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Discussione: Il Conclave

  1. #31
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    Predefinito Alcuni orientamenti sia profilano. Anzi, no. Ovviamente gli eterodossi puntano su ...

    16 aprile 2005

    I precedenti: Pacelli scelto con 3 scrutini, Luciani con 4, Wojtyla con 8

    Conclave, forse il nuovo Papa già mercoledì

    Una riunione rilancia Martini in funzione anti-Ratzinger: scenario analogo al 1978. Avanzano Tettamanzi, Schönborn e Policarpo


    CITTÀ DEL VATICANO - Dopodomani inizia il Conclave e il nuovo Papa potrebbe arrivare mercoledì 20: le indiscrezioni dell’antivigilia segnalano una situazione «incerta», simile a quella del pre-Conclave che elesse Wojtyla, quando per sciogliere l’incertezza bastarono tre giorni.
    La situazione di 27 anni fa e quella di oggi sono rispondenti e dunque si può immaginare che la scelta del successore di Wojtyla possa venire da una dinamica conclavaria analoga a quella d’allora. I cardinali elettori erano allora 111 e oggi sono 115, ma soprattutto è simile ad allora la mancanza di un orientamento maggioritario, o concordato, tra i cardinali.
    Il Conclave dell’ottobre del 1978 si aprì sulla divaricazione tra le candidature dei cardinali Siri (Genova) e Benelli (Firenze). Il contrasto era forte, ideale e personale. Nel pre-Conclave si era rivelato incomponibile. In Conclave tenne bloccata la situazione per un’intera giornata.
    Anche stavolta c’è contrasto di venti, che i contatti informali di questi giorni non hanno appianato e che anzi pare si vada inasprendo. Un gruppo di curiali e altri porporati va raccogliendo consensi sul nome di Joseph Ratzinger, decano del collegio cardinalizio, che compie oggi 78 anni: avrebbe come alfieri i latinoa-mericani di Curia (Lopez Trujillo in primis ) e a esso aderirebbero i nostri Ruini, Bertone, Biffi, Scola.
    In reazione a questa iniziativa si è formata un’area ciclonica incerta nelle adesioni, ma molto ben individuata nei promotori, che - al momento - si orienta a votare il cardinale Carlo Maria Martini come candidato di bandiera, per mostrare che la «proposta» Ratzinger non può passare ed evitare di «bruciare» un vero «papabile» nell’impari scontro con il decano. Il cuore di questo gruppo è centro-europeo: i tedeschi Kasper e Lehmann, il boemo Vlk, il belga Danneels. A esso aderiscono l’ucraino Husar, il francese Tauran, l’italiano Nicora, lo statunitense George e altri.
    Votano Martini non per eleggerlo - ha 78 anni, soffre di una forma di parkinsonismo e chiede di non essere preso in considerazione - ma per segnalare che esistono, nel collegio, «altre» possibilità rispetto a quella del grande decano. Prima di orientarsi - già nei giorni scorsi - a questa soluzione, confermata ieri in un incontro informale, avevano saggiato altre possibilità: invitare i «colleghi» a votare Tettamanzi o Sodano. Ma, a differenza di Martini, Tettamanzi e Sodano sono veri papabili e votarli strumentalmente sarebbe stato scorretto nei loro confronti e avrebbe confuso la situazione. Perché è ovvio che chi viene votato per più scrutini contro Ratzinger o prevale o dev’essere abbandonato. Nel caso di Martini, l’abbandono è messo nel conto ed è accettato in partenza.
    Potremmo immaginare una scansione dei tempi su tre giorni, quale si ebbe con l’ultimo Conclave: una partenza che dice quanti voti hanno i diversi candidati (il primo giorno si fa un solo scrutinio); una giornata per verificare che nessuno raggiunga il quorum di 77 voti (due terzi più uno); un’altra in cui i due schieramenti si sciolgono, convergendo su un candidato mediano (Tettamanzi, Schönborn, Policarpo...) o proponendo un nome nuovo.
    I tempi potrebbero essere più rapidi - e la fumata bianca la potremmo avere già martedì, il secondo giorno del Conclave - solo se da qui a lunedì maturasse un qualche accordo più vasto delle attuali due proposte di voto tra loro inconciliabili. Chi voterà Martini in funzione anti-Ratzinger dice di stimare il decano, ma sostiene che la sua elezione costituirebbe un prolungamento del governo wojtyliano senza il carisma di Papa Wojtyla. Naturalmente si deve mettere in conto che il Conclave duri più di tre giorni, che equivalgono a 13 scrutini. Ma la storia recente ha visto elezioni rapide: Pacelli fu eletto con 3 scrutini, Luciani con 4, Montini con 5, Wojtyla con 8, Roncalli con 11.

