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Discussione: Proposta operativa

  1. #41
    Socialista nazionalitario
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    Citazione Originariamente Scritto da Skarm
    Secondo me la lotta per lo "Stato sociale" deve essere unicamente una fase iniziale...lo Stato sociale non può assolutamente essere lo "strumento di transizione" per eccellenza...l'obiettivo deve essere mettere in piedi un sistema capace di reggersi senza queste forme di "concessione pietistica" da parte dell'alto "monarca" statale, dato che i rappresentanti di quest'ultimo sono corruttibili (lo dimostrano il passato ed il presente)...

    Lo Stato deve mantenere la "parità delle opportunità di partenza", ma il resto deve essere tutelato dalla forza stessa (auto-organizzata) dei lavoratori...attraverso sistemi di mutua tutela e difesa, attraverso i monopoli del lavoro ed attraverso la fine del "sindacalismo professionale"...

    Sinceramente continuo a credere che la soluzione dei Sindacati Unitari di Professione sia molto migliore rispetto ad una tutela "dall'alto" di stampo statale...anche perchè una tutela da parte dello Stato rende il singolo debole ed isolato, mentre una autotutela da parte dei lavoratori stessi crea un tessuto forte che, in caso di ingiustizie e prevaricazioni, può reagire prontamente per tutelare i singoli...
    Skarm
    Quoto, certo la difesa dello stato sociale è un obiettivo minimalista in questa fase di attacco a tutte le conquiste fatte dei lavoratori nel secolo scorso.

    Daccordo sull'autogestione della produzione da parte dei lavoratori attraverso i sindacati unitari.

    Se si esce dal modo di produzione capitalista caratterizzato oltre che dalla proprietà privata dei mezzi di produzione anche , come afferma La Grassa, dalla competizione interimprenditoriale e si entra in un sistema socialistico ad economia pianificata e non concorrenziale si rischia che la scelta su cosa produrre sia di esclusiva competenza dello Stato con il rischio che i cittadini siano costretti, ad esempio a dover calzare solo un tipo di scarpe prodotte da un'unica fabbrica di scarpe e così per tanti altri beni di consumo.
    Pensi che con l'autogestione da parte dei sindacati si possa ovviare ad un rischio del genere?

  2. #42
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    OMNIA SUNT COMMUNIA

    Interessante l'idea, ma noi la lanciammo due anni fà e per questo vennero costituiti dei Comitati di Legittima Difesa per la costruzione del Movimento Popolare di Liberazione, noi mettiamo a disposizione questo embrione di Movimento, tutti possono contribuire alla sua costruzione, discutiamone.

    UNA FORZA POPOLARE DI LIBERAZIONE
    i motivi e le idee della resistenza all’impero americano


    Un anno fa alcuni di noi si fecero promotori di un testo dal titolo Peoples smash America che in poco tempo raccolse centinaia di adesioni. Non era solo un grido di allarme contro la guerra, era un appello al movimento che dilagava per le strade del paese a non fermarsi alla difesa della pace, ad attrezzarsi per la necessaria resistenza all’Impero americano. La nostra esortazione cadde sfortunatamente nel vuoto, che della “seconda superpotenza mondiale”, non appena i carri armati di Bush entrarono a Bagdad, non restò traccia. Neanche l’eroica resistenza del popolo iracheno risvegliò il movimento per la pace dalla sua catalessi.
    Rifiutandoci di seguire la corrente di riflusso noi ritenemmo, pur disponendo di forze modeste, che fosse necessario rilanciare l’iniziativa, a due livelli. Occorreva sostenere subito la resistenza irachena contro gli occupanti, ma pure avviare un lavoro che sapevamo essere di medio periodo, quello di fondare un nuovo movimento che non solo raccogliesse l’ostilità alla politica imperiale americana ma organizzasse anche qui una Resistenza all’americanismo e all’imperialismo.

    Non ci saremmo aspettati tanto fuoco di sbarramento. La manifestazione del 13 dicembre “Con il popolo iracheno che resiste” (presenziata dal portavoce della Resistenza Awni Al Kalemji) e al cui successo abbiamo contribuito, è stata oggetto, oltreché di un boicottaggio senza precedenti da parte di ampi settori della sinistra, di una vera e propria campagna di demonizzazione e criminalizzazione dei principali mezzi di informazione.
    Stessa sorte è toccata all’idea che ci sta più a cuore, quella di fondare un movimento politico antiamericanista, su cui è stato detto tutto e il contrario di tutto.

    E’ necessario a questo punto precisare le ragioni per cui riteniamo di dover andare avanti, iniziando proprio dall’analisi della situazione sociale, allo scopo di verificare se ciò che stiamo proponendo è velleitario o se, come pensiamo, poggia su obiettive tendenze materiali e spirituali. Di proposte politiche se ne possono infatti fare molte, si affermano solo quelle che incontrano un’effettiva domanda sociale.
    Ribatteremo infine, punto per punto, alle critiche e alle accuse che in questi mesi ci sono state rivolte.

    La crisi italiana

    Il nostro paese vive da lunga data una crisi complessiva, che è economica, sociale, politica e culturale. Essa si inscrive in quella internazionale segnata da due fattori: l’incapacità del capitalismo di soddisfare i bisogni, anche primari, della maggioranza degli esseri umani, e le tensioni dovute al passaggio dall’estinto ordine bipolare all’impero americano.
    I gruppi dominanti che negli anni '90 si sono trovati al potere, approfittando del collasso del regime democristiano portarono un attacco demolitore alle conquiste del movimento operaio e alle secolari tradizioni popolari, solidaristiche ed egualitarie (che pur in modo parziale sono state fissate nella Costituzione). Questi gruppi importarono il modello americano, non solo sul piano economico, ma pure su quelli politico, istituzionale e culturale. Ma questa americanizzazione, invece di risolvere la crisi l’ha aggravata, e da essa non si uscirà con semplici aggiustamenti, con mezze misure, ma solo con soluzioni radicali.
    Quali sono? O l’americanizzazione verrà completata, portata alle sue ultime conseguenze con devastanti lacerazioni sociali, o al suo posto si affermerà la contro-tendenza opposta, una sostanziale de-americanizzazione, economica, politica, sociale e culturale.
    Il paese non può, pena il naufragio, galleggiare e oscillare ancora a lungo tra Scilla e Cariddi. Il momento della scelta è più vicino di quanto si pensi. Sotto traccia, impercettibilmente, matura una nuova polarizzazione sociale, si vanno formando gli eserciti destinati ad affrontarsi in campo aperto. Dall’esito di questa battaglia dipenderà il futuro.

    L’opposizione all’americanizzazione

    Gli artefici dell’americanizzazione liberista non possono dunque né restare a lungo in mezzo al guado né fare marcia indietro. Sono obbligati ad andare avanti. Essi debbono accelerare il processo di americanizzazione su tutti i piani: economico, sociale, istituzionale e culturale. Ma più essi procedono, più si separano dalla “società civile”, più alimentano la resistenza. Le recenti proteste sociali, da quella dei dipendenti del trasporto urbano a quelle dei medici, da quelle dei siderurgici a quelle ambientaliste, da quelle dei lavoratori dell’Alitalia a quelle dei magistrati, pur profondamente diverse l’una dall’altra, hanno un oggettivo comune denominatore: il rifiuto del modello sociale e istituzionale americano-liberista.
    Questa tendenza era stata preceduta da alcuni fenomeni di grande importanza politica. Il movimento no global e quelli per la pace, hanno mostrato che la società non è stata normalizzata, che l’americanizzazione si è fermata alla superficie; che in essa vanno anzi crescendo non solo l’opposizione al corso degli eventi ma pure una domanda di cambiamento, un desiderio ancora confuso di svolta.
    I sondaggi di opinione commissionati dagli stessi governi confermano lo iato tra la “società civile” e la sua rappresentazione politica, di destra e sinistra, di vecchi e nuovi reazionari, mostrano che i sentimenti antiamericanisti si vanno consolidando. Emblematico quello compiuto a scala europea, in base al quale la maggioranza dei cittadini ritiene che Israele e gli U.S.A. siano le due principali minacce della pace mondiale.
    La vergognosa successiva campagna di intossicazione, centrata sull’accusa di “antisemitismo”, è stata la più chiara conferma che questa discrasia diventa una voragine, che le forze politiche sistemiche (in un contesto in cui ai governi nazionali non restano che margini del tutto residuali di azione) non possono rappresentare queste spinte sociali e questi sentimenti culturali.
    Siamo davanti alle avvisaglie di una crisi sociale che potrebbe dunque diventare una crisi politica e istituzionale senza precedenti. E’ questa fibrillazione sociale, è la resistenza popolare trasversale che rende virulenta e imprevedibile la guerra per bande dentro le istituzioni, che spiega l’instabilità politica crescente, la sostanziale paralisi dei governi nonostante essi godano di maggioranze parlamentari senza precedenti. Il baraccone bipolare è in affanno, un’eventuale spallata sociale dal basso potrebbe farlo crollare. L’intensificazione della crisi e dei conflitti è più probabile di una normalizzazione.

    Chi rappresenta chi?

    Chi darà voce a queste istanze profonde? Questo è il problema più scottante di questo periodo, la domanda che ci siamo posti quando abbiamo avanzato l’idea un nuovo movimento popolare di liberazione antiamericanista.
    Noi muoviamo da tre convinzioni: che le tradizioni storiche di questo paese (che i liberali liquidano con l’epiteto di “catto-comunista” intendendo in realtà l’egualitarismo sociale e un universalismo umanistico) sono refrattarie all’americanismo e chiedono di essere rappresentate; che si sta aprendo, fuori dal campo bipolare, un varco che diventerà un vero e proprio spazio politico di massa; che questo spazio ora vuoto, prima o poi, sarà occupato.
    Stiamo appunto proponendo di rompere gli indugi, di porci l’obbiettivo di dare voce alle istanze che vanno prendendo piede tra le masse e che non noi, ma i maître a penser del regime hanno bollato, in maniera dispregiativa, come antiamericaniste.
    I tempi sono stringenti. Il fattore tempo, in politica, è cruciale, è quello che separa le potenziali avanguardie che vogliono imprimere una data direzione agli eventi storici, da coloro che non potranno che assistere fatalisticamente ai fatti.
    Sappiamo bene che il nostro slancio, affinché produca il risultato sperato, ha bisogno che certi processi sociali, ancora incipienti, giungano ad una certa maturazione. Occorre anzitutto che la resistenza si stabilizzi e si rafforzi, che entrino in scena, oltre agli strati sociali contrattualmente forti, quelli più deboli afferrati nell’universo del lavoro precario e flessibile, dell’esclusione sociale. Occorre che questa nuova opposizione sociale incontri la diffusa ostilità culturale e spirituale al Moloch americano-liberista.
    Questa evoluzione non dipende da noi, ciò che dipende da noi è costruire per tempo un saldo punto di riferimento e di ancoraggio a istanze sociali e politiche che stanno oltre al mero sindacalismo sociale, che contengono un’esigenza generale di fuoriuscita dalla globalizzazione imperialistica e dalla sfera geopolitica del dominio americano. Non abbiamo nulla da perdere, se non le catene di un paralizzante minoritarismo.

