Ora Teodosio, un pupazzo ormai in pugno ad Ambrogio, tra il 391 e il 392, si vide costretto a promulgare una serie di “decreti attuativi” del precedente Editto di Tessalonica, che proibiva le eresie dei culti pagani.
Vietò l’accesso ai templi pagani, proibì l’adorazione di ogni forma di culto che non fosse quello cattolico ed equiparò i sacrifici agli dei greco-romani al delitto di lesa maestà, punibile con la morte.
Si scatenò in Alessandria, la persecuzione dei “pagani” con una violenza senza precedenti, da parte del vescovo Teofilo, che fece arrivare dai deserti circostanti un esercito di monaci parabolani, individui ignoranti e feroci che cominciarono a perpetrare crimini bestiali d’ogni sorta.
Venne distrutto l’antichissimo Tempio di Serapide e data alle fiamme l’annessa Biblioteca, una perdita di conoscenze e di ricerche scientifiche che ha causato un danno incalcolabile all’umanità.
Einstein diceva, ad esempio, che senza quel rogo, l’Uomo sarebbe già arrivato su Marte.
Ipazia, in quei tragici giorni, fece il possibile per salvare i rotoli contenenti le fatiche di tanti studiosi e filosofi, ottenendo anche l’aiuto del prefetto Oreste, e finì per attirarsi le ire di un tale Cirillo, asceso al soglio episcopale alla morte di Teofilo, nel 412 d.C.
Con Cirillo, come scrivono tanti storici, l’episcopato di Alessandria oltrepassò i limiti delle sue funzioni sacerdotali e assunse l’amministrazione di interessi secolari, rendite e potere.
A questo individuo non importava niente delle affermazioni perentorie di Gesù, del tipo “Il mio regno non è di questo mondo” o “Date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio” e, con l’aiuto della sua feroce feccia cristiana:
i paraboliani fanatici, instaurò un periodo di terrore.
Lo stesso prefetto Oreste venne colpito alla testa, da un sasso scagliato da un monaco di Cirillo.
Ma ecco nel racconto dello storico Damascio, perché si decise all’esecuzione di Ipazia:
“Un giorno accadde al vescovo Cirillo, mentre passava davanti alla dimora della filosofa Ipazia, di scorgere una gran ressa dinanzi alle sue porte, un insieme di uomini e cavalli; alcuni che entravano altri che uscivano, altri ancora che sostavano in attesa.
Avendo domandato che cosa mai fosse quella folla, e il perché di un tale viavai attorno a quella casa, si sentì dire che era il giorno in cui Ipazia riceveva i suoi studenti e i suoi conoscenti.
Ciò appreso, Cirillo si sentì mordere l’anima: fu per tale motivo che ben presto organizzò il suo omicidio, il più empio di tutti gli assassinii”.
Per spegnere il fuoco velenoso della sua invidia, i seguaci esaltati del vescovo, trascinarono Ipazia in una chiesa.
Qui la denudarono, le strapparono gli occhi dalle cavità orbitali ancora viva e la massacrarono a colpi di tegole e con coltelli ricavati da conchiglie marine; quindi la fecero a pezzi minuti erroneamente convinti di far sparire il suo corpo e la sua
menoria.
I miseri resti, inscenato una macabra processione per le vie di Alessandria, furono portati come trofeo a monito della città e poi bruciati inscenando una festa così cancellardo ogni traccia bruciandoli.
Questo il terribile racconto dello storico Socrate Scolastico.
Il vescovo Cirillo, ) protetto dalle leggi emanate da Teodosio, non solo rimase impunito ma venne addirittura santificato, una vergogna, con false motivazione spudoratameente di parte.
Giunti al termine del tragico racconto, propongo di togliere dal calendario del 27 giugno, la festività a “San Cirillo”e di sostituirla con la dizione “In memoria del massacro di Ipazia”, come monito per le future generazioni a ricordare la scellerata esecuzione di uno spirito libero, colpevole d’essere intelligente, curiosa dei segreti del Cosmo, e soprattutto, donna.
Quanto diverso sarebbe il nostro mondo se non fossero stati messi a tacere dai fanatici con la violenza, tanti spiriti nobili come Ipazia.
Il cristianesimo si è affermato con la violenza, con il sangue arrivando vincitore fino all'antica capitale dell'Impero Roma! |