....politica
Cominciamo col dire che noi italiani, una volta tanto, non possiamo lamentarci. Di gay in Parlamento ce ne abbiamo ben due dichiarati (e una marea in sonno, ma questa è un’altra storia): Franco Grillini e Titti De Simone.
E visto che non ci facciamo mai mancare niente siamo anche riusciti a eleggere un governatore regionale del Sud e quindi de facto in zona arretrata, bigotta, maschilista e chi più ne ha più ne metta. Un governatore omosessuale non solo dichiarato ma dichiaratissimo: Nichi Vendola, uomo di dolcezze e durezze inimmaginabili, uno che però, a differenza di Grillini e De Simone, non ha mai posto la questione omosessuale al centro del proprio intervento e impegno di militante comunista.
In questo si potrebbe dire che Vendola sia più assimilabile alla lista che progressivamente e sbalorditivamente si allunga e che comprende quei rappresentanti eletti che spendono, en passant, il proprio coming out raccontando a cittadini ed elettori, per nulla sbalorditi, la propria identità sessuale.
Uno dice: fino a trenta, venti, anche solo dieci anni fa tutto questo sarebbe sembrato impossibile, irreale se non addirittura surreale.
Ora eccoci qui, a considerare l’omosessualità al massimo una variante bizzarra ma non certo un fosco segreto da tenere chiuso nell’album della vergogna e dell’oblio, non più una pulsione da mascherare con matrimoni di convenienza e figliolanza generata pensando ad altro, non più un “vizietto” condonato solo se si è molto ma molto bravi, molto ma molto ricchi, molto ma molto sicuri di sé.
La storia politica della nostra democrazia (ma anche prima) sussurra e condivide certezze di ministri e primi ministri, deputati e senatori, sindaci e consiglieri regionali che vissero quell’onta in un silenzio sudato e con quanti batticuore, pronti a buttarsi dalla prima finestra e a impiccarsi alla prima corda se mai fosse venuto fuori pubblicamente il proprio nome con le prove dei fatti e dei misfatti.
Eppure, "checché" se ne dica, siamo anche un paese involontariamente civile e il fatto che un rubicondo ministro della Difesa andasse a rimorchiar soldati a Piazza Mazzini non faceva alzar ciglio ma al massimo sorridere di malcelata simpatia. Il fatto che un ministro degli Esteri si contornasse di giovani molto levigati e molto educati, non costituì occasione né di ricatto né di vano ciarlare. E comunque “chissenefrega” avrebbe commentato il coro degli elettori se fosse stato mai interrogato.
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Tutto questo succedeva da noi mentre in paesi di più lunga e sobria tradizione democratica bastava un’allusione nella prima pagina di qualche tabloid non proprio grammaticato per ridurre in cenere una lunga carriera e un faticoso matrimonio. Oggi, signora mia, le cose come le stagioni non son più le stesse. Oggi, mia cara, esser froci non contrasta più con l’esser politico. Almeno in Europa. Perché questo avviene qui, nel vecchio e polveroso continente che ha imparato dagli Stati Uniti il gay pride e l’emancipazione sessuale e omosessuale. Colà la gayness è vista come impegno ma resta fuori dai poteri legislativi, la tolleranza e il rispetto vengono esperiti con quotidiana – e a volte persino buffa – convinzione. Costì, invece, essere omosessuali non osta più per veder spalancate le porte della politique politicienne e viene accolta con entusiasmo dai militanti gay, con imbarazzo da qualche parruccone e con sana apatia da tutti gli altri.
Avendo disinnescato la minaccia estorsiva, un uomo o una donna omosessuali che si dedichino alla politica lo possono fare senza dover più saltare ostacoli e inventar fandonie. Senza dover più pagare pegni alle convenienze e alle abitudini, a una presunta normalità che poi è tale solo e unicamente perché è normata. Mentre si aprono i sentieri di una equiparazione totale del vivere affettivo e sociale dell’omosessualità a quello dell’eterosessualità dichiarando la morte della prima e l’imperturbabilità della seconda, l’Europa, continente che alla fine tutto contiene, approva nei fatti le coppie e passo dopo passo le assorbe. Sia detto per inciso: chi predice calamità, dimentica quanta inconscia e salubre democrazia questo significhi, quanta forza questo dia al nostro benedetto sistema, alla nostra civiltà, alle nostre radici, ai nostri valori. Chiuso l’inciso.
