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Discussione: Patria

  1. #1
    ALTRA FACCIA DELLA MONETA
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    Predefinito Patria

    Anche la sinistra dovrebbe «scoprire» la patria
    Maurizio Viroli

    02-02-2005 La Stampa
    Lettere dal Campus

    «Prima eravamo in pochi, a chiamarla patria. Oggi siamo maggioranza». Queste parole, replicate in migliaia di manifesti affissi sui muri di Roma campeggiavano sul palco dell'assemblea celebrativa dei dieci anni di Alleanza Nazionale. Nel suo intervento il Ministro degli Esteri Fini ne ha ripreso il significato proclamando l'amore della patria, in contrasto con il «nazionalismo deteriore» uno dei valori fondanti della destra italiana. Se i «pochi» ai quali lo slogan si riferisce erano gli adepti al Movimento Sociale che per patria intendevano la patria fascista nata dalle dottrine del nazionalismo ci sarebbe da rabbrividire. Vorrebbe dire che l'idea di patria di quei pochi è diventata idea della maggioranza degli Italiani. Le cose per fortuna stanno in maniera diversa e quel manifesto contiene un'astuta manipolazione di principi e di fatti.
    La maggioranza degli Italiani, lo documentano in maniera ineccepibile tutti i sondaggi d'opinione, ha riscoperto negli ultimi anni l'idea di patria grazie soprattutto all'opera di vera e propria educazione civile realizzata dalla Presidenza Ciampi. Orbene, l'idea di patria che gli Italiani hanno riscoperto, anche su questo i sondaggi sono chiarissimi, ha come valori fondanti la Costituzione Repubblicana, la Resistenza, e l' Europa unita e dunque non ha nulla a che vedere con la patria dei pochi neofascisti.

    Proprio perché il tema della patria è tornato al centro della lotta politica e ideale bisogna essere in proposito molto chiari. Nella storia italiana si sono confrontate e combattute (nonostante i goffi tentativi di commistione) due idee di patria, quella del nazionalismo e quella del patriottismo. La prima intende per patria la «volontà di potenza», l'attaccamento alla nazione, alla razza e la «difesa della propria razza», come scriveva l'ispirato Alfredo Rocco, massimo dottrinario del nazionalismo, per non parlare dell'ineffabile Marinetti, che Fini cita quale esempio di amore della patria, che interpretava il patriottismo come sviluppo crescente delle qualità della «razza», per «una vittoria progressiva sulle razze rivali». La seconda ha le sue radici nel Risorgimento (per non andare più indietro nel tempo) e considera patria la libera comunità politica che garantisce l'uguaglianza dei diritti politici, il rispetto della dignità di tutti e guarda agli altri popoli come popoli di uguale dignità con i quali operare per il bene dell'umanità.

    C'è stata la patria del fascismo, che come spiega il Dizionario di politica edito dal Partito Nazionale Fascista nel 1940, si incarna nello Stato «in quanto promotore della guerra, che genera le nazioni e la nazionalità»; c'e stata la patria degli antifascisti, quella che, come scriveva Carlo Rosselli «non si misura a frontiere e cannoni, ma coincide col nostro mondo morale e con la patria di tutti gli uomini liberi» e si sposa perfettamente con gli altri valori della dignità dell'uomo, della libertà, della giustizia, della cultura, del lavoro.

    Le due idee sono non diverse ma incompatibili. Prova ne sia che quando trionfò l'idea fascista della patria chi credeva nella patria democratica era in carcere, o in esilio, o assassinato. Quando si affermò la patria repubblicana il fascismo e la sua ideologia sono stati banditi. Come aveva visto benissimo Croce nel 1943, il nazionalismo è il contrario del patriottismo. È troppo chiedere all'onorevole Fini se il patriottismo di Alleanza Nazionale è legato ancora al nazionalismo o è in tutto e per tutto il patriottismo della nostra migliore tradizione intellettuale?

    Un problema diverso, ma altrettanto serio si pone alla sinistra. Con la sua iniziativa politica e ideologica Alleanza Nazionale si presenta quale custode privilegiato dei valori della patria.

    Può la sinistra starsene con le mani in mano? Sono passati oltre dieci anni da quando in un articolo pubblicato sull'Unità, e poi tante altre volte, ammonivo la sinistra a non lasciare alla destra il monopolio del patriottismo. Purtroppo, tranne pochi episodi, l'ammonimento non è stato raccolto. Ora che Alleanza Nazionale alza alto il vessillo del patriottismo senza sciogliere le sue contraddizioni, sarebbe ora che la sinistra, se non vuole andare incontro ad una grave sconfitta sul terreno ideale, alzasse la bandiera del vero patriottismo.