    Luigi Accattoli

    Fonte: Corriere della Sera

  2. #32
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  3. #33
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    16 aprile 2005
    Da 335 anni nessun Papa eletto in aprile

    Il successore di Giovanni Paolo II sarà, tranne il caso improbabile di una durata eccezionale del conclave, il ventunesimo papa eletto in aprile. In un altro mese, ottobre, ventunesimo fu anche Karol Wojtyla per il quale la «fumata bianca» si ebbe vent’anni dopo quella per Giovanni XXIII. Per risalire a un altro papa di aprile bisogna invece andare a ritroso di 335 anni, fino a Clemente X (29 aprile 1670): non molto meno del doppio del tempo trascorso, 174 anni, dall’elezione di un papa appartenente a un ordine religioso, il benedettino camaldolese Mauro Cappellari, Gregorio XVI (1831). Andando ancora indietro nel tempo, dopo Clemente X gli eletti in aprile sono Alessandro VII (1655), Leone XI (1605), Sisto V (1585), Marcello II (1555), Callisto III (1455), Urbano VI (1378), Onorio IV (1285), Celestino III (1191), san Gregorio VII (1073), Vittore II (1055), Giovanni XIX (1024), Silvestro II (999), Giovanni X (914), Bonifacio VI (896), san Niccolò I il Grande (858), san Paolo I (757), Adeodato II (672), Pelagio I (556) e sant’Eusebio (309). Quest’ultimo ebbe un pontificato di soli quattro mesi anche se il più breve fu quello del romano Bonifacio VI, 15 giorni appena. Il più lungo fra gli eletti di aprile fu invece quello dell’imolese Giovanni X, 14 anni e due mesi, ma la sua elezione potrebbe anche essere avvenuta nel mese di marzo. Lo segue il senese Alessandro VII che superò di 45 giorni i 12 anni.

    tratto da Avvenire

  4. #34
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    17 aprile 2005

    l'ostello dei cardinali
    Santa Marta, porpora e sobrietà
    di Giovanni Ruggiero

    Hanno detto che è un "hotel a cinque stelle", ma forse la qualifica – dal punto di visto alberghiero – è un po’ esagerata. Certo che come albergo è comodo, così che gli ospiti non abbiano a patire quei disagi dell’ottobre del 1978, che fu anche un autunno insolitamente caldo; certo pure che se di albergo si tratta, è un "hotel di clausura", unico nel suo genere: non soltanto per l’assoluta "impermeabilità" delle sue stanze, ma anche per la personalità degli ospiti. Stiamo dicendo della Domus Sanctae Marthae che da domani ospiterà i 115 cardinali che eleggeranno il nuovo Pontefice. Fu proprio Giovanni Paolo II a volere che fosse questa struttura ad accogliere i cardinali riuniti in Conclave, e non solo loro.