    Il populismo

    Ciò che deve spingerci ad accelerare il passo è che il varco politico che sta tra la “società regale” e quella “reale”, vista la refrattarietà dei ceti politici istituzionali, rischia di essere occupato da un nuovo populismo, un populismo che troverà quasi certamente i suoi catalizzatori fuori dal perimetro istituzionale. Non si tratta di un fulmine a ciel sereno: da un decennio, non solo in Italia ma in mezza Europa, vediamo tutti sintomi dell’avvento di movimenti populisti (Italia, Austria, Francia, Olanda, Belgio, ecc.).
    Non si tratta di fare esorcismi. Col populismo in fieri occorre fare i conti, individuando anzitutto le sue cause, che risiedono nella fine delle “aspettative di benessere crescenti”, nel lento processo di pauperizzazione dello stesso ceto medio, nella percezione che la caduta di rango sociale è inarrestabile. Certi sociologi parlano dello “effetto di spaesamento e sradicamento” indotto dai processi di globalizzazione. Questo “spaesamento” è amplificato dal pensiero unico americanista dominante che batte in modo martellante su un unico tasto: la globalizzazione è una ineluttabile e auspicabile fatalità.
    Quattro sono gli elementi principali dell’incipiente populismo:
    1. la resistenza alla pauperizzazione e alla degradazione del proprio rango sociale; 2. il rifiuto della modernità realmente esistente e la renitenza davanti al mito della globalizzazione; 3. la rivolta contro il fatalismo che presenta la globalizzazione come fenomeno inarrestabile; 4. l’avversione verso il carattere iper-oligarchico del capitalismo, che è anche astio verso il sistema politico che protegge gli interessi di queste oligarchie.
    Possiamo considerare queste istanze come reazionarie? No, non possiamo.
    Esse, pur presentandosi mescolate ad altre meno nobili e inaccettabili (è un vizio dei dottrinari la spocchia verso ciò che non è “puro e limpido” come vorrebbero) sono istanze legittime, hanno un valore che osiamo definire progressivo. Esse sono tuttavia aperte ad esiti non solo diversi ma opposti: possono essere utilizzate sia da forze politiche anticapitaliste e antistemiche, che neocapitaliste e neoimperialiste.
    E’ indiscutibile che chiunque voglia fuoriuscire dal capitalismo non può prescindere da queste istanze, deve anzi rappresentarle per declinarle in maniera adeguata.
    Tra le istanze populiste inaccettabili due spiccano sulle altre: la xenofobia e la pulsione allo “Statofortismo”. Pur respingendo l’ideologia della “società multietnica” (che si traduce nei fatti nell’americano melting pot, ovvero nel sistema segregazionistico dei ghetti) e ogni feticismo parlamentare; noi vogliamo invece difendere i diritti degli immigrati, che sono le prime vittime della globalizzazione capitalistica, e le tradizioni e le norme democratiche che a caro prezzo il movimento operaio e le classi subalterne hanno strappato in lotte secolari.

    La sinistra sistemica inorridisce davanti al rischio “plebeo e antipolitico” del populismo in fieri aggrappandosi ostinatamente al PTPC (Partito Trasversale Politicamente Corretto)e ai dogmi non dell’americanismo. Quali sono questi dogmi? Il capitalismo come sistema sociale eterno, il diritto dell’Occidente imperialista ad esercitare la propria supremazia mondiale, gli Stati Uniti come Stato guida del sistema, Israele come suo avamposto inviolabile.
    La sinistra radicale, pur rappresentando forze sociali che resistono all’americanismo, si rifiuta pudicamente di ammetterlo, restando impigliata, via Rifondazione, nell’orbita del PTPC. Si illude di contrastare il populismo con l’anatema, opponendo un sindacalismo sociale vagamente classista declinato con un massimalismo politico privo di costrutto. In realtà questa sinistra è già populistizzata: il massimalismo non è infatti altro che un populismo declinato a sinistra. Essa tende si a rappresentare istanze sociali anticapitaliste ma non va oltre a slogan astratti e generici, avanzando l’idea velleitaria di una “umanizzazione della globalizzazione” (“un altro mondo è possibile”), rifiutando di porre sul tappeto la fuoriuscita dal capitalismo. E’ un massimalismo che ha reciso i suoi ponti col marxismo, “politicamente corretto”, imbelle e senza prospettive.
    Questa sinistra non vuole accettare che il fenomeno della mondializzazione imperialista, avendo causato devastanti sconquassi sociali planetari non meno violenti della rivoluzione industriale, ha travolto le sovrastrutture e le rappresentazioni ideologiche, tra cui le categorie di scaturigine ottocentesca di “progressista e conservatore”, “riformatore e reazionario”, “innovatore e passatista”.

    Un’altra possibilità

    Se adottassimo la tradizionale categorizzazione per cui progressista è accogliere la modernità, lo sviluppo della tecnica e della scienza, il primato categorico dello sviluppo sulle forze produttive, progressisti e di sinistra sarebbero proprio gli artefici e i partigiani americanisti della globalizzazione imperialista. Non a caso i cantori di quest’ultima condannano addirittura il movimento no global come “conservatore” e spesso “reazionario”. Di converso, ove assumessimo altri paradigmi e pietre angolari (una concezione antieconomicistica e anticonsumistica della qualità della vita umano-sociale, il creativo lavoro umano come principale forza produttiva, la salvaguardia della natura e delle biodiversità, la difesa di culture, costumi e tradizioni in cui si incardina un’intera civilizzazione, la difesa delle prerogative degli stati nazionali) saremmo effettivamente dei “conservatori”; in quanto bisogna “mettere al riparo” le basi della civilizzazione, ciò che resta di naturale e di umano, dallo schiacciasassi dello sviluppo imperialistico (in quanto effettivamente “salvaguardare” significa anche “conservare”). Senza questa preservazione nessun futuro storico di liberazione sarebbe possibile.
    Non stiamo dicendo che queste categorie sono prive di ogni contenuto di senso: stiamo dicendo che esse vanno riprecisate e riformulate se davvero vogliamo cambiare questo mondo. Così come occorre respingere l’ideologia “progressista” che considera la scienza e la tecnologia come fossero fenomeni neutrali. Scienza e tecnica sono invece fattori sociali, che il sistema forgia e utilizza per perpetuare determinate relazioni classiste di oppressione. Non è quindi il concetto di modernità in sé che respingiamo, ma la modernità realmente esistente, quella che porta le stimmate della globalizzazione imperialista. Lo sviluppo scientifico può essere un fattore distruttivo se non lo si strappa dalla mani dell’oligarchia imperialista per porlo sotto il controllo sociale.

    Non si contrasta il populismo che cova tra le masse demonizzandolo, confondendo le istanze legittime con quelle inaccettabili, la spinta sociale con la sua eventuale rappresentazione politica.
    Il fatto è che il populismo in fieri si va nutrendo non dentro gli angusti e improbabili confini del neofascismo, ma dentro il nostro universo, quello antiamericanista e antiliberista. Lo stesso nazionalismo di ritorno di cui il populismo si farà senz’altro interprete non può essere liquidato come “reazionario”. A certe condizioni è invece un fattore positivo, in quanto la richiesta di un maggiore interventismo nazionale e pubblico, non solo traduce la legittima richiesta di stato sociale (di tutela pubblica dalla globalizzazione liberista e dalle cieche leggi di mercato); esprime anche il rifiuto della supremazia americana e contesta la sovranità limitata a cui l’Italia e l’Europa soggiacciono con l’avallo delle classi e dei blocchi politici bipolari dominanti. Possiamo e dobbiamo accogliere, anche nel nostro paese, l’istanza di una piena indipendenza nazionale, declinandola in maniera antimperialista, coniugandola anzi con una politica estera di solidarietà coi popoli del sud del mondo, a partire da quelli del Mediterraneo e del Medio Oriente.
    In questa cornice noi non accettiamo l’Unione Europea, non solo in quanto le sue fondamenta sono imperialistiche (NATO) e liberiste (Maastricht), anche in quanto questa Unione è stata intrinsecamente concepita come alleata subordinata e cobelligerante degli Stati Uniti (un segmento sull’asse Washington Tel Aviv). L’unità europea che vogliamo passa per il rovesciamento degli attuali regimi e la rottura dei legami di sudditanza con gli U.S.A.

    Il nostro è dunque un grido di allarme: se non sarà un soggetto anticapitalista a rappresentare queste legittime istanze, declinandole in modo universalistico sarà senz’altro il populismo a farlo, con il rischio che esso, come accadde già col fascismo, diventi la clava con cui il capitale prima colpirà i suoi avversari, poi rinsalderà il suo dominio statuale. Non si tratta dunque di allearsi al populismo, ma di contrastarlo, di fermarlo occupando il suo spazio sociale.
    Per questo occorre un nuovo soggetto politico, una forza popolare di liberazione, saldamente ancorata ai principi anticapitalisti e socialisti di uguaglianza, fratellanza e libertà.


