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  1. #71
    io e basta
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    Predefinito Riferimento: Gli editoriali del Calibano

    Casini

    26 marzo 2005

    di Il Calibano

    L'uomo non è logico e la storia del suo intelletto



    è tutta una serie di riserve mentali e di compromessi.



    Egli si attacca a ciò che può delle sue vecchie convinzioni,



    anche se è costretto ad abbandonarne la base logica.



    John Dewey





    Mentre il fisioterapista mi scavicchia il braccio destro, Carlo Casini, da RR, mi scavicchia il cuore con questa affermazione: “ho visto un disabile in carrozzella in TV, non era Luca Coscioni, e voglio dire che non si devono strumentalizzare i malati”.



    Temo che l’allusione del pezzo da novanta del –Movimento per la vita- sia diretta a me ed alla mia partecipazione ad un programma televisivo sulla 40/2004, dove, Olimpia Tarzia, pezzo da ottantanove del Movimento per la vita, aveva commentato il mio intervento con le stesse parole.



    La logica è, o dovrebbe essere, l'anatomia del pensiero. Nel caso di Casini, nomen omen, l’anatomia cede il passo ad un affrettato smembramento da beccaio incompetente. Infatti, gli handicappati che non devono essere strumentalizzati, sono gli handicappati le cui opinioni collidono con quelle del Movimento. Gli altri handicappati, da Brunetta al Santo Padre, sono strumentabilissimi e, se non bastasse, sono strumentabilissimi i disabili in partenza per Lourdes e quelli di ritorno,



    Errare è umano perseverare diabolico…ravvedersi è una occasione che Carlo Casini non si lascerà sfuggire, o ammette che sia il Papa che io siamo –testimonianze- autonome e non eterodirette dei nostri pensieri, o accusa il Vaticano di strumentalizzare il dolore del Papa. Tertium non datur.

  2. #72
    io e basta
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    Predefinito Riferimento: Gli editoriali del Calibano

    Il paese dei campanelli

    29 marzo 2005

    di Il Calibano

    Lì giace l'amore riposto, la chiave /

    del tesoro che sarà un giorno; /

    vieni, mano eletta, a cogliere il dono /

    e a risvegliare questo mondo addormentato.

    William Morris, For the Brian Rose.





    Nel paese dei Campanelli regna la tranquillità. Nessuno scampanellio ha mai turbato la quiete sonnolenta da eterna controra che ricopre le case, le piazze metafisiche, i vicoli inquietanti e le mille chiese. Come nelle fiabe del “c’era una volta” e del “vissero felici e contenti” sembrerebbe che nulla debba mai cambiare. Ma ecco che lontano, lontano al di là dei monti e al di là del mare un campanellino di nome Terri comincia a suonare, suonare, suonare, suonare.

    Quel suono attraversa il mare, i monti e, arrivato nel paese dei Campanelli, scuote dal torpore i sonnolenti abitanti, i giornalisti, le televisioni e i media tutti che si affrettano a scrivere editoriali e mandare in onda servizi che spiegano perché, anche nelle situazioni più drammatiche, la vita sia un dono e perché ogni disabile, anche più grave, anche in stato vegetativo permanente, conservi intatti gli stessi i diritti degli altri abitanti, anzi…qualcuno di più.

    Gli abitanti del paese dei Campanelli tirano un sospiro di sollievo e si sentono lontani anni luce dalle barbarie d’oltre oceano.

    Confortati dalla loro buona coscienza sciamano soddisfatti lungo i vicoli inquietanti, nelle piazze metafisiche, non prima di aver fatto capolino nelle mille chiese. E’ tardi, nelle case regna il silenzio e si dorme il sonno dei giusti.

    Tutto questo accade perché nel felice paese dei Campanelli lo stato vegetativo permanente non esiste nei giorni festivi. Infatti, gli infermieri delle ASL medicano le stomie o i decubiti solo nei giorni lavorativi e, anche l’assistenza domiciliare è limitata ai giorni lavorativi. Nel felice paese dei Campanelli i disabili gravi hanno tutti i diritti meno quello di votare, quello di leggere le novità letterarie o consultare un testo in biblioteca, un testo digitale, s’intende, perché molti disabili avranno pure tutti i diritti, ma non hanno mani per sfogliare un libro.

    Nel paese dei Campanelli può accadere che dei disabili, pur avendo tutti i diritti, non possano uscire di casa…forse è meglio così, con l’inquinamento che c’è rischierebbero un malanno che potrebbe accorciargli la vita e, come tutti sanno, la vita nel paese dei Campanelli, è sacra, indisponibile, intangibile. Il papà di Eluana Englaro non la pensa così, ma questa è un’altra storia.

  3. #73
    io e basta
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    Meglio Seneca che Sirchia

    31 marzo 2005

    di Il Calibano



    Per straordinarie pene mi creò

    un Dio d'odio, che gode del dolore?

    Goethe, Faust.





    Ho letto con interesse l’articolo del Ministro della Salute pubblicato da La Stampa del 30/03/2005 e non ho potuto fare a meno di ricordare quel “desinit in piscem” che Orazio usava per qualificare le poesie che cominciano bene e, come le mitologiche sirene, finiscono in una deludente coda di pesce.

