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Discussione: Immortale Ipazia

  1. #11
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    Predefinito Rif: Immortale Ipazia

    Appena visto in anteprima "Agorà"... lo temevo più strumentalizzato, per quanto sicuramente sia almeno in parte "anticristiano": non dico altro per non rovinare la visione a chi deve ancora vederlo.

    Trattasi comunque di un film pregevole, almeno secondo me...

    Resurgens
    Dei due tipi di idealismo, quello teologico merita rispetto per i risultati ottenuti, quello razionalistico per le sue intenzioni - H. P. Lovecraft

  2. #12
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    Predefinito [Nota mod]

    Ricordo ai forumisti che i trolls e provocatori non vanno alimentati; ciò rende più difficile l'opera di derattizzazione, necessaria per tenere questo luogo pulito.
    Grazie e buon proseguimento.
    "C'era un Tempo in cui l'uomo viveva accanto agli Dei..poi la predicazione galilea ci porto' il deserto del nulla...e infine caddero le tenebre della modernità"



  3. #13
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    Predefinito Rif: Immortale Ipazia

    Anch'io sono andato qualche giorno fa a vedere il film, a freddo vado ad esporre le mie considerazioni.
    Come hanno detto in molti da mesi la figura di Ipazia è stata 'laicizzata' e diciamo per certi aspetti 'modernizzata', ma francamente pensavo di peggio, in nessuna parte del film dice esplicitamente di non credere negli Dèi della Gentilità e non fa mai esplicita dichiarazione di ateismo, la sua figura viene resa come quella di una agnostica filo-pagana ma non atea, almeno non in senso propriamente scientista , non si sono spinti per fortuna fino a lì, ovvio l'Ipazia storica fu invece una maestra neoplatonica ma accontentiamoci... riguardo al suo essere più o meno super partes verso i suoi scolari che fossero pagani o cristiani rispecchia in effetti l'atteggiamento degli insegnanti pagani delle scuole filosofiche del tempo, le quali vedevano a loro interno sia scolari pagani che cristiani, questi ultimi a volte potevano successivamente rivelarsi come degli Ambrogio o degli Agostino oppure al contrario dei Sinesio o Proeresio, la situazione era molto variegata come d'altronde è sempre la Realtà e non ci sono mai o solo il bianco o solo il nero.

    Le figura di Oreste nel film rappresenta la tipizzazione dell'aristocratico di formazione pagana con un atteggiamento agnostico o ateizzante o proprio ateo che per convenienza diventa successivamente cristiano per far carriera in politica o nell'amministrazione, ma che nell'animo rimane sempre filo-pagano, tant'è che viene rappresentato nei tumulti che poi portano all'assedio del Serapeion stare attivamente dalla parte dei pagani.
    Non nascondiamocelo, i tipi all' "Oreste" erano diffusi nella aristocrazia pagana del tardo-antico... tant'è che ciò fu la causa primaria della mancanza di una ancora più strenua resistenza alla cristianizzazione dell'Impero...
    Non so ovviamente perchè non si sa molto di lui quanto l'Oreste storico possa essere coincidente col personaggio del film, possiamo ipotizzare che magari non era proprio ateo ma un pagano convinto che si fece cristiano per entrare nelle leve del potere, in ogni caso o un opportunista o uno che volle combattere il sistema dall'interno stando ambiguamente tra i piani alti, all'epoca la situazione era quella, quindi la figura ritratta nel film è molto verosimile.

    La figura di Sinesio, che non era inizialmente cristiano come ritratto nel film - a parte il fatto che sembra sia morto qualche anno prima di Ipazia e a Cirene non ad Alessandria - a mio avviso nel finale diventa troppo ambigua e sinistra ed è ritratto come troppo convintamente cristiano a mio avviso.
    Il Sinesio storico, da quel poco che si sa, era sicuramente come dicevamo per Oreste certo un ambiguo e un opportunista sempre parte di quella aristocrazia pagana pronta al compromesso, ma non sembra fosse inizialmente un cristiano come ritratto nel film, ma divenne un filosofo neoplatonico che solo dopo diventò formalmente cristiano e accettò con riluttanza di diventare addirittura vescovo della sua città, Cirene, per il potere che quella carica dava, ma rimase sostanzialmente un neoplatonico prestato alla carica di vescovo e un cristiano formale molto sui generis ed eterodosso che visti i tempi solo probabilmente il contesto particolare di Cirene, e la situazione molto variegata e caotica di quel periodo, può spiegare come egli abbia potuto rimanere in carica senza essere dichiarato eretico o accusato apertamente di essere un pagano travestito da cristiano quale egli era. Per cui certi dialoghi che gli vengono messi in bocca alla fine secondo me non sono verosimili.

