Pagina 8 di 17 PrimaPrima ... 789 ... UltimaUltima
Risultati da 71 a 80 di 166
  1. #71
    L'estremista moderato
    Data Registrazione
    15 Apr 2009
    Messaggi
    1,794
     Likes dati
    0
     Like avuti
    1
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito Rif: Leonardo Sciascia, vent’anni fa…

    LEONARDO SCIASCIA, VENT’ANNI FA… 70)

    di A cura di Valter Vecellio

    ELOGIO DELL’ERESIA 1)



    Ha parlato di scuola e di letteratura, dei suoi libri e di se stesso, di politica e delle BR, della Sicilia e di altro ancora. E’ stata un’inconsueta intervista in pubblico, un martellare di domande precise, aguzze, alcune provocatorie, rivolte a Leonardo Sciascia dagli alunni dell’Istituto Sperimentale di Santo Stefano, i quali lo avevano appositamente invitato nella loro scuola.

    Il paese è al centro di una contrada montuosa, aspra, la cui principale risorsa è la pastorizia. Da Palermo ci si arriva dopo aver attraversato un altopiano disabitato all’apparenza, senza alberi né case, con segni di un’agricoltura ancora estensiva, povera. Oltre a Santo Stefano, verso il Sud della valle del Megazzolo popolata di giardini e frutteti che fanno la ricchezza di Bivona. Più lontano l’aspra campagna di Cianciana, arida di zolfatare abbandonate, povera di colture, stremata dall’emigrazione. A Santo Stefano c’è, resiste, una forte tradizione socialista. E’ il paese di Lorenzo Panepinto, uno dei martiri del riscatto contadino ucciso dalla mafia. Era un intellettuale, un maestro di scuola. La scuola sperimentale ne rievoca la memoria, con questi suoi insegnanti così eruditi e impegnati, i suoi ragazzi così seri, così sensibili ai problemi della loro terra.

    “Stavamo preparando parole pompose e altisonanti per rivolgerle il nostro saluto”, ha detto una ragazza all’inizio dell’incontro con Sciascia, “quando ci siamo ricordati dei brividi che ognuno di noi avvertì nella schiena leggendo per la prima volta il libro “Le parrocchie di Regalpetra”. Ecco, subito trovato il terreno giusto dell’incontro con Sciascia scrittore, ma anche, prima che scrittore,maestro di scuola.

    L scuola sperimentale è davvero sperimentale. Comprende un biennio inferiore e un biennio superiore di studi, a livello liceale per intenderci; ma con programmi e metodi diversi dalle altre scuole. Per averla a Santo Stefano e per difenderla, ci sono volute lotte, vere e proprie lotte popolari, fino allo sciopero dell’intera città. La volevano più legata a bisogni e problemi della zona, e cioè al diritto agricolo; invece il Ministero ha deciso che qui ci voleva l’indirizzo linguistico e pedagogico. E così è stato.

    Della scuola e dell’utilizzazione dei libri di Sciascia in essa hanno parlato nei loro indirizzi di saluto all’ospite la professoressa Grazia Bullone, preside del liceo di Bivona, da cui dipende la scuola di Santo Stefano, il professore Stefano Centinao, docente di lettere,la coordinatrice Carmela Caltagirone e la studentessa Giovanna Citarella.

    Poi è cominciata la straordinaria intervista. I ragazzi e le ragazze si alzavano ordinatamente uno a uno e ponevano le domande. Tutti gli altri (salone affollatissimo), ascoltavano attentissimi. Frequenti applausi contrassegnavano le risposte più significative.

    (Marcello Cimino)



    Prima di cominciare questo gioco di domande e risposte voglio dirvi che sono nato in linea d’aria a pochi chilometri da qui, eppure questa è una zona che non conosco. Ci sono passato solo una volta, tornando da Cianciana, dove ero andato a parlare di Alessio Di Giovanni. Bivona, per esempio, è per me un nome che mi ricorda i rapporti di Sant’Ignazio con il collegio dei gesuiti e le lettere che egli scrisse a una nobildonna di qui, riportate in un libro intitolato “Sant’Ignazio e le donne”. Bivona poi mi ricorda l’esistenza di una sott’intendenza, della sottoprefettura. E basta. Considerando che sono nato a pochi chilometri di qui, colpisce questo isolamento che c’è fra un comune e l’altro della stessa provincia. Inoltre questa è una zona in un certo senso letterariamente deserta. Un nostro professore abbastanza razzista, direi, ritiene che si possa fare una mappa dell’intelligenza sicula, e che questa zona ne sia deserta. Non è assolutamente vero. Io credo che qui ci siano delle condizioni che non hanno permesso all’intelligenza di svilupparsi, di fiorire. Effettivamente c’è un deserto. La sola cosa dopo Alessio Di Giovanni (poeta e dialettologo, nato a Cianciana nel 1873) che sia stata scritta su questa realtà, è quel bellissimo libro, veramente straordinario, di Giuliana Saladino, che spero tutti voi conosciate. Ecco, non ho altro da dire. Domandate ora quello che volete, molto liberamente, non considerando che fra noi ci sia distanza di anni, come invece purtroppo c’è.



    Questi ragazzi che accedono a questa scuola, sono un po’ perplessi: parlare di missione dell’educazione? E’ retorica o è vana poesia?

    Parliamone come di un lavoro, è meglio.



    Lei ha scritto: “Mi disgustano coloro che da fuori esaltano le gioie ei meriti di un simile lavoro (di insegnante). Qui e in molti luoghi della Sicilia è come il lavoro di un minatore che scende in una minisera. Non nego però che in altri luoghi e in diverse condizioni un po’ di soddisfazione potrei cavarla dal mestiere di insegnare”. Quali potrebbero essere questi altri luoghi e condizioni?

    Questo brano ha una notazione personale perché riguarda un momento particolare della mia vita. Da noi, in questa nostra realtà, la cultura non è concepita come un fatto unitario, cioè come lavoro, come una cosa di cui tutti abbisogniamo, di cui ci serviamo, che serve per capire il mondo, per spiegarcelo, per capire la storia, la nostra situazione di fronte alla storia. La cultura è sempre stata concepita come un ornamento, come qualcosa che non ha niente a che fare con le condizioni di vita. Per me, quindi, entrare in una classe dove c’erano quaranta bambini, fra i quali almeno trenta avevano fame, e dover spiegare loro la storia, limitandomi però alla prima guerra mondiale, senza andare avanti perché si doveva parlare del passato solo in termini retorici, questo per me non solo era assurdo,ma anche un poco infame. Oggi le condizioni della scuola sono molto diverse. Si può dire che la scuola non esiste più, in un certo senso. Forse, non so, nella provincia, in certi paesi, essa assume ancora un valore, sempre però esortativamente parlando, perché è vero che qui, da voi, a Santo Stefano, avete un liceo a indirizzo linguistico e pedagogico. E l’agricoltura? E’ una cosa assurda che qui non esista un liceo con indirizzo agricolo. Quindi la scuola è un po’ come ai tempi miei, tutto sommato. E’ un piccolo ornamento. Allora diventa un po’ assurdo che voi stiate qui ad ascoltare l’insegnante che vi parla di linguistica, quando intorno a voi avete tanti problemi reali. Il mestiere di insegnare e anche il mestiere di apprendere in queste condizioni continua a essere assurdo.



