Indice di "Prussianesimo e Socialismo" in inglese:
Introduction
I. The Revolution
II. Socialism as a Way of Life
III. Prussians and Englishmen
IV. Marx
V. The International


Indice di "Prussianesimo e Socialismo" in inglese:
Introduction
I. The Revolution
II. Socialism as a Way of Life
III. Prussians and Englishmen
IV. Marx
V. The International


Oswald Spengler in tedesco:
Spengler, Oswald - Zeno.org
Ultima modifica di Lucio Vero; 14-12-10 alle 14:47


L'intelligenza media della degenerata popolazione europea attuale è talmente bassa che la maggior parte non riesce nemmeno a capire un concetto semplice come denatalità europea vs alta natalità extraeuropea + immigrazione di massa degli extraeuropei in Europa = sostituzione demografica degli europei in poche generazioni.
Un concetto talmente semplice che un boscimane lo capirebbe al volo ma un europeo, apparentemente più evoluto, invece no. Forse l'estinzione di una simile massa di rimbambiti non è nient'altro che darwinismo.
Ultima modifica di carlomartello; 04-09-11 alle 13:13
Bisogna adattarsi al presente, anche se ci pare meglio il passato.


L’Occidente tramonta, Spengler no
di Luca Gallesi
L’ultima riedizione di un classico come Il tramonto dell’Occidente, a novant’anni dalla sua prima pubblicazione, è l’occasione per ammirare la straordinaria freschezza e l’inaspettata attualità del pensiero spengleriano.
Sono passati solo pochi anni, eppure nessuno si ricorda più delle azzardate profezie di Francis Fukuyama, un professore di Harvard che nel 1992 predisse addirittura la “fine della storia”. Allo stesso modo, ci si è rapidamente scordati di un altro politologo statunitense, Samuel Huntington, che poco più di dieci anni fa teorizzava lo “scontro delle civiltà”, fortunatamente sbagliando pronostico.
Due o tre lustri sono stati dunque sufficienti a liquidare senza rimpianti gli ultimi tentativi di cogliere un senso della storia che andasse al di là del semplice resoconto dei fatti per approdare alla visione di un più ampio orizzonte.
Ecco perché fa un certo effetto assistere all’ennesima riedizione di un classico come Il tramonto dell’Occidente (traduzione di J. Evola riveduta da Rita Calabrese Conte, Margherita Cottone e Furio Jesi, Longanesi, 2008, pagg. 1520 + LXIV, euro 50,00) di Oswald Spengler (1880-1936). A novant’anni dalla sua pubblicazione, infatti, questo capolavoro mantiene intatta la sua straordinaria freschezza e inaspettata attualità; non sono bastate due guerre mondiali e lo sterminato dopoguerra per rendere superato quello che viene salutato come un “classico”, oltre che come un best-seller, a partire dal momento della sua pubblicazione.
Tutt’altro che pessimista, come venne erroneamente giudicata, l’opera più celebre del filosofo tedesco era stata concepita in vista di una allora non improbabile vittoria tedesca, e, come recita il sottotitolo, ambiva a tracciare i Lineamenti di una morfologia della storia mondiale, indagando il significato della storia universale. Il tramonto dell’Occidente – anche se in Italia è sempre apparso in un volume unico – si divide in due parti: nella prima, intitolata “Forma e Realtà”, vengono introdotti tutti gli elementi della sua concezione del mondo e della storia, mentre la seconda, “Prospettive della storia universale”, non è solo, come il titolo lascerebbe supporre, un’appendice esemplificativa, ma offre originali osservazioni anche in chiave etnologica, derivate in parte dall’amicizia con quel grandissimo studioso che fu Leo Frobenius.
