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Discussione: Giovedì Santo

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    Predefinito Dall'«Omelia sulla Pasqua» di Melitone di Sardi, vescovo (66-67, in SC 123, 95-101)

    Molte cose sono state predette dai profeti riguardanti il mistero della Pasqua, che è Cristo, «al quale sia gloria nei secoli dei secoli. Amen ». (Gal 1,5 ecc.). Egli scese dai cieli sulla terra per l'umanità sofferente; si rivestì della nostra umanità nel grembo della Vergine e nacque come uomo. Prese su di sé le sofferenze dell'uomo sofferente attraverso il corpo soggetto alla sofferenza, e distrusse le passioni della carne. Con lo Spirito immortale distrusse la morte omicida.
    Egli infatti fu condotto e ucciso dai suoi carnefici come un agnello, ci liberò dal modo di vivere del mondo come dall'Egitto, e ci salvò dalla schiavitù del demonio come dalla mano del Faraone. Contrassegnò le nostre anime con il proprio Spirito e le membra del nostro corpo con il suo sangue.
    Egli è colui che coprì di confusione la morte e gettò nel pianto il diavolo, come Mosè il faraone. Egli è colui che percosse l'iniquità e l'ingiustizia, come Mosè condannò alla sterilità l'Egitto.
    Egli è colui che ci trasse dalla schiavitù alla libertà, dalle tenebre alla luce, dalla morte alla vita, dalla tirannia al regno eterno. Ha fatto di noi un sacerdozio nuovo e un popolo eletto per sempre. Egli è la Pasqua della nostra salvezza.
    Egli è colui che prese su di se le sofferenze di tutti. Egli è colui che fu ucciso in Abele, e in Isacco fu legato ai piedi. Andò pellegrinando in Giacobbe, e in Giuseppe fu venduto. Fu esposto sulle acque in Mosè e nell'agnello fu sgozzato.
    Fu perseguitato in Davide e nei profeti fu disonorato.
    Egli è colui che si incarnò nel seno della Vergine, fu appeso alla croce, fu sepolto nella terra e risorgendo dai morti, salì alle altezze dei cieli. Egli è l'agnello che non apre bocca, egli è l'agnello ucciso, egli è nato da Maria, agnella senza macchia. Egli fu preso dal gregge, condotto all'uccisione, immolato verso sera, sepolto nella notte. Sulla croce non gli fu spezzato osso e sotto terra non fu soggetto alla decomposizione.
    Egli risuscitò dai morti e fece risorgere l'umanità dal profondo del sepolcro.

  2. #12
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    Predefinito

    Libro VI, Cap. 12, §§ 1204-1222

    CAPITOLO 12

    La preghiera che il nostro Salvatore recitò nell'orto; tutti i misteri che l'avvolsero e ciò che conobbe di questi la sua santissima Madre.


    1204. Il nostro Salvatore, con le meraviglie e i prodigi che aveva operato nel cenacolo, lasciava già ben sistemato ed ordinato il regno che l'eterno Padre con la sua immutabile volontà gli aveva affidato. Subentrata la notte seguente il giovedì della cena, sua Maestà decise di uscire dalla casa dove aveva celebrato gli straordinari misteri per entrare nella dolorosa lotta della sua passione e morte, per mezzo della quale si doveva compiere la redenzione umana. Nello stesso tempo anche Maria lasciò il luogo dove si era ritirata in preghiera, per incontrarsi con lui. Quando il Principe dell'eternità e la Regina furono di fronte, la spada del dolore trapassò il cuore di entrambi ferendoli, nel medesimo istante, in un modo così intenso da superare ogni pensiero umano ed angelico. L'addolorata Madre si prostrò a terra adorando Gesù come suo vero Dio e redentore ed egli, rimirandola con volto austero e grato per essere figlio suo, le parlò dicendo: «Madre mia, mi troverò nella tribolazione assieme a voi; facciamo la volontà del mio eterno Padre e portiamo a compimento la salvezza degli uomini». La gran Regina si offrì al sacrificio con tutto il cuore, chiese la benedizione a sua Maestà e avendola ricevuta si ritirò nuovamente nella sua stanza, dove il Signore le concesse di vedere tutto quello che accadeva e quanto il suo santissimo Figlio stava per operare, affinché ella potesse accompagnarlo e cooperare in ogni cosa nella misura che le spettava. Il padrone di quella casa, presente a questo congedo, per impulso divino la offrì subito con tutto quello che vi era dentro alla Signora del cielo, affinché se ne servisse durante la sua permanenza a Gerusalemme. Maria l'accettò con umile riconoscenza e vi rimase in compagnia dei mille angeli dediti alla sua custodia, che l'assistevano sempre in forma visibile solo a lei, e di alcune delle pie donne che aveva condotto con sé.

    1205. Il nostro Redentore e maestro uscì dal cenacolo con tutti gli uomini che avevano assistito alla cena e alla celebrazione dei suoi misteri. Subito molti di questi si congedarono, incamminandosi per diverse strade, al fine di dedicarsi ciascuno alle proprie occupazioni. Sua Maestà, seguito solo dai dodici apostoli, diresse i suoi passi verso il monte degli Ulivi, situato appena fuori della città di Gerusalemme, dalla parte orientale. Da ciò Giuda, reso dalla rea perfidia più che mai accorto e sollecito nel consegnare ai farisei il divin Maestro, congetturò che vi andasse a trascorrere la notte in preghiera, come di solito faceva. Quell'occasione gli parve molto opportuna per metterlo nelle mani degli scribi e dei farisei, suoi alleati. Con questa infelice decisione seguì Gesù, fermandosi ogni tanto e lasciandolo andare avanti con gli altri apostoli, senza che questi peraltro se ne accorgessero. Nel momento in cui li perdette di vista, si lanciò in tutta fretta verso il precipizio della sua rovina: camminava ansioso, pieno di gran timore e turbamento, segno della malvagità che doveva commettere. E invaso da questa inquieta sollecitudine, come chi abbia la coscienza tarlata dal rimorso, correndo giunse sbalordito alla casa dei sommi sacerdoti. Accadde allora che Lucifero, il quale nutriva il sospetto che Cristo nostro bene fosse il vero Messia - come si disse nel capitolo decimo -, scorgendo la fretta di Giuda nel procurare a questi la morte, andò incontro al traditore sotto l'aspetto di un suo amico, un uomo molto malvagio, a cui l'empio discepolo aveva confidato la sua delittuosa azione. Sotto quelle sembianze il dragone gli parlò, senza essere da lui conosciuto, e gli disse che, sebbene quell'intento di vendere il suo Maestro in principio gli fosse sembrato buono, per le malvagità che aveva sentito da lui stesso narrare, in seguito riflettendovi sopra aveva preso in esame un'alternativa migliore e più sicura. E soggiunse che gli sembrava opportuno che non lo consegnasse ai sommi sacerdoti ed ai farisei, perché dopotutto Gesù non era poi così cattivo come pensava e glielo aveva descritto, né meritava la morte; e inoltre lo preavvertì del fatto che successivamente sarebbe potuta cadere addosso a lui qualche grande disgrazia, se il Salvatore avesse operato dei miracoli in virtù dei quali si fosse liberato.

    1206. Lucifero ordì questa insidiosa trama per revocare con un più forte timore le suggestioni, che aveva precedentemente infuso nel perfido cuore del discepolo traditore contro l'Autore della vita. Ma la sua nuova malizia gli riuscì vana, perché Giuda, che volontariamente aveva perduto la fede e non nutriva i violenti sospetti del demonio, volle mettersi a rischio cercando la morte del suo Maestro piuttosto che esporsi allo sdegno dei farisei se lo avesse lasciato in vita. Invaso dal terrore, per la sua abominevole ingordigia non fece caso al consiglio di Lucifero, benché reputasse che questi fosse l'uomo di cui aveva assunto l'aspetto. E siccome egli era già stato abbandonato dalla grazia divina, non volle né poté lasciarsi persuadere dal consiglio del demonio a retrocedere dalla sua cattiveria. Ora, mentre l'Autore della vita si trovava a Gerusalemme, i sommi sacerdoti si stavano consultando sul modo in cui Giuda avrebbe adempiuto la promessa di consegnarlo ad essi. In quel momento entrò il traditore, e riferì loro che il suo Maestro si era recato con gli altri discepoli sul monte degli Ulivi e quella notte gli sembrava la migliore occasione per catturarlo, qualora essi fossero andati con cautela e preparati, affinché non sfuggisse dalle loro mani con gli artifici e gli stratagemmi che egli ben conosceva. I sacrileghi sacerdoti si rallegrarono tanto e si affrettarono a reclutare gente armata per catturare l'innocentissimo Agnello.

    1207. Sua Maestà stava intanto discutendo, con gli undici apostoli, della salvezza eterna di tutti noi e degli stessi che tramavano la sua morte. Oh, inaudita e mirabile contesa della malizia umana e dell'immensa bontà e carità divina! Se sin dal primo uomo incominciò questa lotta del bene e del male nel mondo, nella morte del nostro Redentore i due estremi giunsero al sommo grado a cui potevano arrivare, poiché ciascuno di essi operò in presenza dell'altro nel modo supremo che gli fu possibile: gli uomini con la propria malizia togliendo la vita al loro stesso Creatore e redentore, e questi dandola per essi con immensa carità. In tale occasione fu necessario - a nostro modo di intendere - che l'anima santissima di Cristo nostro bene volgesse la sua attenzione sulla sua santissima Madre, e facesse lo stesso la sua divinità, al fine di trovare fra le creature qualche oggetto di compiacimento in cui far dimorare il suo amore ed arrestare la sua giustizia. Difatti, solo in quella pura creatura scorgeva degnissimamente consumata la passione e morte che gli veniva preparata dagli uomini; solo in quella santità senza limiti la giustizia divina si ritrovava in parte compensata della malizia umana. Nell'umiltà e nella fedelissima carità di questa celeste Signora restavano depositati i tesori dei meriti di Cristo nostro Signore, affinché in virtù di questi e della sua morte rinascesse in seguito la Chiesa come nuova fenice da cenere ardente. Questo compiacimento, che l'umanità del nostro Redentore riceveva dalla vista della santità di Maria, gli dava sostegno e coraggio per vincere la malizia dei mortali, poiché reputava giustamente spesa la sua pazienza nel soffrire tali pene, avendo tra gli uomini la sua amantissima e degna Madre.

    1208. La gran Signora dal luogo dove se ne stava ritirata in preghiera vedeva tutto quello che andava succedendo: i pensieri dell'ostinato Giuda e il modo in cui si appartò dal collegio apostolico; come gli parlò Lucifero sotto l'aspetto di quell'uomo, suo conoscente; quello che avvenne quando il discepolo traditore si recò dai sommi sacerdoti, e ciò che questi disposero e operarono per catturare in fretta il Signore. La nostra capacità non è sufficiente a spiegare il dolore che, per questa conoscenza infusa, penetrava il purissimo cuore della vergine Madre, gli atti di virtù che ella esercitava alla vista di tali malvagità e il modo in cui si comportava dinanzi a questi avvenimenti: basti dire che tutto successe con pienezza di sapienza, di santità e di compiacimento della santissima Trinità. Maria sentì pure compassione per Giuda e pianse la perdita di quel perverso discepolo, compensando la sua empietà con l'adorazione, la confessione, l'amore e la lode dello stesso Signore, che egli aveva venduto con un tradimento così ingiurioso e sleale; sarebbe stata disposta e pronta a morire per la sua salvezza, se fosse stato necessario. La prudentissima Signora pregò anche per coloro che stavano tramando la cattura e la morte del suo Agnello divino, poiché li rimirava; li stimava e li reputava come oggetti che si dovevano acquistare ed apprezzare con il valore inestimabile di una vita e di un sangue preziosi, quali erano quelli di un Dio incarnato.

    1209. Il nostro Salvatore proseguì il suo cammino verso il monte degli Ulivi e, passando il torrente Cedron, entrò nell'orto del Getsèmani. Ivi, parlando a tutti gli apostoli che lo seguivano, disse: «Sedetevi qui, mentre io vado a pregare; e pregate anche voi per non entrare in tentazione». Gesù diede loro questo avvertimento affinché fossero perseveranti e forti nella fede di fronte alle tentazioni che aveva predetto nella cena: essi si sarebbero scandalizzati in quella notte al vederlo patire, e tutti quanti sarebbero stati investiti da satana per essere gettati nell'inquietudine e nel turbamento con false suggestioni, come era stato profetizzato che il pastore doveva essere maltrattato e percosso, e le pecorelle dovevano essere disperse. Il Maestro della vita, quindi, lasciando gli altri otto apostoli insieme, prese con sé san Pietro, san Giovanni e san Giacomo, e con loro si appartò in un luogo, dove non pote va essere visto né sentito dai rimanenti. Restando con questi tre, alzò gli occhi verso l'eterno Padre, lo adorò e lodò come era solito fare, e nel suo intimo elevò una preghiera e una supplica perché si adempisse la profezia di Zaccaria. Egli permetteva, così, alla morte di avvicinarsi a lui, che era innocentissimo e senza peccato, e comandava alla spada della giustizia divina di risvegliarsi sul pastore e sull'uomo, che era anche vero Dio, per riversare su di lui tutta la sua asprezza, trafiggendolo fino a togliergli la vita. A tal fine Gesù si offrì di nuovo al Padre per soddisfare la sua giustizia, a riscatto di tutto il genere umano; inoltre diede consenso ai tormenti della passione e morte di affliggerlo proprio nella parte in cui la sua santissima umanità era sensibile. Da quel momento in poi respinse ogni consolazione e ogni sollievo che gli sarebbe potuto traboccare dalla parte insensibile, affinché con questa rinuncia le sue pene e i suoi dolori giungessero al sommo grado del patire. E l'Onnipotente concesse ed approvò tutto, secondo la volontà della santissima umanità del Verbo.

    1210. Questa supplica di Cristo espresse l'assenso che apri le porte al mare della passione e dell'amarezza, perché entrassero con impeto nella sua anima, come egli aveva detto per bocca di Davide. E così incominciò a sentire paura ed angoscia, e tutto preso da questi sentimenti disse ai tre apostoli: «La mia anima è triste fino alla morte». E poiché queste parole e questa tristezza del nostro Redentore racchiudono tanti misteri, fonte di insegnamento per noi, riferirò nel modo in cui l'ho compreso qualcosa di ciò che mi è stato dichiarato. Sua Maestà permise che la sua mestizia raggiungesse, sia per natura che per miracolo, il sommo grado, proporzionatamente a tutta la parte sensibile della sua umanità. E per il naturale desiderio di vivere non si rattristò solo nella parte inferiore del suo essere, ma anche nella parte superiore, con la quale considerava la riprovazione degli innumerevoli uomini per cui doveva morire, conoscendola dai giudizi e dai decreti imperscrutabili della giustizia divina. Questa fu la causa della sua maggiore tristezza, come dirò in seguito. E non disse che era mesto per la morte, ma fino alla morte, perché fu meno la tristezza causata in lui dal naturale desiderio di vivere in vista della morte così vicina che non quella di vedere la perdita dei reprobi. In verità, a prescindere dalla necessità di questa morte per la redenzione umana, la sua santissima volontà era pronta a vincere questa naturale brama per lasciarci un insegnamento: si riteneva obbligato a patire per ricambiare il beneficio di quella gloria che aveva ricevuto la sua umanità durante la vita terrena, nel corso della trasfigurazione. In tal modo quello che aveva ricevuto sarebbe stato bilanciato da quello che avrebbe pagato. Noi così saremmo stati istruiti da questa dottrina per mezzo dei tre apostoli, testimoni di quella gloria e di questa angoscia e scelti proprio a tal fine: divulgare l'uno e l'altro mistero, che compresero con una illuminazione particolare, data loro appositamente.

    1211. Perché rimanesse soddisfatto l'immenso amore che il nostro salvatore Gesù nutriva per noi, fu necessario che questa misteriosa tristezza lo inondasse profondamente, in modo da farlo patire fino al sommo grado; difatti, se così non fosse stato non sarebbe rimasta appagata la sua carità, né si sarebbe potuto comprendere chiaramente che questa non era estinguibile dalle molte acque delle tribolazioni'°. Ed in uno stato di tale sofferenza il divin Maestro esercitò questa carità verso i tre apostoli condotti con sé, i quali erano turbati perché sapevano che già si avvicinava l'ora in cui egli doveva patire e morire, secondo quello che aveva dichiarato loro in tanti modi e per via di molte predicazioni. La viltà che essi soffrivano li confondeva e li faceva vergognare, senza che avessero il coraggio di manifestarla. Ma l'amantissimo Signore li prevenne palesando loro la mestizia che avrebbe sofferto fino alla morte, affinché essi vedendolo afflitto e pieno di angosce non si vergognassero di sentire le loro pene e i timori da cui erano assaliti. La manifestazione della tristezza del Signore a Pietro, Giovanni e Giacomo racchiudeva tuttavia un altro mistero: essi, tra tutti gli altri, erano pieni di meraviglia, ammirando il dominio che il loro Maestro aveva sopra le creature, e nutrivano un concetto più sublime della sua divinità e della sua eccellenza come anche della grandezza della sua dottrina, della santità delle sue opere e della sua prodigiosa potenza nei miracoli. E perché fossero confermati nella fede che egli era uomo vero e sensibile, fu conveniente che questi tre apostoli fossero privilegiati dal favore di vederlo mesto ed afflitto, come un semplice mortale, affinché nella loro testimonianza la santa Chiesa fosse istruita contro gli errori che il demonio pretendeva di seminare in seno ad essa sulla verità dell'umanità di Cristo nostro salvatore, e noi fedeli ricevessimo questa consolazione quando ci avessero afflitto le tribolazioni e fossimo stati oppressi dall'amarezza.

    1212. Illuminati interiormente i tre apostoli con questa dottrina, l'Autore della vita soggiunse: «Restate qui e vegliate con me». Con questo invito insegnava ad essi a mettere in pratica tutti gli avvertimenti che aveva loro dato, e li ammoniva a rimanere saldi nei suoi precetti e perseveranti nella fede; a non piegare dalla parte del nemico e ad essere attenti e vigilanti per riconoscerlo e resistergli, nell'attesa di vedere, superate le ignominie della passione, l'esaltazione del suo nome. Il Signore, pronunciati questi consigli, si allontanò per un certo tratto dal luogo dove si trovavano Pietro, Giovanni e Giacomo, e prostratosi a terra con il suo divin volto pregò il Padre eterno dicendo: «Padre mio, se è possibile, passi da me questo calice!». Cristo, nostro bene, elevò questa preghiera dopo essere sceso dal cielo con la piena volontà di morire e patire per gli uomini; e quindi abbracciò volontariamente la sua passione non curandosi dell'atroce pena che gli avrebbe provocato e della gioia che gli era posta innanzi. Corse così con ardentissimo amore verso la morte, gli obbrobri, i dolori e le afflizioni, stimando in sommo grado gli uomini, che aveva deciso di riacquistare con il prezzo del suo sangue. Ora, poiché con la sua divina ed umana sapienza e con la sua inestimabile carità dominava il timore naturale della morte, non sembra che questa sola paura potesse motivare tale richiesta. Questo ho compreso nella luce che mi è stata data intorno agli arcani misteri della preghiera del nostro Salvatore.

    1213. E per manifestare ciò che ho inteso, rendo noto che in tale occasione il nostro redentore Gesù e l'eterno Padre trattavano dell'impresa più ardua che Cristo dovesse svolgere, quale era la redenzione umana, frutto della passione e della sua morte di croce, per l'occulta predestinazione dei santi. Ed in questa preghiera il divin Maestro presentò all'Onnipotente i suoi tormenti, il suo sangue preziosissimo e la sua morte, che offriva per tutti i mortali, come prezzo sovrabbondante per ciascuno di quelli già nati e di quelli che sarebbero nati sino alla fine del mondo. Da parte del genere umano presentò tutti i peccati, le infedeltà, le ingratitudini e gli oltraggi che i malvagi avrebbero commesso per rendere inutile la sua obbrobriosa morte, da lui accettata e sofferta per loro e per quelli che in effetti sarebbero stati condannati alla pena eterna per non aver approfittato della sua clemenza. E benché morire per gli amici e per i predestinati fosse al nostro Salvatore benaccetto, e come desiderabile, patire e morire per i reprobi gli era molto amaro e penoso, poiché per loro non vi era un fine per cui il Signore soffrisse fino alla morte. Sua Maestà chiamò questo dolore calice: il nome con cui gli ebrei designavano ciò che era causa di molta angoscia e di grande pena. Difatti, lo stesso Gesù ne aveva fatto uso, con questo significato, parlando con i figli di Zebedeo, quando aveva chiesto loro se anch'essi avrebbero potuto bere il calice come egli avrebbe dovuto fare. Questo calice per Cristo nostro bene fu molto più amaro, in quanto comprese che la sua passione e morte per i reprobi non solo sarebbe stata senza frutto, ma occasione di scandalo ridondando per loro in maggior pena e castigo per averla disprezzata e per non averne tratto il frutto che avrebbero dovuto.

    1214. Ho dunque compreso che la preghiera di Cristo nostro Signore consistette nel chiedere al Padre che passasse da lui il calice amarissimo di morire per i reprobi e che - essendo ormai inevitabile la morte - nessuno, se fosse stato possibile, si perdesse. La redenzione che egli offriva era sovrabbondante per tutti, e per quanto dipendeva dalla sua volontà egli l'applicava a tutti affinché a tutti giovasse efficacemente. Ma se ciò non fosse stato possibile rimetteva la sua santissima volontà in quella dell'eterno Padre. Il nostro Salvatore ripeté questa supplica per tre volte`, ad intervalli, pregando a lungo in preda all'angoscia, come dice san Luca, e come richiedeva la grandezza e l'importanza del caso trattato. A nostro modo di intendere si verificò in questo frangente una specie di contesa tra la santissima umanità di Cristo e la sua divinità: l'una, per l'intimo amore che portava agli uomini della sua stessa natura, desiderava che tutti per mezzo della sua passione conseguissero la salvezza eterna; l'altra faceva presente che, per i suoi altissimi giudizi, era già prestabilito il numero dei predestinati, e conformemente all'equità della sua giustizia non si doveva concedere il beneficio a chi tanto lo disprezzava con libera volontà e si rendeva indegno della vita dell'anima, resistendo a chi gliela procurava ed offriva. Da questo conflitto scaturirono l'amarezza di Cristo e la lunga preghiera che recitò invocando il potere del suo eterno Padre, essendo tutte le cose possibili alla sua infinita maestà e grandezza.

    1215. L'agonia del nostro Salvatore si intensificò in virtù del grande amore che nutriva per noi e della resistenza che prevedeva sarebbe stata posta al conferimento a tutti gli uomini dei frutti della sua passione e morte. Ed allora arrivò a sudare abbondantemente grosse gocce di sangue, che caddero fino a terra. E benché la sua supplica fosse condizionata e non gli fosse concesso ciò che chiedeva, in particolare per i reprobi, ottenne che gli aiuti fossero grandi e frequenti per tutti i mortali e si moltiplicassero in chi li avesse accolti senza frapporre ostacolo. Inoltre ottenne che i giusti e i santi partecipassero con sovrabbondanza del frutto della redenzione e fossero arricchiti copiosamente di doni e grazie di cui i reprobi si sarebbero resi indegni. Pertanto la volontà umana di Cristo conformandosi a quella divina accettò la passione per tutti: per i reprobi, in modo sufficiente, perché fossero loro dati gli aiuti necessari, se avessero voluto approfittarne; per i predestinati, nella forma più piena ed efficace, perché avrebbero cooperato alla grazia. Così restò predisposta e quasi effettuata la salvezza del corpo mistico della santa Chiesa, sotto il suo capo e suo artefice, Cristo nostro bene.

