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Discussione: GMG 2005

  1. #111
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    Originally posted by bianconero
    Non me lo daranno mai, era il gadget più richiesto alla gmg, e tutti ne sono innamorati!
    il cappellino???ma cavolo era un obrobrio!!!! han fatto tutti a gara x scambiarlo con altri paesi e relativi gadget...

  2. #112
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    24 agosto 2005
    Intervista al giornalista Paul Badde
    «Questi giovani hanno cambiato Colonia»
    di Pierangelo Giovanetti

    Come giornalista da anni segue la Chiesa tedesca, che conosce molto bene. Paul Badde è il vaticanista dell’importante quotidiano «Die Welt», e dal 2002 ne è il corrispondente da Roma, dal Vaticano. «A Colonia è successo qualcosa di inaspettato», racconta. «I colleghi dei giornali e delle Tv tedesche si sono trovati totalmente spiazzati. Abituati a dare il ritmo della musica, a stilare loro l’agenda degli avvenimenti e delle notizie, alla Giornata Mondiale della Gioventù hanno dovuto rincorrerli. Si aspettavano contestazioni, reazioni fredde alle parole del Papa, discussioni sul ruolo della donna nella Chiesa, sui gay e il divieto degli anticoncezionali. E invece di questo non s’è vista traccia, perché non è più questo che interessa ai giovani di Colonia. E così hanno dovuto dar spazio a folle di giovani in preghiera, pellegrini al duomo, che gridano Benedetto, che ascoltano in silenzio le parole del Papa. Quel Papa che qui in Germania tutti dipingevano come conservatore e fuori moda».

    Per Paul Badde le vecchie categorie di lettura e di giudizio sulla Chiesa e sul Papa non reggono più. La Giornata mondiale di Colonia le ha rese obsolete. «Tutti in Germania erano pronti a scommettere che per Benedetto XVI sarebbe stato un fiasco. Era un po’ la prova del fuoco. E il Papa l’ha superata brillantemente». «Ma ciò che è cambiato nel profondo - aggiunge - è il modo di percepire e di vivere la Chiesa da parte della gioventù e della Chiesa stessa. Ai giovani di Colonia non interessano le polemiche interne alla Chiesa, i dibattiti teologici, certo intellettualismo dominante negli ultimi decenni. Interessa di più pregare, cercare Dio, ascoltare il Papa che li invita ad aprire le porte a Cristo. Quanto successo a Colonia costringerà anche gli stessi vescovi della Chiesa tedesca a ripensare il modo di essere Chiesa nella società tedesca».

    Badde, cosa è avvenuto nella società tedesca? Come si è arrivati a questo capovolgimento di visuale?
    «Di fondo c’è la consapevolezza delle nuove generazioni che la società dei consumi non dà la felicità. Non si accontentano più di un benessere materiale. Capiscono che c’è altro nella vita. Si fidano più del Papa che li richiama alle impegnative parole del Vangelo, che del resto. E la freschezza di questi giovani sta contagiando i tedeschi. Un collega, di formazione laica, la mattina di sabato è andato in centro a Colonia e in duomo, e tutto era chiuso perché i giovani si erano trasferiti a Marienfeld. Ebbene, mi ha detto: mi mancano quei giovani per le strade dei giorni precedenti, la loro allegria, la loro gioia di vita, il loro entusiasmo. E di fronte a questo che gli osservatori e i giornali sono rimasti spiazzati».

    Si riferisce alle polemiche della vigilia?
    Non è solo quello, è qualcosa di più generale. Faccio solo un piccolo esempio. Der Spiegel è sicuramente il più rilevante magazine di informazione, con giornalisti molto preparati. Il lunedì successivo al più importante evento religioso della Germania del dopoguerra, non ha aperto con Papa Benedetto XVI nel titolo di copertina. Hanno preferito puntare su Karl Marx. Giornalisticamente è un non-senso. È una scelta incomprensibile. È come volessero toglierseli da davanti agli occhi. Come se volessero mettervi un veto».

    Forse per opportunismo, visto che ci sono le elezioni fra poche settimane, ma anche i politici tedeschi hanno mostrato grande attenzione al Papa, dopo le iniziali perplessità.
    «La politica ha trovato nel Papa di Roma un nuovo centro di gravità. È come se l’identità tedesca avesse scoperto il Papa tedesco come proprio riferimento, dopo decenni di incertezze».