I maestri riconosciuti da Spengler sono, comunque, Goethe e Nietzsche, accanto a Eraclito, cui Spengler dedicò la propria tesi di laurea e che indubbiamente informa il suo stile, scintillante ed ermetico allo stesso tempo. Scrisse a questo proposito Thomas Mann: «Il tramonto rivela una potenza, una forza di volontà straordinaria: pieno di dottrina, ricco di scorci storici, costituisce un romanzo intellettuale del più alto interesse», che peraltro non gli impedì di mettere repentinamente il libro da parte, «per non essere costretto ad ammirare ciò che fa male e ciò che uccide».
Già, perché Spengler fu a torto ritenuto un precursore di Hitler, nonostante il fatto che il suo pensiero, evidentemente, fosse troppo complesso per essere ridotto a una qualsiasi ideologia politica. Del resto, lo stesso Cancelliere, impegnato a costruire il Reich millenario, aveva dichiarato di non essere affatto un seguace di Spengler e ovviamente di non credere al “Tramonto dell’Occidente”.
Nelle linee essenziali, la sua visione del mondo può essere ridotta all’idea che la storia non è lineare ma ciclica, e le civiltà sono paragonabili a organismi viventi, ossia vivono un ciclo di nascita, sviluppo e morte, stadi che si riflettono in ogni manifestazione, dalla politica all’architettura, dalle lettere alla matematica, dalla religione alla musica. La prima distinzione fatta dal filosofo è sulla diversità tra mondo meccanico, dominato dal principio della causalità, e il mondo organico, a cui appartengono appunto le civiltà umane, segnato da un imprevedibile destino. Ogni cultura ha una fase iniziale di crescita, lo slancio creatore chiamato Civiltà (Kultur) che inevitabilmente, arrivata al termine, diventa Civilizzazione (Zivilisation), cioè l’organizzazione materiale in cui declina ogni ideale eroico e ogni profonda spiritualità. La nostra epoca è proprio questa, e la consapevolezza di vivere in una fase di decadenza può essere utile a non crearsi false illusioni per vivere consapevolmente il nostro destino, sapendo che a ogni tramonto non può che seguire un’altra aurora.
Quanto resta di attuale, oggi, delle scintillanti teorie di Spengler, che amava descrivere la sua opera «una filosofia contro i professori di filosofia»? Per Stefano Zecchi, cui si deve molta della recente fortuna di Spengler in Italia, e che, oltre alla cura della prima edizione parziale dei frammenti autobiografici Eis Eautòn, ha introdotto le ultime due edizioni italiane del Tramonto dell’Occidente, «la concezione della storia di Spengler deve essere innanzitutto interpretata come una strenua e appassionata difesa dell’azione creativa dell’uomo, della necessità dell’agire nell’epoca in cui si sono spartite il mondo due ideologie apparentemente nemiche, quella trionfalistica del progresso e quella del nichilismo e dell’inarrestabile decadenza».
Oswald Spengler, per Marcello Veneziani, curatore qualche anno fa di una stimolante antologia di Scritti e pensieri edita da SugarCo, è soprattutto «un profeta che può aver mancato le sue profezie, ma ha allo stesso tempo saputo intuire, presagire e interpretare lo spirito dell’epoca e il clima di un secolo particolare, attraversato dalle convulsioni e dalle fibrillazioni che accompagnano il tramonto di un’epoca. Resta infine la sua idea classica di destino, e dell’impossibilità di sottrarsi all’ineluttabile, restando fedeli a se stessi come nell’esempio citato da Spengler ne L’uomo e la tecnica, della sentinella di Pompei che morì con l’eruzione del Vesuvio perché nessuno l’aveva sciolto dal compito assegnatogli».
Franco Cardini ha invece ricordato recentemente la tragica plausibilità di Spengler, visionario lungimirante e soprattutto “cattivo maestro”, bollato come irrazionalista e antiscientifico, le cui pagine, però, risultano oggi insospettabilmente attuali e fruttuose; secondo il professore fiorentino, oggi, «mentre sorgono nuove sintesi tra la “civiltà occidentale” e altre forme di cultura, s’impone una rimeditazione delle opere del grande inattuale».