    Il Serapeion: L'assalto prima di tutto pare fu molto più drammatico e la resistenza armata molto più strenua di come ritratti nel film, i soldati imperiali non furono super partes come paiono nel film ma parteciparono attivamente insieme alla marmaglia cristiana all'assedio con l'uso di macchine poliorcetiche e gli scontri furono cruenti, con resistenza metro per metro anche quando i cristiani riuscirono ad entrare, molti pagani si immolarono fino all'ultimo uomo nella sua difesa, cosa che nel film non viene mostrata, viene solo mostrata la fuga dal retro, che pare ci fu ma non così generale come nel film.
    Interessante a livello cinematografico il paragone che viene fatto tra le formiche e i cristiani sciamanti sul Serapeo, non so se ve ne siate accorti.

    Altra cosa, il Serapeion è ritratto come un luogo troppo "centrale" nel film, divenendo addirittura una chiesa e il 'quartier generale' dei parabolani, quando si sa che invece fu raso completamente al suolo... solo i lastroni delle fondamenta non riuscirono a spostare.

    In generale ovviamente, per ragioni di sceneggiatura, l'intera vicenda è romanzata, anche il famoso episodio col panno sporco del mestruo non mi pare riguardi Oreste nè mi pare che egli sia stato il famoso scolaro corteggiatore di Ipazia...

    Non mi sovviene altro, tutto sommato comunque un film gradevole.

  4. #14
    Ghibellino
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    Predefinito Re: Rif: Immortale Ipazia