    (“Lora”, 9 maggio 1979, 1 parte)



    70) Segue
    "Dopo Einaudi cominciò per l'Italia la Repubblica delle pere indivise"

  2. #72
    L'estremista moderato
    Data Registrazione
    15 Apr 2009
    Messaggi
    1,794
     Likes dati
    0
     Like avuti
    1
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito Rif: Leonardo Sciascia, vent’anni fa…

    LEONARDO SCIASCIA, VENT’ANNI FA… 71)

    • A cura di Valter Vecellio

    ELOGIO DELL’ERESIA 2)



    Pensa che la scuola conservi ancora l’esclusività della formazione dei giovani?

    No, e credo che non l’abbia mai avuta, tutto sommato. E oggi meno che mai.



    In una scuola di massa, non ha più senso la vecchia maniera di considerare la letteratura come materia privilegiata. Quale indirizzo, secondo lei, dovrà seguire la letteratura per essere più utile?

    La letteratura non ha nessun indirizzo da seguire. La letteratura soffia dove vuole. Non ci può essere un modo per incanalarla, di farla andare verso determinati risultati. L’esercizio della letteratura deve essere necessariamente libero. Il problema della letteratura è piuttosto il modo come nella scuola questa letteratura dovrà entrare. La nostra è una letteratura un po’ povera, anche una letteratura un po’ noiosa, quindi bisogna offrire una prospettiva che sia la più consona agli interessi – diciamo – della massa, anche se a me il termine massa non piace molto. La scuola di massa in Italia è un po’ così: tutti sul palcoscenico; la scuola di massa, invece, secondo me, dovrebbe dare a tutti in partenza le stesse condizioni favorevoli, e poi vadano avanti coloro che credono nella meritocrazia. Non sono un reazionario, ma credo che non si possa accedere alle professioni senza conoscenza. Magari un professore di lettere fa poco danno se confonde Petrarca con Boccaccio, ma le case si devono costruire, i ponti si devono fare, i malati bisogna assisterli, gli imputati bisogna difenderli, e ci vuole conoscenza, e chi non ce l’ha non deve esercitare una determinata professione.



    Nell’introduzione al libro “Le parrocchie di Regalpetra”, lei fa quest’amara considerazione: “Chissà quando la meridiana della matrice segnerà l’ora di oggi, quella che per tanti uomini nel mondo è l’ora giusta”. Non crede che quest’ora sia già scoccata? Anche oggi partecipiamo al benessere. Nelle nostre case sono entrate televisioni, radio, frigoriferi, gli elettrodomestici che rendono la vita più facile. Ma lei ritiene un’ora giusta questa per la Sicilia?

    Che il progresso materiale, che il cosiddetto benessere abbia raggiunto anche noi, su questo non c’è dubbio. Però non corrisponde a un’effettiva crescita del Meridione, anzi corrisponde una ulteriore degradazione. Questo benessere, automobili ed elettrodomestici, in Sicilia sono pagati da almeno 700mila emigranti i quali vivono in condizioni ben peggiori di quanto non vivano le loro famiglie qui. No, io non credo che sia ancora l’ora giusta, anzi quello che accade in campo nazionale ritengo metta davanti a un aggravamento di quella che è stata definita la questione meridionale.



    Nel libro “Gli zii di Sicilia” si legge: “…Io credo nei siciliani che parlano poco, che non si agitano, che si rodono dentro e soffrono”. Non crede che questo sia il segno della rassegnazione e della sconfitta nostra? Non bisognerebbe piuttosto manifestare questa sofferenza e il dolore dell’ingiustizia per affermare i valori di una società più umana?

    C’è un tipo di siciliano molto estroverso, molto simpatico, molto avvocatesco, per così dire. Generalmente questo tipo di siciliano che parla troppo, è poi quello che accede, senza distinzione di partiti, alla carriera politica e quindi al parlamentarismo. Spesso sono i siciliani peggiori. Sì, certo, gli altri siciliani bisognerebbe che uscissero fuori dal loro silenzio, che però su un piano umano di giudizio, io dico che sono i migliori.



    Si parla dello Sciascia de “Il Contesto” come di incarna nel suo pensiero l’angoscia dell’uomo offeso da tempo nella sua libertà e dignità. Lei si riconosce in questo giudizio?

    Sì, potrei riconoscermi in questo giudizio. Si parla di me come autore del Contesto” perché questo è il libro che ha suscitato più polemiche, più risentimenti. Ma “Il Contesto” è il risultato di tutta una visione delle cose italiane.



    (“L’ora”, 9 maggio 1979, 2 parte)



    71) Segue
    "Dopo Einaudi cominciò per l'Italia la Repubblica delle pere indivise"

  3. #73
    L'estremista moderato
    Data Registrazione
    15 Apr 2009
    Messaggi
    1,794
     Likes dati
    0
     Like avuti
    1
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito Rif: Leonardo Sciascia, vent’anni fa…

    LEONARDO SCIASCIA, VENT’ANNI FA… 72)

    • A cura di Valter Vecellio

    ELOGIO DELL’ERESIA 3)



    Recentemente ha scritto sul “Giornale di Sicilia” e ha detto in un’intervista televisiva che la refrattarietà del popolo siciliano alle idee che cambiano il mondo e la carenza di spirito pubblico costituiscono il male peggiore della realtà siciliana. Potrebbe spiegarci le motivazioni storiche di questi difetti e dirci in che modo la scuola potrebbe contribuire al loro superamento?

    Le radici storiche di questo sono abbastanza lunghe e molto ramificate. Comunque si possono identificare nella perpetua insicurezza del siciliano di fronte alla storia, in ques’isola che è stata al tempo stesso isola eppure aperta come continente alle invasioni, a tutte le dominazioni. Comunque, in noi siciliani, persiste una mancanza di speranza, una diffidenza verso le idee perché idee, anche quelle che apparivano nuove, subito sono diventate strumento di una certa classe sociale che grosso modo possiamo qualificare come borghese-mafiosa, non borghese. Io mi augurerei che in Sicilia ci fosse una borghesia. E’ una borghesia mafiosa, quella siciliana, anche là dove non sembra. Una borghesia che opera senza una visione del domani, a sfruttare determinate situazioni così come un tempo si diceva delle zolfatare: a rapina. Lo sfruttamento a rapina delle zolfatare era quello degli esercenti che si preoccupavano di cavare quanto più materia era possibile, senza curarsi dell’avvenire della zolfatara stessa, né della sicurezza di chi vi lavorava, Ora questa classe sembra inamovibile. Successa alla aristocrazia, essa si è comportata, anche grossolanamente, come l’aristocrazia. Per questo i siciliani non credono più alle idee. E infatti, quando cominciano a crederci, ecco interviene qualcosa per cui non ci crederanno più. Per esempio l’operazione Milazzo – è un giudizio per cui io mi batto da sempre – è stato un modo per ricacciare i siciliani nella sfiducia verso le idee.



    Che fra Diego La Mattina sia stato in eretico, non c’è dubbio. Lei può darci ulteriori chiarimenti riguardo alla sua eresia? Ha scoperto qualcosa di nuovo? Chiarimenti che possano farci capire perché fra Diego sia rimasto fermo nel suo tenace concetto tenendo alta la dignità dell’uomo?

