LEONARDO SCIASCIA, VENT’ANNI FA… 70)
di A cura di Valter Vecellio
ELOGIO DELL’ERESIA 1)
Ha parlato di scuola e di letteratura, dei suoi libri e di se stesso, di politica e delle BR, della Sicilia e di altro ancora. E’ stata un’inconsueta intervista in pubblico, un martellare di domande precise, aguzze, alcune provocatorie, rivolte a Leonardo Sciascia dagli alunni dell’Istituto Sperimentale di Santo Stefano, i quali lo avevano appositamente invitato nella loro scuola.
Il paese è al centro di una contrada montuosa, aspra, la cui principale risorsa è la pastorizia. Da Palermo ci si arriva dopo aver attraversato un altopiano disabitato all’apparenza, senza alberi né case, con segni di un’agricoltura ancora estensiva, povera. Oltre a Santo Stefano, verso il Sud della valle del Megazzolo popolata di giardini e frutteti che fanno la ricchezza di Bivona. Più lontano l’aspra campagna di Cianciana, arida di zolfatare abbandonate, povera di colture, stremata dall’emigrazione. A Santo Stefano c’è, resiste, una forte tradizione socialista. E’ il paese di Lorenzo Panepinto, uno dei martiri del riscatto contadino ucciso dalla mafia. Era un intellettuale, un maestro di scuola. La scuola sperimentale ne rievoca la memoria, con questi suoi insegnanti così eruditi e impegnati, i suoi ragazzi così seri, così sensibili ai problemi della loro terra.
“Stavamo preparando parole pompose e altisonanti per rivolgerle il nostro saluto”, ha detto una ragazza all’inizio dell’incontro con Sciascia, “quando ci siamo ricordati dei brividi che ognuno di noi avvertì nella schiena leggendo per la prima volta il libro “Le parrocchie di Regalpetra”. Ecco, subito trovato il terreno giusto dell’incontro con Sciascia scrittore, ma anche, prima che scrittore,maestro di scuola.
L scuola sperimentale è davvero sperimentale. Comprende un biennio inferiore e un biennio superiore di studi, a livello liceale per intenderci; ma con programmi e metodi diversi dalle altre scuole. Per averla a Santo Stefano e per difenderla, ci sono volute lotte, vere e proprie lotte popolari, fino allo sciopero dell’intera città. La volevano più legata a bisogni e problemi della zona, e cioè al diritto agricolo; invece il Ministero ha deciso che qui ci voleva l’indirizzo linguistico e pedagogico. E così è stato.
Della scuola e dell’utilizzazione dei libri di Sciascia in essa hanno parlato nei loro indirizzi di saluto all’ospite la professoressa Grazia Bullone, preside del liceo di Bivona, da cui dipende la scuola di Santo Stefano, il professore Stefano Centinao, docente di lettere,la coordinatrice Carmela Caltagirone e la studentessa Giovanna Citarella.
Poi è cominciata la straordinaria intervista. I ragazzi e le ragazze si alzavano ordinatamente uno a uno e ponevano le domande. Tutti gli altri (salone affollatissimo), ascoltavano attentissimi. Frequenti applausi contrassegnavano le risposte più significative.
(Marcello Cimino)
Prima di cominciare questo gioco di domande e risposte voglio dirvi che sono nato in linea d’aria a pochi chilometri da qui, eppure questa è una zona che non conosco. Ci sono passato solo una volta, tornando da Cianciana, dove ero andato a parlare di Alessio Di Giovanni. Bivona, per esempio, è per me un nome che mi ricorda i rapporti di Sant’Ignazio con il collegio dei gesuiti e le lettere che egli scrisse a una nobildonna di qui, riportate in un libro intitolato “Sant’Ignazio e le donne”. Bivona poi mi ricorda l’esistenza di una sott’intendenza, della sottoprefettura. E basta. Considerando che sono nato a pochi chilometri di qui, colpisce questo isolamento che c’è fra un comune e l’altro della stessa provincia. Inoltre questa è una zona in un certo senso letterariamente deserta. Un nostro professore abbastanza razzista, direi, ritiene che si possa fare una mappa dell’intelligenza sicula, e che questa zona ne sia deserta. Non è assolutamente vero. Io credo che qui ci siano delle condizioni che non hanno permesso all’intelligenza di svilupparsi, di fiorire. Effettivamente c’è un deserto. La sola cosa dopo Alessio Di Giovanni (poeta e dialettologo, nato a Cianciana nel 1873) che sia stata scritta su questa realtà, è quel bellissimo libro, veramente straordinario, di Giuliana Saladino, che spero tutti voi conosciate. Ecco, non ho altro da dire. Domandate ora quello che volete, molto liberamente, non considerando che fra noi ci sia distanza di anni, come invece purtroppo c’è.
Questi ragazzi che accedono a questa scuola, sono un po’ perplessi: parlare di missione dell’educazione? E’ retorica o è vana poesia?
Parliamone come di un lavoro, è meglio.
Lei ha scritto: “Mi disgustano coloro che da fuori esaltano le gioie ei meriti di un simile lavoro (di insegnante). Qui e in molti luoghi della Sicilia è come il lavoro di un minatore che scende in una minisera. Non nego però che in altri luoghi e in diverse condizioni un po’ di soddisfazione potrei cavarla dal mestiere di insegnare”. Quali potrebbero essere questi altri luoghi e condizioni?
Questo brano ha una notazione personale perché riguarda un momento particolare della mia vita. Da noi, in questa nostra realtà, la cultura non è concepita come un fatto unitario, cioè come lavoro, come una cosa di cui tutti abbisogniamo, di cui ci serviamo, che serve per capire il mondo, per spiegarcelo, per capire la storia, la nostra situazione di fronte alla storia. La cultura è sempre stata concepita come un ornamento, come qualcosa che non ha niente a che fare con le condizioni di vita. Per me, quindi, entrare in una classe dove c’erano quaranta bambini, fra i quali almeno trenta avevano fame, e dover spiegare loro la storia, limitandomi però alla prima guerra mondiale, senza andare avanti perché si doveva parlare del passato solo in termini retorici, questo per me non solo era assurdo,ma anche un poco infame. Oggi le condizioni della scuola sono molto diverse. Si può dire che la scuola non esiste più, in un certo senso. Forse, non so, nella provincia, in certi paesi, essa assume ancora un valore, sempre però esortativamente parlando, perché è vero che qui, da voi, a Santo Stefano, avete un liceo a indirizzo linguistico e pedagogico. E l’agricoltura? E’ una cosa assurda che qui non esista un liceo con indirizzo agricolo. Quindi la scuola è un po’ come ai tempi miei, tutto sommato. E’ un piccolo ornamento. Allora diventa un po’ assurdo che voi stiate qui ad ascoltare l’insegnante che vi parla di linguistica, quando intorno a voi avete tanti problemi reali. Il mestiere di insegnare e anche il mestiere di apprendere in queste condizioni continua a essere assurdo.
(“Lora”, 9 maggio 1979, 1 parte)
70) Segue




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