la Margherita dice no
Rutelli boccia la lista unica del centrosinistra: il partito si divide
Il movimento dell’ex sindaco di Roma da solo alle elezioni 2006
Roma. Francesco Rutelli celebra i funerali della Lista unitaria dell’Ulivo con la benedizione di Ciriaco De Mita, Franco Marini e Dario Franceschini. Con 224 sì, 58 voti contrari e 16 astensioni, la Margherita ha deciso che si presenterà da sola, con il proprio simbolo, alle elezioni politiche nella quota proporzionale nel 2006. Per il segretario è una vittoria in difesa dell’identità centrista minacciata dall’egemonia diessina. Ma la Margherita si spacca: per fautori di Romano Prodi la scelta è un passo indietro, un errore gravissimo, la dispersione del patrimonio unitario di dieci anni di Ulivo. Parisi, Rosy Bindi, Monaco, Bordon hanno tentato fino all’ultimo almeno di rinviare la conta, magari dopo un mese di consultazioni.
Ma Rutelli e i suoi erano ben determinati a chiudere la partita subito perché un rinvio avrebbe creato solo «ulteriori fibrillazioni». «Se ci dobbiamo dividere», ha detto lo stesso leader, «è bene che avvenga il più lontano possibile dalle elezioni e prima della costruzione del programma di centrosinistra». Rutelli ha rivendicato con orgoglio le scelte fatte alla guida del partito nei momenti difficili.
Rutelli e Marini, respingendo anche la mediazione di Enrico Letta e Rosi Bindi per un rinvio della conta, hanno fatto chiarezza su un punto: la Margherita andrà alle elezioni col proprio simbolo e non sotto quello dell’Ulivo. Senza che questo, avverte Rutelli, debba essere interpretato come uno «strappo» o espressione di una volontà neocentrista. Anche se nelle parole di Rutelli, Marini e altri è facile leggere un certo scontento per atteggiamenti troppo unilaterali di Prodi, o per le tentazioni egemoniche lette nei comportamenti dei Ds.
«C’è stato l’Ulivo dei cento giorni in cui ho tirato la carretta, ho mangiato pane e cicoria per costruire il centrosinistra e consegnarlo a Prodi», ha detto quasi urlando Rutelli che nella sua replica ieri ha assicurato che la «vocazione ulivista unitaria» della Margherita resta in piedi con la «coscienza di fare la nostra parte, affinché ci sia unità e al momento decisivo ci sia l’Ulivo che abbiamo sempre sognato». E ancora: «Questo non significa che gli argomenti di chi ha votato no o di chi si è astenuto non faranno parte del nostro patrimonio comune. Continueremo a lavorare insieme».
Ma Parisi gli ha rinfacciato che i suoi tre sì all’Unione, alla Federazione e alla Margherita, equivalgono un «no» all’Ulivo, all’Ulivo come «risposta forte, stabile unita per il governo del Paese»: «Il sogno che qui viene proposto è il ritorno alla normalità». E Marini attacca: «Si legge che Prodi ha incontrato Fassino per un’ora, magari per prendere un caffè, ma mai si è visto un’ora con Rutelli».
Consumato lo strappo, i prodiani (che preferiscono oggi più che mai essere chiamati «ulivisti») forti del 20% dei voti ottenuti, si preparano a riunirsi il 17 maggio per un’assemblea autoconvocata, dove decideranno che fare. Il fantasma della scissione, magari con la scelta di presentare liste dell’Ulivo nell’Unione, aleggia ancora, ma c’è anche chi invita a non considerare catastrofica la spaccatura. «Non sarò mai protagonista o comprimario di scissioni», assicura Enrico Letta rivendicando di essere insieme «prodiano e rutelliano». «Se adesso qualcuno drammatizzasse si prenderebbe una responsabilità molto grave», avverte intanto il coordinatore dell’esecutivo Franceschini. «Lavoreremo perché la Margherita cambi parere», dichiara Willer Bordon definendo una «sciocchezza» la parola scissione.
Ma per i sostenitori di Uniti per l’Ulivo l’abbandono del progetto politico unitario , circoscrive la leadership di Prodi soltanto ai temi di governo e non più, spiega Andrea Papini, «al sostegno di una forza politica vera e grande». «Con questo no a Prodi si è aperto un problema gravissimo, si è snaturata la Margherita, si è posto un atto che scardina lo schema unitario con il quale abbiamo vinto le elezioni, grave è la responsabilità di chi ha deciso in tal senso», accusa Franco Monaco.




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