    No, non ho altre notizie, oltre a quelle trovate allora su frate Diego La Mattina. Ho tentato delle deduzioni. Ho pensato che fosse un’eresia di carattere sociale più che teologico, ma non sono andato oltre. Comunque l’eresia è di per sé una grande cosa, e colui che difende la propria eresia è sempre un uomo che tiene alta la dignità dell’uomo. Bisogna essere eretici, rischiare di essere eretici, se no è finita. Voi avete visto che non è stata soltanto la Chiesa cattolica ad avere paura delle eresie. E’ stato anche il Partito Comunista dell’URSS ad avere paura dell’eresia, e c’è sempre nel potere che si costituisce in fanatismo questa paura dell’eresia. Allora ogni uomo, ognuno di noi, per essere libero, per essere fedele alla propria dignità, deve essere sempre un eretico.



    Vorrei sapere che analogia c’è tra lei, scrittore contemporaneo, e i suoi personaggi storici, come il Di Blasi, o il fra Diego La Mattina, da lei attentamente cercati.

    Le analogie forse ci sono,ma per me è più facile parlare della simpatia, che io ho sempre avuto, per questi personaggi eretici, ribelli, sconfitti. In un certo senso è la loro sconfitta quella che mi ha arrovellato. Perché vorrei non essere sconfitto anch’io. Cioè non vorrei che la Sicilia fosse sempre sconfitta, che nella Sicilia la ragione debba essere sempre soccombere. Da ciò la mia simpatia per questi personaggi. Ma ho avuto simpatia anche per un personaggio che un tempo si sarebbe detto negativo, l’abate Vella che era un falsario, un imbroglione. A parte la simpatia umana che si può avere per lui, lo riconosco come uno che a suo modo ha pensato di ribellarsi contro il privilegio. Ha fatto dei falsi per rivendicare alla Sicilia i suoi diritti contro il potere baronale. Ecco, la mia simpatia viene da questo, dal fatto che è stato uno strumento di lotta contro il potere baronale. Tutti i guai della Sicilia – lo ripeto – prendono inizio dal potere baronale che si è poi trasmesso a quella classe che io chiamo borghese-mafiosa.



    (“L’ora”, 9 maggio 1979, 3 parte)



    72) Segue
    "Dopo Einaudi cominciò per l'Italia la Repubblica delle pere indivise"

  4. #74
    L'estremista moderato
    Data Registrazione
    15 Apr 2009
    Messaggi
    1,794
     Likes dati
    0
     Like avuti
    1
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito Rif: Leonardo Sciascia, vent’anni fa…

    LEONARDO SCIASCIA, VENT’ANNI FA… 73)

    • A cura di Valter Vecellio

    ELOGIO DELL’ERESIA 4)



    Vorremmo sapere in quale libro e in quale personaggio lei è stato il più autobiografico.

    Il “Candido”.



    Che cosa è cambiato nella mafia siciliana dagli anni ’50 a oggi?

    La mafia da fenomeno rurale è diventata fenomeno cittadino e parapolitico; si è trattato di una specie di integrazione nel potere. La mafia non è più apparentemente riconoscibile come un tempo. Personaggi pittoreschi sono stati eliminati, e in questo ha avuto la sua funzione la Commissione Antimafia, appunto eliminando le frange pittoresche della mafia e portandola un po’ più dentro il potere.



    Lei con il suoi libri ha scritto tanto di fatti e personaggi siciliani. Quale contributo potrebbe dare al rinnovamento della cultura, e quindi della società civile, la riscoperta delle culture locali?

    Credo che la riscoperta delle culture locali sia un’operazione da fare seriamente. Purtroppo nelle nostre Università è entrato, per esempio, lo strutturalismo, una cosa che funziona pressappoco come l’affettatrice della mortadella, e allora le culture locali si perdono di vista. Tutto quello che si è conservatosi deve a quei poveri galantuomini che senza registratori, senza questi mezzi di oggi, hanno raccolto una messe ingentissima di tradizioni, di usi, di letteratura popolare. Parlo di Pitré, di Salomone Marino, di Gaetano Di Giovanni. Ora nell’Università si vive di rendita su quello che hanno fatto costoro. Se invece si lavorasse seriamente, questo è il momento della riscoperta delle culture locali. In un certo senso io mi sento uno che riscopre le culture locali.



    Tanta cultura si proclama popolare ma l’intellettuale appartiene ancora a una casta, il che lo pone al di fuori e al di sopra della gente comune. No?

    Ciò dipende dal carattere della cultura italiana. Per cominciare, dal fatto che c’è un diaframma tra la lingua di ogni giorno e la lingua di uno scrittore. C’è anche il costume dell’intellettuale che è sempre un po’ cortigiano, un po’ conformista, che è quasi sempre col potere. Senza dubbio c’è anche questo, però è pure vero che per esempio il diaframma tra la lingua di tutti i giorni e quella degli scrittori è stato superato, è stato rotto da uno scrittore come Pirandello. Non da Verga, il quale forse questo diagramma l’ha un po’ alimentato. Ma scrittori come Pirandello, cui seguono scrittori come Moravia, credo abbiano rotto questo diaframma. Penso anche che lo scrittore italiano sia un po’ mutato. Certo, c’è ancora il vizio dei manifesti, delle dichiarazioni, come se lo scrittore effettivamente contasse, mentre invece non conta un granché. Io personalmente credo di aver tentato di scrivere per più persone possibile. Non dico che l’abbia fatto volontariamente, perché è un’ipocrisia dire che lo scrittore scrive per essere inteso dal contadino e dall’operaio. Lo scrittore scrive per se stesso, e per gli altri se stessi. In me c’è quest’essere popolo, questo essere della vita di ogni giorno, a contatto con la realtà, e in questo senso credo di essere uno scrittore un po’ diverso dalla media italiana, e come me, altri.



    Nelle “Parrocchie di Regalpetra” ho letto che per lei la pietà è un terribile sentimento. Un uomo deve amare e odiare, mai avere pietà. Questa affermazione non sovverte le basi su cui si basa tanta morale?

    Alla fine del fascismo io ho avuto un certo movimento di pietà, di cui però negli anni successivi mi sono pentito, perché ho visto il fascismo tornare, essere più forte, come forse ancora è. E allora ho fatto questa ritrattazione riguardo alla pietà. Ora debbo dire schiettamente che in questo momento mi sento pieno di pietà.



    Quali sono gli scrittori contemporanei che preferisce?

    Calvino innanzitutto. Poi Moravia, Gadda. Poi vi sono tanti altri scrittori che amo. Per esempio dei siciliani, ma lì entra la legittima suspicione per il fatto che io sono siciliano, che sono miei amici. Sono Vincenzo Consolo, Giuseppe Bonaviri, Sebastiano Addamo. Fra gli scrittori della generazione immediatamente precedente alla mia, quello che amo di più è Vitaliano Brancati.



    (“L’ora”, 9 maggio 1979, 4 parte)



    73) Segue
    "Dopo Einaudi cominciò per l'Italia la Repubblica delle pere indivise"

  5. #75
    L'estremista moderato
    Data Registrazione
    15 Apr 2009
    Messaggi
    1,794
     Likes dati
    0
     Like avuti
    1
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito Rif: Leonardo Sciascia, vent’anni fa…

    LEONARDO SCIASCIA, VENT’ANNI FA… 74)

    • A cura di Valter Vecellio

    ELOGIO DELL’ERESIA 5)



    Cosa pensa delle manifestazioni artistiche nel contesto della crisi di valori che investe la nostra società?

    Quelle manifestazioni che si poggiano generalmente sul denaro pubblico sono sbagliate ed inutili. Le manifestazioni spontanee invece hanno ancora un qualche interesse. In trent’anni non si è mai riusciti a organizzare seriamente la cultura. L’organizzazione della cultura è in mani burocratiche e il denaro viene distribuito con criteri che si può dire elettoralistici. Perfino l’archeologia risponde a criteri clientelari. Si ha l’impressione che si scavi nelle zone dove c’è un onorevole che riesce a pressare. Quindi sono cose che poco hanno a che fare con la cultura, anche se a volte fortuitamente i risultati possono essere buoni.