    Secondo lei, cosa non va nella Chiesa tedesca?
    «È diventata una Chiesa dei teologi, delle dispute intellettuali. O una Chiesa della protesta, che passa il suo tempo a lamentarsi di ciò che non va. Questi giorni ci hanno mostrato invece il bisogno di una nuova cultura della preghiera. Ad una Chiesa che non prega più la gente volta le spalle. La Chiesa ha bisogno di preghiera come il pesce dell’acqua per vivere. Credo che quella grande scuola di preghiera che si è rivelata la Gmg, avrà molto da insegnare alla Chiesa tedesca per i prossimi anni».

    Il vescovo di Osnabrück, Franz-Josef Bode, ha parlato di «necessità di una nuova alfabetizzazione religiosa dei tedeschi». Condivide?
    L’ignoranza in fatto di religione e di conoscenza della Bibbia la sperimento anche fra i colleghi giornalisti. Credo si debba cominciare da capo, con forza».

    Una Chiesa che torna a farsi sentire nella società ha destato scalpore, e anche reazioni negative in chi la dava per liquidata.
    «Io credo che in Germania e in Europa, nei prossimi anni, vivremo un nuovo "Kulturkampf", uno scontro culturale profondo. La posta in gioco sono i valori fondanti dell’Europa, e la sua eredità cristiana. Da una parte c’è chi punta a portare al centro della vita pubblica questi valori. Dall’altra, chi punta invece ad un relativismo disgregante della nostra identità cristiana ed europea. Non sarà una battaglia facile, ma sarà cruciale».

    Negli incontri con le altre religioni, il Papa non ha chiesto perdono per le colpe passate dei cristiani, come alcuni si aspettavano. Come mai, secondo lei?
    «Più che alle polemiche del passato, i giovani di Colonia sono attenti a conoscere il profilo della propria identità cristiana. È quella che il Papa ha cercato di trasmettere e di far crescere».

    tratto da Avvenire

  3. #113
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    2005-08-24
    Una nuova primavera per la Chiesa, soprattutto in Germania, secondo il prelato dell’Opus Dei
    Monsignor Javier Echevarría fa un bilancio della Giornata Mondiale della Gioventù

    COLONIA, mercoledì, 24 agosto 2005 (ZENIT.org).- Tra le centinaia di migliaia di giovani che hanno invaso Colonia la scorsa settimana vi era anche il prelato dell’Opus Dei, monsignor Javier Echevarría, che nella prima parte di questa intervista concessa a ZENIT fa un bilancio della Giornata Mondiale della Gioventù.

    Come prelato dell’Opus Dei lei conosce gente di tutto il mondo, perché la sua “diocesi” non è limitata territorialmente. Hanno tutti la stessa “fame di Dio” della quale ha parlato il Cardinale Joachim Meisner, Arcivescovo di Colonia, o gli uomini del sud, per la loro mentalità, sono più vicini a Dio rispetto ai Tedeschi o in generale agli abitanti del nord
    Monsignor Echevarría: In primo luogo desidero chiarire che l’Opus Dei è una prelatura personale, e quindi fa parte della struttura gerarchica della Chiesa, ma non è una diocesi. Sicuramente l’Opus Dei è diffusa in tutto il mondo. I fedeli della Prelatura appartengono a nazionalità molto diverse, ma hanno tutti come comun denominatore la sicurezza di essere figli di Dio con la “fame del rapporto con Dio”, una fame che cercano di acrrescere ogni giorno.

    E’ reale e constatabile da chiunque il fatto che siamo persone diverse: quelle del nord e quelle del sud, quelle dell’est e quelle dell’ovest, ma tutti lottano con gioia per vivere vicino a Dio. Non escludo, anzi penso che in Germania esista un ricco tesoro di gente che desidera avvicinarsi a Dio; molte persone – con la loro mentalità tedesca – trascorrono la loro giornata in relazione con il Signore – in famiglia, sul lavoro, nei trasferimenti, nel divertimento – e con il desiderio di avvicinare questo grande ideale dell’uomo – la vicinanza a Dio – a molte altre persone.

    Cos’hanno avuto di speciale questi giorni a Colonia, per il mondo e soprattutto per la Germania?
    Monsignor Echevarría: Per me l’aspetto speciale di questa visita pastorale è che viene il successore di Pietro e, accanto al successore di Pietro – per la comunione dei santi – tutta la Chiesa cerca di unirsi alle intenzioni del padre comune, del Papa. Ciò che sta accadendo in questi giorni a Colonia ha quindi grande importanza per la Germania e per il mondo, perché fa notare che la Chiesa è viva, che la Chiesa è giovane, con una gioventù che appartiene anche alle persone anziane, alle persone mature, ai malati e ai poveri; perché ciò che conta è la giovinezza dell’anima e tutte queste persone hanno una grande giovinezza, per poter offrire Dio agli altri, proprio perché è ciò di cui hanno bisogno.

