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Discussione: PIR contro la MAFIA

  1. #31
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    Predefinito Rif: PIR contro la MAFIA

    L'INCHIESTA
    'Ndrangheta: 52 arresti per tangenti
    le cosche sulla Salerno-Reggio Calabria
    Le famiglie Gallico-Morgante-Sgrò-Sciglitano e Bruzzise-Parrello devono rispondere di associazione mafiosa, omicidio, estorsioni e infiltrazioni negli appalti dell'autostrada A3, tra Gioia Tauro e Palmi

    REGGIO CALABRIA - Decine di omicidi, una faida sanguinosa tra cosche della 'ndrangheta per mettere le mani sugli appalti d'oro della Salerno-Reggio Calabria. Questo lo scenario che ha portato la polizia ad arrestare 46 presunti membri di un'organizzazione mafiosa, sospettati di essere implicati in un giro di appalti truccati per i lavori di ammodernamento dell'autostrada A3 e colpevoli di una decina di omicidi avvenuti nell'arco di un ventennio nel sud Italia.

    "Dei 52 mandati d'arresto disposti dalla giustizia, abbiamo arrestato effettivamente 46 persone, gli altri sei mandati sono stati emessi per persone che si trovano già in carcere", ha spiegato Renato Cortese, un responsabile della polizia di Reggio Calabria che si è occupata dell'inchiesta. Tutti e 52, a vario titolo, sono indagati per i reati di associazione mafiosa, omicidio, estorsione e infiltrazioni negli appalti.

    I due clan implicati, quello dei Gallico-Morgante-Sgrò-Sciglitano e quello dei Bruzzise-Parrello, che negli anni Ottanta e Novanta avevano ingaggiato una sanguinosa faida in cui erano morte di decine di persone, imponevano alle imprese appaltatrici una tangente del 3 per cento e l'acquisto di calcestruzzo delle loro società. Il meccanismo però era già venuto alla luce nel 2007 con l'inchiesta, condotta sempre dalla mobile reggina, contro le 'ndrine di Rosarno, Gioia Tauro e Limbadi (Vibo Valentia).

    L'arrivo dei lavori nella zona di Palmi e i possibili affari che avrebbe fatto ottenere, aveva portato a una ripresa dei focolai di violenza tra le cosche della zona. Tra le 52 persone arrestate ci sarebbero i mandanti e gli autori di quei delitti. L'inchiesta è stata coordinata dal procuratore di Reggio Calabria, Giuseppe Pignatone, dall'aggiunto Michele Prestipino e dal pm Giovanni Musarò.

    Soddisfazione per l'esito dell'operazione è stata espressa anche dal ministro dell'interno Roberto Maroni nel corso del suo intervento per la firma del patto di sicurezza a Savona: "E' così che si fa - ha detto il ministro - nella lotta quotidiana contro il male e la criminalità organizzata". Maroni ha dichiarato che in due anni sono già stati sequestrati o confiscati 11 miliardi alla malavita. "Per fare fruttare questo immenso patrimonio - ha detto il ministro - abbiamo istituito l'Agenzia nazionale dei beni confiscati e sequestrati. Abbiamo scoperto conti correnti sequestrati alle cosche e giacenti nelle banche che si possono utilizzare. Finora abbiamo recuperato 1,8 miliardi di euro. Questi fondi devono sostenere lo sforzo dei firmatari dei Patti per la sicurezza".

    'Ndrangheta: 52 arresti per tangenti le cosche sulla Salerno-Reggio Calabria - Repubblica.it
    Ultima modifica di Razionalista; 08-06-10 alle 14:07

  2. #32
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    Predefinito Rif: PIR contro la MAFIA

    "Niente protezione a Spatuzza" E' polemica sul no del Viminale

    Per i magistrati resta attendibile.
    Veltroni: è una decisione politica.
    Di Pietro: un morto che cammina.
    E il Pdl frena: "Applicata la legge"


    PALERMO
    Le indiscrezioni dicono che non è stata una decisione unanime. E pur con qualche divisione (contrari i magistrati) la Commissione centrale del Viminale alla fine ha negato al pentito Gaspare Spatuzza l’ammissione al programma di protezione. Trattandosi di un collaboratore che parla delle stragi del 1992 e del 1993, del «patto» tra Stato e mafia e sostiene che Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri sono stati «referenti» di Cosa nostra le polemiche sono subito divampate.

    Da una parte la maggioranza che approva la decisione riportandola alle regole sui pentiti «a rate», dall’altra l’opposizione che denuncia un atteggiamento punitivo nei confronti di un collaboratore che racconta «scomode verità». Sorpresi anche i magistrati, specie quelli siciliani, che attribuiscono a Spatuzza un alto indice di credibilità. Categorici i loro colleghi di Firenze: «Non cambia nulla: per noi resta attendibile». A Spatuzza è stato negato il programma di protezione, ma gli viene mantenuta la protezione ordinaria, perchè avrebbe raccontato i fatti di cui è a conoscenza oltre i 180 giorni stabiliti dalla legge sui pentiti. Secondo la Commissione centrale del Viminale per i programmi di protezione, presieduta dal sottosegretario Afredo Mantovano, non vi è «alcun elemento che autorizzi a ritenere che di quanto riferito nel dibattimento contro Dell’Utri, Spatuzza avesse già parlato nei 180 giorni previsti dalla legge».

    «La fissazione dei 180 giorni quale termine ultimo per riferire fatti gravi, o comunque indimenticabili, è funzionale, secondo l’unanime volontà del Parlamento nel 2001 - è detto ancora nella motivazione - a garantire tale genuinità e a evitare abusi, viceversa realizzabili se, come è accaduto in più casi,fossero ammesse le cosiddette ’dichiarazioni a ratè». Ma per il suo legale, l’avvocato Valeria Maffei, Spatuzza ha offerto la più ampia collaborazione, tanto da confessare due stragi di cui non era neppure accusato, e ha avuto «paura» quando ha citato i nomi di uomini di grande caratura come Berlusconi e Dell’Utri. la difesa farà quindi ricorso al Tar. La decisione della Commissione è duramente contestata da Antonio Di Pietro per il quale si è voluto intimidire Spatuzza per le sue «scomode verità». E aggiunge: «È anche un segnale ben chiaro, un altolà rivolto a chi collabora con la giustizia, un modo per dire: "state attenti", la collaborazione non paga. Insomma, Spatuzza da oggi è un morto che cammina».