    In un’intervista televisiva, lei ha detto: “Dio è morto, Marx pure, ma io mi sento molto bene”. Cosa intendeva dire?

    E’ una battuta di un umorista americano: “Dio è morto, Marx pure,e io non mi sento molto bene”. Io l’ho modificata: “Dio è morto, Marx pure, ma io sto benissimo”, in quanto continuo a scrivere, continuo a vedere le cose per come mi sembrano vadano viste. Ma non è un’affermazione apocalittica, poiché non sono certo né che sia morto Dio, né che sia morto Marx, anche se dobbiamo riviverli con molto giudizio. Io non sono per le affermazioni ateistiche. Anzi, sono convinto che l’ateo non esiste, che l’ateo sia un’invenzione dei preti.



    Che pensa degli atti terroristici che sono accaduti negli ultimi anni e che hanno avuto nel rapimento dell’on. Moro il loro culmine?

    Ne penso tutto il male possibile, perché ritengo che si debbano analizzare le cause da cui vengono fuori. Questa è la differenza fra alcuni intellettuali che fideisticamente sottoscrivono contro le BR e me. Io ritengo che questi anni siano riprovevoli, condannabili in sé. Però se non ci spieghiamo le cause da cui vengono fuori, saremo costretti a convivere col terrorismo. Il terrorismo diventerà un fatto endemico ed epidermico in Italia, se non cerchiamo di rimuoverne le cause.



    Può darci una visione dell’Italia di oggi?

    E’ una realtà su cui possiamo pochissimo esercitare il nostro potere intellettivo in questo momento, poiché siamo sommersi dalla emotività. Ogni tentativo di spiegarci logicamente i fatti viene all’indomani deluso. Io per esempio ritenevo che su questo punto le BR non potessero più uccidere l’on.Moro, anche considerando una loro logica interna, e invece loro dicono di essere passati all’esecuzione della sentenza. Certo, questo è un paese dove avvengono fatti uguali a tutto il mondo, ma avvengono con una crudezza e una confusione indicibili. La confusione è arrivata in questo paese al colmo. Voi avete visto, per esempio, la divisione tra coloro che volevano trattare con le BR e coloro che non volevano trattare. Era una cosa insensata, perché per le trattative voi trovate il PSI, LC, i vescovi, gli amici di Moro, la famiglia di Moro; dall’altra parte invece trovate la DC, il PCI. Da questa parte c’era più sicurezza, era una linea più chiara. Dall’altra c’era una confusione immensa; e si è visto il risultato: che le BR non hanno tenuto assolutamente conto di quell’alleanza fra monsignori ed estremisti, e hanno agito in un modo che a mio parere non obbedisce nemmeno a una logica interna, alla logica del movimento rivoluzionario. Innanzitutto avrebbero dovuto tener conto che l’abolizione della pena di morte in Italia era un fatto rivoluzionario e che ripristinando la pena di morte loro hanno offerto il modo perché sia ripristinata anche da parte dello Stato, per lo meno hanno dato coraggio a coloro che chiedono che la pena di morte sia ancora una volta legge dello Stato italiano.



    Non le pare che i terroristi rientrino fra gli eretici di cui lei parlava poco fa?

    No, non mi pare proprio. So che l’eresia è sempre qualcosa che fa andare avanti. Il terrorismo per quello che provoca, è una cosa che fa andare indietro. No, non credo che questo terrorismo sia effettivamente rivoluzionario. Penso anzi che sia uno strumento reazionario, anche se a livello di esecutori c’è una intenzione rivoluzionaria. Negli effetti, per quello che provocherà, il terrorismo è reazione, non eresia.



    (“L’ora”, 9 maggio 1979, 5 e ultima parte)



    74) Segue
    "Dopo Einaudi cominciò per l'Italia la Repubblica delle pere indivise"

  6. #76
    L'estremista moderato
    Data Registrazione
    15 Apr 2009
    Messaggi
    1,794
     Likes dati
    0
     Like avuti
    1
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito Rif: Leonardo Sciascia, vent’anni fa…

    LEONARDO SCIASCIA, VENT’ANNI FA… 75)

    • A cura di Valter Vecellio

    QUANDO SARO’ DEPUTATO…



    Sciascia, l’annoiamo le interviste?

    S’, mortalmente. Non si fa che ripetere eternamente le stesse cose.



    Cosa le piacerebbe che fosse un’intervista? Provi a intervistarsi da solo.

    Chateaubriand. Ecco, vorrei parlare di Chateaubriand.



    Sarebbe difficile convincere i lettori e gli elettori che si tratta di un tema urgente, non crede?

    Non credo. Si tratta proprio del tema principale di questa campagna. Chi è di destra? Chi è di sinistra? Il confine tra destra e sinistra è quasi invisibile. Ecco, Chateaubriand viene generalmente liquidato come uomo di destra, così come, per fare un altro esempio, Vittorio Alfieri viene accettato più o meno come personaggio di sinistra. Non foss’altro perché era conte e alla sinistra italiana i titoli nobiliari non dispiacciono.



    Lei allude alle accuse che si fanno a voi radicali di essere qualunquisti, di accettare voti di destra, di essere anticomunisti?

    Ecco, Chateaubriand, uomo di destra, capì la rivoluzione e agì di conseguenza. Molta gente viene liquidata come reazionaria, indegna di essere presa in considerazione, come il farmacista del mio paese che adesso vota radicale per rompere, per protestare.



    E questo non le sembra qualunquismo?

    Può darsi. Ma bisogna fare i conti anche col qualunquismo, vedere dove viene, chi lo ha provocato, dove andrebbe e dove è possibile portarlo.



    Parliamo di politica. Lei crede nel buon governo?

    Sì.



    Che farebbe se lei governasse?

    Intanto manderei a casa Andreotti, che riunisce in sé il peggio, nei secoli, della storia d’Italia. Già vedo i libri di storia del futuro: sotto il governo dell’onorevole Andreotti la corruzione della vita italiana raggiunse il suo massimo mentre la vita umana valeva quanto ai tempi di Cesare Borgia.



    Perché lo odia tanto?

    Per il suo machiavellismo paranoico, per il cinismo che ha ereditato dalla curia romana. Lo stesso cinismo rappresentato dai sonetti del Belli e dai personaggi di Alberto Sordi. La miopia verso il bene e la presbiopia verso il male.



    E una volta liquidato questo mostro?

    Ci vorrà un po’ di povertà. Ma non povertà per i poveri, i quali grazie a Dio ne hanno già abbastanza. Ma povertà per la classe media, penso a certi professionisti, certi medici.



    Anche lei se ne viene con questa ricetta cristiana della povertà austera. E’ ciò che predica il PCI.

    Ma io non parlo di povertà come di punizione: penso alla povertà a pensare, ad amare il proprio lavoro, riscoprire il decoro, il piacere della produzione intellettuale.



    E gli operai?

    No, loro hanno diritto a non amare il lavoro. Un operaio della FIAT che detesta il bullone e lo considera solo uno strumento per prendere il salario, lo capisco. Non concepisco che un medico faccia altrettanto con il malato.



    Che altro farebbe, o vorrebbe fare, lo scrittore Sciascia una volta varcata la soglia del Palazzo?

