Pelanda si riferisce a 10 anni ....... in cui si inserisce la proiezione sul 2000 basata sui dati trimestrali.
Saluti liberali


Pelanda si riferisce a 10 anni ....... in cui si inserisce la proiezione sul 2000 basata sui dati trimestrali.
Saluti liberali


Appunto... Quando quando c'e' l'ulivo e le cose MIGLIORANO pelando dice che si e' "in caduta con accelerazione"... Quando c'e' Berlusconi e l'economia sprofonda, Pelanda dice che "la crisi si sta risolvendo con crescente efficacia"...
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E pelanda parla al presente... SBAGLIANDO.


Pelanda dice ben altro.
Shalom


Forse hai ragione, pelanda e' un genio, con i suoi discorsi di "lungo periodo", aveva previsto l'avvento di berlusconi (da qui la caduta in accelerazione) ed ora prevede un nuovo governo (da qui la crisi che si risolve).


Non direi, Pelanda è un teorico dell'ottimismo.......ma ha idee diverse ....
" 23 Febbraio 2005
E’ POSSIBILE UN RILANCIO ECONOMICO IMMEDIATO
Se l’Italia riuscisse a muovere un po’ la propria economia interna dandole slancio, questa troverebbe un volano globale che la aiuterebbe anche nella crisi endemica di quello dell’eurozona.
Carlo Pelanda
Nel 2005 l’economia globale crescerà attorno al 4%. Quella dell’eurozona è prevista crescere sul 2%, ma le stime sono in questi giorni riviste al ribasso, per due motivi: poca competitività delle esportazioni a causa dell’euro troppo alto, pur recentemente calmierato; investimenti e consumi interni piatti per gli eccessivi vincoli e costi posti al mercato dal modello politico prevalente nei Paesi che ne fanno parte. L’Italia si trova inserita in un sistema europeo che la danneggia, con una crisi di competitività nazionale solo in avvio di soluzione, ma entro un ciclo economico globale ancora vitale anche se non esplosivo come lo fu nel 2004 (+ 5%). Ciò vuol dire, in teoria, che se l’Italia riuscisse a muovere un po’ la propria economia interna dandole slancio, questa troverebbe un volano globale che la aiuterebbe anche nella crisi endemica di quello dell’eurozona. In termini di grande scenaristica, ma i cui risultati vanno direttamente nelle tasche di ciascuno, si nota una finestra di opportunità così sintetizzabile: muovere in Italia quelle cose che possano farle agganciare l’economia globale, saltando il più possibile la dipendenza dal ciclo dell’eurozona. Valutiamo tale possibilità.
Certamente la priorità/opportunità nel breve periodo, cioè entro l’anno, è quella di invertire la crisi del settore turistico, tra i più importanti per l’economia nazionale. Qualche buon segnale è arrivato recentemente. Ma si tratta di aggredire le barriere che impediscono un afflusso di turisti almeno eguale alle capacità. Una di queste è l’euro troppo alto che disincentiva il turismo in altre monete e lo porta altrove. Un’altra è il marketing insufficiente a livello globale dovuto al fatto che l’offerta turistica nazionale è troppo frammentata e fatta di unità troppo piccole per offrire pacchetti di servizi veramente competitivi. Rivolti ad un pubblico potenziale fatto di asiatici, est-europei, russi ed americani che sono le nuove aree di attrazione turistica.
Quindi si tratta di consorziare tutte queste unità, integrarle in modo tale che emergano pacchetti di offerta molto scontati – appunto per aggirare la trappola dell’euro - e di qualità credibile, nonché ben comunicati. Se tale operazione avesse successo potremmo aspettarci quasi uno 0,5 di Pil in più da aggiungere all’1,6% che, prudentemente, si stima sia la tendenza attuale. Un bel colpo, ad effetto diffuso, che meriterebbe un’iniziativa speciale tra operatori, comuni, Regioni e Stato. Dove quest’ultimo potrebbe inventare un incentivo fiscale per favorire la riforma competitiva di tale settore portante.
