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    Predefinito Dalle Lettere di S. Caterina da Siena, vergine

    Lettera n. 15

    Laudato sia Gesù Cristo crocifisso, figliuolo della gloriosa Vergine Maria.
    A te, dilettissimo e carissimo fratello, ricomprato del prezioso sangue del Figliuolo di Dio, come io, io indegna Catarina, scrivo costretta da Cristo crocifisso, e dalla sua dolce Madre Maria, che io vi preghi e costringa che do-viate uscire e abbandonare la durezza e la tenebrosa infedeltà, e doviatevi riducere, e ricevere la Grazia del santo battesimo: però che senza il battesimo non potete avere la Grazia di Dio. Chi è senza il battesimo non participa del frutto della Chiesa santa; ma come membro putrido e tagliato dalla congregazione de' fedeli Cristiani, passa dalla morte temporale alla morte eternale, e ragionevolmente riceve pena e tenebra; perocché non s'è voluto lavare nell'acqua del santo battesimo, e ha tenuto a vile il sangue del Figliuolo di Dio, il quale ha sparto con tanto amore. O carissimo fratello in Cristo Gesù, apri l'occhio dell'intendimento a ragguardare la sua inestimabile carità, che ti manda invitando con le sante spirazioni che ti sono venute nel cuore; e per li servi suoi ti richiede e t'invita, che vuol fare pace teco, non ragguardando alla lunga guerra e ingiuria che ha ricevuto da te per la tua infedeltà. Perocché tanto è dolce e benigno lo Dio nostro, che, poi che venne la legge dell'amore, e che il Figliuolo di Dio venne nella Vergine Maria, e sparse l'abondanzia del sangue in sul legno della santissima Croce, possiamo ricevere l'abondanzia della divina misericordia. Onde siccome la legge di Mosè era fondata in giustizia e in pena;
    così la legge nuova data da Cristo crocifisso, vita evangelica, è fondata in amore e misericordia. In tanto ch'egli è dolce e benigno, purché l'uomo ritorni a lui umiliato e fedele, e credere per Cristo avere vita eterna. E' pare che non si voglia ricordare dell'offese che noi gli facciamo; e non ci vuole dannare eternalmente, ma sempre fare misericordia. Adunque lévati, fratello mio, in quanto tu voglia essere legato con Cristo; e non dormire più in tanta cecità, perocché Dio non vuole, né io voglio, che l'ora della morte ti trovi cieco; ma desidera l'anima mia di vederti pervenire al lume del santo battesimo, sì come il cervo desidera, essendo affamato, l'acqua viva. Non fare dunque più resistenzia allo Spirito Santo che ti chiama, e non spregiare l'amore che t'ha Maria, né le lagrime e orazioni che sono fatte per te; perché troppo ti sarebbe grande giudizio. Permani nella santa e dolce dilezione di Dio; e io prego lui, che è somma verità, che c'illumini e riempia della sua santissima grazia, e adempia il mio desiderio in tè. Consiglio. Data a te, Consiglio, questa da parte di Cristo Gesù. Laudato sia Cristo crocifisso, e la sua dolcissima Madre, gloriosa Vergine, Madonna Santa Maria. Gesù dolce, Gesù amore.

  2. #12
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    Predefinito Dal "Dialogo" di S. Caterina da Siena, vergine

    Dialogo, 130

    O carissima figliuola, questi miseri, dei quali ti ho parlato, non hanno alcun pensiero di ciò; poiché, se l'avessero, non verrebbero a tanti peccati, né essi né gli altri, ma farebbero come quei tali che vivevano virtuosamente. Essi eleggevano prima la morte che offender me, sozzare la faccia dell'anima loro e diminuire la dignità nella quale io li avevo posti; anzi accrescevano la dignità e la bellezza delle anime loro. Non credere che la dignità del sacerdote, in se stessa, possa crescere per virtù, o diminuire per difetto, come ti ho già detto; ma le virtù sono un ornamento e una dignità che arricchiscono l'anima, oltre la pura bellezza dell'anima stessa, che essa ha fin dal suo principio, quando la creai a mia immagine e somiglianza. Questi conobbero la verità della mia bontà, la bellezza e dignità loro, perché la superbia e l'amor proprio non aveva ancora loro offuscato o tolto il lume della ragione, e amavano Me e la salute delle anime.

    Ma gli altri infelici, essendo del tutto privi del lume, non si curano d'andare di vizio in vizio, in fino a che giungono alla fossa. Del tempio dell'anima loro, e della santa Chiesa, che è un giardino, fanno un rifugio d'animali.

    O carissima figliuola, quanto mi sono abominevoli le loro case, che dovrebbero essere asilo dei miei servi e dei poverelli; in esse si dovrebbero tenere per sposa il breviario, per figliuoli i libri della santa Scrittura, ed ivi dilettarsi per dare dottrina al prossimo, menando santa vita! Esse invece sono ricovero d'immondizie e d'inique persone! La sposa di questo infelice non è il breviario (che anzi tratta questa sposa del breviario come adultera) ma è una miserabile demonia, che immondamente vive con lui; suoi libri sono la brigata dei figliuoli, e coi figliuoli, che egli ha acquistati in tanta bruttura e miseria, si diletta senza vergogna alcuna. Nelle pasque e nei dì solenni, nei quali deve dare gloria e lode al mio nome col divino ufficio e gettarmi incenso d'umili e devote orazioni, egli se ne sta in giuoco e in sollazzo con le sue demonie, e va in brigata coi secolari, cacciando e uccellando, come se fosse un secolare e un signore di corte.