    Undici Obiezioni

    Sul piano teorico e politico undici sono le obiezioni principali che sono state mosse contro l’antiamericanismo. Risponderemo mostrando che quella che appare come mera negazione contiene in verità una molteplicità di dirimenti affermazioni; che i nostri motivi e le nostre idee principali non trovano corrispondenza, né nei partiti tradizionali, né nei movimenti che si agitano fuori dal perimetro sistemico; che essi sono sufficienti a costituire un nuovo movimento politico e culturale.

    La prima.
    Gli U.S.A., nonostante gli errori eventuali dei suoi governi, sono un paese democratico, il punto più alto del progresso del genere umano

    Questa è l’obiezione dei liberali di ogni parrocchia.
    Gli USA sono invece un paese oligarchico, ideocratico, fondato sull’esclusione sociale e politica della maggioranza della popolazione. Attraverso un sistema elettorale blindato e censitario, per mezzo di due partiti del tutto speculari e un Presidente con poteri di tipo assolutistico, una ristretta oligarchia di milionari detiene tutto il potere. Ciò che gli Stati Uniti esportano con i mezzi più sanguinari (da Hiroshima all’Iraq) non è dunque la democrazia, ma un sistema liberticida e neocolonialista in cui tutti i popoli sono costretti alla sottomissione. Riguardo alla “civiltà”, gli U.S.A. si pongono agli antipodi della tradizione umanistica europea. I principi universali di uguaglianza, fratellanza e libertà sono rimpiazzati dal darwinismo sociale, dall’egoismo individualista, dal primato incondizionato della ricchezza materiale. L’americanismo non è solo una variante liberista del liberalismo, è “pensiero forte”, pervasivo e fondamentalista, una concezione del mondo, la pretesa di imporre un “progresso” che più avanza più pregiudica il futuro della natura e dell’umanità. E’ l’ideologia con cui si legittima la pretesa nordamericana di sottomettere il mondo al loro impero unico.

    La seconda.
    L’antiamericanismo, avendo una matrice storica fascista, implica accettare un’antisemita alleanza rosso-nera.

    E’ l’obiezione che ci viene mossa dai sionisti e da certi loro sinistri sodali “antifascisti”.
    I sionisti pensano sia loro tutto concesso a causa delle persecuzioni subite. Noi riteniamo che Israele, che è la principale base militare americana, applichi verso i palestinesi lo stesso trattamento che il nazismo ebbe con le minoranze ebraiche in Europa. L’antiamericanismo non ha affatto scaturigini fasciste. E’ vero il contrario. Non è un mistero che gli U.S.A. erano per Hitler un modello poiché vedeva in esso l’applicazione più conseguente di una sistema fondato sulla supremazia ariana e la segregazione razziale. Come è nota l’ammirazione che il fascismo italiano ha nutrito verso gli U.S.A., almeno fino alla seconda guerra (né si può negare che l’americanismo, almeno fino alla crisi del ‘29, esercitò il suo fascino pure sul movimento comunista). Successivamente, fino al crollo dell’URSS, i fascisti, in nome dell’anticomunismo, sono stati i cani da guardia degli interessi strategici americani, mentre l’antiamericanismo è stato la bandiera dei movimenti antimperialisti di liberazione e della migliore sinistra occidentale. E’ vero che oggi alcune sette fasciste si considerano antiamericaniste, anticapitaliste o socialiste. Una ragione in più per non lasciar loro il patrocinio su tradizioni e valori che col fascismo hanno mostrato di essere inconciliabili.

    La terza.
    E’ sbagliato declinare l’antiamericanismo coi valori di uguaglianza, fratellanza e libertà. Questa è una maniera per connotarla a sinistra, mentre l’antiamericanismo implica il definitivo superamento delle divisioni tra sinistra e destra.

    Questa è l’obiezione ci viene rivolta da alcuni intellettuali moderati “differenzialisti”.
    Non nutriamo verso gli Stati Uniti un’aprioristica ostilità. Il nostro antiamericanismo in quanto negazione dei dogmi su cui si fonda l’egemonia statunitense (il darwinismo sociale, l’egoismo individualistico, il primato incondizionato della ricchezza materiale, il capitalismo come sistema sociale eterno, il diritto dell’Occidente imperialista ad esercitare la propria supremazia mondiale, gli Stati Uniti come Stato guida del sistema, Israele come suo avamposto inviolabile) è dunque affermativo dei valori più alti della tradizione umanistica e universalistica europea che la storia ha fissato nei principi di uguaglianza, fratellanza e libertà. Le destre di ogni tipo, non hanno solo calpestato questi principi, li negano a priori.
    E’ certo che “socialismi reali” non sono riusciti a coniugare eguaglianza e libertà, mentre è un fatto inoppugnabile che quei principi universalistici sono stati per duecento anni il vero e proprio DNA di ogni movimento anticapitalista.
    Se per sinistra si vuole significare chi si senta erede del “socialismo reale” o addirittura imparentato coi Prodi e i D’Alema, noi non lo siamo affatto. Se invece si intende la difesa di quei tre principi universali, e la subordinazione dell’economia alla politica e all’etica, allora ci si dica pure che siamo di sinistra.

    La quarta.
    L’antiamericanismo è un’assurdità, poiché gli Stati Uniti hanno dato alla civiltà mondiale contributi preziosi e inestimabili nei campi culturale, artistico e scientifico.

    Questa è l’obiezione ci viene invece mossa dall’intellighenzia che si considera progressista o “politicamente corretta”.
    E’ vero, gli U.S.A. non sono solo lo sterminio dei nativi indiani, lo schiavismo, la segregazione razziale, Hiroshima, Bush e la Coca Cola.
    Siamo i primi a riconoscere il valore di certa cultura americana. Tuttavia questo aspetto non è solo secondario, esso è utilizzato come rivestimento ideologico per legittimare l’americanismo, la supremazia imperialistica e imperiale a stelle e strisce, e chi non lo riconosca rischia di essere arruolato come truppa ausiliaria nell’esercito dello Zio Sam. Del resto, padroni quasi assoluti dell’industria culturale mondiale, gli americani ci propinano non il meglio ma il peggio della loro cultura. I fatti ineludibili sono che il mondo è sommerso dalla spazzatura “culturale” americana, che a causa dei mezzi inusitati con cui è propagata provoca un vorace processo di assimilazione di ogni sapere, di ogni conoscenza, di ogni creatività artistica, di ogni pensiero che non siano compatibili con l’universo a stelle e strisce. L’americanismo sta uccidendo la civilizzazione mondiale e dunque la stessa cultura indipendente americana. Per questo va fermato, prima che sia troppo tardi.

    La quinta.
    L’Amministrazione Bush è solo un effimero colpo di coda, mentre la tendenza all’Impero di cui gli U.S.A. sono artefici è, nonostante tutto, progressiva, perché conduce al superamento degli Stati-nazione e così avvicina e unifica i popoli.

    Questa è l’obiezione di alcuni futurologi, tra cui Toni Negri.
    I “Neocons” esprimono, pur nella forma sfrontata e fondamentalista del “secolo americano” e della “missione speciale”, una tendenza costitutiva alla tirannide imperiale, determinata a fagocitare ogni altra civiltà e annientare ogni resistenza. Questa tendenza, fattasi incalzante soprattutto dopo il crollo dell’URSS, è condivisa anche dai notabili del Partito democratico, che non sono meno decisi dei repubblicani a consolidare la supremazia statunitense. Interpretare questa spinta al dominio imperiale mondiale come se essa fosse, suo malgrado, progressista, è una pura e semplice follia. L’espansionismo U.S.A. conduce ad un’epoca di guerre catastrofiche che causerà nuove resistenze, nuove fratture, nuovi nazionalismi e il paventato “scontro di civiltà”. Quello americano non è un imperialismo internazionalistico, ma ultranazionalista e razzista.

    La sesta.
    E’ sbagliato considerare il popolo degli Stati Uniti un avversario, mentre il nemico è solo il governo di quel paese.

    Questa è la critica che ci viene mossa da alcuni ambienti del movimento no global.
    Il nostro bersaglio è in effetti il governo americano, non certo tutti gli abitanti che vivono negli Stati Uniti. Il fatto è che gli U.S.A., oltre ad essere una nazione costruita sul genocidio dei nativi e la schiavizzazione dei neri, sono un paese multinazionale dove la supremazia spetta ad un popolo soltanto (quello Wasp, i bianchi di origine anglosassone e di religione protestante), che costituisce la vera base sociale dell’imperialismo americano. La metà degli abitanti è di fatto composta di “esclusi”, di nuovi schiavi che non esercitano nemmeno i diritti civili. Riferirsi ad un indistinto “popolo americano” non è solo falso, è politicamente sbagliato, poiché conduce a porre un segno di uguaglianza tra oppressi e oppressori.

    La settima.
    L’America è un continente composto di tanti paesi, non solo dagli U.S.A. Semmai ci si dovrebbe proclamare “antistatunitensi”.

    Questa è l’obiezione di certi nostri fratelli latinoamericani.
    Non dimentichiamo affatto la lunga tradizione di lotte anticolonialiste e antimperialiste dei popoli latinoamericani, da Bolivar a Che Guevara, passando per Villa e Zapata. Essi hanno combattuto per la liberazione dei popoli oppressi in nome di un’America libera dal tallone dei gringos-yankees. Tuttavia noi viviamo in Europa, dove gli U.S.A. sono l’America, dove il concetto di “americanismo”, oltre ad essere sinonimo di imperialismo americano, è diventato senso comune. Del pari, quando qui si parla di “antiamericanismo”, nessuno fraintende: si sta parlando dell’opposizione al modello sociale statunitense, della resistenza alla sua tirannia.

    L’ottava.
    L’aggressività americana esprime in realtà il loro profondo e inarrestabile declino mentre la prima potenza mondiale, in prospettiva, è l’Unione Europea.

