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Discussione: Jubus

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    Predefinito Jubus

    Tutti coloro che hanno un interesse al buddhismo avranno constatato il notevole numero di ebrei che praticano e insegnano il buddhismo in Occidente. Il fenomeno è tanto evidente che negli Stati Uniti è nato il termine "jubus".

    Vista l'importanza del fenomeno sarebbe interessante qualche approfondimento.

    Copio e incollo uno stralcio di un lungo articolo di Marilì Cammarata - EBREI BUDDHISTI: ERETICI O...? tratto dal sito: EBREI BUDDHISTI: ERETICI O

  2. #2
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    Predefinito Rif: Jubus

    EBREI BUDDHISTI: ERETICI O...?

    [...]

    Nell’Ottocento l’interesse per il buddhismo degli ebrei europei, che il razionalismo illuminista dell’Emancipazione ha quasi definitivamente allontanato dal misticismo un po’ eretico dei shab betiani e degli ultrà chassidici, prende le mosse quasi certamente dal pensiero di Schlegel e di Schopenauer: quest’ultimo era a sua volta debitore a Isaak Jacob Schmidt, di evidente origine ebraica, della conoscenza del Sutra del Diamante, tradotto in russo. Agli inizi del secolo il russo Benjamin Bergmann diede agli europei notizie sul buddhismo tibetano. Famoso indologo fu an che il francese Sylvain Lévi, uno degli insegnanti della famosa Alexandra David-Néel. Il musici sta ebreo Schönberg era un teosofo, e la teosofia attinge a piene mani al buddhismo.[44]
    È però il Novecento a segnare l’incontro ufficiale tra ebraismo e buddhismo.[45]
    In questo secolo, inoltre, la filosofia buddhista e la mistica ebraica rappresentata dalla Qabbalah cessano di essere un “argomento” o una “pratica” riservati a un’élite colta[46] e diventano, in particolare a partire dal secondo dopoguerra, un vissuto che interessa una fascia molto più ampia di popolazione. L’America ha accolto con gli stessi dubbi profughi ebrei dalla Shoah e profughi dal comunismo cinese, vietnamita e cambogiano. Sono i profughi a portare con sé, incisi nei loro cuori e nelle loro menti (alcuni, come gli ebrei chassidici, hanno anche molti libri), i pre cetti fondamentali del rispettivo credo e a comprendere che solo studiandolo e approfondendolo le rispettive eredità non andranno perse. Lo si avverte in particolare negli Stati Uniti, dove già il movimento beat, tra la fine degli anni ‘50 e la metà degli anni ‘60, fa propri i principi generali (spirituali, comportamentali e ambientali) del buddhismo zen (spesso riadattandoli ad usum del phini); non pochi, fra i beatnik, sono ebrei: basti citare il più famoso di tutti, Allen Ginsberg.
    L’incontro con il buddhismo avviene sia negli ambienti dell’ebraismo riformato che in quello ortodosso di cultura yiddish.
    Paradossalmente, il buddhismo viene recepito e “praticato” più nell’ambiente orto dosso/conservative che in quello riformato. La Central Conference of American Rabbis (CCAR), che riunisce i capi della Riforma ha dato pubblico, cordiale e, apparentemente, non formale ben venuto al Dalai Lama durante la sua prima visita ufficiale negli Stati Uniti nel 1990. Eppure, di fronte a una donna ebrea che insieme al marito pratica sia l’una sia l’altra filosofia, esprime per plessità non sul fatto che essa si dichiari “anche” buddhista ma sul fatto che si dichiari Zen priest, cioè “sacerdote” e, in quanto tale, più impegnata moralmente e spiritualmente sul versante orientale.[47] Il CCAR suggerisce, citando il rabbino Leo Baeck, di incontrare la donna e di aiu tarla a... chiarirsi le idee, poiché, se veramente essa è un’insegnante zen, la sua dottrina etica, con trariamente a quella ebraica, la porta a negare il mondo e pertando rischia di autoescludersi dalla sua comunità d’origine.
