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Discussione: Rieccoli

  1. #31
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    "Sicurezza in primo piano

    Da un articolo di Akiva Eldar


    La strage a Netanya riporta la questione della sicurezza in vetta all’ordine del giorno del dibattito pubblico israeliano per la prima volta dopo che l’inaspettata affermazione dell’ex sindacalista Amir Peretz nelle primarie laburiste aveva fatto puntare tutti i riflettori sui temi sociali e sulle elezioni anticipate di fine marzo. Poco prima dell’attentato suicida di lunedì mattina, il primo ministro israeliano Ariel Sharon aveva tenuto un discorso alla Israel Business Conference interamente incentrato sul tema della lotta alla povertà. L’attentato, insieme alla recente ripresa dei lanci di missili Qassam palestinesi dalla striscia di Gaza sul Negev occidentale israeliano, al surriscaldato dibattito sulla questione nucleare iraniana e alla tensione innescata da Hezbollah al confine settentrionale, pone di nuovo al centro dell’attenzione la questione sicurezza.
    I fatti mettono in ombra le questioni economiche e sociali, ma allo stesso tempo sollevano alcune domande fondamentali sul disimpegno dalla striscia di Gaza e dalla Cisgiordania settentrionale, il successo che Sharon esibisce come bandiera del suo nuovo partito Kadima.
    Il terrorismo è stato il tema dominante in tutte le campagne elettorali tra i primi anni ’80 e lo scoppio della prima intifada, alla fine del quel decennio, spingendo in secondo piano tutte le altre questioni, prima fra tutte quella del processo di pace.
    Sharon è stato dipinto come il leader più qualificato per affrontare il terrorismo, una persona che non scende a compromessi e non cede alla violenza palestinese. Ma la sua nuova/antica alleanza con Shimon Peres, “architetto” degli accordi di pace di Oslo, pone Sharon sotto nuova luce. Egli stesso cerca costantemente di presentarsi come un uomo di centro, che applicherà la Road Map e rinnoverà i colloqui con l’Autorità Palestinese.
    I rivali vecchi e nuovi di Sharon, nell’estrema destra e nel Likud guidato da Benjamin Netanyahu, sapranno utilizzare quella che sembra essere una vera escalation per dipingere Sharon come uno di sinistra. Netanyahu approfitterà dell’attentato anche per colpire i suoi rivali interni nella gara per la presidenza del Likud, Shaul Mofaz e Silvan Shalom, giocando sul fatto che entrambi sono stati a favore del disimpegno.
    D’altra parte, la pressione dalla destra obbligherà Peretz ad assumere una posizione più ferma sui temi della sicurezza, abbracciando figure prominenti della sicurezza come l’ex capo dello Shin Bet Ami Ayalon e l’ex capo della polizia Aryeh Amit.

    (Da: Ha’aretz, 5.12.05)"


    Shalom

  2. #32
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    "Una guerra immorale