    Il Ministro, prendendo spunto dal caso Terri, compie un breve escursus sulla morte clinica, sull’eutanasia, sull’accanimento terapeutico, sul testamento biologico, sullo stato vegetativo permanente, sui rischi di uno slippery slope che conduca all’eliminazione di ”disabili gravi, gli anziani indementiti o quanti altri a giudizio della società sono defini*ti non più recuperabili”, sulla necessità di assistere in modo più efficiente i familiari dei malati gravi “Dob*biamo difenderci da queste tenta*zioni ancorandoci ai forti valori umani del nostro popolo che anco*ra esistono e che rifiutano di consi*derare «atto d'amore» l'eliminazio*ne delle persone fragili” e, da un uomo di scienza, come lui è, non poteva mancare un richiamo alla speranza rappresentata da una ricerca scientifica in rapida e imprevedibile evoluzione.

    Non voglio dire che il suo articolo sia paternalistico, ma lo è! Non voglio dire che la sua speranza nella ricerca scientifica sia strumentale, ma lo è! Non voglio dire che il quadro offerto sull’eutanasia e il testamento biologico sia irreale, ma lo è!

    Insomma, è paternalistico perché il diritto all'autodeterminazione nei confronti del trattamento medico è, in Italia, un diritto riconosciuto dall'art. 32, secondo comma, della Costituzione: “Nessuno può essere ob*bligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto per la persona umana”.

    È strumentale perché la nota avversione del Ministro per la ricerca sulle staminali embrionali si scontra con l’opinione del 90% dei medici che è favorevole all'uso di embrioni per curare malattie, come risulta da una ricerca realizzata dal Censis, insieme al Forum Biomedico.

    I suoi dubbi sull’eutanasia e il testamento biologico sono irreali perché il Ministro non conosce o ha dimenticato il disegno di legge N. 2758, comunicato alla presidenza il 13 febbraio 2004 -Norme per la depenalizzazione dell’eutanasia- che recita: “la persona, al momento della richiesta, sia pienamente capace di intendere e di volere. 2. Le condizioni di cui al comma 1 devono essere attestate da una commissione composta da tre medici, di cui uno specialista della patologia, uno indicato dal paziente e uno designato dall’ordine dei medici tra coloro che non hanno sollevato obiezione di coscienza”.

    E non conosce o ha dimenticato il disegno di legge N. 2943 d’iniziativa del senatore Tomassini comunicato alla presidenza il 4 maggio 2004 -Norme in materia di dichiarazioni anticipate di trattamento. E se li conosce e non li ha dimenticati, evidentemente ha dimenticato che lui è il Ministro di tutti gli italiani, anche di quelli che non hanno la sua stessa visione del mondo.

    Signor Ministro, io ho letto con interesse il suo articolo, lei, la prego, legga con lo stesso interesse quanto segue: “Non rinuncerò alla vecchiezza se essa mi lascerà intero a me stesso, dico intero nella parte migliore; ma se comin*cerà a scuotere la mia mente, a schiantarne delle parti, se mi lascerà non la vera vita, ma solo una forza animatrice di vitalità organica, senz' altro me ne uscirò da quell'edificio in*teriormente viziato e destinato a rovinare. Non cercherò colla morte di fuggire una malattia purché si tratti di una malattia da cui possa guarire e il mio intelletto non venga deteriorato. Non volgerò le mani contro me stesso per fug*gire il dolore: in questo caso darsi la morte significa essere vinti. Ma quando saprò di dover soffrire condannato a un dolore senza fine, allora uscirò dalla vita non per fuggire il dolore, ma perché esso sarà d'impedimento a tutte quelle cose che costituiscono la ragione di vivere. (Lucio Anneo Seneca, Lettere a Lucilio cit., vol. I, pp. 335* - 336).

  4. #74
    io e basta
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    Do not resuscitate me

    5 aprile 2005

    di Il Calibano





    Il medico preistorico di tipo sacerdotale, il

    medico ippocratico che cura razionalmente

    osservando con occhio imparziale il complesso

    dell'uomo e la sua situazione, il medico medievale

    aggrappato alle concezioni speculative derivanti

    dall'autorità, tutti costoro sono stati soppiantati

    da secoli dal moderno medico scienziato.

    In questione, per lui, non è più Il sacerdozio, ma l'umanità.

    Karl Jaspers



    “…in un buon medico vanno aggiunti molti fattori che guidano la cura verso una relazione tra medico e paziente che implica una partecipazione profondamente individuale. In presenza di un esito felice, al paziente viene restituita la libertà e la possibilità di rientrare nel consueto ciclo della vita. Invece, se sono in gioco malattie croniche o addirittura casi disperati, senza alcuna speranza di guarigione, bisogna pur sempre alleviare i dolori. Con ciò diventa ancora più importante la funzione di questi fattori non oggettivabili. Problemi terribili gravano sul medico, particolarmente nel caso della spinosa questione di come guidare il processo che conduce alla morte. Fino a che punto il medico può mitigare le sofferenze, se insieme al dolore sottrae anche la personalità, la vita di cui essa è pienamente responsabile così come la sua morte? […]. L' "anima" non è un ambito parziale, bensì la complessiva esistenza corporea dell'uomo. Aristotele già lo sapeva. L'anima è la vita del corpo”. (Dove si nasconde la salute - Hans G. Gadamer - Cortina Raffaello).

    Non è solo la filosofia ad interrogarsi sul –dovere del medico-, sulla tecnologia sempre più sofisticata e di conoscere fino a che punto si possa arrivare nel mantenere in vita il paziente. Negli ospedali e nelle riviste specialistiche i medici si chiedono, sempre più spesso, se devono lasciare che i pazienti in fin di vita muoiano.