    O misero uomo, a che sei venuto? Dovresti cacciare e uccellare le anime per gloria e lode del mio nome, e stare nel giardino della santa Chiesa; e tu vai per i boschi. Ma perché ti sei fatto bestia, tieni dentro all'anima tua gli animali dei molti peccati mortali; perciò sei cacciatore e uccellatore di bestie, essendo l'orto dell'anima tua inselvatichito e pieno di spine; e così prendi diletto d'andare per i luoghi deserti cercando le bestie selvatiche. Vergognati, o uomo, e guarda i tuoi difetti, perché hai materia di vergognarti, da qualunque lato tu ti volga. Ma tu non ti vergogni, perché hai perduto il santo e vero timore di me.

    Come la meretrice che è senza vergogna, ti vanterai di tenere un grande posto nel mondo, d'avere bella famiglia e la brigata di molti figliuoli. E se non li hai, cerchi d'averli, perché rimangano eredi del tuo. Ma tu sei ladro e rubatore, perché sai bene che tu non lo puoi lasciare, essendo tuoi eredi i poveri e la santa Chiesa. O demonio incarnato, e privo di luce, tu cerchi quello che non devi cercare; ti lodi e ti vanti di quello che deve farti venire in grande confusione e vergogna dinanzi a me, che vedo l'interno del tuo cuore, e dinanzi alle creature. Tu sei confuso, ma le corna della tua superbia non ti lasciano vedere la tua confusione.

    O carissima figliuola, io ho posto questo ministro sul ponte della dottrina della mia Verità a dispensare a voi pellegrini i sacramenti della santa Chiesa; ed egli sta nel miserabile fiume sotto al ponte, ed ivi compie il suo ministero stando nel fiume delle delizie e miserie del mondo; né s'avvede che lo raggiunge l'onda della morte, e così se ne va insieme coi suoi signori, i demoni, ai quali ha servito e dai quali si è lasciato guidare per la via del fiume, senza alcun ritegno. Ma se non si corregge, giunge all'eterna dannazione con tanta riprensione e rimprovero da parte mia, che la tua lingua non sarebbe capace di narrarlo. E sarà molto peggio per lui che per un secolare, poiché una medesima colpa è più punita in lui che in uno del mondo ed è maggiore il rimprovero con cui si levano ad accusarlo i suoi nemici in punto di morte, come ti dissi.

  3. #13
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    Predefinito Re: 29 aprile - Festa di due Santi domenicani: S. Caterina da Siena e S. Pietro martire

    Originally posted by Augustinus
    In onore di questi due santi domenicani apro questo thread.

    Augustinus

    *****
    Dal sito www.santiebeati.it:



    Santa Caterina da Siena Vergine e dottore della Chiesa, patrona d'Italia

    29 aprile - Festa

    Siena, 25 marzo 1347 - Roma, 29 aprile 1380

    Entrata nelle Mantellate, condusse una vita di penitenza e di carità verso i condannati e gli infermi. Portata al misticismo, ricevette le stigmate. Entrò in contatto con grandi personalità tra le quali Gregorio XI che convinse a riportare la sede pontificia da Avignone a Roma e dal quale ottenne diverse concessioni a favore del proprio Ordine. Le sue opere più importanti ci offrono una sintesi dell’esperienza domenicana, agostiniana, francescana e mistica con cui entrò in contatto, ravvivata dalla sua mente illuminata dall’intima unione con Dio. Insieme a San Francesco d’Assisi è Patrona d’Italia.

    Patronato:Italia, Europa (Giovanni Paolo II, 1/10/99)

    Etimologia: Caterina = donna pura, dal greco

    Emblema: Anello, Giglio

    Lo si dice oggi come una scoperta: "Se è in crisi la giustizia, è in crisi lo Stato". Ma lo diceva già nel Trecento una ragazza: "Niuno Stato si può conservare nella legge civile in stato di grazia senza la santa giustizia". Eccola, Caterina da Siena. Ultima dei 25 figli (con una gemella morta quasi subito) del rispettato tintore Jacopo Benincasa e di sua moglie Lapa Piacenti, figlia di un poeta. Caterina non va a scuola, non ha maestri. Accasarla bene e presto, ecco il pensiero dei suoi, che secondo l’uso avviano discorsi di maritaggio quando lei è sui 12 anni. E lei dice di no, sempre, anche davanti alle rappresaglie. E la spunta. Del resto chiede solo una stanzetta che sarà la sua “cella” di terziaria domenicana (o Mantellata, per l’abito bianco e il mantello nero).
    La stanzetta si fa cenacolo di artisti e di dotti, di religiosi, di processionisti, tutti più istruiti di lei. E tutti amabilmente pilotati da lei. Li chiameranno “Caterinati”. Lei impara faticosamente a leggere, e più tardi anche a scrivere, ma la maggior parte dei suoi messaggi è dettata. Con essi lei parla a papi e re, a cuoiai e generali, a donne di casa e a regine. Anche ai "prigioni di Siena", cioè ai detenuti, che da lei non sentono una parola di biasimo per il male commesso. No, Caterina è quella della gioia e della fiducia: accosta le loro sofferenze a quelle di Gesù innocente e li vuole come lui: "Vedete come è dolcemente armato questo cavaliero!". Nel vitalissimo e drammatico Trecento, tra guerra e peste, l’Italia e Siena possono contare su Caterina, come ci contano i colpiti da tutte le sventure, e i condannati a morte: ad esempio, quel perugino, Nicolò di Tuldo, selvaggiamente disperato, che lei trasforma prima del supplizio: "Egli giunse come uno agnello mansueto, e vedendomi, cominciò a ridere; e volse ch’io gli facessi il segno della croce".
    Va ad Avignone, ambasciatrice dei fiorentini per una non riuscita missione di pace presso papa Gregorio XI. Ma dà al Pontefice la spinta per il ritorno a Roma, nel 1377. Parla chiaro ai vertici della Chiesa. A Pietro, cardinale di Ostia, scrive: "Vi dissi che desideravo vedervi uomo virile e non timoroso (...) e fate vedere al Santo Padre più la perdizione dell’anime che quella delle città; perocché Dio chiede l’anime più che le città". C’è pure chi la cerca per ammazzarla, a Firenze, trovandola con un gruppo di amici. E lei precipitosamente si presenta: "Caterina sono io! Uccidi me, e lascia in pace loro!". Porge il collo, e quello va via sconfitto. Deve poi recarsi a Roma, chiamata da papa Urbano VI dopo la ribellione di una parte dei cardinali che dà inizio allo scisma di Occidente. Ma qui si ammala e muore, a soli 33 anni. Sarà canonizzata nel 1461 dal papa senese Pio II. Nel 1939 Pio XII la dichiarerà patrona d’Italia con Francesco d’Assisi. E nel 1970 avrà da Paolo VI il titolo di dottore della Chiesa.
    La festa delle stigmate di S. Caterina è, per il solo ordine domenicano, il 1° aprile.