    Baeck, uno dei più importanti teorici dell’ebraismo riformato del Novecento, è infatti, nono stante le sfumature impresse alle sue parole, un forte oppositore del buddhismo come religione. Le affermazioni che si incontrano soprattutto nella prima parte del suo celeberrimo L’essenza dell’ebraismo[48] rivelano da una parte una conoscenza alquanto superficiale del Dharma (attribuendo ai buddhisti pensieri e “dogmi” del tutto errati), dall’altra attribuisce all’ebraismo in esclusiva concetti che invece sono basilari anche nel suo “antagonista”.
    A proposito della “riscoperta” della Qabbalah scrive tuttavia lo studioso Giulio Busi: “In anni assai re centi alcuni segnali d’innovazione sono tuttavia giunti dagli ambienti di avanzate tendenze rifor mistiche degli Stati Uniti, dove — sotto l’impatto della spiritualità orientale, che ha conquistato molti adepti tra gli ebrei americani — si sta sviluppando un movimento di ricerca di un equiva lente giudaico all’esperienza interiore di origine indiana. L’insegnamento tradizionalista della qabbalah si trova così a fondersi con problematiche di femminismo, di scienza contemporanea e di dialogo interreligioso, e l’antico simbolismo delle sefirot si mescola coi temi della meditazione buddhista e induista e con l’eredità della beat generation. In questo risveglio spirituale, forte mente incentrato sulla pratica, sui canti collettivi e sulla partecipazione alla preghiera, la tradi zione cabbalistica sembra poter fornire, almeno in parte, gli strumenti per una nuova riappro priazione interiore dell’identità giudaica, offrendo equivalenti antichi e prestigiosi alle pratiche orientali di meditazione e di lettura simbolica del rito”.[49]
    Sono, i praticanti di tale commistione, i cosiddetti jew-bu (letteralmente: giudeo-buddhisti) americani.[50]
    Esempio tipico di simile (e a mio parere feconda) commistione tra le due mistiche viene offerto, a partire dagli anni ‘80 dall’opera e dall’esempio del rabbino ortodosso A. Kaplan, la cui Meditazione ebraica, alla quale si affiancano Meditation and Bible e Meditation and Kabbalah, è all’origine di una lunghissima serie di testi, spesso ma non sempre di studiosi ebrei riformati, ap parsi in questi ultimi anni grazie a case editrici come Shambhala (che pubblica soprattutto testi di spiritualità orientale ed è stata fondata da un ebreo, Sam Bercholz) e Jewish Lights Publishing (che pubblica esclusivamente opere di autori ebrei).[51]
    È grazie a una pubblicistica di questo tipo, come anche al diffondersi di istituti preposti all’inse gnamento e alla pratica della meditazione buddhista (il più famoso dei quali, l’Insight Meditation Society di Barre, in Massachusetts, è stato fondato da quattro ebrei: J. Kornfield, J. Goldstein, L. Rosenberg e S. Salzberg)[52] che, nel 1990, è avvenuto lo storico incontro, nella residenza di Dharamsala, tra una delegazione di rabbini di tutte le varie correnti americane e il Dalai Lama, il capo spirituale del buddhismo mondiale.
    Il resoconto di questo incontro è narrato con commossa partecipazione, stupore, umiltà e non poca ironia (nonché autoironia) da uno dei partecipanti — una decina di persone, tra cui una yid dishe mame e una rabbinessa —, il professore universitario e scrittore Rodger Kamenetz, in The Jew in the Lotus, improvvidamente tradotto in italiano come L’ebreo nel loto dalla Ecig.[53]
