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Discussione: PIR contro la MAFIA

  1. #41
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    Predefinito Rif: PIR contro la MAFIA

    'Ndrangheta, cade la "cupola" del Nord Colpite cosche più potenti: 320 arresti - Interni - ilGiornale.it del 13-07-2010
    'Ndrangheta, presa "cupola" del Nord Via alla maxi operazione da 320 arresti

    In corso la più grande operazione contro la criminalità organizzata calabrese degli ultimi anni: 120 arresti in Calabria, 200 nel Nord Italia, soprattutto in Lombardia. Inchiesta condotta dal pm Ilda Boccassini. Sequestrati denaro, armi e droga. Nel mirino infiltrazioni mafiose nelle attività produttive e commerciali e nel mondo politico e amministrativo

    Milano - Il più grande blitz degli ultimi anni contro la 'ndrangheta. Tremila uomini delle forze dell'ordine impegnati nella cattura di 300 persone in Calabria e in diverse località dell'Italia settentrionale. Le accuse vanno dall'associazione di tipo mafioso al traffico di armi e stupefacenti, dall'omicidio all'estorsione, dall'usura ad altri gravi reati. La maxi operazione di carabinieri e polizia è ancora in corso e, a breve, si attendono nuovi particolari. Gli inquirenti calabresi e lombardi, al lavoro da tempo su questa inchiesta, hanno indagato in particolare sulle infiltrazioni della 'ndrangheta nel nord Italia, sia nelle attività produttive e commerciali, sia nel mondo politico e amministrativo locale. Oltre agli arresti, il blitz delle forze dell'ordine avrebbe portato anche al sequestro di denaro, armi e droga.

    Preso il Brigante Al centro dell’operazione, gli appartenenti al clan di ’ndrangheta Commisso di Siderno, inserito secondo gli inquirenti a pieno titolo nell’imprenditoria e nel settore della finanza attraverso prestanome. Tra le figure di spicco finite in manette, il capoclan Cosimo Filomeni, detto il Brigante. Associazione a delinquere di stampo mafioso, riciclaggio e infiltrazione nei pubblici appalti le accuse nei confronti degli arrestati. Gli arresti sono il frutto di indagini coordinate dalle procure distrettuali antimafia di Milano e Reggio Calabria, l'indagine è nata dal pm Ilda Boccassini. Ècosì stato possibile documentare la gestione delle attività illecite in Calabria e le infiltrazioni della ’ndrangheta nel Nord Italia dove stava estendendo i propri interessi illeciti in diversi settori economici. Sono stati sottoposti a sequestro preventivo beni mobili ed immobili per decine di milioni di euro.

    Struttura a cupola Secondo i pm la struttura è verticistica, a cupola, come quella mafiosa. C’è un capo assoluto di una commissione che è stato arrestato dai carabinieri di Reggio Calabria e sotto di lui ci sono i capi mandamento e i capi locali. La ’ndrangheta di periferia, quindi quella che non vive in provincia di Reggio Calabria, ma a Milano, Torino, in Canada o in Australia, dipende in tutto e per tutto dalla commissione provinciale reggina. Per capire meglio basti guardare a Carmelo Novella, ucciso il 14 luglio del 2008 in un bar di San Vittore Olona (Pavia). La sua condanna a morte l’avrebbe firmata da solo, andava dicendo in giro che: "la Lombardia", e cioè tutti i gruppi di ’ndrangheta trapiantati al Nord, avrebbero potuto "fare da soli", senza la casa madre calabrese. La commissione ha deciso di farlo fuori senza problemi, nominando anche il suo successore alla guida dei traffici illeciti lombardi.

  2. #42
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    Predefinito Rif: PIR contro la MAFIA

    VIA D'AMELIO 18 ANNI DOPO.
    GRASSO: "SAPPIAMO DA ANNI
    CHE NON È STATA SOLO MAFIA"


    «Lo sapevamo già da tanti anni che non è stata solo una strage di mafia, il problema processuale è quello di trovare gli elementi. L'importante è tendere per all'accertamento della verità e la giustizia. Questo è un imperativo morale che dobbiamo sempre avere». Lo ha detto il procuratore nazionale antimafia, Pietro Grasso, parlando da Palermo della strage di via D'Amelio nel giorno della commemorazione del giudice Paolo Borsellino e dei cinque agenti della scorta. «I famigliari delle vittime hanno il diritto di sapere e di conoscere quanta più verità è possibile -ha detto ancora Grasso alla caserma Lungaro per rendere onore agli agenti di scorta morti- È questo ciò che ci promponiamo tutti». Alla domanda se oggi l'Italia è più pronta a conoscere una verità che può essere ingombrante Grasso ha replicato: «La verità è ingombrante per chi teme le conseguenze degli accertamenti della verità, per chi la cerca non è certamente ingombrante. Non so se questo può provocare die problemi a qualcuno. Spero di no». A chi gli chiede un parere sulle dichiarazioni rese dal procuratore generale di Caltanissetta che ieri ha parlato di «bocche cucite» sulle stragi, Grasso ha risposto: «L'omertà non è un fatto nuovo, oggi è molto più diffusa. Non è solo un fatto siciliano. Ma dobbiamo trovare gli strumenti per trovare la verità». Non ha voluto, invece, fare commenti sulla nuova indagine sulla starge di via D'Amelio: «Aspetto i risultati delle indagini sulla strage di via D'Amelio nel momento in cui potranno essere resi noti, fino a quel momento non parlo di indagini». Infine, parlando della commemorazione di oggi, grasso ha sottolineato: «Ho sempre detto che la mia presenza è sempre un modo mio personale di esserci perchè sento vicini sia Paolo Borsellino che Giovanni Falcone. Non li ricordo soltanto oggi per l'anniversario. Questo è un giorno particolare in cui voglio esserci come persona».

    ALFANO: BATTERSI PER LA VERITA' «Per l'accertamento della verità occorre battersi, per l'accertamento della verità occorre impegnare gli uomini e le risorse migliori del Paese, per l'accertamento della verità non è mai mancato nè mai mancherà il mio impegno istituzionale e personale e quello dell'intero governo, anche a sostegno degli organi inquirenti tuttora impegnati in indagini complesse». Lo afferma il ministro della Giustizia, Angelino Alfano, in occasione dell'anniversario della strage di via D'Amelio a Palermo, nel quale persero la vita il giudice Paolo Borsellino e i membri della sua scorta.

    NAPOLITANO: SOSTEGNO ALLE INDAGINI «I risultati conseguiti grazie all'impegno di magistrati e forze dell'ordine vanno integrati da uno sforzo costante e coerente della società civile nell'opporsi ad atteggiamenti di collusione e indifferenza rispetto al fenomeno mafioso. altrettanto indispensabile Šèil convinto e forte sostegno alle nuove indagini in corso sulla terribile stagione delle stragi che sconvolse il Paese nei primi anni novanta». È quanto afferma in un messaggio inviato ad Agnese Borsellino, il presidente della Repubblica ricordando il giudice assassinato dalla mafia 18 anni fa. «Con armonia d'intenti e pieno spirito di collaborazione - sottolinea Napolitano - le istituzioni tutte debbono contribuire a fare piena luce su quegli episodi rispondendo cos all'anelito di verità e giustizia che viene innanzitutto da chi, come lei e i suoi famigliari, è stato colpito negli affetti più cari, ma nello stesso tempo e più che mai dall'intero Paese». Napolitano, si legge in una nota diffusa dal Quirinale, ha avuto oggi «affettuose telefonate» con Agnese Borsellino e Maria Falcone a cui il Capo dello Stato ha rinnovato «sentimenti di viva solidarietà e profonda indignazione all'indomani dell'atto provocatorio e vandalico dello sfregio delle statue di Paolo Borsellino e Giovanni Falcone e in occasione dell'odierno anniversario, che esalta la memoria sempre viva dei due eroici magistrati». Nel messaggio alla sorella del giudice Borsellino Napolitano sottolinea come «alla esperienza professionale, alla dirittura morale e all'impegno coraggioso spinto fino all'estremo sacrificio, Paolo Borsellino affiancava la convinzione che il contrasto alla criminalità non si esaurisce nell'opera di repressione, ma richiede un movimento culturale che promuova, specie nei giovani, crescente fiducia nello stato di diritto». «I risultati conseguiti grazie all'impegno di magistrati e forze dell'ordine - prosegue Napolitano - vanno integrati da uno sforzo costante e coerente della società civile nell'opporsi ad atteggiamenti di collusione e indifferenza rispetto al fenomeno mafioso». «Nel diciottesimo anniversario della strage di via D'Amelio in cui persero la vita il giudice Paolo Borsellino e gli uomini e donne addetti alla sua tutela - Emanuela Loi, Agostino Catalano, Walter Cosina, Vincenzo Li Muli e Claudio Traina - desidero far giungere a lei, gentile signora, ai suoi figli e ai famigliari degli agenti di scorta il mio pensiero commosso e partecipe», conclude Napolitano.