    Nel 1996 Papa Wojtyla, con uno scritto "chirografo", cioè di suo pugno, faceva nascere la nuova Fondazione in luogo della precedente, destinandola ad offrire ospitalità «in spirito di autentica fraternità sacerdotale» al personale ecclesiastico in servizio presso la Segreteria di Stato, ai cardinali e ai vescovi di passaggio nella Città del Vaticano per le visita ad limina, naturalmente – precisava il "chirografo" – compatibilmente con quanto stabilito dalla Costituzione Apostolica Universi Dominici Gregis. Il combinato disposto di quest’ultimo documento sulle nuove norme dettate per il Conclave e il "chirografo" fa intendere che, in vista dell’elezione del Pontefice, tutti gli altri ospiti, per usare un termine alberghiero, sono pregati di lasciare la camera entro un congruo termine. Santa Marta era un ospizio risalente ai tempi di Papa Leone XIII che appunto nel 1891 aveva deciso di riservare questo spazio all’interno del Vaticano per l’assistenza ai malati dei rioni che sono immediatamente a ridosso delle mura Leonine, anche per fronteggiare l’epidemia di colera che in quegli anni funestava diverse città italiane. Durante l’ultima guerra, nell’ospizio di Santa Marta vennero poi accolti profughi, ebrei perseguitati e ambasciatori dei Paesi che avevano rotto le relazioni diplomatiche con l’Italia. L’odierna «Casa di Santa Marta», che è affidata alle suore Figlie della Carità di San Vincenzo de’ Paoli (la congregazione femminile più numerosa del mondo, con 22 mila religiose), così come è stata ristrutturata per volere di Giovanni Paolo II agli inizi degli anni ’90, è dotata di 106 suite, 22 stanze singole e un appartamento, tutto all’insegna della sobrietà. A sorte è stata decisa l’assegnazione delle camere e i cardinali già oggi prenderanno possesso delle loro stanze. Negli alloggi i porporati troveranno un letto di legno chiaro con due comodini, un armadio, un inginocchiatoio e una libreria vuota dove possono portare i loro libri e i loro documenti. Non c’è il televisore in camera, e nessuno potrebbe protestare alla reception, poiché questa "privazione" rientra tra le misure prese per garantire l’isolamento (o la clausura, se si vuole) dei porporati per tutto il tempo del Conclave.

    Oltre ai cardinali, «Santa Marta» ospiterà altre persone la cui presenza è necessaria non tanto per il Conclave quanto per le necessità degli ospiti, sia fisici che spirituali: ci sono due medici, ad esempio, e anche diversi confessori. Dalla grande hall, rivestita di marmo bianco, due scalinate simmetriche immettono alle prime suite. La Casa ha cinque piani; al primo c’è la sala ristorante con i tavoli da otto e le poltrone di velluto verde. Al piano terra, ci sono alcuni salottini dalle poltrone di velluto dorato. «Santa Marta», prima che i cardinali prendessero possesso delle loro camera, è stata per così dire "bonificata" da eventuali cimici o altri marchingegni capaci di violare la segretezza di questi giorni. Mai clausura è stata così rigorosa, poiché il muro di clausura in questi giorni non è soltanto fisico ma anche telematico.

    tratto da Avvenire

  5. #35
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    17 aprile 2005
    La Sistina pronta all’evento
    Salvatore Mazza

    Diciamola tutta. Lo spettacolo è di quelli mozzafiato. La Cappella Sistina come – è davvero il caso di dirlo – non la si era mai vista. Pronta per il Conclave, per la prima volta dopo gli imponenti restauri che hanno restituito luce agli affreschi michelangioleschi. Essenziale, semplice, austera nel suo inarrivabile splendore artistico. Resa ieri accessibile ai giornalisti, che hanno potuto vedere così l’ambiente dove, da lunedì pomeriggio, dopo la processione che partirà dall’aula delle Benedizioni e attraverserà la Sala Regia, si chiuderanno i 115 cardinali elettori chiamati a eleggere il successore di Giovanni Paolo II. Niente più baldacchini, né nessun altro fronzolo della tradizione antica. Sui due lati, oltre il limite del coro a seguire le pareti lunghe, una duplice fila di tavoli, dodici in tutto, coperti da drappi amaranto con sopra un altro drappo, più corto, di colore oro antico. Nove le sedie per ogni tavolo, semplici sedie di legno con la seduta imbottita, senza braccioli, ricoperta dalla stessa tappezzeria oro antico. Sotto lo parete dominata dal Giudizio Universale affrescato da Michelangelo, davanti all’altare, un altro tavolo, più piccolo, destinato agli scrutatori, tre sedie davanti e due sul lato sinistro.

