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Discussione: Giardini giapponesi

  1. #11
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    …Ecco quindi che il giardino secco acquisì una fisionomia a se stante, che non consentiva la fruizione fisica, ma veniva esplorato attraverso la mente. Infatti non era concepito per essere percorso materialmente, ma per essere ammirato da alcuni punti fissi, posti al di fuori (proprio come per un quadro). Ne consegue che da un punto di vista strutturale il giardino piatto è privo di ogni ingresso, a differenza di altre tipologie (giardini paesaggistici e anche del tè) che ne facevano largo uso, non solo per lasciare fuori il mondo esterno ma anche per dividere ulteriormente le varie sezioni interne.
    Nel giardino secco l'entrata è un fattore puramente intellettivo, che trascende la materia. Al contrario, ricoprono un ruolo importante le staccionate, le basse mura e le recinzioni che servono ad "incorniciare" il giardino e a far sì che possa essere ammirato come una vera e propria opera d'arte. Infatti il karesansui non solo si ispira ai concetti della filosofia Zen e pertanto contribuisce ad aiutare l'uomo a comprenderli e a meditare, ma è anche un capolavoro artistico che si rifà ai principi della pittura e va ammirato ed apprezzato in quanto tale.
    Per comprendere meglio il legame che intercorre fra queste due forme artistiche apparentemente diverse, è possibile analizzare la tecnica del "paesaggio in prestito" o shakkei. Inizialmente veniva adottata in epoca Muromachi dai monaci Zen i quali sceglievano dieci elementi naturali e non (ponti etc.) del paesaggio circostante il tempio, ai quali assegnavano un nome cinese che conteneva un messaggio buddista. Questi dieci punti di riferimento venivano chiamati i "dieci livelli" o i "dieci confini" (jikkyo) e servivano a creare una sorta di unione fra il tempio ed il paesaggio circostante. Infatti con tale sistema si pensava di potere assegnare e trasmettere al paesaggio un significato religioso, rendendolo parte del proprio complesso.
    Successivamente, ed in particolare in epoca Edo, questa tecnica venne privata completamente di qualsiasi valenza sacra e seguì puramente canoni estetici. Infatti in questo periodo i giardini da passeggio ebbero un ruolo in primo piano e il "paesaggio in prestito" servì ad estendere ulteriormente gli scenari da esplorare (uno stesso elemento "catturato" dall'esterno poteva essere incorniciato e quindi ammirato da più prospettive). Nel periodo Tokugawa quindi si tornò a prendere spunto dalla pittura paesaggistica della dinastia cinese Song, già imitata in epoca medievale, soprattutto nella distribuzione degli spazi. Normalmente nei rotoli Song vi era una figura umana piuttosto piccola in primo piano, mentre il paesaggio occupava una posizione preminente. Allo stesso modo, quando si voleva aggiungere un paesaggio esterno (poteva trattarsi anche solo di una cascata, di una montagna, del tetto di un tempio o di una pagoda), esso rappresentava lo sfondo a cui si potevano aggiungere elementi in primo piano (il giardino stesso), o altri nel mezzo. Per quanto riguarda il paesaggio, così come nei rotoli Song, veniva seguita una scala cromatica piuttosto semplice, senza eccessi di colore, ma ciò che più contava era la collocazione dei vari elementi (siepi, staccionate, piante, sentieri) che dovevano frapporsi fra lo sfondo (il paesaggio in prestito) ed il giardino, in quanto avrebbero contribuito più o meno a creare la giusta armonia nel "quadro". Ovviamente altrettanto rilevante era anche l'eliminazione di tutto ciò che poteva essere superfluo.