Secondo Giano Accame, Spengler «continua a esser letto proprio perché l’attualità cresce. Il tramonto dell’Occidente è reso ancor più evidente dal risorgere dell’Oriente, della Cina e dell’India, nuove grandi potenze, mentre cala vistosamente il prestigio del dollaro statunitense. La previsione del cesarismo come correttivo al potere del denaro si è realizzata in gran parte d’Europa nella prima metà del Novecento ed è poi fallita nel 1945. Ma il fallimento di quel tipo di soluzione non ha certo eliminato il problema, che continua anzi ad aggravarsi, come io stesso ho cercato di dimostrare in un libro, Il potere del denaro svuota le democrazie (edito da Settimo Sigillo). La “guerra del sangue contro l’oro” ha appena chiuso a suo tempo un primo capitolo, come ha lucidamente compreso Ezra Pound».
L’Occidente tramonta, Spengler no
carlomartello
Ultima modifica di carlomartello; 16-12-10 alle 11:47


Padri della rivoluzione conservatrice: Oswald Spengler
di Giuseppe Toscano
Per avere un’idea di quali simpatie ha goduto o gode in Italia Oswald Spengler (1880-1936) basta dare un’occhiata alla bibliografia delle sue opere. Il capolavoro, Il tramonto dell’Occidente, un tomo di oltre 1300 pagine, è stato tradotto negli anni cinquanta per Longanesi da Julius Evola, e recentemente è stato ristampato da Guanda; delle altre opere ricorderemo Scritti e pensieri, tradotto da Marcello Veneziani, Ombre sull’Occidente, brani scelti a cura di Adriano Romualdi, e Anni decisivi nella traduzione di Franco Freda.
Oswald Spengler non è però un pensatore per nostalgici o per estremisti, anzi è uno dei più citati nell’attuale dibattito sullo “scontro di civiltà” assieme agli altri illustri teorici della Rivoluzione conservatrice: Ernst Junger, Carl Schmitt, e naturalmente Samuel Huntington. Con l’aria che tira è da prevedere un infittirsi di studi e ricerche su Spengler; per adesso possiamo aggiungere alla bibliografia una breve ma densa sintesi del pensiero e delle opere realizzata da Giuseppe Molino, Politica natura storia in Oswald Spengler, Armando Siciliano Editore, pp. 109, € 9.
Il libro recupera inizialmente le radici filosofiche di Spengler esaminando la sua tesi di laurea su Eraclito. La scelta del filosofo di Efeso è significativa non solo per le connotazioni aristocratiche del suo pensiero ma anche per l’intuizione del carattere dinamico della realtà e per le sue tendenze bellicistiche (“Pòlemos è il padre di tutte le cose”). Insomma fin da studente Spengler evidenziava la sua avversione per il pensiero dialettico, sistematico, “scientifico” a favore di un intuizionismo e un irrazionalismo vitalistici, che peraltro non gli impedivano la ricerca di una legge del divenire, applicabile, come si vedrà, a società e stati.
Le inevitabili aporie e contraddizioni che ne derivano non vengono occultate da Molino, come quella tra il monadismo o relativismo spengleriano e l’universalità delle scienze e della matematica. Spengler infatti pensava che le civiltà che si sono succedute nella storia dell’umanità (quattro quelle principali; nell’ordine: indiana, araba, greco-romana e occidentale) come le monadi leibniziane non hanno avuto comunicazioni fra loro. Le civiltà si evolvono in termini naturalistici, come organismi viventi: nascono, si sviluppano, decadono, scompaiono. E’ un destino che inevitabilmente toccherà fra non molto alla nostra civiltà occidentale, quella in cui ha predominato lo spirito faustiano, da contrapporre all’anima araba. Questa è incline alla trascendenza, tende al ricongiungimento col divino, non sente l’individualismo, è permeata dall’idea di attesa. Tutto il contrario è lo spirito faustiano, legato all’immanenza, intriso di attivismo volontaristico, impegnato nell’affermazione del proprio Io. Era il sentimento che ai bei tempi animava crociati e cavalieri, ma che poi si è degradato nell’avidità dei mercanti e degli avventurieri, facendo iniziare, a partire dall’illuminismo, l’autunno della nostra civiltà.