    BERLUSCONI: "SUA STORIA PATRIMONIO DEMOCRAZIA" Il giudice Borsellino è stato un esempio di dedizione allo Stato e di lotta all'illegalità e la sua storia è patrimonio prezioso di civiltà e di democrazia». Lo scrive il Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, in un telegramma inviato al prefetto di Palermo in occasione della ricorrenza della strage di Via D'Amelio. «L'anniversario della strage di Via D'Amelio, ove si è compiuto il sacrificio del giudice Paolo Borsellino e degli agenti della sua scorta, Catalano, Cascina, Traina, Li Muli e Loi - sottolinea il premier - è occasione per rendere commosso omaggio alla loro memoria. Il giudice Borsellino è stato un esempio di dedizione allo Stato e di lotta all'illegalità e la sua storia è patrimonio prezioso di civiltà e di democrazia. La prego di rivolgere ai familiari, i sensi di viva partecipazione mia e del Governo al solenne ricordo dei Caduti», conclude il capo del Governo.

    CONTESTAZIONI A MILANO Il sindaco di Milano Letizia Moratti e il procuratore aggiunto Armando Spataro hanno scoperto la targa con cui il Comune ha deciso di intitolare un giardino della città alla memoria del magistrato ucciso diciotto anni fa dalla mafia e al suo collega Giovanni Falcone, caduto in un attentato mafioso il 23 maggio de 1992. Accanto alla targa, nel giardino in via Benedetto Marcello, è stato posto un cippo ai piedi di un albero di magnolia che ricorda l'albero 'Falcone e Borsellinò e ritrae la celebre foto dei due magistrati che conversano sorridendo. Al termine della commemorazione, affidata alle parole del sindaco di Milano e di Spataro, un gruppo di cittadini dell'associazione 'Qui Milano liberà che per tutta la cerimonia ha esibito uno striscione con lo slogan «Stragi di mafia e politica, vogliamo verità», ha a più riprese urlato: «Fuori la mafia dallo Stato, fuori la mafia da Milano». La commemorazione di Falcone e Borsellino, del tutto pacifica e composta, ha però avuto uno strascico di polemiche alla fine, quando gli stessi cittadini che hanno esibito lo striscione hanno contestato il sindaco Moratti e il ministro della Difesa Ignazio La Russa accusando in particolare il primo cittadino di avere per lungo tempo taciuto la presenza della criminalità organizzata nel territorio lombardo. Il piccolo gruppo di contestatori si è vivacemente confrontato a parole con i consiglieri comunali del Pdl Carlo Fidanza e Marco Osnato, con coloriti scambi di parole. Durante le interviste concesse dal sindaco, un giovane, che durante la cerimonia aveva esibito lo striscione 'Stragi di mafia e politica, vogliamo verità', ha a più riprese tentato di chiedere a Letizia Moratti, attraverso una telecamera, che cosa pensasse della presenza della mafia in città. Non ricevuta risposta, assieme ad alcuni compagni, il giovane ha rimproverato al sindaco di aver sottovalutato la presenza della criminalità nel capoluogo lombardo, contestando la mancata istituzione in Comune di una apposita commissione d'inchiesta antimafia. Analoghe accuse sono state rivolte anche al ministro della Difesa Ignazio La Russa, cui il gruppo di manifestanti ha rivolto l'accusa di voler fermare le indagini contro la mafia attraverso il nuovo ddl sulle intercettazioni. Quando oramai tutti i partecipanti alla commemorazione si erano allontanati dal giardino, La Russa ha deciso di confrontarsi con il gruppo di manifestanti, ricordando di essere stato sostenitore del magistrato Paolo Borsellino quando ancora era in vita, tanto da votarlo, nel 1992, come presidente della Repubblica. Il ministro ha quindi assicurato che il ddl sulle intercettazioni garantirà lo svolgimento di tutte le indagini contro la mafia.

    VIA D'AMELIO DESERTA Nel giorno dell'anniversario della strage via D'Amelio è deserta, una decina di persone partecipa al presidio organizzato nel luogo dell'eccidio dall'associazione '19 lugliò, iniziativa che apre le manifestazioni palermitane in memoria del giudice Paolo Borsellino e degli agenti della sua scorta. Ma anche oggi - ieri la marcia delle 'Agende rossè aveva avuto una scarsissima adesione -, i palermitani hanno scelto di restare a casa. «Questo era solo un presidio - commenta Marco Bertelli, dell'associazione '19 lugliò - sono certo che il resto della giornata andrà diversamente. Alle 12 qui arriveranno gruppi di studenti che verranno intrattenuti in giochi e per le 12 sono stati organizzati degli spettacoli». La maggiore attesa è per il pomeriggio: alle 16.55, ora della strage, l'associazione ha organizzato un minuto di silenzio, sempre in via D'Amelio. E alle 18 partirà un corteo, a cui hanno aderito 12 associazioni nazionali e cittadine, tra le quali anche Libera, che arriverà all'albero Falcone, altro luogo simbolo di Palermo. Al corteo dovrebbe prendere parte l'esponente di Italia dei Valori Antonio Di Pietro. Questa sera alle 20,30, infine, Giovane Italia ha organizzato una fiaccolata a cui parteciperanno il presidente della Camera Gianfranco Fini, Maurizio Gasparri e il sindaco di Roma Gianni Alemanno. Nessun esponente del governo sarà a Palermo il giorno del diciottesimo anniversario della strage. Il ministro della Giustizia Angelino Alfano farà celebrare, alle 18, una messa in suffragio, al ministero per ricordare Paolo Borsellino.

    BIMBO: "CARABINIERE MUORE, MEGLIO CALCIATORE" Sono arrivati in via D'Amelio, luogo della strage in cui furono uccisi Paolo Borsellino e i poliziotti Agostino Catalano, Walteri Cosina, Vincenzo Li Muli, Emanuela Loi e Claudio Traina, i bambini dell'Associazione «Ragazzi di strada» dello Zen, del Centro salesiano Santa Chiara e di Ubuntu, che in questo momento stanno animando la strada con giochi e canti. «La mafia è una cosa brutta - dice Aymen, 8 anni, originario del Marocco, che ha conosciuto la storia di Falcone e Borsellino tramite il cartone animato trasmesso in televisione - perchè uccide le persone a cui tu vuoi bene. I giudici Falcone e Borsellino erano buoni e un assassino li ha uccisi perchè loro stavano liberando la città dai cattivi». Aymen da grande vuole fare il calciatore , «perchè è più semplice - sostiene - Di sicuro non farò il carabiniere perchè poi alla fine muori».

    SCHIFANI DEPONE CORONA Il presidente del Senato, Renato Schifani, sta deponendo una corona di fiori in memoria del giudice Paolo Borsellino e degli agenti di scorta uccisi 18 anni fa. La cerimonia si svolge nella caserma della polizia Lungaro a Palermo. Partecipano, tra gli altri, il procuratore generale di Palermo Luigi Croce, i questori di Palermo e Trapani Alessandro Marangoni e Giuseppe Gualtieri, il vice capo della polizia Francesco Cirillo. Dopo avere passato in rassegna il picchetto d'onore, Schifani si è trattenuto brevemente con i famigliari della agenti uccisi non solo in via D'Amelio ma anche nella strage di Capaci. Presente anche Vincenzo Agostino, il padre del poliziotto ucciso nell'89 insieme con la moglie in attesa di un figlio.