Un fronte di analoga priorità riguarda il dare un impulso immediato di ottimismo e capitale alle piccole imprese affinché alcune si riaggiustino e molte possano fare il salto verso il mercato globale. Ciò si può ottenere con una detassazione d’emergenza che ne porti i carichi fiscali totali non oltre il 20 - 25% e una misura che permetta loro di ingrandirsi senza timore eccessivo di incremento dei costi fissi.
Il governo sta valutando una misura del genere, anche se non con l’intensità detta, per la fine del 2005 affinché entri in vigore nel 2006. Ma se vi fosse un annuncio credibile anticipato a metà 2005 molte imprese a loro volta anticiperebbero iniziative più aggressive. Che permetterebbero di tamponare la tendenza deindustrializzante attuale e spuntare un pelo di Pil in più, attorno allo 0,2%. Se poi tale misura fosse accompagnata dall’avvio di una politica di riduzione dei paurosi costi energetici e da un secondo modulo di riduzione delle tasse per le famiglie, l’economia italiana finirebbe il 2005 in accelerazione - sul 2,4% - premessa di un potenziale boom nel 2006. E’ teoria, ma poiché è solida e plausibile va segnalata per chiamare i fatti.
www.carlopelanda.com "
Saluti liberali


In origine postato da Pieffebi
L’Italia si trova inserita in un sistema europeo che la danneggia
E come spiega Pelanda il fatto che perdiamo competitivita' ANCHE con i paesi dell'area euro???
Secondo Pelanda e' l'europa a tirarci giu'. Sa forse Pelanda che siamo ULTIMI IN EUROPA (ed al mondo) come crescita e come andamento delle esportazioni? Chi e' quindi la zavorra di chi?
con una crisi di competitività nazionale solo in avvio di soluzione
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se l’Italia riuscisse a muovere un po’ la propria economia interna dandole slancio
E che ci vuole? Un po' il turismo (basta un po' di marketing e pacchetti scontati! Whooo non ci aveva pensato nessuno prima!!!) , un po' le tasse (con quali soldi? Non ha sentito la BCE che ci ha appena tirato le orecchie?), ridurre i costi energetici (invadendo l'iran?)... Tutto facile...![]()


La spiega con debolezze strutturali che vengono quasi tutte da lontano, non eslcuso il costo astruso dell'energia.......che ha ANCHE pesanti cause nel verdismo sinistrista e altre decisioni che hanno sinistrato nel medio e lungo termine la nostra competitività, che paghiamo soprattutto ora, visto l'alto prezzo del petrolio...eccetera.....ma che hanno origini ANTICHE. Tanto per fare SOLO un piccolo esempio.
Saluti liberali


Mentre i falsari parlano di "crisi in risoluzione con crescente efficacia", ecco cosa succede alla nostra economia:
http://www.ilsole24ore.com/fc?cmd=ar...rticolo&back=0
Nella media del 2004 l'economia italiana è cresciuta dell'1,2%, a fronte dello 0,3% nel 2003, ben 0,8 punti percentuali in meno dell'area euro nel suo complesso (+2,0%). Se si tiene conto dei giorni lavorativi in più (cinque) rispetto a un anno prima, l'aumento si riduce all'1,1%, con un recupero ancora meno significativo sull'anno precedente. Il risultato è inferiore alle attese, a causa del forte rallentamento del quarto trimestre, su cui ha influito la debolezza della domanda estera netta, che ha visto le esportazioni in perdita di velocità e le importazioni in accelerazione. A sua volta, la domanda interna ha messo in evidenza una dinamica sempre ridotta in entrambe le sue principali componenti (consumi privati e beni strumentali).