    Questa è l’obiezione tipica degli economicisti, sia di sinistra che liberali.
    Questi critici commettono l’errore di misurare la potenza solo con criteri quantitativi, ed esagerano deliberatamente i punti deboli del capitalismo americano. Gli U.S.A. detengono una posizione di assoluta supremazia in quattro settori cruciali (finanziario, militare, scientifico, delle comunicazioni di massa), mentre continuano ad essere la prima potenza nella produzione industriale e agricola. Quello imperialista è certo un sistema conflittuale, segnato dalla competizione tra le diverse potenze, ma non c’è alcun automatismo che conduca dalla competizione economica e geopolitica al contrasto bellico. E’ certo vero il capitalismo europeo centrale (quello renano), tenti di superare la sua posizione di sudditanza e di impotenza; il fatto è che l’attuale asse carolingio punta ad un riequilibrio dei rapporti di forza, ad un regime imperialistico di condominio, e non invece ad uno strutturale capovolgimento di fronte. Questa ambizione si scontra del resto con la strategia imperiale americana che tende a consolidare la propria supremazia e considera l’Europa come una provincia. Che questi rapporti di forza imperialistici possano un giorno subire un violento capovolgimento è teoricamente possibile, ma ciò implica, proprio in Europa, un rovesciamento dei gruppi oggi al potere che sono costitutivamente filoamericani. Se gli U.S.A. sono oggi la potenza dominante da combattere in prima istanza, non stiamo certo proponendo di fare la guerra per il Re di Prussia, perorando la supremazia dell’imperialismo europeo al posto di quello americano.

    La nona.
    Quello americano è solo un imperialismo tra gli altri, che vanno combattuti tutti assieme. Occorre essere antimperialisti punto e basta.

    Questa è l’obiezione che ci rivolgono certi ambienti di ultrasinistra.
    Il sistema imperialistico è una formazione mondiale piramidale, rigidamente strutturata per linee verticali e convergenti, una mimesi del capitalismo di cui è espressione. L’imperialismo americano è sotto ogni punto di vista il principale pilastro economico e politico di questo sistema, dalla cui stabilità dipendono tutti gli altri, che sono con esso in completa simbiosi. Gli U.S.A., possedendo basi militari e distaccamenti nella grande maggioranza delle nazioni, attraverso una fitta rete di alleanze esercitano un’indiscussa supremazia militare, e sono di fatto il principale guardiano dell’ordine mondiale. Solo dei ciechi possono ad esempio affermare che la Svizzera, che certo è un paese imperialistico, è un nemico per gli iracheni al pari degli Stati Uniti, o che per i palestinesi Israele è un antagonista al pari dell’Europa. Una sconfitta delle ambizioni imperiali americane sarebbe un colpo letale per tutto il sistema imperialistico.

    La decima. La sola contraddizione che va presa in considerazione è quella tra proletari e borghesia. Occorre combattere il capitalismo in quanto tale e in ogni sua forma.

    Questa è l’obiezione che nella sua forma chimicamente pura ci viene rivolta dagli anarchici.
    Noi non neghiamo che vi sia una contraddizione tra le principali classi sociali, ma che essa sia quella principale dipende da una serie di fattori sociali e storici. Anche la contraddizione primaria è determinata, condizionata. Spesso poi una contraddizione secondaria diventa principale e viceversa. Oggi il conflitto fondamentale, ovvero quello che spiega e trascina tutti gli altri, non si manifesta nei paesi capitalisti più forti, nella fattispecie tra lavoro salariato e capitale: si manifesta su scala mondiale e oppone l’imperialismo, quello U.S.A. in primis, e la grande maggioranza dei popoli, che sono oppressi e la cui resistenza è il fattore più importante del cambiamento. Il proletariato occidentale non è oggi l’avanguardia della lotta contro l’imperialismo, chiunque si ostini a non vedere questo fatto ha la testa fra le nuvole. La tesi per cui occorre combattere il capitalismo in ogni sua forma e ad ogni latitudine, apparentemente rivoluzionaria, è infine una foglia di fico “massimalista” per camuffare una posizione di equidistanza tra i movimenti di liberazione dei popoli oppressi (a cui viene rimproverato di essere interclassisti) e l’imperialismo.

    L’undicesima.
    Un nuovo movimento politico va costituito, ma esso abbisogna di basi teoriche e programmatiche più solide che non i principi di eguaglianza, fratellanza e libertà, che sono generici, deboli, quindi insufficienti.

    Questa critica ci viene rivolta dai comunisti più intransigenti.
    Essi ritengono che la ripresa dei capisaldi della rivoluzione francese implichi la rinunzia a quelli “classisti” delle rivoluzioni socialiste. In verità, se le rivoluzioni socialiste sono potute accadere è solo perché esse hanno non negato ma assunto i principi di eguaglianza, fratellanza e libertà. Le classi oppresse possono infatti guidare un processo di liberazione solo a condizione che la loro lotta superi i limiti angusti dei propri interessi di classe e venga percepita come lotta universale, che porta con sé la liberazione generale di tutte le forze produttive sociali, della grande maggioranza della popolazione.
    Non stiamo per questo affermando che questi tre principi siano autosufficienti. Nient’affatto. Sono per noi solo dei presupposti sulla base dei quali il movimento che proponiamo deve articolare una vera e propria piattaforma politica. L’elaborazione di questa piattaforma è appunto compito di coloro i quali prenderanno parte al suo processo costituente i quali non si chiede alcuna abiura, né di rinunciare alla loro eventuale appartenenza in gruppi organizzati. Il movimento di cui parliamo vuole infatti avere la forma di fronte politico e culturale, non rimpiazzare i raggruppamenti esistenti ideologicamente strutturati. Vuole anzi essere il luogo in cui differenti concezioni e convincimenti, sulla base di regole e vincoli mutualmente condivisi, si confronteranno. Se il nuovo movimento non potrà che venire rafforzato da questa dialettica costituente, gli stessi raggruppamenti partitici, in quanto il razionale dialogo è il solo terreno su cui può affermarsi una nuova concezione del mondo, non potranno che trarne un guadagno.


    ***

    La gravità del momento, l’urgenza di rappresentare una resistenza che altrimenti potrebbe alimentare una svolta populista, la certezza delle nostre idee, ci spingono a procedere innanzi, ad avviare il processo costituente che vorremmo concludere entro la fine del 2004 con un atto pubblico che dia ufficialmente vita ad una nuova fora popolare e di liberazione.
    Invitiamo tutti coloro che condividono questo documento, a sottoscriverlo, prendendo dunque parte e promuovendo questo processo costituente Accanto a questo documento affianchiamo la “Carta di navigazione” già in circolazione, che costituisce la bozza di piattaforma del movimento medesimo.

    Mazzei Leonardo
    Pasquinelli Moreno
    Preve Costanzo

    16 febbraio 2004



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  3. #43
    Melkitzedeq
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    La mia proposta sul problema immigrazione era, nel caso di una forza che andasse al governo il blocco dell'immigrazione extraeuropea e la regolamentazione dell'immigrazione europea per quote fisse.

    Non si dovrebbe richiedere l'espulsione di nessuno, a meno che non si tratta di delinquenti comprovati, queste misure servono per iniziare a fare un conto di quanti sono effettivamente gli immigrati perche' tra irregolari, clandestini, ecc. non lo sappiamo.
    Bisogna anche adottare misure draconiane verso il traffico di clandestini, poiche' attraverso gli stessi canali passano anche altri traffici (droga e prostituzione in primis)

    Bisogna anche adottare misure nel campo del lavoro, riconversione della forza lavoro locale e disincentivo all'utilizzo di forza lavoro straniera; perche' l'immigrazione e' favorita dagli stessi industriali per tenere bassi i saggi di salario dei lavoratori (lo stesso trucchetto utilizzato nell'ottocento richiamando contadini dalle campagne invece di impiegare il proletariato urbano lasciato in miseria).

  4. #44
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    Movimento e Organizzazione


    Il nostro Movimento non si limita a raccogliere e preservare con orgoglio le tradizioni storiche egualitarie e socialiste del nostro popolo. Esso si pone il compito di risvegliare questi sentimenti eclissati, per riportare alla ribalta il protagonismo popolare.
    Non nascondiamo dunque i nostri ideali socialisti. Nel nostro orizzonte c’è un socialismo democratico e libertario che implica voltare pagina rispetto al capitalismo liberista. Tutte le ricerce su una “terza via” non hanno condotto a nulla se non a legittimare la degenerazione trasformista della sinistra. Per quanto oggi possa apparire inattuale un socialismo ragionevole è l’unica alternativa sistemica possibile ad un capitalismo irrazionale.
    Il nostro Movimento sarà certo una scuola e un luogo per discutere di grandi prospettive storiche, tuttavia il futuro lontano dipende da quello prossimo.
    Chiaro l’obbiettivo strategico che ci lega assieme, chiaro quello vicino di dare voce e rappresentanza alle istanze popolari di giustizia ed emancipazione, assieme stabiliremo le tattiche e i mezzi che dovremo darci per andare avanti. Il regime bipolare tenterà in ogni maniera di far fallire la nostra iniziativa. I suoi mezzi sono potenti. Non commetteremo l’errore di sfidarlo subito in campo aperto, coi metodi della lotta frontale — terreno su cui il sistema avrebbe oggi facile gioco. Ci atterremo alle leggi costituzionali italiane (a maggior ragione in un contesto in cui lo stesso Parlamento e le amministrazioni locali legiferano spesso violandone il dettato) che, per quanto ampiamente svuotate, ci assicurano, se non altro sul piano giuridico-formale, il pieno diritto di batterci per le nostre idee. La democrazia, che assicura libertà non solo di pensiero, ma di parola, di stampa, di manifestazione, è un terreno di sfida quanto mai truccato e svantaggioso (poiché la libertà e di diritti sostanziali ci sono solo per chi ha potentissimi mezzi economici), ma noi non possiamo che accettarlo, dedicando la nostra attenzione alla ricerca dei mezzi adeguati per ottenere il consenso più ampio, consenso senza il quale la nostra lotta si spegnerebbe presto.
    Pur se in forme diverse ci troviamo come i socialisti alla fine dell’ottocento e agli inizi del novecento, contro i quali si accaniva la repressione sistemica e la persecuzione monarco-liberale. Il movimento operaio era nel suo animo, pacifico, ma per strappare i diritti dovette ingaggiare una dura lotta, fatta anche di disobbedienza civile, di battaglie di strada e di vere e proprie rivolte. Fu grazie a queste battaglie che venne poi il consenso popolare ed elettorale.
    In una società dominata dai mezzi di comunicazione di massa, caratterizzata dal monopolio di questi mezzi da parte dei potenti, la nostra battaglia appare persa in partenza. Non è così. Anche in società blindate come quella attuale idee forti possono farsi strada se esprimono i sentimenti e la volontà di ampi strati della popolazione. Noi non stiamo inventando un bisogno, stiamo dando voce ad un’esigenza, dignità politica ad un sentimento, diritto di parola a coloro a cui viene negata.
    La nostra impresa implica dunque, anzitutto, la nostra capacità di comunicare in maniera adeguata, cioè di esprimere in maniera quanto mai semplice, secca e convincente le idee di cui siamo portatori. Il nostro Movimento, Legittima Difesa, è due cose in una: una leva per la mobilitazione più ampia, ma anche scuola e luogo di riflessione culturale e politica, e per questo servono degli intellettuali coraggiosi che sappiano rifiutare le effimere lusinghe del sistema. Noi vogliamo anzitutto unire le migliori intelligenze di questa regione, poiché senza di esse mai potremo smuovere grandi masse a dare loro una speranza.
    Il nuovo cammino che ci accingiamo ad intraprendere implica perciò una serie di tappe. La prima di queste è fondare Legittima Difesa. Solo se poi guadagneremo una sufficiente massa critica potremo passare alla seconda tappa, quella di ottenere il più ampio consenso portando l’attacco popolare alla fortezza in cui si è rinchiuso il potere.