    Per Walter Veltroni la decisione della Commissione «è sconcertante e dettata da ragioni politiche». Di tutt’altro segno le reazioni della maggioranza. «Finalmente in Italia c’è un governo che applica la legge e non la interpreta a proprio piacimento o in base alle convenienze politiche», dice Gaetano Quagliariello, vicecapogruppo vicario del PdL al Senato il quale si augura che «la corretta decisione assunta dal ministero dell’Interno metta la parola fine alla lunga stagione dei pentiti a rate». Dal fronte dei magistrati il pm della Dda di Palermo, Nino Di Matteo, esprime «sorpresa»: è la prima volta, sottolinea, che viene negata l’ammissione al programma di protezione. Ma ciò non muta il giudizio di attendibilità. Le Procure, annuncia, hanno sentito Spatuzza e continueranno a sentirlo.

    "Niente protezione a Spatuzza" E' polemica sul no del Viminale - LASTAMPA.it
    Ultima modifica di Razionalista; 16-06-10 alle 07:35
    "Quante persone ci sono in questa strada, un centinaio? Quante sono le persone intelligenti, sette, otto? Bene, io lavoro per le altre novantadue" Phineas Taylor Barnum

    UE, mondo, futuro Michio Kaku:
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  3. #33
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    Predefinito Rif: PIR contro la MAFIA

    Maxi blitz contro la mafia cinese
    24 arresti tra Firenze e Prato


    Le Fiamme gialle hanno scoperto un'associazione criminale che riciclava denaro sporco per svariati milioni di euro. Arresti, perquisizioni e sequestri di beni immobili e mobili, auto di lusso, quote societarie e denaro contante

    PRATO - Maxi-blitz della Guardia di Finanza contro la criminalità organizzata cinese: le Fiamme gialle hanno scoperto operazioni di riciclaggio di denaro sporco per centinaia di milioni di euro. Oltre mille militari della guardia di Finanza del comando regionale della Toscana stanno eseguendo arresti, perquisizioni e sequestri di beni immobili e mobili, auto di lusso, quote societarie e denaro contante, in otto regioni: Toscana, Lombardia, Piemonte, Veneto, Emilia Romagna, Lazio, Campania e Sicilia.

    Oltre 100 le aziende ritenute coinvolte in un presunto maxi-riciclaggio tra le Province di Firenze e Prato. Secondo le indagini, le aziende individuate trasferivano verso la madrepatria centinaia di milioni di euro provenienti da vari reati. Nel corso dell’operazionela Finanza ha arrestato 24 persone tra italiani e cinesi per associazione di stampo mafioso. Inoltre ha sequestrato 73 aziende, 181 immobili e 166 auto di lusso.
    Il fiume cinese di denaro sporco passa da Prato, e da lì, si riversa in tutto il mondo. E' quanto emerge con chiarezza dall'operazione delle Fiamme Gialle, coordinate dalla Procura nazionale Antimafia. Impressionante è il volume degli affari in gioco, nonché il continuo parallelo tra mafia italiana e mafia cinese che il procuratore Pietro Grasso ha ribadito, illustrando gli esiti del maxi-blitz. Prato come una qualunque città del mezzogiorno che sia in mano ai casalesi, dunque, e questo spiega perché le organizzazioni criminali cinesi siano da tempo finite nel mirino anche dalla procura nazionale Antimfia. Le loro strutture e le loro modalità di «corrompere» anche l'economia legale ricordano da vicino le organizzazioni mafiose, tanto che, ha detto Grasso, «quello di stamani è un colpo forte alle comunità illegali cinesi, perché mettere le mani nelle loro tasche è come metterle nelle mani dei mafiosi».

    Il blitz della Guardia di Finanza presenta numeri da record: ai 24 arresti, si aggiungono i 134 indagati a piede libero, nell'ambito di un'inchiesta di portata nazionale. Al centro di tutta la vicenda vi è una semplice agenzia di «money transfer» che, a Prato, era l'epicentro di un imponente sistema di riciclaggio di denaro sporco. Da questo sportello, affluiva denaro da tutta Italia, pari a tre quarti di quanto finora la Guardia di Finanza è riuscita a calcolare, per un giro da 2,7 miliardi di euro. In questo «Cian Liu» («fiume di denaro»), confluivano a Prato soldi da e per otto regioni. Dai «money transfer», poi, in 5 anni, sono stati esportati qualcosa come 5 miliardi di euro. Le nuove norme anti-riciclaggio impongono un limite ai singoli trasferimenti di 2 mila euro, e il fatto che, se a presentare il deposito è qualcuno privo di permesso di soggiorno, scattano gli accertamenti delle autorità. Ad attirare l'attenzione delle quali ci ha pensato una grande quantità di versamenti da 1990 euro circa, anche se, in realtà, come hanno dimostrato le riprese da camere nascoste, nelle agenzie era un flusso continuo di denaro in contanti.

    Le autorità hanno configurato un reato di associazione a delinquere di stampo mafioso finalizzata al riciclaggio di proveniente derivanti da: contraffazione, frode in commercio e vendita di prodotti industriali falsificati ed evasione fiscale. Tra gli arrestati, ci sono 18 cittadini cinesi e 7 italiani, per due dei quali è scatta la custodia cautelare domiciliare. Al centro di tutto, l'agenzia Money2Money, con sede a Bologna e sportelli sparsi in tutto il territorio nazionale. In particolare lo sportello di Prato, ma non solo quello, è servito alla famiglia cinese Cai per manipolare il denaro sporco. I Cai si servivano di una prestanome, una donna delle pulizie che lavorava presso l'abitazione della famiglia cinese. La Money2Money era stata fondata dalla famiglia italiana dei Bolzonaro che hanno messo a disposizione dell'organizzazione criminale la propria conoscenze del settore, controllando l'operato di ogni subagenzia.