    La visita del Santo Padre Benedetto XVI presupporrà l’inizio di una primavera spirituale della Chiesa nella sua patria?
    Monsignor Echevarría: Naturalmente: nella Chiesa ci troveremo sempre in una situazione di crescita. Anche se apparentemente ci possono essere momenti in cui si sperimenta una sorta di interruzione, questa in realtà non esiste, perché qui – in questo Paese meraviglioso che è la Germania – si può ora contare sulla ricchezza della preghiera di molte donne e di molti uomini sconosciuti. La Chiesa non si fa solamente con ciò che si vede esteriormente, ma anche con la santità di molte persone. Sicuramente qui in Germania c’è molta gente santa, che ringrazia il Signore per il fatto di appartenere alla Chiesa cattolica e che desidera amare tutti i cittadini della Germania, e quelli del mondo, con l’amore di Cristo.

    Il Santo Padre vorrebbe mostrare che l’essere cristiano dà gioia. Di che tipo di gioia si tratta?
    Monsignor Echevarría: Il Santo Padre ha insistito recentemente sul fatto che, lungi da quello che alcuni vogliono far credere, il cristianesimo non è un peso; anzi, l’insieme dei precetti rappresenta quelle ali di cui ha parlato Benedetto XVI, che ci aiutano a volare verso il Creatore, verso Dio, che segue da vicino ognuno di noi. La gioia, dunque, consiste nel fatto di sapere che in tutte le circostanze in cui ci possiamo trovare abbiamo un Padre che non ci abbandona mai e che si occupa di noi in tutte quelle situazioni.

    Nella vita umana non mancano il dolore o il sacrificio, così come non sono mancati a colui che è il modello per tutti i cristiani – nostro Signore Gesù Cristo – e alla persona che gli è stata più vicina, la Vergine Maria. Questo non significa masochismo; è dovuto all’amore, perché – perfino in ciò che è più umano – non esiste amore o dedizione senza sacrificio, che consiste nello spendersi con gioia per gli altri.

    l suo predecessore, san Josemaría, ha fondato l’Opus Dei per insegnare a tutti che è possibile essere santi senza fare cose straordinarie. Cos’è, quindi, la santità? Come si fa un santo?
    Monsignor Echevarría: San Josemaría ha raccolto gli insegnamenti e la predicazione di Gesù Cristo, che “coepit facere et docere”, che ha iniziato prima a fare, e poi ha predicato; all’inizio, con la sua umile nascita, povero, in una grotta, circondato dall’amore di Maria e Giuseppe e dei pastori – uomini poveri, ma con una grande capacità di amare –, e poi anche dei Magi che sono accorsi ad adorarlo. Anche se questi ultimi erano uomini agiati, in quella ricerca del re dei Giudei ci mostrano che avevano la stessa necessità dei pastori, o ancora di più.

    La santità è cercare di trovare Dio nelle occupazioni di ogni momento, identificarsi con Cristo senza che sia necessario ricorrere a cose straordinarie; le grandi abnegazioni non sono imprescindibili, anche se non bisogna escluderle se arrivano, o cercarle liberamente e volontariamente se ce le chiede il Signore. Per questo motivo, l’importante è compiere la volontà di Dio in ogni momento, svolgendo eroicamente il dovere di ogni istante, senza voltare le spalle di fronte al suggerimento di fedeltà rivoltoci da Cristo, in ciò che è piacevole e in ciò che non lo è.

    Che aiuto fornisce l’Opus Dei in questo cammino verso la santità?
    Monsignor Echevarría: L’Opus Dei è venuta a ricordare a tutto il mondo che la santità non è una cosa da privilegiati, vale a dire che tutti possiamo avvicinanrci a Dio lì dove ci troviamo. Agli uomini, a ciascuno, Gesù Cristo ha detto: “Siate voi dunque perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste”. L’Opus Dei ricorda la necessità di trasformare tutte le attività, anche quelle apparentemente più banali, in un dialogo con Dio, e ricorda anche la necessità della vita sacramentale, perché questa vita di grazia non può aumentare senza i sacramenti, che sono i mezzi lasciatici da Nostro Signore Gesù Cristo per rinnovarci ed identificarci con Lui.