    A dominare il centro della Cappella Sistina un leggio dorato e intagliato con il Vangelo, per il giuramento. Per accedere al coro, i gradini sono stati ricoperti con un piano inclinato di legno rivestito di moquette amaranto; il resto dello spazio al di qua della grata e della balaustra è libero, ad eccezione di una fila di sei sedie – due che ieri pomeriggio dovevano essere ancora sistemate all’interno del coro, e quattro tenute come "riserva" – e di due microfoni che lunedì pomeriggio saranno utilizzati dal cardinale Tomas Spidlik, che terrà la meditazione, e dal maestro delle Cerimonie pontificie monsignor Piero Marini che intimerà l’extra omnes, ossia l’ordine di uscita per tutti coloro che non partecipano al Conclave, prima di lasciare egli stesso la Sistina assieme a Spidlik. Sempre nella zona che immette al coro, sulla destra, c’è l’organo, mentre sulla sinistra è stata posizionata la stufa di ghisa con la complessa struttura che essa richiede.

    Di forma cilindrica, alta circa un metro per un diametro di circa 45 centimetri, sulla sua calotta la stufa riporta punzonate le date delle precedenti elezioni per le quali è stata utilizzata: 1939/III Pio XII, 1958/X Giovanni XXIII, 1963/VI Paolo VI, 1978/VIII Giovanni Paolo I, 1978/X Giovanni Paolo II. Le fumate nere, come ha informato ieri un comunicato della Sala Stampa vaticana, saranno ottenute con la bruciatura delle schede, mentre quella bianca con la bruciatura delle schede con l’aggiunta di paglia umida. Per la prima volta, inoltre, sarà utilizzata anche una apparecchiatura ausiliare a fumogeni per incrementare la visibilità delle fumate. Questa seconda "stufa" è installata a lato di quella antica, ed è dotata «di uno scomparto con sportello, nel quale verranno inserite, a seconda dell’esito delle votazioni, delle cassette contenenti i fumogeni che verranno avviati da una centralina elettronica, per una durata complessiva di alcuni minuti, durante il corso della bruciatura delle schede». Le canne fumarie in rame dei due apparati, che poggiano su una base in materiale ignifugo, confluiscono in un unico condotto che, sostenuto da uno stretto traliccio di tubi innocenti, con una curva sfocia sul tetto della Cappella Sistina.

    Sempre al fine di assicurare una fumata "inequivocabile" – pur se questa volta quella bianca sarà accompagnata, per evitare ogni dubbio, dallo scampanio a festa delle campane di San Pietro – per migliorare il tiraggio la canna «è preriscaldata mediante resistenze elettriche ed è dotata di un ventilatore da avviare in caso di necessità», cioè per evitare che la Sistina si possa riempire di fumo in caso di scarso "tiraggio" (come succede per esempio quando piove o con bassa pressione atmosferica). Ultime due curiosità: come annunciato, la Cappella è stata schermata, e fatti due passi all’interno i telefonini e gli impianti GPS non hanno più campo; la serratura che chiuderà la porta della Sistina non sarà nessuna delle due originali, ma una moderna e normalissima a tamburo d’ottone inserita sul battente di destra.

    tratto da Avvenire

  6. #36
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    17 aprile 2005
    LA STUFA: la stessa da Pio XII

    Ad annunciare alla città e al mondo l’avvenuta elezione del nuovo Pontefice, sarà la stufa che venne utilizzata per la prima volta nel conclave del marzo 1939 che vide eletto il cardinale Eugenio Pacelli, segretario di Stato vaticano, che assunse il nome di Pio XII. La stufa è stata sistemata nei giorni scorsi all’interno della Cappella Sistina, mentre soltanto due giorni fa gli operai del Vaticano hanno collocato sul tetto il comignolo da cui usciranno le fumate al termine delle votazioni. Sarà nera in caso di esito negativo, cioè nessun candidato ha raggiunto il quorum dei due terzi dei voti. Nel caso di elezione il fumo sarà bianco. All’interno della stufa di ghisa verranno bruciate le schede utilizzate nelle votazioni con l’aggiunta di qualche sostanza per rendere più evidente la colorazione. Ma per evitare i disguidi del 1978 (la fumata dell’elezione apparve grigia e non bianca), l’annuncio dell’elezione sarà accompagnata anche dal suono delle campane di San Pietro.