    Ci sono domande che, come fiumi carsici, dopo essersi imposte all’attenzione dell’opinione pubblica per un accanimento mediatico che trascolora in un sospetto di voyeurismo, spariscono dalle prime pagine e dai Tg per sprofondare nel sottosuolo dell’indifferenza, dando l’illusione che abbiano avuto una risposta definitiva, o che il problema che esse ponevano sia stato risolto. Naturalmente non è così. Quelle domande senza risposte continuano a popolare le notti e i giorni di chi non ha bisogno dell’attenzione interessata dei media per ricordare, perché quelle domande se le pone quotidianamente.

    Una di queste domande alla quale, in Italia, ci si ostina a non voler dare una risposta è questa: “c'è un diritto alla morte così come c'è un diritto alla vita?”.

    Il Professor H. G. Gadamer, noto filosofo morto all'età di 102 anni ad Heidelberg il 14 marzo 2002, in una intervista rilasciata a Fermo, Palazzo dei Priori, il 10 aprile del 1991, rispose: “ Sì! Si ha questo diritto, perché si è uomini liberi e perché lo scopo della terapia medica presuppone la persona; presuppone quindi che si abbia a che fare con un uomo il cui volere deve esser rispettato. In questo senso non mi sembra affatto difficile rispondere alla domanda. Nella prassi diviene però molto più difficile poiché il morire, l'agonia stessa, è un lento paralizzarsi della libera possibilità di decidere in cui l'uomo vive come uomo consapevole e sano. Per questo è una domanda ragionevole la sua. Io comunque risponderei così come ho fatto”.

    In America, il diritto a morire viene tutelato dall’acronimo DNR, "Do Not Resuscitate". Mentre i medici e gli specialisti di un pronto soccorso cercano di riportare in vita il paziente gravissimo, qualcuno esplora i suoi documenti: se viene trovato il "Living Will Testament", i protocolli di rianimazione vengono sospesi. Follia? Rifiuto del dolore? Cinismo? O, più semplicemente, consapevolezza che la possibilità di dover passare il resto della vita incoscienti e collegati a biomacchinari che simulano le funzioni vitali, è sempre più spesso una realtà? Quella morte che, nel passato, attendevamo soltanto dalle forbici affilate di Atropo o dalla pietà di Dio, ora, sempre più spesso, la attendiamo dalla sentenza di un giudice che ordini di sospendere il funzionamento di una macchina. Per sottrarsi a questo destino e restituire la morte alla morte, evitando quella terra di nessuno che si chiama SVP (stato vegetativo permanente), non resta altro mezzo che il testamento biologico che, sia ben chiaro, non è un obbligo per nessuno. Se è vero che è un diritto lasciare che la scienza dispieghi tutta la sua potenza affinché il nostro cuore non cessi di battere, i nostri polmoni di respirare, il nostro corpo di essere nutrito e idratato, è un diritto altrettanto inalienabile il rifiutare tutti questi trattamenti.

    La necessità di munirsi del testamento biologico viene confermata dall’epilogo della vicenda di Teresa Schiavo, epilogo che qualcuno ha impropriamente definito eutanasia, altri hanno definito sospensione delle terapie mediche, altri, senza eufemismi, hanno chiamato omicidio.

    Giuliano Ferrara, in un suo editoriale, ha paragonato la morte della Schiavo a quella dei disabili nel Terzo Reich, tirando in ballo, con un volteggio acrobatico degno di Igor Cassina, “I referendari del “sì” [che] dicono “nascere, guarire, scegliere”.

    Dio acceca chi vuol perdere, ma anche chi vuol scrivere usando la storia come un’arma per coventrizzare chi non condivide le sue opinioni. Senza agitare il fantasma del Terzo Reich, argomento principe di chi non ha argomenti, e senza allontanarsi di molto dalla Florida, Ferrara poteva citare il caso di Baby Doe, accaduto nel 1982. Si trattava di un neonato con sindrome di Down che presentava anche una fistola tracheoesofagea che impediva il passaggio del cibo nello stomaco. I genitori chiesero che non fosse operato (un in*tervento peraltro semplice e, per quella specifica complicanza, risolutivo) e il bambino, assistito solo con analgesici, morì pochi giorni dopo di fame. In seguito alle polemiche suscitate da questo caso, il governo americano promulgò un atto teso ad evitare discriminazioni nel trattamento dei neonati handicappati, a meno che i trattamenti non siano inutili in termini di sopravvivenza o "inumani".

    Il movimento a favore del testamento biologico è iniziato, come spesso avviene in queste materie, negli Stati Uniti, con una legge dello Stato della California del 1976 e si è diffuso poi in altri Stati americani, a seguito di un vasto dibattito pubblico su alcuni casi (noto anche in Italia il caso di Karen Quinlan) che hanno avuto grande risonanza in tutto il mondo. Speriamo che il caso Schiavo, e l’accanimento mediatico che lo ha caratterizzato, rappresenti un incentivo che spinga il Parlamento a discutere, senza preconcetti ideologici, i disegni di legge sul DAT che nel corso degli anni sono stati presentati.

    Giuliano Ferrara ammonisce: “Gli stolti guardano il dito anziché la Luna”. Ferrara, forse, per aver troppo guardato la Luna, ha dimenticato di guardare il dito della realtà.