    Il tema di questa Giornata Mondiale della Gioventù recita: “Siamo venuti per adorarlo” (Mt 2,2). Oggi viviamo in un periodo di grandi mutamenti in cui si perde facilmente di vista ciò che è essenziale e il raccoglimento, in silenzio, è spesso ritenuto insopportabile. Come giungere a questo atteggiamento di adorazione? In cosa consiste? Come si può parlare con Dio?
    Monsignor Echevarría: Prima di rispondere a questa domanda vorrei parlare di qualcosa di fondamentale per la vita del cristiano, per la vita di un figlio di Dio: l’ottimismo. Non possiamo mettere a fuoco le cose o le situazioni con il pessimismo che, a volte, può dominare l’ambiente che ci circonda. Il figlio di Dio ha la capacità di trasformare con gioia tutte le circostanze, anche quelle che altri possono considerare una contraddizione. Il silenzio e il raccoglimento, ovviamente, risultano essenziali perché esista un dialogo con Dio. Questo non può ritenersi insopportabile, come non si riterrà mai insopportabile un dialogo – o il fatto di stare – con la persona che si ama.

    Tutti gli uomini sono oggetto d’amore, i prediletti di Dio, come Egli stesso ha affermato: nella Bibbia ci rivela che la sua gioia è stare con i figli degli uomini. Se assecondiamo questo dialogo, saremo donne e uomini che partecipano a quella felicità, a quel compiacimento che Dio ha posto in ciascuno. Come si può parlare con Dio? Con semplicità, con naturalezza, come si parla con un amico, con un fratello. San Josemaría Escrivá consigliava di parlare con Dio della nostra vita, perché pregare è parlare della nostra anima, delle nostre piccole o grandi lotte; e Lui ci accoglie, ci ascolta come il Padre più interessato, con un grande affeto e con il desiderio di aiutarci in tutto ciò di cui abbiamo bisogno, anche se a volte – come ogni buon padre – permette la prova o la contraddizione, proprio perché possiamo maturare e contare di più sull’aiuto della sua Grazia.

    Il Santo Padre ha concesso a tutti i partecipanti a questa Giornata l’indulgenza plenaria. Che ruolo svolgono le indulgenze nella vita della Chiesa? Come si relazionano con il sacramento della penitenza?
    Monsignor Echevarría: Le indulgenze svolgono un ruolo fondamentale, perché sono l’applicazione all’anima dei meriti infiniti della Passione, Morte e Resurrezione di Nostro Signore Gesù Cristo. Ci fanno partecipare a quella Vita gloriosa alla quale tutti siamo chiamati; le indulgenze, quindi, ci facilitano nell’avvicinamento a Dio, perdonandoci ciò che resta della pena meritata per i peccati già perdonati e mettendoci in questo modo nella disposizione di accogliere d’ora in poi con maggiore docilità e con più facilità a ricevere la grazia nel sacramento della confessione.

    E’ in questo sacramento che Cristo perdona totalmente i peccati mortali, perchè un altro mezzo – tranne che in circostanze straordinarie – non esiste, anche se la Chiesa insegna che una contrizione perfetta rimette i peccati, anche quelli mortali. Chi può essere sicuro, tuttavia, che la sua contrizione sia perfetta? L’uomo ha bisogno della certezza del perdono di quel Dio che ci ascolta, che ci esaudisce e ci priva della tristezza per il fallimento, proprio nel sacramento della confessione.

    Che messaggio lascia san Josemaría ai giovani del mondo che sono stati in questi giorni a Colonia?
    Monsignor Echevarría: Riassumerei il messaggio di san Josemaría in poche parole, che ha scritto quando era un giovane sacerdote. Le ha scritte a tutti noi: non solo ai giovani, ma anche alle persone mature e agli anziani, perché ogni età è un periodo di incontro con Dio. Ai giovani, però, direbbe, se fosse ancora in vita, ciò che ha scritto in quegli anni dell’inizio dell’Opus Dei, quando si vedeva circondato da non poche difficoltà. Affermò: “Dal fatto che tu ed io ci comportiamo come Dio vuole – non dimenticarlo – dipendono molte grandi cose”. Dal fatto che si comportino bene quanti si trovano in questi giorni a Colonia, questa gioventù che ci circonda, dipendono molte grandi cose: per la loro anima e per le anime che incontrano, e anche per i loro Paesi e per le anime del mondo intero.

    tratto daagenzia Zenit

  4. #114
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    Originally posted by MiladyN
    il cappellino???ma cavolo era un obrobrio!!!! han fatto tutti a gara x scambiarlo con altri paesi e relativi gadget...
    Non prendermi in giro... pensa che degli spagnoli mi avevano offerto 20 euro per quel cappello! Una ragazza si era quasi messa a piangere per averlo!