Ma ormai siamo in inverno, ed ecco il trionfo della concezione materialistica del mondo, la perdita della tradizione, la dissoluzione delle nazioni, l’aggregazione in grandi città di masse deformi inorganiche e cosmopolite. A completare questo cupo scenario si va verificando la “rivoluzione mondiale bianca”, con cui il proletariato attraverso la lotta di classe riesce a livellare ogni cosa, a far sì che “tutto diventi ugualmente volgare”. Poi verrà la “rivoluzione mondiale di colore”, cioè delle popolazioni di colore ormai in agguato all’interno delle stesse potenze bianche, di cui sfruttano le divisioni e i conflitti.
Eppure nonostante tanto fosco orizzonte una speranza per Spengler c’è. Egli che, non dimentichiamolo, scriveva durante gli anni travagliati della repubblica di Weimar, sa che allo “spirito inglese” (mercantilista, affarista, individualista) si può contrapporre lo “spirito prussiano”, spirito di servizio, fortemente caratterizzato dal senso della comunità, e pertanto intrinsecamente socialista.
Trattandosi di un socialismo tutto tedesco la mente corre subito ad un partito e ad un tale coi baffetti che proprio in quel periodo faceva del nazionalsocialismo la sua bandiera. Ma Molino abbondantemente dimostra come fra Spengler e il nazismo sono più le differenze che i punti di contatto, nonostante un’iniziale simpatia che portò Spengler a dedicare Anni decisivi ad Hitler. La lista delle divergenze, tutte convincenti, elencate da Molino si può condensare in una considerazione complessiva: Spengler era troppo aristocratico, nostalgico di un passato eroico e cavalleresco, snob (come lo definì Thomas Mann) per apprezzare un nazismo becero, violento e chiassoso, con lo sguardo rivolto al futuro millenario del Terzo Reich.
Si tratta ad ogni modo di un fiancheggiatore inquietante, non solo per il fondo francamente razzista del suo pensiero, ma anche per il tono profetico - profeta di sciagure - che oggi forse più di ieri riflette le preoccupazioni di un Occidente allarmato dalle forze ostili da cui si vede circondato e infiltrato.
Padri della rivoluzione conservatrice: Oswald Spengler
carlomartello


OSWALD SPENGLER
A cura di Diego Fusaro
"Una cultura nasce nell'attimo in cui una grande anima si desta dallo stato psichico originario dell'eternità eternamente fanciulla e se ne distacca, come una forma da ciò che è privo di forma, come qualcosa di limitato e di perituro dall'illimitato e dal permanente. Essa fiorisce sulla base di un territorio delimitabile in modo preciso, al quale rimane vincolata come una pianta. Una cultura perisce quando quest'anima ha realizzato l'intera somma delle sue possibilità sotto forma di popoli, di lingue, di dottrine religiose, di arti, di stati e di scienze, ritornando quindi nel grembo della spiritualità originaria. " (Il tramonto dell'Occidente)
L'antitesi ipotizzata da Dilthey tra "spiegazione naturale" e "comprensione storica" si traduce in Oswald Spengler (1880-1936) nella contrapposizione tra "mondo come natura" e "mondo come storia". Spengler non fu tanto un filosofo nel senso rigoroso del termine, quanto piuttosto un ideologo, indubbiamente capace di cogliere certi orientamenti politico-spirituali del suo tempo, ma troppo proclive a sbrigative liquidazioni di determinati princìpi e valori (la libertà, la democrazia) e ad avventati appoggi agli orientamenti razzistici e totalitari approdati ad ultimo al nazismo. Egli, oltre ad altri scritti tra cui è bene ricordare Prussianesimo e socialismo (1919) e L'uomo e la tecnica (1931), è l'autore di una fortunata opera, Il tramonto dell'Occidente , pubblicata tra il 1918 e il 1922, cioè tra gli ultimi mesi della prima guerra mondiale e l'immediato dopoguerra, in un periodo in cui comincia ad accentuarsi (fino a diventare un