    Il denaro da riciclare derivava anche dallo sfruttamento della manodopera clandestina: uomini fatti arrivare in Italia dalla Cina per lavorare nelle fabbriche e donne impiegate nella prostituzione, in case chiuse camuffate da centri estetici. Secondo quanto emerso dalle indagini, si trattava di una tratta di esseri umani, per la quale si faceva ricorso a pestaggi e minacce di morte. Nel corso dell’inchiesta, i finanzieri hanno scoperto un secondo canale per il riciclaggio del denaro. Intimorita dalle norme entrate in vigore con il pacchetto sicurezza, l’organizzazione avrebbe cambiato «metodo», abbandonando la Money2Money per servirsi di una finanziaria con sede a San Marino, la Fininternational.

    «La direzione intrapresa è quella giusta e l’auspicio è dunque che lo Stato continui a dare vigore al ripristino della legalità sul nostro territorio dove l’illegalità ha assunto sviluppi di carattere criminale». È il commento del sindaco di Prato, Roberto Cenni, all’operazione della Finanza contro l’organizzazione cinese dedita al riciclaggio di denaro. «Gli strumenti messi in atto - aggiunge Cenni - ci fanno capire la vicinanza dello Stato, perchè non siamo soli». «I passi fatti per il ripristino della legalità sul nostro territorio sono fondamentali e ci fanno ben sperare - continua il sindaco - È evidente che operazioni come queste necessitano di un lungo lavoro preparatorio ma i frutti dati hanno una grande importanza ed ogni volta che emergono dobbiamo riconoscere un grande plauso alle forze dell’ordine».


    Maxi blitz contro la mafia cinese 24 arresti tra Firenze e Prato - Corriere Fiorentino
    Ultima modifica di C@scista; 29-06-10 alle 09:27

  4. #34
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    Predefinito Rif: PIR contro la MAFIA

    Mafia, Dell'Utri condannato a sette anni riconosciuti i suoi rapporti con Cosa Nostra

    Questo il verdetto della corte d'appello presieduta da Claudio Dall'Acqua (a latere Salvatore Barresi e Sergio La Commare). La sentenza assolve però il senatore del Pdl per "le condotte successive al 1992"

    di SALVO PALAZZOLO

    Sette anni di carcere per Marcello Dell'Utri, ma è assolto per le "condotte successive al 1992, perché il fatto non sussiste". Questo il verdetto della seconda sezione della corte d'appello di Palermo presieduta da Claudio Dall'Acqua (a latere Salvatore Barresi e Sergio La Commare). In primo grado, il senatore del Pdl era stato condannato a 9 anni per concorso esterno in associazione mafiosa. Oggi, dopo cinque giorni di camera di consiglio, i giudici d'appello riscrivono la sentenza in uno dei punti più delicati del processo, quello della trattativa che secondo la Procura e il Tribunale sarebbe intercorsa fra l'organizzazione mafiosa e Marcello Dell'Utri alla vigilia della nascita di Forza Italia.

    La corte d'appello ritiene invece provato che Dell'Utri intrattenne stretti rapporti con la vecchia mafia di Stefano Bontade e poi, dopo il 1980, con gli uomini di Totò Riina e Bernardo Provenzano, almeno fino alla stagione delle stragi di Falcone e Borsellino, nel 1992.

    Eccoli, allora, i capisaldi della condanna. Innanzitutto, l'assunzione del boss palermitano Vittorio Mangano per fare da stalliere nella villa di Arcore di Silvio Berlusconi. "Attraverso la mediazione di Dell'Utri e del mafioso Gaetano Cinà - aveva ribadito il procuratore generale Nino Gatto poco prima che i giudici entrassero in camera di consiglio - Mangano assicurò protezione contro l'escalation dei sequestri a Milano". Nell'autunno 1974, l'arrivo di Mangano sarebbe stato sancito da un incontro fra Dell'Utri, Berlusconi e i capimafia palermitani Stefano Bontade e Mimmo Teresi, nella sede della Edilnord. I giudici della corte d'appello hanno evidentemente creduto al pentito Francesco Di Carlo, che ha svelato di essere stato presente a quell'incontro.

    La sentenza di primo grado sosteneva pure che prima del 1980 Dell'Utri aveva fatto da tramite per gli investimenti a Milano di Stefano Bontade, all'epoca uno dei padrini più influenti di Cosa nostra palermitana, che era alla ricerca di aziende pulite del Nord Italia in grado di riciclare i miliardi di lire provenienti dal traffico internazionale di droga.

    Il senatore Dell'Utri non è presente nell'aula bunker di Pagliarelli, ha preferito aspettare la decisione della corte d'appello a Como. Per lui, il sostituto procuratore generale Nino Gatto aveva chiesto una condanna anche più alta di quella inflitta in primo grado, 11 anni. E aveva fatto un appello finale ai giudici: "E' il potere a essere giudicato (...) Voi potete contribuire alla costruzione di un gradino, salito il quale forse, e ripeto forse, si potranno percorrere altri scalini che potranno fare accertare le responsabilità che hanno insanguinato il nostro Paese. Oppure lo potete distruggere questo gradino".

    Il riferimento del procuratore generale è a quelle indagini delle Procure di Caltanissetta, Palermo e Firenze che di recente hanno ricevuto nuovi spunti dalle dichiarazioni di Gaspare Spatuzza: l'ex killer oggi pentito ha parlato di "garanzie" che sarebbero state offerte nel 1993 dal "compaesano" Dell'Utri e da Berlusconi, alla vigilia della nascita di Forza Italia. L'assoluzione di Dell'Utri per le vicende successive al 1992 suona adesso come una sconfessione di Spatuzza, ma su questo punto bisognerà attendere le motivazioni della sentenza per capire se i giudici della corte d'appello hanno valutato il pentito del tutto inattendibile, oppure se si sono limitati a ritenere il suo contributo non determinante, perché sulla trattativa politica-mafia ha riferito in fondo solo quanto appreso da uno dei suoi capi, Giuseppe Graviano.