    1216. Ora, a compimento di questo divino decreto, poiché sua Maestà si trovava per la terza volta a pregare in preda all'angoscia, l'eterno Padre inviò il santo arcangelo Michele affinché lo confortasse nei sensi corporali, dichiarandogli sensibilmente ciò che lo stesso Signore già sapeva con la scienza della sua santissima anima. Difatti, niente avrebbe potuto dirgli l'angelo che il Signore non sapesse, come anche nessun altro effetto avrebbe potuto operare nel suo intimo per questo suo intento. Tuttavia, come si è già detto, poiché Cristo aveva sospeso il sollievo che dalla sua onniscienza sarebbe potuto ridondare nella sua santissima umanità, lasciandola per quanto possibile patire in sommo grado come poi egli disse sulla croce, ricevette allora un altro conforto nella parte sensitiva con il messaggio del santo arcangelo. E questo conforto fu un'esperienza nuova che mosse in lui i sensi e le facoltà naturali. Ciò che san Michele disse da parte dell'eterno Padre consistette nel dichiarare e far percepire a Gesù che non era possibile - come sua Maestà sapeva - che si salvassero coloro che non lo volevano. Nella giustificazione divina aveva tanta rilevanza il numero dei predestinati, benché fosse minore di quello dei reprobi; e tra quelli era compresa la sua santissima Madre, la quale era degno frutto della sua redenzione e oggetto di invocazione dei patriarchi, dei profeti, degli apostoli, dei martiri, delle vergini e dei confessori, i quali si sarebbero molto distinti nel suo amore ed avrebbero operato strepitosi prodigi per esaltare il santo nome dell'Altissimo. Tra tutti questi l'angelo gli nominò, dopo gli apostoli, anche i fondatori degli ordini religiosi, con il carisma proprio a ciascuno; inoltre gli manifestò o riferì altri grandi ed arcani misteri, che non è necessario dichiarare, né io ho l'ordine di farlo, poiché quanto ho già detto è sufficiente per proseguire la narrazione di questa Storia.

    1217. Gli evangelisti riportano che nel recitare quest'accorata supplica, durante le pause, il nostro Salvatore si recava a visitare gli apostoli e ad esortarli che vegliassero, pregassero e non entrassero in tentazione. Egli fece ciò per sollecitare i prelati della sua Chiesa a pascere il gregge loro affidato. E difatti, se per aver cura di essi il vigilantissimo pastore lasciò la preghiera che gli stava tanto a cuore, in questa sua premura rimane implicitamente dichiarato quello che devono fare i prelati e quanto debbano posporre gli affari e gli interessi alla salvezza dei fedeli. E perché si comprenda il bisogno che avevano gli apostoli di essere visitati da sua Maestà, avverto che il dragone infernale dopo che fu cacciato dal cenacolo, come ho detto sopra, rimase per qualche tempo afflitto e affranto nelle voragini dell'abisso; poi ebbe però il permesso di uscirne, perché la sua malizia doveva servire per l'esecuzione dei decreti del Signore. Immediatamente con molti demoni si avventò su Giuda per impedirgli - nel modo che ho già esposto - la vendita di Gesù, ma non potendo dissuaderlo si diresse contro gli apostoli, perché sospettava che nel cenacolo questi avessero ricevuto dal loro Maestro grandi favori, che egli desiderava scoprire per distruggerli, se avesse potuto. Il nostro Salvatore vide la crudeltà e il furore del principe delle tenebre e dei suoi ministri, e come padre amantissimo, supremo e vigilante si premurò di avvertire i suoi piccoli figli, seguaci alle prime armi, quali erano gli apostoli. Li svegliò e comandò loro che pregassero e stessero desti contro i nemici, perché non cadessero nella tentazione che nascostamente li minacciava e che essi non prevedevano né avvertivano.

    1218. Il divin Maestro ritornò, dunque, nel luogo dove stavano i tre apostoli, ma li trovò che dormivano per essersi lasciati vincere dal tedio e dalla tristezza che pativano, nonostante come uomini prescelti fossero maggiormente tenuti a stare svegli e ad imitarlo. Vennero a cadere invece in quella tiepidezza di spirito in cui furono vinti dal sonno e dalla pigrizia. Prima di svegliarli per parlare con loro, sua Maestà si fermò a guardarli e pianse un po' vedendoli, per la loro negligenza, sepolti ed oppressi da quell'ombra di morte, mentre appunto Lucifero stava in agguato su di essi. Disse allora a Pietro: «Simone, così dormi? Non sei riuscito a vegliare un'ora sola con me?». E quindi soggiunse a lui ed agli altri: «Vegliate e pregate per non entrare in tentazione, perché i miei e vostri nemici non dormono come fate voi». Cristo nostro bene riprese san Pietro non solamente perché egli era capo ed eletto come superiore di tutti gli altri, e perché tra loro si era distinto nel protestare con fervore, dicendo che sarebbe stato disposto anche a morire per lui e che non lo avrebbe rinnegato quando anche tutti gli altri scandalizzati fossero stati sul punto di abiurare, ma anche perché con quei propositi e con quelle offerte, che allora egli aveva fatto di vero cuore, aveva meritato fra tutti di essere ripreso ed avvertito. Il Signore senza dubbio corregge quelli che amai' e si compiace sempre dei buoni propositi, anche se possono venir meno nell'esecuzione come accadde a san Pietro, il più fervoroso dei Dodici. Nel capitolo seguente parlerò della terza volta in cui Cristo nostro salvatore tornò di nuovo indietro a svegliare tutti gli apostoli, cioè di quando Giuda era prossimo a consegnarlo ai suoi nemici.

    1219. Frattanto, la Signora dei cieli si era ritirata nel cenacolo in compagnia delle pie donne, e nella divina luce vedeva con somma chiarezza tutte le opere e i misteri del suo santissimo Figlio nell'orto, senza che le fosse nascosta alcuna cosa. Nello stesso tempo in cui il Signore si ritirò con i tre apostoli, Pietro, Giovanni e Giacomo, anche la divina Regina si appartò in una stanza con le tre Marie. Lasciò così il resto delle sante donne, di cui Maria Maddalena era stata designata come superiora, esortandole a pregare ed a vegliare per non cadere in tentazione. Con le tre donne a lei più familiari supplicò invece l'eterno Padre che le sospendesse ogni sollievo e ogni consolazione che le impedisse di patire in sommo grado, sia nella parte fisica che in quella spirituale, a imitazione del suo santissimo Figlio, affinché nel suo corpo verginale avvertisse lo strazio delle piaghe e dei tormenti che lo stesso Gesù doveva patire. Questa richiesta fu esaudita dalla santissima Trinità; pertanto la Madre sentì tutti i dolori del proprio Figlio, come si dirà in seguito. E benché da una parte questi fossero tali da farla più volte morire, se la destra dell'Altissimo non l'avesse miracolosamente preservata, dall'altra, siccome furono dati a lei dalla mano del Signore, agirono da sostegno e conforto della sua vita, perché nel suo ardente e sconfinato amore sarebbe stata più violenta la pena di veder patire e morire il suo benedetto Unigenito senza soffrire con lui.

    1220. La Regina scelse le tre Marie perché l'accompagnassero e l'assistessero nella passione, e a tal fine esse furono istruite sui misteri di Cristo con grazia e cognizione maggiore rispetto alle altre donne. Ritiratasi con queste tre, la purissima Madre incominciò nuovamente a sentire tristezza ed angoscia e disse: «L'anima mia è afflitta perché deve patire e morire il mio amato figlio e Signore, ed io non posso morire con lui e con gli stessi tormenti. Pregate, o amiche mie, affinché non vi sorprenda la tentazione». Proferite queste parole, si allontanò un poco da loro e, accompagnando la preghiera del nostro Salvatore nell'orto, elevò la stessa supplica nel modo che conveniva a lei e conformemente a quanto conosceva della volontà umana del suo santissimo Figlio. Ma la Regina dei cieli, sapendo lo sdegno che il dragone nutriva anche contro le tre donne, ritornava, come Cristo con gli apostoli, ad esortarle per continuare poi l'orazione del Salvatore, vivendo la sua stessa agonia. Pianse anche la condanna dei reprobi, perché le furono manifestati grandi misteri sull'eterna predestinazione e riprovazione. E per imitare in tutto il Redentore del mondo, e cooperare con lui, la divina Signora giunse ad avere un sudore di sangue, simile a quello di Cristo. Per disposizione della santissima Trinità le fu così inviato l'arcangelo san Gabriele per confortarla, come fu mandato san Michele al nostro Salvatore. Il santo principe dichiarò a Maria la volontà dell'Altissimo con le stesse parole che san Michele proferì a Gesù. E così la Madre ed il Figlio furono simili nell'operare e nel conoscere, nella misura che conveniva a ciascuno, poiché in entrambi furono identiche la preghiera e la causa del dolore e della tristezza che soffrirono. Ho compreso che in questa circostanza la prudentissima Signora teneva pronti dei teli per tutto ciò che nella passione doveva succedere al suo amantissimo Figlio; ed allora inviò nell'orto, dove il Signore stava sudando sangue, alcuni dei suoi angeli perché, con uno di questi panni, asciugassero e tergessero il suo venerabile viso. I ministri dell'Altissimo poterono eseguire tale compito poiché sua Maestà per amore e maggior merito della Madre accondiscese a questo pietoso e tenero affetto. Giunta poi l'ora in cui il nostro Salvatore doveva essere catturato, l'addolorata Madre avvisò le tre Marie: tutte ne fecero lamento con amarissimo pianto, ma si distinse in modo particolare la Maddalena, perché più delle altre era infiammata di amore e di fervorosa carità.

    Insegnamento della Regina del cielo

    1221. Figlia mia, tutto quello che hai inteso e raccolto in questo capitolo è un richiamo e un avviso di somma importanza per tutti i mortali e per te, se saprai trarre ed applicare la giusta considerazione. Rifletti, dunque, e medita nel tuo intimo quanto debba stare a cuore la questione della predestinazione o riprovazione eterna delle anime che il mio santissimo Figlio trattò con tanta ponderazione. Difatti, la difficoltà o l'impossibilità che tutti gli uomini fossero salvi e beati gli rese oltremodo amara la passione e morte che accettò e patì per la redenzione di tutti. In questo conflitto interiore, egli manifestò il valore e l'importanza di questa impresa; e perciò moltiplicò le preghiere e le suppliche al suo eterno Padre, spingendosi per amore degli uomini fino a sudare copiosamente il suo sangue d'inestimabile prezzo, perché la sua morte non avrebbe potuto essere applicata fruttuosamente a tutti, per la malizia con la quale i reprobi se ne sarebbero resi indegni. Il mio figlio e Signore ha giustificato la sua causa nell'aver procurato a tutti la salvezza senza limiti, con il suo sconfinato amore e con i suoi meriti; e l'eterno Padre l'ha giustificata nell'aver dato al mondo la redenzione, che ha posto in potere di ciascuno, affinché chiunque, a suo libero arbitrio, stenda la mano o alla vita o alla morte, o all'acqua o al fuoco conoscendo la distanza che intercorre fra loro.

    1222. Ma quale scusa o discolpa pretenderanno di presentare gli uomini per essersi dimenticati della propria eterna salvezza, quando mio Figlio ed io con l'Onnipotente la desiderammo ardentemente per essi e ci prodigammo con tanta cura ed affetto affinché l'accettassero? E se nessuno dei mortali trova giustificazione per la propria accidia e la propria stoltezza, ancor meno la troveranno nel giorno del giudizio i figli della santa Chiesa, che hanno ricevuto la fede in questi mirabili sacramenti e che durante la vita differiscono solo di poco dagli infedeli e dai pagani. Non credere, figlia mia, che sia stato scritto invano che molti sono i chiamati e pochi gli eletti. Temi questa sentenza, e rinnova nel tuo cuore la sollecitudine e lo zelo per la tua salvezza, considerandoti ancor più obbligata per la maggior conoscenza che hai ricevuto su misteri così eccelsi. Ed anche se tu non avessi alcun interesse per la vita eterna e per la tua felicità, ciononostante dovresti sentirti mossa a corrispondere all'amorevolezza con la quale ti manifesto tanti e così divini segreti. E poiché ti chiamo mia figlia e sposa del mio Signore, devi comprendere che il tuo compito deve essere amare e patire senza alcuna attenzione alle cose visibili. Io, che sempre impiegai le mie facoltà con grande zelo in queste due azioni, ti invito ad imitarmi e, affinché tu giunga a seguirmi, voglio che la tua preghiera sia continua, senza sosta, e che vegli un'ora con me. E quest'ora deve essere tutto il tempo della vita mortale, perché paragonata all'eternità è meno che un'ora, anzi un momento. Con questa disposizione, voglio che tu prosegua nella venerazione dei misteri della passione, e che li scriva, li senta e li imprima nel tuo cuore.

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    Libro VI, Cap. 13, §§ 1223-1239

    CAPITOLO 13

    La cattura e la consegna del nostro Salvatore, dovute al tradimento di Giuda; ciò che fece in quest'occasione Maria santissima ed alcuni misteri riguardo a questo fatto.


    1223. Mentre il nostro salvatore Gesù si trovava presso l'orto degli Ulivi, pregando il suo eterno Padre e sollecitando la salvezza di tutto il genere umano, Giuda si affrettava a farlo catturare e a consegnarlo ai sommi sacerdoti ed ai farisei. E poiché Lucifero con i suoi demoni non poté dissuadere la perversa volontà del malvagio discepolo e degli altri dall'intento di togliere la vita al loro Creatore e maestro, la sua antica superbia mutò disegno, ed agendo con nuova malizia infuse empie suggestioni nei giudei, affinché con maggior crudeltà e con atrocissime ingiurie tormentassero Cristo. Il dragone - come si è detto finora - già nutriva il pieno sospetto che quell'uomo così eccezionale fosse il Messia e vero Dio. Per non rimanere in questo dubbio, cercava allora nuove prove contro il Signore per mezzo di violenti insulti, che riversò nell'immaginazione dei giudei e dei loro ministri, comunicando ad essi la sua indicibile invidia. In quest'occasione tutto si adempì conformemente a quanto lasciò scritto Salomone nel libro della Sapienza. Il demonio, infatti, pensò che se Cristo non era Dio, ma semplice uomo, avrebbe ceduto alla persecuzione ed ai tormenti, ed egli così lo avrebbe vinto; se invece lo era, avrebbe manifestato la sua identità liberandosi e operando nuovi prodigi.

    1224. L'empia temerarietà di Lucifero accese ardentemente l'invidia dei sommi sacerdoti e degli scribi. Essi adunarono rapidamente una turba di gente e designando Giuda come capo condottiero lo fornirono di un distaccamento di soldati gentili, di un tribuno e di molti altri giudei, affinché tutti quanti andassero a prendere l'innocentissimo Agnello. Sua Maestà stava proprio attendendo quell'evento, leggendo i pensieri ed osservando i disegni dei sacrileghi sommi sacerdoti, come aveva espressamente profetizzato Geremia. Quegli esemplari di malvagità uscirono allora dalla città e si avviarono verso il monte degli Ulivi con fiaccole accese e lanterne, armati e muniti di funi e catene, come l'ideatore del tradimento aveva consigliato loro, temendo nella perfidia e nella slealtà di cui era intriso che il suo mansuetissimo Maestro, da lui reputato stregone e mago, operasse qualche miracolo per sfuggirgli dalle mani. Di certo, contro la divina potenza non sarebbero stati efficaci le armi e i preparativi degli uomini, qualora il Signore avesse voluto far uso di essa, come avrebbe potuto e come aveva fatto in altre occasioni prima di giungere a quell'ora stabilita per consegnarsi di propria volontà alla passione, alle ignominie ed alla morte di croce.

    1225. Mentre quelli si avvicinavano, sua Maestà ritornò per la terza volta dai suoi discepoli e, trovandoli di nuovo addormentati, disse loro: «Dormite ormai e riposatevi! Basta, è venuta l'ora: ecco, il Figlio dell'uomo viene consegnato nelle mani dei peccatori. Alzatevi, andiamo! Ecco, colui che mi tradisce è vicino». Il Maestro della santità disse queste parole ai tre apostoli prediletti, con somma pazienza, mansuetudine e dolcezza. E quelli, trovandosi confusi, come dice il sacro testo, non sapevano che cosa rispondergli. Subito si alzarono ed il Salvatore con loro tre tornò ad unirsi agli altri otto, nel luogo dove li aveva lasciati; ma trovò pure loro addormentati, vinti ed oppressi dal sonno per la grande tristezza che soffrivano. Comandò allora che tutti uniti sotto il loro Capo, in forma di congregazione e di corpo mistico, andassero incontro ai nemici. In questo modo insegnava loro la virtù che deve esercitare una comunità perfetta per vincere il demonio e i suoi seguaci e non essere sopraffatta; difatti, una cordicella a tre capi, come dice il libro del Qoèlet, non si rompe tanto presto ed a colui che contro di uno è potente due potranno resistere: questo è il vantaggio del vivere in compagnia di altri. Il Signore ammonì di nuovo tutti gli apostoli e li avvertì su quanto stava per accadere. E subito si sentì lo strepito dei soldati e degli anziani che venivano a prenderlo. Sua Maestà avanzò di alcuni passi per andare loro incontro, ed iniziando un intimo monologo con ammirevole affetto, maestoso valore e suprema pietà disse: «Passione desiderata dall'anima mia, dolori, piaghe, obbrobri, pene, afflizioni ed ignominiosa morte venite ormai! Venite, venite presto, perché l'ardente amore che porto agli uomini, per la loro salvezza, vi attende. Avvicinatevi all'innocente fra tutte le creature, a chi conosce il vostro valore e vi ha tanto cercato, desiderato e sollecitato, e vi riceve con gaudio e di propria volontà: vi ho comprato con le mie brame di possedervi e vi apprezzo per quanto meritate. Voglio riparare al disprezzo che di voi si ha e nobilitarvi, elevandovi a dignità molto eminente. Venga la morte, affinché io, accettandola senza meritarla, riporti il trionfo su di essa e meriti la vita a coloro ai quali fu data per castigo del peccato. Permetto che mi abbandonino i miei amici, perché io solo voglio e posso entrare in battaglia, per guadagnare a tutti il trionfo e la vittoria».

    1226. Mentre Gesù diceva queste ed altre parole, gli si accostò per primo Giuda, dando a tutti quelli che lo avevano seguito il segnale prestabilito: il Maestro era colui al quale si sarebbe avvicinato per salutarlo, dandogli il finto bacio di pace, come era solito fare. Quindi avrebbero potuto catturarlo subito, senza scambiarlo per un altro. L'infelice discepolo prese tutte queste precauzioni non solo per l'avidità del denaro e per l'odio che nutriva verso sua Maestà, ma anche per il timore che aveva. Lo sciagurato reputò, infatti, che, se Cristo non fosse morto, per lui sarebbe stato impossibile ritornare alla sua presenza e stargli dinanzi. Temendo allora questa confusione più della morte della sua anima e del suo divin Maestro, per non vedersi in quello stato vergognoso, bramava di portare subito a compimento il suo tradimento e far morire l'Autore della vita per mano dei suoi nemici. Si avvicinò, dunque, il traditore al mansuetissimo Signore e, come insigne artefice d'ipocrisia, dissimulando l'inimicizia, gli diede un bacio sul viso e gli disse: «Dio ti salvi, Maestro». E con questo perfido atto terminò l'istruzione del processo della perdizione di Giuda che si giustificò senza più l'intervento di Dio, perché d'allora in poi gli venissero sempre meno la grazia e gli aiuti divini. La sfrontatezza e la temerarietà del malvagio discepolo giunsero fino al sommo grado della malizia, perché egli negando interiormente, anzi misconoscendo, la sapienza increata di Cristo nostro Signore riguardo alla conoscenza del suo tradimento, e il potere che aveva di annichilirlo, pretese di nascondere la sua malvagità con la finta amicizia di vero discepolo: e ciò al fine di consegnare ad una morte tanto vergognosa e crudele il suo Creatore e maestro, da cui aveva ricevuto grandi benefici e verso il quale si trovava tanto obbligato. Questo tradimento fu il compendio di tanti gravi peccati scaturiti da una malizia di calibro ineguagliabile: egli fu infedele, omicida, sacrilego, ingrato, disumano, disubbidiente, falso, mendace, avido, empio, antesignano di tutti gli ipocriti, e come tale si comportò verso la persona del Dio incarnato.

    1227. Da parte del Signore restarono sempre giustificate la sua ineffabile misericordia e l'equità della sua giustizia, con cui adempì eminentemente le parole di Davide: Troppo io ho dimorato con chi detesta la pace. Io sono per la pace, ma quando ne parlo, essi vogliono la guerra. Sua Maestà espletò ciò in modo così eccelso che all'avvicinarsi di Giuda, con la dolcissima risposta che gli diede - «Amico, per questo sei qui!» - e per intercessione della sua santissima Madre, inviò al suo cuore una nuova illuminazione. Egli ebbe modo così di conoscere l'atrocissima perversità del suo tradimento e le pene che per essa lo aspettavano, se non si fosse ravveduto con una vera penitenza che - se avesse voluto farla - gli avrebbe fatto ritrovare misericordia e perdono nella divina clemenza. Queste parole di Cristo, nostro bene, risuonarono nel cuore di Giuda come un'ammonizione che possiamo formulare con l'espressione: «Amico, riconosci che ti perdi e ti rendi inutile, con questo tradimento, la mia liberale mansuetudine. Se vuoi la mia amicizia non te la negherò, appena sentirai il dolore del tuo peccato. Considera la tua temerarietà nel tradirmi con un finto gesto di pace, e con un bacio di falsa amicizia. Ricordati dei benefici ricevuti dal mio amore; ricordati che sono figlio della Vergine, dalla quale sei stato tanto vezzeggiato ed aiutato, durante il mio apostolato, con gli avvertimenti e i consigli di madre amorosa. Per lei sola non avresti dovuto commettere un tradimento tale qual è quello di vendere e consegnare il Figlio suo: ella non ti offese mai, e la sua dolcissima carità e la sua mansuetudine non meritano che tu commetta un oltraggio così enorme. E sebbene tu lo abbia fatto, non disprezzare la sua intercessione, poiché questa sola sarà potente presso di me, e per lei io ti offro il perdono e la vita che per te molte volte ella mi ha chiesto. Persuaditi che ti amiamo, e sappi che ti trovi ancora in un luogo di speranza e che non ti negheremo la nostra amicizia, se tu lo vorrai. Altrimenti meriterai il nostro disprezzo, il tuo castigo e la tua eterna pena». Queste parole così sublimi non fecero presa sullo sciagurato cuore dell'infelice discepolo, più duro di un diamante e più disumano di una belva; egli opponendo resistenza alla divina clemenza giunse a quella disperazione di cui parlerò nel capitolo seguente.

    1228. Quando l'Autore della vita, che si trovava con i suoi discepoli, fu baciato da Giuda, la truppa dei soldati, avuto il segno di riconoscimento, si mosse per arrestarlo. Vennero a trovarsi faccia a faccia, gli uni dirimpetto agli altri, come i due squadroni più opposti e contrari che mai vi siano stati al mondo. Da una parte vi era Cristo, nostro Signore, vero Dio e vero uomo, come capo di tutti i giusti, accompagnato dagli undici apostoli, che erano e dovevano essere gli uomini migliori e più valorosi della sua Chiesa; era assistito anche da una innumerevole schiera di spiriti angelici che, meravigliati dello spettacolo, lo benedivano ed adoravano. Dall'altra parte si faceva avanti, seguito da molti gentili e dagli anziani giudei, Giuda, autore del tradimento, armato d'ipocrisia e di ogni malvagità, pronto a metterle in atto con ferocia. In questo squadrone avanzava anche, con un gran numero di demoni, Lucifero, incitando ed addestrando Giuda e i suoi alleati, perché intrepidi mettessero le sacrileghe mani addosso al loro Creatore. Sua Maestà parlò ai soldati con grande coraggio ed autorità e con una incredibile propensione al patire dicendo: «Chi cercate?». Gli risposero: «Gesù, il Nazareno». Disse loro Gesù: «Sono io!». In questa risposta d'incomparabile valore e felicità per il genere umano, Cristo si dichiarò nostro salvatore, dandoci il pegno sicuro della nostra redenzione e la ferma speranza dell'eterna salvezza, la quale dipendeva solamente dall'offrirsi di propria volontà alla passione e alla morte di croce.