    Non è possibile, ovviamente, soffermarsi di più su questo splendido libro. Mi pare tuttavia significativo che, oltre allo scambio di notizie e opinioni sui rispettivi credo, in questa occasione non venga tralasciato il dato storico che accomuna oggi ebrei e buddhi sti. Chiede infatti il Dalai Lama: “Anche noi, oggi, viviamo da profughi, lontani dalla nostra terra natale, una condizione che voi conoscete da molti secoli, e come l’ebraismo anche il buddhismo tibetano rischia di scomparire. Qual è il segreto della vostra sopravvivenza?”. Risponde uno dei rabbini: “Soprattutto la fedeltà al nostro testo sacro per eccellenza, la Torah.”. Il Dalai Lama sorride e ringrazia per la lezione. A sua volta, Kamenetz ha organizzato nella sua congregazione un seder pasquale per il Tibet nel corso del quale, tra le altre cose, dopo il tradizionale augurio che caratterizza la Diaspora “l’anno prossimo a Gerusalemme”, ha aggiunto: “l’anno prossimo a Lhasa”.[54]
    Buona parte del tempo dedicato agli incontri di Dharamsala, che Kamenetz paragona alla città ebraica mistica per eccellenza, la Safed del XVI secolo, viene dedicato a entrambe le mistiche: viene qui giustamente fatto osservare che, se molti ebrei si rivolgono e trovano risposte nella mistica bud dhista, non è che il giudaismo sia privo di una sua, ma solo perché questa è stata occultata per secoli e solo oggi, grazie appunto all’arrivo del buddhismo in Occidente (e di fronte all’emorragia di giovani ebrei attratti dall’Oriente), viene “riscoperta” e riproposta, quasi in antagonismo a que sta, nel momento stesso in cui se ne indicano le profonde analogie di metodo (divergono ovvia mente i contenuti, un po’ meno gli scopi).
    Annota Kamenetz nel suo diario del lungo e articolato incontro (7 giorni) di aver visto e sentito numerosi giovani ebrei israeliani (e di altri Paesi) per le vie di Dharamsala, tutti affascinati da quell’atmosfera mistica ricca, gaia (nonostante tutto), poco formale e accomodante che è tipica dell’India induista e buddhista, tanto diversa dal severo cipiglio dell’ebraismo (soprattutto di quello ultraortodosso) che hanno lasciato nelle loro patrie. A Dharamsala vivono molti monaci buddhisti di origine occidentale: non pochi, anche tra i più vicini al Dalai Lama, sono ebrei, israe liani e non.[55]
    L’interesse degli ebrei israeliani per l’India non è né casuale né sporadico. È anzi un fenomeno che potremmo quasi definire di massa o generazionale, ormai codificato anche a livello letterario, come dimostrano per esempio Viaggio in India di A. Yehoshua e Lo stesso mare di A. Oz. Si stima che circa 10.000 israeliani si rechino ogni anno in India alla ricerca di una “spiritualità perduta”, che nel loro Paese è quasi nascosta, ignorata ed elitaria.[56]
    Scrive A. Kaplan: “Oggi, in particolare in America, numerosi sono gli ebrei che si inte ressano alle religioni orientali e si calcola che in certi ashram il 75% dei membri siano ebrei, mentre molti altri praticano tecniche sul tipo della meditazione trascendentale”.[57]
    Ma il primo, forse, e più illustre ebreo del nostro tempo ad aver visitato l’India in conse guenza dei suoi studi giovanili sull’ascetismo, è sicuramente il Nobel Elie Wiesel. Le non poche pagine che, nella sua autobiografia,[58] dedica al viaggio fatto nel 1952 nel subcontinente, sono il luminanti per comprendere il fascino e le difficoltà che può provare un ebreo di fronte al bud dhismo (anche se Wiesel ne fa un tutt’uno con l’induismo). Ancor più illuminante la chiusa del racconto: “Ritorno dall’India ancora più ebreo di prima”,[59] un sentimento che certamente ha fatto la gioia, oltre che del suo autore, e del mondo ebraico ortodosso al quale appartiene, anche del buddhismo, che a niente punta di meno che a distogliere un essere umano dalla sua religione, anzi.[60]