L'economia italiana ha concluso il 2004 in sensibile frenata, riflettendo l'indebolimento dell'attività industriale, a sua volta influenzato dalla perdita di slancio delle esportazioni: è quanto mettono in evidenza gli ultimi dati congiunturali, a cominciare dalla stima preliminare del Pil per il quarto trimestre 2004, resa nota dall'Istat lo scorso 15 febbraio. I valori destagionalizzati e corretti con il numero di giorni lavorativi mostrano una variazione del Pil pari a -0,3% sul periodo precedente, che si attesta all'1% in termini tendenziali, in netto rallentamento sui precedenti due trimestri. I mesi finali dell'anno sono, dunque, risultati un nuovo periodo difficile per l'economia italiana, che non riesce a tenere la strada di una modesta ripresa, facendo segnare un regresso rispetto alla prima fase del 2004. L'attività produttiva si conferma, infatti, debole anche nell'ultima parte dell'autunno e continua a non rivelare in prospettiva spunti di accelerazione. L'effetto di trascinamento dello scorso anno sull'intero 2005 è, inoltre, sceso quasi a zero; sarebbe pari ad appena lo 0,1%, in altre parole, l'incremento che si otterrebbe nella media dell'anno se il livello del Pil restasse fermo nei quattro trimestri. Quest'ultima evoluzione, inoltre, è coerente con la stima di un aumento del Pil nel 2004 dell'1,2%, tenuto conto degli effetti di calendario (cinque giorni lavorativi in più).
Nel contesto di una sensibile ripresa in atto nell'economia internazionale, trainata dagli Stati Uniti e dai paesi emergenti dell'Asia (Cina in testa), Eurolandia è, dunque, l'unica grande area economica a crescita ridotta: il Pil, sempre nel quarto trimestre 2004, ha confermato la sua modesta velocità di espansione, mettendo a segno lo 0,2% in termini congiunturali e l'1,6% in quelli tendenziali. Se si considerano, in particolare, i quattro maggiori paesi, il quadro appare a luci e ombre; permangono molti dubbi, infatti, sullo stato di salute tedesco e italiano, mentre le economie francese e spagnola si presentano certamente meglio impostate. Il cambio forte, poi, da un lato contribuisce a contenere la dinamica dei prezzi in Europa, ma dall'altro mette a rischio la competitività delle imprese e, quindi, la crescita delle esportazioni.
Il difficile momento congiunturale della nostra economia è confermato dai risultati previsti per il primo semestre di quest'anno, che scontano l'effetto frenante dell'apprezzamento dell'euro sulla domanda estera, le impennate del petrolio e la sempre diffusa incertezza nella fiducia (e nei comportamenti di spesa) delle famiglie sul fronte interno. Nei dati a consuntivo del 2004, in linea con le recenti attese, la produzione industriale continua a mostrare una complessiva stazionarietà, ma con tendenza a una nuova fase di recessione; e il suo andamento tra lo stagnante e il recessivo trova riscontro nella mancata svolta ciclica favorevole, che interessa tuttora la maggioranza dei comparti manifatturieri. Segnali di moderato ottimismo, sia pure ancora intermittenti, arrivano invece dai settori dei servizi. Nella seconda parte del 2005, la domanda mondiale sempre sostenuta e il graduale rafforzamento di quella interna (investimenti) dovrebbero dare un po' di vigore alla dinamica del Pil, bilanciando così l'influenza negativa del tasso di cambio. Le incerte prospettive della congiuntura italiana sono confermate, inoltre, dagli indicatori anticipatori dell'attività economica - come quelli elaborati dall'Isae e dalla Banca d'Italia - che mostrano un profilo ciclico in prevalenza orientato a una crescita contenuta, dopo aver fatto segnare un significativo rialzo nei primi tre quarti del 2004.
Il biennio 2002-2003 si è svolto, in particolare, per l'economia italiana nel segno della stagnazione: la crescita del Pil è stata di appena lo 0,3/0,4% e per trovare un valore più basso occorre tornare a dieci anni prima (1993). Una performance così modesta ha collocato il nostro paese nelle posizioni di coda nell'area dell'euro, cresciuta in media dello 0,7% nello stesso periodo (+0,9% nel 2002 e +0,5% nel 2003), mentre solo la Germania è riuscita a fare peggio (+0,2% e -0,1% nei due anni). La fase di ristagno è da ricondurre a una serie di fattori negativi, dalla persistente debolezza della domanda interna alle difficoltà delle esportazioni per il rafforzamento del cambio e la crisi di importanti mercati di sbocco. Il 2003, poi, non si è affatto concluso in modo rassicurante; preoccupano, infatti, sia gli squilibri che condizionano le prospettive a medio termine dell'economia americana, a cominciare dalla svalutazione del dollaro, sia la sempre diffusa instabilità geopolitica internazionale. La ripresa si delinea, pertanto, necessariamente lenta e potrà prendere un po' di vigore solo nell'orizzonte del 2006. I dati completi e in dettaglio dei conti economici trimestrali mettono in evidenza un profilo congiunturale sempre stagnante, su cui peraltro esercita qualche influenza la composizione del calendario. Ma non si tratta di un'evoluzione a sorpresa: è stata questa la dinamica della crescita prevalente in Europa e l'Italia non ha potuto certo fare eccezione.