    Shakkei, Nanzenji, Kyoto

    Se realizzato ad arte, lo shakkei sarebbe sembrato più vicino e più grande di quanto non fosse realmente, mentre il giardino avrebbe guadagnato una maggiore profondità.
    Se il giardino con lago ed isole rifletteva il mutare delle stagioni, cambiando cromaticamente col passaggio da un periodo ad un altro, nel giardino Zen è la nostra attitudine mentale, il nostro pensiero che, osservandolo, varia di volta in volta, e passa perciò da una analisi esteriore ad una interiore. E' per questo motivo che quindi non contano più le dimensioni che nei giardini Zen diventano anche minime.
    Al contrario, poiché sono l'immaginazione ed il pensiero il punto focale, non sarà più necessario dover ricreare una paesaggio fedelmente per renderlo esplicito, ma un'unica roccia verticale basterà a richiamare un'intera catena montuosa, così come una distesa di sabbia rastrellata rifletterà l'immagine dell'oceano, del mare o di un fiume. Ogni elemento che compone il giardino Zen infatti, così come era accaduto anche per le altre tipologie di giardini, acquista un significato simbolico e nella sua essenzialità racchiude la propria forza espressiva 1.

    Note

    (1) Questi stessi principi sono applicati anche alla creazione dei bonsai ("pianta in vassoio"), gli alberi il cui sviluppo è controllato in modo che rimangano sempre di piccole dimensioni, e dei bonseki ("pietre in vassoio"), ovvero piccole rocce aggiunte ai bonsai o disposte singolarmente a formare paesaggi. Poiché in entrambi i casi lo spazio è ridotto, vi è la medesima necessità di comprimere gli elementi e si può ipotizzare che l'arte del karesansui si sia ispirata proprio a questi due modelli. Essi infatti furono introdotti in Giappone dalla Cina durante l'epoca Kamakura, quando ancora il giardino secco era agli inizi del suo sviluppo. Cfr. Woollard Leslie, Japanese and Miniature Gardens, London, 1974.

  2. #12
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    Predefinito

    Un altro elemento di differenziazione rispetto all'epoca Heian riguarda coloro che materialmente costruivano e progettavano i giardini. Se prima infatti erano i nobili ad occuparsene, in epoca Kamakura si formò una classe di preti-giardinieri semi-professionisti, chiamati ishi-tate-so. Il termine, che letteralmente vuol dire "preti che dispongono le rocce", deriva dall'espressione ishi wo tatsu ("mettere le rocce verticalmente") che appare già all'inizio del manuale Sakuteiki come parola che indicava la composizione di un giardino.
    Si trattava di monaci buddisti itineranti, provenienti principalmente dal tempio Ninna-ji della setta esoterica Shingon. Oltre ad occuparsi dei loro doveri religiosi, questi monaci si muovevano per il paese prestando servizio presso chiunque lo richiedesse e aiutavano spesso nella ideazione dei giardini. In un secondo tempo, vale a dire agli inizi dell'epoca Muromachi, essendo aumentato l'interesse verso il buddismo Zen da parte della classe al potere, furono quasi sempre i monaci di questa setta a svolgere tale attività.
    Uno dei più famosi fu Muso Soseki (1276-1351) il quale collaborò alla realizzazione di alcuni dei migliori esemplari di giardini come quello del Saiho-ji, del Tenryu-ji e del Ginkaku-ji.
    Contemporaneamente si formò anche una nuova figura sociale, quella dei kawara-mono (lavoratori sulle sponde del fiume). Si trattava di persone il cui status sociale era talmente basso da essere confinati a vivere lungo le rive dei fiumi appunto (kawara), i luoghi peggiori a causa delle alluvioni, pestilenze ed insetti. Fin dall'epoca Heian a queste persone erano riservati i lavori più duri e rifiutati dagli altri, come ad esempio la macellazione degli animali, lo scavo delle fosse e la bassa manovalanza. Spesso venivano usati anche per cercare alberi, piante e rocce da poter inserire nei giardini, o anche per asportare la terra e realizzare laghi e stagni.