  5. #115
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    25 agosto 2005
    Gli esiti imprevedibili di un evento provvidenziale
    Nulla in Germania appare uguale a prima
    di Pierangelo Giovanetti

    Paese fra i più secolarizzati d’Europa, dove più di un terzo della popolazione non s’identifica in alcuna chiesa e l’emorragia dei fedeli da anni non subisce interruzioni, la Germania ha reagito in modo imprevisto alla visita del Papa e alla Giornata della Gioventù di Colonia. In molti si aspettavano manifestazioni di protesta, movimenti di contestazione, freddezza dei tedeschi di fronte alle parole di Benedetto XVI, «Panzer Ratzinger» come era stato dipinto dai giornali. La stessa Chiesa tedesca dubitava di un coinvolgimento emotivo e di un interesse nell’opinione pubblica, al di fuori del tradizionale mondo cattolico.

    Quanto è realmente accaduto a Colonia ha fatto scoprire invece un volto diverso della Germania, un volto sconosciuto agli stessi tedeschi. Ha mostrato i segni di una profonda trasformazione che molto probabilmente sta già avvenendo nel Paese, una mutazione a cui sicuramente l’elezione di un Papa tedesco, la visita di Benedetto XVI e il milione di giovani arrivati da tutto il mondo hanno finito col dare una spinta poderosa. Le giornate di Colonia hanno indicato l’affermarsi di un movimento nuovo nel cuore dell’Europa, una voglia inedita di spiritualità, una ricerca sincera di valori autentici per la vita e per l’uomo, compreso un bisogno inatteso di religione. Insomma, quanto è avvenuto ha rivelato un insopprimibile desiderio di Dio, che sembrava ormai scemato per sempre o quasi.

    Che qualcosa da tempo stesse cambiando, lo si era già avvertito con il diffondersi di gruppi di spiritualità e nuovi movimenti di preghiera (Jugend 2000). Dopo decenni in cui Dio non faceva più parte del vissuto tedesco, una nuova generazione di giovani torna a credere, cerca la preghiera, sente il vuoto di un materialismo consumista che non ha mantenuta la premessa di felicità. Ai giovani di Colonia non interessano la polemica interna alla Chiesa, le rivendicazioni di ruoli, i dibattiti teologici; non interessa un annacquamento del Vangelo per renderlo più abbordabile ai più. Il milione nella spianata di Marienfeld vuole credere, vuole pregare, vuole sentirsi chiamato a qualcosa di grande, che dia loro il senso del vivere. La Germania è stata interiormente colpita da quei giovani e l’attenzione a loro riservata mostra che il bisogno di religione sta scuotendo l’intero Paese.
    Dopo decenni di emarginazione e di autoemarginazione, Colonia ha mostrato anche un interesse nuovo verso la Chiesa istituzione.

    All’indifferenza ad essa riservata per lungo tempo, alla polemica e alla denigrazione, è subentrata un’aria diversa, di aspettativa, di benevolenza, di affidamento di fronte al vuoto della cultura, della politica, del progresso scientifico. La stessa Chiesa tedesca ha ricevuto coraggio dall’evento di Colonia, subendo una scossa salutare.

    Del tutto inconsueto per il mondo tedesco, è apparso il richiamo, anzi il fascino esercitato dal Papa. Benedetto XVI - la cui elezione fu nel suo Paese inizialmente accolta con freddezza -, ha entusiasmato non solo i giovani, ma è diventato riferimento per l’intera Germania. Nell’incerta identità politica della Germania del Dopoguerra, il Papa tedesco sta diventando - a giudizio di osservatori severi - elemento di identità culturale e politica, simbolo delle radici storiche della terra germanica e voce delle coscienze che si eleva forte al di sopra delle mode e delle ideologie. Una forte figura spirituale a cui non è insensibile anche chi non crede.