    Stefano Arcella

    Il contesto storico-culturale in cui si colloca il romanzo Ipazia. Vita e sogni di una scienziata del IV secolo (di Adriano Petta e Antonino Colavito, con prefazione di Margherita Hack, La Lepre Edizioni, Roma, 2009), che ha come protagonista la filosofa e scienziata alessandrina, è quello della fine IV secolo – inizio V secolo d.C., un momento storico di transizione epocale e di forte antagonismo fra cristianesimo (nelle sue varie componenti) e paganesimo tardo-imperiale, di impronta neoplatonica e solare.È il momento degli editti dell’imperatore Teodosio che proibiscono i culti dei maiores, della tradizione religiosa greco-romana non solo in pubblico, ma anche nella vita privata, sanzionando duramente coloro che restano fedeli alle antiche tradizioni.La vulgata storiografica dei libri di scuola ha per molto tempo polarizzato esclusivamente l’attenzione sulle persecuzioni subìte dai cristiani in vari momenti della storia dell’Impero, ma ha sempre taciuto – o quantomeno ha minimizzato – sulle persecuzioni che subirono successivamente i seguaci del politeismo greco-romano, in forme violente e cruente, di cui l’assassinio di Ipazia ad Alessandria d’Egitto, per mano dei monaci parabolani agli ordini del Vescovo Cirillo, è un esempio emblematico, peraltro narrato e tramandato dalle stesse fonti cristiane (Socrate Scolastico e Filostorgio, due storici della Chiesa).Sotto questo profilo, il romanzo di Adriano Petta e Antonino Colavito ha il grande merito di recuperare alla memoria storica collettiva la coscienza dell’intolleranza, del fanatismo e dei conflitti che segnarono l’ascesa del cristianesimo quale religione di Stato nonché di ridestare il ricordo della statura culturale e umana della filosofa alessandrina.Scritto con una prosa fluente e dalle espressioni delicate ed intimistiche, talvolta poetiche, che rendono efficacemente l’atmosfera psicologica e le sfumature emotive che segnano la vita di Ipazia e del suo cenacolo di discepoli, il romanzo mette in luce vari aspetti importanti della personalità della filosofa, a cominciare dalla dedizione totale ai suoi studi filosofici e scientifici nei termini di una vera e propria consacrazione, con un fervore ascetico-religioso che non lascia spazio alla vita privata.Ne consegue che l’amore del discepolo Shalim per la sua maestra viene sublimato in un rapporto platonico, pur nella difficoltà, non sempre superata, di dominare il suo sentimento. Tale dedizione agli studi viene narrata dando molto risalto al profilo scientifico, agli studi di astronomia e di fisica (con frequenti richiami all’atomismo di Democrito), al cammino della Ragione come facoltà autonoma dell’uomo rispetto alla fede religiosa. Tutta la discussione – narrata dai due scrittori – fra Ipazia e il Vescovo Cirillo di Alessandria come anche la tensione dialettica che connota l’incontro fra la filosofa alessandrina ed il Vescovo Ambrogio, sono caratterizzate da questa polarità fede/ragione, rielaborata e descritta in termini fin troppo moderni ed illuministici.Nella rielaborazione romanzesca c’è del vero, insieme ad alcune evidenti forzature che possono generare equivoci da dissipare. Dalle fonti sappiamo che Ipazia «ereditò la scuola platonica che era stata riportata in vita da Plotino e spiegava tutte le scienze filosofiche a coloro che lo desideravano?» (Socrate Scolastico) e che non riservava la conoscenza per sé e per pochi eletti, ma la offriva con liberalità a tutti coloro che volessero ascoltarla (Damascio). Le fonti pongono dunque in evidenza la statura filosofica di Ipazia (quale erede della scuola platonica) ed il suo collegamento col neoplatonismo ed il platonismo, riproposti nei termini di un insegnamento pubblico e non più elitario. In un momento storico di crisi della cultura ellenica, minacciata dalle furia devastatrice e intollerante suscitata dai stessi Vescovi cristiani, divulgare il patrimonio filosofico ellenico era l’unico modo per non farlo scomparire, per garantirne la vitalità e la continuità. Ella proponeva quindi un pensiero adatto alle condizioni ed ai tempi in cui si trovava a vivere.Peraltro dalle fonti sappiamo pure che per Ipazia lo studio del’astronomia, della geometria e della matematica era propedeutico per la teologia, per la contemplazione dei misteri divini. L’interesse scientifico si inquadrava comunque in una visione filosofica e religiosa in cui gli astri, i rapporti numerici, le figure geometriche rimandavano al mondo platonico delle “idee” nel senso di “éidos”, di forme pure di cui i fenomeni e gli oggetti del mondo terreno sono solo proiezioni, riflessi. Il richiamo a Platone – tramite la mediazione di Plotino – consente inoltre di dissipare un equivoco terminologico e sostanziale, poiché il nous ellenico è una facoltà conoscitiva che comprende la ragione ma la supera nella capacità di intuizione delle verità profonde; si tratta dell’intelletto nella sua accezione etimologica (da intus-legere= leggere dentro, andare in