    SCHIFANI: "GLI DOBBIAMO TANTO" «Ricorre oggi il diciottesimo anniversario della strage di via D'Amelio, il feroce attentato mafioso in cui persero la vita Paolo Borsellino e i cinque agenti della sua scorta, un giorno drammatico per le famiglie dei caduti e per l'intero Paese». Così il Presidente del Senato, Renato Schifani, nel messaggio inviato alla vedova del giudice Paolo Borsellino, signora Agnese, nella ricorrenza del diciottesimo anniversario della strage di via D'Amelio . «A Paolo Borsellino -ricorda- dobbiamo tanto: il suo contributo alla lotta alla mafia ha segnato un punto di svolta fondamentale nell'azione di difesa della democrazia da parte dello Stato. La sua dedizione, la sua passione civile, la sua ostinata coerenza hanno segnato profondamente le nostre coscienze, rafforzando - prosegue il Presidente del Senato - in chi crede nello Stato la ferma volontà di proseguire nel cammino di legalità da lui tracciato. Il ricordo va anche ai cinque agenti Emanuela Loi, Agostino Catalano, Walter Cosina, Vincenzo Li Muli e Claudio Traina e alle loro giovani vite spezzate da quella violenza efferata». «Con animo ancora profondamente scosso, vorrei ribadire che il modo migliore per onorare la memoria di Paolo Borsellino e di quanti hanno sacrificato la loro vita per la difesa dello Stato, della democrazia e della giustizia è per tutti noi - conclude il Presidente Schifani - seguire ogni giorno il loro esempio e onorare il loro insegnamento nello svolgimento dei compiti cui siamo chiamati».


    RITA BORSELLINO: STUFA DI CONTARE LE PERSONE IN PIAZZA «Mi sono stufata di contare le persone e di fare i confronti con l'anniversario della morte di Falcone». Lo ha detto Rita Borsellino, sorella di Paolo, giunta in via D'Amelio, dove si svolgono le manifestazioni per la commemorazione del magistrato ucciso nel '92 assieme agli agenti di scorta della polizia di Stato. «Oggi c'è la gente - ha aggiunto - che sceglie di esserci. La vera antimafia comunque si fa ogni giorno senza stare attenti ai numeri». A proposito delle statue che raffigurano Paolo Borsellino e Giovanni Falcone danneggiate nei giorni scorsi e riparate, Rita Borsellino ha sottolineato: «È una dimostrazione di quanto Giovanni e Paolo facciano ancora paura se c'è chi si scaglia contro delle statue». Sulla partecipazione delle istituzioni alle manifestazioni per la strage di via D'Amelio, Rita Borsellino ha osservato: «La loro indifferenza è forse da attribuire alla paura di ricevere delle contestazioni da parte della società civile. Comunque proprio nelle istituzioni e negli alti vertici ci sono personaggi che hanno perso il diritto di piangere Paolo».

    LARI: SU STRAGE DEPISTAGGIO COLOSSALE «Il gruppo investigativo che indaga sulle stragi ha seguito un orientamento di indagini che oggi, alla luce dei fatti, pare destituito di ogni fondamento. Stiamo cercando di dare una lettura alle ragioni di questo colossale depistaggio. Si deve verificare se è stato un depistaggio colposo o doloso, e nella seconda ipotesi quali siano le ragioni di questa deriva istituzionale». È quanto dichiara in un intervista al Giornale di Sicilia Sergio Lari, capo della Procura di Caltanissetta che indaga sulle strage di via D'Amelio, dove nel '92 furono uccisi Paolo Borsellino e gli agenti di scorta della polizia di Stato. «Stiamo cercando di comprendere quali sono state le ragioni per cui un segmento così importante della strage di via D'Amelio - dice Lari - sia stato ricostruito sulla base di dichiarazioni di personaggi del sottobosco criminale come Candura, Scarantino e Andriotta che mai e poi mai sarebbero stati ammessi in un contesto criminale così alto da poter offrire una ricostruzione così importante dei fatti». Secondo il procuratore di Caltanissetta «questa è l'ultima spiaggia per capire cosa sia successo». «O si riesce a trovare oggi una chiave di lettura sulla strage di via D'Amelio - aggiunge - o negli anni a venire non si potrà più sapere nulla, tranne che qualcuno dei protagonisti di quegli anni bui decida di collaborare con la giustizia».

    MELONI E ALFANO: GIOVANI SCELGANO LIBERTA' «Tutti noi qualunque età abbiamo, qualunque lavoro facciamo, in qualunque città viviamo, siamo chiamati a una scelta di parte»: si può seguire la strada di Paolo Borsellino e Giovanni Falcone o andare dalla parte «di quei vili senza onore che opprimono il nostro popolo», scrive il ministro della Gioventù, Giorgia Meloni, ne «Il profumo della Libertà», libro che il ministero ha dedicato loro. Sono trascorsi 18 anni da quando le due terribili esplosioni a Capaci e via D'Amelio a Palermo hanno stroncato i due giudici antimafia e con loro tante altre vite. Come ricorda il ministro della Giustizia Angelino Alfano nella prefazione, «l'Italia e il mondo intero assistevano attoniti a due veri e propri atti di guerra contro lo Stato da parte della più potente organizzazione criminale siciliana (Cosa Nostra) all'evidenza intenzionata, con il massimo del clamore possibile, a chiudere i conti contro due simboli della lotta antimafia». «Tornare indietro non si può», non si possono evitare quelle stragi «ma si potrà fare qualcos'altro per rendere onore a quelle vite»: amare come loro «la bellezza della libertà dalla violenza criminale», è l'esortazione indirizzata ai lettori del libro dal ministro Meloni. Per farlo occorre sapere riconoscere il nemico: «che si chiami mafia o camorra, il nemico è rappresentato da coloro che antepongono il proprio interesse a quello della propria gente e per questo sono pronti a schiacciare regole, diritti, uomini, donne, vite». È per questo che il libro è dedicato a tutti i giovani magistrati, alle forze dell'ordine, ma anche agli studenti delle scuole superiore. Leggerlo, sottolinea Meloni, «è un atto di impegno civile» che deve partire dai giovani. «Se la gioventù le negherà il consenso anche l'onnipotente e misteriosa mafia svanirà come un incubo», è una frase di Borsellino che campeggia sulla testata del libro, che raccoglie ricordi, riflessioni e speranze di colleghi dei due giudici, dal procuratore antimafia, Piero Grasso, all'ex sindaco di New York Rudolph Giuliani, che collaborò con Falcone nell'operazione Pizza Connection, e ne ricorda in un'intervista l'amore per la Sicilia, i rapporti di lavori e quelli personali, come le chiacchierate sul baseball e l'importanza dei pentiti. «Tutto il lavoro di Falcone e di Borsellino - risponde così Giuliani a una domanda - tutto il nostro lavoro, sarebbe stato, almeno in parte, inutile, se non avessimo avuto la collaborazione di alcuni pentiti, che con le loro dichiarazioni ci hanno permesso di ricostruire le dinamiche dei crimini commessi dalla mafia. Riuscire a convincere queste persone a collaborare è stata la vera chiave del successo di molte delle indagini condotte in quegli anni». «È un momento storico particolare - scrive Manfredi Borsellino, figlio di Paolo - sembra che lo scenario in cui è maturata la decisione di assassinare mio padre possa schiarirsi da un momento all'altro grazie a nuove collaborazioni ed a particolari forse trascurati dagli investigatori in passato», ma ciò che oggi conta più di ogni altra cosa è «l'omaggio alla memoria di mio padre, per non dimenticare il significato prezioso del suo messaggio ai giovani siciliani ed italiani». Messaggio che si riassume - come ricorda Alfano citando il giudice Borsellino - nel disprezzo verso «il puzzo del compromesso morale, dell'indifferenza, della contiguità e quindi della complicità». Se «la mafia ha totalmente mancato i suoi obiettivi - prosegue Alfano - e oggi è, di certo, meno baldanzosa e tracotante di allora» lo si deve al «patrimonio di idee e di cultura giuridica e sociale elaborato da Falcone e Borsellino»: idee che hanno cambiato le tecniche investigative, le procedure e l'organizzazione della Stato, con il metodo di lavoro in pool, l'istituzione della Procura antimafia, delle Direzioni distrettuali, e della Dia, e che «hanno cambiato la storia dei la storia dei processi di mafia, trasformando le consuete assoluzioni per insufficienza di prove in severe ed irrevocabili sentenze di condanna». Idee che - conclude Alfano - hanno cambiato in meglio il volto della Sicilia e la Storia del nostro Paese e che nessuno riuscir… mai ad uccidere. E che 'Il profumo della liberta« vuole contribuire a diffondere perchè - come conclude Meloni - una lotta alla criminalità organizzata confinata al solo piano militare è »come togliere l'acqua dal mare con un cucchiaino perchè ci sarà sempre qualcun altro pronto a prendere il posto del criminale appena arrestato«.

