomo non ciò che desidera..ma ciò di cui ha bisogno...
    (la via diretta non è la più breve)

  8. #18
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    Bè..dopo simili argomenti mi vedo costretto a battere in ritirata..pentendomi di avere esternato superficialità..ignoranza..confusione e smisurato orgoglio fondato sul nulla..
    Possiamo dire che mi hai rischiarato la mente..e adesso contemplo l'oppidum..e la fides..
    Adesso mi unirò alle orde di Arminio per fare giustizia delle legioni di Publio Quintilio Varo..la foresta di Teutoburgo mi vedrà combattere a fianco dei padri..perchè sono di antica origine germanica....
    Vi lascio Roma..io vivo nella sippe.. con cinghiali arrosto e crani dei nemici colmi di birra forte...e già progetto di stanare il Drago.. Fáfnir..e diventare eroe...chiamatemi Sigfried..
    Insomma sei un barbaro..

  9. #19
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    Predefinito Rif: Intervista a Raphael

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    Bè..dopo simili argomenti mi vedo costretto a battere in ritirata..pentendomi di avere esternato superficialità..ignoranza..confusione e smisurato orgoglio fondato sul nulla..
    Possiamo dire che mi hai rischiarato la mente..e adesso contemplo l'oppidum..e la fides..
    Adesso mi unirò alle orde di Arminio per fare giustizia delle legioni di Publio Quintilio Varo..la foresta di Teutoburgo mi vedrà combattere a fianco dei padri..perchè sono di antica origine germanica....
    Vi lascio Roma..io vivo nella sippe.. con cinghiali arrosto e crani dei nemici colmi di birra forte...e già progetto di stanare il Drago.. Fáfnir..e diventare eroe...chiamatemi Sigfried..
    guarda, per me puoi anche metterti una cazzeruola in testa. recitando mantra in aramaico, sulle vette del monte cimone per cecchinare beccacce
    sull'arte greca ti lascio in dono, il seguente proscritto di un noto maestro e insigne pitagorico

    .....Per ritornare comunque in argomento, non è possibile da parte nostra avallare il Guénon allorché sostiene che "nulla vi è di meno simbolico dell'arte greca" (24). L'occultista francese, facendo mostra di una mentalità oltremodo ristretta, ha sempre avuto il cattivo vezzo di giudicare forme tradizionali appartenenti a popoli di origine diversa con il metro della Tradizione nella quale egli si è inserito. Ricorrendo a tale "olimpica" obiettività, si è indotto a non riconoscere validità tradizionale a tutto quanto non rientrava nei canoni forniti dalla propria Tradizione: ecco quindi venir fuori la questione della regolarità di una trasmissione iniziatica (certamente non risolvibile con le forme e gli schemi della burocrazia, dei timbri e dei diplomi); ecco l'incomprensione della metafisica occidentale e, naturalmente, la critica (meglio, l'invettiva) all'arte grecoromana.
    Molto più saggia ed equilibrata ci pare in proposito l'opinione di uno studioso profondissimo dell'arte tradizionale, al quale occorre riconoscere una competenza di gran lunga superiore a quella del Guénon: intendiamo riferirci ad Ananda K. Coomaraswamy. In uno dei suoi magistrali volumi, egli scrive: "...nessun tipo di arte si può giudicare fino a quando non si assuma il punto di vista dell'artista, perché solo così è dato conoscere l'intenzione che disciplina rigorosamente il disegno e l'esecuzione" (25).

