Roma. Qui êtes-vous, Monsieur de Tocqueville?”. Sono oggi duecento anni dalla nascita del grande pensatore normanno, e la domanda è il titolo dell’esposizione in corso presso gli archivi dipartimentali di Saint-Lô, dal 27 maggio al 15 settembre: una delle molte iniziative con cui il Dipartimento della Manche celebra un grande teorico della politica che fu anche suo presidente. D’altra parte, Charles-Alexis Clérel conte di Tocqueville fu anche deputato e membro del governo, scrisse “La democrazia in America” dopo essersi recato negli Stati Uniti in missione ufficiale a studiarne il sistema penitenziario, e iniziò “L’Ancien Régime e la rivoluzione” come riflessione sul virus centralista-autoritario che inquinava la spinta verso la democrazia in Francia, dopo aver cercato di collaborare con Luigi Napoleone come suo ministro degli Esteri ed esserne stato costretto alle dimissioni per aver fatto opposizione ai suoi progetti di colpo di Stato.
Insomma, un esempio di interrelazione tra riflessione e azione piuttosto raro, nella storia del pensiero politico.
Ma che i suoi stessi incensatori ufficiali si pongano la domanda su chi fu veramente Tocqueville, dimostra come l’interesse non nasca soltanto dalla circostanza o da un’esperienza di singolare pienezza. C’è anche un dibattito tuttora vivo, in cui in molti cercano di tirare il prestigio di Tocqueville da una parte o dall’altra, in modo assolutamente inusuale, per un autore da cui ci separano due secoli di storia.
“Dio è morto, Marx pure e anch’io non mi sento troppo bene”, è la nota battuta di Woody Allen. “La filosofia di Hegel è come la Domus Aurea: nessuno oggi ci potrebbe più vivere, ma nondimeno ne restano immagini e squarci di rara bellezza”, è stato il modo in cui Armando Plebe ha cercato di difendere il pensiero di un filosofo di cui pure è un noto estimatore.
Tocqueville, invece, è tutt’altro che in un museo. Si può intanto ricordare come in un’altra celebrazione francese del 2005, quella sui cento anni dalla nascita di Raymond Aron, si sia ricordata l’intuizione dello stesso Aron su Tocqueville come precursore della sociologia.
Ma il Monde, foro dell’intellighenzia francese progressista, è andato addirittura oltre, dedicandogli un saggio di André Fontaine che lo celebra come “uno dei più impressionanti tra i numerosi decifratori dell’avvenire che ha contato il XIX secolo”, in particolare per “la sua celebre profezia sulla spartizione del mondo, ai suoi occhi inevitabile, tra l’America e la Russia”.
Come il 1789 distruggendo l’Ancien Régime creò le premesse per quel mondo in cui la grande previsione del Tocqueville geopolitico era possibile, così il 1989 è sembrato poi superarla, per lo meno sul versante della Russia, al cui posto emergono piuttosto Cina e India.
E Fontaine non ha dunque resistito alla tentazione di porre la fatidica domanda: “Addio Tocqueville?”.
Un turbine di commenti
Lui stesso, però, conclude: “Nessun dubbio in ogni caso che se Tocqueville riscrivesse la sua ‘Democrazia in America’ vi dedicherebbe una larga parte a quell’Asia che egli ignora superbamente perché, per riprendere la celebre espressione di Alain Peyrefitte, essa non si era ancora ‘svelata’. E vi farebbe anche la sua parte l’India, che sarà presto più popolata della Cina e che ha compreso il vantaggio che un grande paese in via di sviluppo può trarre dalla rivoluzione informatica. Ma continuerebbe a sdegnare l’Europa, di cui ogni giorno che passa dopo il referendum sottolinea purtroppo l’incapacità di prendersi nelle proprie mani”. E la considerazione di attualità, nel bene e nel male, è ancor di più sottolineata dal turbine di commenti che l’articolo ha suscitato tra i lettori. “Non tutte le previsioni di Tocqueville si sono rivelate esatte, e forse è ancora troppo presto per valutare quelle sulla Russia, che esce appena dal suo incubo totalitario”, ha scritto ad esempio sul Forum del Monde un lettore che si firma “LibertéEquitéSolidarité”. “Ciò che si deve mantenere di Tocqueville, sono le questioni che egli ha posto sul funzionamento delle nostre democrazie.