    GRASSO: I TIMORI DI FALCONE DOPO SALVO LIMA »Adesso può succedere di tutto«. Era la preoccupazioni del giudice Giovanni Falconi confidata all'amico e collaboratore Piero Grasso, oggi Procuratore nazionale antimafia, all'indomani dell'uccisione dell'ex sindaco di Palermo ed europarlamentare Salvo Lima il 12 marzo del 1992. Si era creato un clima di particolare allarme: di quell'eliminazione - scrive Grasso nell'introduzione a 'Il profumo della liberta», libro che il ministero della Gioventù ha dedicato ai giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino a 18 anni dalle stragi di Capaci e via D'Amelio - lo stesso Falcone «coglieva la portata eversiva, nel senso di una sostanziale rivoluzione dei rapporti tra mafia e politica». In quel «tutto» che Falcone vedeva incombere era prevista anche la morte sua, della moglie, degli uomini della scorta e del collega Borsellino con i suoi collaboratori, neanche due mesi dopo. Nel libro Grasso rivela dettagli privati della sua amicizia con il giudice Falcone e ripercorre la frustrazione provata nell'apprendere dal telegiornale la notizia dall'esplosione di Capaci. «Capitava spesso - ricorda il procuratore - che nei fine settimana in cui rientrava a Palermo da Roma Falcone mi offrisse un passaggio sull'aereo messo a sua disposizione per motivi di sicurezza». Avrebbe dovuto essere così anche quel 23 maggio 1992, «se il destino non avesse deciso altrimenti». Se impegni di lavoro della moglie di Falcone, Francesca Morvillo, magistrato a sua volta, non li avessero trattenuti nella Capitale un giorno in più. «Gridai più volte vigliacchi, assassini, maledetti», ripercorre Grasso, ma la tv aveva detto che non ancora morto: «Giovanni, hai resistito a tante avversità, a tante delegittimazioni, non ci abbandonare». Il tempo di arrivare all'ospedale, «minuti di attesa che sembravano un'eternita», e ogni speranza era svanita. Paolo Borsellino si assunse, prosegue Grasso, «il pesante fardello con la chiara consapevolezza che ne avrebbe condiviso il destino». E in effetti fu così due mesi dopo, il 19 luglio. L'autobomba lasciata in via D'Amelio, sotto casa di sua madre, dilaniò anche il giudice Borsellino. «Mi recai immediatamente a Palermo - ricorda Grasso - insieme al ministro Martelli» per un vertice, durato tutto la notte, in Prefettura dove fu deciso il trasferimento a Pianosa e all'Asinara dei detenuti del carcere dell'Ucciardone. «Ancora ho negli occhi e nella mente la rivolta in chiesa, durante i funerali, il tentativo di aggressione fisica dei rappresentanti delle istituzioni da parte di cittadini esasperati e assetati di giustizia». «Cari ragazzi - è l'esortazione di Grasso - la cultura della legalità è qualcosa di più della semplice osservanza delle leggi, delle regole; è un sistema di principi, di idee, di comportamenti che deve tendere alla realizzazione dei valori della persona, della dignità dell'uomo». L'illegalità, invece, prolifera nel silenzio: «è l'ossigeno grazie al quale i sistemi criminali, la pericolosissima simbiosi di mafia, economia e poteri, si rafforzano e si riorganizzano». Come Procuratore nazionale antimafia, conclude Grasso nel suo intervento, «non posso che pensare alla repressione, con tutte le mie forze, ma ho bisogno anche della collaborazione della società tutta e dei giovani in particolare».

    VIOLANTE: NON BASTANO ARRESTI E PROCESSI Nella lotta alla mafia si è tornati indietro di 20 anni, quando Cosa Nostra si combatteva con gli arresti e i processi. A sostenerlo è l'ex presidente della Camera e della Commissione Antimafia, Luciano Violante, in un'intervista al Messaggero, in cui spiega che per contrastare le mafie, gli strumenti della repressione sono necessari ma non sufficienti. E dalle pagine de La Repubblica, replica alla proposta di Nichi Vendola che ha definito Carlo Giuliani, morto al G8 di Genova «vittima» al pari di Falcone e Borsellino. «Non vinceremo - afferma Violante al Messaggero - se l'humus sociale, le condizioni economiche, i modelli educativi, l'ethos civile restano favorevoli ad una riproduzione delle organizzazioni criminali». Con l'oltraggio alle statue dei giudici Falcone e Borsellino, secondo Violante, «la mafia vuole distruggere la memoria dei suoi avversari». Dopo le stragi del '92, «si era capito che la mafia andava combattuta» e soprattutto gli insegnanti avevano fatto da vettore per questa cultura ma ora «l'impegno si è affievolito». «Bisogna fare chiarezza sulle stragi del '92». In particolare, Violante invita a cercare di capire perchè «in un primo momento è stato dato credito al pentito Scarantino nella ricostruzione dell'attentato a Borsellino, benchè un magistrato come la Boccassini, in un suo rapporto, lo avesse giudicato inattendibile». E ancora, «bisogna capire perchè il procuratore di Palermo Giammanco assegnò a Borsellino il fascicolo del pentito Gaspare Mutolo solo la mattina del giorno della strage, mentre era da tempo che Mutolo chiedeva invano di parlare con Borsellino». Infine, equiparare la morte di Carlo Giuliani a quella dei giudici, secondo Violante, è «un abuso», perchè «crea - afferma a La Repubblica - una melassa della memoria».

    UN CENTINAIO AL CORTEO AGENDE ROSSE Il popolo delle agende rosse ha l'accento veneto, toscano, milanese, emiliano. Della mafia, delle stragi del '92 e delle pagine oscure della trattativa tra lo Stato e i clan ha sentito parlare in tv o letto nei libri. E oggi ha scelto di sfilare in corteo, a Palermo, per ricordare Paolo Borsellino, alla vigilia del suo assassinio, e per chiedere la verità su una morte - ne è certo il giudice Giuseppe Ayala, amico e collega del magistrato ucciso - che non fu decisa solo da Cosa nostra. I palermitani, invece, che, 18 anni fa, videro la colonna di fumo levarsi da via D'Amelio e i corpi martoriati di Borsellino e degli agenti della scorta, hanno scelto di restare a casa. «Colpa del caldo», spiega Rita Borsellino, eurodeputato e sorella del magistrato assassinato. «Effetto di un ritorno all»indifferenza del passato«, commenta, scoraggiato, uno dei pm di punta della procura antimafia di Palermo, Nino Di Matteo. Quale che sia la ragione dell'innegabile flop della manifestazione organizzata dal movimento delle agende rosse per commemorare l'eccidio, la marcia verso il castello Utveggio, sede riservata del Sisde, diventato simbolo del coinvolgimento di pezzi dello Stato nella stagione delle stragi, è stata un marcia quasi solitaria. Neppure cento persone: la maggior parte arrivata a Palermo da città del Nord. Sfiancate da un caldo feroce, hanno sfidato una salita mozzafiato con in mano l'agenda rossa, emblema della verità negata sull'esplosione di via D'Amelio. Un riferimento al diario in cui Paolo Borsellino appuntava riflessioni, pensieri, ma anche intuizioni e spunti di indagine e in cui potrebbe avere scritto ciò che sapeva della trattativa tra Stato e mafia. L'agenda, da cui - dicono familiari e colleghi - il giudice non si separava, mai sparì dopo l'esplosione. Uno dei tanti misteri, su via D'Amelio, che impegna gli investigatori »prossimi - secondo Salvatore Borsellino, fratello del giudice e promotore della manifestazione - alla verità«. Ma la verità, teme Borsellino, potrebbe sfuggire quando si è a un passo dall'intravederla. »In un momento così delicato - dice - non c'è solo il rischio, ma la certezza che ci siano tentativi di depistaggio, alcuni anche istituzionali. Mi riferisco alla protezione negata al pentito Gaspare Spatuzza, che su via D'Amelio, con le sue dichiarazioni, ha aperto scenari inquietanti. Non a caso si è deciso di non ammetterlo al programma di protezione«.