    E' pertanto poco serio accusare l'arte greco-romana partendo da un punto di vista islamico! La cupa e triste mentalità semita, che vede nei beni della terra un elemento di perdizione e che dispregia l'uomo al punto da sentire il bisogno di prostrarsi ripetutamente a terra per implorare il perdono del Signore o la benedizione di Allah, non potrà giammai comprendere la bellezza e la gioia che scaturiscono dal limpido mare di Grecia; né il cammelliere del deserto può intendere il magico canto della Sirena Partenope. L'artista classico che è venuto su questa terra non già per soffrire o per scontare peccato alcuno, bensì per gioire e amare la natura e la vita che gli Dèi benignamente gli hanno concesso, sarà naturalmente portato a cogliere l'ar¬monia di tutto ciò che lo circonda e a raffigurare quindi la perfezione di questo mondo, secondo un ritmo che tende a fissare la divina proporzione dell'universo.
    Si tratta, come si vede, di una divergenza sostanziale fra due tipologie completamente differenti. Noi, pur potendo rivendicarne la superiorità, ci limiteremo a rivendicare la validità dell'arte classica; e ci perdoni il Guénon se questa non è per noi, come non lo fu per i "sublimi Padri nostri", una valle di lacrime. Alle sue argomentazioni infondate e mendaci contro l'antropomorfismo e il naturalismo dei Greci, opponiamo le argomentazioni del Filosofo Piotino: "Ma ove mai taluno disprezzi le arti poiché il loro creare non è altro che una imitazione della natura, c'è da ribattere, anzitutto, che la natura stessa imita sempre un altro modello; inoltre è da sapere che le arti non si limitano a una pura e semplice imitazione di ciò che passa.
    Sebastiano Recupero


    23 G. Kremmerz, Corpus philosophicum totius magiae, Milano 1981, p. 83.
    24 R. Guénon, op.cit, p. 113.
    25 A.K.Coomaraswamy, La trasfigurazione della natura nell'arte, Milano 1976, p. 52
    Ultima modifica di acchiappaignoranti; 25-11-09 alle 18:26
    furono i riti italici ad entrare in grecia, e non viceversa.

    Platone, "libro delle leggi"

  10. #20
    .... .....
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    Predefinito Rif: Intervista a Raphael

    Citazione Originariamente Scritto da acchiappaignoranti Visualizza Messaggio
    guarda, per me puoi anche metterti una cazzeruola in testa. recitando mantra in aramaico, sulle vette del monte cimone per cecchinare beccacce
    sull'arte greca ti lascio in dono, il seguente proscritto di un noto maestro e insigne pitagorico

    .....Per ritornare comunque in argomento, non è possibile da parte nostra avallare il Guénon allorché sostiene che "nulla vi è di meno simbolico dell'arte greca" (24). L'occultista francese, facendo mostra di una mentalità oltremodo ristretta, ha sempre avuto il cattivo vezzo di giudicare forme tradizionali appartenenti a popoli di origine diversa con il metro della Tradizione nella quale egli si è inserito. Ricorrendo a tale "olimpica" obiettività, si è indotto a non riconoscere validità tradizionale a tutto quanto non rientrava nei canoni forniti dalla propria Tradizione: ecco quindi venir fuori la questione della regolarità di una trasmissione iniziatica (certamente non risolvibile con le forme e gli schemi della burocrazia, dei timbri e dei diplomi); ecco l'incomprensione della metafisica occidentale e, naturalmente, la critica (meglio, l'invettiva) all'arte grecoromana.
    Molto più saggia ed equilibrata ci pare in proposito l'opinione di uno studioso profondissimo dell'arte tradizionale, al quale occorre riconoscere una competenza di gran lunga superiore a quella del Guénon: intendiamo riferirci ad Ananda K. Coomaraswamy. In uno dei suoi magistrali volumi, egli scrive: "...nessun tipo di arte si può giudicare fino a quando non si assuma il punto di vista dell'artista, perché solo così è dato conoscere l'intenzione che disciplina rigorosamente il disegno e l'esecuzione" (25).