    Autore: Domenico Agasso

    Anche mia mamma è molto devota a S.Caterina. ciaux

  4. #14
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    In rilievo

    Augustinus

  5. #15
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    Predefinito

    Domenico Cresti, detto il Passignano, S. Caterina riceve le Stigmate

    Daniele Monteleone, Cristo risorto, la Vergine, e i SS. Francesco e Caterina da Siena, chiesa del Carmine, Modica

    Fra Bartolomeo, Dio Padre con le SS. Caterina da Siena e Maria Maddalena, 1509, Museo e Pinacoteca Nazionale di Palazzo Mansi, Lucca

    Giovanni di Paolo, S. Caterina dinanzi al Papa ed alla corte papale ad Avignone, 1460 circa, Museo Thyssen-Bornemisza, Madrid

    Giovanni di Paolo, S. Caterina cambia il suo cuore con quello di Cristo, 1475 circa, collezione privata

    Rutilio Manetti, Madonna con Bambino con i SS. Giovannino e Caterina da Siena, 1610 circa, collezione privata

    Clemente de Torres, Matrimonio mistico di S. Caterina (con la Vergine ed i SS. Paolo, Giovanni evangelista, Pietro martire e Davide), XVII sec., collezione privata

  6. #16
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    Predefinito Omelia dai Trattati di San'Agostino sul vangelo di Giovanni

    In Io, tr.75, 4‑5;76, 2, in PL 35, 1830.1831.

    In quel giorno voi saprete che io sono nel Padre e voi in me e io in voi.
    Di che giorno si tratta? Del giorno del quale è detto: Ancora un poco e mi vedrete. perché voi vivrete. Quel giorno potremo finalmente vedere ciò in cui oggi crediamo.
    Oggi, infatti, Cristo è in noi e noi in lui, ma ora lo crediamo, allora lo sapremo. Anche ora lo sappiamo ma per fede, mentre in quel giorno lo contempleremo a faccia a faccia.
    Finché siamo in questa carne corruttibile che appesantisce l'anima, siamo esuli lontani in cammino (2 Cor 5, 6) verso il Signore, nella fede e non nella chiara visione. Ma nell'ultimo giorno lo vedremo cosi come egli è (1 Gv 3, 2).
    Se Cristo dimorasse già in noi, Paolo non avrebbe detto: Se Cristo è in voi, il vostro corpo e morto a causa del peccato, ma lo spirito è vita a causa della giustificazione (Rm 8, 10-11).
    Si, davvero noi siamo già in Cristo, perché lui stesso lo afferma chiaramente dicendo: Io sono la vite. voi i tralci (Gv 15, 5).
    Nell'ultimo giorno, quando il nostro essere mortale sarà stato assorbito dalla vita, riconosceremo che Cristo è nel Padre, che noi siamo in lui e lui in noi. In quel giorno, infatti, si attuerà in pienezza ciò che oggi è già iniziato, cioè: Cristo è in noi e noi in lui.

    Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva. questi mi ama.
    Ecco chi mi ama davvero: colui che riceve i miei comandamenti nella memoria, nelle parole, negli atti, e vi rimane fedele nella vita, negli atteggiamenti, nell'operare e nella perseveranza.
    L'amore va dimostrato con le opere; se l'amore non produce frutti, resta sterile espressione verbale.
    Chi mi ama sarà amato dal Padre mio e anch'io lo amerò e mi manifesterò a lui.
    Gesù dice: "Lo amerò". Ciò significa che ci amerà soltanto allora, e adesso no? Niente affatto! Come potrebbe il Padre amarci senza il Figlio, o il Figlio senza il Padre? Il Padre e il Figlio come potrebbero amare separatamente, loro che agiscono sempre indivisibili?
    Ecco perché Cristo soggiunge: E mi manifesterò a lui. Ciò vuol dire: allora gli mostrerò il mio amore per potermi manifestare a lui.
    Oggi Cristo ci ama, affinché crediamo in lui e conserviamo il deposito della fede; in quel giorno egli ci amerà, affinché possiamo vederlo e godere della ricompensa promessa alla fede.
    E noi ora l'amiamo credendo a ciò che vedremo, e in quel giorno lo ameremo vedendo ciò che avremo creduto.