    Di certo, però, nel processo Dell'Utri non era solo Spatuzza a parlare di un accordo politico-mafioso in vista della nascita di Forza Italia. Nella sentenza di primo grado, che aveva portato alla condanna del senatore di Forza Italia, una parte rilevante era rappresentata dalle dichiarazioni di Nino Giuffrè: l'ex fedelissimo del capo di Cosa nostra Bernardo Provenzano aveva parlato del sostegno elettorale dei boss in cambio di "garanzie" che sarebbero state offerte da alcuni intermediari. Adesso, la sentenza di appello sembra mettere in discussione anche quelli che erano ormai ritenuti i caposaldi delle ultime inchieste sulla trattativa fra mafia e politica durante la stagione delle stragi del 1993.

    (29 giugno 2010)
    Ultima modifica di Razionalista; 29-06-10 alle 10:55
    "Quante persone ci sono in questa strada, un centinaio? Quante sono le persone intelligenti, sette, otto? Bene, io lavoro per le altre novantadue" Phineas Taylor Barnum

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  5. #35
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    Predefinito Rif: PIR contro la MAFIA

    Sette anni, ne dimostra di più

    Di Marco Travaglio

    Dunque, anche per la Corte d’appello di Palermo, Marcello Dell’Utri è un mafioso. Dopo cinque giorni di battaglia in camera di consiglio, i giudici più benevoli che lui abbia mai incontrato hanno stabilito quanto segue: fino al 1992, prima in casa Berlusconi, poi nella Fininvest, poi in Publitalia, ha sicuramente lavorato per Cosa Nostra (la vecchia mafia dei Bontate e Teresi, e la nuova mafia dei Riina e Provenzano) e contemporaneamente per il Cavaliere palazzinaro, finanziere, editore, tycoon televisivo.

    Dopo il 1992, cioè negli anni delle stragi politico-mafiose e della successiva nascita di Forza Italia (un’idea sua), mancano le prove che abbia seguitato a farlo per il Cavaliere politico. Questo, in attesa di conoscere le motivazioni della sentenza, è quanto si può dire a una prima lettura del suo dispositivo.

    Qualche sito e qualche cronista (tra cui, sorprendentemente, quello di Sky) si sono subito affannati a concludere che “è stato smentito Spatuzza”: ma questo, finchè non saranno note le motivazioni, non lo può dire nessuno. Molto più probabile che i giudici abbiano stabilito, com’è giusto, che le sue parole – né confermate né smentite – da sole non bastano, senza riscontri. Riscontri che avrebbe potuto fornire Massimo Ciancimino, se i giudici Dell’Acqua, Barresi e La Commare avessero avuto la compiacenza di ascoltarlo, prima di decidere apoditticamente, senza nemmeno averlo guardato in faccia, che è “inattendibile” e “contraddittorio”.

    Riscontri che già esistevano prima che Spatuzza e Ciancimino parlassero: oltre alle dichiarazioni ultra-riscontrate di Nino Giuffrè e altri collaboratori sul patto Provenzano-Dell’Utri, è proprio sul periodo successivo al 1992 che i magistrati hanno raccolto la maggiore quantità di fatti documentati e inoppugnabili: le intercettazioni del mafioso Carmelo Amato, provenzaniano di ferro, che fa votare Dell’Utri alle europee del 1999; le intercettazioni dei mafiosi Guttadauro e Aragona che organizzano la campagna elettorale per le politiche del 2001 e parlano di un patto fra Dell’Utri e il boss Capizzi nel 1999; le agende di Dell’Utri che registrano due incontri a Milano col boss Mangano nel novembre del 1994, mentre nasceva Forza Italia; la raccomandazione del baby calciatore D’Agostino per un provino al Milan, caldeggiato dai Graviano e propiziato da Dell’Utri; e così via. Vedremo dalle motivazioni come i giudici riusciranno a scavalcare questi macigni.

    Ora, per Dell’Utri, il carcere si avvicina. Quello di ieri è l’ultimo giudizio di merito sulla sua vicenda: resta quello di legittimità in Cassazione, ma le speranze di farla franca attraverso una delle tante scappatoie previste dall’ordinamento a maglie larghe della giustizia italiana sono ridotte al lumicino. La prescrizione, per il reato di concorso esterno in associazione mafiosa doppiamente aggravato dall’elemento delle armi e da quello dei soldi, scatta dopo 22 anni e mezzo dalla data ultima di consumazione del reato: quindi dal 1992. Il calcolo è presto fatto: se la Cassazione deciderà che davvero il reato si interrompe nel 1992, la prescrizione scatterà nel 2014-2015, quanto basta alla Suprema Corte per confermare definitivamente la condanna a 7 anni. Che non potranno essere scontati ai domiciliari secondo la norma prevista dalla ex Cirielli per gli ultrasettantenni (Dell’Utri compirà 70 anni nel 2011), perché non vale per i reati di mafia (altrimenti sarebbero a casa anche Riina e Provenzano).

    Se invece la Cassazione cassasse senza rinvio la condanna, Dell’Utri avrebbe risolto i suoi problemi. Ma c’è pure il caso che la Cassazione cassi la sentenza con rinvio, accogliendo il prevedibile ricorso della Procura generale contro l’assoluzione per i fatti post-1992. Nel qual caso si celebrerebbe un nuovo appello, ma per Dell’Utri sarebbe una magra consolazione: rinvierebbe soltanto di un paio d’anni l’amaro calice del carcere, visto che, allungandosi il periodo del suo reato, si allungherebbe anche il termine di prescrizione. Semprechè, naturalmente, non venga depenalizzato il concorso esterno in associazione mafiosa.

    Questa sentenza, per quanto discutibile, compromissoria e anche un po’ furbetta, aiuta a comprendere la differenza che passa tra la verità giudiziaria e quella storica, politica, morale. Nessuna persona sana di mente potrebbe credere, alla luce del dispositivo, che Cosa Nostra sia un’accozzaglia di squilibrati che si alleva un concorrente esterno, lo infiltra nell’abitazione e nelle aziende di Berlusconi per tutti gli anni 70 e 80 fino al 1992 e poi, proprio quando diventa più utile, cioè quando s’inventa un partito che riempie il vuoto lasciato da quelli che avevano garantito lunga vita alla mafia fino a quel momento, lo scarica o se ne lascia scaricare senza colpo ferire.

