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Discussione: GMG 2005

  1. #81
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    il commento di Andrea Riccardi della comunità di S.Egidio alla visita del S.Padre alla sinagoga di Colonia:

    20 agosto 2005
    Nel segno della fedeltà
    Amicizia, ecco il tono nuovo
    di Andrea Riccardi

    Un cammino religioso non si giudica dalle novità, quanto dalla fedeltà. È la fedeltà mostrata da Benedetto XVI nella visita alla sinagoga di Colonia al suo secondo giorno di Gmg: fedeltà al Concilio Vaticano II, a Giovanni Paolo II (che nel 1980 incontrò i leader dell’ebraismo tedesco e nel 1986 visitò il tempio di Roma), soprattutto fedeltà al popolo ebraico. Non era scontato che, all’interno delle giornate della gioventù, ci fosse una visita come questa. Il Papa ha voluto che avvenisse proprio in Germania. Sull’ebraismo tedesco incombe il ricordo di antichi odi e dolori, ma soprattutto quello della Shoà, che - dice il Papa - ha segnato il "tempo più buio della storia tedesca ed europea". È il buio delle leggi razziali di Norimberga del 1935, poi della Notte dei Cristalli del 1938, infine della soluzione finale. Tutto viene dalla "folle ideologia razzista di matrice neopagana". Per il Papa la scaturigine è chiara: "non si riconosceva più la santità di Dio, e per questo si calpestava anche la sacralità della vita umana".

    Benedetto XVI guarda al futuro, davanti a superstiti della Shoà e a un giovane rabbino che gli ricorda come gli ebrei, tra tanti dolori, non abbiano mai smesso di sperare. Una domanda aleggia: come far sì che "mai più le forze del male arrivino al dominio, e le generazioni future… possano costruire un mondo più giusto e pacifico in cui tutti gli uomini abbiano uguale diritto di cittadinanza"? Il Papa non la elude. Risponde con la dottrina del testo conciliare Nostra Aetate (e la ricorda rivolta anche a musulmani ed altri credenti).

    Questo testo è ben più che un discorso congiunturale. Con Benedetto XVI, la Chiesa ribadisce l’impegno di trasmettere "questa dottrina alle nuove generazioni che non sono state testimoni degli avvenimenti terribili accaduti prima e durante la seconda guerra mondiale". I cristiani saranno sempre testimoni del valore dell’ebraismo, mai del suo disprezzo. È un messaggio inequivocabile ai giovani riuniti a Colonia che, magari, nel loro ambiente di provenienza non incontrano comunità ebraiche ma possono subire suggestioni. No, "mai più".

    Agli ebrei, il Papa rivolge un invito: "dobbiamo ricordarci insieme di Dio e del suo sapiente progetto sul mondo da Lui creato". Il Decalogo va ricordato al mondo e ai giovani, che - leit motiv caro a Benedetto XVI - non debbono sentirlo come un peso bensì come "l’indicazione di un cammino verso una vita riuscita". Il dialogo ebraico-cristiano è anche questo "ricordarsi insieme". Ma - aggiunge - non vanno minimizzate le differenze. Il nostro mondo è affascinato e ossessionato dalle alterità. Il Papa parla di nuovo antisemitismo e di ostilità generalizzata allo straniero. Indica l’interiorità come condizione per vivere con l’altro, anzi nel rispetto della "dignità della differenza" (per usare l’espressione del rabbino inglese Sacks).
    Solo uomini spirituali, solo cristiani veri potranno rendere questo mondo più umano e far abitare in pace gente diversa. E’ una speranza che emerge dall’insegnamento di Benedetto XVI, offerta all’umanesimo contemporaneo. Egli, proprio dalla sinagoga di Colonia, riafferma che "la Chiesa cattolica si impegna… per la tolleranza, il rispetto, l’amicizia e la pace tra tutti i popoli, le culture e le religioni".