  5. #75
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    Televisione e amplificazione

    10 aprile 2005

    di Il Calibano

    “… che significa "si muore"?

    L'uomo potrebbe avere cento sensi,

    e la morte annullare solo i cinque

    che noi conosciamo, mentre gli altri

    novantacinque potrebbero restare in vita.”

    Anton Pavlovic Cechov, Il giardino dei ciliegi.





    La televisione al tempo della televisione è sempre più simile ad Hollywood al tempo degli effetti speciali.

    Il sospetto di essere vittime di quelli che Huxley definiva “messaggi ipnopedici” trova il suo fondamento perchè neanche l’amplificazione esagerata di una notizia e l’uso esasperato di diverse formulazioni per indicare un solo concetto ci sorprendono più. Huxley sosteneva che le “democrazie” del futuro più che far ricorso alla censura delle notizie immaginata da Orwell in “1984”, sarebbero ricorse all'overdose cognitiva per ridurre i cittadini alla passività.

    Un noto aforisma di Luciano De Crescenzo recita pressappoco così: “Si comincia con il voler cambiare il mondo e si finisce col cambiare i canali”.

    Anche chi avesse fatta propria la rivoluzione minimalista dello zapping non avrebbe potuto sottrarsi all’overdose huxleiana che la Televisione al tempo della Televisione ha somministrato ai telespettatori in occasione degli ultimi giorni di Giovanni Paolo II.

    L’eccezionalità di una vita eccezionale non è abbastanza eccezionale (chiedo venia per la ripetizione ) per l’informazione televisiva che è rivale, innanzi tutto, dell' esperienza vissuta.

    Ed ecco l’Uomo del secolo subire una big-gymizzazione. Il Papa, vicario di Cristo in terra, diventa: il calciatore, il militare, l’attore, il drammaturgo, il poliglotta, lo sciatore, lo scalatore, il globetrotter, il malato, il moribondo.

    Le tre reti del servizio pubblico hanno tracimato in altre reti e queste in altre ancora; in un gioco di specchi che, in una progressione geometrica da apprendista stregone, ha esaurito in poche ore la notizia; ed allora il segno (ciò che permette di far conoscere), invece di affidarsi alla mistica riflessione individuale, al silenzio assordante dei ricordi, al filo sottile della algia del nous, allo scandire del tempo del dolore che crea una diversa visione e perciò un modo del tutto diverso di consi*derare il mondo e di comprendere l'accadere, ha scelto la via della clonazione infinita, della fotocopia mediatica di un segno mitigato dalla ripetitività,

    Del Papa malato si è detto molto, si è mostrato molto, della malattia del Papa si è detto poco, si è stati reticenti.

    La malattia non è un'esperienza che si sceglie di fa*re o di non fare, la malattia è inflitta e, come tale, può essere solo subita, un subire che è già un patire, e vissuta nella speranza che la guarigione, prima o poi, ristabilisca l’equilibrio naturale.

    Il Parkinson, in Italia, colpisce oltre 220.000 persone. È una malattia cronica che toglie progressivamente l'autonomia e costringe il malato a subire movimenti involontari eccessivi, blocchi motori improvvisi, tremore e rigidità, difficoltà di parola, disorientamento, confusione e perdita di memoria, depressione e allucinazioni. Non è vero che questa patologia sia legata alla vecchiaia. In realtà in Italia 10.000 pazienti hanno meno di 45 anni e la maggior parte dei casi insorge prima dei 60 anni.

    Attualmente non esiste una possibilità di guarigione, ma, in futuro, il Parkinson potrebbe essere debellato dalla ricerca sulle staminali embrionali.

    In Israele, nel 2004, alcuni scienziati sono riusciti a rallentare i sintomi del Parkinson in topi, impiantando cellule staminali umane nei loro cervelli. L'équipe del dr. Benjamin Reubinoff dell'Hadassah University Hospital di Gerusalemme, aveva usato cellule di un embrione clonato, manipolandole in laboratorio per creare tipi di neuroni che mancavano nei topi con il Parkinson.

    I tempi della ricerca non coincidono, quasi mai, con i tempi accelerati dalla disperazione dei malati, ma sono proprio il tempo e la ricerca scientifica a lavorare in favore dei malati di oggi, e di quelli che verranno…potremmo essere noi stessi o una persona che amiamo. Sarebbe bene non dimenticarlo mai, specialmente il 12 giugno, giorno in cui si terrà il referendum sulla procreazione medicalmente assistita.

  6. #76
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    Cercasi ateo disperatamente

    11 aprile 2005

    di Il Calibano



    Sono ateo teologico esistenziale.

    Credo nell'intelligenza dell'universo,

    con l'eccezione di qualche cantone svizzero.

    Woody Allen



    Il primo è stato Riccardo Berti che ha invitato a Batti & Ribatti, - una finestra sull'attualità il cui intento è quello di sviluppare polemiche culturali nate in terza pagina, nella consapevolezza che il rigore giornalistico in televisione non debba necessariamente produrre noia -, l’astrofisica stellare Margherita Hack e l'ex ministro della sanità Rosi Bindi.

    È noto che la striscia di approfondimento gioca tutto sul serrato confronto tra tesi diverse che, in questo caso, saltava agli occhi, non poteva riguardare l’estetica!