    VIA D'AMELIO 18 ANNI DOPO. GRASSO: "SAPPIAMO DA ANNI CHE NON È STATA SOLO MAFIA"*-*Leggo
    Ultima modifica di Razionalista; 19-07-10 alle 14:48
    "Quante persone ci sono in questa strada, un centinaio? Quante sono le persone intelligenti, sette, otto? Bene, io lavoro per le altre novantadue" Phineas Taylor Barnum

    UE, mondo, futuro Michio Kaku:
    https://www.youtube.com/watch?v=7NPC47qMJVg

  3. #43
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    Predefinito Rif: PIR contro la MAFIA

    AUDIZIONE IN COMMISSIONE ANTIMAFIA
    «Stragi, la politica non reggerà la verità»
    I pm di Caltanissetta: su via D'Amelio vicini a una svolta


    MILANO
    - «Siamo ad un passo dalla verità sulla strage di via d'Amelio. Una verità clamorosa di cui la politica potrebbe non reggere il peso». Lo hanno detto, alla commissione Antimafia, il procuratore capo di Caltanissetta Sergio Lari e il suo aggiunto Nico Gozzo che hanno riaperto le indagini sull'eccidio di via D'Amelio, ricostruendo le complesse trame che legano insieme l'arresto di Totò Riina e la latitanza di Bernardo Provenzano, la posizione intransigente di Salvatore Borsellino, e le manovre messe in atto per sventare ulteriori e più drammatiche offensive della mafia corleonese. «La magistratura sarà capace di reggere le verità che vanno emergendo sulle stragi. Anche lo Stato sarà in grado di sostenerle. Non so, invece, se altrettanto saprà fare la politica». Questa la dichiarazione del procuratore aggiunto Gozzo. Ai giornalisti che gli chiedevano se mai si fossero stati così vicini alla verità sulle stragi Gozzo ha risposto: «Mai a questo livello».

    L'AUDIZIONE - La commissione Antimafia, in questi giorni a Palermo, ha già ascoltato il procuratore capo di Palermo, Francesco Messineo, gli aggiunti Antonio Ingroia e Ignazio De Francisci, e Maurizio De Lucia della Dna, cercando di focalizzare soprattutto il tema della trattativa tra mafia e pezzi dello Stato nel periodo delle stragi. Sono quindi state vagliate le risultanze dibattimentali e probatorie dei vari procedimenti in corso, a cominciare dalle dichiarazioni ai pm di Massimo Ciancimino, figlio dell'ex sindaco mafioso di Palermo Vito, e del pentito Gaspare Spatuzza. I magistrati palermitani hanno inoltre delineato il nuovo organigramma dei mandamenti mafiosi palermitani, dopo gli arresti degli ultimi anni che hanno decimato i capi, e il grado di pericolosità della mafia nel capoluogo siciliano.

    Redazione online
    20 luglio 2010
    © RIPRODUZIONE RISERVATA

    «Stragi, la politica non reggerà la verità» - Corriere della Sera
    "Quante persone ci sono in questa strada, un centinaio? Quante sono le persone intelligenti, sette, otto? Bene, io lavoro per le altre novantadue" Phineas Taylor Barnum

    UE, mondo, futuro Michio Kaku:
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    Predefinito Rif: PIR contro la MAFIA

    "Io ho arrestato Riina: la politica rimase fuori i magistrati invece..." - Interni - ilGiornale.it del 22-07-2010

    "Io ho arrestato Riina: la politica rimase fuori i magistrati invece..."
    di Redazione

    Uno dei carabinieri di "Ultimo" racconta la storia della cattura: "Quando i pm intervennero non fu più possibile andare avanti". Poi rivela: "Certi pm oggi fanno antimafia, ma prima erano contro Falcone e Borsellino"

    Il maresciallo in congedo dei carabinieri Roberto Longu ha fatto parte del Crimor-Unità militare combattente, l’Unità della 1ª Sezione del 1° Reparto del Ros nata subito dopo le stragi di Capaci e di via D’Amelio, nel settembre del ’92, con compiti di contrasto alla criminalità organizzata. Il gruppo, guidato da Sergio De Caprio, meglio noto come Capitano Ultimo, il 15 gennaio del 1993, a Palermo, mise a segno il colpo più grosso: l’arresto del capo dei capi di Cosa nostra, Totò Riina. Il maresciallo Longu nella sua lettera racconta come andò quella cattura. E spiega perché, quando intervennero i giudici, tutto finì.

    Roberto Longu

    Egregio direttore,
    sono un maresciallo dei carabinieri in congedo, nonché appartenente a Crimor, il gruppo del capitano Ultimo che ha arrestato Totò Riina. Le scrivo perché dopo aver sentito sciocchezze tra la trattativa di Stato e la mafia, il tentativo di colpo di Stato, l’arresto di Riina, le accuse al capitano Ultimo, al generale Mori e generale Ganzer, voglio offrire il pensiero e il racconto di chi le cose le ha vissute e fatte in prima persona.
    Massimo Ciancimino parla e dopo vent’anni si torna a parlare con insistenza della morte di Falcone e Borsellino, trattativa tra mafia e Stato; politici e magistrati che parlano di tentativo di colpo di Stato, servizi segreti deviati, signor Franco eccetera... La grande mano del «livello superiore», intoccabile e soprattutto introvabile, la solita storia. Infangare il Paese e chi ha veramente lavorato per il bene dell’Italia.
    Ebbene, voglio raccontare in breve la storia della cattura di Totò Riina. Il nostro gruppo, Crimor, lavorava a Milano occupandosi di Cosa nostra. Tutti dicevano che a Milano la mafia non esisteva. In pochi anni, con varie indagini mettiamo in luce che a Milano la mafia esiste ed è anche ben radicata, arrestiamo e sgominiamo le famiglie Carollo e Fidanzati. Siamo un gruppo di professionisti coordinato da un grande comandante, il capitano Ultimo. Siamo anche molto amici di Falcone, e facciamo riferimento a un grande generale, Carlo Alberto Dalla Chiesa, il nostro simbolo. Il nostro motto è «lavorare per il popolo oppresso».
    Il giorno della morte di Falcone ci ritroviamo nel nostro ufficio e siamo sgomenti; ci guardiamo in faccia, siamo una decina, e prendiamo una decisione che nasce spontanea. Andiamo a Palermo ad arrestare Totò Riina e smantellare la sua organizzazione. È quel giorno che nasce la fine di Riina. La mafia ha ammazzato il generale, giudici, colleghi, ora Falcone e in quel modo, ci sentivamo in dovere di fare qualcosa e mettere fine al massacro. Nessuna organizzazione segreta o chissà quale piano strategico messo in piedi con la mafia. Dieci persone che disprezzano la mafia e lavorano per il popolo oppresso decidono di catturare Salvatore Riina, l’imprendibile.
    Viene data comunicazione delle nostre intenzioni al generale Mori, che a quel tempo era colonnello e vicecomandante del Ros, il quale inoltra le nostre intenzioni direttamente al Comando che accetta e ci dà il via. Di quel tempo ricordo una cosa, il terrore delle istituzioni, Totò Riina imprendibile che mette sotto scacco l’Italia, le grandi lacerazioni della magistratura palermitana, che era quasi tutta schierata contro Falcone e Borsellino che quasi venivano presi per pazzi. Oggi parlano bene, ma ieri razzolavano male, molto male. Fui io, insieme al mio collega Ombra, a mettere per primo il piede a Palermo; facemmo le prime ricognizioni, le prime verifiche sugli obiettivi e sui personaggi. Rimasi quasi sconvolto per la mancanza di indagini, riscontri, indizi investigativi. La magistratura faceva pochissimo, le forze di polizia operavano fuori Palermo, la politica proprio non si vedeva e sentiva. Oggi mi viene da ridere quando sento tutti quei magistrati di Palermo che parlano di Antimafia. Ma dove erano allora? Cosa facevano?Naturalmente l’indagine nasce in clandestinità, non ci fidavamo di nessuno, va avanti per circa sette mesi di grandi sacrifici, troviamo gli indizi, le tracce di Riina attraverso i Ganci e arriviamo vicino al suo rifugio, pochi giorni e avremmo trovato la casa.
    Il fato ci mette la coda. In quei giorni al Nord viene arrestato Balduccio Di Maggio, che si pente e dice di essere stato l’autista di Riina sino a qualche anno prima.
    Viene portato a Palermo, racconta che quando faceva da autista prendeva Riina lungo la strada, alla Rotonda di viale Michelangelo, vicino al famoso Motel Agip, senza però indicare un obiettivo preciso. Per noi quella zona era altamente strategica poiché avevamo individuato un obiettivo frequentato dal mafioso Domenico Ganci, da noi ritenuto molto vicino a Totò Riina. Mettiamo sotto osservazione un’abitazione e filmiamo chi entra e chi esce, li facciamo visionare al pentito il quale riconosce la moglie e i figli di Riina. L’indomani ci posizioniamo, esce Riina e l’arrestiamo. Questo in breve.
    Il pentito è stata la nostra sfortuna più grande. In primo luogo perché ha fatto sì che l’indagine fosse conosciuta dalla magistratura, la seconda perché non è stato più possibile portarla avanti con le nostre modalità operative. Noi, per nostro modus operandi, quando trovavamo un latitante non lo arrestavamo subito, anzi lo facevamo stare libero, però lo seguivamo, gli stavamo vicino 24 ore su 24 per capire i suoi percorsi, analizzare i suoi obiettivi, verificare la struttura organizzativa, documentarla, farne prova e poi annientare l’intera struttura. Questo era in origine il nostro obiettivo con Riina. Analizzare i suoi movimenti, le dinamiche operative di Cosa nostra partendo dal vertice, studiare i loro percorsi mentali per poi annientarli e distruggerli. Questo era il nostro obiettivo finale, con il risultato immediato di catturare Riina e distruggere la cupola.
    Dopo il pentito questo non fu più possibile, tutti volevano esclusivamente l’arresto di Riina. Tutti volevano dirci cosa fare, fu solo grazie alla determinazione del colonnello Mori e del capitano Ultimo che le cose andarono come sono andate, altrimenti penso che Riina l’avrebbe fatta franca anche allora.
    E per fortuna che andò così, se avessimo fatto secondo i nostri propositi ci avrebbero arrestati tutti per essere mafiosi, visto com’è andata con la perquisizione, non fatta solo esclusivamente per questioni investigative e legate all’indagine.
    Parla Massimo Ciancimino, si parla di trattativa mafia-Stato, papello e terzo livello. Per noi Vito Ciancimino all’interno della mafia a quel tempo non contava più niente, roba vecchia che la mafia aveva abbandonato, com’è suo costume quando una cosa non serve più. È stato ascoltato perché voleva parlare, com’è giusto che faccia un investigatore quando si presenta un criminale. Probabilmente oggi una certa magistratura, se non fosse stato ascoltato, direbbe che non fu sentito per aiutare la mafia. Politici di oggi e di ieri e magistrati che parlano di trattative tra Stato e mafia. Dovrebbero spiegare cosa facevano allora, visto che facevano parte dello Stato. Può mai un generale o un capitano trattare per lo Stato senza che questi non sappia nulla? Io penso di no. È di questi giorni la notizia della condanna al generale Ganzer e colleghi, questo deve far riflettere e molto sullo stato della magistratura e delle forze di polizia. Deve far riflettere perché ormai è sempre più evidente l’anomalia del Codice di procedura penale, ovvero le indagini dirette e coordinate dai magistrati. È qui l’errore di fondo. Un magistrato non può gestire delle indagini, le indagini le devono gestire e fare le forze di polizia. Perché, vede, un’indagine è un processo sociale, in quanto coinvolge la gente; è un processo psicologico in quanto coinvolge le strutture mentali delle persone; è un processo sistemico dove la cosa più logica alle volte non è la più giusta per il fine superiore, che è quello del bene comune. L’indagine è compito del poliziotto che vive e opera tra la gente, che conosce la strategia, la tattica e il terreno su cui combatte.
    Ma lei ha mai visto un magistrato fare un pedinamento, uscire per strada e seguire un mafioso o un presunto ladro di biciclette? Io mai. E allora come fanno a dirigere le indagini (e dirigere significa comandare) quando non hanno la benché minima conoscenza del sistema? Un vero investigatore trova i riscontri e gli indizi sul terreno attraverso osservazione e pedinamento, e solo allora chiede le intercettazioni. Perché le intercettazioni per gli investigatori sono delle vere sciagure, hanno bisogno di verifiche, controlli, molto personale levato alla strada. Un investigatore intercetta solo quando c’è quasi la certezza dei reati. Per un investigatore le intercettazioni sono di ausilio alle indagini e non lo strumento principale.
    Oggi siamo al contrario, si fanno le intercettazioni, si arrestano e si mettono alla gogna i cittadini senza un riscontro oggettivo e poi vengono scarcerate e tante scuse e grazie. C’è bisogno di cambiare il Codice di procedura penale e dare la direzione delle indagini alla polizia. I miei ex colleghi mi dicono che ormai non fanno più nulla di iniziativa, hanno paura di lavorare perché un magistrato potrebbe indagarli e metterli alla gogna peggio dei criminali. Io stesso oggi, vedendo com’è andata ai miei comandanti, non so se prenderei le decisioni che ho preso in passato. Sa cosa mi dice mia figlia a proposito dei guai al generale Mori e capitano Ultimo? «Papà, Riina era da vent’anni latitante e non è successo nulla, voi lo arrestate, mettete sotto la mafia e i magistrati vi incriminano. C’è qualcosa di strano, ma non è che i magistrati si sono arrabbiati perché lo avete arrestato?».