    Se uno mi ama.. osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui.
    Questa parola ci espone il motivo per cui Cristo si manifesta ai suoi e non agli altri, compresi sotto la denominazione di mondo. Quelli che amano Cristo, gli appartengono, ma gli altri, senza amore per lui, gli sono estranei.
    Si tratta dello stesso motivo che viene indicato nel salmo: Fammi giustizia ... mio Dio ... e separa la mia causa dalla gente perversa (Sal 42, 1).
    Coloro che amano Cristo vengono scelti appunto in forza di questa loro carità. Ma quelli che non amano Cristo, anche se parlassero le lingue degli uomini e degli angeli, sono come un bronzo che risuona, o un cembalo che tintinna; e se avessero il dono della profezia e conoscessero tutti i misteri e tutta la scienza, e possedessero tutta la pienezza della fede, cosi da trasportare le montagne, non sono nulla; e se distribuissero tutte le loro sostanze e dessero il loro corpo per essere bruciato, non gli gioverebbe a niente (1 Cor 13, 1‑3).

    Proprio l'amore fa distinguere i santi dal mondo. Quest'amore li fa abitare unanimi in quella casa (Sal 67, 7) dove pongono la loro dimora il Padre e il Figlio; sono le Persone divine a comunicare l'amore a quelli cui alla fine si manifesteranno apertamente.
    Di questa manifestazione il discepolo interrogò il Maestro, sicché non soltanto quelli che ascoltavano la parola del Signore dalla sua viva voce, ma anche noi, attraverso il suo vangelo, potessimo conoscere la sua risposta.
    Giuda aveva domandato della manifestazione del Cristo, e udì una risposta che parla dell'amore e della sua dimora in noi. Esiste dunque una manifestazione interiore di Dio, che gli empi non conoscono affatto: a essi, ne il Padre, ne lo Spirito Santo si manifestano mai.

  7. #17
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    Predefinito Dalle Lettere di santa Caterina da Siena.

    Lettera 353, a Monna Catella e Monna Cecia e Monna Catarina, in Epistolario a cura di P. Misciattelli, Firenze, 1940, vol. V, 197-203.

    Io, Caterina, serva e schiava dei servi di Gesù Cristo, scrivo a voi nel prezioso sangue suo, con desideri di vedervi gustare il cibo angelico, perché per altro non siete fatti; e affinché voi lo poteste gustare, Dio vi ricomperò per mezzo del sangue del suo Figliuolo. Ma pensate che questo cibo non si mangia in terra, cioè nell’affetto terreno, ma in alto. E per questo il Figliuolo di Dio si levò in alto sul legno della santissima croce affinché in alto, sulla detta mensa, prendessimo questo cibo.
    Voi mi direte: Quale è questo cibo angelico? Vi rispondo: È il desiderio, che è nell’affetto dell’anima; il quale desiderio trae a sé il desiderio di Dio; dei quali si fa una medesima cosa l’uno con l’altro. Questo è un cibo, che, mentre siamo pellegrini in questa vita, trae a sé l’odore delle vere e reali virtù; le quali virtù sono cotte al fuoco della divina carità, e mangiate sulla mensa della santissima croce, cioè sostenendo pene e fatiche per amore della virtù, e recalcitrando alla propria sensualità.
    A questo modo con forza e violenza questo cibo rapisce il reame dell’anima, la quale è chiamata cielo, perché cela Dio per grazia dentro di sé. Questo è quel cibo che fa l’anima angelica, per cui si chiama cibo angelico.
    E perché l’anima, separata dal corpo, gusta Dio nella sua essenza, egli la sazia tanto e in modo siffatto, che ella non ha più appetito né desiderio di nessun’altra cosa, se non di quello che più perfettamente le faccia conservare e crescere questo cibo; e odia ciò che gli è contrario.
    Quindi, come prudente, considera col lume della santissima fede (il quale lume sta nell’occhio dell’intelletto), quello che gli è nocivo, e quello che gli è utile; e come ella ha veduto, così ama e disprezza.
    Disprezza, dico, la propria sensualità, tenendola legata sotto i piedi dell’affetto, e tutti i vizi che procedono dalla sensualità. Ella fugge tutte le occasioni che possono inchinarla al vizio, o impedire la sua perfezione.

    Ella annega la propria volontà che gli è occasione d’ogni male, e la sottomette al giogo della santa obbedienza dei comandamenti di Dio, alla quale obbedienza tutti i fedeli cristiani sono obbligati.
    Quando l’anima è vera obbediente, si soggioga non tanto ai comandamenti di Dio, o come religiosa all’Ordine suo, ma a ogni altra creatura per Dio. Ella fugge e taglia ogni piacere umano; e solo si gloria negli obbrobri e pene di Cristo crocifisso; e le ingiurie, strazi, schemi, villanie, gli sono latte; e si diletta nelle ingiurie, per conformarsi con lo sposo suo, Cristo.
    Ella rinunzia alle conversazioni delle creature, perché spesse volte ci sono ostacolo tra noi e il Creatore nostro; e fugge alla cella della conoscenza di sé e alla cella vera e propria.
    Ora a questo v’invito, cioè che sempre stiate in questa cella della conoscenza di voi, dove noi troviamo il cibo angelico dell’affetto del desiderio di Dio verso di noi, e nella vera cella con la vigilia, e con l’umile e continua fedele orazione spogliando il cuore e l’affetto nostro d’ogni creatura e dell’amore d’ogni cosa creata, fuori di Dio, e vestirvi di Cristo crocifisso.