    Contemporaneamente si formò anche una nuova figura sociale, quella dei kawara-mono (lavoratori sulle sponde del fiume). Si trattava di persone il cui status sociale era talmente basso da essere confinati a vivere lungo le rive dei fiumi appunto (kawara), i luoghi peggiori a causa delle alluvioni, pestilenze ed insetti. Fin dall'epoca Heian a queste persone erano riservati i lavori più duri e rifiutati dagli altri, come ad esempio la macellazione degli animali, lo scavo delle fosse e la bassa manovalanza. Spesso venivano usati anche per cercare alberi, piante e rocce da poter inserire nei giardini, o anche per asportare la terra e realizzare laghi e stagni.
    Fu così che acquisirono una notevole padronanza, abilità e competenza tecnica, tali da conferire loro l'appellativo di senzui-kawara-mono, (senzui sta per "montagna ed acqua", riferendosi ovviamente ai giardini). I più bravi riuscirono perfino a godere della stima di personaggi importanti come gli shogun e se all'inizio soltanto i samurai potevano avvicinare queste persone definite "intoccabili", in seguito anche i nobili si avvalsero delle loro prestazioni e sembra che perfino un imperatore in ritiro chiese il loro contributo. In particolare i nomi di due senzui-kawara-mono sono rimasti alla storia, quelli di Kotaro e Seijiro, che collaborarono alla realizzazione del giardino del Ryoan-ji, come risulta dalle iscrizioni ritrovate sul retro di alcune rocce.
    Il processo di evoluzione verso il karesansui fu quindi lento e graduale fino ad arrivare alla realizzazione del giardino piatto per eccellenza, il Ryoan-ji.


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  3. #13
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    Predefinito Classificazione dei giardini giapponesi

    I giardini giapponesi differiscono da tutti gli altri per il rifiuto della precisione e della perfezione geometrica. Il forzare la natura verso un ordine formale, imbrigliare le piante in aiuole, non è consono allo spirito giapponese, ed è anche considerato una perdita di tempo. I giardinieri aspirano quindi a lavorare in simbiosi con la natura, ampliandone e intensificandone la bellezza.

    In apparente contraddizione con quanto scritto poc'anzi, nei giardini più complessi gli alberi assumono la loro forma attraverso fasciature permamenti, usando pezzi di legno e corde o altro, con cui il giardiniere ha piegato, intrecciato, legato e appesantito quel ramo, piuttosto che quell'altro.

    In ogni caso, i giardini giapponesi sono progettati per riprodurre il mondo reale, poichè l'intento è rappresentare la natura in dimensioni ridotte. Gli "ingredienti" per la creazione di queste opere d'arte sono muschio, pini e aceri, boschetti di bambù (che non è un albero, ma appartiene alla famiglia del riso), corsi d'acqua e laghetti, rocce, pietre e sabbia. I materiali sono sistemati in modo da rappresentare le montagne, fiumi, laghi e cascate. Un posto d'onore è riservato agli alberi da fioritura, tra i quali i ciliegi (sakura, pronunciato sakùra), peschi e prugni. Anche le piante da fiore sono molto importanti: vengono usate azalee, glicini, camelie e rododendri, oltre alle felci, piantate lungo ruscelli e laghetti.

    La combinazione di questi elementi da vita a 3 tipi di giardini: il tsukiyama (stile collinoso), chaniwa (il giardino da tè) e kare sansui (stile secco).

    Stile collinoso.
    Presenta generalmente ruscelli con pietre e un ponte che porta ad un'isola in mezzo al lago. Un tortuoso sentiero, concepito apposta per far ammirare tutti i cambi di scena, porta il visitatore da un angolo al'altro del giardino. Una variante di questo genere, chiamata kaiyu (stile dei "molti piaceri"), fu molto popolare tra i signori feudali (daimyo) dello shogunato dei Tokugawa e riuniva al suo interno molti giardini, disposti attorno al laghetto centrale. Uno straordinario esempio di questo stile sono i Giardini Koraku-en di Okayama (vedi la pagina di Kurashiki). Sovente questi giardini "incorporano" vedute al loro esterno, usando la tecnica dello "scenario in prestito" (shakkei) o "cattura dal vivo" (ikedori). Questa caratteristica si nota spesso nei giardini della zona di Kyoto, dove le montagne che circondano la città sono incorniciate dai pilastri delle porte e dagli alberi.


