I quattro guanciali
Inaspettato cedimento del governo alle richieste dei vescovi
Indipendentemente dai contenuti, avevamo sempre ammirato, in questi mesi, la capacità del governo nel fronteggiare con la necessaria determinazione le proteste che accoglievano i suoi provvedimenti. Il ministro Brunetta attaccava i "fannulloni" nel pubblico impiego, chiedendo i licenziamenti? Si sorbiva le minacce di morte che gli provenivano da più parti, ma non desisteva dai suoi propositi. Mezza Italia scendeva in piazza contro la Gelmini per settimane e settimane? Il ministro incassava e poi sfidava i contestatori sul web. Il ministro Sacconi si trovava contro la Cgil per il rinnovo del contratto? Li aspettava a pie' fermo in piazza.
Un governo ottiene il suo prestigio sul campo e può sbagliare, come è ovvio, ma deve essere responsabile delle sue scelte così come mostrarsi convinto di quello che propone. L'onorevole D'Alema da premier, nel 1999, aveva annunciato la necessità di una riforma della previdenza. Il leader della Cgil di allora disse che neppure se ne poteva parlare. D'Alema subito desistette. In altrettanto breve tempo quel governo venne spazzato via dal voto degli italiani, e a nostro avviso se lo meritò.
Certo, avessimo fatto una riforma della previdenza adeguata nel lontano '99, i conti dello Stato ora sarebbero un po' migliorati. Forse di quel tanto da non dover imporre le misure di sacrificio predisposte nell'attuale manovra finanziaria.
In ogni caso il governo appare consapevole dal primo momento - ed anche questo è un merito - delle eccezionali condizioni di difficoltà in cui versa l'economia internazionale e dunque l'Italia.
Tremonti, prima ancora di tornare ministro, ha descritto in un suo libro il fantasma della povertà che si aggira per l'Europa dopo la globalizzazione. Epifani, da anni segretario della Cgil, si è accorto solo una settimana fa che stava arrivando una valanga. Ecco la differenza di prospettiva che caratterizza la classe dirigente del Paese.
Proprio perché consapevoli di questo stato di cose, quando i vescovi della Cei hanno minacciato di scendere in piazza per i tagli di 120 milioni di euro alla scuola paritaria previsti dalla Finanziaria, ci siamo predisposti alla visione di una scena che nemmeno il miglior Federico Fellini aveva osato immaginare: i porporati che sfidano il governo, magari con cartelli e fischietti; oppure severi, silenziosi e compunti fra piccioni e cittadini nelle strade della capitale.
Non sia mai. Nemmeno il tempo di leggere esattamente il testo della protesta della Cei, che il sottosegretario al Tesoro Vegas annunciava solennemente che il governo aveva già ingranato la marcia indietro. Non contento, Vegas aggiungeva che i vescovi potevano dormire "fra quattro guanciali".
Peccato che, contemporaneamente, i cittadini italiani si vedano minacciato il loro unico cuscino, se già non l'hanno perso. Ora i vescovi sono stati rincuorati e non vedremo spettacoli poco confacenti al loro ordine, come scendere in piazza. In compenso le opposizioni, prima demoralizzate dalla tenacia del governo, hanno subito ritrovato fiato e rialzano le barricate appena abbandonate. Sorvoliamo pure sul perché bisogna concedere alla Chiesa quello che non si dà ai cristiani. Non possiamo però sorvolare sul disdoro che lo Stato italiano riceve da un tale repentino cedimento. Come Marx, meglio di tutti, descriveva il colpo di Stato di Luigi Bonaparte, così il comunista Ferrero ha descritto meglio di tutti quello che è successo venerdì scorso: il Vaticano fischia, il governo accorre.
Roma, 8 dicembre 2008
tratto da http://www.pri.it/new/




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