    Dico che l’anima che ha assaggiato il cibo angelico, ha veduto col lume dell’intelletto, che l’amore e la conversazione delle creature fuori del Creatore è un ostacolo che impedisce di gustare il cibo suo; quindi le fugge con grandissima sollecitudine, e ama e cerca quello che la fa crescere e la conserva nella virtù.
    E siccome ha veduto che meglio gusta questo cibo col mezzo dell’orazione fatta nella conoscenza di sé, vi si esercita continuamente e in tutti i modi con cui si può accostare a Dio.
    In tre modi si fa orazione. L’una è continua, cioè il continuo e santo desiderio, il quale desiderio è preghiera al cospetto di Dio; poiché questo desiderio drizza al suo onore tutte le nostre operazioni spirituali e temporali e per questo è detto continua. Di questa pare che parli il glorioso santo Paolo, quando dice: Pregate incessantemente (1 Ts 5, 17).
    L’altro modo è orazione vocale, cioè parlando con la lingua si dice l’ufficio o altre orazioni vocali; e questa è ordinata per giungere alla terza, cioè alla mentale; e così vi giunge l’anima quando con prudenza e umiltà esercita la mente nell’orazione vocale; cioè pur pronunciando parole il cuore suo non si scosta da Dio, ma si ingegna di fermare e stabilire il cuore nell’affetto della divina carità.

    Quando l’anima sentisse la mente sua esser visitata da Dio, cioè fosse attratta in qualche modo a pensare del suo Creatore, deve abbandonare la vocale, e fermare la mente sua con affetto d’amore nel momento in cui sente che Dio la visita; poi, se cessata questa attrattiva le rimane del tempo, deve ritornare all’orazione vocale, affinché la mente stia piena e non vuota.
    E anche se nell’orazione abbondassero le molte battaglie in diversi modi e tenebre di mente, con molta confusione, facendoci il demonio in questo modo vedere che la nostra orazione non è piacevole a Dio, noi non dobbiamo lasciarla, ma rimanere fermi, con fortezza e lunga perseveranza; considerando che il demonio lo fa perché noi ci allontaniamo dalla madre dell’orazione, e Dio lo permette per provare in noi la fortezza e la costanza nostra, e perché nelle battaglie e tenebre conosciamo che noi non siamo nulla, e nella buona volontà conosciamo la bontà di Dio: perché egli è datore e conservatore delle buone e sante volontà che non nega a chiunque ne ha il desiderio.

    L’anima giunge così alla terza e ultima orazione, cioè mentale, nella quale riceve il frutto della fatica che sostenne nell’orazione imperfetta vocale. Ella allora gusta il latte della fedele orazione.
    Ella si leva sopra il sentimento grossolano sensitivo, e con mente angelica s’unisce per affetto d’amore con Dio e col lume dell’intelletto vede, conosce e si veste della verità. Ella è fatta sorella degli angeli; ella sta con lo Sposo suo sulla mensa del crociato desiderio, dilettandosi di cercare l’onore di Dio e la salute delle anime. Vede bene, infatti, che per questo lo Sposo eterno corse alla obbrobriosa morte della croce, e così compì l’obbedienza al Padre e la nostra salute. Drittamente questa orazione è una madre, che nella carità di Dio concepisce i figliuoli delle virtù, e nella carità del prossimo li partorisce. Dove trovate voi il lume che vi guida nella via della verità? Nell’orazione. Dove manifestate voi l’amore, la fede, la speranza e l’umiltà? Nell’orazione.
    Perché se voi non amaste, queste cose non fareste: ma proprio perché la creatura ama, si vuole unire con la cosa che ama, col mezzo dell’orazione.

    A Dio l’anima chiede ciò di cui ha bisogno, perché conoscendo sé, nella quale conoscenza è fondata la vera orazione, si vede aver grande bisogno, sentendosi attorniata dai suoi nemici, dal mondo con le ingiurie, dal demonio con le molte tentazioni e dalla carne, che impugna contro lo spirito ribellandosi alla ragione. E vede che non esiste da sé; non esistendo da sé stessa, non si può curare; e perciò con fede corre a colui che è, il quale sa, può e vuole soccorrerla in ogni sua necessità; e con speranza chiede e aspetta il suo aiuto.
    Ora, così deve esser fatta l’orazione, a volere quello che noi n’aspettiamo; e a questo modo, non ci verrà mai negata una cosa giusta che noi chiediamo alla divina bontà. Ma facendo in altro modo, poco frutto ne trarreste. Dove sentiremo noi l’odore dell’obbedienza? Nell’orazione. Dove spoglieremo l’amor proprio, che ci fa impazienti nel tempo delle ingiurie o d’altre pene, e ci vestiremo di un divino amore, che ci farà pazienti, e ci glorieremo nella croce di Cristo crocifisso? Nell’orazione.
    Dove sentiremo l’odore della continenza e della purità, e la fame del martirio, disponendoci a dare la vita in onore di Dio e salute delle anime? In questa dolce madre dell’orazione.

    L’orazione ci farà osservare i santi comandamenti di Dio, e suggellerà i suoi consigli nel cuore e nella mente nostra, lasciandovi l’impronta del desiderio di osservarli fino alla morte. Ella ci leva dalle conversazioni delle creature, e ci dà alla conversazione del Creatore; ella riempie il vaso del cuore col sangue dell’umile e immacolato Agnello, e lo ricopre con fuoco; perché per fuoco d’amore fu sparso.
    È vero che l’anima riceve e gusta più o meno perfettamente questa madre dell’orazione secondo che ella si nutra del cibo angelico, cioè del santo desiderio di Dio, levandosi in alto, come è stato detto, a prenderlo sulla mensa della santissima croce; altrimenti no.
    Perciò vi dissi che io desideravo di vedervi nutrire del cibo angelico, perché in altro modo non potreste avere la vita della grazia, né servire veramente Cristo crocifisso. Altro non vi dico. Permanete nella santa e dolce dilezione di Dio.

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    Predefinito Dai Discorsi di Giovanni Taulero.

    Sermon 24, de la préparation à la Pentecôte, 7, in Sermons de Tauler, trad. Hugueny, Théry, Corin, “La vie spirituelle”, Parigi, 1930, t. 11, 22-24.