profondità, che presenta affinità dice con intus-ire = andare in profondità, da cui deriva “intuizione”), ossia di un pensiero sintetico e intuitivo ben diverso da quello dialettico-analitico.Ciò non toglie che la studiosa di Alessandria d’Egitto abbia avuto anche un acume scientifico-sperimentale che, per certi aspetti, la configura come una antesignana del metodo scientifico-sperimentale moderno; le fonti ci informano sulle interessanti scoperte compiute dalla donna sul moto degli astri, nonché le invenzioni che le si attribuiscono come un astrolabio piatto, un idroscopio e un aerometro.I due aspetti – quello filosofico-religioso e quello scientifico – sono, in realtà, molto più affini di quanto non appaia a prima vista, giacché nei Misteri antichi – cui si richiamavano Platone e Plotino e sui quali esiste una vasta letteratura – la spiritualità era una dimensione interiore sperimentabile ed oggetto quindi di una conoscenza esperienziale e non di un mero atto di fede, tant’è che al culto pubblico si sovrapponeva il culto misterico, élitario, riservato agli iniziati, ossia a coloro che avevano la conoscenza spirituale.L’approccio sperimentale nasce quindi come “scienza dello spirito” e viene poi esteso anche al campo dei fenomeni fisici. Ecco perché la polarità ragione/fede con la quale i due scrittori leggono la vicenda di Ipazia è una chiave di lettura equivoca, un modo per leggere il mondo antico – e quello ellenistico in particolare – coi parametri della teologia cattolica, della cultura cattolica e della scienza moderna, nella loro dialettica di fede e ragione.Altro aspetto che il romanzo ha il merito di illuminare è la funzione di Ipazia quale promotrice del movimento culturale ellenico, aperto a persone di diversa fede religiosa – quindi anche a cristiani – ma che avevano in comune l’esigenza di salvaguardare e tenere desta la cultura ellenica nella fase del tramonto politico e culturale dell’Impero. Peraltro tale movimento era comune alle varie città dell’Impero – da Alessandria ad Atene, da Costantinopoli a Roma – e consentiva quindi di mantenere viva una koiné culturale tanto più significativa in un momento in cui era molto forte l’offensiva di un certo fanatismo cristiano, peraltro non condiviso da altri cristiani che avevano ancora vivo il senso delle loro radici nell’ellenismo.La padronanza della filosofia platonica e la sua rielaborazione in termini divulgativi pubblici conferì ad Ipazia un tale prestigio da essere consultata spesso dai Magistrati di Alessandria per le decisioni concernenti gli affari pubblici; la donna incarnava così, in un certo senso, l’ideale platonico del filosofo alla guida della polis e ciò se da un lato accresceva il suo potere, dall’altro suscitava invidie, gelosie, ma anche la preoccupazione delle gerarchie ecclesiastiche cristiane, narrata in modo molto vivo dai due scrittori attraverso il colloquio ricostruito fra Ipazia e il Vescovo Cirillo, che le chiede di convertirsi e di ritirarsi in un monastero, dove, sotto il controllo della Chiesa, avrebbe potuto continuare i suoi studi.Questa donna, oltre a costituire un momento di significativa rottura culturale rispetto al cristianesimo ormai egemone, era anche un motivo di sconcerto e di scandalo sul piano del costume, perché incarnava un modello ed un ruolo femminile (la donna filosofa e scienziata, insegnante di filosofia, consigliera per gli affari pubblici) del tutto dirompenti rispetto al ruolo tradizionale della donna nell’ambito domestico e materno. Peraltro, mentre il politeismo greco-romano prevedeva forme di sacerdozio femminile (si pensi, ad esempio, al culto romano di Mater Matuta o alle baccanti nel culto greco di Dioniso), il cristianesimo riduceva il ruolo religioso femminile a quello di monaca, negandone la dignità sacerdotale. Pertanto questa filosofa-scienziata, il cui pensiero sfociava nella teologia, era una figura doppiamente pericolosa per i disegni egemonici del Vescovo cristiano Cirillo; era un pericolo sul piano del costume civile (la donna intellettualmente e professionalmente emancipata) e lo era su quello religioso (Ipazia quale erede di una tradizione misterico-filosofica) e tutto ciò si intrecciava con il rilancio del patrimonio culturale “pagano” sul piano dell’insegnamento pubblico e, come tale, politicamente influente. Insomma, una miscela esplosiva che entrava fatalmente in rotta di collisione coi disegni egemonici della Chiesa di fine IV secolo.In conclusione, la lettura di questo libro è una stimolante occasione di riflessione sulla problematicità dell’intolleranza religiosa, sul diverso e contrastante modo di concepire l’esperienza religiosa nel mondo antico ed in quello cristiano, ma anche sul diverso modo di intendere la ricerca scientifica nelle culture tradizionali e nel mondo contemporaneo. È anche un’occasione per distinguere con chiarezza l’intelletto dei neoplatonici ed il logos della filosofia greca dalla ragione degli illuministi.* * *Tratto da Linea del 2 febbraio 2010.