Tutti o quasi i giornali (non solo quelli italiani) hanno decretato che è lui, Guido Westerwelle, leader del partito liberale Fdp, ad aver trionfato nelle italianissime elezioni di Germania. Guido è un avvocato quarantatreenne biondocapelluto, occhio ceruleo secondo la migliore tradizione nordica, manone curate e forti, occhialetti leggeri e indistruttibili ma soprattutto una retorica che lascia spiazzati. Parla e resti con la bocca semiaperta e la richiudi solo quando lui ha concluso con il suo solito sorriso di traverso, la sua solita occhiataccia che ti sfida: allora, sei con me o contro di me? Dopo aver portato a casa un ottimo (ma poco spendibile) risultato elettorale ha declamato tra la folla festante: “Siamo noi i vincitori della giornata elettorale. Siamo la terza forza politica di questo parlamento”. Ereditato un partito in frantumi dopo il suicidio dell’antisemita Jürgen Möllermann, Westerwelle ha dichiarato fedeltà incondizionata agli Stati Uniti, fiducia nel mercato, alleggerimento del carico fiscale e uno Stato sociale ridotto all’osso. Il suo fidanzato, Michael Mronz, è un giovane brunone (conferma della teoria che gli opposti si attirano) con il sorriso intimidito ed estatico e con quel ciuffo che gli pende sempre sulla fronte e che tutti vorrebbero rimettere a posto. Privilegio questo, concesso però solo al suo Guido, l’avvocato di Bonn, figlio di avvocato, orfano di madre, ragazzo precoce e indipendente che qualcuno accusa di essere un saccentello freddo e razionale ma che intanto ha fatto conquistare al suo partitino oltre il 10 per cento dei voti. Lo prendono per il culo con il nomignolo di “Spass Politiker”, (politico che se la spassa?) e lo guardano sprezzanti perché ha passato qualche ora nella casa del Grande Fratello edizione tedesca, perché gioca a baseball, perché si fa i muscoli in palestra, perché proclama l’esigenza di essere un po’ più allegri o gai che dir si voglia. Mai così vero come nel suo caso. Gli uccellacci del malaugurio (e soprattutto gli analfabeti della politica) lo avevano sconsigliato di raccontare urbi et orbi della sua omosessualità. Lui, grazie a dio, se ne è sbattuto i cosiddetti, ha fatto dichiarazioni pubbliche e ampie e poi, incassato il buon risultato elettorale, ha sibilato:
“Esser chiari fa vincere”.
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Klaus Wowereit fra qualche giorno compie cinquantadue anni e – cosa che a me pare sempre un miracolo – ha anche lui tutti i capelli in testa. Grigi sono grigi ma ci sono tutti. Ha labbra piccole e allungate, un bel disegno dello zigomo. Pur non capendo un’acca di quel che diceva ho avuto modo di sentire la sua voce, affilata ma per nulla garrula. Sindaco di una città, Berlino, che solo fino a quindici anni fa era una ferita divisa, da una parte festosa e confusionaria, dall’altra cupa e sospettosa, è membro del Spd, il partito social-democratico tedesco, ha studiato legge, e a trentun’anni era già noto per essere il più giovane assessore che la Germania avesse mai eletto. Qualche anno fa si è fatto riprendere da un famoso fotografo nella posa di Christine Keller, a cavalcioni di una sedia. Lui però era vestito, sguardo molto maschile, un’espressione fresca ma penetrante e, naturalmente, sempre tutti quei capelli in testa che dio lo benedica. Facendo il coming out (se i giornali italiani la smettessero di dire outing, ne sarei profondamente grato) Wowereit ha detto papale papale: “Ich bin Schwul, und das ist auch Gut so”, sono finocchio ed è una cosa buona. Tiè. (Alla faccia di qualcuno dei nostri che, con le rane nello stomaco, racconta panzanelle tipo sono-metàomo-metà-etero-se-mi-sposo-mi-sposo-unabella-gnocca ecc. ecc. ). Nell’agosto scorso ha fatto imbufalire qualcuno per aver dato ufficialmente il benvenuto a un meeting sado-masochista e feticista (tutti rigorosamente gay, ça va sans dire). Invece di ritrarsi arrossendo Klaus ha attaccato: “Berlino è una città aperta al mondo. E’ vero, questo è un ambiente eccentrico ma è pur sempre Berlino. M’aspetto un po’ di tolleranza”.