    Beh, una cosa che non dipenderebbe da me, ma che mi farebbe un gran piacere. Manderei in galera un bel po’ di gente e la sostituirei con dei galantuomini.



    Li manderebbe in galera moralmente parlando?

    No, penalmente parlando.



    Come agirebbe contro la violenza?

    Agirei facendo tutto il possibile per recuperare i violenti all’area della nonviolenza. Non è un’operazione fallimentare. Solo che non conviene al potere, il quale ha bisogno della violenza per poter sorvegliare e punire.



    Lei diventerà con ogni probabilità deputato. Che farà?

    Quello che faranno tutti i radicali: far funzionare il Parlamento con gli strumenti della denuncia e dell’assillo.



    Lei ha detto tante volte che nel Parlamento i giochi sono già tutti fatti. Denuncia e assillo a che servono?

    A guastare i giochi. Certo, non li bloccheranno. Ma crescerà una nuova coscienza.



    Di che genere?

    Una coscienza di opposizione. Questo paese è affamato di opposizione. Comunisti e democristiani non sono semplici alleati: sono due immagini riflesse, specchi gli uni degli altri. E’ così da trent’anni. E’ ora di separare questa complicità reciproca: che ci sia finalmente chi governa da una parte, e chi controlla dall’altra.



    Ma la nostra non è una democrazia bipartitica.

    In compenso è una democrazia che marcia verso il regime. Questa richiesta continua di unanimismo a che cosa serve, se non a isolare e poi trattare da criminali quelli che non vogliono omologarsi? Questo è il progetto comunista che piace tanto ai democristiani.



    A lei piace il paradosso? Facendo politica, intendo.

    Umorismo, satira, paradosso: ormai è merce proibita. Come minimo si rischia di essere fraintesi. Io ormai sono arrivato a proibirmi questi lussi.



    Secondo lei il qualunquismo oggi, che cos’è?

    E’ la mancanza di idee e di ideologie. E’ il PCI.



    E i democristiani, ne salverebbe qualcuno?

    Moro. Li ha fregati tutti, rifiutandosi di morire.



    Come definirebbe la politica. Quella che si svolge nel Palazzo…

    Un grande esperimento delinquenziale. La politica va rifondata.



    Ha rimpianti per la sua scelta radicale?

    No,mi sento più vivo. Vede, io sono uno scrittore la cui pagina è vicina all’azione diretta. E l’azione mi dà forza, mi dà l’anima.



    La letteratura serve per fare politica?

    Altrochè. Io direi: soltanto la letteratura può avere una funzione politica. Lo scrittore porta squilibri, questo è vero. Ma non dimentichiamo che il più perfetto e stabile degli equilibri è la morte. Vede bene che lo squilibrio è un fattore di vita. Anche se sarà vita dura.



    Secondo lei esiste la fuga nel privato di cui tanto si parla come l’ultima versione del qualunquismo?

    Io dico di no. Questa scoperta del privato mi sembra tanto un’immagine pubblicitaria. Direi addirittura un invito: si vuole, si cerca di spingere la gente nel privato. Il privato come altro polo rispetto alla criminalità. L’unanimismo ci vorrebbe tutti concordi nel rinunciare al diritto di opposizione. La criminalizzazione serve per liquidare il reato del diverso. La fuga nel privato serve per non vedere, per non sapere, non rifiutare. Questo gioco va spezzato prima che sia troppo tardi.



    (“La Repubblica”, 18 maggio 1978)



    75) Segue
    "Dopo Einaudi cominciò per l'Italia la Repubblica delle pere indivise"

  7. #77
    L'estremista moderato
    Data Registrazione
    15 Apr 2009
    Messaggi
    1,794
     Likes dati
    0
     Like avuti
    1
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito Rif: Leonardo Sciascia, vent’anni fa…

    LEONARDO SCIASCIA, VENT’ANNI FA… 76)

    • A cura di Valter Vecellio

    LA SINISTRA NON SEGNA L’ORA GIUSTA

    Eletto a Roma e a Strasburgo, Sciascia non ha ancora scelto. E’ stanco per questi suoi interminabili viaggi in treno, ma par di capire che l’Europa gli vada a misura giusta.

    Nella vita uno deve pentirsi più del non fare che del fare. Lampedusa disse un giorno qualcosa sul peccato del fare: ma io sono e resto un peccatore inveterato, cerco di fare.

    Nello studiolo soffice di Sellerio, le serrande abbassate tagliano fuori la calura. Filtra una quiete penombra. Sciascia ha davvero qualcosa di grottesco. Un che di indolente che a volte si accende di attenzione. Come il suo Candido Munafò.

    Ci vuole poco a passare questo confine tra la pagina e la realtà, e la tentazione per me è sempre troppo forte. Il mio fare resta sempre lo scrivere, ma in certi momenti bisogna fare una testimonianza più diretta, rischiosa anche.

    Solo che ne viene fuori una grossa contraddizione con quanto, lei professore, aveva detto con scandalo di molti al tempo delle dimissioni dal consiglio comunale di Palermo.

    Certo, ma io accetto questa contraddizione, è una mia scelta consapevole, volontaria. Per un mio esasperato senso del dovere. Avevo tutte le ragioni per tirarmi indietro – la salute, la voglia di scrivere, la campagna che amo più della città. Ma mi è parso che fosse un chiudersi, un arroccarsi troppo di fronte a cose che avvertivo comunque necessarie.

    Però finisce per ritrovarsi in mezzo a una Europa mobilitato di tutto, dalla retorica di Carlomagno, alla storia che votiamo più degli altri così mostriamo di essere i più bravi.

    Io sono più vicino alle posizioni di Sartre e del Comitato contro l’egemonia tedesco-americana, che non a questo idillio europeista fiorito con grazia ammaliante da giornali e TV. Non ho pratica di assemblee, so che la realtà di queste cose è assai più brutta di quella che si immagina; ma resto dell’idea che bisogna provare. Infatti non sono d’accordo con il Comitato quando chiedeva un boicottaggio elettorale: io dico che semmai il boicottaggio bisogna farlo standoci dentro, andando a vedere.

    Gorresio dice che questa che è venuta fuori è un’Europa borghese, Cavallari che è moderata. Per lei Sciascia che roba è?

    E’ un’Europa conservatrice, che porta con sé il problema della crisi delle sinistre: gli orologi che vanno male non segnano mai l’ora giusta, mentre l’orologio che è fermo due volta al giorno l’ora giusta la segna. E l’elettorato finisce per rivolgersi a quell’orologio fermo.

    Si è anche voluto vedere, nei risultati del voto di domenica, la pietra tombale messa sulle bandiere del Maggio, e l’immaginazione che doveva andare al potere.

    Ma bisogna vedere se il ’68 poteva essere visto come il trionfo delle illusioni o delle delusioni. Per me è stato un fenomeno che ha dato luogo al terrorismo da un lato, e ai nouveaux philosophes dall’altro. Da un lato le illusioni che somigliano molto alla disperazione, e dall’altro la delusione , direi, più ragionevole. E’ stato chiaro, nel ’68, che le rivoluzioni non si potevano più fare. Che a farle si rischiava la sconfitta in partenza.

    Ma lei professore ha appena detto che ci sono momenti in cui è anche necessario rischiare.