    Giardini Rikugien

    Giardino da tè.
    E' studiato per intensificare la natura quieta della cerimonia, da cui deriva la definizione del giardino come "la quarta parete della sala da tè". Il chaniwa tradizionale presenta sempre felci, muschio, piante e arbusti sempreverdi su staccionate di bambù, oltre a lanterne in pietra. I visitatori si spostano attraverso di esso lungo pietre piazzate asimmetricamente sul terreno, prima di giungere nella sala d'attesa (machiai), separata da una piccola porta dal giardino interno. Al suo interno vi è un lavabo per sciacquarsi le mani e la bocca prima di entrare nella sala da tè vera e propria.


    Stile secco.
    Sono utilizzati pochissimi arbusti (quando non ce ne sono affatto), "sostituiti" da sassi, sabbia e ghiaia: questi elementi sono disposti come in un dipinto, per favorire la contemplazione. Questo tipo di giardino è infatti presente nei templi, per dare ai monaci zen una sensazione di immutabile calma (le rocce e le pietre, non essendo soggette al mutare delle stagioni, sono una presenza costante e inamovibile). Alle pietre usate vengono assegnati significati diversi a seconda delle forme, della struttura e della loro posizione. Uno dei più famosi giardini kare sansui sono indubbiamente quelli del Tempio Ryoanji, a Kyoto. E' composto da ghiaia e da 15 rocce, disposte in gruppi di 5, sicuramente nel rispetto dei consigli di un anonimo pittore e giardiniere del 15° secolo: "Occorre prestare attenzione a non essere ansiosi e saturare lo scenario nel vano tentativo di renderlo più inetressante. Un tale effetto comporta sovente una perdita di dignità e una sensazione di volgarità". Il giardino può rappresentare - a seconda delle interpretazioni - un gruppo di isole montuose in un grande oceano, oppure cime di montagne che emergono da un mare di nuvole.



    Giardino zen di Daisen-in

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  4. #14
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    Predefinito Progettazione ed elementi

    Esistono numerose testimonianze riguardanti l’antichità della tradizione architettonica dei giardini giapponesi riconosciuti come un fatto artistico ben definito e come tale legato a norme tecniche e principi espressivi che sono andati mutando nel corso della storia.

    Il giardino deve esprimere lo spirito di una tecnica che trova origine nell’attenta analisi dell’ambiente naturale quale fonte di ispirazione creativa; ci si doveva recare in varie località famose per il loro paesaggio prima di accingersi alla progettazione di un giardino che dovrà esprimere, sebbene modificata, la bellezza sperimentata in natura.

    Molti giardini giapponesi contengono nell’elemento strutturale roccioso, solido, e persistente, il fondamento della loro composizione. In generale, il Giapponese, poco incline alla regolarità e alla simmetria, preferisce delle pietre che abbiano aspetto, forma e colore naturali quindi non levigate artificialmente, ma lavorate solo dai segni del tempo, dall’erosione dell’acqua e del vento o in parte coperte di muschio che ne aumenti la patina dell’età e il valore decorativo. Per questo si devono scartare le pietre troppo regolari, quadrate o sferiche, o dai colori intensi.

    Nel giardino ciascuna pietra ha sempre una funzione ben precisa: può servire a riprodurre realisticamente una tartaruga, un airone o una nave, secondo i miti cari alla tradizione, può venire impiegata per costruire paesaggi in miniatura in cui si rappresentano monti veri o immaginari, una cascata una spiaggia, un impetuoso corso d’acqua. Raramente le pietre vengono usate in modo isolato, ma di solito compaiono in gruppi dove il singolo componente non può essere omesso o rimosso senza distruggere l’armonia dell’intera creazione.