    Ecco, l’amicizia è la sottolineatura fresca che il Papa introduce tra principi che potrebbero suonare scontati, quando invece non lo sono se guardiamo alla pratica di vita. Lui conosce bene il linguaggio evangelico dell’amicizia anche come cifra del rapporto con gli altri. Ed ora, da amico nella sinagoga, indica una via e tende una mano, perché le forze del male non dominino mai più.

    tratto da Avvenire

  2. #82
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    Particolarmente bello e intenso il momento dell'Adorazione Eucaristica, durante la veglia.

  3. #83
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    Le parole di Benedetto XVI ai giovani durante l'Omelia della Celebrazione Eucaristica di oggi.


    Cari giovani!

    Davanti all’Ostia sacra, nella quale Gesù per noi si è fatto pane che dall’interno sostiene e nutre la nostra vita (cfr Gv 6,35), abbiamo ieri sera cominciato il cammino interiore dell’adorazione. Nell’Eucaristia l’adorazione deve diventare unione. Con la Celebrazione eucaristica ci troviamo in quell’"ora" di Gesù di cui parla il Vangelo di Giovanni. Mediante l’Eucaristia questa sua "ora" diventa la nostra ora, presenza sua in mezzo a noi. Insieme con i discepoli Egli celebrò la cena pasquale d’Israele, il memoriale dell’azione liberatrice di Dio che aveva guidato Israele dalla schiavitù alla libertà. Gesù segue i riti d’Israele. Recita sul pane la preghiera di lode e di benedizione. Poi però avviene una cosa nuova. Egli ringrazia Dio non soltanto per le grandi opere del passato; lo ringrazia per la propria esaltazione che si realizzerà mediante la Croce e la Risurrezione, parlando ai discepoli anche con parole che contengono la somma della Legge e dei Profeti: "Questo è il mio Corpo dato in sacrificio per voi. Questo calice è la Nuova Alleanza nel mio Sangue". E così distribuisce il pane e il calice, e insieme dà loro il compito di ridire e rifare sempre di nuovo in sua memoria quello che sta dicendo e facendo in quel momento.

    Che cosa sta succedendo? Come Gesù può distribuire il suo Corpo e il suo Sangue? Facendo del pane il suo Corpo e del vino il suo Sangue, Egli anticipa la sua morte, l’accetta nel suo intimo e la trasforma in un’azione di amore. Quello che dall’esterno è violenza brutale, dall’interno diventa un atto di un amore che si dona totalmente. È questa la trasformazione sostanziale che si realizzò nel cenacolo e che era destinata a suscitare un processo di trasformazioni il cui termine ultimo è la trasformazione del mondo fino a quella condizione in cui Dio sarà tutto in tutti (cfr 1 Cor 15,28). Già da sempre tutti gli uomini in qualche modo aspettano nel loro cuore un cambiamento, una trasformazione del mondo. Ora questo è l’atto centrale di trasformazione che solo è in grado di rinnovare veramente il mondo: la violenza si trasforma in amore e quindi la morte in vita. Poiché questo atto tramuta la morte in amore, la morte come tale è già dal suo interno superata, è già presente in essa la risurrezione. La morte è, per così dire, intimamente ferita, così che non può più essere lei l’ultima parola. È questa, per usare un’immagine a noi oggi ben nota, la fissione nucleare portata nel più intimo dell’essere – la vittoria dell’amore sull’odio, la vittoria dell’amore sulla morte. Soltanto questa intima esplosione del bene che vince il male può suscitare poi la catena di trasformazioni che poco a poco cambieranno il mondo. Tutti gli altri cambiamenti rimangono superficiali e non salvano. Per questo parliamo di redenzione: quello che dal più intimo era necessario è avvenuto, e noi possiamo entrare in questo dinamismo. Gesù può distribuire il suo Corpo, perché realmente dona se stesso.