    Certo le difficoltà di un Paese difficile, frammentato, pieno di contraddizioni, restano anche dopo Colonia. Ma la carica che da lì sembra partita attraverserà in profondità il Paese. La Germania non è più la stessa di prima.

    tratto da Avvenire

  6. #116
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    Originally posted by bianconero
    Non prendermi in giro... pensa che degli spagnoli mi avevano offerto 20 euro per quel cappello! Una ragazza si era quasi messa a piangere per averlo!
    ma dai!!!!!! davvero???? pensa te!!! cmq io nn ce l'ho.....peccato....

  7. #117
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    Originally posted by bianconero
    Non prendermi in giro... pensa che degli spagnoli mi avevano offerto 20 euro per quel cappello! Una ragazza si era quasi messa a piangere per averlo!


    20 euro per un cappellino azzurro ??????? Ma sono proprio scemi sti spagnoli.. Mi darò alla produzione di cappellini della GMG..

  8. #118
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    Predefinito Commento di S. Magister

    Dopo Colonia. La formidabile lezione del professor Ratzinger
    Ai cattolici, ai cristiani, agli ebrei, ai musulmani. Un bilancio del primo viaggio fuori d’Italia del nuovo papa. Che più è esigente, e più conquista le menti e i cuori

    di Sandro Magister

    http://www.chiesa.espressonline.it/d...o.jsp?id=37967



    ROMA, 25 agosto 2005 – L’aveva annunciato fin dalla sua prima mattina da papa, nel discorso programmatico del 20 aprile nella Cappella Sistina: “L’eucaristia sarà al centro, in agosto, della Giornata Mondiale della Gioventù a Colonia”.

    Detto e fatto. Al milione di giovani accorsi da 197 paesi del mondo, anche di poca fede, anche non battezzati, nei quattro giorni passati nella città che custodisce le reliquie dei Magi, Benedetto XVI ha predicato proprio “l’inconcepibile grandezza di un Dio che si è abbassato fino al punto di mostrarsi nella mangiatoia, di darsi come cibo sull’altare”.

    Un altro suo annuncio della prima ora era che il papa “non deve proclamare le proprie idee, bensì vincolare costantemente se stesso e la Chiesa all’obbedienza verso la parola di Dio, di fronte a tutti i tentativi di adattamento e di annacquamento, come di fronte ad ogni opportunismo”.

    E ha mantenuto anche quest’altra promessa. A Colonia, tra il 18 e il 21 agosto, Benedetto XVI non ha regalato alla massa un solo gesto teatrale, una sola frase ad effetto. Ha guidato i giovani a guardare non lui ma sempre e soltanto il protagonista vero: il Gesù adorato dai Magi a Betlemme “casa del pane”, e oggi nascosto nell’ostia consacrata.

    Joseph Ratzinger ha molto osato, a Colonia. Il cardinale Angelo Scola, uno dei tantissimi vescovi accorsi a catechizzare i giovani nei tre giorni prima della veglia col papa, ha pensato di conquistarli con una citazione di dieci minuti da “On the Road” di Jack Kerouac. Benedetto XVI ha invece sfidato l’attenzione di tutti, nel mezzo dell’omelia sulla spianata di Marienfeld, con un’ardua spiegazione della “differente accezione che la parola ‘adorazione’ ha in greco e in latino. La parola greca suona ‘proskynesis’, essa significa il gesto della sottomissione, il riconoscimento di Dio come nostra vera misura. [...] La parola latina è ‘ad-oratio’, contatto bocca a bocca, bacio, abbraccio e quindi in fondo amore. La sottomissione diventa unione, perché colui al quale ci sottomettiamo è amore”.


    * * *

    Il motto di questa ventesima Giornata Mondiale della Gioventù era: “Siamo venuti ad adorarlo”, parole dei Magi al seguito della stella. Ratzinger ne ha fatto la traccia di una sua formidabile lezione durata quattro giorni – a cominciare dallo sbarco sulle rive del Reno – “sulla grande processione dei fedeli chiamata Chiesa”. Dietro i Magi camminano i santi “nelle cui vite, come in un grande libro illustrato, si svela la ricchezza del Vangelo”. Le loro reliquie sono “povere ossa umane” ma di “persone visitate dalla potenza trascendente di Dio”. E sul loro reliquiario, “il più prezioso dell’intero mondo cristiano”, Colonia “ha elevato un reliquiario ancora più grande: questa stupenda cattedrale gotica, [...] uno dei luoghi di pellegrinaggio più importanti dell’Occidente cristiano”, assieme a Roma, Santiago de Compostela, Gerusalemme. Perciò “sperimentiamo proprio qui a Colonia quanto sia bello appartenere a una famiglia vasta come il mondo, che comprende cielo e terra, il passato, il presente e il futuro”. Si può criticare la Chiesa perché in essa c’è grano e zizzania, ma “è consolante il fatto che esista la zizzania nella Chiesa: così, con tutti i nostri difetti possiamo tuttavia sperare di trovarci ancora nella sequela di Gesù, che ha chiamato proprio i peccatori”.