    1229. I nemici non poterono intendere tale mistero, né capire il legittimo senso delle sue parole, ma lo compresero la sua beatissima Madre, gli angeli e in gran parte anche gli apostoli. E fu come quando l'Onnipotente disse al profeta Mosè: «Io sono colui che sono!, perché sono da me stesso, e tutte le creature ricevono da me il loro essere e la loro esistenza. Sono eterno, immenso, infinito, uno nella sostanza e negli attributi, e mi sono fatto uomo nascondendo la mia gloria per operare, per mezzo della passione e morte che mi volete dare, la redenzione del mondo». Quando il Signore pronunziò quella parola in virtù della sua divinità, i nemici non gli poterono resistere. Entrata nelle loro orecchie, caddero tutti con la testa e col dorso a terra; e non solo furono scaraventati i soldati, ma anche i cani che conducevano ed alcuni cavalli che montavano: tutti caddero a terra, restando immobili come pietre. Lucifero e i suoi demoni furono anch'essi atterrati e rovesciati, patendo nuovamente confusione e tormento. In questo stato rimasero quasi mezzo quarto d'ora, senza segno di vita, come se fossero stati morti. Oh, misteriosa parola della sapienza divina, più che invincibile nella potenza! Non si vanti alla tua presenza il saggio della sua saggezza e della sua astuzia, e non si vanti il forte della sua forza; si umilii la vanità e l'arroganza dei figli di Babilonia, poiché una sola parola della bocca del Signore, proferita con tanta mansuetudine ed umiltà, confonde, annienta e distrugge tutto il potere degli uomini e dell'inferno. Comprendiamo, figli della Chiesa, che le vittorie di Cristo si ottengono confessando la verità, bandendo l'ira, praticando la sua mitezza e la sua umiltà di cuore e vincendo con l'essere vinti, con semplicità di colombe, con la quiete e la sottomissione delle pecorelle, senza la resistenza dei lupi rabbiosi e sanguinari.

    1230. Il nostro Salvatore, con gli undici apostoli, rimase ad osservare l'effetto della sua divina parola nella rovina di quegli uomini, esemplari di malvagità. Sua Maestà con viso addolorato vide riflesso in essi il castigo dei reprobi, ed ascoltando l'intercessione della sua dolcissima Madre li lasciò rialzare, poiché tutto questo aveva disposto l'eterna volontà. E quando quelli ritornarono in sé, egli pregò l'onnipotente Dio e disse: «Padre mio, nelle mie mani avete posto tutte le cose, e nella mia volontà la redenzione umana che la vostra giustizia vuole. Io intendo soddisfarla pienamente con tutto me stesso, e consegnarmi alla morte per guadagnare ai miei fratelli la partecipazione dei vostri tesori e l'eterna felicità che avete preparato per loro». Con la forza di questa volontà l'Altissimo lasciò che tutta quella canaglia di uomini, demoni ed altri animali si alzasse per ritornare nello stato in cui si trovava prima di cascare a terra. E il nostro Salvatore domandò loro per la seconda volta: «Chi cercate?». Risposero: «Gesù, il Nazareno». Gesù replicò: «Vi ho detto che sono io. Se dunque cercate me, lasciate che questi se ne vadano». Con queste parole permise ai soldati che lo prendessero, ed eseguissero il suo volere, incomprensibile ad essi: caricare sulla sua divina persona tutti i nostri dolori e tutte le nostre sofferenze.

    1231. Il primo uomo che villanamente avanzò per mettere le mani addosso all'Autore della vita e catturarlo fu un servo dei sommi sacerdoti, chiamato Malco. E benché tutti gli altri apostoli fossero turbati ed afflitti dal timore, ciò non impedì a san Pietro di accendersi tutto di zelo per onorare e difendere il suo divin Maestro. Sfoderando una spada, tirò un colpo a Malco e gli recise un orecchio troncandoglielo del tutto. La sferzata avrebbe causato una maggior ferita se la provvidenza divina - del Maestro della pazienza e della mansuetudine non l'avesse deviata. Sua Maestà non permise però che in quell'occasione subentrassero la sofferenza o la morte di qualcun'altro all'infuori delle sue, delle sue piaghe e del suo sangue, poiché egli veniva a redimere tutto il genere umano, dando a tutti la vita eterna se avessero voluto accettarla. Non rientrava, infatti, nella sua volontà e nella sua dottrina che la sua persona fosse difesa con armi offensive, e che restasse questo esempio nella sua Chiesa come modo primario per difenderla. A conferma di tutto ciò e di quanto aveva insegnato, prese l'orecchio reciso e lo restituì al servo Malco, rimettendoglielo al suo posto perfettamente sano, anzi ancor meglio di prima. Gesù allora si volse a riprendere san Pietro dicendogli: «Rimetti la tua spada nel fodero, perché tutti quelli che mettono mano alla spada per ferire periranno di spada. Non vuoi che io beva il calice che mi ha dato mio Padre? Pensi forse che io non gli possa domandare molte legioni di angeli in mia difesa, e che egli non me le invierebbe subito? Ma come si adempirebbero allora le Scritture e le profezie?».

    1232. Da questa dolce correzione san Pietro fu illuminato ed istruito per fondare e difendere la Chiesa, di cui era capo, con le armi spirituali, poiché la legge del Vangelo non insegnava a combattere né a vincere con armi materiali, ma con l'umiltà, la pazienza, la mansuetudine e la perfetta carità, superando il demonio, il mondo e la carne. Mediante queste vittorie la forza divina trionfa sui suoi nemici, sulla potenza e sull'astuzia di questo mondo, dal momento che difendersi e offendere con le armi non è dei seguaci di Cristo nostro Signore, ma dei principi della terra bramosi di nuove conquiste: il coltello della Chiesa deve essere quello spirituale, che tocchi le anime anziché i corpi. Quindi Cristo nostro Signore si volse verso i suoi nemici e i capi dei giudei e, parlando loro con grande autorevolezza, disse: «Siete usciti come contro un brigante, con spade e bastoni, per catturarmi. Ogni giorno stavo seduto nel tempio ad insegnare e predicare, e non mi avete arrestato. Ma questa è la vostra ora, è l'impero delle tenebre». Tutte le parole del nostro Salvatore, specialmente quelle che proferì in occasione della sua passione e morte, erano di notevole spessore per gli arcani misteri che racchiudevano, e non è possibile comprenderle tutte né dichiararle.

    1233. Questi uomini avvezzi al peccato con il rimprovero del divin Maestro avrebbero ben potuto addolcirsi e confondersi, ma non lo fecero, perché erano terra maledetta e sterile, priva della rugiada delle virtù e della vera pietà. Tuttavia l'Autore della vita volle riprenderli ed insegnar ad essi la verità, perché la loro perfidia fosse meno scusabile, e alla presenza della somma santità e giustizia quel peccato ed altri commessi non restassero senza ammonimento ed essi non andassero via senza quella benefica medicina, se fossero stati disposti ad accettarla. Inoltre questa riprensione sarebbe servita a far conoscere che egli sapeva tutto quanto doveva succedere e che di sua spontanea volontà si abbandonava alla morte, consegnandosi liberamente nelle mani di coloro che gliela procuravano. Per tutto questo e per altri altissimi fini, sua Maestà pronunciò quelle parole, parlando al cuore di quegli uomini malvagi come colui che aveva la capacità di penetrarlo e di scovare la loro malizia, l'odio che contro di lui avevano concepito e la causa della loro invidia. Questa era stata particolarmente scatenata dall'aver ripreso i vizi dei sacerdoti e dei farisei, dall'aver insegnato al popolo la verità e il cammino della vita eterna, dall'aver attirato con la sua dottrina, con il suo esempio e con i suoi miracoli la volontà di tutti gli uomini umili e pii, e dall'aver ricondotto molti peccatori alla sua amicizia e alla sua grazia. Quindi era chiaro che colui che aveva il potere di operare queste cose in pubblico l'avrebbe avuto anche per far sì che senza la sua volontà non lo potessero prendere nel Getsèmani. Egli, infatti, non aveva lasciato che lo prendessero nel tempio e nella città dove predicava, non essendo arrivata l'ora stabilita dalla sua volontà per dare il permesso agli uomini ed ai demoni. E proprio perché aveva loro concesso in quel preciso momento di essere catturato, disprezzato, afflitto e maltrattato disse: «Questa è la vostra ora, è l'impero delle tenebre». E fu come se avesse detto loro: «Sinora è stato necessario che io dimorassi con voi come maestro per vostro insegnamento, e perciò non ho consentito che mi toglieste la vita. Ma ora voglio compiere con la mia morte l'opera della redenzione umana, che il mio eterno Padre mi ha commissionato; e perciò vi permetto di catturarmi e di eseguire su di me la vostra volontà». Così presero il mansuetissimo agnello e, assalendolo come tigri feroci, lo legarono, lo strinsero con funi e catene e lo condussero alla casa del sommo sacerdote, come dirò in seguito.

    1234. La purissima Madre era attentissima a quello che succedeva nella cattura di Cristo nostro bene, mediante la chiara visione che le rendeva tutto manifesto come se fosse stata presente con il corpo. Ella per la sapienza infusa penetrava tutti i misteri racchiusi nelle parole del suo santissimo Figlio e le opere che egli eseguiva. Quando vide che quello squadrone di soldati, seguito dalla folla, si era diretto verso la casa del sommo sacerdote, la prudentissima Signora, prevedendo le irriverenze e gli oltraggi che tutti costoro avrebbero compiuto verso il Creatore e redentore, invitò i suoi e molti altri angeli affinché assieme a lei rendessero culto di adorazione e di lode al Signore delle creature, per riparare le ingiurie e le offese con cui avrebbe dovuto essere trattato da quegli uomini malvagi, principi delle tenebre. Diede lo stesso avviso alle donne che con lei stavano pregando, e manifestò loro come appunto in quell'ora il suo santissimo Figlio consentisse ai suoi nemici che lo prendessero e lo maltrattassero, eseguendo tutto ciò con deplorevole empietà e crudeltà di peccatori. Con l'assistenza dei santi angeli e delle pie donne, la religiosa Regina fece mirabili atti di fede, di amore e di devozione internamente ed esternamente, confessando, lodando, adorando e magnificando la divinità infinita e l'umanità santissima di Gesù. E così le sante donne la imitavano nelle genuflessioni e prostrazioni che faceva, e gli spiriti celesti rispondevano ai cantici con i quali ella onorava il suo amantissimo Figlio. E mentre da un lato i figli della malvagità offendevano sua Maestà con ingiurie ed irriverenze, dall'altro la pietosa Madre lo ripagava con lodi e venerazione. Nello stesso tempo ella placava anche la divina giustizia, affinché non si accendesse di sdegno e d'ira contro i persecutori di Cristo, e non li distruggesse; difatti, solamente Maria santissima poté trattenere il castigo di quelle offese.

    1235. La gran Signora con la sua intercessione non solo poté spegnere lo sdegno del giusto giudice, ma riuscì ad ottenere anche favori e privilegi per quegli uomini che lo irritavano, e a far sì che la divina clemenza rendesse loro bene per male, mentre essi recavano a Cristo nostro Signore male per bene, in retribuzione della sua dottrina e dei suoi benefici. Questa misericordia giunse al sommo grado per lo sleale ed ostinato Giuda. Difatti, vedendo la divina Madre che egli lo tradiva con il bacio di finta amicizia e che con la sua immondissima bocca, dove poco prima era stato lo stesso Signore sacramentato, si permetteva di toccare il venerabile volto di Gesù, trapassata dal dolore e vinta dalla carità pregò il medesimo Signore di dare un nuovo aiuto a Giuda. E così, se lo avesse accettato, non si sarebbe perduto chi era arrivato a tale felicità, qual era quella di toccare in quel modo il viso che desiderano guardare perfino gli angeli. Alla richiesta di Maria santissima, suo Figlio inviò grandi benefici al discepolo traditore che - come già si è detto - li ricevette al momento della consegna del Maestro. E se lo sciagurato li avesse accolti ed avesse incominciato a corrispondervi, questa Madre di misericordia gliene avrebbe ottenuti molti di più, e infine anche il perdono della sua malvagità, come fa con altri grandi peccatori che a lei desiderano dare questa gloria e guadagnare per sé quella eterna. Ma Giuda non giunse a questa sapienza e perse tutto, come dirò nel capitolo seguente.

    1236. Quando la Regina dei cieli vide che in forza della parola divina caddero a terra tutti gli anziani e i soldati, venuti a prendere Gesù, compose con gli angeli un altro maestoso cantico, in cui esaltava la potenza infinita e le virtù della santissima umanità di Cristo. In questo inno elogiava la vittoria riportata dall'Altissimo quando aveva sommerso nel Mar Rosso il faraone con tutte le sue truppe, e lodava il proprio figlio e vero Dio, che come Signore degli eserciti e delle vittorie voleva darsi in preda ai patimenti ed alla morte per redimere nel più mirabile modo il genere umano dalla schiavitù di Lucifero. Maria poi elevò una preghiera al Signore, chiedendogli di rialzare e far ritornare in sé tutti coloro che erano stati rovesciati ed atterrati. Ella lo fece in primo luogo perché mossa dalla sua liberalissima pietà e dalla fervorosa compassione per quegli uomini, che il Signore aveva creato a propria immagine e somiglianza; secondariamente perché avrebbe adempiuto la legge della carità insegnata e praticata dal suo Figlio e maestro: perdonare ai nemici e fare del bene ai persecutori; infine perché si dovevano compiere le profezie e le scritture relative al mistero della redenzione umana. E benché tutto questo fosse infallibile, non vi è alcuna contraddizione nel fatto che Maria santissima lo chiedesse e che per le sue preghiere l'Altissimo si sentisse sollecitato a dispensare questi benefici: nella sapienza infinita e nei decreti della sua eterna volontà tutto era previsto ed ordinato per tali mezzi e suppliche. Non è necessario che io mi trattenga ancora a dare ulteriori spiegazioni, perché certo non vi sarebbe stato un modo più conveniente per ottenere l'intervento della divina provvidenza. Nel momento in cui i soldati presero e legarono il nostro Salvatore, la purissima Madre sentì nelle sue mani i dolori delle corde e delle catene, come se fosse stata legata e stretta anch'ella; e lo stesso accadde riguardo ai colpi ed ai tormenti che andava ricevendo il Signore. Questa pena che avvertiva nel corpo, concessale in forma di privilegio - come è stato detto sopra e come si vedrà nel corso della passione -, le fu in parte di sollievo, perché l'amore gliene avrebbe arrecato una più grande nell'anima, se ella non avesse patito assieme al proprio Figlio in quel modo.

    Insegnamento della Regina del cielo

    1237. Figlia mia, con tutto quello che vai scrivendo e comprendendo per mezzo del mio insegnamento, ti appresti ad istruire il processo contro tutti i mortali, e contro di te se come loro non ti spoglierai della rozzezza e della villania, e non supererai l'ingratitudine, meditando giorno e notte la passione, i dolori e la morte di Gesù crocifisso. Questa è la sapienza dei santi, ignorata dagli uomini del mondo; questo è il pane della vita e dell'intelletto, che sazia i piccoli e dà loro scienza, lasciando vuoti e famelici i superbi amatori del secolo. In tale dottrina desidero che tu sia sollecita e sapiente, poiché da essa ti verranno tutti i beni. Il mio figlio e Signore insegnò l'ordine di questo arcano mistero quando disse: «lo sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me». Dimmi ora, o carissima: se il mio divin Maestro si fece via e vita degli uomini, per mezzo della passione e morte che patì per loro, non è forse necessario che, per seguire il suo stesso cammino e professare la sua verità, tutti passino per Cristo crocifisso, afflitto, flagellato e disonorato? Considera, dunque, l'ignoranza dei mortali: vogliono giungere al Padre senza passare per il suo Unigenito; vogliono regnare con sua Maestà senza aver patito e aver preso parte alle sue pene, e senza neppure ricordare la sua passione e morte, provandola in qualche modo o mostrandone una vera gratitudine. E vorrebbero allora che essa giovasse loro per poter godere, nella vita presente ed in quella eterna, i piaceri e la gloria, mentre il Creatore ha patito fortissimi dolori e atroci sofferenze per entrarvi ed ha lasciato questo esempio per aprire ad essi la strada della luce.

    1238. Il riposo non è compatibile con la vergogna di non aver lavorato, per chi avrebbe dovuto acquistarlo solo con questo mezzo. Non è vero figlio colui che non imita il proprio padre, né servo fedele chi non obbedisce al proprio padrone, né discepolo chi non segue il proprio maestro, né io reputo come mio devoto colui che non prende parte a quanto abbiamo sofferto mio Figlio ed io. Anzi l'amore con cui noi procuriamo la salvezza eterna agli uomini ci obbliga, vedendoli così dimentichi di questa verità e tanto avversi al patire, ad inviare loro tribolazioni e pene, affinché se non le amano spontaneamente, almeno le accettino e soffrano forzatamente: solamente per questa via entreranno nel cammino sicuro di quel riposo eterno che tanto desiderano. Eppure ciò non basta: l'inclinazione e l'amore cieco per le cose visibili e terrene trattengono i mortali, li ostacolano e li rendono tardi e duri di cuore, assopendo in essi la memoria, l'attenzione e gli affetti, e impedendo che si innalzino al di sopra di se stessi e di tutto ciò che è transeunte. Da qui scaturisce la motivazione per cui non trovano serenità nelle tribolazioni, né sollievo nei travagli, né consolazione nelle pene, né quiete nelle avversità, perché aborriscono tutto ciò e non cercano niente che sia penoso, come invece bramavano i santi, che si gloriavano nelle tribolazioni come chi arrivasse al coronamento dei propri desideri. In molti fedeli questa insipienza va anche oltre, perché alcuni chiedono di essere infiammati dell'amore di Dio, altri che siano loro perdonate molte colpe, altri ancora che vengano loro concessi grandi benefici: richieste che non possono essere esaudite perché non le domandano nel nome di Cristo mio Signore, imitandolo ed accompagnandolo nella sua passione.

    1239. Abbraccia dunque, figlia mia, la croce, e senza di essa non accettare alcuna consolazione nella tua vita mortale. Imitami, secondo la luce che hai e l'obbligo in cui ti pongo di sentire e meditare la passione del Signore: per tale via ascenderai alla vetta della perfezione e guadagnerai l'amore di sposa. Benedici e magnifica il mio santissimo Figlio per l'amore con cui si consegnò per la salvezza dell'umanità. I mortali riflettono poco su questo mistero, ma io come testimone ti avverto che il mio santissimo Figlio, se tralasci il suo ardente desiderio di salire alla destra dell'eterno Padre, nessuna cosa gradiva e bramava tanto quanto quella di offrirsi ai patimenti della morte di croce, dandosi a tal fine in potere dei nemici. Voglio anche che deplori, con intimo dolore, che Giuda nelle sue scelleratezze e perfidie abbia più seguaci di Cristo. Molti sono gli infedeli, molti i cattivi cattolici, molti gli ipocriti che con il nome di cristiani vendono e tradiscono, e nuovamente vogliono crocifiggere il mio santissimo Figlio. Piangi per tutti questi mali che senti e conosci, affinché anche in ciò tu mi possa imitare e seguire.

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    Libro VI, Cap. 14, §§ 1240-1255

    CAPITOLO 14

    La fuga e la dispersione degli apostoli dopo la cattura del Maestro; la conoscenza che ne ebbe la sua santissima Madre e ciò che fece in questa occasione; la dannazione di Giuda e il turbamento dei demoni per quello che venivano a sapere.


    1240. Eseguita la cattura di Gesù - come è già stato narrato - si adempì ciò che egli aveva predetto nell'ultima cena: in quella notte tutti si sarebbero fortemente scandalizzati a causa della sua persona, e satana li avrebbe assaltati per vagliarli come il grano. Gli apostoli, afflitti, restarono confusi e disorientati quando videro che il Maestro veniva catturato e legato, e si accorsero che né la sua mansuetudine né le sue parole tanto dolci e potenti né i suoi miracoli né il suo innocentissimo conversare avevano potuto placare l'ira della folla e mitigare l'invidia dei sommi sacerdoti e dei farisei. Per naturale timore si avvilirono, perdendo il coraggio e dimenticando i consigli di Cristo. Incominciarono così a vacillare nella fede e ciascuno di essi, vedendo quello che stava succedendo a sua Maestà, pensava a come mettersi in salvo dal pericolo che incombeva. Subito lo squadrone dei soldati, con tutta la turba di gente che gli andava dietro, si accinse ad arrestare e ad incatenare il mansuetissimo Agnello, contro il quale tutti fremevano di sdegno. Gli Undici, approfittando allora dell'occasione, fuggirono senza essere scorti dai giudei, sebbene questi - se lo avesse permesso l'Autore della vita - senza dubbio li avrebbero catturati poiché scappavano come codardi e rei, ma non era opportuno che fossero presi e patissero in quel momento. E difatti, il nostro Redentore aveva manifestato questa sua volontà dicendo alle guardie, venute ad arrestarlo, che se cercavano lui lasciassero liberi coloro che lo accompagnavano: così accadde con la forza della sua divina provvidenza. Frattanto, anche contro i suoi seguaci si estendeva l'odio dei sommi sacerdoti e dei farisei che volevano farla finita in un colpo solo con tutti loro, se ne avessero avuto la possibilità. E proprio per questo il pontefice Anna interrogò il Salvatore riguardo ai suoi discepoli e al suo annuncio.

    1241. Lucifero dinanzi a tale fuga si ritrovò confuso e perplesso, incrementando la sua malizia per vari fini. Egli bramava di estinguere l'insegnamento del Messia e di sterminare tutti i suoi compagni fino a spegnere il loro ricordo, e agognava che essi fossero presi ed uccisi. Tuttavia, non gli sembrò facile conseguire questo disegno, e riconoscendone la difficoltà cercò di turbare gli apostoli spronandoli a scappare, affinché non vedessero la pazienza del Signore nella passione, né fossero testimoni di ciò che in questa sarebbe accaduto. Temette che essi, con il sublime esempio e la nuova dottrina che avrebbero potuto apprendere, sarebbero divenuti più forti e più saldi nella fede tanto da resistere alle sue seduzioni. Gli parve che se da allora avessero incominciato a titubare, in seguito li avrebbe potuti far cadere con nuove persecuzioni, servendosi dei giudei, i quali sarebbero stati sempre pronti ad insultarli, per l'odio che portavano all'Unigenito. Con questa malvagia considerazione il diavolo si ingannò da se stesso, e quando si accorse che essi erano intimoriti, codardi e abbattuti per la tristezza, reputò che quella fosse la migliore disposizione d'animo per tentarli. Li assaltò così con furiosa rabbia, proponendo loro grandi dubbi e sospetti, perché abbandonassero il loro Maestro. Ed essi riguardo alla fuga non resistettero come invece avevano fatto dinanzi a tante false suggestioni contro la fede, benché anche in questa avessero mancato: gli uni più gli altri meno, giacché non furono tutti parimenti turbati e scandalizzati.