Niente da fare. Michael Braun, dirigente della Cdu, lo bolla: “Wowereit non è un tollerante, è un decadente”. Non si scompone più di tanto Wowereit e alla Dante cita: “Non ti curar di loro, ma guarda e passa”. Sa Wowereit che i suoi amministrati si aspettano da lui una città vivibile, seria ma non noiosa, aperta ma non devastata, funzionale e capace di inalberare un vero orgoglio di essere capitale. Che sia poi recchione, pensano i più che sono gli stessi che lo votano, non ha la benché minima importanza.
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Perché non paia che la Germania sia la mecca dei politici gay un paio di episodi: nel febbraio del 2004 Roger Kusch, ministro della giustizia di Amburgo, viene accoltellato da una signora a vero dire un po’ virulenta che mentre gli piazza la lama nella coscia gli detta anche la didascalia: “Tu, brutto porco frocio!”. Mesi prima il sindaco cristiano democratico Ole von Beust aveva licenziato l’ex giudice populista Ronald Schill, leader del partito ultraconservatore dell’Offensiva per lo Stato di diritto, dalla posizione di ministro dell’Interno. Gli era che il brutale Schill (uno che aveva in programma la castrazione dei rei di abusi sessuali, la deportazione degli stranieri e robetta del genere) aveva accusato il sindaco von Beust – un biondone che lèvati – di essere omosessuale e di intendersela proprio con Kusch, quello che poi verrà accoltellato. Al che von Beust lo aveva quasi letteralmente preso a calci nel sedere e sbattuto fuori dal governo. “Ho licenziato il signor Schill. Sono stato obbligato a licenziarlo perché il suo carattere non è adatto al posto di ministro degli Interni”, aveva spiegato il biondo sindaco amburghese.
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Qualche guaio l’ha passato anche il sindaco di Parigi, Bertrand Delanoë, nato nel 1950 a Tunisi, membro del partito socialista. Eletto primo cittadino nel 2001, è stato il primo politico francese ad aver fatto pubblica dichiarazione di omosessualità. Era il novembre del 1998 e questo signore con l’aria da topino grigio, promosso da François Mitterand al tavolo della politica nazionale, raccontò davanti alle telecamere d’esser gay pur ammettendo di non aver mai partecipato attivamente alla militanza omosessuale. Le elezioni del 2001 erano state particolarmente dure ma Delanoë era riuscito a mettere nel sacco i candidati della destra Jean Tibéri e Philippe Séguin anche grazie all’aiuto del Partito dei Verdi. Appena eletto promise di battersi per il miglioramento della vita urbana, la riduzione dell’inquinamento e lo scioglimento di uno dei problemi più assillanti per Parigi, il traffico. Il 5 ottobre dell’anno successivo, inaugurando la tradizione della prima Notte Bianca della capitale francese, Bertrand Delanoë riceveva gli ospiti all’Hotel de la Ville quando un uomo gli si avvicinò e gli si buttò contro pugnalandolo. L’aggressore era Azedine Berkane, un balordo disoccupato di 39 anni, che alla polizia disse di odiare – puah! – “les politiciens, les socialistes et les pédés”. Delanoë è un altro di quegli uomini della politica attiva che non ha messo al centro del proprio interesse l’omosessualità ma la considera semmai un problema collettivo, da risolvere e ricomporre nel piano di costruzione di una società civile che riconosca nuove presenze.
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Visto che ci siamo, non si può proprio dimenticare un’altra vittima che risponde al nome, ancora ripetuto, di Pim Fortuyn, leader lapidato prima dalla stampa (“l’Haider di Rotterdam”) e poi colpito a morte nel maggio del 2002. Con lui i conti non tornavano: leader populista olandese, secondo la comodissima formula giornalistico-politica, dandy omosessuale con l’immancabile pochette intonata alla cravatta, virulento nelle sue affermazioni, sembrava meritare l’odio di destra e sinistra. Il fatto che sei colpi, di cui uno alla nuca, uno al petto e uno alla testa l’abbiamo lasciato steso in un parcheggio di Hilversum mentre usciva dagli studi di una radio dove aveva appena registrato un’intervista, è stato accolto da molti come provvidenziale sollievo.