In questo campo la sua chiaroveggenza è stata totale. Dunque non addio ma buongiorno Tocqueville”.
Un altro lettore, il cui nome e cognome, Mohamed Soulé, rivelano un’inequivocabile origine araba, tenta invece contro Tocqueville una sparata terzomondista. “In luogo di uno dei più importanti decifratori dell’avvenire, io ricordo soprattutto di Tocqueville il suo attivismo forsennato, come deputato, per la colonizzazione dell’Algeria, e ciò malgrado i massacri che stimava necessari… A noi la pace e la democrazia, a voi la miseria e la guerra!”.
Ira che provoca l’ira opposta del già citato
“LibertéEquitéSolidarité”: “Signor Soulé, bisogna riferirsi a tutti gli scritti e lavori di Tocqueville sulla colonizzazione dell’Algeria e non solamente a qualche brandello ben scelto, decontestualizzato, pubblicato qualche mese fa in una filiale o annesso di un grande giornale della sera! L’attivismo del deputato e responsabile di due rapporti sull’Algeria non è mai stato ‘forsennato’. Alla stessa epoca egli militava per l’abolizione della schiavitù e il non intervento dell’esercito in Cabilia”.
Che si possa agevolmente vedere in Tocqueville un neocon ante-litteram è d’altronde dimostrato da “Mispe”, che evidenzia “i risultati a lungo termine” dell’ideologia americana, sintetizzata da Tocqueville nel “lasciar agire, senza dirigerle, la forza e la ragione degli individui”.
E commenta: “non sono i geni né le risorse che hanno fatto la differenza, ma questo tipo di impostazione. Sarebbe bene per la Francia trarre le lezioni da questa storia di liberazione dell’individuo e dell’impresa dallo Stato imprenditore e invadente”.
E anche da “Wellington”, secondo cui “il rifiuto delle guerre preventive è una radice dell’impotenza europea e il suo opposto il fondamento della credibilità degli Stati Uniti”.
Negli Stati Uniti c’è d’altronde una Alexis de Tocqueville Institution, nata nel 1988, che dichiara di ispirarsi ai principii del pensatore per le sue polemiche battaglie sia contro il mito del software open source, sia in sostegno dell’industria del tabacco.
Mentre in Italia l’etichetta “TocqueVille la città dei liberi” designa un portale di blogger “di cultura liberale, conservatrice (neo, old, post), radicale, riformista”, da poco nato attorno alla rivista Ideazione, e Tocqueville è anche uno dei numi ispiratori del progetto di conciliazione tra cultura liberale e cultura cattolica nato attorno alla rivista Liberal.
Nel contempo, però, un Tocqueville sottilmente antiamericano e quasi chiracchiano è mostrato da Vincent Valentin, maître de conférences all’Università Panthéon-Sorbonne, in un intervento che forse non a caso è pubblicato sul sito ufficiale del ministero degli Esteri francese: “Se colui che fu a un tempo storico e uomo politico è così interessante per noi, è perché egli accetta la modernità pur affrontandone i problemi. Ai socialisti, egli mostra i pericoli dell’intervento dello Stato; ai liberali, indica le difficoltà di una società individualista”.
E addirittura uno sviluppo implicito del concetto di “tirannia delle maggioranze”, in chiave anti-vittoria elettorale di Bush, è contenuto in un saggio di Giuseppe Ferraro uscito su
“Liberazione”: il giornale di Rifondazione Comunista!
Maurizio Stefanini su il Foglio
Saluti




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