    Taizo-in, Kyoto, periodo MUROMACHI, la sabbia rappresenta il mare, le pietre rappresentano isole


    Il complesso roccioso deve garantire una sensazione di stabilità, ottenuta conficcando saldamente e profondamente ogni pietra nel terreno, nel rispetto del suo baricentro e del lato da mostrare, di armonia, nei rapporti reciproci fra le pietre e con l’ambiente circostante, e infine di varietà, grazie alle linee naturali irripetute e combinate in prospettive mutevoli. Seguendo questi parametri compositivi si imbriglia la forza minerale guidandola lungo una direzione prescelta e si spinge ciascuna pietra ad esprimere pienamente la propria tensione e potenza.

    Quasi tutti i giardini più antichi erano costituiti da un grande lago navigabile. Il "giardino-isola" era, infatti, una autentica espressione del tipico paesaggio costiero orientale.

    Nei secoli seguenti il lago, senza perdere la sua importanza compositiva fondamentale, rimpicciolisce progressivamente fino a raggiungere, talvolta, anche le dimensioni di uno stagno molto ridotto.

    Con l’avvento della filosofia Zen il lago scompare nella sua realtà fisica, ma rimane simboleggiato dalla sabbia il cui curato disegno allude al movimento dell’acqua.

    L’isola è una delle componenti classiche del giardino giapponese. Con il nome "giardino-isola" era solito chiamarsi un tipo particolare di giardino di epoca antica che veniva costruito con l’intenzione di riprodurre in miniatura un autentico paesaggio marino. L’acqua aveva anticamente un preciso significato religioso: i laghetti della venerazione scintoista avevano parecchie isole ognuna delle quali serviva per venerare una divinità. Anche nel "giardino-paradiso" la disposizione delle isole prevedeva che il padiglione principale contenente la divinità, il Budda Amida, venisse eretto sull’isola più grande in posizione centrale raggiungibile con ponti.

    Questo processo di miniaturizzazione, propone forme simboliche quali la tartaruga o l’airone, indicanti rispettivamente longevità e benessere. Molto spesso sulle isole prevalentemente rocciose in forma di tartaruga. Il tipico paesaggio costiero viene riprodotto nell’associazione con esemplari di pino, simbolo di costanza e forza.

    Le isole rimangono come elemento compositivo anche con l’avvento delle tecniche Zen di costruzione del giardino secco dove l’acqua viene sostituita dalla sabbia e le isole sono realizzate con poche pietre di ridotta dimensione, singole o in gruppo numericamente limitato.

    La cascata, come ogni altro elemento compositivo del giardino, deve integrarsi al paesaggio riprodotto senza dare alcuna impressione di artificiosità. Per questo vengono utilizzati schermi vegetali, composizioni di pietre che associno la cascata a reconditi luoghi di montagna, si inseriscono alberature dal fogliame colorato in autunno per favorire pregevoli effetti cromatici sull’acqua.


    La pietra rimane comunque la componente costitutiva e indispensabile per la costruzione di una cascata forse più della stessa acqua che viene invece contenuta nel volume e nella portata, anche per ovvi problemi di manutenzione.

    La riprova della non necessità, a volte, dell’elemento acqua, si trova nelle realizzazioni aride del giardino Zen dove l’impostazione e la particolare forma delle pietre usate sono sufficienti a suggerire l’immagine e il carattere della cascata.

    Le vaschette di pietra vennero introdotte nella tradizione del giardino del tè diventando così elementi irrinunciabili e caratteristici del suo arredo. Ne esistono di due tipi principali. Il primo tipo è la vaschetta chiamata Chotsubachi di maggiore altezza, dimensione e semplicità che serve esclusivamente per lavarsi le mani e viene posta per lo più in adiacenza all’edificio dal quale può essere utilizzata.