    Questa prima fondamentale trasformazione della violenza in amore, della morte in vita trascina poi con sé le altre trasformazioni. Pane e vino diventano il suo Corpo e Sangue. A questo punto però la trasformazione non deve fermarsi, anzi è qui che deve cominciare appieno. Il Corpo e il Sangue di Cristo sono dati a noi affinché noi stessi veniamo trasformati a nostra volta. Noi stessi dobbiamo diventare Corpo di Cristo, consanguinei di Lui. Tutti mangiamo l’unico pane, ma questo significa che tra di noi diventiamo una cosa sola. L’adorazione, abbiamo detto, diventa unione. Dio non è più soltanto di fronte a noi, come il Totalmente Altro. È dentro di noi, e noi siamo in Lui. La sua dinamica ci penetra e da noi vuole propagarsi agli altri e estendersi a tutto il mondo, perché il suo amore diventi realmente la misura dominante del mondo. Io trovo un’allusione molto bella a questo nuovo passo che l’Ultima Cena ci ha donato nella differente accezione che la parola "adorazione" ha in greco e in latino. La parola greca suona proskynesis. Essa significa il gesto della sottomissione, il riconoscimento di Dio come nostra vera misura, la cui norma accettiamo di seguire. Significa che libertà non vuol dire godersi la vita, ritenersi assolutamente autonomi, ma orientarsi secondo la misura della verità e del bene, per diventare in tal modo noi stessi veri e buoni. Questo gesto è necessario, anche se la nostra brama di libertà in un primo momento resiste a questa prospettiva. Il farla completamente nostra sarà possibile soltanto nel secondo passo che l’Ultima Cena ci dischiude. La parola latina per adorazione è ad-oratio – contatto bocca a bocca, bacio, abbraccio e quindi in fondo amore. La sottomissione diventa unione, perché colui al quale ci sottomettiamo è Amore. Così sottomissione acquista un senso, perché non ci impone cose estranee, ma ci libera in funzione della più intima verità del nostro essere.

    Torniamo ancora all’Ultima Cena. La novità che lì si verificò, stava nella nuova profondità dell’antica preghiera di benedizione d’Israele, che da allora diventa la parola della trasformazione e dona a noi la partecipazione all’"ora" di Cristo. Gesù non ci ha dato il compito di ripetere la Cena pasquale che, del resto, in quanto anniversario, non è ripetibile a piacimento. Ci ha dato il compito di entrare nella sua "ora". Entriamo in essa mediante la parola del potere sacro della consacrazione – una trasformazione che si realizza mediante la preghiera di lode, che ci pone in continuità con Israele e con tutta la storia della salvezza, e al contempo ci dona la novità verso cui quella preghiera per sua intima natura tendeva. Questa preghiera – chiamata dalla Chiesa "preghiera eucaristica" – pone in essere l’Eucaristia. Essa è parola di potere, che trasforma i doni della terra in modo del tutto nuovo nel dono di sé di Dio e ci coinvolge in questo processo di trasformazione. Per questo chiamiamo questo avvenimento Eucaristia, che è la traduzione della parola ebraica beracha – ringraziamento, lode, benedizione, e così trasformazione a partire dal Signore: presenza della sua "ora". L’ora di Gesù è l’ora in cui vince l’amore. In altri termini: è Dio che ha vinto, perché Egli è l’Amore. L’ora di Gesù vuole diventare la nostra ora e lo diventerà, se noi, mediante la celebrazione dell’Eucaristia, ci lasciamo tirare dentro quel processo di trasformazioni che il Signore ha di mira. L’Eucaristia deve diventare il centro della nostra vita. Non è positivismo o brama di potere, se la Chiesa ci dice che l’Eucaristia è parte della domenica. Al mattino di Pasqua, prima le donne e poi i discepoli ebbero la grazia di vedere il Signore. D’allora in poi essi seppero che ormai il primo giorno della settimana, la domenica, sarebbe stato il giorno di Lui, di Cristo. Il giorno dell’inizio della creazione diventava il giorno del rinnovamento della creazione. Creazione e redenzione vanno insieme. Per questo è così importante la domenica. È bello che oggi, in molte culture, la domenica sia un giorno libero o, insieme col sabato, costituisca addirittura il cosiddetto "fine-settimana" libero. Questo tempo libero, tuttavia, rimane vuoto se in esso non c’è Dio. Cari amici! Qualche volta, in un primo momento, può risultare piuttosto scomodo dover programmare nella domenica anche la Messa. Ma se vi ponete impegno, constaterete poi che è proprio questo che dà il giusto centro al tempo libero. Non lasciatevi dissuadere dal partecipare all’Eucaristia domenicale ed aiutate anche gli altri a scoprirla. Certo, perché da essa si sprigioni la gioia di cui abbiamo bisogno, dobbiamo imparare a comprenderla sempre di più nelle sue profondità, dobbiamo imparare ad amarla. Impegniamoci in questo senso – ne vale la pena! Scopriamo l’intima ricchezza della liturgia della Chiesa e la sua vera grandezza: non siamo noi a far festa per noi, ma è invece lo stesso Dio vivente a preparare per noi una festa. Con l’amore per l’Eucaristia riscoprirete anche il sacramento della Riconciliazione, nel quale la bontà misericordiosa di Dio consente sempre un nuovo inizio alla nostra vita.