    Da un editoriale del Jerusalem Post

    È difficile immaginare una società che non consideri un atto di pura barbarie farsi esplodere in mezzo a una folla di civili innocenti. Eppure è difficile sfuggire all’impressione che, ancora oggi, quella palestinese resti una società di questo tipo.
    Le cose stavano sicuramente così poco tempo fa, nel momento più alto dell’offensiva terrorista contro Israele, quando gli attentati suicidi erano ufficialmente e ufficiosamente celebrati dalla società palestinese. Ma come altrimenti interpretare la reazione palestinese alla strage di lunedì scorso a Netanya (cinque morti e 55 tra feriti e mutilati)? “Ritengo che ciò danneggi gli interessi palestinesi e che si tratti di un atto volto a sabotare gli sforzi di rianimare il processo di pace e per sabotare le elezioni palestinesi” – questa è stata la reazione ufficiale dell’Autorità Palestinese all’attentato, affidata a Saeb Erekat. Ma l’attentato era o non era una cosa sbagliata? C’è o non c’è qualcosa in sé di sbagliato in una strage di israeliani innocenti?
    Purtroppo le recenti manovre politiche palestinesi non hanno fatto che rafforzare la sensazione che la relativa “calma” terroristica non fosse legata a un ripensamento sull’immoralità del terrorismo. Marwan Barghouti, che sta scontando diversi ergastoli in un carcere israeliano per il suo personale coinvolgimento in attentati terroristici, e che è largamente considerato uno degli architetti della “militarizzazione” (termine che già in se stesso riflette la purificazione del terrorismo palestinese) degli attacchi contro Israele, ha vinto alla grande le prime votazioni primarie all’interno di Fatah. Similmente, ci si attende che Hamas vada così bene alle elezioni parlamentari palestinesi in programma per il prossimo gennaio che quasi tutti mettono in conto che il leader dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen) tenti di rinviarle indefinitamente.
    È certamente possibile che il vento politico favorevole che godono Barghouti e Hamas abbia più a che vedere con l’impopolarità dell’Autorità Palestinese, per la sua corruzione e per il caos generale, che non con un sostegno popolare al terrorismo. Ma per gli israeliani è difficile ignorare il fatto che i gruppi e gli individui di gran lunga più popolari fra i palestinesi sembrano essere sempre quelli più direttamente legati al peggiore terrorismo anti-israeliano.
    Nel resto del mondo, in particolare dopo il ritiro dalla striscia di Gaza, sembra esservi un leggero aumento della comprensione per la posizione israeliana. Ma anche in questa nostra epoca post-11 settembre, anche dopo che gli attentati suicidi hanno dimostrato di non essere un problema solo israeliano, circola la malcelata approvazione dell’equivalenza fra “occupazione” e terrorismo, e di conseguenza del diritto dei palestinesi di “resistere” come meglio credono. Molti fatti avrebbero dovuto spazzare via già da tempo questa equivalenza. Israele ha ripetutamente dimostrato coi fatti il proprio sostegno alla soluzione “due popoli-due stati” laddove i palestinesi hanno ripetutamente dimostrato –accordi firmati a parte – il loro rifiuto di accettare un loro stato se questo significa accettare il diritto di Israele a esistere. Di più. Il rifiuto palestinese di rompere con il terrorismo non è tanto un’affermazione del diritto di opporsi a Israele, quanto piuttosto un’espressione del vero obiettivo di quella lotta. In parole povere: metodi genocidi sono una indicazione inequivocabile di obiettivi genocidi.
    L’idea che i palestinesi si possano arrogare il diritto di decretare ed eseguire la condanna a morte di ogni e qualunque israeliano – uomo, donna o bambino – ci dice che, agli occhi dei palestinesi, gli israeliani semplicemente non hanno diritto di esistere. Le stragi terroristiche cercano chiaramente di tradurre in pratica ciò che il presidente iraniano e i capi di Hamas, della Jihad Islamica e di Hezbollah affermano apertamente: che Israele dovrebbe “essere cancellato dalla mappa geografica”.
    Di fronte a tutto questo, risponde il mondo, bisogna raddoppiare il nostro sostegno ai “moderati” palestinesi che sono il solo baluardo contro i nemici genocidi d’Israele. Ma quanto sostegno possono aspettarsi dagli israeliani questi “moderati” se non riescono a tirare insieme nemmeno una minima critica al terrorismo in linea di principio, e non solo perché controproducente nella pratica?
    E così è accaduto che la discesa palestinese nella barbarie si è rivoltata doppiamente contro la loro società: sia nel senso che adesso si ritrovano dominati dalle bande armate che attaccano Israele, sia nella forma dei recenti attentati in Giordania, un paese la cui maggioranza si considera palestinese.
    E tuttavia permane uno stridente contrasto tra le proteste che si sono avute in Giordania contro quegli attentati – forse le prime proteste popolari di massa contro il terrorismo in un paese arabo – e la tuttora diffusa accettazione morale da parte palestinese del terrorismo contro Israele. Se il pubblico palestinese sente repulsione morale per il terrorismo perpetrato in suo nome, evidentemente non ha ancora reso evidente questa sua condanna.

    (Da: Jerusalem Post, 6.12.05)"


    Shalom

  3. #33
    Hanno assassinato Calipari
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    Ogni giorno vengono ammazzati dai due ai dieci palestinesi.

    Ogni commento all'ipocrisia del JP è inutile.

 

 
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