    LEGITTIMA DIFESA - MOVIMENTO POPOLARE DI LIBERAZIONE

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  5. #45
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    Domenica 30 gennaio, Ore 10,00
    Centro Congressi di Via Cavour, Roma


    Assise fondativa di… Legittima Difesa


    Rompendo gli indugi




    «La terra interamente illuminata dalla civiltà americana splende all’insegna della più trionfale sventura»



    La netta vittoria elettorale di G.W. Bush, mentre smentisce la tesi che l’ascesa al potere dei Neocon era solo un evento accidentale e conferma che il nuovo corso politico americano ha solide radici e uno slancio di lungo periodo, simboleggia e sancisce che l’Umanità è entrata in una fase nuova, diversa da quelle precedenti e con caratteristiche sue proprie.


    LA TERZA GUERRA MONDIALE


    Nel mondo diviso in due blocchi contrapposti emerso dalla seconda guerra mondiale, gli USA avevano conquistato la piena egemonia di quello imperialistico. Dopo la triplice dissoluzione (dell’URSS, del movimento comunista e dei regimi sorti dalle lotte di liberazione nazionale), gli Stati Uniti, lungi dal contrattare coi loro alleati un equilibrio multipolare, hanno cercato di occupare unilateralmente e con l’uso spregiudicato della forza armata tutti gli spazi lasciati liberi dal quel triplice crollo. Hanno insomma agito per trasformare l’egemonia di blocco in una vera e propria supremazia globale. Per essere più precisi: dalla tradizionale politica di espansionismo aggressivo, presa al balzo la palla dell’11 settembre, la Casa Bianca è passata ad una vera e propria politica di costituzione imperiale. Essa non ha esitato a sbandierare la sua nuova dottrina geostrategica, la “guerra preventiva e asimmetrica”, di cui gli USA si fanno portatori sbarazzandosi dell’ONU, servendosi di alleanze a geometria variabile, senza nascondere che la lotta “contro il terrorismo” è solo uno dei motivi per significare il sogno del “nuovo secolo americano”, ovvero l’obbiettivo strategico di fondare il proprio impero unico mondiale. L’aggressione all’Afganistan prima e quella all’Iraq poi indicano che l’umanità ha già varcato la porta d’ingresso della terza guerra mondiale, una guerra di lunga durata, una vera e propria guerra imperialistica di civiltà. Dichiarando solennemente: “O con noi o contro di noi”, Bush ha messo in chiaro che non ci sono né zone franche né vie di mezzo cosiddette multipolari: o gli USA riusciranno a mettersi il mondo sotto i piedi o il mondo metterà gli Stati Uniti sotto i suoi.


    STORIA E CIVILTÁ


    E’ falso il dogma principale degli americanisti, quello per cui gli Stati Uniti sarebbero il punto più alto della civiltà occidentale e l’unico erede di quella europea. In realtà gli USA hanno sviluppato e portato alle estreme conseguenze solo il suo lato maligno, dato che non hanno mai digerito quello rivoluzionario e infatti mai generato un partito antagonista di massa. La titanica battaglia tra capitalismo e socialismo che ha segnato il secolo scorso è stata solo l’ultima tappa del conflitto incessante tra oppressi e oppressori che ha contraddistinto un intero millennio. Questa battaglia ha forgiato la civiltà europea, impregnando di sé ogni aspetto della vita sociale e politica. Mentre l’Europa, in nome della libertà fondata sui principi universalistici di fratellanza e uguaglianza entrava nel periodo delle grandi rivoluzioni, esiliò oltre l’Atlantico, come spazzatura, quelle comunità fondamentaliste protestanti per le quali l’uomo non ha alcun libero arbitrio, la giustizia apparterrebbe solo all’al di là, la libertà dono di una Provvidenza mosaica che premia i forti e punisce i deboli, mentre la fratellanza è legame esclusivo dei credenti che in virtù della fede sono diritto di sterminare o schiavizzare gli “infedeli senz’anima”, siano essi nativi indiani o neri africani. Il sistema americano, sulla base di uno spirito messianico per cui gli Stati Uniti erano la nuova Terra Promessa e avevano una salvifica missione mondiale, si consolidava dunque come ideocratico e oligarchico. Nella Costituzione del 1828 si scolpiva una democrazia assolutistica, aristocratico-censitaria o patrimoniale. Liberalismo yankee e fondamentalismo sudista erano le due maschere di questa medesima sostanza. Che quest’ultimo abbia preso il sopravvento e che il primo sia ferito a morte, significa che dopo secoli di incubazione il Moloch americano taglia il suo cordone ombelicale con la storia europea e tende a rappresentarsi come civiltà a se stante. Questo è il sostrato su cui poggià il fervore imperiale dei neocon, che consente a Bush di atteggiarsi a vicario di Dio, che alimenta la spinta bellicista che scandisce il ritmo degli eventi mondiali.


    IMPERO E IMPERIALISMO


    La furia imperialista con cui i Neocon stanno ingegnando il loro disegno ha prodotto due effetti immediati, uno prinario e un altrop collaterale. L’effetto principale è l’aver polarizzato l’umanità in due campi contrapposti: quello filoamericano e quello antiamericano, capeggiato quest’ultimo da quei popoli e quelle nazioni che la geopolitica USA ha scelto come agnelli sacrificali. Quello collaterale è l’aver diviso lo stesso capitalismo internazionale in due fronti, quello di chi ritiene necessaria e incontrovertibile la trasformazione della supremazia americana in impero, e quello di chi, pur non contestando questa supremazia respinge il passaggio imperiale illudendosi di convincere gli Stati Uniti ad un equilibristico regime di condominio imperialistico multipolare. Questi fattori sono collegati tra loro, ma se non sono della stessa importanza non possiedono nemmeno la stessa natura. Nella gerarchia dei fattori quello principale non è la renitenza degli imperialismi minori o subimperialismi, ma la Resistenza antimperialista dei popoli e delle nazioni oppressi che si trovano sulla linea di fuoco americana. L’Iraq è il banco di prova dell’impero in fieri, il campo minato dove gli USA debbono compiere il salto mortale, il passaggio oltre il quale avremmo un vero superimperialismo a stelle e striscie. A chi concentra tutta l’attenzione sulla scissione del fronte imperialista (che in linea teorica potrebbe causare, come già avvenuto per ben due volte nel secolo scorso, un nuovo immane conflitto tra potenze imperialistiche) diciamo che è inammissibile nascondersi all’ombra dello spettro del possibile conflitto tra grandi potenze e non vedere la guerra già in atto, quella che gli USA hanno dichiarato a tutti i popoli e le nazioni ostili. E’ questa Resistenza l’ostacolo antagonista realmente esistente alle ambizioni imperiali americane, ed è essa che va non solo sostenuta ma attivamente fomentata affinché si consolidi e si estenda, giungendo al di qua della nuova cortina di ferro che gli USA si stanno cingendo attorno, affinché essa diventi protagonista della stessa scena occidentale.


    ANTIAMERICANISMO


    Anche in Europa e nel nostro paese l’Opposizione alla globalizzazione, ovvero all’assimilazione strutturale che viene dagli USA, tradizionalmente confinata a minoranze antimperialiste, si va lentamente estendendo, anzitutto nei sempre più numerosi strati esclusi dall’opulenza capitalistica. Non siamo in Palestina o in Iraq. In paesi ricchi, dove la coesione sociale è forte, questa Opposizione è a bassa intensità o passiva. Essa è però destinata a consolidarsi e a radicalizzarsi davanti all’inarrestabile tracotanza americana e alla complementare sudditanza delle classi dominanti europee, le quali mentre giurano fedeltà eterna all’atlantismo, lanciano contro il crescente disprezzo popolare verso la politica e la cultura americane l’anatema dell’antiamericanismo, un’anatamena che rimbomba da destra a sinistra, da Lisbona a Mosca, da Roma e Berlino. Non ci nascondiamo dietro ad un dito, non neghiamo l’accusa rivoltaci di essere antiamericanisti, concordiamo anzi coi nostri accusatori, solo che, appunto, puntiamo in direzione opposta. Il tempo gioca a nostro favore: più esso scorre più le speranze di contrastare la prepotenza americana con i pannucci caldi della diplomazia si riveleranno illusorie, mentre il Rifiuto della politica americana e ciò che gli USA rappresentano di allargherà tendendo a diventare un vero e proprio movimento di popolo. Alcuni ambienti delle classi dominanti percepiscono questa tendenza e sono già all’opera per contrastarla e soffocarla. Come? Giocando la carta della paura: del terrorismo, dell’Islam, dell’immigrato, della guerra. In altre parole evocando i sentimenti più retrivi e torbidi che covano nelle masse, allo scopo, sia di giustificare l’americanizzazione delle istituzioni (ovvero il finale passaggio dal sistema democratico a quello oligarchico) che di preparare il terreno per una mobilitazione reazionaria delle masse. E’ in questo contesto che si spiega la comparsa di forze populiste conservatrici e xenofobe, alle quali è stata data la facoltà di usare una demagogia antisistema per incatenare in realtà i popoli al sistema medesimo. Questi populismi sono stati autorizzati dalle classi dominanti a raccogliere la confusa protesta popolare, domani potrebbero essere utilizzati come salvagente e testa d’ariete per fermare un opposizione popolare antiamericanista che considerano a ragione una nuova incipiente resistenza anticapitalista.


