vedi, io sono implicitamente convinto che l'ignoranza debba essere democraticamente debellata 
altrimenti quelli che parleranno saranno sempre i soliti osho, guènon, pochaontas, totti, mago zurlì ed il mago otelma

..... (poi parliamo dei fantasiosi greci

)
"a differenza della mètis e dell'inganno all’interno del mondo ellenico, nel mondo
romanoquesto prezioso requisito sembra invece essere stato, più ancora che penalizzato, ADDIRITTURA ESCUSO a priori dal più antico codice bellico romano. Non solo, infatti, esso non figura dapprima tra le arti della mente che i Romani — sempre secondo Plutarco — considerano legittime (sono in qualche modo ammesse Homilia, la trattativa, e peithò, la persuasione; ma, per esempio, NON L'APàTE , l’inganno, che pure di métis è una componente non secondaria e diviene successivamente un sinonimo); ma contrasta apertamente con la virtù romana per eccellenza, e cioè con la fides.
Tale nozione — che definisce originariamente, in latino,
il corretto e
leale comportamento — sembra avere rappresentato, almeno per il Romano dell’età arcaica, il presupposto teorico essenziale ad ogni tipo di rapporto, tam privatim quam publice, in pubblico non meno che in priprivato
Divinizzata secondo la tradizione fino dall’età di Numa Pompilio, Fides è collegata da sempre con la manodestra, che ne costituisce, secondo i psysici,i naturalisti, un autentico santuario corporeo. Apertamente sottintesa :della pregnanza del gesto compiuto da Scaevola, la sacraità della mano destra ha, non a caso, autorizzato per un parallelo con la prassi dei flamini maggiori, che proprio alla Fides sacrificano "manu ad digitos usque invocon" la mano coperta di panno bianco onde preservare la necessaria purezza rituale. Il ricorso ad essa come narra di ogni impegno, come tramite di ogni azione che sprima la volontà di assumersi un obbligo comporta mentale di qualunque genere verso una controparte,una costante simbolica che trascende di gran lunga i limiti stessi del mondo romano. All’etimo di fides, comunque, vengono generalmente anche i termini foedus e fetiales. Sono proprio i feziali — il collegio sacerdotale preposto alla custodia
del precetto divino e della religione in tutto ciò che concerne i rapporti con gli altri popoli — a ratificare con un giuramento solenne i trattati (foedera) internazionali. Strettissimo sempre, il rapporto tra la fìdes e il giuramento, che la pone in essere anche là dove di per sé non esisterebbe, è tanto più intimo e cogente nel caso di un trattato tra due Stati, del quale il ius jurandum, rappresenta il cardine e la premessa; e la preghiera rivolta a luppiter durante il sacrificio, di colpire chi violi il patto con la stessa violenza con cui si percuote la vittima rituale, chiama a garante la divinità, la cui folgore è simboleggiata nella stessa arma di selce impugnata dal sacrificante, il pater patratus, capo, precisamente, dei feziali. In questo modo la fides che contraenti si scambiano non è la semplice affermazione un proposito umano che, anche se sincero, è però volubile potenzialmente caduco; ma è garantita dallo stesso legame che sanziona i giuramenti e castiga il fedifrago".
Sulla
fides il Romano delle origini sembra dunque avere costruito tutta la sua concezione del rapporto tra i popoli; e anche la guerra, che di questo rapporto rappresenta una fase, un momento sia pure anomalo, va soggetta alle stesse regole. Anche alla dichiarazione di guerra sono preposti i fetiales, e l’apertura delle ostilità è preceduta da una vastissima serie di cautele, morali e di procedura, che hanno lo scopo di verificare eticamente e di rendere sacralmente iustum il bellum, il conflitto che sta per avere inizio; e di garantire così l’appoggio degli dei il quale, solo, stabilisce la differenza tra i contendenti e assegna la vittoria.
La fides deve, dunque, essere prerogativa, in primo luogo, proprio di un capo militare, console o pretore che sia: chiamato a continuare con la guerra l’opera dei feziali, il magistrato che comanda gli eserciti della Repubblica è partecipe di ben precisi caratteri religiosi, e deve pertanto possedere in sommo grado questo requisito, che giustifica il suo stesso imperium, la facoltà di guidare i concittadini contro il nemico. Come ricorda Cicerone (De officìis, I, 41), nel segno della vis, della violenza, o della frodes violata si cominciano le ostilità; nel segno del ripristino della fides si possono concludere, con il ricorso ad essa da parte dei vinti, cui resta questa sola alternativa al bellum internecivum, allo sterminio. In tal caso, lo stesso uomo che ha interrotto la pace è chiamato a ricomporla, accettando in fidern gli sconfitti con l’imposizione — ancora una volta — della mano destra: per assicurare la vittoria al suo popolo egli deve però mantenere inalterato lo speciale rapporto con gli dei, rispettando anche durante la guerra i limiti precisi che essi hanno fissato.
Ogni conflitto è, inevitabilmente, pura violenza, una violenza che ricade anche sui civili; ed esistono atti i quali, pur dolorosi per coloro che ne sono le vittime, non recano tuttavia alcun biasimo a coloro che li compiono (Livio, XXXI, 30, 3-4). Almeno in presenza di un iustus hostis, di un nemico regolare, tuttavia, la guerra non deve essere
frode sotto nessuna forma: la fides, cioè, dev’essere rispettata non solo nell’intraprenderla, ma anche in... gerendo et deponendo, nel condurla e nel porvi termine (Cicerone, De legibus, Il, 14, 34), mantenendo una continuità di comportamento che, sola, garantisce a chi la rispetti il favore divino.
cit. pag 25
Giovanni Brizzi (Bologna, 23 luglio 1946) è uno storico italiano.
È professore ordinario di Storia romana presso l'Università di Bologna dal 1986. Ha insegnato nell'Ateneo di Sassari e di Udine prima di rientrare a Bologna (a.a.2000/2001). È stato più volte professore alla Sorbona IV di Parigi negli a.a.1993/94 (insegnamento annuale) e 2005/06 (semestre). È socio ordinario della Deputazione di Storia Patria per le Province di Romagna, è stato, inoltre, nominato prima Chevalier, poi promosso Officier dans l'Ordre des Palmes académiques dalla Repubblica Francese, insignito del premio 'Mario di Nola' dall'Accademia Nazionale dei Lincei. Per le sue attività di ricerca sulla battaglia del Trasimeno ha ricevuto la cittadinanza onoraria di Tuoro sul Trasimeno.[1] È socio dell'Accademia delle Scienze di Bologna e dirige la Rivista Storica dell’Antichità.[2] Specialista di storia annibalica e di storia militare antica, è autore di oltre centotrenta pubblicazioni, tra cui otto monografie su personaggi della Roma repubblicana, molte delle quali sono state tradotte in più lingue[3] e di alcune trasmissioni radio (tra cui una serie di 20 puntate andate in onda nel 1999 su Radio Due[4]).