Equiparare i diritti del concepito a quelli di tutti “i soggetti coinvolti”, come fa questa legge, significa dare per acquisito che un ovocita fecondato ai primissimi stadi di sviluppo (prima ancora dell’impianto nell’utero) è una persona, la cui distruzione equivale alla soppressione di una vita umana.
Tuttavia:
a) il nostro codice civile (articolo 1) regola l'acquisizione della capacità giuridica, vale a dire l'idoneità ad essere titolari di diritti e di obblighi, soltanto al momento della nascita;
b) questa legge si pone in aperto contrasto con la legge sull’aborto. Se il concepito ha gli stessi diritti degli altri “soggetti coinvolti”, cioè del padre e la madre, è evidente che non è ammissibile che la donna possa ricorrere all’interruzione volontaria di gravidanza;
c) se lo scopo della legge era difendere gli embrioni, occorreva proibire qualsiasi forma di fecondazione assistita. Limitare a 3 gli embrioni e rendere obbligatorio l’impianto significa sacrificarne comunque, nel migliore dei casi, 2 su 3. Visto che i sostenitori della legge utilizzano spesso il paragone con lo sterminio degli ebrei, è come se si fosse accettato di lasciar uccidere 2/3 dei 6 milioni di vittime dell’olocausto. Evidentemente neanche gli estensori della legge erano convinti dell'equiparazione tra embrione e persona.
L’assurdità dell’equiparazione del concepito ad una persona umana è evidente se si considera che:
1) in Italia è ammesso l’uso della spirale, che agisce sulla mucosa uterina per renderla inadatta a fare attecchire l’eventuale embrione formatosi dopo il 5° giorno di vita;
2) è ammessa anche la cosiddetta pillola del giorno dopo, che provoca l’espulsione dell’embrione ai primissimi stadi di vita.
Affermare che l’embrione sia una persona significa ridurre la vita umana a un processo biochimico, la fusione del dna dello spermatozzo e dell'ovulo. Ma la persona è qualcosa di assai più complesso, nella cui formazione entrano in gioco molti altri fattori, come anche la Chiesa riconosceva fino alla metà dell'800, quando con San Tommaso d'Acquino sosteneva che per la nascita di una persona occorreva la presenza dell'anima razionale, che non subentrava prima del 40° giorno dopo la fecondazione.
Per natura, nell’80% dei casi, l’embrione non riesce a sopravvivere, e viene espulso con il primo ciclo mestruale. Considerare l’embrione una persona significherebbe ritenere che la fecondazione naturale, assai più della fecondazione artificiale, provochi una continua strage di innocenti.
Entro i primi 14 giorni dopo la fusione del dna materno con quello paterno, l’embrione può suddividersi dando vita a due gemelli. Ritenere che la fusione del dna dia vita a una persona è un evidente controsenso, dato che da quella fusione possono scaturire due individui.
La Chiesa cattolica è l’unica istituzione religiosa a sostenere che l’embrione sia una persona fin dal concepimento.
Non la pensano così la maggior parte delle altre chiese cristiane (come ad esempio i Valdesi), né i musulmani, né gli ebrei, né gli induisti e i buddisti.
La stessa Chiesa cattolica fino al 1869 aderiva alla tesi di S. Tommaso, che aveva dedicato ben cinque capitoli della Summa contra gentiles per mostrare come, nell'evoluzione dell'embrione e del feto, pur nella indiscutibile "continuità" dello sviluppo, esistono stadi "successivi" nei quali esso subisce dei "mutamenti sostanziali", incominciando a essere un "vegetale", indi un "animale" e, solo dopo che le strutture cerebrali abbiano raggiunto un grado di complessità sufficiente, un "uomo" dotato di "anima razionale" direttamente creata e infusa da Dio.
Questa dottrina è difesa, in particolare, dal maggior filosofo cattolico del Novecento, molto amico del Papa Paolo VI, ossia Jacques Maritain, nel libro "Verso un idea tomista dell'evoluzione". Tale approccio rende perfettamente morale essere come cristiani a favore della fecondazione medicalmente assistita.




Rispondi Citando