    tratto da Avvenire

  7. #37
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    17 aprile 2005

    Esperienza «comune»

    La loro coscienza e la nostra
    di Dino Boffo

    Fossimo intelligenti, e capaci, ci sforzeremmo di portarci sull’atmosfera vissuta nei giorni del grandioso commiato di Giovanni Paolo II, quando parve a credenti e scettici che qualcosa di straordinario stesse davvero accadendo. No, nessun espediente psicologico. Quell’atmosfera consentì a molti, su vasta scala, e al di là di facili sociologie, di captare quel «quid» ineffabile che l’epilogo epico e santo di Papa Wojtyla stava scatenando, e che ad un tempo insinuava la percezione di un passaggio misterioso, come il vento scompigliante le vesti cardinalizie.
    Autosuggestione collettiva? Non scherziamo. Richiamiamolo piuttosto, quel clima, così che i giorni trascorsi dal 2 aprile non finiscano per estinguersi in un protagonismo di fantasmi. Richiamiamolo perché, ad istinto, ci vien da dire che probabilmente è quello il clima giusto per vivere le vicende che segneranno sul calendario i giorni prossimi. Le ali di Dio, si dovranno sentire.
    Stasera, intanto, i cardinali entrano nel recinto del conclave. E domani, lunedì, si avvierà il più antico e collaudato meccanismo elettorale della storia, quello che si attiva – appunto – ad ogni morte di papa, e che si impernia – guarda caso – nell’istituzione più longeva ma anche più carismatica.
    «Perché è interessante, perché è così misteriosamente fascinoso il periodo del conclave, con i suoi riti di passaggio e il suo esito di fumo bianco?», si domandava giorni addietro sul «Foglio» Giuliano Ferrara. Già, perché? Noi christifideles dovremmo sul serio chiedercelo, sapendo che avremo la responsabilità di offrire un suggerimento credibile. Un indizio. Niente dell’umano infatti, lì dentro, una volta cantato il Veni Creator, niente viene annullato, ma nessuno che lo voglia resta immune da una grazia singolarissima, e speciale, che misticamente assicura della continua presenza di Cristo nella sua Chiesa. Sua per davvero, e potenzialmente mai come in quel momento. Per questo agisce, scompiglia, disgela e ricombina. Teatrino in mozzetta? Balletto di potere con maschera liturgica? Quegli uomini un po’ li conosciamo. Non sono psicologie fragili, portate all’autoinganno. Ricordate cosa dissero molti loro confratelli all’uscita dei due conclavi del ’78? «Abbiamo avvertito una forza misteriosa che ci sospingeva in avanti, là dove dovevamo arrivare, dissolvendo le nostre previsioni e i vostri calcoli». Quel "vostri" era regalato a noi cronisti, cui non rimase altro che prendere nota di come il "consesso di vegliardi" avesse puntualmente prodotto dei colpi di genio. Ma per loro invece fu stupore di pentecoste.
    Vogliamo leggere insieme la formula del giuramento che ogni cardinale reciterà al momento di deporre la scheda nell’urna? «Chiamo a testimone Cristo Signore, il quale mi giudicherà, che il mio voto è dato a colui che, secondo Dio, ritengo debba essere eletto». Per chi crede in quel Giudizio finale che il pennello di Michelangelo proprio lì ha dipinto, quelle poche, enormi parole non sono uno scherzo. Come stupirsi allora dell’incandescenza creatrice di quell’esperienza? Oltre che a Dio, ovvio che la sovranità riconosciuta stia nella coscienza propria, incoercibile di ogni singolo cardinale. Lì l’ispirazione, lì la consegna.
    E la nostra, di coscienza, cosa ci suggerisce? Se è vero che nel conclave avviene un’irruzione sperimentabile dello Spirito, noi non possiamo starcene da parte, ignari e casuali. Il conclave è anche nostro. In qualche modo, vi entriamo pure noi. Non per soddisfare curiosità furtive o morbose, che rendono malamente inquieti, ma per invocare con ogni nostra forza lo Spirito timoniere, sintonizzandoci da subito sul pensiero inconosciuto di Dio, quale esso sia. Trepidanti se si vuole, ma interiormente tranquilli, calati nella situazione, disponibili e aperti. Pronti all’accoglienza dell’eletto. Ci direbbe Romano Guardini: è il momento «della forma fattasi libera, dell’energia centrale silenziosa, dell’animo raccolto in unità». Forse che non ci basta?