    L’altro tipo detto Tsukubai, usato prima di accedere alla cerimonia del tè, è formato oltre che dalla vaschetta vera e propria, da un raggruppamento di rocce funzionale ad appoggiare la lanterna e il mestolo di bambù e a potersi inginocchiare.


    Tsukubai: la vaschetta in pietra naturale è il punto in cui si raccoglie l’acqua necessaria per lavarsi le mani, idealmente per “purificarsi” prima di accedere alla cerimonia


    L’uso della pavimentazione in pietra risale al XVI secolo ovvero alla nascita del giardino del tè ed alla necessità di permettere un comodo passaggio a quanti venivano invitati per la cerimonia, evitando di rovinare le delicate superfici a muschio del giardino e di bagnarsi i piedi. Le pavimentazioni devono essere al tempo stesso funzionali e decorative. L’uso della pietra non deve comunque mai dare l’impressione di monotonia, regolarità e simmetria pur garantendo sempre l’aspetto funzionale. Suggestiva è l’abitudine di bagnare ,all’arrivo degli ospiti, le superfici dei percorsi in pietra sia per tenerle perfettamente pulite sia per trasmettere una patina di sottile freschezza al giardino.


    Il Roji: ovvero “sentiero rugiadoso” che si percorre per arrivare dove si svolge la cerimonia del tè

    Muri e recinzioni sono elementi architettonici di grande importanza nel giardino giapponese caratterizzato da una composizione perfettamente studiata, nella maggior parte dei casi, in spazi di limitate estensioni. Essi infatti rappresentano la necessaria cornice entro la quale il giardino racchiude i riferimenti e le principali prospettive quasi come quinte teatrali di una accurata scenografia.

    Queste delimitazioni possono essere realizzate in vario modo, frequentemente anche solo con l’uso di materiale vegetale in forma di siepi geometriche potate, ma il più delle volte, oltre al muro classico tipico dell’architettura giapponese, esse vengono realizzate usando in svariatissimi sistemi il bambù.


    La recinzione in bamboo crea nel giardino un angolo intimo e raccolto


    L’uso del ponte risale senz’altro ai più antichi giardini con la presenza di acqua. I ponti di quell’epoca venivano realizzati prevalentemente in legno, o legno e terra, nella tipica forma curva d’influenza cinese, spesso laccati in rosso, soprattutto utili per superare corsi d’acqua di notevole larghezza. Dove ci siano più ponti nello stesso giardino, questi devono essere di forma sempre diverse, mai ripetendosi e di aspetto armonioso. Nel caso in cui il corso d’acqua abbia una limitata profondità, il ponte viene realizzato con grosse pietre adeguatamente giustapposte sul fondale a distanza di passo per consentire un agevole e divertente guado.




    L’uso della lanterna in pietra nel giardino giapponese si rifà risalire soprattutto nei giardini del tè nei quali ogni elemento anche artificiali doveva concorrere a rispettare l’eleganza e la fedeltà alla natura. La presenza della lanterna, fino ad allora elemento della dedizione religiosa dei templi, fu in primo luogo motivata da esigenze funzionali e, in seguito, quasi esclusivamente da motivi di composizione e decorazione del giardino.




    La sabbia fu introdotta nel giardino giapponese in origine esclusivamente per motivi funzionali, specialmente nelle pavimentazioni dei sentieri onde evitare di infangarsi i piedi. Nelle creazioni secche Zen, l’aspetto estetico si sovrappone a quello solo funzionale. Infatti nella filosofia Zen il "mare" di sabbia, ideale trasposizione dell’eternità, è l’elemento principale del giardino secco che , come simbolo della vita meditativa, si contrappone a quello roccioso, simbolo della vita terrena e materiale.

    La tecnica Zen miniaturizza il moto ondoso dei fiumi e dei mari utilizzando le superfici minerali che, in alcuni casi con un voluto significato meditativo, raggiungono una maggiore preponderanza annullando ogni altro elemento compositivo.