    Un tale timore viene espresso da A. Viterbo in un articolo pubblicato sulla rivista ufficiale delle Comunità Ebraiche Italiane “Shalom”: l’autore riconosce che i giovani israeliani non vanno in Oriente solo per i “panorami mozzafiato”, ma anche e soprattutto perché “si cercano risposte”, “certezze”. E prosegue: “I giovani israeliani finiti [sic! nda] in monasteri buddisti e diventati monaci, sebbene non moltissimi, rappresentano i casi estremi di un fenomeno diffuso”. Il rimedio che Viterbo vede con favore è quello di “giovani rabbini ortodossi [...] organizzati in gruppi slegati dalle istituzioni religiose ufficiali [che] cercano di proporre contenuti ebraici che siano adatti ai tempi, senza essere in contraddizione con l’Halachà”, con la speranza che i giovani israeliani tornino “a cercare risposte nella cultura ebraica piuttosto che in quella indiana o buddista”. Viterbo sembra confondere qui “cultura” con “spiritualità” o con desiderio di autenticità, un sentimento molto vivo nei giovani, che purtroppo si tende sempre a sottovalutare, quando non a conculcare definitivamente.[61]
    Si vorrebbe inoltre consigliare a rav Viterbo una lettura non distratta di Torah and Dharma di Judith Linzer, psicologa, ebrea osservante e praticante la meditazione ebraica da lei riscoperta in seguito alla frequentazione del pensiero e dell’azione buddhisti. La Linzer, in una ricerca nata come tesi di laurea e durata quasi quindici anni, arriva alla conclusione che un ebreo che pratica in profondità e in buona fede i precetti buddhisti, prima o poi non solo ritorna alla fede di partenza, ma spesso, pur cresciuto in un ambiente assimilato o non-religioso, nell’ambito di quella più ortodossa. Vi torna, ovviamente, con maggiore consapevolezza e maggiore entusiasmo, perché ha compreso, tra le altre cose, che “la meditazione non è la religione. Si può essere ebreo o cristiano o musulmano e praticare la forma buddhista della meditazione”[62].
    A questo proposito traggo da “Shabbat Shalom”, la rivista dei lubavitcher italiani, questo flash autobiografico di un dotto rebbe israeliano, Refael Halperin: “Come tanti altri israeliani mi recai in India, in un centro buddhista. Vidi un monaco seduto in disparte, completamente distaccato da ciò che lo circondava. Dissi a me stesso: ‘Guarda com’è concentrato nel suo culto: e tu? Non puoi dedicarti alla Torah di Israel?’. Così decisi tornare alle mie radici”.[63]
    Un’altra via è quella attualmente ripercorsa da un altro ebreo, A. Morinis, che, in gioventù, ha cercato risposte in India, ricavandone due possibilità: è stato infatti il cofondatore della Seva Foundation che si occupa di progetti di sviluppo in giro per il mondo e basa la sua opera sui principi del karma yoga, alla ricerca della “delicata bilancia tra azione e riflessione, fare ed essere, dentro e fuori”. Inoltre ha riscoperto la pratica del musar che non è “una pratica orientale rivestita di ebraismo” ma un’antica pratica ebraica di meditazione e di azione che afferma “la realtà di questa vita – che non è un regno illusorio – e l’importanza della nostra pratica qui e ora”. Quale miglior simbiosi tra ebraismo e buddhismo?[64]
    Possiamo ipotizzare inoltre che se la meditazione praticata sulla scia di Luria e dei rabbini suoi seguaci dai ¢assidim non fosse rimasta per quasi due secoli privilegio di pochi “eletti”, forse tanti giovani ebrei non avrebbero dovuto riscoprirla nell’ambito di un’altra fede.
    È strano constatare però come anche la meditazione buddhista sia rimasta per molti secoli appannaggio esclusivo dei monaci. Scrive infatti un tardivamente convertito al buddhismo, Tiziano Terzani: “U Ba Khin era birmano. Nato nel 1899 [...] Devoto buddhista, si era interessato fin da giovane alla meditazione e aveva deciso di riportare alla portata dei laici questa pratica spirituale che, per secoli, i bonzi avevano tenuto per sé come un monopolio. O uno si faceva monaco, o non c’era modo di meditare. U Ba Khin [...] nel 1952 fondò il Centro Internazionale di Meditazione a Rangoon. Quando nel 1971 morì, la meditazione era diventata un esercizio spirituale accessibile a chiunque, come era stata duemilacinquecento anni prima, ai tempi del Buddha”.[65]
    Kaplan come U Ba Khin, dunque...