    Una banda di pazzi che per un anno e mezzo mettono bombe e seminano terrore in tutt’Italia per sollecitare un nuovo soggetto politico che rimpiazzi quelli decimati da Tangentopoli e dalla crisi finanziaria e politica del 1992, e quando questo soggetto politico salta fuori dal cilindro non di uno a caso, ma del vecchio amico Dell’Utri, interrompono le stragi, votano in massa per Forza Italia, ma rompono i rapporti col vecchio amico Dell’Utri, divenuto senatore e rimasto al fianco del nuovo padrone d’Italia.

    I giudici più benevoli mai incontrati da Dell’Utri, dopo cinque anni di appello e cinque giorni di camera di consiglio, non hanno potuto evitare di confermare che, almeno fino al 1992, esistono prove insuperabili (perfino per loro) della mafiosità di Dell’Utri. Cioè dell’uomo che ha affiancato Berlusconi nella sua scalata imprenditoriale, finanziaria, editoriale, televisiva. E che nel 1992-’93 ideò Forza Italia, nel 1995 fu arrestato per frode fiscale e nel 1996 entrò in Parlamento per non uscirne più.

    Intervistato qualche mese fa da Beatrice Borromeo per il Fatto quotidiano, Dell’Utri ha candidamente confessato: “A me della politica non frega niente. Io mi sono candidato per non finire in galera”. Ecco, mentre i giudici di Palermo scrivono le motivazioni, ora la palla passa alla politica. Un’opposizione decente, ma anche una destra decente, semprechè esistano, dovrebbero assumere subito due iniziative.

    1) Inchiodare Silvio Berlusconi in Parlamento con le domande a cui, dinanzi al Tribunale di Palermo, oppose la facoltà di non rispondere. Perché negli anni 70 si affidò a Dell’Utri (e a Mangano)? Perché, quando scoprì la mafiosità di almeno uno dei due (Mangano), non cacciò anche l’altro che gliel’aveva messo in casa (Dell’Utri), ma lo promosse presidente di Publitalia e poi artefice di Forza Italia? Da dove arrivavano i famosi capitali in cerca d’autore degli anni 70 e 80? Si potrebbe pure aggiungere un interrogativo fresco fresco: il presidente del Consiglio è forse ricattato o ricattabile anche su queste vicende (ieri il legale di Dell’Utri, Nino Mormino, faceva strane allusioni al prodigarsi del suo assistito fino al 1992 per “salvare dalla mafia Berlusconi e le sue aziende”)?

    2) Pretendere le immediate dimissioni di Marcello Dell’Utri dal Parlamento. Quello di ieri non è un avviso di garanzia, una richiesta di rinvio a giudizio, un rinvio a giudizio, una sentenza di primo grado: è la seconda e ultima sentenza di merito. Che aspetta la politica a fare le pulizie in casa? Che i carabinieri irrompano a Palazzo Madama per prelevare il senatore e condurlo all’Ucciardone?


    http://www.ilfattoquotidiano.it/2010...-di-piu/33420/
    Ultima modifica di Razionalista; 29-06-10 alle 18:24
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    Predefinito Rif: PIR contro la MAFIA

    Pisanu: "Stato-mafia, ci fu trattativa"
    Grasso: "Belle teorie, mancano prove"

    Il presidente della Commissione
    Parlamentare: «Cosa Nostra
    non ha rinunciato alla politica».
    Il Pd: «Dell'Utri deve dimettersi»


    ROMA
    Per il diretto interessato le accuse sui legami con i boss sono solo «minchiate», «accuse che cadranno», «solo invenzioni». Marcello Dell’Utri derubica così la condanna a sette anni per concorso in associazione mafiosa. Ma il mondo politico discute della decisione dei giudici, con il Pd che chiede le dimissioni dell’uomo che ha accompagnato il premier Silvio Berlusconi per decenni e sostenuto la sua discesa in campo.

    L'opposizione all'attacco
    Per Dell’Utri il disegno è chiaro: «Da quando sono entrato in politica hanno tirato fuori la spazzatura contro di me». Ma il Partito democratico non ci sta. Interviene il vicepresidente del gruppo del Pdl al Senato Nicola Latorre, chiedendo in una nota un passo indietro del senatore del Pdl: «Due anni fa dopo un incontro occasionale con Dell’Utri dissi che mi era sembrata una persona pacata e intelligente. Vorrei che questa mia sensazione fosse confermata. Un uomo intelligente dopo una sentenza così grave si dimette». Per Latorre «una sentenza di secondo grado ribadisce che per un lungo periodo fino al 1992 certamente i suoi rapporti con le organizzazioni mafiose sono una realtà. Politicamente mi sembra un’ottima ragione per dimettersi».

    I distinguo dei finiani

    Per Bersani «le dichiarazioni festaiole del centrodestra» alla condanna di Marcello Dell’Utri sono «strabilianti». «È una condanna che certifica un fatto gravissimo, cioé che la collusione con la mafia di un esponente di spicco e socio fondatore di Forza Italia». Aggiunge Bersani: «Che non si trovi nelle dichiarazioni degli esponenti del centrodestra nemmeno una labile nota di imbarazzo testimonia la totale perdita di orizzonte della destra italiana sui temi della legalità, del civismo e della dignità politica», attacca il segretario del Pd. Anche dal fronte finiano arrivano alcuni distinguo. Scrive Carmelo Briguglio: da parte di esponenti di vertice del Pdl la sentenza è stata commentata con poca sobrietà, «sul piano politico non c’è niente da festeggiare», anche perché «poco ci manca che festeggino la sentenza di condanna di una delle persone più vicine, anzi certamente la più vicina a Silvio Berlusconi». A difendere Dell’Utri, invece, ci pensa Maria Stella Gelmini, sostenendo che il senatore è vittima di «accuse assurde».