    tratto da Avvenire

  8. #38
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    17 aprile 2005

    Intervista a P.Sequeri

    Le preghiere di tutti per eleggere Pietro
    di Roberto Beretta

    Certe volte, anche il vuoto parla: se non altro per far risaltare i pieni. Certe volte un’assenza serve a riunire più di molte presenze. Così anche la sede vacante e il conclave dicono qualcosa della Chiesa nel suo stesso essere, e «parlano»; almeno a un fine interprete come don Pierangelo Sequeri, professore alla Facoltà teologica dell’Italia settentrionale.

    Don Sequeri, che cosa le dice dunque questa Chiesa in attesa? «Cominciamo dal negativo. E cioè che sede vacante non significa sede senza Pietro né senza il suo ministero. I quali rimangono; la transizione riguarda solo la persona che li interpreta».

    Significa che il ruolo astratto prevale sulla persona concreta? «Piuttosto che la Chiesa è legata al ministero petrino più che ai suoi singoli interpreti, i quali in un certo senso "transitano". Quando la figura dell’ultimo Papa si congeda e la nuova sta per arrivare, il fervore popolare connesso a tale passaggio da un lato conferma l’attenzione al ministero petrino che non può mai mancare, dall’altro invece segnala la transitorietà del suo interprete. Rende cioè evidente il carattere non idolatrico della devozione cattolica al Papa».

    Insomma, la famosa e vecchia accusa di «papolatria» non sussiste.
    «Proprio durante la sede vacante la Chiesa, che spesso viene definita "l’ultima monarchia assoluta", dimostra di non essere legata ad alcun automatismo dinastico, di sangue o di tradizioni. Tutto ricomincia da zero e il Papa potrebbe addirittura essere qualsiasi battezzato. Direi che proprio in questo momento di attesa la realtà del ministero – l’unica decisiva per la Chiesa e della quale tutti si mettono a servizio – è portata allo scoperto, trasparente più di tutti i ragionamenti sulla non mondanità della funzione papale. Tale libertà di azzeramento ci stupisce positivamente, in un mondo dove domina la tendenza a identificare il servizio con la persona».

    Però si parla di toto-conclave, schieramenti, alleanze, candidati...
    «C’è anche della saggezza e prudenza nel fatto di non assumere una tendenza quietistica, attendendosi semplicemente qualcosa che piova dall’alto. Però direi che anzitutto, nel momento della sede vacante, nella Chiesa la pressione prevalente vuole azzerare il momento della pura contrattazione e del calcolo strategico, pur nella debolezza umana delle cose. Tutti siamo in attesa dell’interprete "giusto" del ministero petrino, ma esso non sarà mai il frutto di un investimento solo umano. È dalla fede e dalla preghiera che otterremo quello che ci serve».

    Appunto: la preghiera. Che – sostiene la costituzione apostolica sul conclave al numero 84 – permette all’elezione del nuovo Pontefice di non essere «un fatto isolato» bensì «un’azione di tutta la Chiesa».
    «Prima vorrei far notare la prescrizione del numero successivo della Universi Dominici gregis, l’85: dove si raccomanda ai cardinali che non partecipano al conclave perché fuori età massima di radunare i fedeli nelle basiliche per pregare. Proprio così essi assumono in pieno il loro ruolo e diventano i veri "grandi elettori", perché è attraverso la preghiera che il volume della fede va a pareggiare il piccolo profilo degli inevitabili ragionamenti umani».

    Ma un fatto isolato per antonomasia come il Conclave come può essere, in concreto, «un’azione di tutta la Chiesa»?
    «C’è un altro punto della suddetta costituzione dove si chiede che i vescovi e le Chiese locali coralmente sostengano il conclave chiudendosi simbolicamente in chiesa a pregare. Su questo la Chiesa si sente allineata coi cardinali, i quali in aggiunta hanno soltanto il compito "tecnico" dell’elezione. Di più: se una Chiesa non vive il Papa solo come massimo protocollo giuridico della sua organizzazione, non sentirà il gesto della preghiera come impegno distaccato e avrà maggiori risorse di affetti nel corrispondere all’impegno dei cardinali elettori».