    [...]

    Marilì Cammarata

    Dal sito:EBREI BUDDHISTI: ERETICI O

  3. #3
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    Predefinito Rif: Jubus

    Citazione Originariamente Scritto da Dorjiev Visualizza Messaggio
    Scrive infatti un tardivamente convertito al buddhismo, Tiziano Terzani:]

    Ah..era questo il motivo della sua mascherata degli ultimi tempi? Credevo fosse divenuto hinduista sull'Himalaya.....

    Per tutto il resto.... grande è la confusione sotto il cielo, mi sembra.

    La grande commistione di questi tempi mi appare deleteria. La divulgazione (apparente) di dottrine un tempo riservatissime mi appare deleteria. La non distinzione tra "cultura" e "spiritualità" mi appare deleteria.

    Madonna "esperta" di kabbalah mi appare deleteria perchè alimenta l'illusione che la cultura possa dare risultati spirituali. Il buddhismo divulgato in occidente mi appare deleterio perchè fa illudere che non sia necessario ritirare i sensi dal mondo per conquistare la vacuità: roba per dilettanti ricolmi di speranze vane.

    Solo l'ascesi kabbalistica praticata nel segreto e con assidua costanza e adeguato corredo sapienziale riservatissimo poteva condurre a qualcosa.

    Solo la rinuncia del monaco buddhista avulso da ogni contesto contaminante poteva propiziare gli esercizi durissimi necessari all'ascesi insegnata dal Gautama con prescrizioni riservate a chi aveva lasciato il mondo.

    Oggi certa divulgazione fa credere tutto alla portata di tutti: non è così.

    Nel suo abbassamento verso tutti la verità si ri-vela: nascondendosi nuovamente.
    Ultima modifica di primahyadum; 19-11-09 alle 15:12
    "Così penseremo di questo mondo fluttuante: una stella all'alba; una bolla in un flusso; la luce di un lampo in una nube d'estate; una lampada tremula, un fantasma ed un sogno:"
    (Sutra di diamante)

  4. #4
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    Predefinito Rif: Jubus

    sublime ignoranza
    comprendere il Buddha e definire lo zen

    la forma ed il nome ....si dice che un tempo fossero indissolubilmente legati

    la Realtà è unica....non due
    gli fu dato nome Dharma

    La mente pura può scrutarla
    gli fu dato il nome di Buddha

    il nome è l'ombra della forma
    cercando di cambiare forma cambiando semplicemente il nome io credo che si andrà incontro ad una grande confusione



    @ Dorjiev...l'articolo a modo suo è istruttivo, ti ringrazio
    Non ho princìpi, l’adattabilità a tutte le cose è i miei princìpi

  5. #5
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    Predefinito Rif: Jubus

    Citazione Originariamente Scritto da primahyadum
    Nel suo abbassamento verso tutti la verità si ri-vela: nascondendosi nuovamente.

    Sembra che si nasconda per una sua dote: E' SEMPLICE.
    E quando un essere umano non è allo stesso livello di semplificazione della Verità non la potrà mai vedere.

