Il nuovo reato sta all'articolo 13 della legge 189 del 2002, meglio conosciuta come legge Bossi-Fini. È la legge che, mantenendo una delle promesse elettorali sia della Lega che di An, doveva dare una sterzata rigorosa alle norme sull'immigrazione volute dai governi dell'Ulivo. Di quella sterzata, l'articolo 13 costituiva uno dei cavali di battaglia. "Lo straniero espulso che viene trovato nel territorio dello Stato è punito con la reclusione da uno a quattro anni". E poi, subito dopo: "È obbligatorio l'arresto dell'autore del fatto e si procede con rito direttissimo".
Letto così, quando la legge venne varata, faceva impressione. Si immaginavano migliaia di stranieri, renitenti all'ordine di espulsione, venire arrestati, processati, incarcerati. Per una parte degli italiani era uno sogno che si realizzava. Per una parte era un incubo o quantomeno una visione sgradevole. Beh, non è arrivato niente di tutto questo. È arrivata solo una catastrofe poliziesca, burocratica e giudiziaria che intasa inutilmente l'apparato repressivo dello Stato. In tutte le maggiori città del paese, in un giorno qualunque, più della metà del lavoro di Volanti, gazzelle e pubblici ministeri è dedicato a questa gigantesca finzione di repressione.
Ecco come vanno, nella realtà, le cose. La pattuglia dei carabinieri ferma uno straniero per un controllo. Lo identifica - dal passaporto o dalle impronte - e scopre che è già stato espulso dall'Italia, e non ha obbedito all'ordine. Scatta l'arresto, obbligatorio e immediato. Dalla centrale operativa, viene avvisato il pm di turno. A quel punto, i casi sono due. Alcuni pm ordinano immediatamente di rilasciare il fermato, ritenendo illegittimo il fermo. Altri - e sono, a occhio, la maggioranza - autorizzano il fermo, e ordinano di portare in aula la mattina dopo il renitente all'espulsione per il processo per direttissima. E la mattina dopo, in aula, dopo una notte in guardina, lo straniero viene liberato per ordine del magistrato. Per i motivi più vari: perché viene assolto, perché il processo viene rinviato di qualche giorno, perché patteggia una pena di un paio di mesi con la condizionale. La sostanza non cambia.
L'unica cosa certa è che il fermato non può finire in carcere, perché ha commesso non un delitto ma una contravvenzione, e il nostro codice proibisce la custodia cautelare in carcere per le contravvenzioni. In questo sta l'assurdità della legge: l'arresto è obbligatorio, ma il carcere è proibito. In poche ore, lo straniero torna nella clandestinità, in attesa del prossimo arresto, il prossimo processo, la prossima scarcerazione. Nel frattempo, la pratica è costata allo Stato - tra poliziotti, giudice, pubblico ministero, interprete e avvocato d'ufficio - non meno di due-tremila euro.
I numeri? Quelli raccolti nelle città maggiori sono eloquenti. A Milano, da quando è entrata in vigore la Bossi-Fini, sono stati arrestati 2.221 stranieri: in prigione davvero ne sono finiti quindici. A Torino, nell'ultimo trimestre del 2003, di 311 fermati in prigione non ne è arrivato neanche uno. Su tutto questo pasticcio pende, intanto, una sentenza ormai prossima della Corte Costituzionale.