  2. #2
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    Predefinito

    Anche in Italia, come in altri paesi, la sconfitta della sinistra si misura dalla sua incapacità di dettare i temi al centro del dibattito politico.

    Nel nostro paese ci si divide sul sì o no al taglio delle tasse, non sul sì o no alla difesa dei servizi pubblici, o alla lotta contro l'evasione fiscale; anche quello del patriottismo sta forse diventando un tema del quale sarò la destra a stabilire le coordinate.

  3. #3
    laico progressista
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    Predefinito

    Citazione da Intervento Principale di by LUCIO
    Anche la sinistra dovrebbe «scoprire» la patria
    Maurizio Viroli

    02-02-2005 La Stampa
    Lettere dal Campus

    «Prima eravamo in pochi, a chiamarla patria. Oggi siamo maggioranza». Queste parole, replicate in migliaia di manifesti affissi sui muri di Roma campeggiavano sul palco dell'assemblea celebrativa dei dieci anni di Alleanza Nazionale. Nel suo intervento il Ministro degli Esteri Fini ne ha ripreso il significato proclamando l'amore della patria, in contrasto con il «nazionalismo deteriore» uno dei valori fondanti della destra italiana. Se i «pochi» ai quali lo slogan si riferisce erano gli adepti al Movimento Sociale che per patria intendevano la patria fascista nata dalle dottrine del nazionalismo ci sarebbe da rabbrividire. Vorrebbe dire che l'idea di patria di quei pochi è diventata idea della maggioranza degli Italiani. Le cose per fortuna stanno in maniera diversa e quel manifesto contiene un'astuta manipolazione di principi e di fatti.
    La maggioranza degli Italiani, lo documentano in maniera ineccepibile tutti i sondaggi d'opinione, ha riscoperto negli ultimi anni l'idea di patria grazie soprattutto all'opera di vera e propria educazione civile realizzata dalla Presidenza Ciampi. Orbene, l'idea di patria che gli Italiani hanno riscoperto, anche su questo i sondaggi sono chiarissimi, ha come valori fondanti la Costituzione Repubblicana, la Resistenza, e l' Europa unita e dunque non ha nulla a che vedere con la patria dei pochi neofascisti.

    Proprio perché il tema della patria è tornato al centro della lotta politica e ideale bisogna essere in proposito molto chiari. Nella storia italiana si sono confrontate e combattute (nonostante i goffi tentativi di commistione) due idee di patria, quella del nazionalismo e quella del patriottismo. La prima intende per patria la «volontà di potenza», l'attaccamento alla nazione, alla razza e la «difesa della propria razza», come scriveva l'ispirato Alfredo Rocco, massimo dottrinario del nazionalismo, per non parlare dell'ineffabile Marinetti, che Fini cita quale esempio di amore della patria, che interpretava il patriottismo come sviluppo crescente delle qualità della «razza», per «una vittoria progressiva sulle razze rivali». La seconda ha le sue radici nel Risorgimento (per non andare più indietro nel tempo) e considera patria la libera comunità politica che garantisce l'uguaglianza dei diritti politici, il rispetto della dignità di tutti e guarda agli altri popoli come popoli di uguale dignità con i quali operare per il bene dell'umanità.

    C'è stata la patria del fascismo, che come spiega il Dizionario di politica edito dal Partito Nazionale Fascista nel 1940, si incarna nello Stato «in quanto promotore della guerra, che genera le nazioni e la nazionalità»; c'e stata la patria degli antifascisti, quella che, come scriveva Carlo Rosselli «non si misura a frontiere e cannoni, ma coincide col nostro mondo morale e con la patria di tutti gli uomini liberi» e si sposa perfettamente con gli altri valori della dignità dell'uomo, della libertà, della giustizia, della cultura, del lavoro.

    Le due idee sono non diverse ma incompatibili. Prova ne sia che quando trionfò l'idea fascista della patria chi credeva nella patria democratica era in carcere, o in esilio, o assassinato. Quando si affermò la patria repubblicana il fascismo e la sua ideologia sono stati banditi. Come aveva visto benissimo Croce nel 1943, il nazionalismo è il contrario del patriottismo. È troppo chiedere all'onorevole Fini se il patriottismo di Alleanza Nazionale è legato ancora al nazionalismo o è in tutto e per tutto il patriottismo della nostra migliore tradizione intellettuale?