    E' pertanto poco serio accusare l'arte greco-romana partendo da un punto di vista islamico! La cupa e triste mentalità semita, che vede nei beni della terra un elemento di perdizione e che dispregia l'uomo al punto da sentire il bisogno di prostrarsi ripetutamente a terra per implorare il perdono del Signore o la benedizione di Allah, non potrà giammai comprendere la bellezza e la gioia che scaturiscono dal limpido mare di Grecia; né il cammelliere del deserto può intendere il magico canto della Sirena Partenope. L'artista classico che è venuto su questa terra non già per soffrire o per scontare peccato alcuno, bensì per gioire e amare la natura e la vita che gli Dèi benignamente gli hanno concesso, sarà naturalmente portato a cogliere l'ar¬monia di tutto ciò che lo circonda e a raffigurare quindi la perfezione di questo mondo, secondo un ritmo che tende a fissare la divina proporzione dell'universo.
    Si tratta, come si vede, di una divergenza sostanziale fra due tipologie completamente differenti. Noi, pur potendo rivendicarne la superiorità, ci limiteremo a rivendicare la validità dell'arte classica; e ci perdoni il Guénon se questa non è per noi, come non lo fu per i "sublimi Padri nostri", una valle di lacrime. Alle sue argomentazioni infondate e mendaci contro l'antropomorfismo e il naturalismo dei Greci, opponiamo le argomentazioni del Filosofo Piotino: "Ma ove mai taluno disprezzi le arti poiché il loro creare non è altro che una imitazione della natura, c'è da ribattere, anzitutto, che la natura stessa imita sempre un altro modello; inoltre è da sapere che le arti non si limitano a una pura e semplice imitazione di ciò che passa.
    Sebastiano Recupero


    23 G. Kremmerz, Corpus philosophicum totius magiae, Milano 1981, p. 83.
    24 R. Guénon, op.cit, p. 113.
    25 A.K.Coomaraswamy, La trasfigurazione della natura nell'arte, Milano 1976, p. 52
    Bè..alla fine hai postato qualcosa di commentabile..
    Naturalmente con te è impossibile parlare oggettificando i problemi..perchè il tuo sentire soggettivo e personale interpreta qualsiasi parola secondo la tua comprensione..Guenon diventa quindi un esponente del pensiero abramitico e giudaco..un islamico insomma..che vuol metter le brache alle statue greche..
    Vabbè..l'arte tradizionale è simbolica..e il simbolo viene letto in relazione al grado di comprensione di chi lo legge..e in questo caso la Natura è un grande simbolo di ciò che sta dietro..
    L'opera dell'uomo deve solo semplificare le cose..e rendere più chiaro ciò che è apparentemente celato agli occhi di chi non sa vedere..e se aspettiamo l'opera d'arte che mostri ciò che è celato ed è realtà superiore e non inferiore....va a finire che diventiamo vecchi..soprattutto alle nostre latitudini..
    Un giardino zen è opera d'arte tradizionale...e il silenzio e la pace del Centro è il suo messaggio...e infatti il popolo si annoia a vederli perchè cerca l'eccitazione..le chiappe della Venere..o il pipì di Apollo..
    Il bello è universale ed eleva l'animo..ma certi animi si abbassano a vedere certe bellezze..per questo gli antichi ..i tradizionalisti..cercavano dei canoni che non eccitasssero i sensi..ma venissero colti da tutti come elevazione.. come l'arte sacra..le statue del Buddha..etc..
    Il naturalismo agli occhi dello stolto è imitazione della natura..è copia della copia..e lontano dal Principio..e vicino alle libididi..alle passioni..alla bassezza insomma..
    Naturalmente chi è nobile vede nobiltà in tutte le cose dove il volgo vede eccitazione e bassezza..ma allora l'arte diventa elitaria come quella greca appunto..dove la bellezza dei corpi eleva l'animo di chi è capace di farlo e abbassa l'animo di chi volto ai piaceri carnali vede sesso e concupiscenza ovunque..
    E le cose elitarie è bene siano anche riservate..perchè il popolo come i maiali si rivolta contro e le calpesta..

    Il Saggio invece vede arte ovunque....tutto è simbolo..anche un ciottolo...e che dire di un tramonto o della maestosità di un albero secolare..o della goccia su un filo d'erba..?
    La discussione su cosa sia arte la lascio agli intellettuali..ultimamente preferisco il silenzio alla musica più sublime..perchè il silenzio mi porta più velocemente alla pace....tanto per rimanere nel soggettivo e nell'interpretativo....che Guenon..o per i guenoniani doc..o per gli antiguenoniani antichi romani....è visto solo con le spesse lenti dei propri pregiudizi..
    Ultima modifica di testadiprazzo; 25-11-09 alle 22:12
    Bisogna dare all'uomo non ciò che desidera..ma ciò di cui ha bisogno...
    (la via diretta non è la più breve)

 

 
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