    Chi ha scoperto Cristo deve portare altri verso di Lui. Una grande gioia non si può tenere per sé. Bisogna trasmetterla. In vaste parti del mondo esiste oggi una strana dimenticanza di Dio. Sembra che tutto vada ugualmente anche senza di Lui. Ma al tempo stesso esiste anche un sentimento di frustrazione, di insoddisfazione di tutto e di tutti. Vien fatto di esclamare: Non è possibile che questa sia la vita! Davvero no. E così insieme con la dimenticanza di Dio esiste come un "boom" del religioso. Non voglio screditare tutto ciò che c’è in questo contesto. Può esserci anche la gioia sincera della scoperta. Ma, per dire il vero, non di rado la religione diventa quasi un prodotto di consumo. Si sceglie quello che piace, e certuni sanno anche trarne un profitto. Ma la religione cercata alla maniera del "fai da te" alla fin fine non ci aiuta. È comoda, ma nell’ora della crisi ci abbandona a noi stessi. Aiutate gli uomini a scoprire la vera stella che ci indica la strada: Gesù Cristo! Cerchiamo noi stessi di conoscerlo sempre meglio per poter in modo convincente guidare anche gli altri verso di Lui. Per questo è così importante l’amore per la Sacra Scrittura e, di conseguenza, importante conoscere la fede della Chiesa che ci dischiude il senso della Scrittura. È lo Spirito Santo che guida la Chiesa nella sua fede crescente e l’ha fatta e la fa penetrare sempre di più nelle profondità della verità (cfr Gv 16,13). Papa Giovanni Paolo II ci ha donato un’opera meravigliosa, nella quale la fede dei secoli è spiegata in modo sintetico: il Catechismo della Chiesa Cattolica. Io stesso recentemente ho potuto presentare il Compendio di tale Catechismo, che è stato elaborato a richiesta del defunto Papa. Sono due libri fondamentali che vorrei raccomandare a tutti voi.

    Ovviamente, i libri da soli non bastano. Formate delle comunità sulla base della fede! Negli ultimi decenni sono nati movimenti e comunità in cui la forza del Vangelo si fa sentire con vivacità. Cercate la comunione nella fede come compagni di cammino che insieme continuano a seguire la strada del grande pellegrinaggio che i Magi dell’Oriente ci hanno indicato per primi. La spontaneità delle nuove comunità è importante, ma è pure importante conservare la comunione col Papa e con i Vescovi. Sono essi a garantire che non si sta cercando dei sentieri privati, ma invece si sta vivendo in quella grande famiglia di Dio che il Signore ha fondato con i dodici Apostoli.