    L’elemento vegetale pur essendo rivestito di un forte significato simbolico non è mai prevalente rispetto agli altri elementi costitutivi del giardino, ma insieme a questi, si integra per raggiungere la pienezza e l’armonia nella composizione.


    Sanzen-in Kyoto, periodo EDO, cespugli plasticamente potati con lanterne in pietra ed elementi religiosi Buddisti


    Nella storia del giardino giapponese questa armonia compositiva a volte si è ottenuta anche senza l’apporto fisico dell’elemento vegetale che, come nei giardini Zen, è stato sovente soltanto evocato nella sua essenza dalla presenza di muschi o licheni sulle rocce adagiate nella sabbia oppure del tutto tralasciato, affidando al solo elemento minerale il compito di suscitare immagini o sensazioni.

    Gli alberi e gli arbusti costituiscono sempre un insieme armonico dove una specie non prevale mai sull’altra anche se ad ognuna di esse sono state riservate cure particolari che ne hanno strutturato e scolpito la forma definitiva.

    Guardando l’insieme di una massa vegetale in un giardino in Giappone si è colpiti dalla sua particolare tessitura che, quasi accentuazione di un fenomeno naturale, appare stratificata in diversi livelli orizzontali sospesi con leggerezza gli uni sugli altri.

    Quest’effetto è il risultato di lunghe e complicate cure orticole riservate ad ogni componente la massa verde e conseguenti una tipica ideologia per la quale le forme della natura possono e devono essere costrette dalla mano del uomo per raggiungere la perfezione della loro espressività.

    Il concetto di controllo della natura da parte dell’uomo è fondamentale in un giardino giapponese dove l’intervento artificiale sulla forma e sulla crescita di ogni pianta non è visto come effetto della padronanza del giardiniere sulla natura, ma piuttosto come una sua cooperazione al raggiungimento della perfezione della forma insita in ogni elemento naturale.

    La mano dell’uomo modifica la forma dell’albero già quando esso è piccolo per continuare poi sempre per tutta la durata della sua vita nel giardino, attraverso precise tecniche tramandate nei secoli, essenzialmente raggruppabili in interventi di potatura e legatura. Con la potatura si asseconda artificialmente la naturale forma dei rami e della massa fogliare mantenendola inalterata con il trascorrere del tempo, mentre, precedentemente, con la legatura del tronco e delle branche principali si costruisce l’architettura portante della pianta.


    Sempreverdi caratteristici del Roji creano un ambiente naturale e spontaneo

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  5. #15
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    Predefinito I sentieri del Tè...