    Queste ultime parole, Benedetto XVI le ha dette al culmine della veglia notturna a Marienfeld, davanti all’altare sotto il cielo stellato. E poi, all’improvviso: “Cari amici, questa non è una storia lontana, avvenuta tanto tempo fa. Questa è presenza. Qui nell’ostia sacra. [...] Egli è presente come allora in Betlemme. Ci invita a quel pellegrinaggio interiore che si chiama adorazione”. Silenzio. Il papa benedice con l’ostia e si allontana rapido nel buio, senza passare in mezzo alla folla. Tornerà la mattina dopo per la messa, a ribadire che è solo da Dio e dall’eucaristia che viene la vera rivoluzione del mondo. E ai giovani darà due consegne: andare a messa la domenica e studiare il catechismo.


    * * *

    Le cronache televisive hanno mancato i tratti più caratterizzanti del meeting. Le tre mattine di catechesi per gruppi, in 270 chiese e palasport di Colonia e dintorni, predicate da cardinali e vescovi messi alla frusta dal nuovo papa. Il pellegrinaggio incessante verso la cattedrale, alle reliquie dei Magi. Le molte Via Crucis del venerdì sera. Le miriadi di confessioni sacramentali in tutte le lingue. La preghiera diurna e notturna nelle chiese: quella di Sant’Agnese a Colonia presa in cura dalla comunità ecumenica di Taizé, antesignana di questi incontri internazionali di fede, tra giovani. Il fiorire di amori tra ragazzi e ragazze, ma anche di vocazioni a prete e suora. All’agenda standard delle Giornate Mondiali della Gioventù, Benedetto XVI ha voluto aggiungere un incontro con i seminaristi, i sacerdoti della Chiesa di domani.

    Per il resto il copione era scritto. E non tutto collimava con gli orientamenti di Ratzinger. Le messe, i vespri, le benedizioni eucaristiche celebrate tra cori folk alla moda, chitarre rock, danze indiane, tamburi africani, flauti andini sono state oggetto di severe sue reprimende in passato, quand’era teologo e cardinale.

    Questa volta, a Colonia, il pot-pourri era un po’ più misurato, qua e là balenavano spunti di canto gregoriano o i meditativi “canoni” di Taizé, ma c’è stato anche il giocoliere argentino che faceva volare cappelli davanti all’altare, stile “jongleur de Notre Dame”. Un paziente Benedetto XVI ha bilanciato il tutto con la sua presenza sobria, austera. Al suo fianco il cerimoniere pontificio Piero Marini, regista di questi riti di massa cari a Giovanni Paolo II, firmava una delle sue ultime performance.


    * * *

    Papa Karol Wojtyla, in un suo viaggio di identica durata in Germania, nel 1980, infilò 29 discorsi. Benedetto XVI ne ha pronunciati molti di meno, 12, di cui tre rivolti ad ebrei, musulmani e cristiani non cattolici: tutti e tre molto netti nel tracciare quella che sarà la linea “ad extra” del suo pontificato.

    Agli ebrei, il 19 agosto nella sinagoga di Colonia, ha detto che è importante soprattutto “fare passi avanti nella valutazione, dal punto di vista teologico, del rapporto tra ebraismo e cristianesimo”. Ha ribadito la tesi dell’apostolo Paolo che “i doni e la chiamata di Dio sono irrevocabili”. Ha parlato di una “fiaccola della speranza che da Dio è stata data agli ebrei come ai cristiani” affinché gli uni e gli altri la trasmettano alle giovani generazioni.

    E con ciò Benedetto XVI ha tagliato la vera radice del conflitto secolare tra ebrei e cristiani: quella “teologia della sostituzione”, ancor oggi largamente diffusa, secondo cui è la Chiesa il solo vero Israele che sostituisce il vecchio ripudiato da Dio. Ebrei e cristiani, ha detto Ratzinger, restano accomunati dall’unica, eterna alleanza stabilita da Dio: e quindi “anche nelle cose che a causa della nostra intima convinzione di fede ci distinguono gli uni dagli altri, anzi proprio in esse, dobbiamo rispettarci ed amarci a vicenda”. A cominciare dalla distinzione capitale: il credere o no in Gesù messia e figlio di Dio.