    Certo, ma la ragionevolezza di oggi, la ragionevolezza della delusione, sta nel fatto di scegliere la nonviolenza, invece che la violenza. Essendo un uomo di immagine e di immaginazione, più che di teoria, io vedo una specie di spartiacque, tra quello che era prima e il dopo, in un episodio del ’68, raccontato nel suo libro dal prefetto di Parigi: lui scrive che al di là del ponte Saint Michel stavano gli studenti, come un muro pronti all’assalto, e che lui ha fatto schierare la polizia da quest’altra parte. E ha pensato: se gli studenti passano il ponte, è la rivoluzione. Ma gli studenti non passarono il ponte. Perché dietro non avevano il PCF. Quello è il momento storico che segna la fine delle rivoluzioni. Da quel momento storico i comunisti non sono più rivoluzionari.

    E’ il giudizio freddo dell’uomo politico, o è anche la rabbia dell’uomo di sinistra?

    No, il mio risentimento sta nel fatto che i PC non sono più stati, e non sono, rivoluzionari; e nella constatazione che non si sono ancora decisi a dirlo, che non hanno voluto prendere atto di quel fatto. A me un PC socialdemocratico va benissimo, ma a patto che lo si dica.

    Ripiombiamo allora in quell’Europa che Sciascia-Candido vede diventare sempre più orfanotrofio: gli orfani di De Gaulle, gli orfani di Franco, gli orfani di Salazar, gli organi del Partito Comunista. In quest’Europa Candido dice che solo i tedeschi hanno un padre, anche se è un fantasma.

    Sì, il fantasma del nazismo. Forse noi proiettiamo sui tedeschi l’eccesso delle nostre paure, delle nostre spaventose esperienze. Ma il fatto è che paura la fanno davvero. Sto arrivando da un viaggio in treno, da Parigi ad Amsterdam e poi qui a casa. Ho passato due frontiere: il Belgio e l’Olanda, senza nemmeno accorgermene; ma di passare la frontiera tedesca me ne sono accorto. Questi poliziotti che passavano a ondate di tre, con le pistole che sbattevano sulle pareti del muro, che erano gentili, che non chiedevano nemmeno i documenti. Che guardavano in faccia, soltanto questo, e il rumore delle loro pistole, a ondate. Un certo brivido uno lo avverte.

    Allora: Europa dominata dai tedeschi, e dietro i fantasmi della nostra coscienza, e il potere americano, e il grande capitale senza patria. Ma basta così?

    Sta finendo il mito delle rivoluzioni, e quindi necessariamente deve nascere qualche altro mito, qualche altra utopia. Finisce il mito della rivoluzione violenta?.

    Candido-Sciascia confessava che qualcosa sta per finire e qualcosa sta per cominciare in Europa: e che gli piaceva veder finire quello che deve finire. Ma non apre bocca su quello che deve cominciare.

    Vorrei l’avvento di un po’ di povertà, e spero che tutto cominci da lì. Dall’accettazione, dal vagheggiamento della povertà. Certo non parlo della povertà che hanno vissuto i poveri. Dico di una povertà come vocazione. E’ un po’ come l’opposizione tra quelle due grandi correnti della Chiesa, il domenicanismo e il francescanesimo. E in effetti, la Chiesa è sopravvissuta, nel cuore umano, non come istituzione, più per la linea francescana che per quella domenicana.

    Detto in parole che capiscano tutti…

    Ecco, io vorrei che la sinistra trovasse una specie di linea francescana, che abbandonasse la linea domenicana, il nome e la dottrina del potere. Per esempio trovo che la sinistra è morta se si schiera per il nucleare: una sinistra viva, vitale, promettente, deve schierarsi contro la morte nucleare.

    C’è una radice, una origine storica di questa scelta domenicana?

    Credo che tutto sia avvenuto in Russia. Forse anche prima di Stalin; ma comunque è Stalin che segna questo processo, e marchia la storia che poi è venuta nella lotta per una democrazia reale.

    Le dichiarazioni ufficiali del PCI, dopo il risultato di queste elezioni, mostrano però un cambiamento, parlano di un nuovo rapporto tra il sociale e il politico, tendono a rompere gli schemi interpretativi che scacciavano per esempio i radicali dentro il peggiore qualunquismo fascista.

    E’ penoso che lo riconoscano solo dopo la sconfitta. Il fatto è che bisogna farla finita con le tattiche e le strategie, lo stalinismo della pratica e l’antistalinismo della teoria, e debbono tornare alla speranza della gente.

    In pratica che cosa significa?

    La storia che ci aspetta è la reinvenzione della sinistra. Io non dico che sia certa, questa reinvenzione; dico che bisogna provare, che non bisogna lasciare cadere la speranza.

    Questo riporta però alla sua diffidenza nei confronti dello Stato, alla distinzione tra Stato e società.

    Non ho diffidenza verso lo Stato. Calvino, al momento della sua polemica sulla viltà dell’intellettuale (“Né con lo Stato, né con le BR”), ha ricordato in una intervista come nei miei libri si possa intravedere piuttosto il vagheggiamento dello Stato, e che questo mio essere “contro lo Stato” va visto come una delusione, non come un’avversione. Figuriamoci se io, qui, dal fondo della Sicilia, non vagheggi uno Stato democratico, uno Stato forte.

    Cosa significa “forte”?

    Nient’affatto repressivo, ma invece forte nella legge, nella capacità morale di far rispettare la legge verso tutti i cittadini. Uno Stato che riesca a non privilegiare nessuno.

    Però mi pare che la realtà in cui l’Europa si muove oggi sia, nella analisi di Sciascia, un pendolo tra la germanizzazione da un lato e la sicilianizzazione dall’altro.

    Possono essere, in verità, due fatti concomitanti e fatali per la nostra speranza…Una contemplazione sempre salutare, perché senza scetticismo la speranza comunque è assai maggioritaria, lo scetticismo sta sempre al margine. Come quando uno si mette a scrivere a macchina e lascia un margine per le correzioni.

    Il nome di Moro è scomparso da queste elezioni che sembravano dover essere fatte in sua memoria.

    Moro non avrebbe cambiato di molto la politica della DC. Credo che Moro riservasse ai comunisti la stessa trappola che aveva usato ai socialisti. Poteva essere una questione di tempi e forse li avrebbe distrutti anche di più, con più risultati. Ma credo che la DC doveva comunque tornare a questa politica di ora, perché tra la DC e il PCI c’è troppo rapporto speculare per cui non possono avvicinarsi troppo senza cadere tutti e due. Debbono stare sempre a una certa distanza, e questa distanza debbono farla aumentare nei periodi elettorali. Senza un PCI forte, non ci sarebbe una DC forte.

    Ma la DC resta ancora il partito di maggioranza.

    E’ il criterio assistenziale con cui è gestito il potere che la fa forte, le dà questa primogenitura. C’è una fascia maggioritaria di persone che va da quello che una volta si chiamava sottoproletariato a tutta la burocrazia statale e locale, che con la DC sta bene. Perché appartiene a un criterio che doveva essere normale in un partito cattolico italiano: cioè l’unico criterio che un partito cattolico poteva adottare era quello di trasformare la carità cristiana in assenza dello Stato.

    E Moro diceva anche questo,ma poi hanno detto che diceva pure altro.

    Le sue scelte vivevano solo nella riserva mentale, non negli articoli o nelle interviste più o meno postume. La santificazione che è stata fatta h avuto esiti fallimentari. Moro li ha fregati tutti non volendo morire,e questo è diventato un fatto politico enorme, di grande ripercussione. Io arrivo anche a immaginare che gli Stati Uniti davano probabilmente come perduto questo nostro paese. Perduto per loro, voglio dire. E che invece sono stati riconfortati dalla resistenza del Governo a non cedere allo scambio con i briganti. Hanno ritrovato allora una certa fiducia in questo Stato italiano, per cui l’hanno ripreso pienamente dentro la loro area. Se questa mi a immaginazione corrispondesse alla realtà, i comunisti, sostenendo il patto della fermezza, si sono dati la zappa sui piedi.