    La relazione di Pisanu
    Oggi, intanto, è stato il giorno della relazione "I grandi delitti e le stragi di mafia 1992-1993" presentata dal Presidente della commissione Antimafia Beppe Pisanu. Per l’esponente del Pdl, negli anni delle stragi di mafia di quasi vent’anni fa tra governo italiano e Cosa nostra «qualcosa del genere» di una trattativa «ci fu e Cosa Nostra la accompagnò con inaudite ostentazioni di forza». «Come hanno stabilito i magistrati e come ha confermato l’incerta copia del misterioso “papello” l’obiettivo delle stragi ’92-’93 era quello di costringere lo Stato ad abolire il 41bis e a ridimensionare tutte le attività di prevenzione e repressione», scrive l’ex ministro dell’Interno nella sua relazione alla Commissione. «Era una posta altissima - ricorda Pisanu - perchè il 41bis, la normativa sui collaboratori di giustizia e quella sul sequestro dei patrimoni illeciti avevano ed hanno una tale forza eversiva da far saltare gli assetti interni del potere mafioso e disgregare alla lunga l’intera organizzazione. Per questo, Cosa nostra tratta o cerca di trattare con lo Stato».

    Una trattativa sulla quale esistono «punti di vista diversi» ma «meno contraddittori» di quel che sembra, che «ribadiscono l’estraneità del governo alla trattativa. Ma qualcosa del genere ci fu e Cosa nostra la accompagnò con inaudite ostentazioni di forza». Secondo Pisanu «la spaventosa sequenza stragista del ’92 e ’93 obbedì ad una strategia di stampo mafioso e terroristico, ma produsse effetti divergenti. Da un lato – ragiona il presidente - determinò uno smarrimento politico-istituzionale tale da far temere al presidente del Consiglio in carica l’imminenza di un colpo di Stato, dall’altro lato determinò un tale innalzamento delle misure repressive da indurre Cosa nostra a rivedere le proprie scelte e a prendere la via, finora senza ritorno, dell’inabissamento». Il presidente della commissione antimafia chiede di continuare la lotta contro i padrini perché «Cosa nostra ha forse rinunciato all’idea di confrontarsi da pari a pari con lo Stato, ma non ha certo rinunciato alla politica. Al contrario con l’espandersi del suo potere economico ha sentito sempre più il bisogno di proteggere i suoi affari e i suoi uomini. Specialmente con gli strumenti della politica comunale, regionale, nazionale ed europea».

    L'altolà di Grasso
    La reazione del procuratore nazionale antimafia Grasso non si fa attendere. «Le teorie sono belle ma c’è bisogno di prove dal punto di vista penale. Ipotesi costruite su tanti fatti non hanno consentito di trovare una prova penale individualizzante», replica Grasso interpellato dai cronisti. A stretto giro la risposta di Pisanu. «Ho già chiarito, fin dalle prime battute della mia relazione, che di fronte a vicende drammatiche e complesse come quelle dei grandi delitti e delle stragi di mafia del 1992-’93, ci sono tre verità diverse, difficili da contemperare: quella giudiziaria, quella politica e quella storica. Come è facile capire, la mia relazione è soltanto politica e non ha la benchè minima pretesa di stabilire verità giudiziarie», afferma il presidente della Commissione antimafia.
    "Quante persone ci sono in questa strada, un centinaio? Quante sono le persone intelligenti, sette, otto? Bene, io lavoro per le altre novantadue" Phineas Taylor Barnum

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    Camorra, arrestato il boss Pagano

    Napoli, tra 30 latitanti più pericolosi

    Il boss della camorra, Cesare Pagano, del clan degli scissionisti, è stato arrestato dalla polizia a Napoli. Pagano era tra i primi trenta latitanti più pericolosi. Si tratta del capoclan degli "scissionisti", che negli anni scorsi diede vita con il clan Di Lauro alla sanguinosa faida di Scampia. Era latitante da un anno e non era mai stato arrestato in precedenza.
    Insieme a Raffaele Amato, arrestato l'anno scorso in Spagna, Pagano è ritenuto il numero uno del clan omonimo che si è staccato dai Di Lauro. Arrestato dagli uomini della squadra mobile di Napoli in una villetta a Licola, sul litoraleflegreo, è accusato di associazione a delinquere di stampo mafioso, omicidio e traffico di sostanze stupefacenti.

    Insieme a Pagano, 41 anni, è stato arrestato anche suo nipote Carmine. Entrambi erano ricercati da oltre un anno. Cesare Pagano era riuscito a evitare la cattura in un paio di occasioni e questa mattina ha provato a fuggire, grazie all'aiuto di vedette e telecamere, ma non ci è riuscito.

    "Ne arrestiamo dieci, ne escono undici"
    "Abbiamo preso tutti i capi degli scissionisti, purtroppo però vediamo sempre che ne arrestiamo dieci e ne escono undici". Lo ha detto il procuratore della Repubblica di Napoli, Giovandomenico Lepore, commentando con soddisfazione la cattura del boss Cesare Pagano. "Effettivamente la criminalità organizzata a Scampia è stata decapitata - ha aggiunto -. Gli Scissionisti sono ormai in decadenza, cominciano a diminuire sempre di più e dovrebbero arrivare ad ingaggiare i bambini. Non credo proprio che lo faranno".



    Camorra, arrestato il boss Pagano. Napoli, tra 30 latitanti più pericolosi - cronaca -Tgcom - pagina 1

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    Predefinito Rif: PIR contro la MAFIA

    Mafia usa e getta. Intervista a Attilio Bolzoni





    Attilio Bolzoni fa una considerazione inquietante: come è possibile che all'inizio degli anni '80 un gruppo di corleonesi guidati da Totò Riina abbia sterminato in breve tempo le famiglie mafiose rivali e ucciso 1500 persone senza subire neppure una perdita, un solo ferito? Senza un aiuto esterno è impossibile, lo dice il buon senso. I mafiosi stragisti di Riina furono sepolti nelle carceri del 41 bis dopo aver portato a termine le stragi di Capaci, di via D'Amelio, dei Georgofili di Firenze e del PAC di Milano. Non serviva più. Il traghettamento alla Seconda Repubblica era ormai avvenuto. Le più potenti famiglie mafiose del dopoguerra sono state cancellate dalla faccia della terra o rinchiuse in galera con decine di ergastoli. Cui prodest?
    Gli scricchiolii, i segni premonitori della fine della Seconda Repubblica ci sono tutti. Tra questi le dichiarazioni di Spatuzza e Ciancimino e l'accertamento della trattativa Stato Mafia degli anni '90. La transizione è già in atto e i poteri (sempre meno occulti) sono già al tavolo della trattativa. Aspettiamoci di tutto.