    Infatti, il conduttore-aforismologo-con-edizione-aldina, molto più astuto dei conduttori-comuni-con-cravatta-senape-avariata, non aveva invitato la Hack per conoscere il nome del suo coiffeur o per domandarle qualcosa di fisica stellare, e in particolare la spettroscopia da terra e dallo spazio di stelle con caratteristiche peculiari e binarie interagenti. No, sarebbe stato troppo ovvio e noioso! L’astrofisica era lì perché…è atea! Per intendersi, sarebbe stato come invitare Albert Einstein per misurargli la lingua! Non che Berti volesse misurare la lingua di un’atea astrofisica, Berti è uomo d’onore! Però all’astrofisica atea voleva misurare…l’anima.

    L’operazione risultava subito di un’eccessiva difficoltà perché, come ognun sa, l’ateo parla più facilmente dei suoi redditi con il fisco che della sua anima con un giornalista. Inoltre, gli scienziati, all’ordine compulsivo nei loro calcoli professionali, oppongono un disordine ossessivo nella loro vita privata. Sommate le due cose, risultava evidente che la Hack pur di non ammettere di non ricordare in quale cassetto avesse dimenticato l’anima, era pronta a giurare sulla tomba del gesuita Angelo Secchi, fondatore dell’astrofisica, che lei non ne aveva mai posseduta una. Tale, politicamente scorretta, affermazione veniva accolta dal Dott. Berti con un’improvvisa erezione del ciuffo. Di altre, meno visibili, erezioni non si ha notizia. Ma il sospetto che anche l’audience avesse avuto un’erezione, diventava certezza quando Giuliano Ferrara, non essendo riuscito a trovare un ateo intero, invitava, al suo ottoemezzo, due mezzi atei e, al posto della Bindi, il Dott. Socci, la cui presenza garantiva solo un miglioramento estetico.

    Cosa volesse misurare il Dott. Ferrara al Prof. Emanuele Severino e al Prof. Giulio Giorello, appariva subito di difficilissima comprensione, ma era chiaro che il filosofo nichilista - è noto che i nichilisti per Ferrara occupano, nella scala evolutiva, il gradino tra gli atei e i cercopitechi - non intendeva inchinarsi alla dittatura della maggioranza dei presenti in piazza San Pietro.

    Giorello, dal canto suo, contribuiva all’aumento della diaforesi del conduttore, facendosi vessillifero del dubbio sistematico e di quello metodico.

    Giovanni Masotti, vicedirettore e responsabile dell'informazione di RaiDue, sguinzagliava i suoi bravi a setacciare la penisola con l’ordine perentorio di non fare ritorno senza aver prima incarnierato un ateo o due. Vane le minacce, vane le ricerche!

    Tutto quello che il Dott. Masotti riusciva a sfoggiare sul tableau di caccia di “Punto e a capo” era un ex ateo, Bertinotti, e, al posto di Socci, il Prof. Buttiglione, la cui presenza garantiva solo un peggioramento estetico.

    Il conduttore-cravatta-onda-blu-capello-fonato, per favorire la tumescenza dell’audience, ricordava a se stesso e ai telespettatori che avevano di fronte uno degli ultimi esemplari di comunista vivente in cattività, al che il Bertinotti, fedele all’antica doppiezza, affermava di essere –uno che cerca! Detumescenza improvvisa e irreparabile dell’audience! l’ex-ateo-che-cerca non tira perché rappresenta il 100 % degli Italiani (meno la Hack che non rientra nelle statistiche), e se c’è una cosa che l’Italiano medio non sopporta è…l’Italiano medio.
    La caccia all’ateo è chiusa prima della stagione degli accoppiamenti per scarsità di prede, la Hack viene inserita nell’elenco delle specie protette e la normalizzazione della TV avviene il sabato sera con la resurrezione nazionalpopolare di Pippo Baudo, per la beatificazione si aspettano i risultati dell’audience.

  7. #77
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    Strabismo misoneista

    15 aprile 2005

    di Il Calibano





    Ne ho udito molto spesso di simili cose:

    consolatori molesti siete voi tutti.

    Avranno fine queste parole di vento?

    (Giobbe, 16,2-3)





    “«20 + 3 gg.; B.PD. 50 mm., LF 35 mm.» Il medico di*stoglie lo sguardo dal monitor; si rivolge alla giovane don*na stesa sul lettino e con un sorriso rassicurante prosegue: «Il feto cresce bene. Guardi, questa è la testa...» […] Il feto co*me fatto pubblicamente attestato attraverso la mediazio*ne professionale fa del corpo della donna […] «un terreno su cui è possi*bile vedere, intervenire, decidere […]. Es*so avvia la donna verso una serie di «cosiddette decisio*ni»: amniocentesi, eugenetica interiorizzata, moderna cura del neonato.[…] le biotecnolo*gie molecolari, tecnologie che consentono l'analisi e la manipolazione delle grosse molecole biologiche. Tale combinazione rende possibile diagnosi pre-impianto di gameti ed embrioni; è stato valutato che la loro appli*cazione riduce di almeno il 90% il trasferimento e l'e*ventuale impianto in utero di embrioni affetti da pato*logie trasmissibili o, nel caso delle coppie infertili, il tra*sferimento nell'utero di embrioni non in grado di im*piantarsi.”

    Quanto sopra riportato non sono estrapolazioni da una conferenza propagandistica di quelli del “nascere-guarire-scegliere” e tanto meno –intemperanze- della ministra Stefania Prestigiacomo, sono dei passi di un recentissimo saggio (febbraio 2005) sulla sociologia del corpo.