Sull'onda della sensibile frenata della congiuntura internazionale, l'economia italiana - com'era, del resto, nelle attese - aveva fatto segnare già nel 2001 un netto rallentamento del suo ritmo di sviluppo. Dopo la buona performance dei primi tre mesi, il Pil non aveva infatti registrato ulteriori aumenti nei successivi periodi, andando così a chiudere l'anno su un incremento medio dell'1,8% (dal 3,0% messo a segno nel 2000), ma solo grazie al trascinamento dell'ultimo quarto del 2000 e del trimestre iniziale del 2001. La battuta d'arresto è stata, soprattutto, la conseguenza dello sfavorevole andamento dell'industria manifatturiera, mentre i servizi e le costruzioni hanno messo in evidenza una sostanziale tenuta, anche se con una dinamica in progressiva frenata.
Dal lato della domanda interna, la perdita di colpi della crescita ha risentito del ristagno dei consumi privati e della caduta degli investimenti. Per quanto concerne la spesa delle famiglie, hanno influito sia l'erosione del potere d'acquisto, indotta dal risveglio dell'inflazione nella prima metà del 2001 e successivamente dall'effetto changeover dell'euro, sia le negative conseguenze del crollo della fiducia, con l'emergenza terrorismo di settembre. Sulla debolezza degli investimenti si è fatto sentire, invece, l'effetto altalenante della nuova legge di incentivazione fiscale (Tremonti bis), insieme al peggioramento della congiuntura internazionale. Se la domanda estera netta ha fornito nel 2002-2003 un contributo negativo alla crescita, anche su quella interna i problemi non sono dunque mancati: la compressione del reddito disponibile delle famiglie, con un potere d’acquisto in crescita zero tra moderazione salariale, inflazione sempre significativa ed elevata pressione fiscale, ha determinato un’evoluzione dei consumi privati che è proceduta con il freno tirato, rendendo così ancora deboli i sintomi di ripresa dell’economia. Questa crescita dal passo lento e incerto ha portato a un consuntivo di aumento del Pil per il periodo 1999-2004 pari ad appena l'1,4% in media.
11 marzo 2005


Interessante l'analisi del buon Pelanda in questo articolo
" Disordine flessibile
Di Carlo Pelanda (9-3-2005)
Non c’è ancora accordo tra i 25 sulla formula di revisione del Patto di stabilità, ma comunque si è delineata una tendenza che ha trovato consenso tra le dodici nazioni (eurogruppo) dell’eurozona: restano i parametri originari e si attutiscono le sanzioni nei casi di loro violazione. Se non salta tutto, è probabile che alla fine i governi cercheranno la quadra entro la linea di tendenza detta. Che quindi possiamo già iniziare a valutare in relazione all’interesse sia italiano sia generale.