    Questo se ben capisco, significa distinguere tra regime e Stato.

    Certamente. C’è una distinzione tra coscienza morale e istituzione, tra fondamento etico e manovra o interesse di parte.

    E ora? Già ci sono formule in discussione per il nuovo governo?

    Un governo laico sostenuto dalle sinistre sarebbe un fatto molto grosso. Se invece si dice che lo sostiene anche la DC, allora siamo fuori dalla realtà. Sarebbe un ritorno a quell’unanimismo che finora è stato una fregatura.

    (“La Stampa”, 14 giugno 1978)

    75) Segue
    "Dopo Einaudi cominciò per l'Italia la Repubblica delle pere indivise"

  8. #78
    L'estremista moderato
    Data Registrazione
    15 Apr 2009
    Messaggi
    1,794
     Likes dati
    0
     Like avuti
    1
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito Rif: Leonardo Sciascia, vent’anni fa…

    LEONARDO SCIASCIA, VENT’ANNI FA… 77)

    • A cura di Valter Vecellio

    SCIASCIA DALLA PARTE DI AMENDOLA 1)



    Anche lei crede che la terza guerra mondiale sia possibile e vicina?

    So che c’è in giro abbastanza follia per farla esplodere, ma penso che ci siano anche tanta paura e saggezza capaci di evitarla.



    Il terrorismo continua la sua strada, la gente si sente sempre più lontana dalla classe politica. Lei sostiene ancora il suo slogan: né con lo Stato, né con le Brigate Rosse?

    Non ho mai detto questo slogan. Forse, se proprio si vuole usare questo slogan, lo si potrebbe correggere così: contro le Brigate Rosse, ma non con lo Stato. Lo Stato per me non è un’idea mistica, ma i servizi che funzionano: scuole, poste, ospedali. Una specie di grande imprenditore dei servizi pubblici. Ma allora mi chiedo dov’è questo Stato, in Italia.



    Pensa che sia finita la Prima Repubblica?

    Forse non è mai cominciata.



    Cosa farebbe Sciascia se domani diventasse presidente della Repubblica?

    Non basta un Presidente. Anzi, è molto pericoloso. Pertini è diventato molto popolare, un po’ per certi gesti, ma ciò non basta, bisogna partire da altre basi.



    Da quali allora?

    Per prima cosa mettere ordine nella scuola. La scuola in Italia non esiste più; bisogna farla funzionare, magari con molte libertà, lasciando che coloro che vogliono studiare possano crearsi essi stessi le scuole. C’è una gran massa che non vuole studiare, vuole il pezzo di carta, la licenza. Ma ci sono ragazzi che vogliono studiare. Ora è necessario che dal basso nasca questa esigenza della scuola, che lo Stato si dia dei mezzi per chi vuole veramente studiare.



    Lei è sostenitore del numero chiuso?

    Sono necessariamente per il numero chiuso. Un’istruzione generica si potrà aprire per tutti. Chi vuole studiare che ne abbia la possibilità.



    La sinistra è sempre stata di altre idee al riguardo.

    La sinistra da noi non ha fatto che demagogia. Questo è il guaio. Ora la sinistra è incapace di controllare la spinta sindacale, come non può più controllare la scuola.



    Dove si colloca politicamente?

    Nella sinistra, perché è la sinistra che vuole cambiare le cose, mentre la destra preferisce non cambiare nulla, anzi cerca di tornare indietro. In questo senso mi considero di sinistra. Ma ci sono anche i cretini di sinistra.



    Chi sarebbero?

    Sono dei credenti di tipo cattolico trasferiti nella sinistra. Nel fatto politico, per il credente, cattolico o protestante che sia, esiste l’aldilà: mentre per la sinistra esiste solo l’aldiquà, ed è qui che la sinistra non cretina deve fare i conti, razionalmente, criticamente, non per fideismo. Invece loro sono dei fideisti. Ritengono che Marx, Lenin e Stalin siano tutta la verità rivelata, che le cose muteranno così come dopo la notte viene il giorno.



    In quale percentuale esiste secondo lei in Italia questo cretino di sinistra?

    Il cretino di sinistra esiste a mio avviso a partire dal ceto medio in su. Non esiste a livello popolare. A livello popolare si è più critici, in una parola più democratici. La definizione più bella di democrazia che io abbia trovato è quella di un americano che dice che per quanto ignorante un uomo possa essere, sa se la scarpa gli va stretta al piede. Nel popolo questa costrizione della scarpa si sente. Nel ceto medio si sente molto meno. Sta bene, spende, è spensierato. I ristoranti sono sempre pieni, ma si ha l’idea che l’Italia sia in crisi economica. Ma la gente che deve fare i conti con la casa che non trova è scontenta. Questa è la gente che vorrebbe più giustizia nelle retribuzione, più ordine nelle cose. Così si spiega il calo dei voti della sinistra. La perdita non viene dal ceto medio, dove c’è l’idea che questa baracca non si aggiusta se al governo non vanno i comunisti. Il ceto medio vuole un certo tipo di ordine, cioè un certo tipo di espressione, ma la gente che deve fare i conti con la vita quotidiana, che non ce la fa, si distacca dalla sinistra. Penso che, se si votasse domani, la sinistra, il PCI, andrebbero ancora più giù.



    E la classe intellettuale?

    Esiste anche fra gli intellettuali una percentuale alta di cretini di sinistra, ma anche della gente che mantiene una certa lucidità, però in isolamento. Un uomo molto lucido sulla realtà italiana è sempre Moravia, ma è un isolato. Anch’io mi sento isolato. Sto dentro il Partito Radicale, abbiamo tante cose in comune, avvertiamo gli stessi pericoli, però in quanto scrittore ed intellettuale, come si usa dire, mi sento molto isolato.



    Che cos’è la libertà per lei?

    A questo punto, una regola di buona educazione. Tutto sommato significa questo: non esiste più. Ormai abbiamo delle libertà corporative. Ognuno si prende delle libertà senza badare a quella degli altri, mentre la libertà è il badare alla libertà degli altri.



    Dove comincia e dove finisce la libertà di uno scrittore?

    Nel dire quello che voglio e nell’essere ascoltato in quello che dico, anche nel dissenso. Invece questo non c’è. Posso essere un buono o cattivo scrittore a seconda se sono più o meno vicino al PCI. Bisognerebbe fare il giornale delle piccole notizie. L’altro giorno ho letto un trafiletto in un solo giornale, dello sciopero di un compartimento ferroviario, perché un ferroviere era stato imputato di aver imputato un pacco e di aver rubato. E loro scioperano. Ecco, tutto il contrario della libertà. Non si può scioperare perché uno della corporazione commette un reato. Io credo che questa è una notizia se non più, almeno ugualmente spaventosa delle tangenti per il petrolio. Significa la corruzione della coscienza di questo Paese.



    Come si è arrivati secondo lei a questo punto?

    Grazie alla demagogia delle sinistre e dei sindacati per cui ci sono solo diritti e nessun dovere. Tutto sommato l’Italia usciva dal fascismo in condizioni migliori di quelle di oggi. Il fatto stesso che il fascismo fosse fallito era già una grande carica e una grande speranza. Ora tutto questo patrimonio è stato distrutto.