    Ancora una volta devo ritornare all’Eucaristia. "Poiché c’è un solo pane, noi, pur essendo molti, siamo un corpo solo" dice san Paolo (1 Cor 10,17). Con ciò intende dire: Poiché riceviamo il medesimo Signore ed Egli ci accoglie e ci attira dentro di sé, siamo una cosa sola anche tra di noi. Questo deve manifestarsi nella vita. Deve mostrarsi nella capacità del perdono. Deve manifestarsi nella sensibilità per le necessità dell’altro. Deve manifestarsi nella disponibilità a condividere. Deve manifestarsi nell’impegno per il prossimo, per quello vicino come per quello esternamente lontano, che però ci riguarda sempre da vicino. Esistono oggi forme di volontariato, modelli di servizio vicendevole, di cui proprio la nostra società ha urgentemente bisogno. Non dobbiamo, ad esempio, abbandonare gli anziani alla loro solitudine, non dobbiamo passare oltre di fronte ai sofferenti. Se pensiamo e viviamo in virtù della comunione con Cristo, allora ci si aprono gli occhi. Allora non ci adatteremo più a vivacchiare preoccupati solo di noi stessi, ma vedremo dove e come siamo necessari. Vivendo ed agendo così ci accorgeremo ben presto che è molto più bello essere utili e stare a disposizione degli altri che preoccuparsi solo delle comodità che ci vengono offerte. Io so che voi come giovani aspirate alle cose grandi, che volete impegnarvi per un mondo migliore. Dimostratelo agli uomini, dimostratelo al mondo, che aspetta proprio questa testimonianza dai discepoli di Gesù Cristo e che, soprattutto mediante il vostro amore, potrà scoprire la stella che noi seguiamo.

    Andiamo avanti con Cristo e viviamo la nostra vita da veri adoratori di Dio! Amen.

  4. #84
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    Ecco il tanto atteso annuncio della sede della prossima GMG:

    XXI Giornata Mondiale della Gioventù 2008 - Sydney Australia

  5. #85
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    La veglia di ieri sera








  6. #86
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    La Messa di questa mattina








  7. #87
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    Le parole del Papa alla recita dell'Angelus Domini

    Cari amici,

    siamo giunti al termine di questa meravigliosa celebrazione, e anche della ventesima Giornata Mondiale della Gioventù. Nel mio cuore sento risuonare forte una parola: "grazie"! Sono sicuro che essa trova eco corale in ciascuno di voi. E’ Dio stesso che l’ha impressa nei nostri cuori e l’ha sigillata con questa Eucaristia, che significa proprio "ringraziamento". Sì, cari giovani, la parola della gratitudine, che nasce dalla fede, si esprime nel canto della lode a Lui, Padre e Figlio e Spirito Santo, che ci ha dato un’ulteriore testimonianza del suo immenso amore.

    Il nostro "grazie", che sale a Dio per il dono di quest’Incontro indimenticabile, si estende a tutti coloro che ne hanno curato l’organizzazione e la realizzazione. Rinnovo in particolare il mio vivo ringraziamento al Pontificio Consiglio per i Laici, presieduto dall’Arcivescovo Stanisław Ryłko, validamente coadiuvato dal Segretario, Mons. Josef Clemens, e ai Confratelli dell’Episcopato tedesco, in primo luogo all’Arcivescovo di Colonia, Cardinale Joachim Meisner. Ringrazio le Autorità politiche e amministrative, che hanno reso possibile in questi giorni il sereno svolgimento di ogni manifestazione; ringrazio i tanti volontari venuti dalle Diocesi tedesche e da diverse nazioni. Un grazie cordiale anche ai tanti monasteri di vita contemplativa, che hanno accompagnato con la loro preghiera la Giornata Mondiale della Gioventù.

    In questo momento, nel quale la presenza viva di Cristo risorto in mezzo a noi alimenta la fede e la speranza, sono lieto di annunciare che il prossimo Incontro mondiale della gioventù avrà luogo a Sydney, in Australia, nel 2008. Affidiamo alla guida materna e premurosa di Maria Santissima il cammino futuro dei giovani del mondo intero.