    Citazione Originariamente Scritto da euvitt
    la Realtà è unica....non due
    gli fu dato nome Dharma
    Infatti, se la Realtà non è duale, allora, evidentemente, tutti gli esseri umani in questo momento stanno tutti meditando e il Dharma si rivela solo per di chi ne è consapevole.
    Ultima modifica di Z4rdoz; 19-11-09 alle 19:34

  6. #6
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    Predefinito Rif: Jubus

    Citazione Originariamente Scritto da Dorjiev Visualizza Messaggio
    Scrive infatti un tardivamente convertito al buddhismo, Tiziano Terzani: “U Ba Khin era birmano. Nato nel 1899 [...] Devoto buddhista, si era interessato fin da giovane alla meditazione e aveva deciso di riportare alla portata dei laici questa pratica spirituale che, per secoli, i bonzi avevano tenuto per sé come un monopolio. O uno si faceva monaco, o non c’era modo di meditare. U Ba Khin [...] nel 1952 fondò il Centro Internazionale di Meditazione a Rangoon. Quando nel 1971 morì, la meditazione era diventata un esercizio spirituale accessibile a chiunque, come era stata duemilacinquecento anni prima, ai tempi del Buddha”.[65]
    Sarò sempre grato a Sayagyi U Ba Khin, grazie a lui ho potuto sperimentare la potenza della tecnica Vipassana. Mi fu insegnata da un allievo di S.N. Goenka che a sua volta fu allievo di Sayagyi U Ba Khin, fu un'esperienza molto forte e per certi versi molto dura....ma nella mia vita cambiò radicalmente tante cose...
    Ultima modifica di Zed; 20-11-09 alle 19:08
    ...

    Chi coltiva un pensiero raccoglie un'azione, chi coltiva un'azione raccoglie un'abitudine, chi coltiva un'abitudine raccoglie un carattere, chi coltiva un carattere raccoglie un destino.

  7. #7
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    Predefinito Rif: Jubus

    Citazione Originariamente Scritto da primahyadum Visualizza Messaggio

    Il buddhismo divulgato in occidente mi appare deleterio perchè fa illudere che non sia necessario ritirare i sensi dal mondo per conquistare la vacuità: roba per dilettanti ricolmi di speranze vane.



    Solo la rinuncia del monaco buddhista avulso da ogni contesto contaminante poteva propiziare gli esercizi durissimi necessari all'ascesi insegnata dal Gautama con prescrizioni riservate a chi aveva lasciato il mondo.

    Oggi certa divulgazione fa credere tutto alla portata di tutti: non è così.

    Queste affermazioni meritano di essere commentate.


    Mi sembra di notare una certa somiglianza con la visione di Evola, che tende a cavalcare l' interpretazone di un buddhismo aristocratico, per pochi : "... la dottrina ariya del risveglio più di qualsiasi altra è vicina ad una via iniziatica atta ad essere compresa e cavalcata solo da pochi nei quali, insieme ad eccezionale forza, sia viva l'aspirazione all'incondizionato." (La Dottrina del Risveglio).
    Per rispondere basterebbero le parole di Guénon (autore non certo disdegnato da Evola) che spiega bene la differenza e complementarità tra punto di vista puramente metafisico e il punto di vista iniziatico. Il punto di vista iniziatico deve tenere " conto delle condizioni attuali degli individui umani come tali", deve prendere "in considerazione quel che si può chiamare uno stato di fatto e collegarlo in qualche modo all'ordine principale" (Iniziazione e realizzazione spirituale).