    1242. I discepoli si divisero tra loro correndo verso luoghi diversi, dato che era difficile nascondersi insieme, sebbene in quel momento lo desiderassero. Solo Pietro e Giovanni si unirono per seguire da lontano Gesù con l'intento di vedere la conclusione del suo supplizio. Intanto essi erano tutti presi nell'intimo da un turbamento di sommo dolore e di forte tribolazione, che metteva sotto torchio il loro cuore senza lasciare consolazione e riposo. Da una parte erano combattuti dalla ragione, dalla grazia, dall'amore e dalla verità, dall'altra dalla seduzione, dal sospetto, dal timore e dallo sconforto. Ma la ragione e la luce della verità li riprendevano dall'incostanza e dall'infedeltà per aver lasciato Cristo, schivando come vigliacchi il pericolo, dopo essere stati avvisati e aver fatto sfoggio, poco prima, del loro coraggio nel voler morire con lui, se fosse stato necessario. Si ricordarono della negligente disobbedienza e della trascuratezza nel pregare, e nel prepararsi contro le tentazioni, come sua Maestà aveva loro ordinato. l‘affetto che gli portavano, per la sua amabile conversazione e il suo dolce tratto, per la sua dottrina e le sue meraviglie, e il pensiero che egli era vero Dio li animavano e li spronavano a ritornare a cercarlo e ad offrirsi al martirio come servi fedeli. A tutto ciò si univano la preoccupazione per Maria santissima, e la considerazione delle sue incomparabili pene e del bisogno di conforto che avrebbe avuto. E così da un lato volevano andarla a trovare per assisterla nel suo tormento, dall'altro invece erano lacerati e combattuti dalla paura di finire in pasto alla crudeltà dei giudei, abbandonandosi alla morte, alla confusione e alla persecuzione. Ma riguardo alla scelta di presentarsi dinanzi all'addolorata Madre li affliggeva anche l'idea che ella li avrebbe obbligati a ritornare nel luogo in cui stava il suo Unigenito; inoltre temevano che se fossero rimasti con lei sarebbero stati poco sicuri, perché avrebbero potuto essere ricercati nella sua casa. Tutto questo era sovrastato dalle empie e terribili seduzioni del dragone, che inculcava nella loro mente immagini atroci: il suicidio; l'impossibilità del Maestro di liberare se stesso e di strappare loro dalle mani dei sommi sacerdoti, che in quell'occasione lo avrebbero ucciso; e la fine di tutta la loro dipendenza da lui, perché non lo avrebbero più visto. Inoltre erano avvinti anche dall'insidia che, sebbene la sua vita fosse esente da colpe, egli proclamando dottrine molto dure ed aspre sino ad allora mai praticate veniva odiato dai capi del popolo e dalla gente: ragion per cui era troppo drastico seguire un uomo che doveva essere condannato ad una fine infame e vergognosa.

    1243. Questa lotta interiore negli apostoli si trasmetteva da un cuore all'altro. Satana, infondendo queste ed altre malvagie convinzioni, pretendeva che essi dubitassero dell'insegnamento del Signore e delle profezie inerenti ai suoi misteri e alla sua passione. Siccome nel dolore di questo conflitto non avevano speranza che il Messia uscisse vivo dalle potenti mani dei sommi sacerdoti, lo sgomento suscitò in loro una profonda tristezza e malinconia, per cui risolsero di schivare il pericolo e salvarsi. Fuggirono con tale pusillanimità e codardia che in nessun posto si consideravano sicuri in quella notte, spaventati da qualsiasi ombra e da ogni rumore. Un terrore più grande fu provocato in essi dalla slealtà di Giuda, giacché egli avrebbe potuto istigare anche contro di loro l'ira degli anziani, poiché, dopo aver eseguito la sua perfidia e il suo tradimento, non si era più fatto vedere da nessuno. San Pietro e san Giovanni, tra i più fervorosi nell'amore di Gesù, resistettero più degli altri al demonio e restando uniti vollero andare dietro a sua Maestà da lontano. Furono molto aiutati a prendere questa decisione dal fatto che san Giovanni conoscesse Anna, il quale con Caifa, sommo sacerdote in quell'anno, si alternava nel ministero del pontificato. Caifa era anche colui che nel sinedrio aveva consigliato ai giudei: «È meglio che un uomo solo muoia per il popolo». La familiarità di Giovanni con Anna scaturiva dalla buona reputazione dell'Apostolo, considerato una persona distinta, cortese, affabile, di nobile origine e di virtù molto amabili. Fiduciosi di questo, i due proseguirono meno timorosi il loro cammino. Essi portavano nei loro cuori la gran Regina del cielo; afflitti per la sua amarezza, erano desiderosi della sua presenza per sollevarla e consolarla, distinguendosi particolarmente in questo devoto affetto l'Evangelista.

    1244. In tale occasione la Principessa, dal cenacolo, per mezzo di una sublime illuminazione non solo rimirava il proprio Figlio nei tormenti della cattura, ma anche veniva a sapere tutto quello che accadeva agli Undici, interiormente ed esteriormente. Vedeva la loro tribolazione e le loro tentazioni, scrutava i loro pensieri, le loro determinazioni, ciò che ciascuno faceva ed il luogo in cui si trovava. E sebbene tutto le fosse noto, ella non si sdegnò né rinfacciò ad essi la slealtà che avevano commesso, ma anzi si rese principio e strumento della loro salvezza, come racconterò in seguito. D'allora in poi incominciò a pregare, e con dolcissima carità e compassione di madre diceva nel suo intimo: «Pecorelle semplici ed elette, perché lasciate il vostro Pastore, che aveva cura di voi e vi conduceva al pascolo, dandovi il cibo della vita eterna? Perché, pur essendo seguaci di una dottrina così verace, abbandonate il datore di ogni vostro bene? Come potete dimenticare il suo comportamento così amoroso che vi attirava a lui? Perché ascoltate il maestro della menzogna, il lupo sanguinario che pretende la vostra rovina? O tesoro mio dolcissimo e pazientissimo, quanto mansueto, benigno e misericordioso vi rende l'amore degli uomini! Estendete la vostra pietà a questo piccolo gregge, che il furore del serpente ha turbato e disperso. Non date in pasto alle bestie le anime che vi hanno lodato. Enormi portenti avete operato con i vostri discepoli, ma enorme sofferenza siete solito dare a quelli che scegliete come vostri servi. Non riprovate coloro che la vostra volontà elesse a fondamento della Chiesa: non si perda tanta gloria! Non si vanti Lucifero di aver trionfato dinanzi a voi sulla parte migliore della vostra casa e famiglia. Guardate il vostro amato Giovanni, osservate Pietro e Giacomo da voi prediletti con singolare affetto. Volgete gli occhi della vostra clemenza anche verso tutti gli altri e schiacciate la superbia del dragone, che con implacabile crudeltà li ha turbati».

    1245. In questa circostanza la grandezza di Maria, con la sua intercessione e con la pienezza di santità che manifestò all'Altissimo, superò ogni capacità umana ed angelica. Ella, oltre a sentire nel corpo e nello spirito gli strazi del suo Unigenito e le ingiurie vergognose che subiva nella sua persona, da lei stimata e ossequiata in sommo grado, avvertì e comprese anche l'angoscia dello smarrimento degli apostoli. Guardava la fragilità e la dimenticanza che essi avevano mostrato riguardo ai favori, agli avvertimenti e alle ammonizioni del loro Maestro: defezione che si era verificata in loro in brevissimo tempo dopo il sermone che egli aveva loro proferito nell'ultima cena, e l'eucaristia che aveva loro amministrato innalzandoli e vincolandoli alla dignità di sacerdoti. Conosceva anche il pericolo a cui erano esposti di cadere in peccati più gravi per l'astuzia con la quale il principe delle tenebre si affaticava a rovinarli, e l'inavvertenza, dovuta alla paura, che teneva più o meno in possesso il loro animo. Per tutto questo la Vergine moltiplicò le suppliche a Cristo sollecitandone gli aiuti fino a quando avesse guadagnato per essi il riscatto e il perdono, affinché rientrassero nell'amicizia e nella grazia superna, di cui ella si rendeva strumento efficace e potente. L'eccelsa Signora raccoglieva così nel suo cuore tutta la fede, la santità, il culto e la venerazione dell'intera comunità ecclesiale che stava in lei come in un'arca incorruttibile, conservando e racchiudendo in sé la legge evangelica, il sacrificio, il tempio ed il santuario. Ella sola credeva, amava, sperava e onorava il Verbo incarnato per sé, per gli Undici e per tutto il genere umano, in modo da compensare, per quanto era possibile ad una semplice creatura, l'incredulità e le omissioni di tutto il resto del corpo mistico. Faceva eroici atti di fede, speranza e carità, e celebrava la divinità e l'umanità del proprio figlio e vero Dio; con prostrazioni e genuflessioni lo adorava e con mirabili cantici lo benediva, senza che l'intima sofferenza e l'amarezza della sua anima sconvolgessero la forza della sua mediazione, accordata dalla mano dell'Onnipotente. Per questa sovrana non si addice quello che è affermato nel Siracide che la musica è importuna nel dolore, perché solo ella poté e seppe in mezzo alle sue pene accrescere la dolce armonia delle virtù.

    1246. Lasciando gli apostoli nello stato che ho descritto, mi volgo a raccontare l'infelicissima fine di Giuda, anticipando quanto gli accadde nella sua miserevole e disgraziata sorte, per fare poi nuovamente ritorno alla narrazione della passione. Il traditore, con il distaccamento di soldati e la turba di gente che aveva condotto dal nostro Redentore, giunse prima a casa di Anna e poi a quella dell'altro sommo sacerdote Caifa, dove era atteso anche dagli scribi e dai farisei; e siccome Gesù era tanto maltrattato con percosse ed insultato con bestemmie sotto i suoi occhi, sopportando tutto con silenzio, mansuetudine e mirabile pazienza, il sacrilego discepolo incominciò a mettere in discussione dentro di sé la sua perfidia. Egli riconosceva che essa era l'unica causa dell'ingiusta crudeltà con cui quell'uomo tanto innocente veniva trattato, senza che lo meritasse. Si ricordò dei miracoli che aveva visto, dell'insegnamento che aveva udito e dei benefici che aveva ricevuto da lui; gli si presentarono dinanzi la pietà e la mitezza della Regina, la carità con cui ella aveva sollecitato la sua salvezza e la malvagità ostinata con la quale egli aveva offeso entrambi per un vilissimo interesse: l'insieme di tutte le trasgressioni che aveva commesso gli si pose davanti come un caso impenetrabile e come un alto monte che lo schiacciava.

    1247. Giuda - come si è detto sopra - dopo essere andato incontro al Messia e averlo consegnato con il finto bacio, si trovava fuori dalla divina grazia. Ma per gli imperscrutabili disegni celesti, benché stesse in balia del proprio consiglio, fece i ragionamenti permessi dalla divina giustizia nella sua naturale coscienza; e li fece con tutte le suggestioni di satana che lo assisteva. Quantunque riflettesse tra sé e formulasse un retto giudizio riguardo a ciò che si è riferito, quando era il padre della menzogna a propinargli i discorsi egli si ritrovava più che mai confuso e turbato. Difatti, il diavolo alla veracità dei suoi ricordi accoppiava false ed ingannevoli congetture, affinché ne venisse a dedurre non già il suo riscatto e il desiderio di conseguirlo, ma al contrario l'impossibilità di ottenerlo, fino alla disperazione, come appunto accadde. Il demonio gli risvegliò così una profonda contrizione delle sue colpe, e non già per un buon fine, né per il motivo di aver offeso la verità, ma per il disonore che avrebbe avuto presso gli uomini e per il male che il Maestro, potente in miracoli, gli avrebbe potuto fare: in tutto il mondo perciò non gli sarebbe stato possibile sfuggire dalle sue mani, perché il sangue del giusto avrebbe gridato contro di lui. Con questo ed altri pensieri che gli suggerì, il traditore rimase in preda alla confusione e all'odio rabbioso verso se stesso. E ritiratosi da tutti stava per buttarsi giù da un punto molto elevato del palazzo di Caifa, ma non poté farlo. Dopo questo tentativo, come una fiera, sdegnato contro se stesso si mordeva le braccia e le mani, si dava durissimi colpi in testa tirandosi i capelli e, parlando in modo spropositato, si mandava maledizioni ed esecrazioni, come il più infelice e sfortunato tra i mortali.

    1248. Il serpente, vedendolo così avvilito, gli propose di andare dai sacerdoti per confessare il suo peccato e restituire il loro denaro. Egli lo fece con celerità e ad alta voce rivolse loro queste parole: «Ho peccato, perché ho tradito sangue innocente»; ma essi, per nulla impietositi, gli risposero che avrebbe dovuto considerarlo prima. L'intento del drago era quello di provare ad impedire che il Salvatore fosse ammazzato, per le motivazioni che ho esposto sopra e che dirò in seguito. Con questa ripulsa datagli dagli anziani del popolo, così piena di empissima crudeltà, Giuda non ebbe più dubbi e si persuase che non fosse più possibile evitare tale uccisione. Reputò così anche il principe del male, non tralasciando però di mettere in atto altre strategie per mezzo di Pilato. Egli allora, ritenendo che il discepolo malvagio ormai non gli sarebbe più potuto servire per realizzare il suo intento, accrebbe in lui la tristezza e la collera, convincendolo a togliersi la vita per non aspettarsi una condanna più dura. Questi accettò l'inganno e uscito dalla città andò ad impiccarsi: si fece omicida di se stesso colui che si era fatto deicida del suo Creatore. Ciò accadde il venerdì alle dodici, lo stesso giorno della crocifissione di Cristo, ma prima che questi spirasse, perché non era opportuno che la morte di Gesù e l'opera della nostra redenzione cadessero immediatamente sopra l'esecrabile morte di Giuda, che con somma malizia le aveva disprezzate.

    1249. I diavoli subito ricevettero la sua anima e la portarono all'inferno; il suo corpo invece restò impiccato e poi si squarciò nel mezzo e si sparsero fuori le viscere con meraviglia e spavento di tutti, al vedere che quel tradimento aveva avuto un castigo così terribile. Per tre giorni egli restò appeso ed esposto al pubblico. Nello stesso tempo i giudei tentarono di tirarlo via dall'albero e di seppellirlo nascostamente, perché da un simile spettacolo ridondava gran confusione ai sacerdoti e ai farisei, che non potevano contraddire quella testimonianza della loro ferocia. Tuttavia, nonostante si dessero da fare, non riuscirono a smentirla né furono capaci di staccare le sue membra da dove si era impiccato, sino a quando, trascorsi tre giorni, per disposizione superna gli stessi demoni lo tolsero dalla forca e lo portarono via per unirlo alla sua anima, affinché nel profondo dei loro antri pagasse eternamente il suo peccato. E poiché è degno di spaventoso stupore ciò che ho conosciuto delle pene che gli furono inflitte, lo riferirò nel modo e nell'ordine in cui mi è stato mostrato. Tra le oscure caverne degli infernali ergastoli ve ne era una libera, molto grande e di maggior tormento rispetto alle altre; i principi delle tenebre non avevano potuto precipitarvi nessuno, benché la loro efferatezza avesse cercato di farlo fin da Caino. Ognuno di essi, ignorando il segreto, si meravigliava di questa impossibilità fino a quando arrivò l'anima di Giuda che con facilità fu fatta sprofondare in quella fossa, mai occupata da alcun dannato. Il motivo di tale difficoltà consisteva nel fatto che dalla creazione del mondo quella caverna era stata assegnata a coloro che, pur avendo ricevuto il battesimo, si sarebbero perduti per non aver saputo usufruire dei sacramenti, dell'insegnamento, della passione e morte di sua Maestà, e dell'intercessione della sua santissima Madre. E siccome egli fu il primo ad essere partecipe di tali benefici a vantaggio della sua salvezza che orribilmente li disprezzò, fu anche il primo a provare quel luogo e tutte quelle punizioni predisposte per lui e per chi lo avrebbe emulato e seguito.

    1250. A me è stato ordinato di esporre dettagliatamente questo mistero per ammonire ed istruire tutti i cristiani e specialmente i sacerdoti, i prelati e i religiosi, i quali per il loro servizio toccano più frequentemente e familiarmente il santissimo corpo e sangue del Signore. Per non essere ripresa, vorrei trovare i termini e le ragioni con cui dare ad esso rilevanza e devozione, cercando di compensare l'insensibile durezza umana, affinché tutti possano trarne profitto e temere il castigo che sovrasta i cattivi credenti, secondo lo stato di ciascuno. I diavoli torturarono il traditore con inesplicabile crudeltà, perché non aveva rinunciato a vendere il proprio Maestro, per il cui martirio essi sarebbero rimasti vinti e spodestati dalla terra. Il nuovo sdegno, che per tale motivo essi concepirono contro Gesù e Maria, viene messo in atto contro tutti quelli che imitano quel perfido e cooperano con lui nel disprezzare la dottrina evangelica, i sacramenti della legge di grazia e il frutto del riscatto. A buon diritto allora Lucifero e i suoi riversano la propria vendetta su quei battezzati che non vogliono seguire Cristo, loro capo, e volontariamente si separano dalla Chiesa dandosi in potere ad essi, che con implacabile superbia la aborriscono e la maledicono e come strumenti della divina giustizia castigano le ingratitudini dei redenti verso il loro Redentore. Considerino attentamente i fedeli questa verità! Se la tenessero presente sentirebbero palpitare i loro cuori e otterrebbero l'aiuto necessario per allontanarsi da un pericolo così deplorevole.

    1251. Durante il tempo della passione il drago, con tutta la sua malvagia schiera, rimase sempre attento e in agguato per finire di accertarsi se il Nazareno fosse il Messia e il salvatore del mondo. Difatti alcune volte era persuaso dai miracoli, altre volte invece veniva dissuaso dalle azioni e dagli affanni della debolezza umana che egli assunse per noi, ma moltiplicò maggiormente i suoi sospetti nell'orto degli Ulivi, dove sperimentò l'autorità di quella parola pronunciata dall'Unigenito: «Sono io!», da cui fu rovesciato e fatto cadere a terra con i suoi ministri. Era trascorso poco tempo da quando, accompagnato dalle sue legioni, era uscito dall'inferno, dove era stato scaraventato durante l'ultima cena. E benché in quella occasione fosse stato precipitato dal cenacolo solamente dalla Vergine - come ho affermato precedentemente - egli si soffermò a riflettere, reputando che quella potenza messa in atto dal Figlio e dalla Madre fosse del tutto nuova, mai sperimentata prima contro di loro. Quando gli fu permesso di rialzarsi, parlò agli altri dicendo: «Non è possibile che una simile forza sia di un semplice uomo, senza dubbio questi è insieme Dio e uomo. Se egli muore come noi disponiamo, è certo che per questa via opererà la redenzione, adempirà il volere dell'Altissimo, e resterà distrutto il nostro impero e delusa ogni nostra speranza di vittoria. Ci siamo malamente consigliati nel procurargli la morte. Ma se non possiamo impedire che perisca, vediamo di provare fino a dove arrivi la sua pazienza, istigando i suoi mortali nemici a tormentarlo con empia crudeltà. Aizziamoli contro di lui, suscitiamo in loro sentimenti di disprezzo, persuadiamoli a compiere sulla sua persona oltraggi e ignominie; spingiamoli ad usare il loro sdegno per affliggerlo, e stiamo attenti agli effetti che tutte queste cose produrranno in lui». I demoni quanto proposero tanto intentarono. Non riuscirono però ad ottenere tutto quello che avevano tramato, come sarà manifestato nel corso della passione, e ciò per gli imperscrutabili arcani che riferirò e che in parte ho già esposto. Essi provocarono quei criminali perché decidessero di angustiare sua Maestà con atrocissime sevizie, che tuttavia non vennero concretizzate, perché egli non ne permise altre all'infuori di quelle che rientravano nel suo volere e nella necessità di patire, lasciando che fosse espresso in queste tutto il loro furore.

    1252. Ad impedire l'insolente malizia del serpente intervenne nuovamente la Signora, a cui erano manifesti tutti i suoi sforzi. Alcune volte con l'autorità di sovrana gli ostacolava molti intenti, affinché non li consigliasse agli esecutori della passione; altre volte, riguardo a quelli che egli proponeva, chiedeva all'Eterno che non permettesse che fossero eseguiti, e per mezzo dei suoi angeli concorreva a distogliere e a far svanire quei malefici progetti; altre ancora, per quelli che rientravano nella volontà di patire del suo Unigenito - come ella penetrava nella sua infinita sapienza - interrompeva la sua intercessione: in tutto veniva così eseguito il beneplacito divino. Similmente, venne a conoscenza di quanto accadde nell'infelice morte e nei tormenti di Giuda, del luogo che gli fu assegnato negli inferi e della sede di fuoco che avrebbe occupato per tutta l'eternità, come maestro d'ipocrisia e precursore di chi avrebbe rinnegato il Signore con la mente e con le azioni. Questi sono coloro - come dice Geremia - che abbandonano la fonte di acqua viva per essere scritti nella polvere ed allontanati dal cielo dove stanno scritti i nomi dei predestinati. La Regina di misericordia conobbe tutto, pianse amaramente e pregò per la salvezza degli uomini, supplicando che fossero rimossi da una cecità, da un precipizio e da una rovina così grandi; però si conformò sempre agli insondabili e giusti giudizi della Provvidenza.

    Insegnamento della Regina del cielo

    1253. Carissima, sei rimasta meravigliata, e non senza ragione, di ciò che hai inteso e narrato dell'infelice sorte di Giuda e della caduta dei suoi compagni. Essi vennero a mancare pur essendo discepoli di Gesù, nutriti con il latte della sua dottrina, della sua vita, dei suoi miracoli, ed aiutati dalla sua dolce e mite parola, dalla mia intercessione, dai miei consigli e da altri benefici ottenuti per mezzo di me. In verità ti dico che se tutti i fedeli avessero l'accortezza di imitare l'esempio lasciato da Cristo ritroverebbero un salutare consiglio ed una pratica istruzione per coltivare il timore di Dio durante il loro pericoloso pellegrinaggio. Essi ricevono tanti privilegi, ma tutto questo può non essere tenuto presente come vivo esempio di santità, alla stessa maniera degli apostoli. E difatti io li ammonii in vari modi e pregai affinché fossero elargiti loro gli ausili necessari; inoltre con la mia dolce e innocente conversazione comunicai loro la carità che dall'Altissimo e dal Salvatore rifluiva in me, ma essi, pur trovandosi dinanzi al loro Maestro, dimenticarono tanti favori e il dovere di corrispondervi. E allora chi sarà così presuntuoso nell'esistenza terrena da non paventare il pericolo della rovina, per quanti doni abbia avuto? I Dodici erano uomini prescelti e ugualmente uno arrivò a cadere come il più infelice tra tutti, e gli altri giunsero a venir meno nella fede, che è il fondamento di ogni virtù; questo fu conforme all'equità ed agli imperscrutabili disegni dell'Onnipotente. Dunque, come mai non hanno paura coloro che non sono apostoli né hanno operato come questi alla scuola di mio Figlio, e non meritano la mia intercessione?

    1254. Della perdizione del traditore e del suo giustissimo castigo esponi quanto basta perché si comprenda a quale stato possano arrivare e condurre i vizi, e dove la volontà perversa possa trasportare una persona che si dia in preda ad essi e a satana, disdegnando le chiamate e gli aiuti della grazia. Su ciò che hai scritto ti invito ad osservare che non solo le pene che patisce costui, ma anche quelle di molti cristiani - che si dannano con lui e scendono al medesimo luogo, che fu loro destinato sin dagli inizi del mondo - superano i tormenti di molti demoni. Difatti, sua Maestà non morì per gli angeli malvagi, ma per gli uomini, né ai primi spettarono il frutto e gli effetti del riscatto che ai secondi sono dati nei sacramenti. Perciò disprezzare tale incomparabile beneficio non è tanto colpa di Lucifero, quanto dei credenti ai quali riguardo a questo è dovuta una punizione del tutto nuova e diversa. L'inganno in cui caddero il principe delle tenebre e i suoi ministri non riconoscendo Gesù, come vero Dio e redentore sino alla sua morte attanaglia sempre il loro intimo, e ciò fa scaturire in essi altro sdegno verso coloro che sono stati salvati e soprattutto verso coloro per i quali è stato versato in modo particolare il sangue dell'Agnello. Si affaticano allora con veemenza per far sì che ci si dimentichi dell'opera della redenzione, rendendola infruttuosa. Nell'inferno poi si mostrano più adirati e furibondi contro i cattivi cristiani, e senza alcuna pietà infliggerebbero a questi maggiori tribolazioni se la giustizia del Signore non disponesse con equità che le pene siano proporzionate alle colpe, non lasciando ciò all'arbitrio dei diavoli, ma attenuandolo con la sua potenza e la sua infinita sapienza, poiché tanto si estende la sua bontà.