    San Pietro ci ammonisce di dedicarci alla preghiera (cf 1 Pt 4, 7). Di quale preghiera intende parlare l’Apostolo? Forse di quella vocale che taluni chiamano preghiera perché recitano numerosi salteri? Assolutamente no. San Pietro allude invece a quella che Nostro Signore definì vera preghiera, praticata dai veri adoratori che pregano in spirito e verità (cf Gv 4, 23).
    I santi, i maestri di spirito, hanno sempre affermato che orazione autentica si ha quando la mente si eleva a Dio, mentre la lettura e la preghiera vocale possono solo essere mezzi utili a tale fine; e sotto questo profilo meritano lode. Come la mia cappa e il mio abito: io non sono queste cose, ma esse mi servono, così come serve la preghiera vocale: essa giova all’orazione vera e propria, però non è questa.
    La mente e lo spirito devono andare a Dio per via immediata. Questo solo costituisce l’essenza della vera preghiera, e niente altro. Il penetrare della mente in Dio con amore, con intimo desiderio, in umile sottomissione a lui: unicamente questo è preghiera schietta.

    L’autentica preghiera è una vera ascensione a Dio, in totale elevazione dello spirito. Così Iddio può entrare davvero in noi, nel nostro fondo più puro, più intimo, più nobile, più interiore; là solo c’è reale unità. Accennando a questo luogo, sant’Agostino dice che l’anima racchiude in sé un abisso nascosto: esso non ha nulla a che fare col tempo e con tutto questo mondo, ed è molto al di sopra della parte dell’anima che dà al corpo vita e movimento.
    In questo nobile, delizioso abisso, in questo regno celeste si immerge la dolcezza di cui abbiamo parlato, e là è eternamente al suo posto; là l’uomo diventa tanto silenzioso, essenziale, veramente se stesso; si stacca sempre più, si interiorizza, si eleva a maggiore purezza e passività; progredisce nell’abbandono perché Dio stesso è venuto di presenza in questo nobile regno, vi opera, vi dimora, vi regna.

    In questo stato l’uomo acquista una vita tutta divina, qui il suo spirito si fonde in pieno con Dio, in lui si inabissa staccandosi da sé; è attratto nel fuoco rovente della carità che essenzialmente e per natura è Dio stesso.
    Da una simile condizione, questi privilegiati ridiscendono poi a tutte le necessità del popolo di Dio, si dedicano con santa preghiera e desiderio a impetrare presso Dio tutte le grazie che la Chiesa attende.
    Si prendono cura degli amici, dei peccatori, delle anime del purgatorio; si adoperano in tutta carità a trovare un rimedio per i bisogni di ciascun uomo della cristianità; non intendo dire che si mettano a pregare individualmente per donna Matilde o donna Cunegonda, ma supplicano il Signore in modo semplice ed essenziale.
    Come con un solo sguardo io vi vedo stare tutti qui davanti, così questi uomini attirano tutto con se stessi nel medesimo abisso, nel medesimo fuoco d’amore, in modo contemplativo; poi guardano di nuovo nell’abisso d’amore, nel fuoco della carità e vi si riposano.

    Quando costoro si immergono nell’ardente fornace, allora quella fiamma divina cade come rugiada su chiunque nella santa cristianità si trovi nel bisogno. Poi nuovamente tali uomini si tuffano nell’amabile, tenebroso silente riposo, nell’abisso divino.
    Così essi escono ed entrano e restano tuttavia sempre in questo amabile silenzioso abisso, dov’è il loro essere e la loro vita, e dov’è pure ogni loro attività e movimento. Dovunque li si incontri, non si trova in loro che una vita divina. Il comportamento dì questi uomini, il loro agire, i modi di fare sono del tutto divini.
    Davvero essi vanno definiti come persone nobili, capaci di giovare a tutto il popolo di Dio; cooperano al miglioramento di ogni uomo, a gloria di Dio e per la consolazione di ciascun fratello. Dimorano in Dio e Dio dimora in loro, dovunque uno li incontra, deve lodarli.
    Che tutti noi possiamo raggiungere questo stato! In ciò ci aiuti Dio. Amen.

  9. #19
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    Da dom Prosper Guéranger, L'anno liturgico. - II. Tempo Pasquale e dopo la Pentecoste, trad. it. L. Roberti, P. Graziani e P. Suffia, Alba, 1959, p. 585-588

    30 APRILE

    SANTA CATERINA DA SIENA, VERGINE*

    La Mistica.


    Chi oserebbe intraprendere la narrazione dei meriti di Caterina, o anche solo di enumerare i titoli di gloria di cui si circonda il suo nome? Ella occupa uno dei primi posti tra le spose di Gesù: Vergine fedele, si unisce allo Sposo divino fin dai suoi primi anni. La sua vita, consacrata da un sì nobile voto, si svolge in seno alla famiglia, affinché sia in grado di adempiere le missioni sublimi che la Provvidenza le aveva destinato. Ma il Signore, che voleva nondimeno glorificare in lei lo stato religioso, le ispira, per mezzo della professione nel Terz'Ordine, di unirsi ai Frati Predicatori. Ne veste l'abito e per tutta la vita ne segue le regole.

    Fin dagli inizi si può riconoscere dal portamento di quella ancella del Signore, qualche cosa di celestiale; come se un angelo si fosse obbligato a venire ad abitare la terra per condurvi corporalmente una vita umana. La sua corsa verso Dio sembra irresistibile, dando l'idea di quello slancio che deve trascinare verso il Sommo Bene le anime glorificate, agli occhi delle quali egli già si mostra e si mostrerà per sempre. Il peso della carne minaccia invano di trattenere il suo volo: l'intensità delle penitenze la macera, la rende dolce e leggera. In questo corpo trasformato, sembra che la sola anima viva. Per sostenersi le basta il solo alimento dell'Eucaristia; e l'unione con Cristo diviene così completa, che le sue sacratissime piaghe s'imprimono sulle membra della vergine, facendola partecipare ai dolori della Passione.

