…Ecco quindi che il giardino secco acquisì una fisionomia a se stante, che non consentiva la fruizione fisica, ma veniva esplorato attraverso la mente. Infatti non era concepito per essere percorso materialmente, ma per essere ammirato da alcuni punti fissi, posti al di fuori (proprio come per un quadro). Ne consegue che da un punto di vista strutturale il giardino piatto è privo di ogni ingresso, a differenza di altre tipologie (giardini paesaggistici e anche del tè) che ne facevano largo uso, non solo per lasciare fuori il mondo esterno ma anche per dividere ulteriormente le varie sezioni interne.
Nel giardino secco l'entrata è un fattore puramente intellettivo, che trascende la materia. Al contrario, ricoprono un ruolo importante le staccionate, le basse mura e le recinzioni che servono ad "incorniciare" il giardino e a far sì che possa essere ammirato come una vera e propria opera d'arte. Infatti il karesansui non solo si ispira ai concetti della filosofia Zen e pertanto contribuisce ad aiutare l'uomo a comprenderli e a meditare, ma è anche un capolavoro artistico che si rifà ai principi della pittura e va ammirato ed apprezzato in quanto tale.
Per comprendere meglio il legame che intercorre fra queste due forme artistiche apparentemente diverse, è possibile analizzare la tecnica del "paesaggio in prestito" o shakkei. Inizialmente veniva adottata in epoca Muromachi dai monaci Zen i quali sceglievano dieci elementi naturali e non (ponti etc.) del paesaggio circostante il tempio, ai quali assegnavano un nome cinese che conteneva un messaggio buddista. Questi dieci punti di riferimento venivano chiamati i "dieci livelli" o i "dieci confini" (jikkyo) e servivano a creare una sorta di unione fra il tempio ed il paesaggio circostante. Infatti con tale sistema si pensava di potere assegnare e trasmettere al paesaggio un significato religioso, rendendolo parte del proprio complesso.
Successivamente, ed in particolare in epoca Edo, questa tecnica venne privata completamente di qualsiasi valenza sacra e seguì puramente canoni estetici. Infatti in questo periodo i giardini da passeggio ebbero un ruolo in primo piano e il "paesaggio in prestito" servì ad estendere ulteriormente gli scenari da esplorare (uno stesso elemento "catturato" dall'esterno poteva essere incorniciato e quindi ammirato da più prospettive). Nel periodo Tokugawa quindi si tornò a prendere spunto dalla pittura paesaggistica della dinastia cinese Song, già imitata in epoca medievale, soprattutto nella distribuzione degli spazi. Normalmente nei rotoli Song vi era una figura umana piuttosto piccola in primo piano, mentre il paesaggio occupava una posizione preminente. Allo stesso modo, quando si voleva aggiungere un paesaggio esterno (poteva trattarsi anche solo di una cascata, di una montagna, del tetto di un tempio o di una pagoda), esso rappresentava lo sfondo a cui si potevano aggiungere elementi in primo piano (il giardino stesso), o altri nel mezzo. Per quanto riguarda il paesaggio, così come nei rotoli Song, veniva seguita una scala cromatica piuttosto semplice, senza eccessi di colore, ma ciò che più contava era la collocazione dei vari elementi (siepi, staccionate, piante, sentieri) che dovevano frapporsi fra lo sfondo (il paesaggio in prestito) ed il giardino, in quanto avrebbero contribuito più o meno a creare la giusta armonia nel "quadro". Ovviamente altrettanto rilevante era anche l'eliminazione di tutto ciò che poteva essere superfluo.
Shakkei, Nanzenji, Kyoto
Se realizzato ad arte, lo shakkei sarebbe sembrato più vicino e più grande di quanto non fosse realmente, mentre il giardino avrebbe guadagnato una maggiore profondità.
Se il giardino con lago ed isole rifletteva il mutare delle stagioni, cambiando cromaticamente col passaggio da un periodo ad un altro, nel giardino Zen è la nostra attitudine mentale, il nostro pensiero che, osservandolo, varia di volta in volta, e passa perciò da una analisi esteriore ad una interiore. E' per questo motivo che quindi non contano più le dimensioni che nei giardini Zen diventano anche minime.
Al contrario, poiché sono l'immaginazione ed il pensiero il punto focale, non sarà più necessario dover ricreare una paesaggio fedelmente per renderlo esplicito, ma un'unica roccia verticale basterà a richiamare un'intera catena montuosa, così come una distesa di sabbia rastrellata rifletterà l'immagine dell'oceano, del mare o di un fiume. Ogni elemento che compone il giardino Zen infatti, così come era accaduto anche per le altre tipologie di giardini, acquista un significato simbolico e nella sua essenzialità racchiude la propria forza espressiva 1.
Note
(1) Questi stessi principi sono applicati anche alla creazione dei bonsai ("pianta in vassoio"), gli alberi il cui sviluppo è controllato in modo che rimangano sempre di piccole dimensioni, e dei bonseki ("pietre in vassoio"), ovvero piccole rocce aggiunte ai bonsai o disposte singolarmente a formare paesaggi. Poiché in entrambi i casi lo spazio è ridotto, vi è la medesima necessità di comprimere gli elementi e si può ipotizzare che l'arte del karesansui si sia ispirata proprio a questi due modelli. Essi infatti furono introdotti in Giappone dalla Cina durante l'epoca Kamakura, quando ancora il giardino secco era agli inizi del suo sviluppo. Cfr. Woollard Leslie, Japanese and Miniature Gardens, London, 1974.





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