Di fatto, le nazioni avranno il permesso di sfondare il tetto di deficit annuo, 3% del Pil, in base ad una serie di motivazioni ammesse che inibiranno le sanzioni e allungheranno i tempi di riequilibrio finanziario obbligatorio. L’interesse prioritario italiano è quello di capire quanto spazio di bilancio ci verrà dato da tale formula. Non tantissimo, ma se per detassare, dovessimo andare in un deficit temporaneo, per dire, del 3,5%, grazie alla nuova regola nessuno potrebbe dirci nulla. In soldoni, significa che dovrebbe essere meno faticoso trovare, per esempio, 12 miliardi per sostenere una detassazione di analogo volume nel 2006 e negli anni successivi. In tal senso la linea delineata appare vantaggiosa per noi. Ma per confermarlo dovremmo essere sicuri che il “fattore debito” non ci riduca tale spazio di flessibilità. Parigi e Berlino, inizialmente, avevano proposto l’idea che chi avesse meno debito potesse ricorrere di più al deficit annuo, mentre le nazioni con debito stellare sarebbero state sottoposte a vincoli più stretti. Perché, ovviamente, ogni aumento di deficit annuo fa aumentare il debito nazionale complessivo. Ma tale criterio è stato cancellato nella sua forma di automatismo che ci avrebbe tolto da una parte la flessibilità conquistata da un’altra. Tuttavia, in qualche modo il debito peserà nelle valutazioni a posteriori e – pare - discrezionali degli sfondamenti di deficit. Quanto? Non si riesce a capirlo da un’analisi esterna, ma sarebbe il caso di chiarirlo. Inoltre, anche nel caso migliore dove la Commissione non ci romperà più le scatole oltre misura se accenderemo – moderati - deficit stimolativi fuori parametro, chi ci assicura che le agenzie di rating non declassino il nostro debito facendo così aumentare il costo del suo servizio, cioè degli interessi dei titoli di Stato? Se avvenisse, perderemmo su tale lato più soldi di quanti ne guadagneremmo con la nuova flessibilità. E per evitarlo dovremo in ogni caso mostrare la capacità sovrana di rendere il debito decrescente, vendendo patrimonio, nonostante il possibile aumento provvisorio dei deficit. Pertanto la formula delineata di revisione del Patto a noi potrebbe andare bene, ma, francamente, ci cambierebbe poco le cose: guadagneremmo uno spazio di deficit tra i 6 ed i 12 miliardi annui che potremmo recuperare comunque, e più sanamente, tagliando la spesa . Ma se consideriamo lo scenario più generale generato dalla tendenza, la valutazione si fa ancora più problematica. In sostanza, il Patto viene riformato, semplicemente, facendogli perdere rigore. I deficit ed i debiti delle nazioni potranno aumentare per anni, con loro l’inflazione, senza più un limite chiaro e credibile. Questo vuol dire che l’euro perderà una parte del suo substrato di stabilità e ciò ne farà prima o poi scendere il valore di cambio. Non capisco come la Bce possa accettare uno scenario del genere. O pensa che una svalutazione competitiva dell’euro alla fine possa rilassare le pressioni di sfondamento sul Patto grazie alla maggior crescita dell’export oppure sta meditando di contenere il disordine finanziario a colpi di rialzo dei tassi. I governi destrutturano il Patto, ma la Bce li manda in recessione. Questa è un incognita che andrebbe chiarita. Ma, in generale, si può prevedere che la non volontà o possibilità di fare le riforme di efficienza entro gli Stati porterà alla svalutazione della moneta e a governare con l’inflazione. Con il pericolo, appunto, che la Bce debba contenere il disordine finanziario alzando i tassi, quindi anche gli interessi sul debito, i mutui, ecc., per noi una catastrofe. Inoltre, il peggioramento delle condizioni generali dell’euro potrebbe rendere più cattive le valutazioni di rating sul debito italiano anche se noi virtuosi. Dovremmo valutare se questo prezzo per la flessibilità valga la candela. Personalmente, pur ritenendo prioritari la elasticizzazione dell’eurogabbia ed un riequilibrio del valore di cambio dell’euro, non me la sentirei di prendere questo rischio. La flessibilità di cui abbiamo bisogno deve essere “qualificante” e non “destrutturante” . Esempio della prima sarebbe l’ammettere un deficit solo per sostenere temporaneamente una riduzione fiscale. Oppure portare a zero il deficit di spesa corrente ed accenderne un altro fatto solo di investimenti chiaramente di sviluppo (Golden rule), comunque non oltre il limite del 3%. Ho sempre inteso in tal modo la flessibilizzazione del Patto e penso che anche Berlusconi volesse una flessibilità qualificante e non destrutturante nella lettera che sollecitò la riforma. Lo segnalo per sollecitare una riflessione al governo prima del 22 marzo quando dovrà prendere una decisione finale in materia: flessibilità sì, ma non un disordine che ci farebbe rimpiangere la lira e, forse, far venir voglia di riaverla abbandonando un euro ormai evidentemente fallito.
www.carlopelanda.com "
Saluti liberali


Sul quotidiano LIBERO di oggi, giovedì 17 marzo 2005, Francesco Forte firma un articolo la cui lettura può essere di un qualche interesse per comprendere alcune cosette ...a margine di.....certi "numeri"....attuali....