    Un problema diverso, ma altrettanto serio si pone alla sinistra. Con la sua iniziativa politica e ideologica Alleanza Nazionale si presenta quale custode privilegiato dei valori della patria.

    Può la sinistra starsene con le mani in mano? Sono passati oltre dieci anni da quando in un articolo pubblicato sull'Unità, e poi tante altre volte, ammonivo la sinistra a non lasciare alla destra il monopolio del patriottismo. Purtroppo, tranne pochi episodi, l'ammonimento non è stato raccolto. Ora che Alleanza Nazionale alza alto il vessillo del patriottismo senza sciogliere le sue contraddizioni, sarebbe ora che la sinistra, se non vuole andare incontro ad una grave sconfitta sul terreno ideale, alzasse la bandiera del vero patriottismo.
    E' dovere dei repubblicani, quali rappresentanti di un percorso storico-politico inscindibile dalla genesi e dall'evoluzione del nostro Stato unitario e democratico, farsi promotori di una riscoperta del sentimento patriottico. Un patriottismo di cui il professor Viroli indica da tempo con rara efficacia e lucidità la sostanza e i contenuti.
    Io mi sento offeso e mortificato dalla baldanza con cui gli eredi della cultura fascista, oggi neofiti della democrazia, rispolverano un'identità nazionale residua di un delirio di potenza, rigonfio di retorica, di vuoto sentimentalismo e di aulico simbolismo.
    Questo nazionalismo vacuo e razziale è figlio dell'Italia fascista, ma si compiace di rappresentare la bandiera, quasi di averne l'esclusiva.
    Ai repubblicani il compito di restituire all'Italia il patriottismo che le compete, di imperniarlo sui valori fondanti del nostro Paese democratico e repubblicano: la Costituzione, lo Stato di diritto, un amor patrio che si manifesti nel rispetto per le leggi, per le istituzioni, per i concittadini. Perché amare la Patria significa anzitutto aspirare alla tutela del nostro Stato democratico, al suo buon funzionamento, all'armonica e pacifica convivenza dei suoi abitanti.
    Questo è il nostro patriottismo. Viroli ce lo ha insegnato e continua a ricordarcelo, nel solco del pensiero mazziniano.


    P.S. Ho inserito l'articolo di Maurizio Viroli nel thread "Un manifesto di idee laiche per i repubblicani", sotto il capitolo "La patria". Un atto dovuto.

  4. #4
    Garibaldi
    Ospite

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    Viroli costruisce tutta la struttura del suo articolo su una frase posta all'inizio:

    Se i «pochi» ai quali lo slogan si riferisce erano gli adepti al Movimento Sociale che per patria intendevano la patria fascista nata dalle dottrine del nazionalismo ci sarebbe da rabbrividire.

    che non e' di Fini ma e' di Viroli stesso che poi continua ipotizzando scenari che sono solo nella sua mente malata, o meglio obnibulata, con cio' opera una operazione culturale indegna in quanto attribuisce opinioni ad altri per giustificare le proprie.
    VERGOGNA !!!
    L'ìetica mazzianiana insegna il rispetto delle idee altrui che significa anche riportarle non fuorviate ed in modo palesemente erroneo .

    di nuovo VERGOGNA !!!

  5. #5
    laico progressista
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    Leggiti "Per amore della Patria", dove il professore argomenta con valore la propria visione del patriottismo, invece di ringhiare insulti a casaccio, ignorante!

  6. #6
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    Predefinito Riflessioni sulla Patria

    08/feb/2005
    Articolo dell'on. Luciana Sbarbati, Segretario Nazionale dei Repubblicani Europei, Pubblicato su La Rinascita della Sinistra

    Una riflessione su cosa intendiamo oggi con il termine patria non può prescindere da qualche cenno su come è cambiato il significato attributo negli anni al concetto di nazione e soprattutto va inteso come “evoluzione”.

    Introdotto solo verso la metà dell’Ottocento, venne riferito a comunità e quindi Stato, si diffuse quale realtà culturale e spirituale che caratterizzava un popolo in maniera precisa con l’avvento dell’egemonia politica e culturale francese. Il filosofo tedesco Herder aggiunse più tardi il territorio fra gli elementi che costituiscono un insieme con la spiritualità e la cultura del popolo che lo abita.