    *Maresciallo dei carabinieri in congedo - Componente del gruppo guidato dal capitano Ultimo che arrestò Totò Riina
    Ultima modifica di C@scista; 23-07-10 alle 11:06

  5. #45
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    Predefinito Rif: PIR contro la MAFIA

    Bomba contro la casa del Pg di Reggio/FOTO - Photostory Primopiano - ANSA.it


    26 agosto, 11:12
    Un ordigno e' stato fatto esplodere davanti al portone dell'abitazione del procuratore generale di Reggio Calabria, Salvatore Di Landro.

    ROMA - Un ordigno e' stato fatto esplodere davanti al portone dell'abitazione del procuratore generale di Reggio Calabria, Salvatore Di Landro. L'esplosione ha mandato in frantumi i vetri delle finestre della casa del magistrato, che abita in un condominio, e di altre abitazioni vicine. Al momento della deflagrazione Di Landro si trovava in casa insieme alla moglie. Nessuno e' rimasto ferito.

    Sul luogo dell'esplosione sono giunti, per le indagini, carabinieri e polizia di Stato, insieme al pm di turno della Procura della Repubblica di Reggio Calabria. L'edificio in cui abita Di Landro si affaccia sulla pubblica via e per arrivare al portone, dunque, non bisogna superare alcun cancello. L'esplosione ha provocato danni gravi anche al portone dell'edificio in cui abita Di Landro. Il palazzo, invece, non ha subito danni strutturali.

    La zona in cui abita il magistrato si chiama Parco Casoria. Nell'edificio davanti al quale e' stato fatto esplodere l'ordigno abitano, oltre a quella del magistrato, altre quattro famiglie, ma non c'e' alcun dubbio, secondo gli investigatori, che l'intimidazione sia diretta contro il procuratore generale. Secondo quanto e' emerso dai primi accertamenti, l'ordigno, collegato ad una miccia a lenta combustione, sarebbe stato confezionato con tritolo.
    Ultima modifica di C@scista; 26-08-10 alle 16:09

  6. #46
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    Predefinito Rif: PIR contro la MAFIA

    Vassallo, folla di cittadini e politici l'ultimo saluto al sindaco pescatore

    Oltre ai tanti cittadini una nutrita rappresentanza delle istituzioni è arrivata ad Acciaroli per rendere omaggio al sindaco ambientalista trucidato domenica sera. L'omelia del vescovo di Vallo della Lucania. 'Mi auguro che queste bestie non siano tra noi'




    "Chi ha ucciso ha atteggiamenti più simili alle bestie che agli uomini. Mi auguro che non siano mescolati tra noi o che siano sprofondati sulle loro poltrone a guardare in tv questa grande manifestazione di affetto per Angelo". E' l'inizio dell'omelia del vescovo di Vallo della Lucania, monsignor Rocco Favale, che ha celebrato i funerali di Angelo Vassallo. "Perché lo hanno fatto? - si è chiesto il presule - Forse per qualche affare sul territorio che è stato smascherato o rifiutato da Angelo. Povere bestie umane. Non lasciatevi prendere dalla prospettiva degli affari d'oro, soprattutto se derivanti da denaro di dubbia provenienza tenetevi stretti i sacrifici fatti dai vostri antenati. Siate voi i veri padroni del Cilento e proteggete i vostri figli come sentinelle del territorio. Accontentatevi del poco", ha proseguito monsignor Favale che poi riferendosi agli autori dell'agguato ha detto: "Questi sicari sono la dimostrazione dell'abbrutimento della razza umana".

    E' gremito il piazzale del porto di Acciaroli, nonostante la pioggia, dove in circa seimila hanno partecipato alle esequie del sindaco di Pollica. Stretti nel loro dolore la moglie di Vassallo Angela, il figlio Antonio che è stato abbracciato dal regista Mario Martone che in quei luoghi aveva girato il film portato a Venezia e che di Vassallo era diventato amico .