elemento rilevante della cultura fra le due guerre mondiali) la consapevolezza di vivere in un periodo di crisi. Crisi sociale, economica e politica, in primis, ma anche crisi intellettuale e di valori, insomma delle certezze che l'inizio del secolo aveva ereditato dall'ottimismo ottocentesco (che con il Positivismo aveva raggiunto l'apice): " quello che ci appare più chiaro nei suoi contorni è il 'tramonto dell'antichità', mentre già oggi avvertiamo chiaramente in noi e intorno a noi i primi indizi di un avvenimento ad esso del tutto analogo per corso e durata, che appartiene ai primi secoli del prossimo millennio: il 'tramonto dell'Occidente' ". L'opera di Spengler è emblematica già dal titolo: la crisi e il crollo della Germania vengono interpretati come il tramonto dell'intera civiltà occidentale; in un quadro concettuale che riprende temi della speculazione di Goethe e di Nietzsche, Spengler tenta di rispondere alla domanda pressante sul destino della civiltà europea. Respingendo ogni concezione unitaria dello sviluppo storico, egli afferma la necessità di intendere la storia dell'umanità come esplicazione di una molteplicità di forme differenti, cioè di diverse civiltà dotate ciascuna di una propria vita e di un proprio sviluppo autonomo. Ogni civiltà è un organismo appartenente alla medesima specie e ha quindi una nascita, una crescita, una decadenza e una morte; e come in tutti gli organismi biologici questo ciclo di sviluppo ha il carattere della ineluttabilità, risultando necessariamente determinato dal corredo di possibilità di cui dispone all'inizio del suo sviluppo. Questo è il fondamento di ciò che Spengler chiama " logica organica della storia " , che ha il suo principio nella necessità del destino; e dal dominio della categoria della necessità deriva anche il carattere della risposta che egli dà al problema del futuro della civiltà occidentale. Esso può essere previsto in maniera esatta perché la civiltà occidentale seguirà lo stesso cammino di tutte le altre: " a noi non è data la libertà di realizzare una cosa anziché l'altra. Noi ci troviamo invece di fronte all'alternativa di fare il necessario e di non poter fare nulla. Un compito posto dalla necessità storica sarà in ogni caso realizzato, o col concorso dei singoli o ad onta di essi ". Spengler va quindi in cerca dei sintomi della decadenza dell'Occidente nell'analisi dei fenomeni economici e politici del mondo a lui contemporaneo, e li scorge nell'affermazione della borghesia, nel primato dell'economia sulla politica, nella democrazia, nella crisi dei princìpi religiosi e nella libertà di pensiero: " non esiste una satira più tremenda della libertà di pensiero. Un tempo non si poteva osare di pensare liberamente; ora ciò è permesso, ma non è più possibile. Si può pensare soltanto ciò che si deve volere, e proprio questo viene percepito come libertà ". Se il ciclo evolutivo è lo stesso per tutte le civiltà, è tuttavia diverso il loro corredo di possibilità. Spengler sviluppa qui, in senso radicalmente relativistico , la dottrina di Dilthey dell'autocentralità delle epoche storiche: ogni civiltà rappresenta un mondo a sé, con un proprio linguaggio formale, un proprio simbolismo, una propria concezione della natura e della storia. E' quindi possibile una comprensione effettiva solo nell'ambito di una stessa civiltà, che funge da orizzonte primario e intrascendibile; tra le civiltà non è possibile nessuna comunicazione, dal momento che ogni civiltà crea i propri valori e che tra di esse non vi sono valori comuni. Con l'opera di Spengler, lo storicismo tedesco dell'epoca approdava al relativismo: questo esito, già del resto implicito in Dilthey, spingerà verso tentativi di restaurazione dei valori che ne garantiscano la validità al di là delle singole