    Sta dicendo che lo scopo della preghiera non è soltanto quello di «chiamare» lo Spirito Santo su una scelta così ardua, ma anche di aprire le comunità sul senso del ministero di Pietro?
    «Esattamente. L’elezione del Papa non è un atto formalistico. È questione decisiva che rimanga viva la partecipazione al ministero petrino per il bene dell’intera Chiesa. E se essa non fa vivere in modo vitale questo tema, nei momenti decisivi il papato rimane una questione burocratica che riguarda le alte sfere ecclesiastiche. Se dunque la preghiera permette di riaffezionare i credenti al ministero petrino, ne guadagniamo tutti: colui che dovrà interpretarlo e noi».

    tratto da Avvenire

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    17 aprile 2005

    L’ora dello Spirito

    Chissà se domani pomeriggio, entrando nella Cappella Sistina, ripenseranno all’Epilogo del Trittico Romano di Giovanni Paolo II. 115 cardinali provenienti da 52 Paesi, la comunità responsabile per il lascito delle chiavi del Regno. Impossibile che ognuno di loro, anche quelli che più volte sono entrati in quella Cappella, non guardi gli affreschi almeno una volta. «Era così nell’agosto e nell’ottobre del memorabile anno dei due conclavi – scriveva Papa Wojtyla nel suo poemetto – e così sarà ancora, quando se ne presenterà l’esigenza dopo la mia morte». Ora quel momento è arrivato. E come 26 anni fa, la stupenda policromia di Michelangelo – quel vedersi tra il Principio e la Fine, tra il giorno della Creazione e il giorno del Giudizio – li circonderà nuovamente. Fino all’elezione del 265° Pontefice. Fino a quando Lui additerà....
    Si apre il primo Conclave del III millennio. La Chiesa, istituzione carismatica per eccellenza, adotta il più democratico dei metodi, per scegliere la persona che più di ogni altro sarà il custode del lascito delle chiavi. E lo fa nella certezza, alimentata dagli esempi del passato, che proprio attraverso quel metodo lo Spirito Santo suggerirà il nome giusto. Che poi questo avvenga nel silenzio e nell’isolamento – favorito anche dai ritrovati della moderna tecnologia – non è certo contraddittorio, ma anzi condizione indispensabile.

    UN CLIMA FAMILIARE
    L’inizio è promettente. «Il clima delle Congregazioni Generali – ha detto ieri il portavoce vaticano, Joaquin Navarro-Valls – è stato sempre di grande familiarità, sia nell’ambito delle discussioni in aula, sia nelle occasioni a latere. E posso aggiungere che questo clima è espressione della grande responsabilità che i cardinali avvertono in questo momento». Ancora una volta tornano in mente i versi di Giovanni Paolo II (la compartecipata premura del lascito delle chiavi), che il briefing di ieri traduce così, nella prosa a uso e consumo dei giornalisti: «Il clima familiare ha permesso di trovare un vastissimo consenso sui temi generali affrontati nelle discussioni». Ma per il momento, «in nessuna Congregazione si è parlato di nomi». Oggi giornata di pausa e di riflessione, con i cardinali sparsi nelle chiese romane di cui sono rispettivamente titolari, per l’ultimo contatto diretto con la gente, prima di fare il loro ingresso nella famosa Cappella. Ma da domani pomeriggio verrà anche il tempo dei nomi e dei voti, pur se non è certo che la prima delle votazioni avvenga proprio nel primo giorno di Conclave. A decidere saranno i cardinali elettori.