    Lo Stato attentò alla vita di Giovanni Falcone
    Blog: "Attilio Bolzoni uno dei passaggi chiave nella vicenda che poi porta a parlare di trattativa tra Stato – mafia, tra pezzi dello Stato che non sanno cosa fanno altri pezzi dello Stato, è il fallito attentato a Giovanni Falcone all’Addaura, cosa avete scoperto?"
    Bolzoni: "Falcone è stato ucciso il 23 maggio 1992 a Capaci, ma ha cominciato a morire 3 anni prima all’Addaura, all’Addaura c’era qualcuno che voleva Falcone morto, qualcuno che non era solo un mafioso, le ultime indagini ci raccontano che c’era un pezzo di Stato che lo voleva morto e un pezzo di Stato che per fortuna quel giorno ha salvato Falcone."
    Blog: "In particolare un agente di polizia che poi…"
    Bolzoni: "Da quello che si è capito l’attentato ha cambiato scena dopo più di 21 anni, si era sempre pensato che i killer venissero dal mare su un canotto color arancio, giallo, a quanto pare invece i killer sono venuti da terra, i mafiosi dell’Acqua Santa, della Vergine Maria, dell’Arenella insieme a presenze estranee molto probabilmente, uomini degli apparati, loro hanno messo quei 58 candelotti esplosivi sugli scogli davanti alla villa di Falcone e a quanto pare due poliziotti, Antonino Agostino e Emanuele Piazza del giorno se ne accorsero e in qualche modo salvarono la vita a Falcone. "Blog: "Distruggendo però un piano, una strategia probabilmente, pagarono a caro prezzo quell’intervento."
    Bolzoni: "La strategia era doppia, l’attentato all’Addaura era stato accuratamente preparato con una serie di lettere anonime che servirono a delegittimare Falcone lo indicavano lui e il Vicecapo della Polizia del tempo Gianni De Gennaro come i mandanti di killer di Stato, il ritorno del pentito Contorno in Sicilia, sarebbe ritornato per uccidere i rivali di cosca, un delirio, una follia, mai il giudice Falcone avrebbe neanche immaginato una cosa di questo tipo, ma un corvo scrisse queste cose delegittimandolo, le voci della Palermo più infetta fecero il resto e poi si arrivò all’Addaura, la cosa stupefacente dopo 20 anni è che si è intuito, scoperto che anche apparati dello Stato erano lì per uccidere Falcone. Poche ore dopo l’attentato all’Addaura Falcone però aveva già intuito tutto quando parlò delle menti raffinatissime e parlando di menti raffinatissime che avevano organizzato l’attentato all’Addaura certo non si riferiva ai boss di Cosa Nostra."
    Blog: "Sembra che ci sia un unico filo conduttore da Portella della Ginestra fino quasi alla strage di Via D’Amelia."
    Bolzoni: "Portella è stata la prima strage di Stato, partirei dalla fine degli anni 70, quando un gruppo di mafia non è più servito e è stato cancellato dalla faccia della terra dai corleonesi di Totò Riina pensate, tra la primavera del 1981 e l’autunno del 1983 nelle 4 province della Sicilia occidentale: Palermo, Trapani, Agrigento e Caltanissetta sono stati uccisi circa 1500 mafiosi, non conto le lupare bianche, i sequestri senza ritorno. Contemporaneamente Cosa Nostra lancia per la prima volta nella sua storia un attacco senza precedenti allo Stato, da una parte lo Stato, dall’altra parte l’aristocrazia mafiosa e dall’altra parte ancora i vincitori di queste due guerre, una interna a Cosa Nostra e una esterna, Totò Riina con 70 caproni scesi dalle montagne per conquistare Palermo e la Sicilia, così ci hanno raccontato la storia, la storia non è andata così. Totò Riina era l’espressione di un gruppo di potere che serviva in quel momento, a qualcuno serviva una mafia stragista, l’avremmo capito tanti anni dopo, nel 1992 quando c’è stato Capaci e poi Via Marino D’Amelio."
    Blog: "Eppure la sentenza d’appello a carico di Marcello Dell’Utri sembra in qualche modo dire che non ci fu alcun burattinaio dietro alla discesa in campo di Forza Italia e ai collegamenti con la mafia, nessun padrino e nessuna stretta di mano inconfessabile."
    Bolzoni: "La sentenza Dell’Utri è la sentenza di un processo, intanto ritengo che sia una sentenza importante perché ci conferma quello che già sapevamo, 25 anni di relazioni, un periodo molto lungo, strettissime tra l’uomo che è stato l’ombra di Silvio Berlusconi imprenditore e i capi della Cosa Nostra siciliana, questo ci dice la sentenza, ci dice anche che secondo quei giudici della Corte d’Appello di Palermo, questo rapporto si è interrotto secondo loro all’improvviso dal 1992 in poi, ma questa è la storia del processo Dell’Utri. Ci sono in questo momento investigazioni, inchieste aperte in diverse procure italiane oltre a Palermo, Caltanissetta, Firenze per le bombe in continente del 1993 che raccontano un’altra storia che soltanto ieri il Presidente della Commissione parlamentare antimafia Pisanu ha rilanciato: le stragi non sono state solo stragi di mafia, ma c’è stato un groviglio di apparati, deviati dello Stato, logge massoniche, lobby. La verità è questa, che Cosa Nostra soprattutto per le stragi del 1992/1993 è stata usata e sacrificata, dove è finito Totò Riina? Dove sono finiti i suoi 70 corleonesi? Perché di 70 uomini d’onore si parla, sono tutti seppelliti, sono tutti sepolti nei bracci del 41 bis, dopo avere fatto il lavoro sporco."