    1255. Desidero inoltre che riguardo alla caduta degli apostoli consideri il pericolo della fragilità umana, poiché anche questa dinanzi alle elargizioni celesti facilmente si assuefa ad essere villana, torpida ed ingrata, come successe loro quando fuggirono dal Maestro e nella loro incredulità lo abbandonarono. Tale debolezza negli uomini trova la sua origine nell'essere tanto sensibili ed inclini a tutto ciò che è terreno e sottomesso ai sensi, nel rimanere ben radicati a queste depravate tendenze per il peccato e nell'abituarsi a vivere e ad agire secondo la carne, piuttosto che secondo lo spirito. Ne consegue che trattano ed amano sensibilmente anche gli stessi doni dell'Altissimo e, quando questi vengono a mancare, subito si rivolgono ad altri oggetti sensibili, si affannano per essi e trascurano la vita spirituale, che praticavano solo in superficie. Per questa inavvertenza e torpidezza caddero gli Undici, benché fossero tanto favoriti dal mio Unigenito e da me. I miracoli, le parole e gli esempi che ricevettero erano sensibili, ma essi, benché perfetti e giusti, erano attaccati unicamente a quello che percepivano; così, appena questo venne a mancar loro si turbarono con la tentazione e vi caddero avendo poco penetrato quanto avevano visto ed udito alla scuola del Messia. Con questo insegnamento potrai orientarti sulla strada della mia sequela come discepola spirituale e non terrena, non assuefacendoti al sensibile, benché si tratti di grazie dell'Eterno e mie. E quando ti verranno concesse non soffermarti sulla materia, ma solleva la tua mente al sublime che si percepisce solo con la luce e la scienza interiore". E se il sensibile può impedire la vita spirituale, che cosa non farà ciò che appartiene alla vita terrena, animale e carnale? Voglio, dunque, da te - e tu stessa lo osservi chiaramente - che dimentichi e cancelli dalle tue facoltà ogni immagine e ogni specie di creatura, affinché ti ritrovi sempre idonea ad imitarmi e ad intendere la mia salutare dottrina.

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    Libro VI, Cap. 15, §§ 1256-1267

    CAPITOLO 15

    Si narra che il nostro salvatore Gesù venne condotto incatenato al palazzo del sommo sacerdote Anna; ciò che accadde in quell'occasione e ciò che patì la stia santissima Madre.


    1256. Degna cosa sarebbe parlare della passione, delle ignominie e dei tormenti di Gesù con parole così vive ed efficaci da penetrare più di una spada a doppio taglio, fino a dividere con intensa sofferenza la parte più intima di noi stessi. Difatti, le pene che gli furono inflitte non furono comuni: non si troverà mai dolore simile al suo dolore ! La sua persona non era come quella degli altri uomini; inoltre egli non patì per sé né per le sue colpe, ma per noi e per i nostri peccati. È opportuno, dunque, che descriviamo i travagli del suo martirio non in modo usuale, ma forte ed incisivo, così da proporli ai nostri sensi. Me infelice, che non posso dar efficacia alle mie espressioni, né trovare quelle che l'anima mia desidera per manifestare questo segreto! Esporrò solo ciò che arriverò a comprendere e mi spiegherò come potrò e mi sarà propinato, benché la scarsezza del mio talento coarti e limiti la grandezza dell'illuminazione, e i termini inadeguati non arrivino a dichiarare il concetto più nascosto del cuore. Supplisca a tale lacuna la vitalità della fede che noi, membri della Chiesa, professiamo. E se i vocaboli sono ordinari, siano. straordinari l'afflizione e il sentimento, sia altissimo il giudizio, veemente la comprensione, profonda la riflessione, cordiale la riconoscenza e fervente l'amore, poiché tutto sarà meno della verità dell'oggetto e meno di quanto noi dovremmo corrispondere come servi, amici e figli adottati per mezzo della morte di Cristo, nostro bene.

    1257. Il mansuetissimo Agnello, catturato e legato, fu condotto dall'orto degli Ulivi al palazzo dei sommi sacerdoti, e per primo a quello di Anna. Quel turbolento squadrone di soldati e di ministri camminava preavvisato dai consigli del discepolo traditore che aveva raccomandato a tutti loro di non fidarsi del Maestro, ma di arrestarlo sotto buona scorta, ben stretto con corde, perché come uno stregone sarebbe potuto sfuggire dalle loro mani. Questi esecutori di malvagità erano anche irritati e provocati occultamente da Lucifero e dai principi del suo regno di tenebre, affinché trattassero il Signore empiamente, senza umanità né dignità. E, come strumenti obbedienti alla volontà del dragone, non lasciarono cadere niente di quanto venne permesso di eseguire contro di lui. Lo legarono con una catena di grossi anelli di ferro, in maniera tale che dopo avergli circondato i fianchi e il collo venivano a sopravanzare i due estremi. A questi attaccarono delle manette con le quali bloccarono quelle divine mani che avevano creato l'intero universo: strette in questo modo gliele posero non al petto, ma al dorso. Avevano preso la catena dalla casa di Anna, dove serviva per alzare la porta di un carcere, fatta a saliscendi; con l'intento di catturare il Salvatore l'avevano tolta di là e accomodata con le manette mediante dei lucchetti. Tuttavia, dopo che lo ebbero serrato in questa morsa inaudita, non rimasero né soddisfatti né sicuri, poiché subito lo avvolsero con due corde molto lunghe: una gliela gettarono al collo e incrociandogliela sul petto gliela girarono intorno al corpo, stringendolo con forti nodi e lasciando pendenti le estremità, affinché due di loro lo trascinassero; con la seconda, invece, gli legarono le braccia e le mani dietro alla schiena lasciandone ugualmente pendere due lunghi capi, dai quali altri due di loro potessero trascinarlo.

    1258. L'Onnipotente e il Santo così ridotto si lasciò catturare e sottomettere, come se fosse stato il più facinoroso ed il più svigorito dei nati, avendo preso su di sé l'iniquità di tutti noi e, per operare il bene, la debolezza e l'impotenza con cui siamo incorsi nel peccato. I soldati lo legarono nel Getsèmani, tormentandolo anche con insulti: come velenosi serpenti con bestemmie, ingiurie ed inauditi obbrobri sputarono il sacrilego veleno, che avevano dentro, contro colui che è adorato e magnificato da ogni essere vivente in cielo e sulla terra. Partirono allora tutti quanti dal monte degli Ulivi con clamori e gran tumulto, conducendo in mezzo a loro il Redentore, tirandolo alcuni per le corde dinanzi ed altri per quelle che portava al dorso, attaccate ai polsi. E con questa inconcepibile brutalità a volte lo facevano camminare in fretta, precipitosamente, altre lo tiravano indietro e trattenevano, altre ancora lo strattonavano da un lato e dall'altro, dove la forza diabolica li spingeva. Questi ministri di empietà spesso lo buttavano anche al suolo dove egli, avendo le mani incatenate, sbatteva con il suo venerabile volto, rimanendo malconcio, pieno di polvere e riportando molte ferite. Quando cadeva gli si gettavano addosso, dandogli calci, calpestandolo, passando sopra la sua regale persona e calcandogli la faccia. Ed elevando vituperi con urla e scherni, lo saziavano di umiliazioni, come deplorò Geremia.

    1259. Satana, in mezzo al furore violento che aveva acceso in costoro, stava molto attento alle opere di sua Maestà, pretendendo di irritarne la pazienza al fine di comprendere se fosse veramente un semplice uomo. E difatti questo dubbio angustiava la sua acerrima superbia più di tutte le sue grandi pene. Ma quando riconobbe la mansuetudine, la tolleranza e la dolcezza che egli mostrava fra tanti oltraggi e affronti, e quando vide che li riceveva con volto sereno e austero senza turbamento né alterazione, si infuriò ancor di più. E come impazzito ed imbestialito, tentò di prendere le corde per tirarlo assieme ai suoi demoni con maggiore violenza di quella che mettevano in atto gli stessi manigoldi, al fine di provocare con più crudeltà la sua mitezza. Questo intento, però, fu impedito da Maria santissima, la quale dal luogo dove stava ritirata osservava scrupolosamente, con la chiara visione che aveva, tutto quello che si andava eseguendo contro suo Figlio. Di fronte all'ardimento di Lucifero, usò il potere di regina e gli comandò di non accostarsi ad offenderlo come aveva determinato. Nel contempo, le forze di questo nemico vennero meno ed egli non poté realizzare il suo desiderio, perché non era conveniente che la sua malvagità si frapponesse in quella maniera nella passione di Gesù. Tuttavia, gli fu permesso per disposizione divina di provocare i suoi contro di lui e di incitare i giudei, poiché erano fautori della sua morte e detentori delle sue sorti. Così fece e, rivoltosi ai principi delle tenebre, disse: «Chi è mai costui che, venuto al mondo, con la sua pazienza e le sue opere ci tormenta e distrugge in tal modo? Nessuno, da Adamo fino ad oggi, ha conservato tale imperturbabilità in mezzo ad una sofferenza così atroce, e non si sono mai viste tra i mortali un'umiltà e una mansuetudine simili. Dunque, come potremo starcene quieti con un esempio tanto raro e potente da attirare tutti dietro di sé? Se questi è il Messia, senza dubbio aprirà il cielo e chiuderà la strada per la quale conduciamo i mortali alla perdizione, e noi resteremo vinti e delusi nei nostri propositi. E quand'anche non fosse che un uomo, io non posso accettare che venga lasciato un modello tale di pazienza. Venite, dunque, esecutori della mia perfidia, e perseguitiamolo per mezzo dei suoi nemici che, obbedienti alla mia autorità, hanno indirizzato contro di lui la furiosa invidia che ho loro comunicato».

    1260. L'Autore della nostra salvezza si assoggettò allo spietato sdegno che il drago risvegliò e fomentò in quello squadrone di giudei, nascondendo il potere con il quale li avrebbe potuti reprimere o annichilire, e tutto ciò affinché la nostra redenzione fosse più copiosa. I soldati, maltrattandolo, lo condussero legato al palazzo di Anna, alla cui presenza lo posero come malfattore, degno di condanna a morte. Era usanza presentare così incatenati i delinquenti che meritavano il castigo capitale, e proprio quei legacci ne erano una testimonianza. In tal modo lo tiravano come se gli intimassero la sentenza prima che la pronunziasse il giudice. Il sacrilego sacerdote, pieno di superbia e di arroganza, uscì in una sala e si sedette sulla sedia o tribunale che vi si trovava. Subito un'immensa moltitudine di demoni lo circondò, mentre satana gli si pose accanto. I ministri e i soldati gli mostrarono Gesù incatenato, dichiarando: «Ecco, signore, conduciamo qui quest'uomo cattivo, che con i suoi incantesimi e con le sue malvagità ha turbato tutta Gerusalemme e l'intera Giudea; ma questa volta non gli ha giovato l'arte magica per sfuggire dalle nostre mani».

    1261. Il Signore era assistito da innumerevoli angeli che lo riconoscevano e adoravano, i quali erano meravigliati degli imperscrutabili giudizi della sua sapienza, poiché egli consentiva di essere presentato come peccatore, mentre l'iniquo sacerdote si mostrava giusto e zelante dell'onore che empiamente pretendeva di strappargli insieme alla vita. Intanto 1'amantissimo Agnello taceva senza aprire bocca, come aveva predetto il profeta Isaia, ed allora Anna con tono imperioso lo interrogò riguardo ai suoi discepoli e a quello che egli predicava, al fine di calunniare la risposta, se avesse contenuto qualche parola che desse motivo di accusa; ma il Maestro della santità, che regge ed emenda i più saggi, offrì all'Eterno l'umiliazione di essere portato come reo dinanzi al sommo sacerdote, e di venire interrogato da lui come delinquente ed autore di una falsa dottrina. Alla domanda sul suo insegnamento, egli replicò con volto umile e lieto: «Io ho parlato al mondo apertamente; ho sempre insegnato nella sinagoga e nel tempio, dove tutti i Giudei si riuniscono, e non ho mai detto nulla di nascosto. Perché interroghi me? Interroga quelli che hanno udito citi che ho detto loro; ecco, essi sanno che cosa ho detto». Difese così il suo ammaestramento e la sua credibilità, rimettendosi ai suoi ascoltatori. D'altra parte la verità e la virtù si accreditano e si garantiscono da se stesse, anche tra i peggiori nemici.

    1262. Riguardo ai suoi seguaci non disse nulla, sia perché non era opportuno, sia perché questi non si trovavano allora nella disposizione d'animo da poter essere da lui lodati. Quantunque la risposta che aveva dato fosse stata così sapiente e consona alla domanda, una delle guardie si mosse con inconcepibile audacia e, alzando la mano, colpì il suo sacro e venerabile volto e nel percuoterlo lo riprese: «Così rispondi al sommo sacerdote?». Sua Maestà ricevette questa ingiuria e pregò il Padre per colui che lo aveva offeso, stando pronto a voltarsi per offrire l'altra guancia e prendere, se fosse stato necessario, un altro schiaffo, adempiendo così ciò che egli stesso aveva insegnato; ma, affinché quell'insolente non restasse soddisfatto ed imperturbato per quell'atto di inaudita malvagità, ripeté con grande serenità e mansuetudine: «Se ho parlato male, dimostrami dov'è il male; ma se ho parlato bene, perché mi percuoti?». Oh, spettacolo di nuova meraviglia per gli spiriti sovrani! Oh, come a saperlo non dovrebbe tremare il cielo e spaventarsi tutto il firmamento? Costui è colui di cui disse Giobbe: non solo è saggio di mente, ma tanto potente e forte che nessuno resistendogli può con ciò aver pace; sposta i monti con il suo furore, prima che essi possano accorgersene; scuote la terra dal suo posto e sbatte le sue colonne le une contro le altre; comanda al sole che non sorga e pone alle stelle il suo sigillo; egli è colui che fa cose grandi ed incomprensibili; è colui alla cui ira nessuno può far fronte e dinanzi al quale si piegano quelli che sostengono il mondo. Questi è colui che per amore dei medesimi uomini tollera di essere percosso da un ministro scellerato con uno schiaffo sul volto!

    1263. Il sacrilego servo per l'umile ed efficace risposta di Gesù restò come disorientato nella sua malvagità. Tuttavia né questa confusione né quella in cui poté entrare il sommo sacerdote, a motivo di tale insolenza commessasi alla sua presenza, mosse lui e i giudei a moderarsi, in qualche modo, contro l'Autore della vita. Mentre continuavano a ricoprirlo di vituperi, giunse alla casa di Anna san Pietro insieme a san Giovanni che, essendo conosciuto, si introdusse facilmente nel palazzo. L'altro, invece, rimase fuori, fino a quando la portinaia, una serva del sommo sacerdote, alla richiesta di Giovanni, non lo lasciò entrare perché vedesse quello che stava succedendo al Redentore. I due si trovarono davanti alla sala del sommo sacerdote e, poiché in quella notte faceva freddo, Pietro si accostò al fuoco preparato dai soldati. La serva lo guardò allora con attenzione e, riconoscendolo come uno dei seguaci di Cristo, si avvicinò dicendogli: «Forse anche tu sei dei discepoli di quest'uomo?». Egli rispose: «Non lo sono». La domanda gli fu rivolta con una specie di disprezzo e di rimprovero, tanto che egli con debolezza e viltà si vergognò. Quindi si appartò dalla conversazione ed uscì fuori, anche se immediatamente dopo, seguendo il Maestro, si sarebbe diretto verso l'abitazione di Caifa, dove per altre due volte avrebbe negato di conoscerlo.

    1264. Per il nostro Salvatore fu più grande questa sofferenza che quella dello schiaffo, essendo la colpa odiosa e nemica della sua immensa carità e le pene amabili e dolci, perché con esse avrebbe vinto i nostri peccati. Al primo rinnegamento pregò l'Eterno per il suo futuro vicario e dispose che, per mezzo dell'intercessione di Maria santissima, gli venisse elargita la grazia dopo le tre negazioni. Intanto ella dal suo oratorio osservava tutto ciò che avveniva e, serbando in se stessa il propiziatorio e il-sacrificio, cioè il suo stesso Unigenito sacramentato, si rivolgeva a lui per le sue richieste e i suoi affetti amorosi: esercitava così eroici atti di compassione, culto e adorazione. Allorché fu messa al corrente del rinnegamento di san Pietro pianse amaramente e non smise sino a quando non ebbe l'illuminazione che l'Altissimo non gli avrebbe ricusato gli aiuti e lo avrebbe rialzato dalla caduta. La purissima Principessa sentì nel suo corpo verginale tutte le percosse e i tormenti del suo diletto, nelle stesse parti in cui egli veniva maltrattato. Non appena sua Maestà venne stretto con le corde e le catene, ella avvertì nei polsi un dolore tanto atroce che le fuoriuscì il sangue dalle mani, come se queste fossero state realmente legate, e lo stesso accadde in tutti gli altri patimenti. Siccome a tale angoscia si univa quella del cuore, nel vedere soffrire il Verbo incarnato ella giunse a versare lacrime di sangue: il braccio dell'onnipotente era l'artefice di questa meraviglia! Sentì anche il colpo dello schiaffo come se nel contempo quella mano sacrilega avesse percosso insieme il Figlio e la Madre. Dinanzi a questo atto oltraggioso e in mezzo a tutte queste bestemmie ed irriverenze, invitò gli spiriti celesti a magnificare e ad adorare con lei il Creatore, come ricompensa degli obbrobri che egli subiva dai peccatori. E con prudentissime parole - ma molto lamentevoli e dolorose - discuteva con essi della causa della sua amara compassione e del suo pianto.

    Insegnamento della Regina del cielo

    1265. Carissima, a cose grandi ti chiama e t'invita la divina luce che vai ricevendo circa i misteri del Signore e miei su ciò che patimmo per il genere umano e che continuiamo a patire per il cattivo contraccambio che esso ci rende, come irriconoscente ed ingrato verso tanti benefici. Tu vivi nella carne peritura e sei soggetta a queste ignoranze e miserie, ma con la forza di quanto comprendi si generano e si risvegliano in te innumerevoli atti di ammirazione e di afflizione sia per la dimenticanza e la poca partecipazione ed attenzione dei mortali ad arcani così eccelsi, sia per i beni che essi perdono a causa della loro accidia e della loro tiepidezza. Dunque, quale sarà la sentenza che esprimeranno su tutto ciò gli angeli e i santi? Quale sarà quella che presenterò io al cospetto del sommo sovrano, nel vedere il mondo e ancor più i fedeli in una condizione così pericolosa di spaventosa spensieratezza, dopo che il mio Unigenito è morto per loro, dopo che hanno ottenuto me come madre e avvocata e hanno avuto come esempio la sua purissima vita e la mia? In verità ti dico: solo la mia intercessione e i meriti che porto dinanzi all'Altissimo, del Figlio mio e suo, possono sospendere il castigo e placare il suo giusto sdegno, perché non distrugga la terra e non flagelli duramente i membri della comunità ecclesiale che, pur conoscendo la sua volontà, non l'adempiono. Io però sono molto disgustata nel trovare così poche persone che piangono con me e consolano il Redentore nelle sue pene. Questa durezza per i cattivi cristiani nel giorno del giudizio sarà la punizione di maggior turbamento, perché si accorgeranno allora con dolore irreparabile che non solo furono ingrati, ma disumani e crudeli verso di lui, verso di me e verso se stessi.

    1266. Considera dunque il tuo dovere: innalzati sopra ogni cosa terrena e sopra te medesima, perché io ti ho chiamata ed eletta affinché ricalchi le mie orme e mi accompagni in quello in cui mi lasciano sola le creature che il Maestro ed io abbiamo tanto beneficato e obbligato. Pondera diligentemente quanto costò al mio Unigenito riconciliare gli uomini con il suo eterno Padre e guadagnar loro la sua amicizia. Piangi ed affliggiti perché molti vivono in questa dimenticanza, e molti altri si affaticano con tutti i loro sforzi per distruggere e perdere ciò che costò il sangue e la crocifissione dello stesso Dio, e ciò che io dalla mia concezione ho procurato e di continuo procuro a vantaggio della loro salvezza. Risveglia nel tuo cuore un'amara contrizione nel constatare che nella santa Chiesa hanno numerosi successori i sommi sacerdoti sacrileghi ed ipocriti, che con falsa apparenza di pietà condannarono Gesù. Ed è così che rimangono ben radicate la superbia, il fasto ed altre gravi colpe che vengono intronizzate e rese lecite, mentre l'umiltà, la verità, la giustizia e le virtù restano oppresse e tanto soffocate da far prevalere solo la cupidigia e la vanità. Pochi sono coloro che conoscono la povertà di Cristo e ancor meno sono coloro che l'abbracciano. La fede è come ostruita e non si dilata per la smisurata ambizione dei potenti; in molti cattolici resta spenta e così tutto ciò che deve avere vita rimane morto e si dispone per la perdizione. I consigli del Vangelo cadono nell'oblio, i precetti sono violati, la carità è quasi estinta. Mio Figlio offrì le sue guance alle percosse con mansuetudine, ma chi perdona un'ingiuria per comportarsi come lui? Anzi, il mondo ha emanato una legge per il contrario e non solo gli infedeli l'hanno seguita, ma anche gli stessi credenti.

    1267. Poiché conosci questi peccati, desidero che tu, in riparazione di essi, imiti quello che io feci nella passione e in tutto il mio pellegrinaggio: la pratica delle virtù contro i vizi. Per compensare il nostro Salvatore per le bestemmie lo benedicevo, per le imprecazioni lo lodavo, per le infedeltà lo confessavo, e così operavo per tutte le altre offese. Sull'esempio di Pietro, cerca di schivare i pericoli che corrono i discendenti di Adamo, giacché tu non sei più forte dell'Apostolo, e, se qualche volta ti capita per debolezza di cadere, piangi subito con lui e chiedi la mia intercessione. Ripara le tue mancanze e i tuoi errori ordinari con la pazienza nelle avversità; accoglile con volto sereno, senza alcun turbamento, qualsiasi esse siano: infermità, molestie delle creature o anche quelle che avverte lo spirito per la contraddizione delle passioni e per la lotta contro i nemici invisibili e spirituali. Ben puoi patire per tutto questo, e lo devi, tollerandolo con fede, speranza e magnanimità di cuore e di mente, poiché ti avverto che non vi è esercizio più vantaggioso e utile all'anima quanto il soffrire: esso dà luce, disinganna, distoglie dalle cose terrene e conduce al Signore. Ricordati che sua Maestà viene sempre incontro al debole, liberandolo e proteggendolo, perché egli sta dalla parte del tribolato.

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    Libro VI, Cap. 16, §§ 1268-1282

    CAPITOLO 16

    Si narra come Cristo nostro salvatore fu condotto alla casa del sommo sacerdote Caifa, dove venne accusato ed interrogato; il rinnegamento di Pietro per altre due volte; ciò che Maria santissima fece in questa occasione ed altri arcani misteri.


    1268. Dopo che il nostro Salvatore ebbe ricevuto gli affronti e lo schiaffo, Anna lo mandò così com'era, legato ed incatenato, a Caifa, suo genero. Questi, esercitando in quell'anno l'ufficio di sommo sacerdote, aveva già riunito gli scribi e gli anziani del popolo per istruire il processo dell'innocentissimo Agnello. Frattanto i diavoli, vedendo l'invincibile pazienza e la mitezza che il Signore degli eserciti mostrava di fronte alle ingiurie subite, stavano come attoniti, invasi da una confusione e da un furore indicibili. Non riuscivano a penetrare i suoi sentimenti e le sue idee, e nelle azioni esterne, di cui si servivano per sondare il cuore delle altre persone, non ritrovavano alcun movimento disordinato. Egli, d'altra parte, non si lamentava né sospirava né concedeva alcun piccolo sollievo alla sua umanità, e perciò il dragone, di fronte a tanta grandezza d'animo, si meravigliava e si affliggeva come dinanzi a cosa inaudita, mai vista tra i mortali di natura passibile e fragile. Furibondo, allora, irritava i principi, gli scribi e i ministri affinché lo offendessero e maltrattassero ricoprendolo di abominevoli obbrobri: tutti - se la divina volontà lo permetteva - erano pronti ad eseguire quanto veniva loro suggerito.