" Che bufala la crisi del sistema Italia
di FRANCESCO FORTE
L' indice della produzione industriale del gennaio ha fatto molto discutere. Rispetto al dicembre esso è in lieve crescita, solo lo 0,1 per cento. Il confronto, che viene fatto, con il gennaio dell'anno precedente mostra invece una diminuzione del 2,1 per cento che, tenendo conto dei diversi giorni lavorativi del mese, si riduce allo 1,5 per cento. Ma questo confronto non ha alcun senso congiunturale. È come se per sapere se in questi giorni di febbraio è in corso un miglioramento della temperatura o continua il freddo, facessimo il confronto con un anno fa. Un raffronto interessante per altre ragioni, che non ci aiuta a capire se il termometro adesso è in discesa o in salita. Dunque concentriamoci sul dato di gennaio rispetto a quello del dicembre. L'aumento dello 0,1 è meschino. Ma, attenzione, questo è un indice che non riguarda tutta l'economia, ma solo l'industria. Inoltre riguarda le quantità, non i valori, non tiene conto cioè del fatto che il progresso economico, spesso consiste non nel produrre più unità di prodotto, ma prodotti tecnicamente migliorati. Tuttavia dobbiamo stare a ciò che ci passa il convento, cioè questo indice che l'Istat continua ad ammannirci. Ed allora si fa una constatazione interessante. Questo dato è una media alla Trilussa, la media per cui se Tizio mangia un pollo e Caio niente, ciascuno ha mangiato, di media, mezzo pollo. In gennaio i Tizi che hanno mangiato il pollo, fuori di metafora i settori industriali che sono cresciuti sono parecchi, alcuni dando prova di grande capacità di navigare contro cor rente. Il tessile e abbigliamento è aumentato, rispetto al dicembre, del 4,3 per cento, le macchine e apparecchi meccanici del 3, gli apparecchi elettrici e di precisione dello 1, energia elettrica, gas e acqua dello 1,5 . Questo ultimo indice è un po' il termometro del ritmo complessivo della produzione e del consumo, in quanto entrambi si nutrono di energia , sono energivori. Se ne consumano di più, vuol dire che c'è più attività economica. E ciò, tanto più in quanto è in atto il risparmio energetico. Ma veniamo al Caio che non mangia alcun pollo, ai settori produttivi che sono andati male e che hanno fatto scendere la media. Si tratta, innanzitutto dei mezzi di trasporto, la cui produzione, mensile scende del 2,8 per cento: con una riduzione maggiore per le auto e una minore per i camion e i trattori. Inoltre è scesa del 4,3 la produzione delle raffinerie di petrolio e dello 1 quella di materie plastiche. Dello 0,9 scende , infine, il settore delle pelli e calzature. Per questo ultimo, la spiegazione va trovata nella migrazione di una parte crescente della produzione in Romania e altri paesi , per resistere all'assalto cinese. Ma esso, per quanto importante, non pesa sull'indice complessivo come i settori dei mezzi di trasporto e delle plastiche e delle raffinerie. È qui che va individuata la spiegazione della modestia della nostra ripresa. Ed è una spiegazione facile. La gente compra meno macchine, perché la benzina e il gasolio sono alle stelle e nelle festività non si può circolare. Le raffinerie hanno lavorato di meno, perché si sono usate meno benzina, gasolio e plastica, a causa dei rincari del barile. Inoltre la Fiat produce di meno, in parte per queste ragioni generali, in parte per la sua crisi specifica, che l'attuale management cerca di ridurre. Se l'indice della produzione industriale è meschino, una parte della responsabilità è di chi ha ridotto la Fiat così... "
Saluti liberali