    Ipazia, donna di scienza e altro | Stefano Arcella
    Se guardi troppo a lungo nell'abisso, poi l'abisso vorrà guardare dentro di te. (F. Nietzsche)

  5. #15
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    Predefinito Re: Rif: Immortale Ipazia

    Roma. Una piazza per Ipazia. Quando?

    Giovedi 18 Giugno, 2015, si è riunita, presso il Comune di Roma, la Commissione Consultiva di Toponomastica per l’assegnazione delle richieste di denominazioni di una strada, depositate in questi giorni in Campidoglio per l’approvazione.
    Ricordiamo che il 5 Marzo 2015 una delegazione del Comitato “Una Piazza per Ipazia” aveva consegnato all’Ufficio Tecnico della Toponomastica la petizione per intitolare ad Ipazia, filosofa e matematica alessandrina, una strada o piazza, insieme alle oltre 1500 firme raccolte attraverso una petizione on – line. Successivamente era stato anche individuato un luogo, un giardino nel territorio del Municipio XI, a cui dedicare il nome della scienziata.
    L’iniziativa di destinare una via ad un personaggio come Ipazia nasce dalla esigenza di ricordarla perché rappresenta valori universali. Questo è indicato dall’alto numero di firme date da moltissimi nostri concittadini che evidentemente conoscono la scienziata e la sua storia e ritengono importante che venga ricordata: Ipazia era una donna libera ed una libera pensatrice, lei ci indica quale deve essere la strada da percorrere per difendere la ricerca della conoscenza, perché solo la conoscenza libera l’uomo dalle oppressioni.
    Ipazia è per noi un simbolo di Resistenza, non si è piegata di fronte ai potenti che le offrivano grandi benefici in cambio della rinuncia alla ricerca, alla conoscenza e soprattutto alla divulgazione del sapere, la sua vita è simbolo di esemplare incorruttibilità, per questo ci auguriamo che l’Ufficio capitolino accolga la nostra richiesta.

    Ultima modifica di sideros; 08-07-15 alle 21:26

  6. #16
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    Predefinito Re: Rif: Immortale Ipazia

    Ora Teodosio, un pupazzo ormai in pugno ad Ambrogio, tra il 391 e il 392, si vide costretto a promulgare una serie di “decreti attuativi” del precedente Editto di Tessalonica, che proibiva le eresie dei culti pagani.
    Vietò l’accesso ai templi pagani, proibì l’adorazione di ogni forma di culto che non fosse quello cattolico ed equiparò i sacrifici agli dei greco-romani al delitto di lesa maestà, punibile con la morte.
    Si scatenò in Alessandria, la persecuzione dei “pagani” con una violenza senza precedenti, da parte del vescovo Teofilo, che fece arrivare dai deserti circostanti un esercito di monaci parabolani, individui ignoranti e feroci che cominciarono a perpetrare crimini bestiali d’ogni sorta.
    Venne distrutto l’antichissimo Tempio di Serapide e data alle fiamme l’annessa Biblioteca, una perdita di conoscenze e di ricerche scientifiche che ha causato un danno incalcolabile all’umanità.
    Einstein diceva, ad esempio, che senza quel rogo, l’Uomo sarebbe già arrivato su Marte.
    Ipazia, in quei tragici giorni, fece il possibile per salvare i rotoli contenenti le fatiche di tanti studiosi e filosofi, ottenendo anche l’aiuto del prefetto Oreste, e finì per attirarsi le ire di un tale Cirillo, asceso al soglio episcopale alla morte di Teofilo, nel 412 d.C.
    Con Cirillo, come scrivono tanti storici, l’episcopato di Alessandria oltrepassò i limiti delle sue funzioni sacerdotali e assunse l’amministrazione di interessi secolari, rendite e potere.
    A questo individuo non importava niente delle affermazioni perentorie di Gesù, del tipo “Il mio regno non è di questo mondo” o “Date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio” e, con l’aiuto della sua feroce feccia cristiana:
    i paraboliani fanatici, instaurò un periodo di terrore.
    Lo stesso prefetto Oreste venne colpito alla testa, da un sasso scagliato da un monaco di Cirillo.
    Ma ecco nel racconto dello storico Damascio, perché si decise all’esecuzione di Ipazia:
    “Un giorno accadde al vescovo Cirillo, mentre passava davanti alla dimora della filosofa Ipazia, di scorgere una gran ressa dinanzi alle sue porte, un insieme di uomini e cavalli; alcuni che entravano altri che uscivano, altri ancora che sostavano in attesa.
    Avendo domandato che cosa mai fosse quella folla, e il perché di un tale viavai attorno a quella casa, si sentì dire che era il giorno in cui Ipazia riceveva i suoi studenti e i suoi conoscenti.
    Ciò appreso, Cirillo si sentì mordere l’anima: fu per tale motivo che ben presto organizzò il suo omicidio, il più empio di tutti gli assassinii”.