    1269. Quell'orda di spiriti infernali e di gente spietata partì dalla casa di Anna e, trattando Gesù ignominiosamente, con inesplicabile crudeltà, lo trascinò lungo le strade fino al palazzo di Caifa. Questa schiera violenta entrò con scandaloso tumulto e il Creatore dell'universo fu accolto dall'intero sinedrio tra forti risate e beffe, perché tutti lo vedevano soggetto ed arreso al loro potere e alla loro giurisdizione, dalla quale erano convinti che non avrebbe potuto più difendersi. Oh, segreto dell'altissima sapienza del cielo! Oh, stoltezza dell'ignoranza diabolica e del1'accecatissima goffaggine degli uomini! Oh, quale immensa distanza c'è tra voi e le opere dell'Altissimo! Il Re della gloria, potente in battaglia, vince i vizi, la morte e le colpe con le virtù della pazienza, dell'umiltà e della carità, e il mondo crede di averlo sottomesso con la superbia e la sua arrogante presunzione. Quale distacco intercorreva tra i pensieri di Cristo e quelli che tenevano in possesso tali esecutori di malvagità! L'Autore della vita offriva all'Onnipotente quel trionfo, che la sua mansuetudine e la sua umiltà acquistavano sul peccato, e pregava per i sacerdoti, gli scribi e tutti coloro che lo perseguitavano manifestando la sua pazienza, i suoi dolori e l'ignoranza degli accusatori. Maria santissima in quello stesso momento elevava una medesima supplica, intercedendo per i nemici suoi e del suo Unigenito; inoltre, lo accompagnava e lo imitava in quello che egli andava compiendo perché, come ho già detto molte volte, tutto le era noto. Tra il Figlio e la Madre vi era una dolcissima e mirabile corrispondenza, sommamente gradevole agli occhi dell'Eterno.

    1270. Caifa, assistito da Lucifero con i suoi demoni, stava sulla cattedra acceso da una mortale gelosia e da una violenza rabbiosa contro il Maestro. Gli scribi e i farisei nei confronti del docile Agnello erano come lupi sanguinolenti davanti alla preda, e tutti insieme si rallegravano come fa l'invidioso quando vede avvilito e smarrito chi era più in alto di lui. Di comune accordo cercarono allora qualcuno che, subornato con donativi e promesse, rendesse qualche finta dichiarazione contro di lui. Giunsero quanti erano prevenuti, ma in quello che attestavano non concordavano fra sé, e quindi ciò che asserivano non poteva applicarsi a colui che per natura era l'innocenza e la santità stessa. Per non correre il rischio di vedersi confusi, i sommi sacerdoti presentarono altri due falsi testimoni, i quali deposero contro sua Maestà, asserendo di averlo udito affermare di essere tanto potente da distruggere il tempio di Dio fatto da mani di uomini, e da edificarne in tre giorni un altro che non fosse fabbricato da loro. Ma nemmeno tale attestazione sembrò conveniente, sebbene per mezzo di questa pretendessero di fornire una colpa nei suoi confronti: quella di usurpare il potere divino e di volersene appropriare. Del resto, quand'anche ciò fosse stato detto così, sarebbe stato ugualmente verità infallibile e non avrebbe potuto ritenersi errato o presuntuoso, poiché Gesù era realmente Dio. Tuttavia la deposizione era mendace perché egli non aveva pronunciato quelle parole come le riferivano i testimoni, che avevano ingiustamente inteso che egli parlasse di un tempio materiale. E difatti, quando i compratori e i venditori, scacciati fuori da esso, domandarono al Messia con quale autorità facesse ciò, la sua risposta fu: «Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere», riferendosi al tempio della sua santissima umanità che, disfatto da loro, egli avrebbe risuscitato al terzo giorno, come in effetti avvenne.

    1271. Il nostro Redentore a tutte le calunnie che venivano scagliate contro di lui non ribatté. Caifa, vedendo allora il suo silenzio e la sua mitezza, si alzò dalla sedia e gli chiese: «Non rispondi nulla? Che cosa testimoniano costoro contro di te?». Egli tuttavia non aprì bocca, perché tutti i membri del sinedrio non solo erano predisposti a non dargli credito, ma avevano anche il doppio intento che egli pronunciasse qualche espressione di cui servirsi per poterlo denigrare. Con questo volevano persuadere il popolo che quanto essi macchinavano contro costui era retto, e così la gente non sarebbe venuta a sapere che lo condannavano a morte senza una giusta causa. Il malvagio sacerdote, dinanzi all'umile tacere del Signore, invece di intenerire il suo cuore si infuriò ancor di più, vedendo resa vana la sua malizia. Frattanto satana stava molto attento alle opere del Salvatore, nonostante la sua intenzione fosse differente da quella del sommo sacerdote; infatti, egli pretendeva solo di irritare la sua pazienza oppure di obbligarlo a proferire qualche parola che gli permettesse di capire se fosse veramente Dio.

    1272. Con questo proposito il dragone accese l'immaginazione di Caifa, affinché con grande collera ed autorità rivolgesse al Nazareno l'interrogativo: «Ti scongiuro, per il Dio vivente, perché ci dica se tu sei il Cristo, il Figlio di Dio». Questa domanda fu azzardata e piena di temerarietà e d'insipienza poiché trattenere il Maestro legato come reo, nel dubbio se fosse o non fosse vero Dio, era un delitto e una terribile sfrontatezza: l'indagine si sarebbe dovuta svolgere diversamente, secondo ragione ed equità. Ma egli, sentendosi invocare per il Dio vivo, adorò e venerò quel santissimo nome, benché pronunziato da lingua sacrilega. E in virtù di questa riverenza replicò: «Tu l'hai detto, anzi io vi dico che d'ora innanzi vedrete il Figlio dell'uomo seduto alla destra del Padre, e venire sulle nubi del cielo». A questa divina dichiarazione i demoni e gli uomini si turbarono con effetti diversi. Lucifero e i suoi sentirono nell'intimo una forza superiore che li precipitò in un baratro, facendo sperimentar loro un atroce tormento, e non avrebbero ardito ritornare alla presenza di sua Maestà se l'altissima provvidenza non avesse nuovamente consentito loro di ricominciare a dubitare se egli avesse detto il vero, oppure avesse ribattuto in tal modo per liberarsi dai giudei. Con tale sospetto i principi delle tenebre fecero un ulteriore sforzo, uscendo un'altra volta in campo aperto: si riservava così per la croce, secondo la profezia di Abacuc, l'ultimo trionfo che su di essi e sulla morte avrebbe dovuto riportare il nostro Redentore, come in seguito vedremo.

    1273. Il sommo sacerdote, invece di essere disingannato dalla risposta ricevuta, ne fu sdegnato; si alzò un'altra volta e, stracciandosi le vesti a prova dello zelo per l'Onnipotente, gridò: «Ha bestemmiato! Perché abbiamo ancora bisogno di testimoni? Ecco, ora avete udito la bestemmia; che ve ne pare?». Questa pazza ed abominevole avventatezza suonò veramente come una bestemmia, perché negò a Gesù la filiazione di Dio che per natura gli si addiceva e gli attribuì la colpa che per natura ripugnava. Tale fu la sua stoltezza da renderlo esecrabile e blasfemo quando affermò che bestemmiava colui che era la santità stessa! Egli, che poco prima, per ispirazione dello Spirito Santo, in virtù della sua dignità aveva preannunciato che conveniva che morisse uno solo affinché non perisse tutta la gente, non meritò per i suoi peccati di comprendere la stessa verità che proclamava; ma, essendo gli esempi e i giudizi dei governanti e dei superiori tanto influenti da muovere il popolo incline a lusingarli e ad adularli, quel malvagio sinedrio fu istigato ad irritarsi contro di lui. Tutti quanti ribatterono: «È reo di morte!», e contemporaneamente, aizzati dal demonio, scagliarono contro il mansuetissimo Agnello il loro diabolico furore: alcuni lo schiaffeggiavano, altri gli strappavano i capelli; alcuni gli sputavano sul venerabile viso, altri gli davano colpi sul collo. Ciò era una specie di vergognoso oltraggio, con il quale i giudei trattavano coloro che reputavano vilissime persone.

    1274. Mai tra i mortali si inventarono ignominie più crudeli e disonorevoli di quelle che in quest'occasione furono commesse contro il Salvatore. San Luca e san Marco nei rispettivi Vangeli riportano che i soldati gli bendarono gli occhi e lo percossero con schiaffi e pugni, dicendogli: «Profetizza adesso, indovina: chi ti ha colpito?». Il motivo per cui gli coprirono il volto fu misterioso: dal giubilo con il quale egli pativa quegli obbrobri e quei vituperi ridondarono su di esso un fulgore ed una bellezza così straordinaria che riempirono di meraviglia e di angosciosa confusione tutti quegli esecutori di empietà. Essi invece, per dissimularla, attribuirono quello splendore a stregoneria e ad arte magica; come indegni di guardarla decisero nuovamente di ricoprire la faccia del Signore con un panno immondo, perché quella divina luce li tormentava e, inoltre, veniva a debilitare le forze con cui mettere in atto la loro collera. Tutti questi spregi ed abominevoli insulti, che egli subiva, erano visti e sofferti dalla sua santissima Madre nelle medesime parti e nello stesso momento. Vi era solo questa differenza: in lui i dolori erano causati dalle torture che gli erano inflitte; in lei erano provocati dalla mano dell'Altissimo, per volontà della stessa Regina. E naturalmente, se per l'intensità delle pene e delle angustie interiori ella veniva meno, era però subito sorretta e confortata dalla grazia divina per continuare a patire con il suo amato Figlio.

    1275. I sentimenti che l'Unigenito esprimeva durante queste torture del tutto nuove e atroci sono indicibili e incomprensibili per ogni capacità umana. Solo Maria li conobbe pienamente al fine di imitarli con somma perfezione. Intanto il Maestro, sperimentando l'atrocità del dolore, andava sentendo compassione verso quelli che avrebbero dovuto seguire la sua dottrina e, nell'istante in cui con il suo esempio insegnava loro lo stretto cammino della santità, si volse a benedirli maggiormente. Anzi, in mezzo a quegli obbrobri e a quegli strazi, rinnovò ai suoi eletti le beatitudini che in precedenza aveva loro offerto e promesso. Riguardò amorevolmente gli uomini che avrebbero dovuto ricalcare le sue orme nella povertà di spirito dicendo: «Beati sarete nella penuria e nel distacco dalle cose terrene, perché con la mia passione e morte devo guadagnare il regno dei cieli, come pegno sicuro e certo della povertà abbracciata volontariamente. Beati saranno coloro che con mansuetudine soffriranno e tollereranno le avversità e i travagli, perché oltre al diritto di essere partecipi del mio gaudio, che acquisteranno per essere venuti dietro a me, possederanno anche gli animi umani con la dolce conversazione e la soavità delle virtù. Beati quelli che seminano nelle lacrime, perché in esse riceveranno il pane della vita e dell'intelletto, e raccoglieranno poi il frutto della felicità eterna».

    1276. «Benedetti saranno anche quelli che hanno fame e sete di giustizia, perché li soddisferò e sazierò in modo tale da oltrepassare tutti i loro aneliti, così nella grazia come nel premio della gloria. Benedetti quelli che avranno compassione di coloro che li offendono e li perseguitano nella misura in cui lo faccio io, perdonando ed offrendo a chi mi odia la mia amicizia e la mia grazia se la vuole accettare: io prometto ad essi, in nome del Padre mio, una copiosa misericordia. Siano benedetti i puri di cuore, che mi imiteranno crocifiggendo la loro carne per conservare il candore dello spirito: io prometto ad essi di farli giungere alla visione della mia divinità. Benedetti i pacifici che non contrappongono il proprio interesse di fronte ai malvagi, bensì li sopportano con animo semplice e tranquillo senza brama di vendetta: essi saranno chiamati figli miei, perché imitano il loro Padre celeste, ed io li riconosco e li imprimo nella mia mente e nel mio intimo adottandoli come miei. Siano beati ed eredi del mio regno tutti coloro che patiranno persecuzione a causa della giustizia, perché soffriranno con me, e dove sono io desidero che là siano per sempre anche loro. Rallegratevi voi, o poveri! Consolatevi voi, che siete e sarete mesti! Celebrate la vostra fortuna, voi piccoli e disprezzati dal mondo! E voi che patite con umiltà e pazienza, abbiate sempre la gioia interiore, affinché possiate seguirmi per i sentieri della verità. Rinunziate alla vanità; disdegnate il fasto e l'arroganza della fallace e menzognera Babilonia; passate per il fuoco e per le acque della tribolazione fin quando arriverete a me, che sono luce, verità e via all'eterno riposo e refrigerio».

    1277. Mentre il nostro Salvatore era tutto preso da questi pensieri e dalle suppliche a favore dei peccatori, il consiglio dei maligni lo circondò e - come aveva predetto Davide - simile a un branco di cani arrabbiati lo investì, coprendolo di scherni, obbrobri, percosse e bestemmie. L'accortissima Vergine, che lo accompagnava in tutto, elevò per i nemici la stessa preghiera di intercessione del suo diletto, e nelle benedizioni che egli estese ai giusti ed ai predestinati si costituì come loro madre, rifugio e protettrice. Infine, a nome di tutti, innalzò cantici di lode e di ringraziamento al Signore perché nella sua accettazione e nel suo compiacimento riservava ai disprezzati e ai poveri un luogo così sublime. Tale motivazione e le altre, che avevano suscitato sentimenti di pietà in Cristo, la spinsero, per il resto della passione e della sua esistenza terrena, ad optare nuovamente e con incomparabile fervore per le ingiurie e le pene.

    1278. San Pietro aveva seguito sua Maestà dall'abitazione di Anna a quella di Caifa, da lontano perché trattenuto e scoraggiato dal timore dei giudei. Tuttavia, egli vinceva in parte questo terrore con l'affetto che portava al suo Maestro e con il suo coraggio naturale. Tra la moltitudine di gente che entrava ed usciva dalla casa di Caifa, non gli fu difficile introdurvisi, protetto alquanto dall'oscurità della notte. Alle porte dell'atrio, però, lo vide un'altra serva, la quale, avvicinatasi ai soldati che anche lì stavano a scaldarsi al fuoco, disse: «Costui è uno di coloro che accompagnavano il Nazareno». Poco dopo uno dei circostanti esclamò: «In verità anche tu sei galileo ed uno di loro». Ma egli negò di nuovo e, giurando che non era suo seguace, si allontanò da essi. E benché fosse uscito fuori nel cortile, non se ne andò né poté farlo, perché frenato dall'amore e dalla compassione per i tormenti nei quali lasciava il Redentore, di cui desiderava vedere la fine. Stette allora a vagare e a spiare per circa un'ora dentro il palazzo finché un parente di Malco, lo schiavo del sommo sacerdote a cui aveva tagliato l'orecchio, lo riconobbe e soggiunse: «Tu sei galileo e discepolo di Gesù, io ti ho visto con lui nell'orto». Allora Pietro ebbe ancor più paura e cominciò ad imprecare e a giurare che non conosceva quell'uomo. Subito cantò il gallo per la seconda volta, e si adempì puntualmente la sentenza e la predizione dell'Unigenito: «Prima che il gallo canti due volte, mi rinnegherai tre volte».

    1279. Il dragone infernale procedette contro l'Apostolo con molta operosità per farlo cadere: dapprima mosse le serve, perché meno considerate, e poi i soldati, affinché le une e gli altri lo affliggessero con il loro interesse verso di lui e con le domande che gli rivolgevano. E allorché si accorse che era in pericolo e che incominciava a vacillare lo turbò con immaginazioni e timori. Per questa veemente tentazione, il primo rinnegamento fu semplice, il secondo con giuramento, e il terzo invece fu espresso da Pietro con l'aggiunta di imprecazioni ed esecrazioni contro se stesso. In questo modo, prestando attenzione alla crudeltà dei nostri avversari, da un peccato minore si passa ad uno più gravoso; ma egli sentendo il canto del gallo si ricordò dell'avviso del Signore, che in quell'istante voltatosi lo guardò con la sua liberale misericordia». Ed affinché lo rimirasse, intervenne la Regina, poiché dal cenacolo, dove si trovava in ritiro, si era mossa a pietà avendo appreso i rinnegamenti, il modo e le cause per le quali il futuro vicario di suo Figlio - angosciato dalla paura e molto più dalla spietatezza di Lucifero - li aveva commessi e, prostrandosi subito a terra, fra le lacrime presentò all'eterno Padre la fragilità di costui e i meriti di Cristo. L'Altissimo ridestò allora il suo animo, lo riprese benignamente e infuse in lui la luce necessaria perché riconoscesse la propria colpa. In quello stesso momento egli uscì dalla casa di Caifa con il cuore spezzato da intimo dolore e, piangendo amaramente per la sua caduta, si rifugiò in una grotta, che adesso chiamano del Gallicanto, dove fortemente scosso si pentì con vivo dispiacere. In tre ore ritornò in grazia ed ottenne il perdono, benché le sante ispirazioni gli fossero sempre state date. In questo tempo la purissima Madre gli inviò uno dei suoi angeli, affinché di nascosto lo consolasse e ravvivasse in lui la speranza; difatti, in mancanza di tale virtù, avrebbe potuto essergli ritardata la clemenza divina. Il messaggero celeste, poiché era trascorso così poco da quando era stata commessa tale mancanza, partì con l'ordine di non manifestarglisi; eseguì allora tutto puntualmente senza essere visto dal gran penitente, che restò confortato e perdonato per l'intercessione di Maria.

    Insegnamento della Regina del cielo

    1280. Carissima, il misterioso avvicendarsi degli obbrobri e degli affronti che subì sua Maestà è un libro chiuso da aprire e penetrare soltanto con l'illuminazione superna. Ed è così che tu lo hai compreso e che in parte ti è stato manifestato, benché tu stia per scrivere molto meno di quello che hai inteso, non potendo dichiarare tutto. Intanto io voglio che nella misura in cui esso si sfoglia davanti a te e ti si fa chiaro rimanga impresso in te; desidero anche che, nella cognizione di un esempio così vivo e vero, tu apprenda la sublime scienza che la carne ed il sangue non ti possono spiegare, perché il mondo non la conosce né è degno di conoscerla. Questa filosofia consiste nell'assimilare ed amare la felicissima sorte degli indigenti, degli umili, degli afflitti, dei disprezzati e di tutti coloro che rimangono anonimi ai figli della vanità. Il nostro Salvatore stabilì questa dottrina nella sua Chiesa, quando sul monte predicò e propose a tutti le otto beatitudini. E, come un dottore pronto ad eseguire l'insegnamento annunciato, lo mise in pratica quando tra gli obbrobri della passione ne ripropose il valore, secondo quanto hai già riportato. Ora, sebbene i cattolici tengano aperto dinanzi ai loro occhi il libro della vita e ne abbiano presente il contenuto, sono molto pochi e contati quelli che frequentano la scuola divina per studiare su di esso, mentre sono numerosi quelli che stolti ed insensati lo ignorano e non sono disponibili ai suoi consigli.

    1281. Tutti aborriscono la povertà e sono assetati di ricchezze dalla cui fallacia non vengono disingannati. Infiniti sono quelli che perseguono l'ira e la vendetta, e disdegnano la mansuetudine. Pochi piangono le vere miserie, in cui incorrono per le trasgressioni, mentre molti si affannano per la terrena consolazione. A stento vi è chi ami la giustizia, e chi non sia ingiusto e sleale con il prossimo. La clemenza si vede estinta, la schiettezza dei cuori violata ed oscurata, la pace distrutta; nessuno perdona e tutti non solo non vogliono patire per giustizia, ma meritando di soffrire molti castighi e tormenti ingiustamente fuggono da essi. Perciò sono pochi i beati che vengono raggiunti dai miei favori e da quelli del mio Unigenito. Molte volte ti è stato palesato il dispiacere e il legittimo sdegno dell'Onnipotente contro i maestri della fede, i quali dinanzi al loro modello e Maestro vivono quasi come infedeli. Addirittura molti altri sono ancora più detestabili, perché dispregiano il frutto della redenzione pur confessandolo e nella terra dei santi operano il male con empietà, rendendosi indegni del rimedio che con larga clemenza fu loro concesso.

    1282. Da te voglio che lavori duramente per giungere ad essere beata, ricalcando perfettamente e integralmente le mie orme secondo le forze che ricevi, al fine di intendere ed eseguire questa dottrina nascosta ai prudenti e ai saggi del mondo. Ecco che allora ogni giorno ti rivelo nuovi segreti della mia sapienza, affinché il tuo intimo si infiammi e tu prenda animo per stendere le mani a cose grandi. Ora ti propongo un esercizio che io praticai e nel quale tu potrai in parte imitarmi. Già sai che dal primo istante della mia concezione fui piena di grazia, senza macchia di peccato originale e senza essere partecipe dei suoi effetti: ed è per questo singolare privilegio che fui beata per virtù, senza sentire ripugnanza né alcuna contraddizione da vincere, e senza trovarmi debitrice di qualcosa per errori propriamente miei. Eppure la scienza divina mi insegnò che io come donna, essendo traviata per natura, anche se non ero toccata dalla colpa, dovevo abbassarmi fino a lambire la polvere. E poiché ero provvista degli stessi sensi di coloro che avevano commesso la disobbedienza, con i suoi malvagi effetti che sin d'allora si sperimentano, dovevo per questa sola parentela avvilirli e frenarli nell'inclinazione che istintivamente riportavano. Così io procedevo come una figlia fedele che consideri come suo il debito del padre e dei fratelli, benché non le appartenga, e cerchi in tutti i modi di pagarlo e soddisfarlo con tanta maggiore diligenza quanto più ama i suoi familiari, e quanto meno essi possono disobbligarsi. Ciò io operavo verso tutto il genere umano, piangendo i suoi errori e le sue miserie; e poiché ero discendente di Adamo, mortificavo in me i sensi e le facoltà con cui egli aveva mancato, e mi umiliavo come se fossi coperta, oberata e rea della sua trasgressione, nonostante non mi riguardasse, e lo stesso facevo per gli altri uomini, miei fratelli. Tu non puoi seguirmi in tali azioni perché non sei scevra della colpa, ma questo ti obbliga ad emularmi nel resto che io attuavo. Il possesso del peccato originale e il dovere di soddisfare alla giustizia superna ti devono spingere ad affaticarti senza interruzione per te stessa e per gli altri, e a piegarti sino a terra, affinché il tuo cuore contrito inclini la pietà celeste ad usar misericordia.

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    Libro VI, Cap. 17, §§ 1283-1296

    CAPITOLO 17

    Le sofferenze che patì il nostro salvatore Gesù durante la notte del rinnegamento di Pietro e il gran dolore della sua santissima Madre.


    1283. I santi evangelisti hanno fatto passare sotto silenzio i patimenti di Gesù nella notte del rinnegamento di Pietro e gli insulti che ricevette nella casa di Caifa, mentre tutti e quattro riferiscono la nuova consultazione fatta tra i membri del sinedrio per presentarlo a Pilato, come si vedrà nel capitolo seguente. Io allora dubitai se fosse opportuno proseguire il mio racconto e manifestare quanto mi era stato dato di comprendere, perché nel contempo mi fu fatto capire che nel nostro pellegrinaggio terreno non ci sarà svelata ogni cosa, né conviene che si dica a tutti ciò di cui si viene a conoscenza, poiché nel giorno del giudizio saranno palesati questo ed altri misteriosi eventi della vita e della passione del nostro Redentore. Inoltre, su quanto io posso dichiarare, non trovo parole adeguate al mio pensiero e molto meno all'oggetto che concepisco, perché l'argomento è ineffabile e superiore alla mia capacità. Tuttavia, per obbedire, esporrò quello che mi sarà concesso di intendere, per non essere ripresa per aver taciuto una verità così sublime da confondere e condannare la vanità e la dimenticanza umana. Confesso dinanzi al cielo la mia durezza a non morire di vergogna e dolore, per aver commesso colpe che tanto costarono a quel Dio che mi diede l'esistenza: non possiamo negare l'orrore e la gravità del peccato che fece strazio dell'Autore della grazia e della gloria. Sarei la più ingrata di tutti gli uomini, al pari dello stesso demonio, se da oggi in poi non aborrissi la colpa più della morte: questo debito desidero trasmettere e ricordare a tutti i cattolici, figli della Chiesa.