    Il rabbino della sinagoga Netanel Teitelbaum, commosso, ha porto al papa “la mano del popolo ebraico”. Il cantore ha intonato in struggente musica klezmer il racconto della creazione dell’uomo nel capitolo 1 della Genesi e il salmo 23: “Il Signore è il mio pastore”. È risuonato lo shofar, il corno della pace.

    Dello stato d’Israele il papa non ha fatto parola. S’è concentrato sui fondamenti: sul rapporto tra le due fedi. Ma ha anche fissato degli impegni pratici: per i cristiani la vigilanza contro i “nuovi segni di antisemitismo”, e per ebrei e cristiani insieme “la difesa e la promozione dei diritti dell’uomo e della sacralità della vita umana”, sulle tracce del Decalogo che “è per noi patrimonio e impegno comune”.


    * * *

    Anche ai “cari amici musulmani” ricevuti in arcivescovado il 20 agosto Benedetto XVI ha chiesto unità d’azione “al servizio dei fondamentali valori morali [...] scanditi in modo inconfondibile dalla voce sommessa ma chiara della coscienza”.

    In concreto ha proposto d’agire insieme, cristiani e musulmani, per i diritti della persona, per la libertà religiosa, per il rispetto delle minoranze. Ma prima ancora per “estirpare dai cuori” il rancore, l’intolleranza, il fanatismo di cui si nutrono i terroristi.

    Mai prima di questa volta a Colonia un papa era stato così esplicito e tagliente, nell’affrontare la questione del terrorismo, a tu per tu con rappresentanti di comunità musulmane.

    Benedetto XVI non ha concesso alcuna attenuante al fenomeno, non ha chiamato in causa oppressione e miseria. Nell’uso del nome di Dio da parte del terrorismo ha indicato semmai un’aggravante. Ha detto che “gli ideatori e programmatori di questi attentati mostrano di voler avvelenare i nostri rapporti servendosi di tutti i mezzi, anche della religione”. Ha accusato il terrorismo di “scalzare le fondamenta stesse di ogni civile convivenza”. Ha ricordato le battaglie e le guerre tra cristiani e musulmani combattute “quasi che uccidere l’avversario potesse essere cosa a Dio gradita”. Per subito aggiungere: “Il ricordo di questi tristi eventi dovrebbe riempirci di vergogna, ben sapendo quali atrocità siano state commesse nel nome della religione. Le lezioni del passato devono servirci ad evitare di ripetere gli stessi errori”.

    E per il presente e il futuro ha chiesto ai musulmani di farsi educatori di pace:

    “Voi guidate i credenti nell’islam e li educate nella fede musulmana. L’insegnamento è il veicolo attraverso cui si comunicano idee e convincimenti. La parola è la strada maestra nell’educazione della mente. Voi avete, pertanto, una grande responsabilità nella formazione delle nuove generazioni. Insieme, cristiani e musulmani, dobbiamo far fronte alle numerose sfide che il nostro tempo ci propone. Non c’è spazio per l’apatia e il disimpegno ed ancor meno per la parzialità e il settarismo”.

    È questo il “dialogo interreligioso e interculturale fra cristiani e musulmani” che Benedetto XVI vuole. Un dialogo a caro prezzo.

    Sul giornale della conferenza episcopale italiana, “Avvenire”, il musulmano algerino con cittadinanza italiana Khaled Fouad Allam, professore nelle università di Trieste e di Urbino, ha commentato:

    “Le parole di Benedetto XVI sono per noi un salutare scossone. In un momento in cui all’interno delle nostre comunità sembrano imperversare i cattivi maestri, le sue parole sono un incoraggiamento a far emergere i veri educatori, che esistono e sono all’opera, ma non riescono a far sentire la loro voce come sarebbe invece necessario. Il papa ha ragione quando dice che non ci può più essere spazio per l’apatia e il disimpegno. Ci vuole il coraggio della denuncia per isolare chi ha una lingua di fuoco e incita alla violenza usando il nome di Dio”.
    Gilbert

  9. #119
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    Bon va', qualke foto inizio a metterla...certo ke scegliere tra 200 è dura...quindi vediamo...

    questa è la ancora "scarsa" ressa del venerdì sera prima ke bloccassero la stazione di colonia e si mettesse a diluviare....


  10. #120
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    titolo: in the middle of nowhere....


 

 
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