epoche e culture. Non solo non può esistere una filosofia o una morale di tipo universale-assoluto, ma nessun principio teorico o pratico può pretendere di avere una validità non particolare e non contingente. Spengler riprende e irrigidisce il dualismo natura/storia : la natura è il regno dell'inerte e del "divenuto" , della cieca necessità causale e dell'anonima uniformità esprimibile nelle formule della scienza. La storia è, invece, il regno della vita e del vitale "divenire", dell'intelligente necessità organica e delle particolarità individuali e irripetibili. Protagonista della storia non è tanto l'uomo, quanto la "cultura": riprendendo (ma in modo per più versi unilaterale) un motivo dapprima caratteristico del Romanticismo, e poi da certi studiosi di fine Ottocento (ad esempio Burkhardt), Spengler interpreta la cultura come organismo . Ogni cultura/organismo ha una sua forma peculiare che ne caratterizza tutti gli aspetti costitutivi e che la distingue poi da tutte le altre. Essa ha inoltre una sua nascita, un suo sviluppo secondo un destino necessario e un non meno necessario tramonto. Tale tramonto si realizza appunto quando tutte le sue potenzialità si sono realizzate e a ciò segue un inesorabile processo di decadenza. I momenti estremi di tale vicenda (propria di tutte le culture in quanto tali) vengono indicati da Spengler coi due concetti di "Kultur" e di "Zivilisation": due termini non nuovi (presenti già anche in Kant), ma che Spengler ha contribuito a popolarizzare. La Kultur è la cultura positiva, vitale, non priva di una sana barbarie; la Zivilisation (di cui non deve sfuggire la provenienza lessicale straniera) è invece la cultura raffinata ed estenuata della decadenza internazionale malata e votata alla consunzione. Per Spengler l'Occidente è oramai giunto alla Zivilisation e, dunque, alle soglie del suo inevitabile tramonto. L'unica speranza che si apre a questo punto è quella di un radicale sovvertimento di tutti gli pseudo-valori dell'epoca o dell'intero sistema socio-politico, in grado di ricondurre l'Occidente a un rinnovato stato primitivo.
OSWALD SPENGLER
carlomartello


Oswald Spengler metteva in guardia l'Occidente contro il pericolo rappresentato dai “popoli di colore” (Farbige Völker), prevedendo, non senza qualche ragione, gigantesche e rabbiose insurrezioni dei popoli colonizzati dalle nazioni europee. Per Spengler, dopo il 1918 la Russia era tornata a essere una nazione “asiatica” e ben presto il mondo avrebbe dovuto vedersela con il Giappone, chiamato il Pericolo Giallo. Ma la cosa più importante era che i popoli bianchi dominanti (Herrenvölker) erano in procinto di perdere il controllo della stessa Europa. Ben presto, sosteneva Spengler, la Francia non sarebbe più stata governata dai veri francesi, che cominciavano già a essere sommersi dall’arrivo di soldati africani, uomini d’affari polacchi e agricoltori spagnoli. Il declino dell'Occidente era causato dal fatto che la gente era divenuta molle, decadente, avvezza alla sicurezza e al comfort: “La musica jazz e le danze tribali sono la marcia funebre di una grande civiltà”.
(tratto da La modernità occidentale e i suoi nemici).
carlomartello
Ultima modifica di carlomartello; 16-12-10 alle 12:19


Come scrive Zecchi però "la concezione della storia di Spengler deve essere innanzitutto interpretata come una strenua e appassionata difesa dell’azione creativa dell’uomo, della necessità dell’agire nell’epoca in cui si sono spartite il mondo due ideologie apparentemente nemiche, quella trionfalistica del progresso e quella del nichilismo e dell’inarrestabile decadenza".
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Ultima modifica di carlomartello; 04-09-11 alle 13:15


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