    ...
    Il giardino del tè è legato al compimento della forma tradizionale della cerimonia del tè, che fa da contrappunto agli aspetti opulenti e sfarzosi del periodo Momoyama (1573-1599), ed ai requisiti posti dalla sua ambientazione. La cerimonia del tè (sadou o cha no yu) è stata organizzata in forma mistica e rituale principalmente ad opera della sensibilità estetica di Sen no Rikyu (1522-1591), grazie al quale la semplice preparazione di una tazza di tè è diventata un'esperienza estetica di notevole spessore spirituale, un emblema dell'estensione della pratica meditativa ad ogni atto o attività della vita quotidiana propugnata dalla dottrina zen.
    L'estrema lentezza e concentrazione dei gesti, che caratterizzano questo evento artistico, corrispondono alla creazione di uno spazio e di una situazione che permettano di realizzare l'illuminazione.
    I padiglioni del tè diventano, in seguito, una presenza costante nei giardini giapponesi ed il loro stile, ispirato alle abitazioni rurali, influenzerà a tal punto l'architettura che il termine sukiya, che originariamente li designava, diverrà il nome dello stile residenziale del periodo.
    Il roji si sviluppa come percorso, al tempo stesso fisico ed iniziatico, che conduce sia al luogo che alla dimensione spirituale richiesti per la cerimonia del tè. Pertanto la disposizione dei suoi elementi ha la funzione di preparare la mente dell'ospite, inducendo in lui lo stato di concentrazione necessario ad esprimere l'evento in tutta la sua complessità.
    Roji significa corridoio, vicolo, ma anche "sentiero cosparso di rugiada". Indica inoltre, a conferma della stretta relazione fra giardini e pratica spirituale, il corridoio di collegamento dove, nel corso di uno dei rituali di iniziazione al buddhismo Shingon, i novizi attendono prima di entrare nell'una o l'altra delle due sale nelle quali si svolge la cerimonia.
    Le pietre da passo (tohiishi) che tracciano il sentiero assumono un ruolo determinante. Esse uniscono ad una funzione pratica - proteggere reciprocamente il muschio dalla pressione delle calzature ed i piedi del visitatore dal fango - quella spirituale ed estetica di stimolo ad uno stato di consapevolezza e di contemplazione, rallentando il passo e favorendo una sosta. Esse scandiscono e sottolineano il progressivo allontanamento dal mondo quotidiano.
    Architettura e giardino del tè sono fra le espressioni più raffinate della predisposizione dell'animo giapponese, coltivata attraverso la pratica meditativa, ad "elevare le azioni della vita quotidiana allo status di arte"(1). Il roji induce una percezione sequenziale dello spazio, attraverso una serie di esperienze visive finalizzate a provocare in colui che percorre il giardino stati d'animo particolari, un'esperienza interiore.
    Il giardino della casa per la cerimonia del tè è un giardino continuo, che presuppone sempre uno spazio interno e uno esterno e che richiede all'osservatore di esser percorso in tutta la sua estensione perché l'esperienza di esso sia completa e soddisfacente.
    Nel giardino per la cerimonia del tè domina un senso di assoluta semplicità di cui la piattezza è l'elemento determinante. Il roji prepara gli ospiti all'evento, è un percorso che non deve stupire o eccitare, ma bensì calmare e sensibilizzare all'estetica del wabi. Bere il tè è un processo contemplativo in cui l'umiltà dell'allestimento veicola un messaggio di spiritualità e semplicità.

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  6. #16
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    Located in Okayama in Western Japan, Kouraku-en is considered to be one of the best gardens in Japan, and from the pictures you can see why. The castle in the background is not actually in the garden itself. That's a real swan in the pond.

    Per bellissime foto di giardini giapponesi, clikka

  7. #17
    Nebbia
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    Bellissimo thread cara Flora, mi inorgoglisce di aver dato il via ad una discussione così ricca e interessante. Grazie per le info e le belle immagini, auguri a Perdu per la realizzazione di un progetto così ambizioso e che un dì spero di poter realizzare anch'io.

    P.S: potresti copiarmi questo bellissimo thread sul forum Scampoli d'Arte?

  8. #18
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    Testo scritto da Nebbia
    Bellissimo thread cara Flora, mi inorgoglisce di aver dato il via ad una discussione così ricca e interessante. Grazie per le info e le belle immagini, auguri a Perdu per la realizzazione di un progetto così ambizioso e che un dì spero di poter realizzare anch'io.

    P.S: potresti copiarmi questo bellissimo thread sul forum Scampoli d'Arte?
    Come no?

  9. #19
    saint&sinner
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    Testo scritto da Flora
    [/B]

    sono meravigliosi
    mi accontenterei anche di uno di quelli da scrivania... la cassettina con la sabbia, le pietre e il rastrellino... ci passerei le ore...
    http://www.planetsmilies.com/smilies/animal/animal0028.gif

  10. #20
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    Predefinito

    Testo scritto da fede2377
    sono meravigliosi
    mi accontenterei anche di uno di quelli da scrivania... la cassettina con la sabbia, le pietre e il rastrellino... ci passerei le ore...
    oddio la fede
    ho un mancamento

 

 
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