    Pur vivendo ad altezze così sublimi, Caterina non resta estranea a nessuna della miserie dei suoi fratelli. Il suo zelo è di fuoco per le anime loro, la sua compassione per le loro infermità corporali è tenera come quella di una madre. Dio ha messo a sua disposizione la sorgente dei prodigi, che ella dispensa a piene mani tra gli uomini. La morte e le malattie cedono al suo impero, ed i miracoli si moltiplicano intorno a lei.

    Fin dai primi anni ha cominciato a godere comunicazioni divine, e l'estasi è divenuta il suo stato quasi abituale. I suoi occhi hanno visto spesso il nostro Redentore risorto, che le prodigava carezze e attenzioni. I misteri più grandi sono discesi alla sua portata, ed una scienza, che non ha niente di terrestre, illumina la sua intelligenza. Questa figliola, senza istruzione, detterà scritti sublimi, nei quali la penetrazione più profonda della dottrina celeste viene esposta con una precisione ed una eloquenza sovrumana, e con un accento che anche oggi penetra le anime.

    L'azione politica.

    Ma il cielo non vuole che tante meraviglie restino sepolte in un angolo dell'Italia. I santi sono l'appoggio della Chiesa; e se la loro opera è spesso misteriosa e nascosta, qualche volta invece si rivela agli sguardi degli uomini. Allora si scorgono in piena luce quei mezzi, con l'aiuto dei quali Dio governa il mondo. Alla fine del secolo XIV si trattava di restituire alla città eterna la presenza del Vicario di Cristo, assente dalla sua cattedra da più di sessant'anni. Nel segreto della presenza di Dio, un'anima santa poteva, per mezzo dei suoi meriti e della sua preghiera, determinare questo ritorno che desiderava tutta la Chiesa. E il Signore volle che tutto ciò si compisse in piena luce.

    In nome della Chiesa abbandonata, in nome del suo divin Sposo, che è pure Sposo della Chiesa, Caterina attraversa le Alpi, e si presenta a quel Pontefice che non aveva mai visto Roma e di cui Roma ignorava le fattezze del volto. La Profetessa gl'intima rispettosamente il dovere ch'egli deve compiere; e, per garanzia della missione che assolve, gli rivela un segreto, di cui lui solo poteva aver coscienza. Gregorio XI è conquistato, e la Città eterna rivede finalmente il suo Pastore e padre. Ma, alla morte del Pontefice, uno scisma, presago di grandi disgrazie, porta una lacerazione nel grembo della Chiesa. Caterina lotta ancora contro la tempesta fino alla sua ultima ora; ha compiuto il trentatreesimo anno, ed il Signore Gesù non vuole che sorpassi quell'età già consacrata nella sua persona. Adesso è venuta l'ora in cui la vergine andrà a continuare in cielo la sua opera d'intercessione per quella Chiesa che ha tanto amato, e per le anime riscattate dal sangue di Cristo.

    VITA. - Santa Caterina nacque a Siena il 25 luglio 1347. All'età di sette anni fece voto di castità perpetua. Dopo una viva opposizione, la madre le permise di ricevere l'abito delle Suore di san Domenico, ma restando nel mondo. La sua vita, allora, trascorse nella cura dei malati, l'estinzione degli odi che dividevano le famiglie, la conversione dei peccatori, attraverso le sue preghiere e le sue esortazioni. Scrisse al legato del Papa in Italia per domandargli la riforma del clero, il ritorno del Papato da Avignone a Roma e l'organizzazione di una crociata contro gl'infedeli. Nel 1376, inviatavi dai Fiorentini, partì per Avignone per patrocinare, presso il Sommo Pontefice la causa di Firenze in rivolta, che il Papa aveva dovuto colpire d'interdetto. Ne profittò per supplicare di nuovo Gregorio XI di ritornare a Roma. All'inizio del grande scisma, sostenne con ardore la causa di Urbano VI, senza pertanto riuscire a farla trionfare. Favorita delle più insigni grazie spirituali, dettò, durante le estasi, il "Dialogo" che contiene tutta la sua dottrina mistica, e, infine, mori a Roma nel 1380. Il suo corpo riposa nella Chiesa di S. Maria sopra Minerva. Il Papa Pio II la canonizzò nel 1461 e Pio IX nel 1865 la dichiarò compatrona di Roma.

    Preghiera per tutti.

    Presa completamente dalle gioie della Risurrezione, la Chiesa si rivolge a te, Caterina; a te, che segui l'Agnello, ovunque egli vada (Ap 14,4). In questo luogo di esilio, ove Egli non si fermerà più a lungo, ella non gode che ad intervalli della sua presenza; ti domanda, dunque: "Avresti veduto l'amato del mio cuore?" (Ct 3,3). Tu sei la sua Sposa, e lo è lei pure; ma per te non esistono più né separazioni né quel velo che impedisce la vista, mentre per lei il godimento è raro e rapido, e la luce ancora offuscata dalle ombre.

    Ma quale vita è stata la tua, o Caterina! ha unito la più profonda compassione verso i dolori di Gesù alle delizie più vibranti della sua vita glorificata. Tu puoi iniziarci ai misteri del Calvario, e alla magnificenza della Risurrezione. Siamo nel tempo pasquale e in questa novella vita veglia su noi, affinché la vita divina non si spenga mai nelle anime nostre, ma vi sia invece accresciuta da quell'amore di cui tutta la tua esistenza celestiale ci offre l'ammirabile modello.

    ... per la Chiesa.