    Tanti gli uomini della politica e delle istituzioni, numerosissimi i cittadini del luogo e gli esponenti del mondo delle associazioni. Il primo ad arrivare è stato Pier Luigi Bersani, il segretario Pd si è recato ieri sera a rendere omaggio al sindaco-pescatore alla camera ardente. In mattinata sono arrivati nel comune cilentano il ministro dell'Ambiente Stefania Prestigiacomo, il sottosegretario Alfredo Mantovano, il leader dei Verdi Angelo Bonelli, il sindaco di Torino Sergio Chiamparino. Il governatore della Campania Stefano Caldoro e il sindaco di Napoli Russo Iervolino. Presente anche Nichi Vendola, Maria Grazia Laganà, vedova Fortugno, don Luigi Ciotti, l'ex parlamentare Pd ed ex assessore campano all'agricoltura Gianfranco Nappi, una delegazione di Slow food, nel cui progetto "Terra Madre" Vassallo rivestiva un ruolo di primo piano. Presente anche una delegazione radicale composta dal segretario Mario Staderini, dalla deputata Rita Bernardini e da Diego Galli.

    Una gigantografia sette metri per dieci, del sindaco-pescatore in piedi su uno scoglio in mezzo al mare, ricopre la torre che dà sul porto. Gli amici del paese hanno issato uno striscione sul quale si legge "Ora ci chiamiamo tutti Angelo Vassallo: sei e sarai sempre vivo in mezzo a noi".


    Legambiente è presente con le sue bandiere e uno striscione con la scritta "Ciao Angelo", oltre a numerosi gonfaloni provenienti da tutta Italia, compreso quello del Comune di Firenze, tra i primi ad arrivare con i suoi rappresentanti in costume tipico del Maggio fiorentino.

    Commosso Antonio Bassolino, ex governatore della Regione Campania: "Angelo Vassallo è stato uno dei migliori sindaci che io abbia mai conosciuto e il suo è uno dei comuni meglio amministrati d'Italia - ha dichiarato prima del funerale - Chi lo ha ucciso voleva mandare un messaggio. Ecco perché è necessario attivarsi e magari realizzare un osservatorio di valore nazionale per contrastare la camorra e intitolarlo ad Angelo Vassallo. Un osservatorio nel Cilento per respingere l'eventuale attacco da parte della criminalità organizzata".

    Il Cilento non si tocca. Lo ha dichiarato Stefania Prestigiacomo al suo arrivo ad Acciaroli. "Vassallo - ha proseguito il ministro dell'Ambiente - era un eroe dell'ambiente che difendeva il suo territorio tutti i giorni. Sono qui per affermare che il governo moltiplicherà per mille gli sforzi per proteggere questo territorio. Il Cilento non si tocca. L'Autorità giudiziaria - ha proseguito il ministro - ci dirà se Vassallo oltre ad essere stato uno straordinario eroe dell'ambiente è stato vittima dell'impegno per il suo territorio. Se c'era chi pensava di fare affari qui sbaglia di grosso perché la sua memoria sarà lo scudo più efficace per difendere il territorio da ogni speculazione. In questo senso - ha concluso il ministro - promuoveremo delle iniziative su questo territorio".


    (10 settembre 2010) © RIPRODUZIONE RISERVATA

    Vassallo, folla di cittadini e politici l'ultimo saluto al sindaco pescatore - Napoli - Repubblica.it
    "Quante persone ci sono in questa strada, un centinaio? Quante sono le persone intelligenti, sette, otto? Bene, io lavoro per le altre novantadue" Phineas Taylor Barnum

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    Predefinito Rif: PIR contro la MAFIA

    I carabinieri di Reggio Calabria hanno arrestato stamame quattro persone per l'attentato dinamitardo del 3 gennaio scorso contro la Procura generale di Reggio Calabria. Lo riferiscono in una nota gli stessi carabinieri, aggiungendo che gli arresti sono legati ad un'operazione più ampia che ha portato all'arresto di 22 persone in seguito a indagini relative alle armi e all'esplosivo trovati in concomitanza della visita del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano sempre nel gennaio scorso. Secondo i carabinieri, le armi non erano comunque legate alla visita del capo dello Stato.

    Le persone arrestate, della cosca Serraino, sono accusate di associazione di stampo mafioso, estorsione aggravata, danneggiamento, porto e detenzione di armi, intestazione fittizia di beni e oltraggio.

    Il provvedimento della Dda dispone anche il sequestro di beni mobili, immobili e attività commerciali per un valore di 1 milione e 500 mila euro

    Ndrangheta, bomba a procura generale Reggio: quattro arresti - Yahoo! Notizie
    Ultima modifica di C@scista; 30-09-10 alle 10:25

  8. #48
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    Predefinito Rif: PIR contro la MAFIA

    Bomba al pg di Reggio, 22 arresti

    La sede della Procura generale di Reggio Calabria



    Maxi-operazione contro le cosche
    REGGIO CALABRIA
    La bomba fatta esplodere il 3 gennaio scorso davanti al portone della Procura generale di Reggio Calabria sarebbe stata un messaggio della cosca Serraino della ’ndrangheta, che non avrebbe gradito la revoca di un fascicolo ad uno dei magistrati dell’ufficio, Francesco Neri. È quanto è emerso dall’inchiesta condotta sull’attentato dalla Dda di Catanzaro, che ha emesso informazioni di garanzia nei confronti di quattro affiliati alla cosca.

    Gli avvisi sono stati notificati dai carabinieri del Comando provinciale di Reggio Calabria contestualmente all’esecuzione di 22 ordinanze di custodia cautelare per associazione mafiosa contro altrettanti esponenti del gruppo Serraino. Tra le persone che sono state arrestate (sette dei destinatari dei provvedimenti si sono resi irreperibili) ci sono i quattro indagati per la bomba alla Procura generale: Antonino Barbaro, di 24 anni; Felice Lavena (28); Ivan Valentino Nava (25) e Nicola Pitasi (31). È stato anche sequestrato lo scooter che fu utilizzato dalle due persone che collocarono la bomba e che era ancora in uso a Felice Lavena.

    L’attentato sarebbe il frutto della reazione della cosca Serraino alla sostituzione di Neri, come rappresentante della pubblica accusa, nel processo d’appello, conclusosi con cinque ergastoli, per l’omicidio della guardia giurata Luigi Rende, avvenuto il primo agosto del 2007 nel corso di un tentativo di rapina ad un furgone postale. Neri fu sostituito dal procuratore generale Salvatore Landro perchè il difensore di uno degli imputati per l’omicidio era anche il legale del sostituto procuratore generale. Circostanza che ha rappresentato anche la motivazione del trasferimento di Neri ad altro incarico e sede (attualmente è consigliere della Corte d’appello di Roma) deciso nei mesi scorsi dal Csm. Il perchè la cosca Serraino si sentisse maggiormente garantita per il buon esito del processo per l’omicidio di Rende dalla presenza, per la pubblica accusa, di Neri rispetto ad un altro magistrato non è stato chiarito nè dagli investigatori, nei dai magistrati delle Dda di Catanzaro e Reggio. Sul punto, infatti, c’è stato un silenzio assoluto, almeno ufficialmente.

    Ha parlato, invece, Francesco Neri dopo avere appreso del movente ipotizzato per l’attentato del 3 gennaio. «Col procuratore Di Landro - ha detto Neri - non ho mai avuto alcun contrasto. Mi vedo coinvolto in una situazione in cui mi ritengo assolutamente incolpevole. Sono stato io a concordare con Di Landro la mia sostituzione nel processo per l’omicidio di Luigi Rende per il fatto che il difensore di uno degli imputati era anche un mio legale. E per tutto il processo non ho mai adottato comportamenti favorevoli alla cosca Serraino». Su Neri ha detto parole chiare anche lo stesso procuratore Di Landro, rilevando che «quanto sta emergendo conferma le ipotesi che erano state fatte, in merito al movente, nell’immediatezza dell’attentato del 3 gennaio. Congetture che furono fatte non soltanto da me, ma anche dai partecipanti ad una riunione in Prefettura e frutto, dunque, di una riflessione collegiale».

    In attesa dei possibili sviluppi delle indagini sull’attentato alla Procura generale e sulle successive intimidazioni ai danni del procuratore Di Landro, l’ultima delle quali risale al 26 agosto, quando un’altra bomba è stata collocata davanti il portone della sua abitazione, resta la concretezza dei 15 arresti di esponenti della cosca disposti dalla Dda di Reggio Calabria. Un’operazione che ha consentito di fare luce sui tanti affari gestiti dalla cosca, dalle estorsioni alle imprese edili al racket del caffè e della farina. Tra le sette persone che sono riuscite a sfuggire alla cattura ci sono, però, esponenti di spicco della cosca come Alessandro Serraino, figlio del defunto boss Domenico, fratello di Francesco, capo storico della cosca, ucciso insieme al figlio Alessandro nel 1986 mentre era ricoverato nell’ospedale di Reggio Calabria.