    VERSO LA SISTINA
    Intanto il camerlengo, Eduardo Martinez Somalo ha annullato l’anello del pescatore e il sigillo di piombo di Giovanni Paolo II. E oggi pomeriggio, alle 17,00, i porporati si trasferiranno nella Domus Sanctae Marthae (il residence destinato a ospitarli in quanto a vitto e alloggio fino all’elezione del Papa, una delle grandi novità di questo Conclave). Poi domani mattina si recheranno nella Basilica Vaticana, dove sarà celebrata la Messa «per l’elezione del Romano Pontefice». Infine alle 16,30 inizierà la processione che partendo dall’Aula delle Benedizioni, nel Palazzo Apostolico, raggiungerà la Cappella Sistina.
    Il rito, è stato annunciato ieri, verrà trasmesso in diretta tivù. E sarà in pratica l’ultimo atto pubblico prima dell’inizio del Conclave. Avrà quindi luogo il giuramento di tutti i cardinali elettori, con il Decano, Joseph Ratzinger che leggerà la formula generale che riportiamo nel riquadro in alto, e in seguito con la promessa solenne di ogni singolo porporato. E finalmente, dopo il giuramento, il maestro delle Celebrazioni liturgiche pontificie, monsignor Piero Marini, intimerà l’extra omnes per tutti coloro che non sono elettori. Resteranno solamente lo stesso monsignor Marini e il cardinale Tomáš Špidlík, incaricato di pronunciare la seconda meditazione «circa i problemi della Chiesa e la scelta illuminata del nuovo Pontefice», terminata la quale, anch’essi lasceranno la Sistina.

    LA GIORNATA TIPO DEL CONCLAVE
    Da martedì i ritmi del Conclave saranno stabiliti da orari precisi. Alle ore 7.30 la Messa nella Domus Sanctae Marthae. Alle ore 9.00 la recita delle lodi, già nella Cappella Sistina. A seguire le votazioni secondo il rituale prescritto (due al mattino e due al pomeriggio, queste ultime con inizio alle 16.00). Alla fine della seconda votazione, ci sarà la preghiera dei vespri. In caso di esito negativo, però, la fumata nera sarà una sola alla fine della mattinata e una alla fine della giornata (Navarro ha detto che «come orario puramente indicativo le fumate potrebbero avvenire verso le 12 e verso le 19»). Se l’invece l’elezione avverrà al primo scrutinio del mattino o del pomeriggio, la fumata sarà anticipata. A quel punto, però, al fumo bianco si aggiungerà il suono festoso delle campane di S. Pietro. Nella «stupenda policromia sistina» Lui avrà additato. Dopo circa tre quarti d’ora anche noi conosceremo il nome.

    tratto da Avvenire

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    2005-04-17

    I Cardinali sono pronti per il Conclave

    E’ stato già raggiunto un notevole accordo sulle sfide che attendono la Chiesa

    CITTA’ DEL VATICANO, domenica, 17 aprile 2005 (ZENIT.org).- Nel pomeriggio di questa domenica, i Cardinali elettori sono giunti alla Casa di Santa Marta, la residenza in cui alloggeranno durante il Conclave per l’elezione del nuovo Papa, che inizierà lunedì pomeriggio.

    I porporati si sono preparati a questo momento con dodici Congregazioni generali, alle quali hanno partecipato Cardinali elettori e non elettori (poiché ultraottantenni).

    In questi incontri, oltre ad aver analizzato questioni pratiche relative ai funerali del Papa e alla Sede Vacante, hanno affrontato in particolare “i problemi della Chiesa e del mondo”.

    All’uscita di una delle Congregazioni, un Cardinale europeo ha affermato: “C’è accordo sui problemi: ora dobbiamo scegliere la persona”.

    Joaquín Navarro-Valls, direttore della Sala Stampa della Santa Sede, ha confermato questo sabato che “in nessuna congregazione si è mai parlato di nomi”.

    “Il clima di queste congregazioni è stato di grande familiarità – ha sottolineato –. Questo forse era espressione della grande responsabilità che tutti i Cardinali sentivano in questi momenti. Ciò ha permesso di trovare un vastissimo consenso sui temi generali affrontati nelle discussioni”.

    Oltre a queste assemblee generali, come in occasione dei precedenti Conclavi, alcuni Cardinali hanno mantenuto incontri informali in alcune residenze religiose di Roma, senza operare una distinzione in base ad orientamenti “progressisti” e “conservatori”, come riferito in genere dai diversi mezzi di comunicazione.

    tratto da agenzia Zenit

 

 
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