    Per spegnere il fuoco velenoso della sua invidia, i seguaci esaltati del vescovo, trascinarono Ipazia in una chiesa.
    Qui la denudarono, le strapparono gli occhi dalle cavità orbitali ancora viva e la massacrarono a colpi di tegole e con coltelli ricavati da conchiglie marine; quindi la fecero a pezzi minuti erroneamente convinti di far sparire il suo corpo e la sua
    menoria.
    I miseri resti, inscenato una macabra processione per le vie di Alessandria, furono portati come trofeo a monito della città e poi bruciati inscenando una festa così cancellardo ogni traccia bruciandoli.
    Questo il terribile racconto dello storico Socrate Scolastico.

    Il vescovo Cirillo, ) protetto dalle leggi emanate da Teodosio, non solo rimase impunito ma venne addirittura santificato, una vergogna, con false motivazione spudoratameente di parte.

    Giunti al termine del tragico racconto, propongo di togliere dal calendario del 27 giugno, la festività a “San Cirillo”e di sostituirla con la dizione “In memoria del massacro di Ipazia”, come monito per le future generazioni a ricordare la scellerata esecuzione di uno spirito libero, colpevole d’essere intelligente, curiosa dei segreti del Cosmo, e soprattutto, donna.
    Quanto diverso sarebbe il nostro mondo se non fossero stati messi a tacere dai fanatici con la violenza, tanti spiriti nobili come Ipazia.
    Il cristianesimo si è affermato con la violenza, con il sangue arrivando vincitore fino all'antica capitale dell'Impero Roma!

  7. #17
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    Predefinito Re: Immortale Ipazia

    Ipazia martire della libertà di religione e del paganesimo, una vera santa.

  8. #18
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    Predefinito Re: Immortale Ipazia

    Santa è un termine che non credo sia appropriato, lei non era ne una fanatica ne bigotta ERA UNO SPIRITO LIBERO. Ne consegue che darle l'appellativo di santa è uno sminuirne la figura di danno Pagana che rispettava la sua e l'altrui vita e non aveva nessun pregiudizio di sorta, ma nonostante ciò seguiva una castità e una moralità per poter concentrarsi sei suoi studi e non per acquisire paradisi perduti in mano di sacerdoti senza scrupoli. Mi raccomando non usate paragonare Ipazia ad una santa cristiana ne sminuireste la sua eterna grandezza: è semplicemente una pagana coerente con una sacralità innata........

  9. #19
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    Predefinito Re: Immortale Ipazia

    Citazione Originariamente Scritto da sideros Visualizza Messaggio
    Santa è un termine che non credo sia appropriato, lei non era ne una fanatica ne bigotta ERA UNO SPIRITO LIBERO. Ne consegue che darle l'appellativo di santa è uno sminuirne la figura di danno Pagana che rispettava la sua e l'altrui vita e non aveva nessun pregiudizio di sorta, ma nonostante ciò seguiva una castità e una moralità per poter concentrarsi sei suoi studi e non per acquisire paradisi perduti in mano di sacerdoti senza scrupoli. Mi raccomando non usate paragonare Ipazia ad una santa cristiana ne sminuireste la sua eterna grandezza: è semplicemente una pagana coerente con una sacralità innata........
    Era un appellativo ironico e hai pienamente ragione!

  10. #20
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    Predefinito Re: Immortale Ipazia

    Vi invito a leggere un articolo interessante su Ipazia

 

 
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