    IL DECLINO EUROPEO


    La crisi dei capitalismi europei non è passeggera ma strutturale, risultato di una “globalizzazione” che li ha indeboliti e resi ancor più subordinati a quello nordamericano e che è percepita dai popoli non come sinonimo di prosperità ma come crisi. Questa impone una competizione selvaggia a scala mondiale e richiede la sostanziale abolizione di quello “Stato sociale” che nell’immaginario collettivo equivale a benessere, equità, sicurezza e tolleranza. L’Unione Europea, nata come appendice della NATO in funzione antisovietica, non è affatto, per le classi dominanti, una barriera contro l’invasione americana (vedi la fitta rete di basi militari americane che sono la Spada di Damocle con cui l’Unione accetta la propria sovranità limitata), essa è piuttosto la leva per spingere gli USA ad accettare l’Europa come suo primo socio in affari. E’ infine la modalità con cui le classi dominanti vogliono americanizzare il continente, adottando non solo i suoi mecanismi istituzionali e giuridici ma pure la sua paccottiglia culturale. I gruppi strategici che tirano i fili della poltica sanno che l’Europa ha già imboccato la via del tramonto, sanno che per tentare di invertire la rotta occorrerebbe una cura da cavallo, obbligando le masse lavoratrici ad un lungo periodo di sacrifici sociali. E sanno che incontreranno una tenace opposizione e per questo si preparano blindando il sistema, trasferendo la sovranità politica e quella giuridica dai parlamenti nazionali alla cosca tecnocratica di Bruxelles, sempre avendo nella manica l’asso del populismo reazionario, da tirar fuori come estrema ratio. Questi gruppi strategici sanno che nessuna terapia potrà essere imposta di punto in bianco, senza prima aver dissodato il terreno. Quando diciamo che essi per primi vogliono americanizzare l’Europa intendiamo che debbono portare a compimento l’opera intrapresa a suo tempo in Gran Bretagna: liberalizzare e privatizzare a tutto spiano, stroncare la forza contrattuale dei lavoratori, imporre la massima mobilità del mercato del lavoro, obbligare i popoli dell’ineluttabilità del liberismo. Noi siamo certi che la resistenza delle classi lavoratrici, che avverrà nel contesto di una incessante guerra imperialista di civiltà, sfalderà l’attuale blocco sociale dominante per determinarne un’altro, rimetterà all’ordine del giorno la questione delle sovranità nazionali perdute, tenderà a sposarsi con il vituperato antiamericanismo e quindi ad incontrarsi con i popoli. Non è solo questione di politica estera, è questione di concezioni del mondo, di modelli culturali e di vita, che chiamano in causa le radici storiche europee, la nostra memoria, il nostro futuro. Come apprendisti stregoni gli USA hanno evocato gli spiriti della guerra di civiltà pensando di ciroscrivere la spinta espansiva di quella islamica, ma questa sta già trascinando nel gorgo quella europea, che viene dunque obbligata a lottare per la propria esistenza.


    CRISI MORALE


    La furia fondamentalista americana mette a nudo la crisi delle classi dominanti europee, che è anche una crisi di egemonia e di prospettiva storica. Vincendo la minaccia del socialismo esse hanno si privato il proletariato della speranza, ma in tal modo hanno modificato il corredo genetico europeo. Rimuovendo l’universalismo egualitario hanno strappato via la parte più sana e vitale delle proprie radici. Nel tentativo di seppellire il novecento si è andato affermando in seno alle classi dominanti uno brutale relativismo morale, un nichilismo valoriale, un minimalismo individualista che hanno consegnato inerme la società intera all’invasiva penetrazione della religione americana e dell’american way of life. Dopo avere importato questa roba come antidoto alle pulsioni rivoluzionarie degli anni ‘70, ora l’Europa si sente dire, proprio dal popolo d’oltre oceano, che si tratta di merce avariata, di una moneta fuori corso. Legate inestricabilmente agli USA le nostre classi dominanti, ostentano un ibrido euroamericanismo, un americanismo depotenziato: accolgono l’americanismo di prima generazione, il culto inferiore del razionalismo scientifico (refrattario a qualsiasi considerazione sui fini, ostile ad ogni posizione critica riguardo alla macchina sociale capitalistica); ma vorrebbero fare a meno del culto superiore, del suo messianismo religioso sciovinista. Questo spiega lo sbandamento dei dominanti e lo stato di fribrillazione europeo. I cervelli pensanti, sapendo che questo americanismo di seconda generazione in salsa fondamentalista sarà rigettato dai popoli europei, temono la sua penetrazione come destabilizzante. Sono in un cul de sac, perché non sanno come fermarlo, quale rimedio porvi. Navigano a vista e sentendosi mancare il terreno sotto i piedi si aggrappano alla sottana dei “liberatori”, insistono a comando con l’asfissiante propaganda tesa a presentare l’Islam come il nemico esterno comune dell’Occidente cristiano, il terrorismo come mal assoluto, ma così facendo non solo lasciano il campo libero all’incessante iniziativa americana, sei separano inesorabilmente dalla parte più viva della società reale, in seno alla quale invece avanza, dietro alle istanze antiamericane, un bisogno di senso, di riappropriazione della propria memoria storica, di ristabilimento della verità. Questo è il luogo dove verà fecondato un nuovo blocco storico europeo. La tendenza di lungo periodo è infatti quella alla polarizzazione non più tra i due tradizionali fronti, quello socialdemocratico e quello conservatore, ma tra americanismo e antiamericanismo.



    LEGITTIMA DIFESA



    In base a queste considerazioni, dopo due anni di discussioni accompagnate dall’ostracismo dichiaratoci dal PATPC (Partito Americanista Trasversale Politicamente Corretto), noi dichiariamo di voler invece procedere innanzi, aprendo ufficialmente un processo costituente il cui punto d’arrivo deve essere la fondazione di un nuovo movimento politico indipendente e antagonista rispetto all’attuale sistema bipolare o del PATPC. Scopo del movimento, vista la latenza dello scontro di civiltà tra America ed Europa è quello di contribuire alla rinascita della civiltà europea, ovvero del suo universalismo democratico e popolare basato sugli imperituri principi di libertà, fratellanza ed uguaglianza. Questa rinascita sarà possibile a due condizioni: rompere ogni rapporto di sudditanza con gli Stati Uniti innescare la radicale decostruzione dell’attuale Unione Europea. Una nuova, federativa e libera Unione dei popoli europei implica infatti la cacciata delle attuali oligarchie economiche e politiche dominanti, che sono il cavallo di Troia americano, e ciò sarà possibile solo facendo un passo indietro, riconsegnando la piena sovranità alle diverse comunità nazionali. Contrastare il processo di americanizzazione prima che sia troppo tardi, prima che il cancro americanista divori gli ultimi anticorpi, è quindi il primo compito nostro. Siamo consapevoli che una battaglia puramente contrastiva, di opposizione, non è da sola sufficiente per vincere, ma è solo grazie ad essa che avvicineremo la vittoria, che sarà ottenuta anzitutto con il consenso e la mobilitazione popolare. Il Tallone d’Achille dell’americanismo è che esso, pur non essendo un messaggio universalistico, vorrebbe imporsi ai popoli come risposta globale totalizzante, come pensiero unico. Questo unicalismo americanista, come Giano, ha due faccie. Esso è un bastardo che sposa il diavolo con l’acqua santa: una concezione mondana fondata sul becero razionalismo individualista liberale (ostile ad ogni etica sociale egualitaria); ed un irrazionalismo extramondano escatoligico e neo-oscurantista. La medesima sentinella di un capitalismo che priva di senso l’esistenza e fa dell’uomo un demone antisociale, presume poi di essere il demiurgo che riscatta e santifica la sua anima. Questo americanismo di seconda generazione, che in effetti chiude l’epoca della modernità borghese, non si presenta dunque come una mera politica, ma come una autentica concezione del mondo che pretende di penetrare in ogni poro della società. Tra la nostra gioventù anzitutto, che prima viene gettata nel vortice di un consumismo servile o intruppata come carne dal macello nella guerra infinita contro “il male”, poi la si consola con la chimera di una Provvidenza che premierà chi abbia seguito la linea di condotta del consumatore-soldato. Il peggio del materialismo e il peggio dell’idealismo. La nostra opposizione, per quanto politica, sarà quindi anzitutto culturale, ideale, etica e morale. Il nostro universalismo è al tempo stesso rivoluzionario e conservatore. Rivoluzionario perché anela ad una società nuova fondata sulla fratellanza e la giustizia e in cui siano quindi debellati lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo e quello dissennato della natura. Conservatore perché rifiutiamo il feticcio del progresso ad ogni costo e il mito nichilista della tecnica, perché vogliamo salvare le nostre radici e la parte più nobile e umanistica delle nostre tradizioni. Il futuro spetta a chi, pur senza amarlo, saprà creare disordine, poiché è da esso che sorgerà un ordine nuovo.



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    DOVE ANDIAMO A PARARE
    A proposito di Legittima Difesa

    Ci vorrà ancora tempo affinché venga compreso che l’ANTIAMERICANISMO non è un concetto geografico ma politico. Siamo tuttavia sulla buona strada.