    Gli smemorati tornano a ricordare
    Blog: "Non sarà una prova ma è certamente un indizio l’imbarazzo che la storia della trattativa tra Stato – mafia provoca nelle istituzioni, chi perde la memoria, chi prima dice una cosa e poi ci ripensa? "
    Bolzoni: "Quello è l’aspetto più sconcertante della trattativa, a distanza di 17 anni ex ministri, ex alti funzionari dello Stato ritrovano la memoria casualmente quando Ciancimino parla e piombano a Palermo a testimoniare su fatti così gravi, è una cosa che mi lascia senza fiato! Dopo 17 anni personaggi ai massimi livelli delle istituzioni, si ricordano dettagli così importanti che probabilmente erano dettagli che hanno fatto la differenza tra la vita e la morte, mi riferisco a Borsellino, quest’ultimo molto probabilmente muore perché viene a conoscenza di quella trattativa. "Blog: "Il fatto che Dell’Utri abbia ribadito ancora una volta, ove non fosse stato chiaro, la sua idea su Mangano, è un eroe fosse un messaggio per esempio per un Giuseppe Graviano che non ha detto nulla quando doveva essere interrogato dai magistrati?"
    Bolzoni: "Il senatore Dell’Utri ci ha impartito una grande lezione di mafiosità: la migliore parola è quella che non si dice, non si stanca mai di ripetere che Mangano è un eroe perché non ha parlato e ha fatto sapere a tutti , anche dopo la sentenza che lui non parlerà. "
    Blog: "Però ci sono altri pentiti che potrebbero cambiare idea circa la loro collaborazione, a Spatuzza viene negata e si parla di un pentito che a 24 ore dalla chiusura del processo Mori ha deciso di non parlare più a Palermo."
    Bolzoni: "La vicenda Spatuzza è un’altra di quelle vicende stupefacenti che riguarda lo Stato, mai si era visto che tre Procure ritenessero affidabile un collaboratore di giustizia e che collaboratore! Sta riscrivendo la storia delle stragi, e che una commissione ministeriale decidesse, senza l’assenso dei due magistrati della Procura nazionale antimafia che erano presenti, di non inserirlo nel programma di protezione, una decisione di una gravità inaudita, però penso a proposito di Spatuzza che questa decisione non sia tanto scaturita da quello che Spatuzza ha detto pubblicamente anche, prima ai procuratori di Firenze, poi pubblicamente a proposito delle stragi in continente, quando ha fatto i nomi di Dell’Utri e del nostro Presidente del Consiglio coinvolti in qualche modo in quell’altra trattativa nella stagione delle bombe italiane, perché Spatuzza dice una cosa che sente de relato, che sente da Giuseppe Graviano, da madre natura, dal suo padrone e probabilmente noi non sappiamo se quello che gli ha detto Graviano è vero o non è vero, comunque anche se fosse vero, mettiamo per ipotesi che fosse vero, sa solo quel pezzo perché Spatuzza è un sicario, però è un sicario che il 18 luglio 1992, 24 ore prima che il Procuratore Paolo Borsellino saltasse in aria con 5 agenti della sua scorta, tra poliziotti e una poliziotta, c’era anche una donna poliziotto, Spatuzza vede in un garage di Brancaccio i suoi compari e una presenza estranea che ha individuato come un agente dei servizi segreti. Sappiamo che era il vicecapo del Sisde con incarichi operativi in Sicilia, mentre caricano di esplosivo la FIAT 126 che sarebbe servita il giorno dopo per l’attentato. Vogliamo non farlo entrare nel programma di protezione? Ho fatto un pezzo su Repubblica parlando con un titolo “Il sasso in bocca” questo mi ha ricordato! "
    Blog: "Così torniamo anche all’inizio della nostra chiacchierata e all’Addaura, le presenze estranee e le presenze… "
    Bolzoni: "In tutte le stragi e gli omicidi eccellenti siciliani ci sono state queste presenze estranee, da Dalla Chiesa a Chinnici, da Falcone a Borsellino, da Pio La Torre, dirò di più anche la guerra di mafia degli anni 80 non è stata raccontata come bisogna adesso raccontarla dopo 25 anni. Credo che ci siano state delle presenze estranee anche in quella carneficina, 1500 morti da una parte, feriti e morti dall’altra zero!"

    http://www.beppegrillo.it/2010/07/ma...oni/index.html
    Ultima modifica di Razionalista; 10-07-10 alle 18:31
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  9. #39
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    Predefinito Rif: PIR contro la MAFIA

    Camorra: 17 arresti tra i Casalesi
    Operazione Cc nel Napoletano, beni sequestrati per 1 miliardo

    12 luglio, 08:29

    (ANSA) - NAPOLI, 12 LUG - Diciassette arresti e beni sequestrati per un miliardo: e' il risultato della operazione dei Carabinieri di Napoli contro i casalesi.Tra i destinatari delle richieste d'arresto della Dia i latitanti Antonio Iovine e Nicola Schiavone, figlio del boss Francesco Schiavone, soprannominato Sandokan. Le accuse: associazione mafiosa, riciclaggio e turbativa d'asta. Le indagini hanno evidenziato una ramificata infiltrazione della camorra nel sistema degli appalti pubblici nel Casertano.
    Camorra: 17 arresti tra i Casalesi - Cronaca - ANSA.it
    Ultima modifica di C@scista; 12-07-10 alle 11:29

  10. #40
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    Predefinito Rif: PIR contro la MAFIA

    'Ndrangheta: sequestro beni per 330 mln
    Operazione GdF di Reggio Calabria contro il 're dei videopoker'

    12 luglio, 09:08

    (ANSA) - REGGIO CALABRIA, 12 LUGLIO - Beni per un valore di 330 milioni sono stati sequestrati dalla guardia di finanza a un imprenditore di Reggio Calabria. L'uomo, conosciuto come il 're dei videopoker', legato, secondo gli investigatori, a vari esponenti della 'ndrangheta reggina e arrestato lo scorso anno, e' detenuto nel carcere di Vibo Valentia con l'accusa di estorsione aggravata dalla finalita' di favorire le cosche della 'ndrangheta.
    'Ndrangheta: sequestro beni per 330 mln - Cronaca - ANSA.it
    Ultima modifica di C@scista; 12-07-10 alle 11:28

 

 
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