    Ognuno può valutare, alla luce delle proprie convinzioni etiche, quelle parole e gli scenari che prospettano, ma nessuno può pensare di impedire ad una donna di sottoporsi all’ecografia e di valutarne, con il medico, il responso e, nel caso delle coppie a “rischio” e sterili, di richiedere la diagnosi pre-impianto.

    Ritengo che molti Italiani sarebbero disposti a sottoscrivere quanto ho affermato. Molti, sì, ma alcuni, no. Fin qui, tutto rientra nel quot capita tot sententiae. Se le teste sono cinquantasette milioni, è inevitabile che non tutte la pensino allo stesso modo, ma è inquietante che chi la pensa in modo diverso voglia obbligare il resto delle capita ad assoggettarsi alla sua dittatura e, per affermare il pensiero unico, l’agguerrita e benedetta schiera giochi la scorrettissima carta del confondere il malato con la malattia. Il gioco è semplice, ma di grande effetto e la platea non può esimersi dalla standing ovation. Ecco il meccanismo: se ti dichiari favorevole alla diagnosi pre-impianto, il fogliante di turno ti accusa di essere sostenitore di una cinica e insensibile avversione nei confronti dei disabili. Il Dott. Veronesi sarebbe la reincarnazione del Dott. Mengele, i referendari del -sì- sarebbero i nipotini di Erode, le donne che si sottopongono alla amnio-villocentesi sarebbero delle edoniste-desideranti, le coppie che interrompono una gravidanza rappresenterebbero la testa di ponte della “sicurezza boriosa di sé e della propria forza dell’uomo medio e della donna media occidentale”.
    Cosa dovrebbero fare le donne è facilmente intuibile: astenersi dalle indagini prenatali. Il Prof. Veronesi dovrebbe sconsigliare la prevenzione e la diagnosi pre-impianto, le coppie dovrebbero affidarsi alla provvidenza, i ginecologi dovrebbero riciclarsi in qualche call center, gli ecografisti potrebbero sostituire gli stagionali extracomunitari e tutta la pletora degli analisti potrebbe reinventarsi forestale. E i foglianti? a quali argomenti dedicherebbero la loro occhiuta ed eticamente corretta professionalità? C’è da sperare che dopo aver contribuito alla santificazione della malattia, spendano un po’ della loro esuberante vis polemica per scrivere un articolo, ogni tanto, e un editoriale, ogni morte di papa…ops, pardon! sull’assistenza domiciliare ai disabili gravi, oppure sul diritto al voto dei disabili gravi, oppure sul diritto allo studio dei disabili gravi, oppure sul diritto alla lettura dei disabili gravi, oppure sui familiari (molto spesso ultrasessantenni) dei disabili gravi. Insomma, i foglianti-atei-cristiani-devoti dovrebbero accettare un consiglio (dopo che di consigli sono stati prodighi) e sottoporsi alle cure di un oculista-scientista che li liberi da quel noioso strabismo-misoneista che gli impedisce di vedere contemporaneamente il malato e la malattia e soccianamente “amare” il primo e veronesianamente “odiare” la seconda.

  8. #78
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    Predefinito Riferimento: Gli editoriali del Calibano

    Le rane relativiste

    22 aprile 2005

    di Il Calibano

    Senza cultura e la relativa libertà che ne deriva,

    la società, anche se fosse perfetta, sarebbe una giungla.

    Ecco perché ogni autentica creazione è in realtà un regalo per il futuro.

    Albert Camus



    Le rane dei favolisti greci e latini, le rane di Aristofane, le rane papaline del Leopardi e quelle meno blasonate, ma astute, di Trilussa e le insoddisfatte rane del Giusti. Metafore, allegorie, ricordi scolastici di sonnolente e interminabili ore scandite dal trillo della campanella che avvicinava il momento dell’uscita.

    Il legno del banco, istoriato dalla noia di crudeli temperini, aveva la dignità di un Pollock e l’incomprensibile armonia del tratto futurista. La voce del docente che disegnava arabeschi di saperi passati e curiosità presenti, si perdeva nei deserti adolescenziali ravvivati da rare oasi rigogliose di desideri inconfessabili e pindariche fantasie.

    Nel pantano relativista vivono, tra le canne relativiste e il limo relativista, le rane, ovviamente, relativiste. Per alcuni, non relativisti, il fango, la mota, il limo sono insopportabili kenosi dell’Eden, e le rane che in quel fango vivono, sono batraci immorali o ignavi da redimere, convertire e strappare a quell’abbraccio soffocante. Poco importa se è la terra bagnata, il fango, che ha visto sorgere la civiltà Mesopotamica, quella Egizia; Tigri, Eufrate, Nilo, Gange, Tevere, testimoniano del rapporto tra vita e fango, tra atto fecondante e materia produttrice. Poco importa se il termine ebraico adam è in relazione con adamah terra fertile, bagnata, ed intende, per estensione, l'uomo, l'umanità, quindi anche le rane relativiste che dell’uomo sono un’evoluzione sofisticata e inevitabile.