    (1) Tanto per essere chiari: si può essere cittadini nordamericani ed essere antiamericanisti, ed essere cittadini europei o asiatici ed essere americanisti. Così è possibile affermare che esistono più americanisti fuori dagli USA che negli Stati Uniti.
    Ovvero: l’americanismo corrisponde all’ideologia che vede gli Stati Uniti oltre che come l’unica superpotenza imperialista mondiale, come quella superpotenza che, crollata l’URSS, ha il diritto-dovere di diventare, pena il caos internazionale, un vero e proprio Impero globale. Di più: l’americanismo è quella dottrina politica che affida agli USA lil compito di esportare la libertà e la democrazia in ogni angolo del mondo, a costo di metterlo sotto sopra, di schiacciare ogni Resistenza e di rovesciare governi e stati che rifiutino di farsi “democratizzare” (alias: americanizzare). L’americanismo non è solo una strategia, è una visione del mondo, un pensiero forte (il solo in circolazione nel campo capitalistico) e due facce: una liberal (clintoniana), laicista e progressista, l’altra fondamentalista (bushiana) che ritiene di perseguire un disegno divino e di avere la Provvidenza schierata al proprio fianco.

    (2) Siamo dunque entrati un una nuova fase storica, quella della costituzione imperiale americana, di cui l’americanismo è l’ideologia, mentre gli eserciti a stelle e striscie (e loro alleati), il braccio armato. Dissentiamo profondamente dalle tesi tipo Toni Negri: per lui saremmo già in una situazione post-imperialista. Per noi, al contrario, non solo siamo nel periodo storico dell’imperialismo: siamo nel periodo in cui l’imperialismo porta alla estreme conseguenze le sue pulsioni alla supremazia. L’imperialismo policentrico lascia il posto a quello monocentrico. In altre parole dopo un secolo e mezzo segnato, prima dal conflitto interimperialistico e poi dalla parentesi della “guerra fredda” (conflitto tra blocco imperialistico e blocco sovietico e in cui quest’ultimo rappresentava forze storico-sociali antimperialistiche), la civiltà sta superando la soglia oltre la quale c’è un reale super-imperialismo. Non nel senso preconizzato da Kautsky. Kautsky, partendo dalla giusta tesi della tendenza immanente alla centralizzazione e alla concentrazione capitalistica su scala internazionale immaginava che gli imperialismi, di comune accordo e pacificamente, avrebbero finito per dare vita ad un unico ed equilibrato sistema-mondo. La prima e la seconda guerra mondiale smentirono radicalmente questa concezione. Si sta realizzando invece, sotto i nostri occhi, una variante della previsione kautskyana: la tendenza alla centralizzazione imperialistica prende il sopravvento sulle spinte centrifughe e al conflitto tra imperialismi, ma nella forma della supremazia imperiale americana. Detto en passant: questo è possibile solo grazie alla parentesi imprevista della “guerra fredda”, che ha consentito agli USA di porsi come sentinella dell’imperialismo mondiale e primus inter pares tra le diverse potenze imperialistiche. Dopo il crollo dell’URSS c’erano solo due strade: o gli USA facevano un passo indietro, accettando un sistema imperialistico policentrico (aiutando le altre potenze regionali europee e giapponese a recuperare il terreno perduto); oppure sfruttavano il vantaggio acquisito per sottoporre gli altri imperialismi ad un regime di sudditanza e di sovranità mondiale limitata (detto brutalmente: inchiodandole ad una funzione strategica sub-imperialista).

    (3) Se le cose stanno in questo modo (e noi pensiamo fermamente che stiano in questo modo); se la tendenza, dal lato del Capitale imperialistico, è quella di affidare agli USA la funzione di centro, perno e gendarme dell’intero sistema; ciò ha delle conseguenze profonde per tutte le forze anticapitaliste. Esse non hanno alternative: debbono contrastare e combattere non più solo un imperialismo indeterminato, ma quel coacervo di forze (economiche, militari, politiche e culturali) che convergono, spesso obtorto collo, nel sostenere lo sforzo imperiale americano. Diversamente esse, faranno la fine di Don Chisciotte, lotteranno contro i mulini a vento. La lotta anticapitalista e antimperialista è quindi oggi, anzitutto, la lotta contro l’Impero americano e contro l’americanismo che è l’ideologia pervasiva ed egemone nel campo nemico.

    (4) Esiste la possibilità di fermare questa tendenza? In altre parole: esiste la possibilità di vincere la partita in corso? Si, a patto che si abbia piena consapevolezza che questa è la partita, già iniziata, che stiamo giocando, e non un’immaginario match tra capitalismo e socialismo. Noi tutti restiamo dell’avviso che non c’è una terza via tra capitalismo e socialismo. Ma siamo altrettanto convinti che per riportare all’ordine del giorno la prospettiva socialista occorra prima vincere l’attuale battaglia, l’attuale concreta partita che decide se gli americani diventeranno o non diventeranno Impero unico mondiale. Anche su questo la pensiamo all’opposto di Negri: lui ritiene in realtà che questo round sia già stato vinto dagli americani e si affida fatalisticamente alla Provvidenza delle “moltitudini”, ovvero dello sviluppo tecnico delle forze produttive che per loro conto avanzerebbero verso il socialismo. Negri ritiene anzi che l’Impero sia una “scopa di Dio”, l’anticamera del socialismo —come Agostino che, post festum, giustificò l’impero romano dicendo che esso obbediva ad un disegno divino: quello di unificare il mondo per consegnarlo alla Chiesa. Noi riteniamo, al contrario, che la possibilità futura del socialismo risiede, non nell’unificazione imperiale del mondo, ma nella sconfitta di questo disegno qui e ora. Ovvero: solo nella battaglia antimperialista e antimperiale si conformeranno eventualmente le forze motrici storiche, sociali e poliiche dell’alternativa socialista di sistema.

    (5) E’ possibile vincere a patto di fare leva sulle contraddizioni devastanti che la spinta imperiale suscita e porta con sé. Queste contraddizioni sono esplosive in alcune zone del mondo (Medio Oriente, America Latina), sono invece latenti in Europa. In Iraq la Resistenza è irriducibile, armata. In Europa la latenza della contraddizione significa che essa va accompagnata, aiutata, radicalizzata. Nelle forme e nei modi adeguati, ovvero tenendo conto dei rapporti di forza reali (decisamente sfavorevoli), della coscienza delle larghe masse (arretrata rispetto ai compiti storici) e del livello di preparazione delle forze antimperialiste e anticapitaliste (disastroso). Tuttavia noi pensiamo che la tendenza imperiale americana, se ha già dalla sua il gosso delle forze capitalistiche, susciterà una Resistenza destinata a consolidarsi. Insomma riteniamo che l’Europa sarà un decisivo campo di battaglia e che andranno a costituirsi, schematicamente, du fronti: quello filo americano e quello antiamericano. Qui non si tratta di esoterica geopolitica. Il fronte filoamericano, ovvero americanista, si presenta, dicevamo, come una vera e propria visione del mondo, una visione che propone un capitalismo totale, scarnificato, in cui la democrazia è l’ultima maschera della piena dittatura del Capitale, che quindi deve spazzare via non solo ogni movimento operaio o di Resistenza, ma il fattore del socialismo che è
    connaturato alla memoria storica dei popoli europei (mentre non lo è per quello nordamericano).

    (6) Gli americanisti giocano col fuoco. Noi scommettiamo non solo sul fatto che la spinta imperiale, il trapianto americanista, susciterà un insopprimibile rigettto. Scommettiamo sul fatto che il panorama politico italiano ed europeo è destinato a subire uno sconquasso che spazzerà via gli attuali bambocci di destra e di sinistra. Noi scommettiamo che sia possibile vincere questa partita e per questo vogliamo attrezzarci alla bisogna, ben sapendo che si tratta di una lotta di lungo periodo e che dunque abbiamo davanti un periodo molto difficile di accumulazione di forze e di chiarificazione politica, ideologica, culturale.

    Queste sono alcune della ragioni che ci hanno spinto a rompere gli indugi e a fondare Legittima Difesa.



    TUTTO E' DI TUTTI

  7. #47
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    LEGITTIMA DIFESA

    Documento conclusivo dell’assemblea fondativa



    L’assemblea fondativa, tenutasi a Roma il 30 gennaio 2005, decide la formale costituzione del movimento antiamericanista che assume la denominazione di Legittima Difesa.



    E’ giunto infatti il momento di costruire fattivamente l’opposizione al totalitarismo americano, è ora di cominciare a raccogliere ed organizzazione tutti coloro che intendono resistere al progetto di dominio planetario degli USA.

    La nostra opposizione all’americanismo sarà politica, culturale, ideale, etica e morale.

    Nominare il più grande nemico dell’umanità, dichiarare apertamente la necessità di combatterlo, ricercare l’unità con tutte le forze che nel mondo hanno questa stessa priorità, è il passo necessario per cominciare a contrastare il processo di americanizzazione della società italiana ed europea.



    Legittima Difesa nasce per rispondere all’esigenza di un nuovo movimento politico indipendente ed antagonista al sistema bipolare ed alla gabbia del “politicamente corretto” costruita dal partito americanista trasversale che domina la politica italiana.

    Il nostro antiamericanismo si connette immediatamente all’anticapitalismo, individuando nel modello capitalistico americano la forma vincente, più forte e quindi più pericolosa dell’imperialismo contemporaneo, così come ci parla direttamente della necessità di fare pulizia di un intero ceto politico, servile ed americanizzato, ormai insopportabile come i suoi privilegi.



    Contro il mondo pazzesco e inumano del trionfo della disuguaglianza, dell’arbitrio del più forte, del dominio delle oligarchie finanziarie, di una libertà cancellata dall’imposizione del nuovo diritto imperiale, di una democrazia sempre più virtuale, noi poniamo l’obiettivo di un nuovo universalismo democratico e popolare basato sui principi di libertà, fratellanza e uguaglianza, in termini sostanziali e non meramente formali



    L’assemblea assume come fondativi del movimento i documenti che hanno scandito i momenti più significativi della fase costituente, di fatto apertasi con il convegno del 25 maggio 2003 a Firenze, e cioè:
    1. Bozza di manifesto per un movimento di resistenza all’impero americano – giugno 2003;
    2. Un altro mondo è impossibile, è questo che vogliamo liberare – agosto 2003;
    3. Una forza popolare di liberazione – febbraio 2004;
    4. Rompendo gli indugi – novembre 2004.


    L’assemblea approva, nelle sue linee generali, la relazione introduttiva del compagno Moreno Pasquinelli e da inizio al lavoro di costruzione concreta del movimento, che si strutturerà per Comitati locali concepiti come strumenti per l’avvio immediato dell’attività politica e culturale.