    1284. L'ambizioso sommo sacerdote, di fronte alle torture che Cristo nostro bene subiva silenziosamente alla sua presenza, si accese d'invidia, mentre i suoi collaboratori, non appagati di ciò che veniva messo in atto contro la divina persona, fremettero d'ira. Passata la mezzanotte, deliberarono che il Salvatore restasse ben custodito fino al mattino, per avere la certezza che non potesse fuggire mentre dormivano. Ordinarono perciò di rinchiuderlo, legato com'era, in un sotterraneo che serviva per far scontare l'ergastolo ai peggiori ladroni e facinorosi dell'impero. Questo carcere era senza luce e così sporco e maleodorante che, se non fosse stato ben chiuso, avrebbe potuto infettare l'intera abitazione; difatti, erano parecchi anni che non veniva pulito sia perché assai profondo, sia perché non si facevano molti scrupoli di confinare le persone più inique in quell'orribile luogo, ritenendole gente indegna di ogni pietà, bestie indomite e feroci.

    1285. Eseguito subito l'ordine del malvagio consiglio, il Creatore dell'universo fu portato in quell'immondo e tenebroso luogo. E poiché seguitava a stare legato nello stesso modo in cui era stato condotto dal Getsèmani, quei malviventi poterono continuare con sicurezza a sfogare su di lui lo sdegno che il principe delle tenebre somministrava loro incessantemente: ora lo tiravano per le corde, ora lo trascinavano con disumano furore, con percosse esecrabili. La prigione descritta in un angolo presentava una sporgenza, talmente resistente da non essere mai stata smussata, a cui venne spietatamente attaccato con l'estremità delle corde sua Maestà, che, lasciato in piedi con il corpo ricurvo, non aveva possibilità di sedersi e rialzarsi per un piccolo sollievo: questo si rivelò una tortura nuova ed estremamente penosa. I soldati, abbandonandolo così, serrarono le porte con le chiavi che consegnarono ad un custode perché ne avesse cura.

    1286. Il dragone infernale nella sua recondita superbia non aveva riposo; bramava sempre di poter sapere se costui fosse il Messia e, per irritarne l'eccelsa pazienza, macchinò un'altra malvagità. Infuse nell'immaginazione della guardia depravata l'intento di invitare alcuni amici, dai costumi simili ai suoi, per scendere tutti insieme nella fossa e trattenersi alquanto a prendere in giro il mansuetissimo Agnello: volevano obbligarlo a profetizzare ed a fare qualcosa di inaudito, poiché lo ritenevano un mago o un indovino. Con questa diabolica suggestione Lucifero eccitò anche altri sgherri inducendoli ad eseguire le perfide molestie che avevano pensato. E mentre essi si riunivano per decidere, molti degli angeli che assistevano Gesù nel martirio, vedendolo in un posto tanto ignobile, stretto in quella dolorosa posizione, subito si prostrarono davanti a lui, adorandolo come vero Dio. Inoltre, gli resero riverenza e culto tanto più profondi quanto più lo riconobbero mirabile nel permettere di farsi insultare per l'amore che portava ai mortali, e gli elevarono alcuni inni e cantici composti da Maria. In nome della stessa Signora, lo pregarono che, quantunque non volesse mostrare la potenza della sua destra nell'innalzare la sua santissima umanità, almeno desse loro il permesso di alleviargli il tormento e difenderlo da quella schiera di malvagi, che incitata dal diavolo si preparava ancora ad offenderlo.

    1287. Il nostro Maestro non accettò un ossequio così particolare e disse: «Ministri dell'eterno Padre, non è mia volontà avere sollievo in questo momento. Io desidero sopportare gli affronti per soddisfare la carità ardente con la quale amo i discendenti di Adamo, e lasciare ai miei eletti un esempio, affinché mi imitino e non si perdano d'animo nelle tribolazioni, tenendo presenti i tesori della grazia che ho procurato ad essi con abbondanza. In tal modo io voglio giustificare la mia causa perché nel giorno della mia ira sia manifesta ai reprobi la giustizia con cui saranno condannati per aver disprezzato l'acerbissima passione, che io ho accettato per procurare il loro rimedio. Dite a colei che mi ha generato che si consoli in quest'afflizione, sino a quando non arriverà il giorno della gioia e del riposo, e mi accompagni adesso nell'opera della redenzione, poiché dal suo compassionevole affetto e da tutto ciò che fa io ricevo soddisfazione e compiacimento». Dopo questa risposta, i messaggeri superni ritornarono dalla Regina e con queste rassicuranti parole la confortarono, benché ella tramite un'altra via di conoscenza non ignorasse il volere di patire del suo Unigenito e tutto ciò che succedeva nella casa di Caifa. E quando ebbe notizia della nuova crudeltà con la quale i soldati lo avevano attaccato e della condizione tanto dura in cui era stato lasciato, la purissima Vergine provò nella sua delicatissima persona lo stesso dolore, avvertendo anche quello dei pugni, degli schiaffi e degli obbrobri che erano stati riservati all'Autore della vita. Nel corpo della candidissima colomba tutto risuonava come un'eco miracolosa: stesso dardo feriva il Figlio e la Madre, stesso coltello trapassava entrambi, con la sola differenza che egli soffriva come uomo-Dio e unico salvatore dell'umanità, ella come semplice creatura e coadiutrice del beneplacito divino.

    1288. Quando l'amorosa Principessa seppe che Gesù permetteva l'ingresso nel carcere a quei vilissimi malfattori, pianse amaramente per quanto stava per accadere. Prevedendo i perversi propositi di Lucifero, fu molto prudente ad usare il suo potere regale e ad impedire che si eseguisse contro il suo diletto qualche atto indecoroso, come costui stava macchinando. Difatti, sebbene tutte le azioni tramate fossero indegne e di somma irriverenza, in alcune vi poteva concorrere minore decenza: queste erano quelle che il nemico cercava di inculcare nelle guardie per provocare lo sdegno di Cristo, quando vedeva che con le altre molestie intentate non era riuscito ad irritare la sua mansuetudine. Furono talmente rare, ammirevoli, eroiche e straordinarie le opere compiute da Maria in questa circostanza ed in tutto il corso della passione, che non si possono giustamente riferire né lodare, benché su tale argomento siano stati scritti molti libri: è ineluttabile, allora, rimettere tutto ciò al tempo della visione beatifica, perché è così sublime da non potersi narrare in questa vita.

    1289. Quei ministri del peccato entrarono nel sotterraneo, celebrando con ingiurie la festa che avevano deciso di fare tra derisioni e beffe contro il Signore. Avvicinatisi a lui, incominciarono a sputargli in faccia in modo nauseante, schernendolo e dandogli schiaffi con incredibile sfacciataggine; ma egli non rispose né aprì bocca né alzò lo sguardo, serbando sempre sul volto un'umile serenità. Quei farabutti volevano obbligarlo a parlare oppure a fare qualcosa di ridicolo o straordinario, al fine di avere ancora un'occasione per appellarlo come stregone e burlarsi di lui. Allorché si accorsero invece della sua imperturbabile mitezza, si lasciarono maggiormente irritare dai diavoli: lo sciolsero dalla roccia a cui stava legato e lo posero in mezzo alla prigione, bendandogli con un panno i santissimi occhi. Accerchiatolo incominciarono uno dopo l'altro a percuoterlo con pugni sotto il mento e schiaffi, chiedendogli di indovinare chi fosse colui che lo aveva colpito; ciascuno faceva a gara per superare gli altri nelle derisioni e nelle bestemmie. In quest'occasione, essi pronunciarono parole blasfeme ancor più fieramente che alla presenza di Anna.

    1290. Alla pioggia di obbrobri il mansuetissimo Agnello non ribatteva. Frattanto, satana bramava che facesse qualche gesto contro la pazienza, crucciandosi nel vedere come questa virtù rimanesse immutabile in lui. Infuse, allora, nell'immaginazione di quei suoi amici l'infernale decisione di spogliarlo di tutte le vesti e di trattarlo come aveva escogitato nella sua esecrabile mente. A questa suggestione quegli iniqui non fecero resistenza, risolvendo di concretizzarla subito. La prudentissima Vergine con preghiere, lacrime e sospiri e con l'autorità di regina impedì l'abominevole sacrilegio, implorando il Padre che non concorresse con le cause seconde in tali azioni delittuose. Ingiunse così a quei ministri di empietà di non usare la loro forza naturale per effettuare quanto avevano ordito e, per questa potenza, essi non poterono realizzare niente di ciò che il serpente con la sua malizia aveva loro suggerito, poiché dimenticavano immediatamente molte cose che desideravano fare tralasciandone altre, e rimanevano con le braccia irrigidite sino a quando non ritrattavano la loro perversa iniziativa. Nel desistere ritornavano nello stato normale, perché quel miracolo non era compiuto per castigarli, ma solo per impedire gli atti più ignobili; infatti, era loro consentito di eseguire solamente le irriverenze che rientravano nel beneplacito superno.

    1291. La potentissima sovrana comandò anche ai demoni che tacessero e non incitassero più a simili oltraggi. Da questo ordine il dragone restò schiacciato e reso inabile in ciò a cui si estendeva la volontà di diniego della Madre; fu allora impossibilitato ad aizzare ulteriormente la stolta rabbia di quei delinquenti, che pertanto non furono più in grado di dire o fare qualcosa di indecoroso, se non nell'ambito loro permesso. Tuttavia essi, pur sperimentando in sé tutti quegli effetti mirabili e alquanto insoliti, non meritarono di disingannarsi né di riconoscere il potere divino e, benché in quel frangente si sentissero ora storpi ora liberi e sani, attribuivano il repentino cambiamento a facoltà di stregone e di mago, ritenendo tale il Maestro della verità e della vita. Con questo diabolico errore perseverarono nel fare altre burle infamanti e nell'infliggere nuovi tormenti a Cristo, fin quando si accorsero che la notte era già molto avanzata. Ritornarono allora a legarlo alla roccia e lasciandolo lì attaccato uscirono con i ministri infernali. Per disposizione dell'eccelsa sapienza fu affidata alla gran Signora la difesa dell'onestà e della dignità del suo Unigenito, perché queste non venissero offese.

    1292. Il nostro Salvatore rimase nuovamente solo in quella fossa, assistito però dagli angeli che, stupefatti delle sue opere e dei segreti giudizi in ciò che aveva voluto patire, lo adoravano e lo benedicevano magnificando ed esaltando il suo santo nome. Egli elevò una lunga orazione all'Eterno, pregandolo per i futuri cristiani, per la propagazione della fede e per gli apostoli, intercedendo particolarmente in favore di san Pietro, che in quel momento si rammaricava e piangeva il proprio peccato. Raccomandò anche quelli che lo avevano ingiuriato e deriso, e soprattutto invocò l'Onnipotente per Maria e per coloro che a sua imitazione sarebbero stati afflitti e disprezzati dal mondo: per tutti questi fini offrì la passione che già incombeva su di lui. Nel contempo la celeste Principessa, addolorata, lo accompagnava innalzando le stesse suppliche a vantaggio dei figli della Chiesa e dei nemici, senza turbarsi né risentire sdegno contro questi ultimi. Nutriva disprezzo solo verso Lucifero, perché incapace di aprirsi alla grazia a causa della sua irreparabile ostinazione, e con profondi gemiti parlò all'Altissimo:

    1293. «Bene dell'anima mia, siete degno di ricevere l'onore e la lode degli esseri viventi: tutto a voi è dovuto, perché siete immagine del Padre e impronta della sua sostanza, infinito nel vostro essere e nelle vostre perfezioni; siete principio e fine di ogni santità. Se tutto è stato creato per adempiere docilmente il vostro volere, come mai adesso disprezzano, insultano e oltraggiano la vostra persona, meritevole del loro supremo culto e della somma venerazione? Come mai si è tanto innalzata la malizia dei mortali? Come mai si è tanto inoltrata la superbia sino a mettere la bocca nel cielo? Come può esser diventata così potente l'invidia? Voi siete l'unico splendido sole di giustizia che illumina e dissipa le tenebre dell'errore. Siete la sorgente della grazia, che non è negata a nessuno se la vuole. Siete colui che per liberalità date l'essere, il movimento e la conservazione. Tutto dipende da voi ed ha bisogno di voi, senza che voi abbiate bisogno di niente. Che cosa dunque hanno visto nelle vostre opere? Che cosa di tanto gravoso hanno ritrovato in voi perché siate così offeso e maltrattato? O atrocissima bruttura del peccato, che hai sfigurato la bellezza del cielo ed oscurato lo splendore del suo venerabile volto! O sanguinolenta fiera, che senza umanità tratti il riparatore stesso dei tuoi danni! Figlio mio, io so già che siete l'artefice del vero amore, l'autore del riscatto, il maestro, il Signore degli esercititi, e che voi stesso mettete in pratica la dottrina insegnata agli umili discepoli della scuola divina. Voi abbassate l'alterigia, confondete l'arroganza e siete esempio di salvezza perenne. Ma se volete che ciascuno imiti la vostra ineffabile carità e la vostra infinita mitezza, spetta a me farlo per prima; a me che offrii il mio corpo per rivestirvi della carne passibile, nella quale ora siete percosso, riempito di sputi e schiaffeggiato. Oh, potessi subire io sola tante pene e voi, innocentissimo tesoro mio, restarne privo! Ma se ciò non è possibile, patisca almeno io con voi sino alla fine. E voi, spiriti superni che, stupefatti della sua mansuetudine, conoscete la sua immutabile divinità e l'innocenza e la nobiltà della sua vera umanità, ricompensatelo delle ingiurie e delle bestemmie. Dategli magnificenza e gloria, sapienza, virtù e fortezza. Invitate gli astri, i pianeti, le stelle e gli elementi affinché tutti lo confessino, e considerate se per caso vi sia un altro dolore simile al mio». Queste ed altre struggenti parole proferiva la purissima Regina, sospirando alquanto nell'amarezza del suo cordoglio.

    1294. Nel corso della passione la pazienza della Vergine fu incomparabile: non le parve mai troppo quello che sopportava, non considerando il peso dei suoi tormenti uguale a quello del suo affetto, che misurava sull'amore, sulla dignità di Gesù e sulle torture a lui inflitte. Inoltre, per tutte le insolenze lanciate contro di lui, ella nutrì il desiderio di sentirle su di sé e, pur non reputandole proprie, le pianse perché rivolte contro la divina persona e ritorte a danno degli aggressori stessi. Pregò per tutti costoro, affinché l'Onnipotente li perdonasse, li allontanasse dalla colpa e da ogni male, e li illuminasse con la sua luce, cosicché anch'essi conseguissero il frutto della redenzione.

    Insegnamento della Regina del cielo

    1295. Carissima, sta scritto nel Vangelo che l'Altissimo diede al suo e mio Unigenito il potere di condannare i reprobi nel giudizio universale. In quel giorno tutti coloro che saranno considerati rei vedranno e riconosceranno la sua santissima umanità, nella quale furono riscattati tramite il suo martirio. Per di più, sarà lo stesso Signore a chiedere ai peccatori di rendere conto delle loro azioni e, siccome non gli potranno rispondere né dare soddisfazione, questa vergogna sarà il principio della punizione che riceveranno per la loro ostinata ingratitudine. Allora sarà palese la misericordia di Dio in tutta la sua grandezza, ma anche la giustizia, perché i cattivi saranno meritevoli del castigo eterno. Enormi e acerbissime furono le sofferenze che patì il mio santissimo Figlio, particolarmente per coloro che non avrebbero guadagnato gli effetti della redenzione. Mentre veniva torturato, il mio cuore si sentì trapassato, come pure nel guardarlo coperto di sputi, schiaffeggiato, bestemmiato ed afflitto con torture tanto empie che non si possono comprendere nell'esistenza terrena. Io ebbi di ciò una chiara visione e la mia angoscia fu conforme alla rivelazione datami. Ma le tribolazioni peggiori furono provocate dalla consapevolezza che molti si sarebbero dannati nonostante il supplizio di sua Maestà.

    1296. Desidero che tu mi accompagni in questi patimenti, che mi imiti e che gema sopra una così lamentevole sciagura; tra i mortali non ve n'è un'altra degna di essere deplorata tanto amaramente, né vi è strazio che si possa paragonare ad essa. Sono pochi nel mondo quelli che riflettono su tale verità con la dovuta ponderazione, ma il Maestro ed io li accogliamo con speciale compiacimento, perché ci seguono sulla via dei dolori e si affliggono per la perdizione di tante anime. Cerca di distinguerti in quest'esercizio ben accetto al sommo sovrano. Devi però essere al corrente delle sue promesse: a colui che chiederà sarà dato, a chi griderà sarà aperta la porta dei suoi infiniti tesori. Ed affinché tu sappia cosa offrirgli, imprimi nella memoria le pene procurate al tuo sposo, per mano di uomini vili e depravati, e l'invincibile pazienza, la mansuetudine, il silenzio con cui egli si assoggettò alla loro iniqua volontà. Tenendolo presente come modello, d'ora innanzi tenta con tutte le forze di mantenerti immune dall'irascibilità e da ogni altra passione che attanaglia i discendenti di Adamo; fa' che si generi in te un profondo rifiuto della superbia che disprezza ed offende il prossimo. Supplica inoltre il Padre perché ti conceda mitezza, affabilità e amore verso la croce: stringiti ad essa, prendila con pio affetto e va' dietro a Cristo, affinché tu giunga a possederlo.

  8. #18
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    Libro VI, Cap. 18, §§ 1297-1313

    CAPITOLO 18

    La riunione del consiglio per la conclusione del processo contro il salvatore Gesù; la decisione di rimetterlo a Pilato; l’accorrere di Maria santissima verso il Figlio con san Giovanni evangelista e le tre Marie.


    1297. Gli evangelisti narrano che gli anziani, i sommi sacerdoti e gli scribi - molto rispettati dal popolo per la conoscenza che avevano della legge - si riunirono all'alba del venerdì mattina in casa di Caifa, dove sua Maestà si trovava imprigionato. I membri del sinedrio di comune accordo volevano concludere il processo di Gesù con la condanna a morte, come tutti bramavano, pennellando a tal fine la causa del colore della giustizia per soddisfare la gente. Ordinarono allora che egli fosse condotto davanti a loro allo scopo di interrogarlo nuovamente. I soldati subito scesero alla cella e, accostatisi a lui per scioglierlo dalla roccia, con grandi risa e beffe dissero: «Ehi, Nazareno, quanto poco ti sono giovati i miracoli per difenderti! Non ti tornerebbero ora a vantaggio, per fuggire, quelle arti con le quali raccontavi che in tre giorni avresti riedificato il tempio? Vieni, ti aspetta l'intero consiglio per mettere fine ai tuoi inganni e darti in potere a Pilato, in modo che la finisca con te in un solo colpo». Il Signore si lasciò slegare e portare di fronte ai sommi sacerdoti senza aprire bocca e, pur essendo sfigurato ed indebolito dai tormenti, dagli schiaffi e dagli sputi, dai quali avendo le mani incatenate non si era potuto pulire, non suscitò in loro compassione; tanta era l'ira che nutrivano contro di lui!

    1298. Gli fu chiesto per la seconda volta se egli fosse il Cristo, cioè l'Unto, con intenzione maliziosa, quindi non per sentire ed accettare la sua affermazione, ma per denigrarla ed imputargliela come accusa. Tuttavia, egli non volle negare la verità per la quale desiderava morire, ma nemmeno confessarla, affinché non la disprezzassero e la calunnia non apparisse realtà. Moderò, perciò, la risposta offrendo la possibilità ai farisei, se avessero avuto ancora un briciolo di pietà, d'investigare con zelo il mistero nascosto nelle sue parole; se non l'avessero avuto si sarebbe capito che la colpa stava nel loro malvagio intento e non già nella sua dichiarazione. Dunque proferì: «Anche se ve lo dicessi, non mi credereste; se vi interrogassi non mi rispondereste e non mi sleghereste. Vi dico, però, che da questo momento il Figlio dell'uomo starà seduto alla destra della potenza di Dio». Allora tutti esclamarono: «Tu dunque sei il Figlio di Dio?». Ed egli disse loro: «Lo dite voi stessi: io lo sono». E ciò corrispose a dir loro: è ben legittima la conseguenza da voi tirata, che io sono il Figlio di Dio, perché le mie azioni e la mia dottrina, le vostre Scritture e tutto ciò che adesso operate con me attestano che io sono il Messia promesso.

    1299. Ma siccome quell'assemblea di maligni non era disposta ad accogliere la verità divina - benché, se avesse voluto ragionare, avrebbe ben potuto ravvisarla e crederla - non la comprese né le diede importanza, anzi la ritenne un'asserzione blasfema e degna di condanna. Vedendo che l'Unigenito confermava ciò che prima aveva rivelato, tutti urlarono: «Che bisogno abbiamo ancora di testimonianza? L'abbiamo udito noi stessi dalla sua bocca». E subito, concordemente, decretarono che fosse presentato a Ponzio Pilato, che governava la provincia della Giudea in nome dell'imperatore romano come signore della Palestina. In effetti, secondo le leggi che vigevano allora, le cause di sangue o di morte erano riservate al senato o all'imperatore, oppure ai suoi ministri, che reggevano le province lontane, senza essere lasciate al giudizio degli stessi abitanti. Difatti, i romani avevano stabilito che questioni così gravi, quali erano quelle di togliere la vita, si discutessero con maggiore attenzione, affinché nessun reo fosse punito senza essere stato prima ascoltato, e senza che gli fosse stato concesso del tempo e un luogo per la sua difesa, giacché in quest'ordine di giustizia essi si conformavano, molto più delle altre nazioni, alla legge naturale della ragione. Nella causa del Redentore i sommi sacerdoti e gli scribi vollero che un pagano come Pilato emettesse la sentenza da loro agognata, al fine di poter proclamare che sua Maestà era stato condannato dal governatore, il quale non lo avrebbe fatto se l'accusato non lo avesse meritato. Sino a tal punto i membri del sinedrio erano ottenebrati dal peccato e dall'ipocrisia, quasi non fossero stati essi stessi più sacrileghi del giudice gentile ed autori di tanta scelleratezza! Ma l'Altissimo dispose che ciò si manifestasse a tutti mediante quello che operarono con Pilato, come ora vedremo.

    1300. Quegli empi condussero il nostro Salvatore dal palazzo di Caifa a quello del governatore, per presentarglielo come un malfattore, legato con le catene e le corde con le quali lo avevano catturato. Allora Gerusalemme era piena di gente proveniente da tutte le parti della Palestina per celebrare la Pasqua dell'agnello e degli azzimi. A causa del clamore che già si era sparso, e per la notizia che tutti avevano del Maestro, una innumerevole moltitudine si precipitò a vederlo flagellato e trascinato lungo le strade. Dinanzi ad uno spettacolo così osceno e raggelante la folla si divise in varie opinioni. Alcuni gridavano: «Muoia, muoia questo malvagio ed impostore, che ha ingannato il mondo»; altri sostenevano che la sua dottrina e le sue opere non sembravano tanto cattive, perché aveva fatto molto bene a tutti; altri ancora, quelli che avevano creduto in lui, si affliggevano e piangevano. L'intera città era pervasa dalla confusione e dall'agitazione. Lucifero con i suoi demoni stava molto attento a quanto succedeva e, scoprendosi misteriosamente sopraffatto e tormentato dall'invincibile pazienza del mansuetissimo Agnello, con insaziabile furore impazziva nella rabbia e nella sua stessa superbia: sospettava che quelle virtù, tanto sublimi da sorprenderlo, non potessero appartenere ad un semplice uomo. D'altra parte presumeva che il lasciarsi maltrattare e disprezzare in maniera così eccessiva ed il patire tanta debolezza nel corpo non potessero concordare con l'identità di vero Dio. «Se lo fosse - pensava - la natura divina nel comunicarsi a quella umana avrebbe trasmesso effetti così grandi e potenti da non farla venir meno e da non permettere ciò che in essa si sta compiendo». Il dragone congetturava in questo modo perché era all'oscuro del segreto superno: Gesù aveva sospeso gli effetti che avrebbero potuto ridondare dalla divinità all'umanità, affinché le sue sofferenze potessero raggiungere il sommo grado. Con questi dubbi si inviperiva ancor più contro il Messia e, vedendolo tollerare all'inverosimile quelle atrocità, si ostinava a perseguitarlo volendo conoscere chi realmente fosse.