    Mi limito alla sola tradizione buddhista theravada (tralasciando il mahayana e il vajrayana). Nell'Ariyapariyesana-sutta il Buddha fa la distinzione fra gli ariya pariyesana e gli anariya pariyesana. I buddhisti theravada conoscono i diversi passaggi nei vari Sutta dove il Buddha afferma senza equivoci che il suo insegnamento è graduale.
    Nel Sigalovada-sutta vengono indicati due sentieri sagassa maggam e mokkhassa maggam. Insomma per farla breve tra i buddhisti theravada è ben chiaro che esistono due sentieri ben precisi, "due buddhismi", il buddhismo nibbanico e il buddhismo khammico. Naturalmente il primo, monastico, è superiore al secondo, per praticanti laici, ma il monaco non nega il percorso laico, lo considera come un graduale avvicinamento attraverso rinascite felici alla completa liberazione dal samsara.

    Naturalmente il giudizio verso un sincretistico neo-buddhismo di chiara ispirazione occidentale, deve essere severo. Ma bisogna specificare bene.
    Ultima modifica di Dorjiev; 20-11-09 alle 20:38

  8. #8
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    Queste affermazioni meritano di essere commentate.


    Mi sembra di notare una certa somiglianza con la visione di Evola, che tende a cavalcare l' interpretazone di un buddhismo aristocratico, per pochi : "... la dottrina ariya del risveglio più di qualsiasi altra è vicina ad una via iniziatica atta ad essere compresa e cavalcata solo da pochi nei quali, insieme ad eccezionale forza, sia viva l'aspirazione all'incondizionato." (La Dottrina del Risveglio).
    mi piace molto questo passo tratto dalla "Preziosa ghirlanda" di Nagarjuna:

    come un maestro fa prima leggere l'alfabeto ai suoi scolari
    così Buddha insegnò ai suoi allievi le dottrine che erano in grado di assimilare

    ad alcuni insegnò dottrine per scoraggiare la negatività
    ad altri dottrine per acquisire merito
    ad altri ancora dottrine basate sulla dualità

    ad alcuni insegnò dottrine basate sulla non dualità
    ad altri insegnò ciò che è profondo e fa paura ai timorosi
    e che ha un'essenza di vuoto e compassione,
    i mezzi per conseguire l'illuminazione più alta
    Non ho princìpi, l’adattabilità a tutte le cose è i miei princìpi

  9. #9
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    Predefinito Rif: Jubus

    Citazione Originariamente Scritto da Dorjiev Visualizza Messaggio
    Queste affermazioni meritano di essere commentate.


    Mi sembra di notare una certa somiglianza con la visione di Evola, che tende a cavalcare l' interpretazone di un buddhismo aristocratico, per pochi : "... la dottrina ariya del risveglio più di qualsiasi altra è vicina ad una via iniziatica atta ad essere compresa e cavalcata solo da pochi nei quali, insieme ad eccezionale forza, sia viva l'aspirazione all'incondizionato." (La Dottrina del Risveglio).
    Per rispondere basterebbero le parole di Guénon (autore non certo disdegnato da Evola) che spiega bene la differenza e complementarità tra punto di vista puramente metafisico e il punto di vista iniziatico. Il punto di vista iniziatico deve tenere " conto delle condizioni attuali degli individui umani come tali", deve prendere "in considerazione quel che si può chiamare uno stato di fatto e collegarlo in qualche modo all'ordine principale" (Iniziazione e realizzazione spirituale).

    Mi limito alla sola tradizione buddhista theravada (tralasciando il mahayana e il vajrayana). Nell'Ariyapariyesana-sutta il Buddha fa la distinzione fra gli ariya pariyesana e gli anariya pariyesana. I buddhisti theravada conoscono i diversi passaggi nei vari Sutta dove il Buddha afferma senza equivoci che il suo insegnamento è graduale.
    Nel Sigalovada-sutta vengono indicati due sentieri sagassa maggam e mokkhassa maggam. Insomma per farla breve tra i buddhisti theravada è ben chiaro che esistono due sentieri ben precisi, "due buddhismi", il buddhismo nibbanico e il buddhismo khammico. Naturalmente il primo, monastico, è superiore al secondo, per praticanti laici, ma il monaco non nega il percorso laico, lo considera come un graduale avvicinamento attraverso rinascite felici alla completa liberazione dal samsara.