    Angelus Domini…

    [francese] Saluto con affetto i giovani francofoni. Vi ringrazio, cari amici, per la vostra partecipazione e vi auguro di ritornare ai vostri Paesi portando in voi, come i Magi, la gioia di aver incontrato il Cristo, il Figlio del Dio vivente.

    [inglese] Ai giovani di lingua inglese, provenienti da ogni parte del mondo, rivolgo un caloroso saluto, al termine di queste indimenticabili Giornate. La luce di Cristo, che avete seguito per venire a Colonia, risplenda ora più limpida e forte nella vostra vita!

    [spagnolo] Cari giovani di lingua spagnola! Siete venuti per adorare Cristo. Ora che lo avete incontrato, continuate ad adorarlo nei vostri cuori, pronti sempre a rendere ragione della speranza che è in voi (cfr 1 Pt 3,15). Buon ritorno ai vostri Paesi!

    [italiano] Cari amici di lingua italiana! Volge ormai al termine la ventesima Giornata Mondiale della Gioventù, ma questa celebrazione eucaristica continua nella vita: portate a tutti la gioia di Cristo, che qui avete incontrato.

    [polacco] Un abbraccio affettuoso a tutti voi, giovani polacchi! Come vi direbbe il grande Papa Giovanni Paolo II, tenete viva la fiamma della fede nella vostra vita e in quella del vostro popolo. Maria, Madre di Cristo, guidi sempre i vostri passi.

    [portoghese] Con affetto saluto i giovani di lingua portoghese. Vi auguro, cari giovani, di vivere sempre nell’amicizia con Gesù, per sperimentare la vera gioia e comunicarla a tutti, specialmente ai vostri coetanei più in difficoltà.

    [filippino] Cari amici di lingua filippina e tutti voi, giovani dell’Asia! Come i Magi, voi siete venuti dall’Oriente per adorare Cristo. Ora che lo avete incontrato, ritornate ai vostri Paesi portando nel cuore la luce del suo amore.

    [swaili] Un caro saluto anche a voi, giovani africani! Portate nel vostro grande e amato continente la speranza che Cristo vi ha donato. Siate ovunque seminatori di pace e di fraternità.

    [tedesco] Cari amici che mi intendete nella mia lingua, vi ringrazio per l’affetto con cui mi avete sostenuto in questi giorni. Statemi vicino con la preghiera. Camminate uniti. Siate sempre fedeli a Cristo e alla Chiesa. La pace e la gioia di Cristo siano sempre con voi!

    [00988-01.01] [Testo originale: Plurilingue]

    fonte: Bollettino della Sala Stampa della Santa Sede

  8. #88
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    «Tocca a noi»
    Sfida giovane