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Anche l’algida Albione ha conosciuto un cambiamento non da poco rispetto alla presenza dichiarata di persone omosessuali nel proprio tessuto politico. Tanto per dare un’idea: nel 1962 un sociologo che risponde al nome di Richard Hauser, nel suo saggio “The Homosexual Society” scriveva senza ridere che l’omosessualità “dovrebbe essere mostrata come il risultato di una tensione sociale che ha ritardato lo sviluppo sociale e fisico di una persona e che in tal modo può essere paragonata all’enuresi” e che “non può essere separata da altri problemi sociali quali l’alcolismo, certe malattie mentali e la criminalità. Sono da stabilirsi i punti di coincidenza”. Che il signor Hauser lo vada adesso a dare del piscialetto a Peter Mandelson, nato nel 1953 studente di filosofia, politica ed economia al St. Catherine’s College di Oxford. Da ragazzo Mandelson è vissuto in Tanzania, ha lavorato nei sindacati inglesi come economista, ha avuto una importante esperienza televisiva come producer, ha combattuto a fianco di Blair nella campagna elettorale del 1997 che ha portato il suo Tony a Downing Street. L’anno dopo è stato nominato Segretario di Stato per il Commercio e l’Industria, nel 1999 era Segretario di Stato per l’Irlanda del Nord negoziando la pace vera in quella dannatissima contrada e nel 2004 è stato nominato commissario europeo per il Commercio. Insomma, mica robetta da bambini incontinenti. Bene, Peter Mandelson è omosessuale, ha un compagno brasiliano che risponde al nome di Reinaldo Avila Da Silva e nel primo governo Blair era in buona compagnia: altri tre ministri erano gay. A dirla tutta Mandelson è della scuola “saranno-cazzi-miei?”, insomma di quelli che non si sentono in obbligo di raccontare chi incontrano sotto le lenzuola e con chi vanno in vacanza e con chi fanno progetti per il futuro. E fu alquanto seccato quando nel 1998 i media inglesi si concentrarono sugli affari suoi grazie a quella bocca ciavattosa di Matthew Parris, pettegolissimo ex parlamentare gay e poi firmetta di The Times che disse in tivvù: “Peter Mandelson is certainly gay”. Al signore venne un mezzo coccolone e la mascella pronunciata quasi gli cadde. Mandelson sostenne e continua a sostenere la lezione della sua scuola: non nega e non afferma. Proprio non ne parla. Solo un paio di decenni fa un uomo inglese pubblico e nella sua posizione sarebbe stato costretto a fare baracca e burattini e via andare.
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Poi in quest’Europa pazzerella succedono cose strane: in Norvegia Per-Kristian Foss, ministro (gay) delle Finanze, membro del partito di destra Høyre e soprannominato sprezzantemente dai militanti omosessuali “il Quisling dei gay” si è opposto al tentativo di introdurre una legislazione matrimoniale che annullasse qualsiasi differenza tra etero e omo, quel che si chiama il matrimonio neutro. “Adottare un bambino non è un diritto”, precisò il ministro apparentemente paciocco ma preciso come un orologio, qualche chilo più del dovuto e poco indulgente nei confronti del birignao politico. Intanto, proprio perché non si pensi che sia uno che tiene il piede in due staffe, non ha avuto problemi ad annunciare di aver sposato il suo convivente a Stoccolma nella sede dell’ambasciata di Norvegia.
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Sono nemmeno due settimane che l’europarlamentare tedesca Lissy Groener e la sua compagna Sabine Gillessen si sono sposate al comune di Bruxelles dal sindaco della città Freddy Thielemans grazie alla legge sul matrimonio gay in vigore in Belgio dal 2003. Lissy Groener è molto nota nell’ambiente nebbioso del Parlamento europeo ed è portavoce del Pse per la politica delle donne. La signora è una bella signora con messimpiega, eleganza davvero sobria, determinazione senza ruggiti. E’ innamorata e lieta, fresca e gentile. E’ l’idea della nuova omosessualità (maschile e femminile): certa di sé senza piagnistei, trasparente ma non esibizionista, combattiva ma non petulante, ordinata pur senza rigidità. Pronta a scomparire appena da normale diventerà normata, da bizzarra si trasformerà in banale, da peccaminosa, malata e minacciosa si manifesterà per quel che è: nulla.
Daniele Scalise su il Foglio
saluti




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