    Naturalmente il giudizio verso un sincretistico neo-buddhismo di chiara ispirazione occidentale, deve essere severo. Ma bisogna specificare bene.
    Si, hai inteso bene. Ho fatto mia l' interpretazione aristocratica di Evola rispetto all'ascesi buddhista.

    E' ovvio che anche all'interno del monachesimo seguente le regole theravada non tutti potessero raggiungere il nibbana, meta per pochissimi. Non necessariamente l'asceta in una vita può raggiungere l'obiettivo sperato poichè le basi di partenza sono diverse quanti sono i soggetti...ciascuno dei quali proviene da un passato remoto ed ha un suo personale background insieme a peculiari possibilità.

    Ma il sentiero per i laici allora non si configura più come una via iniziatica bensì come un percorso graduale pari a quello che connota qualsiasi fedele di questa disciplina che lentamente, karmicamente godrà dei buoni semi gettati nel corso di piccoli passi e nelle prossime reincarnazioni potrà proseguire un cammino che dovrà propiziare, non si sa quando, una realizzazione.

    Considero la via iniziatica, invece, una sorta di scorciatoia verso l'assoluto, con tutti i rischi che comporta l'essere posto a seguire soluzioni che assolutamente sono pertinenza di pochi.

    La domanda è allora: il monachesimo theravada comportava una iniziazione vera così come la intendiamo in occidente? Se si allora non ci può essere davvero alcun paragone tra la via del monaco e quella del laico....se no ugualmente non c'è paragone a causa della diversità totale di possibilità intrinseche offerte dalla solitudine del rinunciante rispetto alla vita assorbente del laico, condizione da non sottovalutare affatto a mio modo di vedere.
    Ultima modifica di primahyadum; 20-11-09 alle 23:22
    "Così penseremo di questo mondo fluttuante: una stella all'alba; una bolla in un flusso; la luce di un lampo in una nube d'estate; una lampada tremula, un fantasma ed un sogno:"
    (Sutra di diamante)

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    Predefinito Rif: Jubus

    Citazione Originariamente Scritto da Dorjiev Visualizza Messaggio
    Tutti coloro che hanno un interesse al buddhismo avranno constatato il notevole numero di ebrei che praticano e insegnano il buddhismo in Occidente. Il fenomeno è tanto evidente che negli Stati Uniti è nato il termine "jubus".

    Vista l'importanza del fenomeno sarebbe interessante qualche approfondimento.

    Copio e incollo uno stralcio di un lungo articolo di Marilì Cammarata - EBREI BUDDHISTI: ERETICI O...? tratto dal sito: EBREI BUDDHISTI: ERETICI O
    Gli ebrei sono intelligenti e fiutano l'affare....
    Non possono certamente insegnare al mondo la filosofia noachide....
    sarebbe cosa oltremodo kitch..e allora il buddismo è l'esoterismo più accessibile e accreditato..e non implica neppure abbandonare la propria forma exoterica..se viene vista come un terreno da trascendere ma non negare...come in Giappone il rapporto tra buddismo e shinto..o Advaita e Divinità..in India..
    o appunto ebraismo e buddismo..dove il primo è l'aspeto exoterico e sociale mentre il secondo è lo sviluppo interiore..che poi è lo stesso in tutte le forme tradizionali e ortodosse..in senso guenoniano intendo..
    L'unica differenza è che il buddismo è per tutti mentre l'esoterismo hassidico è per ebrei..e anche riservato..e meno aperto...e meno argomentato ..
    Insomma..il buddismo è più presentabile..
    Personalmente questi insegnanti mi convincono poco...parlano alla mente e non al cuore..mi sembrano solo intellettuali..
    Bisogna dare all'uomo non ciò che desidera..ma ciò di cui ha bisogno...
    (la via diretta non è la più breve)

 

 
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