    Ogni Comitato locale è chiamato a strutturarsi e, all’interno degli orientamenti generali del movimento, a dotarsi di un programma di azione che tenga conto delle specificità delle varie realtà territoriali.

    L’adesione a Legittima Difesa avverrà attraverso l’iscrizione ad un Comitato locale.

    Il direttivo nazionale avrà il compito di curare la campagna di tesseramento e la costruzione dei Comitati locali, ognuno dei quali – all’atto della sua costituzione – eleggerà un responsabile.

    Il direttivo nazionale, eletto insieme al coordinatore al termine dei lavori dell’assemblea fondativa, svolgerà le sue funzioni durante tutta la fase di formazione delle strutture del movimento e cioè fino al 1° congresso, da tenersi entro la fine dell’anno.

    Il direttivo nazionale è incaricato di:

    1. Approfondire l’elaborazione al fine di arrivare al 1° congresso con un documento politico a tesi.

    2. Proporre e sviluppare le iniziative politiche di carattere nazionale.

    3. Seguire e stimolare la nascita dei Comitati di Legittima Difesa.

    4. Sviluppare il confronto con tutte le realtà, nazionali e locali, interessate alla discussione sul progetto antiamericanista.

    5. Redigere una bozza di Statuto da mettere in discussione al congresso

    L’assemblea ritiene indispensabile che il movimento si doti, oltre che di un sito internet, di un foglio di agitazione politica, la cui redazione viene provvisoriamente affidata ai Comitati dell’Umbria.

    Sappiamo che ci attende un percorso in salita. Ma le lunghe marce iniziano sempre con un primo passo. Lo compiamo con la convinzione della sua assoluta necessità e improrogabilità.

    Roma – 30 gennaio 2005

    Approvato per acclamazione



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  8. #48
    Con l'Iraq che si ribella
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    Citazione Originariamente Scritto da Quetzalcoatl
    Pensi che con l'autogestione da parte dei sindacati si possa ovviare ad un rischio del genere?
    No, Quetz...io ritengo che l'autogestione del lavoro da parte dei sindacati sia una "fase di transizione" entro un sistema in cui il capitalismo permane...

    ...l'obiettivo di arrivo invece, secondo me, è la programmazione della produzione su richiesta con spartizione della produzione stessa tra varie imprese entro una gerarchia basata su qualità ed efficienza produttiva, che avvenga contemporaneamente alla collettivizzazione delle materie prime e degli strumenti di produzione.

    In pratica "cosa consumare" lo deciderebbe il singolo cittadino, ma la sua richiesta contribuirebbe puntualmente a definire la programmazione globale della produzione...le risorse verrebbero allocate unicamente a quei produttori che siano efficienti (valutata sul consumo di risorse) e che producano prodotti di buona qualità (valutata da chi li consuma).

    Questi sarebbero i concetti base di un'economia alternativa, come la concepisco io...in qualche modo "pianificata", ma "pianificata dal basso" e "distribuita in base a principi di natura oggettiva e soggettiva"...
    Skarm
    Alle europee io voto Codacons...e tu?

  9. #49
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    OMNIA SUNT COMMUNIA



    Comunitaristi sul 30 gennaio

    Brevi Considerazioni sul Documento di “Legittima Difesa”


    Il documento per la costituzione di “Legittima Difesa” pur non avendo ,per ovvie ragioni, pretese di esaustivita’ ed essendo per forza di cose uno sforzo sintetico nell’approccio analitico ci sembra comunque un documento ben fatto che coglie i nodi essenziali del problema.

    Un documento che spiega da quale Storia viene la parte migliore d’Europa ,quella degli oppressi, degli sfruttati, delle lotte anticapitaliste che come un fil rouge hanno attraversato la storia del Vecchio Continente e che ancor oggi sono presenti seppure in forme minoritarie.

    Uno sforzo anche per comprendere che dietro questa storia ci sono delle tradizioni, una civilta’ universalistica, popolare e democratica che è stata contrastata proprio dalle classi dominanti per plaudire al modello americano su ogni versante sociale.

    Il senso di riappropriazione della memoria, di ritrovare questo fil rouge ,di ritrovare radici nelle societa’ europee devastate dal nichilismo individualista che ha distrutto ogni vincolo comunitario, di appartenenza comune e di nazionalita’, se non ridotta a puro sciovinismo succube del vincolo “occidentalista” è , secondo noi, una condizione necessaria per poter solo ipotizzare un percorso alternativo di pensiero ed azione antagonista.

    L’individuazione del Nemico principale oggi è sin troppo ovvia per aggiungere altro a quanto gia’ ben sottolineato nel documento, va solo considerato che non si esce dal recinto posto a salvaguardia della sottomissione al pensiero filoamericano, se non si riesce a dare un impulso alla necessita’ di formare una visione del mondo alternativa a quella occidental - americana.

    In quest’ ottica va sottolineato che la Storia europea non è stata solo imperialismo e colonizzazione, ma al contrario di quella americana ha sempre avuto come contraltare anche forti vincoli solidaristici , comunistici e comunitari di matrice diversa che sia prima la Rivoluzione Francese , ma soprattutto dopo hanno dato vita ad un forte filone socialista non solo in campo operaio, pensiamo alle Leghe contadine in Germania e in Francia.

    Questa tradizione va ripresa ed esaltata assieme ad una rinnovata concezione “nazionalitaria” che apra la prospettiva di liberazione nei singoli paesi europei, su base popolare ed anticapitalista per contrastare il fondamentalismo americano di seconda generazione ,che in nome del peggior materialismo mai conosciuto nella Storia dell’Uomo tende a macinare le coscienze prima che le persone.

    Come non pensare allora a certo malinteso “laicismo” occidentale vera e propria arma puntata non tanto contro le religioni in quanto tali, ma perche' queste in questo momento storico, in particolare il Cattolicesimo e l'Islam , sono di ostacolo al pieno asservimento dell’Uomo alla dittatura della merce e delle necessita’ del capitale.Di qui il tentativo di promuovere la tesi dello “scontro di civilta” e di frapporre contrasti e fittizie contrapposizioni tra le religioni.

    Chi si batte in Iraq oltre a battersi per liberarsi dall’occupazione straniera del suo paese, lo fa anche perche’ rifiuta un modello di societa’ che sa che travolgera’, se vincitore, tutto quello che ritiene non funzionale agli schemi del capitale imperialista e cioe ‘il Dio li’venerato, gli usi ed i costumi, il patrimonio storico ereditato da un popolo in millenni di Storia. Al suo posto catene di Mc’Donald’s.

    Un patrimonio storico che sara’ anche sbagliato, volendo attenersi a criteri rigidamente socialisti, ma che rappresenta quel determinato popolo e che comunque va difeso, perche’ in ogni caso sara’ rimpiazzato dagli interessi oligarchici di un gruppo di multinazionali non certo da una societa’ piu’ democratica.

    Ora anche qui in Italia dobbiamo riuscire ad affermare una visione alternativa della societa’ e della nostra Storia in opposizione al modello americano dominante, espressione gramsciana delle classi dominanti “nazionali” e per fare questo dobbiamo fare i conti con la migliore Storia del nostro paese e dell’Europa per non essere semplicemente “esuli in patria”.

    La battaglia oggi delle classi dominate si gioca su questo terreno piu’ che sul piano del rivendicazionismo economico o meglio si puo’ coniugare la contestazione del modello sociale se si riesce a connetterlo sul terreno piu’ ampio e generale del modello americano nel suo complesso: culturale, politico, sul piano dei rapporti sociali e collettivi, sul piano financo artistico.

    Ogni lotta che si ponga oggi sul piano esclusivamente conflittuale tra destra e sinistra è inevitabilmente velleitaria ed inutile ;oggi si gioca la partita della sopravvivenza in quanto tali delle generazioni future e quel barlume di speranza che il socialismo possa riacquistare centralita’ nel cuore di tanti giovani è legato alla capacita’ di muovere i cuori e le menti contro l’ideologia che sta distruggendo ogni futuro non solo economico , ma di prospettiva esistenziale di milioni di persone :l’americanismo.

    Ogni impeto di giustizia, ogni richiamo alla fratellanza ed ai vincoli comunitari contro lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo sono oggi al tempo stesso pietre pesanti contro l’ideologia americanista e paletti sufficienti a comporre un vasto arco di forze democratiche , popolari, e nazionalitarie che incuranti degli anatemi che proverranno da destra e da sinistra sapranno costituire un Pensiero forte contro un’ideologia di morte dell’Uomo.

    SOCIALISMO E LIBERAZIONE PER LA DEMOCRAZIA DIRETTA



    TUTTO E' DI TUTTI

  10. #50
    Melkitzedeq
    Ospite

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    Citazione Originariamente Scritto da Muntzer
    OMNIA SUNT COMMUNIA

    Interessante l'idea, ma noi la lanciammo due anni fà e per questo vennero costituiti dei Comitati di Legittima Difesa per la costruzione del Movimento Popolare di Liberazione, noi mettiamo a disposizione questo embrione di Movimento, tutti possono contribuire alla sua costruzione, discutiamone.

    [FONT=Times New Roman][SIZE=3]UNA FORZA POPOLARE DI LIBERAZIONE
    i motivi e le idee della resistenza all’impero americano

    Parlo per gli eurasiatisti: sapete chi siamo, sapete come la pensiamo e sapete come contattarci, se volete collaborare non c'e' che da chiederlo. Chiaramente non potra' mai esserci una collaborazione se ad una parte si chiede di rinnegare i propri valori per appiattirsi su quelli dell'altra.
    Riguardo il testo sopra riportato, lo lessi a suo tempo quando fu varato "Legittima Difesa" (sono iscritto alla lista antiamericanista), il concetto di fondo lo condivido, ma il tono e la terminologia utilizzati si rivolgono esplicitamente ad un pubblico specifico: la sinistra "no global". Questa strategia non la condividiamo e preferiamo rimanere "al di sopra". Inoltre io non firmo un testo a cui non ho messo mano, per fare un qualcosa di condiviso deve essere fatto insieme.
    Vi faro' una controproposta a tempo debito.
    Saluti.

 

 
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