    Dal Nostro Inviato A Colonia Matteo Liut



    Si spengono i riflettori su Marienfeld. La grande città sul Reno che ha ospitato migliaia di giovani di tutto il mondo è tornata alla normalità. Le sue vie non risuonano più di canti, non vedono più le bandiere di tutti gli Stati del mondo incrociarsi e scontrarsi allegramente. I ragazzi sono ormai quasi tutti a casa, molti in queste ore stanno sistemando ciò che avevano portato in zaini, borse e valigie. Benedetto XVI ha salutato la Germania sorvolando Ratisbona a bassa quota ed è rientrato a Roma. La Renania sente il vuoto e tende ancora le orecchie per ascoltare i canti e scorgere le danze, per respirare l'incontro con il diverso e seguire di soppiatto i giovani nelle chiese dove si sono trovati a pregare. Eppure la Gmg non è finita. Non quella dei gemellaggi con le diocesi e neppure quella delle catechesi, dell'adorazione, dei pellegrinaggi, degli innumerevoli incontri, concerti e feste. Insomma, è vero che l'erba di Marienfeld è rimasta sui vestiti e sulle scarpe di tutti coloro che hanno voluto conquistare con fatica ma con determinazione quel metro quadrato di terreno sul quale albergare per una notte. Ma è anche vero che questa Gmg verrà ricordata soprattutto per l'intensità con la quale sono stati vissuti i giorni precedenti al grande incontro. A dirlo sono gli stessi ragazzi: «Le catechesi e la veglia sono stati i momenti più intensi - commenta Luca di Prato, intento a riordinare i suoi effetti subito dopo la sveglia di domenica mattina -, i momenti che ci portiamo davvero a casa». «Non è vero che la preghiera "non funziona" con i giovani - gli fa eco Marco di Reggio Calabria - anzi». Una "provocazione" per la nostra pastorale giovanile, insomma. Come lo sono stati i piccoli grandi eventi che hanno caratterizzato questa Gmg. Ed è il Papa stesso a ricordarci, nel momento di congedare tutti da Marienfeld, di non lasciare che questo incontro sia solo un evento. Un appello scontato per chi, vivendo con gli occhi della fede cristiana, sa che la partita della v ita si gioca nella capacità di mettersi in gioco giorno per giorno. Ma in questa Gmg, la "continuità" è stata il vero slogan. Un motto nascosto sotto la stessa immagine scelta per tema: un cammino, quello dei Magi, che ha una meta, che segna una conversione ma che include un ritorno. E fin dal primo giorno la preoccupazione di chi ha pensato questo incontro è stata quella di «costruire il ritorno», evitando di esaltare l'emozione del momento e offrendo esperienze concrete, volti da ricordare, relazioni da coltivare. Ritorniamo con la memoria alle Messe di apertura, celebrate martedì scorso. Lì, proprio all'inizio della «settimana dei grandi eventi», quella in cui fare il "pieno" di grandi emozioni è stato lanciato - silenzioso ma ben evidente - l'appello a portare a casa e a fare tesoro degli incontri e delle attività svolte nelle diocesi di tutta la Germania durante i gemellaggi. Proprio mentre si raggiungevano i posti delle grandi celebrazioni di inizio, i megaschermi trasmettevano le immagini di quelle giornate. Forte l'emozione per chi le aveva vissute: pensavano forse che quello fosse un capitolo chiuso, un "diversivo" e invece lo hanno ritrovato nel momento in cui veniva "dato il la" alla XX Gmg. E poi quella capacità di passare dal chiasso delle strade al silenzio, mai passivo, delle venti chiese che hanno costituito il cuore pulsante dell'incontro mondiale. Ma anche la grande capacità di adattamento e lo stupore davanti a un'accoglienza senza limiti da parte delle famiglie della diocesi di Colonia. La capacità di avvicinarsi a Benedetto XVI apprezzando le sue parole, il suo stile sobrio, il suo atteggiamento timido ma deciso. Infine, l'entusiasmo di Marienfeld, mai scalfito dalla stanchezza, dalla fatica, dall'assenza - come da programma - di effetti speciali e nemmeno dalla richiesta esigente del Papa: «Nessuno sconto alla verità». E ora? Nella diocesi di Colonia il lavoro svolto per l'organizzazione sarà la base per il rinnovamento e il sostegno alla past orale giovanile, come ha sottolineato lo stesso cardinale Joachim Meisner, arcivescovo della città. Ma chi è tornato a casa, nei prossimi giorni, nei prossimi mesi, nei prossimi anni, non sarà impegnato solo a sistemare i gadget comprati a Colonia e a pensare allo zaino per Sydney 2008. A Colonia, infatti, si è levata un'unica voce da tutto il mondo, una voce che diceva della necessità non solo di dare un volto giovane alle nostre parrocchie, ai nostri gruppi, bensì di restituire ai giovani un volto illuminato da quella luce che due millenni fa aveva indicato la via ai Magi. La strada del ritorno da Colonia, insomma, nessuno l'ha percorsa sul filo della nostalgia e nemmeno con il brivido dell'attesa della prossima Gmg, ma con il sapore di avere una nuova ricchezza da spendere.

    Avvenire - 23 agosto 2005

  9. #89
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    le mie foto son + belle.......

  10. #90
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    Chi si rivede....

    Ben tornata

 

 
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