    Il pantano relativista si trova nell’Occidente che è la terra dove sorgono i dubbi e tramontano gli immutabili. Il tramonto degli assoluti è salutato dal gracidare assordante e cacofonico dei batraci relativisti (in altri pantani gli assoluti non tramontano mai e le rane non gracidano, o meglio, solo una rana gracida e tutte le altre, volenti o nolenti, devono ascoltare sempre lo stesso monotono gracidio che le accompagna dalle culle (troppe) alle tombe (troppo presto).
    Oddio, non si può certo dire che il concerto relativista delle rane relativiste nel pantano relativista sia piacevole come un notturno di Debussy…anzi, ogni rana suona lo strumento e lo spartito che preferisce: chi soffia a pieni polmoni nel trombone sfiatato del marxismo, chi preferisce il clarinetto del liberalismo, chi prova nuovi ritmi alla batteria del libertinismo, chi nostalgicamente intona le arie del collettivismo, chi jazzisticamente improvvisa l’assolo dell'individualismo radicale, chi ondeggia indeciso dall’organetto dell’ateismo all’organo del misticismo religioso, chi solfeggia la ballata dell'agnosticismo, chi gorgheggia l’arietta del sincretismo e così via. Ogni giorno nascono nuove band. Questo concerto ha un nome: si chiama Democrazia. Ma allora, che cosa tiene insieme queste rane melomani e irrimediabilmente individualiste? Forse è soltanto la convinzione che il coro, per quanto stonato, sia sempre migliore del miglior solista. E sì, che le rane relativiste del pantano relativista dell’Occidente relativista conoscono bene e hanno esperito sulla loro pelle le tragedie causate dai grandi Solisti, dalla Fede negli assoluti, dai Direttori d’orchestra di ogni tempo. Eppure oggi, le rane relativiste del pantano relativista dell’Occidente relativista, come le rane del Giusti, sentono il bisogno di riprovare la perigliosa ebbrezza di un Direttore d’orchestra che spieghi loro quale strumento suonare, come suonarlo, dove suonarlo, con chi suonarlo e, soprattutto, distribuisca a tutti lo stesso spartito con la musica della verità ultima e incontrovertibile. Quando le rane relativiste del pantano relativista dell’Occidente relativista si accorgeranno che l’agognato Direttore d’orchestra è una biscia sarà troppo tardi. Alcune dovranno rinunciare agli strumenti, altre agli spartiti ed evitare compositori come Voltaire, Montesquieu, Spengler, e tutte dovranno rinunciare a quel caos che, come scriveva George Santayana, “è un nome per ogni ordine che causa confusione nelle nostre menti”.

  9. #79
    io e basta
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    Predefinito Riferimento: Gli editoriali del Calibano

    Non colpevole

    28 aprile 2005

    di Il Calibano





    È da compiangere chi riesce a dormire

    per tutta la notte e giudica il sonno un bene prezioso.

    Pazzo, che è mai il sonno se non l'immagine della fredda morte?

    (Publio Ovidio Nasone, Amori)



    La Verità è di solito rappresentata come una giovane donna quasi nuda che regge una palma o uno specchio. Tra le figurazioni più celebri il Trionfo della Verità di Rubens, la Verità riabilitata dal Tempo di Goya.

    La verità che gli uomini cercano può essere una verità di “fede” o una verità che si disvela, contraddittoria, nella ricerca individuale, ma la verità che la società può offrire è la verità processuale.

    La verità processuale del caso Teresa Schiavo è questa: "Non e' stata trovata alcuna informazione o prova a sostegno delle accuse". -Il Dipartimento per i bambini e le famiglie della Florida ha scagionato Michael Schiavo dalle accuse di maltrattamenti alla moglie Terri, la donna in stato vegetativo morta il 31 marzo e al centro di un caso che ha aperto un dibattito mondiale sull'eutanasia.

    Erano stati i genitori di Terri ad accusare il marito, che ne era anche il custode legale, di aver tentato di farla morire di fame, di averla picchiata, curata in modo inappropriato e di averne accelerato la morte per il suo tornaconto economico.

    Nel 2002, gli Schindler si erano affidati all’ avvocato David Gibbs III, un dirigente della "Christian law association" e leader del gruppo "Citizens for decency".

    Iniziava così una campagna contro Michael Schiavo. Le accuse contro di lui vengono respinte in sede giudiziaria, ma spopolano su internet, e gli attivisti continuano a portare "prove sicure" circa un suo tentativo di iniettare insulina a Terri, una presunta schizofrenia, oltre a un tentativo di stupro. La famiglia Schindler convinta che l’unica maniera per salvarla è di ottenere il divorzio e quindi assicurarsi la tutela legale della donna, il 1° marzo 2005, si presenta in tribunale per ottenere il divorzio, accusando il marito di adulterio e inadempienze dei doveri coniugali. La vicenda della Schiavo diventa un campo di battaglia tra il movimento "pro vita" e coloro che difendono il diritto (per la vita e per la morte) alla scelta individuale: vale qui per Terri, ma anche per l'aborto, per la ricerca sulle cellule staminali, per l'eutanasia.

    Queste notizie sono frutto di una ricerca su Internet. La cosa che ho notato durante la lettura di numerosi articoli è stata l’opinione diffusa che non spettasse al marito di esercitare le prerogative di tutore, ma queste prerogative spettassero di diritto ai genitori considerate le sole persone in grado di decidere del bene della figlia. Un opinione, questa, dettata dal buonsenso e certamente più rispettosa della “verità”.