    Rendici partecipi, o Vergine, di quel tuo attaccamento filiale alla santa Chiesa che ti fece intraprendere cose così grandi. Tu ti affliggevi delle sue afflizioni, e ti rallegravi delle sue gioie, quale figlia devota. Noi pure vogliamo amare la Madre nostra, confessare sempre quel vincolo che ci unisce a lei, difenderla contro i suoi nemici, guadagnarle nuovi figli generosi e fedeli.

    Il Signore si servì del tuo debole braccio, o donna ispirata, per rimettere sulla sua cattedra il Pontefice, di cui Roma rimpiangeva l'assenza. Fosti più forte degli elementi umani che si agitano per prolungare una situazione disastrosa per la Chiesa. Le ceneri di Pietro, in Vaticano, quelle di Paolo sulla via Ostiense, le altre di Lorenzo, di Sebastiano, di Cecilia, di Agnese e di tante migliaia di martiri trasalirono nelle loro tombe, quando il carro trionfale che riconduceva Gregorio XI entrò nella Città. Per merito tuo Caterina, avevano termine in quel giorno i settant'anni di quella desolante cattività; e Roma, tornava alla vita.

    ... per l'Italia.

    Prega pure per l'Italia che ti ha tanto amata, che fu così fiera delle tue glorie e di cui tu sei la Padrona. L'empietà e l'eresia oggi vi circolano liberamente; si bestemmia il nome del tuo Sposo, si propagano le dottrine più perverse ad un popolo smarrito, gli s'insegna a maledire tutto ciò che esso aveva venerato; la Chiesa è spesso oltraggiata, la fede, affievolita da un pezzo, minaccia di spegnersi: ricordati della tua patria, Caterina! è ora di accorrere in suo aiuto e di strapparla dalle mani dei suoi mortali nemici. Tutta la Chiesa spera in te per la salvezza di questa illustre provincia del suo impero: calma la tempesta, e salva la fede, in questo naufragio che minaccia di inghiottire tutto.

    * Paolo VI dichiarò santa Caterina da Siena dottore della Chiesa universale il 4 ottobre 1970 (NdR).

  10. #20
    INNAMORARSI DELLA CHIESA
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    Santa Caterina da Siena:
    Pensieri scelti e annotati da P. Raimondo Sorgia O.P., Ed. Borla, Roma, 1979

    La bontà di Dio permette ai demoni che molestino l´anima vostra per farci umiliare e riconoscere la sua bontà, e ricorrere dentro a lui nelle santissime piaghe sue, come il fanciullo ricorre alla madre. (Lettere 4, pensieri 12)

    Sappi che il demonio non vorrebbe altro, se non che tu ti recassi solo a conoscimento delle miserie tue, senza altro condimento.
    Ma (il conoscimento di sé) vuole essere condito col condimento della speranza nella misericordia di Dio. (Lettere 73, pensieri 158)

    La malizia del demonio fa parere trave una paglia, e una parola che sia detta nel tempo delle battaglie, farà parere un coltello. (Lettere 83, pensieri 182)

    Per la mia fragilità e per lastuzia del demonio io sempre temo, pensando di poter essere ingannata, poiché io conosco e vedo che il demonio perdette la beatitudine ma non la sapienzia, dalla quale, come dissi, conosco che mi potrebbe ingannare. Ma io mi rivolgo poi ed appoggio all´arbore della santissima croce di Cristo crocifisso, ed ivi non dubito che i demoni non potranno contro di me. (Lettere 92, pensieri 193)

    L´uomo che disordinatamente ama, porta la croce del demonio. Se egli acquista diletti, egli li acquista con pena; e avendoli, li tiene con fadiga, per timore di non perderli; e se egli li perde, ne è crucciato con grandissima impazienzia; se, infine, non li può avere, ha pena perché li vorrebbe. (Lettere 96, pensieri 195)

    Il demonio fugge dall´anima in carità, come la mosca dalla pignatta che bolle! (Lettere 129, pensieri 243)

    "A una pubblica peccatrice, residente a Perugia", Caterina scrive:

    Io piango e mi dolgo, figliola mia, che tu, creata e immagine e similitudine di Dio, ricomperata dal prezioso sangue suo, non ragguardi la tua dignità, né il grande prezzo che fu pagato per te. Fatta sei schiava del peccato; preso hai per signore il demonio: e a lui servi il di e la notte. (Lettere 276, pensieri 389, a lei si referiscono anche i pensieri 390 – 395)

    Non voler essere più membro del diavolo ché, col laccio suo, ti sei posta a pigliare le creature. Non basta assai il male che tu fai per te; pénsati di quanti sei cagione tu di fare andare all´inferno! Non dico più. Ama Cristo crocifisso, e pensa che tu devi morire e non sai quando. Permani nella santa e dolce dilezione di Dio. Gesú dolce, Gesú amore. Maria dolce madre. (Lettere 276, pensieri 395)

    Il demonio non vorrebbe altro, se non farci cadere in disperazione. (Lettere 287, pensieri 413)

    Orsú dunque con l´arme! e sconfiggiamo il demonio con la eterna volontà sua (perversa sete di male); e col pensiero cacciamo il pensiero, cioè con pensieri di Dio cacciamo quelli del diavolo. (Lettere 335, pensieri 502)

    (vi offro due immagini da me realizzate per il Gruppo realizzato nel quale offro materiale su Santa Caterina da Siena: http://groups.msn.com/SCaterinadaSiena)



    e...la Santa Senese di cui indegnamente porto il nome come Laica Domenicana, mi sostenga nel buono e sostenga quanti in rete diffondono la Verità......

    Fraternamente Caterina LD
    Fraternamente Caterina
    Laica Domenicana

 

 
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