    1301. Era già spuntato il sole quando si verificarono tali eventi. L’afflitta Madre, che osservava ogni cosa, decise di abbandonare il luogo del suo ritiro per seguire direttamente le vicende del Figlio ed accompagnarlo alla croce; ma mentre usciva dal cenacolo, san Giovanni, ignorando la visione che ella aveva, sopraggiunse a riferirle l'accaduto. Dopo il rinnegamento di Pietro, egli si era messo un po' da parte interessandosi solo da lontano di ciò che avveniva. Ammetteva di essere colpevole per essere fuggito dall'orto degli Ulivi e non appena si trovò dinanzi alla Regina la venerò, chiedendole perdono tra le lacrime; quindi le confessò il suo rammarico e tutto quello che aveva fatto e sperimentato stando con Cristo. Gli parve opportuno prevenire Maria affinché, alla vista del suo diletto, non restasse tanto trafitta e addolorata dall'insolito e straziante spettacolo. E, per descriverlo al più presto, le rivolse queste parole: «Oh, mia Signora, quanto è tribolato il nostro Redentore! Non è possibile guardarlo senza che il cuore si spezzi. Il suo bellissimo volto è tanto deturpato e sfigurato dagli schiaffi, dai colpi, dagli sputi che a malapena lo riconoscereste». La prudentissima sovrana, dopo aver ascoltato con tanta premura quanto le era stato riferito - come se non fosse stata al corrente di quelle vicende -, si angustiò sciogliendosi in un amarissimo pianto. Le sante discepole che erano con lei la udirono gemere ed anch'esse rimasero con l'intimo trapassato dal cordoglio e dallo stupore nell'apprendere la triste notizia. La Principessa impose all'Apostolo di seguirla con le devote donne, alle quali suggerì: «Affrettiamo il passo, perché gli occhi miei vedano il Verbo del Padre che nel mio seno prese sembianze umane. E voi vi accorgerete, o carissime, di quanto possa sul mio Dio l'amore che porta ai discendenti di Adamo e di quanto gli costi redimerli dal peccato e dalla morte e aprir loro le porte del cielo».

    1302. La Vergine si incamminò per le strade di Gerusalemme, insieme a Giovanni e ad alcune sante compagne, tra cui le tre Marie ed altre fedelissime che l'assistevano sempre. Pregò i divini messaggeri addetti alla sua custodia di fare in modo che la calca non le impedisse di raggiungere il suo Unigenito ed essi ubbidirono subito, vigilando su di lei con somma diligenza. Lungo le vie per le quali passava, l'Addolorata sentiva i vari discorsi che la folla faceva e le opinioni che ciascuno esternava nel raccontare quanto era accaduto al Nazareno. I pochi uomini pii presenti si rammaricavano, alcuni asserivano che lo volevano crocifiggere, altri riferivano in quale luogo lo stessero portando e con quale brutale legatura lo conducessero, come un facinoroso, ricoprendolo d'infamia. C'era anche chi domandava quali delitti avesse commesso perché gli fosse inflitto un castigo tanto crudele. Infine molti, con ammirazione, ma con poca fede, si chiedevano: «A questo sono valsi i suoi miracoli? Senza dubbio i prodigi compiuti erano furberie, perché non si è saputo né difendere né liberare». Ogni parte della città si riempiva di piccoli assembramenti e mormorazioni, ma l'invincibile Signora in mezzo a tanta agitazione - benché colma d'incomparabile amarezza - non si turbava, mantenendo l'equilibrio e intercedendo per i non credenti e i malfattori, come se non avesse avuto altra preoccupazione che quella di sollecitare in loro favore la grazia ed il perdono. Ella amava quegli iniqui con una carità talmente longanime che sembrava aver ricevuto da questi innumerevoli benefici. Non si sdegnò né si adirò contro i sacrileghi esecutori della passione del Salvatore, né mostrò indizio di avversione, ma anzi li guardava con dolcezza, facendo a tutti del bene.

    1303. Alcuni di quelli che la incontravano la riconoscevano e mossi a compassione le dicevano: «Oh, afflitta Madre! Quale sventura ti è sopraggiunta! Quanto deve essere ferito il tuo cuore!». Altri con arroganza le rinfacciavano: «Come hai cresciuto male tuo Figlio! Perché gli permettevi di insinuare nel popolo tante novità? Sarebbe stato meglio se l'avessi rinchiuso e tenuto a freno, comunque un simile avvenimento servirà d'esempio alle altre donne, perché apprendano dalla tua sventura come educare i propri figli». La candidissima colomba udiva anche discorsi ancor più terribili di questi e nel suo ardente amore dava il giusto posto ad ogni cosa: accettava la comprensione dei pietosi, soffriva l'empietà degli increduli, non si meravigliava degli ingrati e degli insipienti, e implorava l'Altissimo per ciascuno.

    1304. In mezzo a questa gran confusione, l'Imperatrice dell'universo fu guidata dagli spiriti celesti verso il posto in cui incontrò il Maestro, dinanzi al quale si prostrò con profonda riverenza, rendendogli culto di fervida adorazione qual mai gli diedero né gli daranno le creature. Il Figlio e la Madre, che nel frattempo si era alzata in piedi, si guardarono con incomparabile tenerezza e, trapassati da ineffabile dolore, si parlarono. Ella si fece poi da parte per andargli dietro, e mentre camminava si rivolgeva a lui ed all'Onnipotente pronunciando nel suo intimo parole così sublimi che non possono essere articolate da lingua mortale. Oppressa dalle pene esclamava: «Dio immenso, mio Gesù, ben conosco il fuoco della vostra carità verso il genere umano, che vi obbliga a celare l'infinita potenza della divinità nella carne corruttibile, ricevuta nel mio seno. Confesso la vostra sapienza incomprensibile nell'accettare tali ignominie e tormenti, e nel consegnare voi stesso, Signore di tutto ciò che esiste, per il riscatto dell'uomo, servo, polvere e cenere. Voi siete degno che ogni essere vi lodi, vi benedica e vi esalti per la vostra sconfinata bontà; ma io come potrò mettere in atto il desiderio che queste obbrobriose azioni si eseguano solo in me invece che nella vostra divina persona, gioia degli angeli e splendore della gloria dell'Eterno? Come non aspirare al vostro sollievo in tali atrocità? Come potrò sopportare di vedere il vostro bellissimo volto afflitto e sfigurato, e di rendermi conto che soltanto per il Creatore e redentore del mondo non c'è pietà in una passione così violenta ed amara? Ma se non è possibile che io vi conforti come madre, accettate almeno la mia angoscia ed il dispiacere di non poter fare di più».

    1305. Nella Regina restò talmente impressa l'immagine del suo diletto, maltrattato, deturpato e incatenato, che durante la vita non si cancellò mai più dalla sua mente e sempre lo rimirò in quella forma. Cristo nostro bene giunse, frattanto, alla casa del governatore, seguito da diversa gente, tra cui molti del consiglio dei giudei, che rimasero fuori del pretorio fingendosi fervidi religiosi, pieni del timore di contaminarsi e di non poter mangiare la Pasqua degli azzimi. E, come stoltissimi ipocriti, questi non riflettevano sull'immondo sacrilegio che macchiava le loro anime, assassine dell'innocente Agnello. Pilato, benché fosse un gentile, condiscese al cerimoniale degli ebrei e, accorgendosi che essi avevano difficoltà ad entrare, uscì fuori. Conformemente allo stile dei romani domandò: «Che accusa presentate contro costui?». Gli risposero: «Se non fosse un malfattore, non l'avremmo condotto legato nel modo in cui lo rimettiamo nelle tue mani». E ciò fu come dirgli: noi abbiamo verificato le sue malvagità e siamo così attenti al senso della giustizia ed ai nostri doveri che se non fosse un facinoroso non avremmo proceduto contro di lui. Il governatore riprese: «Quali delitti sono dunque quelli che egli ha commesso?». «Si ostina - ribatterono i giudei - a sobillare il nostro popolo, vuol farsi re, proibisce che si paghino a Cesare i tributi, si dichiara Figlio di Dio e ha predicato una nuova dottrina incominciando dalla Galilea e proseguendo per tutta la Giudea sino a Gerusalemme». «Dunque, prendetelo voi - disse Pilato - e giudicatelo secondo le vostre leggi, perché io non trovo in lui nessuna colpa». Essi replicarono: «A noi non è consentito di infliggere a nessuno la pena di morte, e tanto meno di uccidere».

    1306. Gli angeli avevano fatto in modo che la beata Vergine, con san Giovanni e le donne, si avvicinasse al luogo dell'interrogatorio per poter osservare ed udire tutto. Ella stava coperta con il manto per lo strazio del dolore che trafiggeva il suo purissimo cuore; piangeva versando lacrime di sangue e negli atti di virtù era un limpidissimo specchio che riproduceva l'anima santissima dell'Unigenito, le cui pene riviveva nelle proprie membra. Pregò allora il Padre perché le concedesse di non perdere di vista Gesù fino alla crocifissione, per quanto fosse possibile, e ciò le fu accordato durante il tempo in cui egli non stette rinchiuso in prigione. Inoltre, poiché riteneva opportuno che tra le false accuse e le diffamazioni si conoscesse l'innocenza del Salvatore e si venisse a sapere che lo condannavano a morte senza alcun reato, elevò una fervorosa orazione. Supplicò l'Onnipotente che il giudice non rimanesse ingannato e prendesse coscienza che il Messia gli era stato portato per il rancore dei sacerdoti e degli scribi. E difatti, grazie alle sante parole di Maria, egli ebbe chiara cognizione della realtà e comprese che il Maestro non era colpevole, ma gli era stato consegnato solo per invidia, come narra l'evangelista Matteo. Per tale ragione sua Maestà si aprì di più con Pilato, benché non cooperasse con la verità ammessa; e così questa non fu di profitto per lui bensì per noi, e servì anche per mettere in luce la perfidia dei sommi sacerdoti e dei farisei.

    1307. La folla, talmente presa dalla rabbia, bramava di trovare il governatore propizio a pronunziare subito la sentenza capitale e, allorché si accorse che egli titubava, incominciò ad alzare con furore la voce, ribadendo che il Nazareno si voleva impadronire del regno della Giudea e si ostinava ad ingannare ed a convincere tutti, sostenendo di essere il Cristo, il re unto. Questa maliziosa incriminazione fu proposta a Pilato affinché egli, mosso dallo zelo per il potere temporale esercitato sotto l'impero romano, si determinasse ad emettere al più presto il verdetto. Gli ebrei, i cui re venivano unti, soggiunsero allora che costui asseriva di essere il Cristo, perché volevano indurre il governatore, appartenente alla classe dei gentili che non avevano questa usanza, a capire che farsi chiamare con quell'appellativo corrispondeva ad affermare di essere re. Il giudice interpellò nuovamente l'imputato: «Che cosa rispondi alle accuse che ti muovono contro?». Ma il Verbo di Dio in presenza dei suoi calunniatori non aprì bocca, sicché Pilato, meravigliato di tale silenzio e pazienza, desiderando esaminare meglio se fosse veramente re, si ritirò con lui dentro il pretorio per allontanarsi dalle grida della calca. Quando furono soli gli domandò: «Tu sei il re dei giudei?». Non poteva pensare che egli fosse re di fatto, perché sapeva bene che non regnava, e così lo interrogava per conoscere se lo fosse di diritto e se avesse un regno. Il mansuetissimo Agnello replicò: «Questo che mi chiedi procede da te stesso o te lo ha detto qualcuno parlandoti di me?». Gli fu obiettato: «Sono io forse giudeo, per cui debba esserne al corrente? La tua gente e i sommi sacerdoti ti hanno condotto al mio tribunale; spiegami allora che cosa tu abbia fatto e che cosa significhi questo titolo». Riprese: «Il mio regno non è di quaggiù, ma se lo fosse è certo che i miei servitori mi avrebbero difeso, affinché non venissi dato in potere ai giudei». Il governatore credette in parte a questa attestazione e perciò proseguì: «Dunque tu sei re mentre garantisci di avere il regno?». Ed egli non lo negò: «Tu dici che sono re e per rendere testimonianza alla verità sono venuto nel mondo; e tutti coloro che sono nati dalla verità mi ascoltano». Pilato si stupì e tornò a domandargli: «Che cos'è la verità?»; e senza attendere ulteriore risposta, uscì un'altra volta dal pretorio e dichiarò: «Io non trovo in lui nessuna colpa per farlo uccidere. Tuttavia, vi è già nota la tradizione che vi è tra voi di donare la libertà ad un detenuto per la festività della Pasqua. Chi volete dunque che sia costui, Gesù o Barabba?». Quest'ultimo era un ladro ed omicida, che in quel tempo si trovava in carcere per aver ucciso un uomo durante una rissa. Allora tutti gridarono: «Vogliamo che rilasci Barabba e crocifigga Gesù». I membri di quella malvagia schiera rimasero saldi in tale petizione fin quando videro esaudito il loro proposito.

    1308. Per il dialogo con il Redentore e l'ostinazione del popolo, il giudice restò molto turbato. Difatti, da una parte non voleva deludere i giudei - anche se difficilmente avrebbe potuto farlo, ravvisandoli tanto determinati a far perire il Maestro, qualora non vi avesse accondisceso -, dall'altra però aveva ben chiaro che lo perseguitavano per l'invidia mortale nutrita contro di lui, e che l'accusa di sovvertitore era falsa e ridicola. Quanto all'imputazione che il Signore ribadiva di essere re, era rimasto soddisfatto della risposta ricevuta e sbalordito nel trovarlo tanto povero, umile e sofferente di fronte alle calunnie lanciategli. Illuminato dall'alto comprese la sua innocenza, anche se confusamente, perché ignorava il mistero e la dignità della persona divina. E benché fosse mosso dalla forza delle sue parole ad avere un'elevata opinione di lui e a pensare che in lui si racchiudesse un segreto particolare - perciò desiderava liberarlo e a tal fine lo inviò da Erode, come dirò nel capitolo seguente -, non si aprì al flusso della grazia celeste. A causa del peccato non meritò di essere penetrato dall'eccelsa sapienza e fu indotto a ponderare i fini temporali, invece che ad agire secondo giustizia: procedette da malvagio giudice, consultando ancora coloro che incriminavano ingiustamente il candidissimo Agnello essendo suoi nemici. Operò allora contro la propria coscienza e accrebbe il suo delitto perché lo fece condannare e, ancor prima, flagellare disumanamente, senza nessun altro motivo che quello di accontentare la folla.

    1309. Quantunque il governatore fosse tanto iniquo da infliggere la pena capitale a sua Maestà, che riteneva un semplice uomo, innocente e buono, la sua colpa fu minore a paragone di quella dei sacerdoti e dei farisei. Difatti, questi non solo agivano con gelosia, crudeltà ed altri esecrabili fini, ma anche con l'accanimento a non riconoscere il Nazareno come il vero Messia promesso nella legge che professavano. E per loro castigo l'Eterno permise che, quando lo incriminavano, lo chiamassero Cristo, ossia re unto, confessando così la stessa verità che negavano. Quanto nominavano invece avrebbero dovuto crederlo, intendendo che egli era unto non con la consacrazione figurativa dei re e dei sacerdoti antichi, ma con quella di cui parlò Davide, diversa da tutte le altre, quale era l'unzione della divinità unita all'umanità innalzata dal Salvatore nell'essere vero Dio e vero uomo. La sua anima santissima era perciò unta con i doni di grazia e di gloria, conseguenti all'unione ipostatica. L'accusa dei presenti esprimeva tutta questa misteriosa verità, che essi per la loro perfidia rigettavano e per invidia interpretavano falsamente, incolpandolo di proclamarsi re senza esserlo. Era invece vero l'opposto, sebbene egli non volesse dimostrarlo: non aveva intenzione di usare il potere di un sovrano temporale, pur essendo Signore di ogni cosa, poiché non era venuto nel mondo per comandare, ma per ubbidire. La cecità giudaica era però molto grande, perché la gente aspettava il Messia come un liberatore e un guerriero tanto potente da doverlo accettare per forza e non con la pia volontà che l'Altissimo ricercava. Arroccati su questa attesa gli ebrei lo calunniavano di farsi re, mentre non lo era.

    1310. La Principessa del cielo capiva profondamente tali arcani, meditandoli nel suo purissimo e sapientissimo cuore ed esercitando eroici atti di tutte le virtù. E mentre gli altri discendenti di Adamo, concepiti nel peccato e macchiati da esso, quanto più vedono crescere le tribolazioni tanto più sono soliti turbarsi e restarne oppressi, risvegliando in sé l'ira con altre disordinate passioni, Maria era soggetta a tutto il contrario: né il peccato né i suoi effetti la sfioravano, né la natura operava come poteva fare la grazia. Le persecuzioni e le molte acque dei dolori e delle angosce non estinguevano in lei la fiamma ardente del divino amore, ma come fomenti l'alimentavano ulteriormente, spronandola a pregare per i rei, quando la necessità era suprema poiché la malizia degli uomini era arrivata al sommo grado. Oh, Regina delle virtù, signora delle creature, dolcissima madre di misericordia! Tardo ed insensibile è il mio intimo: non lo spezza e non lo strazia ciò che il mio intelletto conosce delle vostre pene e di quelle del vostro amantissimo Unigenito! Se dinanzi a quanto mi è stato rivelato rimango in vita, è ben a ragione che io mi umilii sino alla morte. È delitto contro la carità e la pietà vedere l'Innocente patire tormenti e nel contempo chiedergli grazia senza essere partecipe delle sue sofferenze. In che modo noi possiamo affermare che abbiamo affetto per Dio, per il Verbo incarnato e per voi, se davanti al calice amarissimo dell'acerba passione ci ricreiamo bevendo a quello dei diletti di Babilonia? Oh, potessi io comprendere questa verità! Oh, potessi sentirla e approfondirla, ed essa potesse raggiungere la parte più nascosta di me stessa vedendo Gesù e la Vergine che stanno subendo tante disumane atrocità! Come potrò mai pensare che mi facciano ingiustizia nel perseguitarmi, che mi sovraccarichino nel disprezzarmi, che mi offendano nell'aborrirmi? Come potrò mai lamentarmi di ciò che sopporto, anche se sono insultata dal mondo? O Madre dei martiri, regina dei coraggiosi, maestra di coloro che si mettono alla sequela di vostro Figlio! Se io sono vostra figlia e discepola, secondo quanto la vostra benignità mi assicura e il mio sposo mi volle meritare, non disdegnate il mio desiderio di ricalcare le vostre orme sul cammino della croce. E se per fragilità sono venuta meno, ottenetemi voi lo spirito di fortezza, ed un cuore contrito e umiliato per la mia ingratitudine. Guadagnatemi dal Padre l'amore, dono tanto prezioso, che solo la vostra potente intercessione mi può acquistare ed il mio Salvatore elargire.

    Insegnamento della Regina del cielo

    1311. Carissima, grande è la negligenza degli uomini nel considerare le opere di Cristo e nel penetrare con umile riverenza i misteri che egli racchiuse in esse, per il riscatto di tutti. A questo riguardo molti non sanno, ed altri si meravigliano, che sua Maestà abbia permesso di essere condotto come reo dinanzi a giudici iniqui, di farsi esaminare da loro come malfattore, e di farsi trattare e reputare come persona ignorante, del tutto disinteressata a rispondere con somma sapienza per dimostrare la sua innocenza, e a persuadere i maliziosi giudei e tutti i suoi avversari. In questa straordinarietà, primariamente, si devono venerare i suoi altissimi giudizi giacché dispose la redenzione umana con equità, bontà e rettitudine. Egli non negò a ciascuno dei suoi nemici gli aiuti sufficienti per agire giustamente - se avessero voluto collaborare - usando del privilegio della loro libertà al fine di conseguire il proprio bene. Difatti, è volontà dell'Onnipotente che tutti siano salvi, se ciò non viene ostacolato da noi stessi; e quindi nessuno ha motivo di lamentarsi della divina pietà, che è sempre sovrabbondante.

    1312. Inoltre, anelo che tu apprenda l'insegnamento contenuto in queste opere, perché nessuna fu messa in atto dal mio diletto se non come redentore. Nel silenzio e nella pazienza che conservò durante la passione, tollerando di essere ritenuto empio ed insensato, diede ai mortali un esempio tanto sublime quanto poco considerato e messo in pratica. Essi, poiché non riflettono sul contagio che Lucifero trasmette loro per mezzo del peccato e sempre continua a spargere nel mondo, non cercano nel Medico il farmaco che curi la loro malattia, ma sua Maestà, per la sua immensa carità, ha lasciato il rimedio nelle sue parole e nelle sue azioni; ciascuno, dunque, si consideri concepito nella colpa, e veda quanto sia piantata nel proprio cuore la semente, gettata dal dragone, della superbia, della presunzione, della vanità, dell'autostima, dell'avidità, dell'ipocrisia, della menzogna e di altri vizi. Tutti, solitamente, vogliono avanzare nell'onore e nella vanagloria, desiderando essere apprezzati; i dotti e coloro che si reputano saggi, pavoneggiandosi della scienza, bramano di essere applauditi ed elogiati; quelli che sono ignoranti, invece, tentano di mostrarsi sapienti; i facoltosi si gloriano dei loro averi, per i quali amano essere ossequiati; i poveri vogliono essere ricchi, comparire tali e guadagnarsi la stima; i potenti vogliono essere temuti, adorati ed obbediti. Tutti si affannano a correre attratti da un abbaglio e cercano di apparire come non sono, e non sono ciò che cercano di apparire; giustificano facilmente i loro errori, si sforzano di ingrandire le loro qualità, si attribuiscono beni e favori come se non li avessero ricevuti, e li ricevono come se fossero loro dovuti e non fossero stati dispensati per grazia. E così di questi doni ognuno non solo non è riconoscente, ma ne fa armi contro Dio e contro se stesso; e generalmente si ritrova pieno del veleno letale dell'antico serpente, e tanto più assetato di berlo quanto più viene ferito e indebolito dal deplorevole malore. La via della croce, che porta all'imitazione di Gesù per mezzo dell'umiltà e della sincerità cristiana, è deserta, perché pochi sono quelli che camminano su di essa.

    1313. A schiacciare il capo di satana ed a vincere la sua tracotante arroganza servì la mitezza che il mio Unigenito ebbe anche nel suo supplizio, permettendo che lo trattassero da stolto e delinquente. Come maestro di questa divina filosofia e medico che veniva a curare l'infermità del peccato, egli non volle discolparsi, né difendersi, né giustificarsi, né smentire coloro che lo accusavano, lasciando un vivo modello per procedere contro gli intenti del demonio. Mise allora in pratica l'insegnamento del Saggio: «Più preziosa è a suo tempo la piccola ignoranza che la scienza e la gloria». Difatti, per la fragilità umana, in determinati momenti è più conveniente apparire semplici e inesperti, piuttosto che fare vano sfoggio di virtù e di saggezza. Tu conserva nell'intimo i precetti del Salvatore e miei, ed aborrisci ogni ostentazione: soffri, taci, e fa' che il mondo ti reputi ignorante, perché esso non conosce in quale luogo dimori la vera sapienza.

  9. #19
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    Andrea del Castagno, Ultima Cena, 1447, Sant'Apollonia, Firenze

    Dieric Bouts il Vecchio, Pala del SS. Sacramento, 1464-67, Sint-Pieterskerk, Lovanio

    Joos van Cleve, Pala della Lamentazione (dettaglio), Musée du Louvre, Parigi

  10. #20
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    Domenico Ghirlandaio, Ultima Cena, 1476, Badia dei Santi Michele e Biagio, Passignano sul Trasimeno

    Domenico Ghirlandaio, Ultima Cena, 1480, Ognissanti, Firenze

    Domenico Ghirlandaio, Ultima Cena, 1486 circa, San Marco, Firenze

    Giotto di Bondone, Ultima Cena, 1320-25, Alte Pinakothek, Monaco

    Giotto di Bondone, Ultima Cena, 1304-06, Cappella Scrovegni (cappella Arena), Padova

    Giotto di Bondone, Lavanda dei piedi, 1304-06, Cappella Scrovegni (cappella Arena), Padova

    Hans Holbein il giovane, Ultima Cena, 1524-25, Kunstmuseum, Öffentliche Kunstsammlung, Basilea

    Jaume Huguet, Ultima Cena, 1470 circa, Museu Nacional d'Art de Catalunya, Barcelona

 

 
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