    La vicenda Schiavo si conclude così, lasciandosi alle spalle più dubbi che certezze, ma già un’altra sentenza, questa volta di un tribunale italiano, getta benzina sul fuoco del dibattito ancora in corso. La Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del padre di Eluana, Beppino Englaro, che chiedeva il distacco del sondino nasogastrico che tiene in vita la ragazza di Lecco, dal 1992 in stato vegetativo permanente in seguito a un incidente stradale. La motivazione è stata che "lo stabilire se sussista l'interesse (al provvedimento autorizzatorio), presuppone il ricorso a valutazioni della vita e della morte, che trovano il loro fondamento in concezioni di naturale etica o religiosa, e comunque (anche) extragiuridiche, quindi squisitamente soggettive: con la conseguenza che giammai il tutore potrebbe esprimere una valutazione che, in difetto di specifiche risultanze, nella specie neppure analiticamente prospettate, possa affermarsi coincidente con la valutazione dell' interdetta".

    Se non sono i genitori a poter testimoniare delle volontà espresse in “vita” da un figlio/a in stato vegetativo permanente, chi potrà rispondere alle domande dei “Beppino Englaro”?

    La parola ora passa al comitato nazionale di bioetica che -si occuperà ufficialmente del coma vegetativo. Dopo i casi di Terri Schiavo e di Eluana Englaro la questione delle cure a questi pazienti sarà affrontata dall' organismo. Il comitato, ha spiegato il vicepresidente Cinzia Caporale, dovrebbe riuscire a produrre una risposta su questo tema già nel mese prossimo.

    Qualunque sia l’orientamento che esprimerà il comitato di bioetica, resta il fatto che il Parlamento italiano sta ignorando, da anni, tutti i disegni di legge sul DAT (living will) che sono stati presentati e da Strasburgo, proprio ogg (28/04/2005), arriva la notizia che dopo un lungo e polemico dibattito l'Assemblea Parlamentare del Consiglio d'Europa ha respinto con 138 voti contrari, 26 favorevoli e 5 astenuti.il 'Rapporto Marty'’ che riguardava la "assistenza ai pazienti in fin di vita".

    Non si vuol dibattere sul living will, non si vuol dibattere sull’ortotanasia e sull’eutanasia, si preferisce nascondere la testa sotto la sabbia e criticare le nazioni che cercano di mettere un po’ di ordine nell’arbitrio vigente.

    Da qualche parte ho letto questa frase: “l’idea che sia bello morire consapevoli, -morire in piedi- : questa mi è sempre sembrata una crudeltà, già seduto mi sembrerebbe un progresso. L’idea di morire avendo delegato (DAT) mi sembrerebbe una grande liberazione, quella di avere qualcuno che in quel momento decida per noi”.

  10. #80
    io e basta
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    Gulliver in ospedale

    3 maggio 2005

    di Il Calibano



    “Da diverse ore avvertivo sempre più impellente

    la necessità di liberarmi e non c'era da meravigliarsene

    perché non lo facevo da due giorni.

    Mi trovavo dunque alle strette fra il bisogno e la vergogna”.



    J. Swift, I viaggi di Gulliver







    I viaggi di Gulliver fu pubblicato, a Londra, nel 1726. Dopo quasi tre secoli, Gulliver continua a viaggiare e trova nell’ Italia il paese dove si inverano tutte quelle invenzioni ( l‘esiguo, l‘enorme, l'alienato, l’assurdo, l’incredibile) cariche di ironia e straniamento che ne decisero il successo.

    Il –pianeta Sanità- non ha nulla da invidiare a Lilliput, Brobdingnag, Laputa, Houyhnhnms.

    Ecco un esempio: - Sono circa 340 mila gli infermieri italiani iscritti all'Albo professionale. Dalle università ne escono poco meno di 6 mila l'anno. In lieve ripresa rispetto al passato, ma comunque insufficienti a sostituire i quasi 13 mila che ogni anno vanno in pensione o smettono di prestare servizio. E così negli ospedali della penisola mancano almeno 40 mila professionisti, con gravi disagi per i pazienti. Una carenza di tali dimensioni è ''un problema tutto italiano''. Un caso praticamente unico in Europa, ''noto da tempo agli addetti ai lavori, ma troppo a lungo sottovalutato dalle istituzioni. Eh, le istituzioni! Cosa fanno le istituzioni quando prendono coscienza di aver sottovalutato il problema dell’assistenza ospedaliera? Direte voi, assumono più infermieri? Ingenui! Vi manca la fantasia, vi difetta l’ironia, non avete il colpo d’ala del genio! Abbrutiti dalle futili necessità quotidiane che vi costringono ad assumere una –badante- per vegliare il vostro famigliare ricoverato in ortopedia dove più di trenta degenti, un ventina immobilizzati a letto, sono assistiti da due infermieri, vi impanate nella farina della banalità, come ebeti cotolette. Chi non s’impana, anzi svetta sulla palude delle necessità con la maestosità di un’aquila e con la leggerezza di un allodola è il Presidente della Regione Lombardia, Roberto Formigoni, che ha stipulato un accordo tra Chiesa e Regione per garantire l’assistenza religiosa ai malati. L’intesa sottoscritta prevede in particolare l’obbligo di assunzione di un sacerdote per gli ospedali fino a 300 posti letto. Saranno due invece i preti da assumere nei nosocomi da 301 a 700 posti letto.

    Geniale, nevvero? A noi, insulsi mortali oppressi da Ananke, non resta altro che cospargerci il capo di cenere e sospirare, insieme a William Blake: “Quando vedi un'aquila, tu vedi una parte del genio: alza la testa!”

 

 
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