    L’indagine ha consentito anche di fare luce sull’intimidazione al giornalista Antonino Monteleone, al quale il 5 febbraio scorso fu incendiata l’automobile. «Quello - dicono due degli indagati in un dialogo intercettato dagli investigatori - scrive articoli brutti contro le persone, che fanno schifo. A tipo Roberto Saviano». Un plauso a magistrati e carabinieri per l’operazione è stato espresso dal Ministro della Giustizia, Angelino Alfano. «È una bellissima notizia - ha detto il Guardasigilli - perchè dimostra non solo che lo Stato non arretra di fronte alle intimidazioni che a più riprese sono rivolte agli uomini che lo rappresentano, ma che la sua capacità di reazione è altrettanto determinata». Apprezzamento per l’operazione anche da parte del presidente della Regione Calabria, Giuseppe Scopelliti. «La ’ndrangheta - ha detto - è sempre più indebolita grazie all’intensa attività delle forze dell’ordine, della magistratura e del Governo».

    Bomba al pg di Reggio, 22 arresti - LASTAMPA.it
    Ultima modifica di C@scista; 01-10-10 alle 18:21

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    Reggio Calabria: minacce a Pignatone, un bazooka trovato davanti al tribunale - Corriere della Sera
    http://www.corriere.it/cronache/10_o...4f02aabc.shtml
    Una telefonata anonima che minacciava il procuratore di Reggio ha portato alla scoperta dell'arma

    MILANO - Un bazooka è stato trovato dalla polizia davanti al Tribunale di Reggio Calabria, dopo una telefonata anonima in cui sono state fatte minacce contro il procuratore di Reggio Giuseppe Pignatone. In seguito alla telefonata, la polizia ha fatto controlli che hanno portato alla scoperta del bazooka nella zona di San Giorgio. L'arma tuttavia, secondo quanto hanno riferito gli investigatori, era monouso e poichè era già stata utilizzata aveva perso la sua potenzialità offensiva.

    OPERAZIONE DELLE FORZE DELL'ORDINE - Intanto polizia, carabinieri e Guardia di finanza stanno eseguendo, da questa mattina, 250 perquisizioni in tutta la provincia di Reggio Calabria. Nel mirino degli inquirenti i capi dei principali casati di 'ndrangheta nei confronti dei quali sono in corso attività di controllo, ispezioni e perquisizioni finalizzate alla ricerca di armi ed esplosivi. L'operazione è la risposta dello Stato ai recenti attentati perpetrati nei confronti della maguistratura. Le famiglie colpite sono i Tegano, i De Stefano, i Serraino, i Condello, i Fontana, i Polimenti, i Labate ed i Libri nel capoluogo. In provincia risultano destinatari dei provvedimenti esponenti dei clan Piromalli, Bellocco, Gallico, Facchineri, Fazzalari, Crea, Zito e Bartuca sul versante tirrenico, oltre ai Commisso, Cordì, Cataldo, Strangio, Vottari, Romeo e Altomonte sul versante ionico.
    Ultima modifica di Razionalista; 05-10-10 alle 18:46
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    Predefinito Rif: PIR contro la MAFIA

    Sei arresti per la donna che denunciò
    la ’ndrangheta. Uccisa e sciolta nell'acido

    L'omicidio è stato organizzato dal suo ex compagno, Carlo Cosco, dopo averla attirata a Milano
    Sei arresti per la donna che denunciò la ’ndrangheta. Uccisa e sciolta nell'acido - Milano


    MILANO - Uccisa dopo essere stata «interrogata», messa su un furgone con 50 chili di acido, scaricata in un terreno a Monza San Fruttuoso e sciolta. Sono le terribili testimonianze dell'inchiesta che ha portato a sei ordinanze di custodia cautelare in carcere notificate nella notte per la scomparsa della collaboratrice di giustizia calabrese Lea Garofalo. Gli arresti sono stati eseguiti tra Lombardia, Calabria e Molise.



    In una foto del 7 febbraio 2010 i carabinieri ispezionano le abitazioni di via Montello 6 a Milano, abitazione di Carlo Cosco (Ansa)ARRESTI - Lea Garofalo, 35 anni, ex collaboratrice di giustizia e compagna di un affiliato alla 'ndrangheta di Petilia Policastro (Crotone), era sparita tra il 24 e il 25 novembre scorsi. Due mandati di arresto sono stati notificati in cella a Carlo Cosco - 40 anni, coinvolto in inchieste alla fine degli anni Novanta a Milano e cugino di Vito Cosco, autore della strage di Rozzano (Milano) che lasciò a terra quattro morti nell’agosto 2003 - ex convivente della donna dalla cui relazione è nata una figlia ora maggiorenne - e a Massimo Sabatino, 37 anni - spacciatore di Quarto Oggiaro. I due erano già stati arrestati a febbraio per un precedente tentativo di sequestro, avvenuto a Campobasso nel maggio dell'anno scorso, con lo scopo di uccidere la Garofalo per vendicarsi delle dichiarazioni da lei rese agli inquirenti a partire dal 2002 contro alcuni affiliati alle cosche della 'ndrangheta di Petilia Policastro (Crotone). Il 24 febbraio scorso erano state arrestate in Molise altre due persone per aver messo a disposizione alcuni capannoni nel Milanese dove la donna sarebbe stata portata dopo la scomparsa. Gli altri quattro destinatari del provvedimento sono i fratelli Giuseppe «Smith» Cosco e Vito «Sergio» Cosco, Carmine Venturino e Rosarcio Curcio.

    COLLABORATRICE - La donna nel 2002 aveva iniziato a collaborare con l'Antimafia nelle indagini sulla faida tra i Garofalo e il clan rivale dei Mirabelli. Poi, nel 2006, aveva abbandonato il piano di protezione e lasciato la località segreta dove viveva. Nelle sue dichiarazioni, Lea Garofalo aveva parlato anche degli omicidi di mafia avvenuti alla fine degli anni Novanta a Milano. Come quello di Antonio Comberiati, nel 1995, nel quale era stato coinvolto anche il fratello.

    AGGUATO - Secondo l'indagine, Carlo Cosco ha organizzato l'agguato teso a Lea Garofalo mentre questa si trovava a Milano con la figlia. Proprio con il pretesto di mantenere i rapporti con la ragazza, legatissima alla madre, Cosco ha attirato la sua ex a Milano nello stabile di viale Montello 6, un palazzo che ospita molti parenti dei caduti della guerra di 'ndrangheta. Lo scorso 24 novembre Lea Garofalo partecipò a una riunione di famiglia per decidere dove la figlia avrebbe proseguito gli studi dopo le superiori. Le sue tracce si sono perse nel pomeriggio quando alcune telecamere l'hanno inquadrata nella zona del palazzo e lungo i viali che costeggiano il cimitero Monumentale. La figlia e il padre erano alla stazione Centrale ad attenderla insieme al treno che avrebbe dovuto riaccompagnarla al Sud. Almeno quattro giorni prima del rapimento, Cosco aveva predisposto un piano contattando i complici, assicurandosi sia il furgone dove è stata caricata a forza, sia la pistola per ammazzarla «con un colpo», sia il magazzino o il deposito dove interrogarla, e infine l'appezzamento dove è stata sciolta nell'acido. La distruzione del cadavere ha avuto lo scopo di «simulare la scomparsa volontaria» della collaboratrice e assicurare l'impunità degli autori materiali dell'esecuzione. Sabatino e Venturino hanno materialmente sequestrato la vittima e l’hanno consegnata a Vito e Giuseppe Cosco, i quali l’hanno interrogata e poi uccisa con un colpo di pistola.

    ACIDO - Lea Garofalo avrebbe dovuto essere rapita in Molise e trasportata in Puglia per essere uccisa e sciolta nell'acido in una masseria nei dintorni di Bari, e per questo il suo ex compagno Carlo Cosco aveva procurato, chiedendolo ai cinesi di via Sarpi a Milano, un furgone su cui erano stati «caricati anche 50 litri di acido». Sono le rivelazioni di un compagno di cella di Massimo Sabatino, uno dei sei arrestati nell'ambito dell'inchiesta.

    Redazione online
    18 ottobre 2010
    © RIPRODUZIONE RISERVATA
    "Quante persone ci sono in questa strada, un centinaio? Quante sono le persone intelligenti, sette, otto? Bene, io lavoro per le altre novantadue" Phineas Taylor Barnum

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