    Il romanticismo introdusse invece il concetto moderno di nazione quale collegamento fra questa e le sue forme di organizzazione politica, attribuì al termine nazione il valore di progetto, fondato sulla sovranità popolare e quindi lo stato nazionale.

    Si iniziò così a ragionare intorno all’idea di patria e di identità nazionale, orientamento, questo, condiviso da Mazzini che pose alla base delle sua elaborazione teorica e della sua azione politica il conseguimento dell’unità e dell’indipendenza nazionali.

    Per Mazzini, infatti, l’idea di patria costituiva un pensiero e un agire comuni in cui la lotta per la libertà e per l’indipendenza sono legate in modo indissolubile.

    L’unità affermata anche dal Tricolore e dalla celebrazione di una giornata come quella del 2 giugno, festa della Repubblica, per il ripristino della quale mi sono battuta in Parlamento, assicurano e rafforzano oggi “il sentire comune” spesso ricordato da Mazzini.

    Un sentire comune che nella storia recente dell’Italia si è affievolito e che negli ultimi anni, per l’azione politica della Lega e del Governo di centrodestra, ha conosciuto le sue espressioni peggiori. Immaginare con la devoluzione la divisione del nostro Paese è stato quanto di più sbagliato si potesse fare.

    L’idea federalista proposta da Mazzini, estesa all’Europa, prevedeva una cessione di sovranità e non la divisione del territorio. Egli credeva nella possibilità di un’Europa unitaria basata su valori democratici e di reciproco rispetto in cui il federalismo potesse promuovere il processo di integrazione dei popoli e facilitasse il superamento delle rivalità e degli attriti derivanti dai conflitti.

    La presidenza Ciampi ha ridato slancio ai valori nazionali: la bandiera, l’inno nazionale, la Patria e ha celebrato eroi i nostri caduti a Nassirya.
    In fondo, con i suoi interventi ha ridato slancio al significato di patria ispirato da Rosselli come patria di uomini liberi che garantisse giustizia, cultura, lavoro, valori che sono tutelati nella Costituzione Repubblicana del 1947 e che oggi vanno quanto mai difesi.

    All’inizio del secolo tutto questo mancava. I nostri connazionali hanno scelto di andare a cercare opportunità altrove. Hanno avuto necessità di abbandonare terre e affetti per poter lavorare. Come oggi l’Europa rappresenta per gli europei la possibilità di estendere la cittadinanza ad un territorio più vasto in cui trovare occupazione e studiare.
    Ma per uno strano destino, il nostro Paese rappresenta un’opportunità per tanti, migliaia di cittadini in fuga da miserie di ogni tipo, guerra e regimi, che cercano con ogni mezzo di realizzare, anche a costo della loro stessa vita, un sogno.

    Se tutto questo deve avere un senso, allora va chiarito, forse, che insieme al radicamento di un popolo su un territorio, oltre a una comune cultura, alla condivisione di una lingua o di una forma di Governo, il concetto di Patria deve essere esteso anche all’accoglienza e all’integrazione.

    Accoglienza come riconoscimento di diritti e di pari dignità, integrazione come superamento di confini e barriere costituite da religione, sesso, razza o estrazione sociale, idea politica, ecc.

    Il concetto di patria, se guardiamo al futuro, diviene un concetto astratto ma sempre più forte perché carico di significato spirituale.

    Ancora una volta il richiamo a Mazzini mi è d’obbligo. Quando egli affermava che “Dio è popolo”, voleva anche dire che la Nazione doveva intendersi come “un’operaia al servizio di Dio”, quindi al servizio dell’Umanità.

    Ma, soprattutto, egli intendeva ispirare una coscienza di “popolo” e di “patria” presso tutte le classi sociali. Concetto, questo, che se ripreso e applicato alla civiltà multietnica e multirazziale, con la quale ci dovremo confrontare nei prossimi decenni, forse, può far superare l’idea che italiano è solo colui che è nato nel nostro Paese o che romano, come vuole la tradizione, è solo chi può vantare sette generazioni di antenati.

    Sarà italiano, allora, chi si sentirà di condividere con noi la cittadinanza fatta di diritti e di doveri, di rispetto e di dignità, garantita da leggi giuste e da tutele sociali, da parità di opportunità e da libertà di espressione.

 

 

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