    (“Il Mattino”, 23 novembre 1978, prima parte)



    77) Segue
    "Dopo Einaudi cominciò per l'Italia la Repubblica delle pere indivise"

  9. #79
    L'estremista moderato
    Data Registrazione
    15 Apr 2009
    Messaggi
    1,794
     Likes dati
    0
     Like avuti
    1
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito Rif: Leonardo Sciascia, vent’anni fa…

    LEONARDO SCIASCIA, VENT’ANNI FA… 78)

    • A cura di Valter Vecellio

    SCIASCIA DALLA PARTE DI AMENDOLA 2)



    Cos’è per lei la verità?

    E’ difficile dirlo. La verità si sente. Cristo non può rispondere a Pilato che cosa è la verità. Qualcosa di ineffabile. Leggendo le lettere di Moro, per esempio, sentivo di essere vicino alla verità.



    Ma non erano lettere di un drogato?

    Ah no! Assolutamente. E si vedrà col tempo le cose utili che ci sono.



    Dove trovare i criteri per la verità?

    La verità è proprio una follia, una via senza uscita, una circolarità assoluta. Comunque, innanzitutto, ci sono i fatti. I fatti sono veri o per lo meno contengono delle verità. Già la premessa ai fatti è importante per questo processo di avvicinamento alla verità. Invece, per esempio, anche nel campo della storia, del modo di scrivere la storia, si perdono di vista i fatti. C’è una meditazione dei fatti senza che venga mai fuori il fatto. E già questo è sospetto. Poi c’è l’interpretazione dei fatti, e lì entriamo nella capacità di analisi, entra la ragione, la valutazione, il sistema di discussione e di accettazione che ci avvicina ancora alla verità.



    C’è un fatto recente in cui ha sentito più vicina la verità?

    Il sequestro Moro. Il fatto che mi ha dato una apertura di verità è stato che alla vigilia del rapimento di Moro c’erano difficoltà nella formazione del governo; c’era la possibilità che non si facesse, dopo invece fu approvato immediatamente.



    E’ vero che la creatività è in crisi?

    Sì, perché come diceva lo scrittore spagnolo Ortega y Gasset, oggi viviamo immersi nell’ “oceano del rumore”. Un rumore dal quale non si sfugge neanche diventando palombari. Ci perseguita ovunque. Dopo la caduta dell’impero romano alcuni sono riusciti a scappare verso il silenzio e hanno continuato a creare, cominciando dai monaci. Oggi non esistono più rifugi di silenzio.



    Che cos’è la donna per uno scrittore che è anche siciliano?

    Quello che è sempre stata per me il completamento dell’uomo.



    Credo che le femministe si scandalizzerebbero per questa sua affermazione.

    No, perché anche l’uomo deve essere il completamento della donna. Io penso che sia enormemente importante che la donna raggiunga tutti i diritti e che entri nella vita pubblica. In fondo gli uomini hanno provato a creare una civiltà e non ci sono riusciti. Chi sa che le donne non ci riescano meglio.



    Qualcuno l’ha chiamata il nuovo Voltaire italiano. Cosa scriverebbe sotto la parola “Dio”?

    Vedremo. Se esiste, ne discuteremo. Certo lui non potrà chiedermi conto della mia vita. Ma io a lui sì, e come! Io mi sento abbastanza religioso, pur non potendomi dire interamente cristiano, e meno ancora cattolico. In questo senso sono poco siciliano, perché io ritengop che i siciliani siano assolutamente refrattari al fatto religioso. Questa è la regola che non impedisce che in Sicilia ci siano anche delle persone seriamente religiose.



    Il suo ultimo libro, “Dalla parte degli infedeli”, è stato considerato come “anti-Vaticano”.

    E’ un libro invece più contro la Democrazia Cristiana che contro la Chiesa. La Chiesa si muove contro questo vescovo, sulla base delle indicazioni democristiane. Certo, la Chiesa è quella che è, ma la DC è ancora peggio.



    Tutti parlano di un arrivo dei comunisti al governo. E’ d’accordo?

    Loro si sentono già al governo, La Democrazia Cristiana però chiede al PCI solo una mano per la repressione. Nient’altro. Io questa prospettiva non la vedo con ottimismo. Io oggi, per l’Italia, preferirei un governo di destra di tipo giascardiano con tutti i suoi difetti.



    E’ una provocazione?

    No, è per dare tempo alla sinistra di organizzarsi, pensare e preparare una prospettiva futura di alternanza. Oggi la sinistra italiana non è né matura né unità. L’unica cosa saggia sarebbe che il Partito Comunista diventasse un grande partito liberale. Amendola lo ha capito. Secondo me, lui ha una visione molto chiara delle cose. Io ho polemizzato due anni fa con lui, ma in questo momento riconosco che lui è nella verità.



    Sta per cominciare l’inchiesta parlamentare sul caso Moro. Chi lo ha ammazzato?

    Le Brigate Rosse.



    Ma quale colore hanno veramente?

    Rosso, rosso. Io non credo che l’America abbia interesse a destabilizzare oggi l’Italia.



    (“Il Mattino”, 23 novembre 1978, seconda e ultima parte)



    78) Segue
    "Dopo Einaudi cominciò per l'Italia la Repubblica delle pere indivise"

  10. #80
    L'estremista moderato
    Data Registrazione
    15 Apr 2009
    Messaggi
    1,794
     Likes dati
    0
     Like avuti
    1
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito Rif: Leonardo Sciascia, vent’anni fa…

    LEONARDO SCIASCIA, VENT’ANNI FA… 79)

    • A cura di Valter Vecellio

    I PANNI DI VOLTAIRE



    “Certo che sono uno scrittore satirico. Se lo capissero, una buona volta, forse la finirebbero di farmi fare il profeta”, dice Leonardo Sciascia. Sabato prossimo, nell’ottava edizione del premio Forte dei Marmi per la satira politica, gli daranno il premio per la sezione letteratura. Glielo hanno comunicato, e Sciascia, dopo essere sfuggito per anni alla “kermesse” dei premi, ha detto sì. E’ un avvenimento. Sono venuta a chiedergli come mai.



    E’ per la motivazione?Si è sentito finalmente capito, definito in modo giusto?

    Sì…in parte.



    Quindi avrebbe accettato qualunque premio le venisse assegnato per questa ragione?

    Ah no. I premi in se stessi sono una cosa da satira. Io mi ci sono quasi sempre sottratto.



    E qui non si sottrae…

    Mi piacciono i piccoli premi simpatici…



    Sciascia è gentile e disponibile: ma non dice niente – almeno finché prendo nota di quelo che dice – che non sia indispensabile o sollecitato. Alle domande, dà risposte rarefatte, anche puntigliosamente complete.

    Sì, n Italia spazio per la satira politica ce n’è: basta vedere il successo di Forattini, che con ogni vignetta fa un editoriale, ma è capito più degli editorialisti. Io stesso mi riconosco sempre in quello che “dice”, e la sua presenza al premio Forte dei Marmi è forse la ragione principale per cui ho accettato…Sì, penso che se si fosse capaci di fare della satira perfino sul terrorismo farebbe bene a noi e a loro…Il ’68 poteva essere una buona scrollata. Forse in qualche paese lo è stato. La Francia, tutto sommato, non può lamentarsi. Ma da noi ha inaugurato una specie di vacanza nefasta. Vacanza nel senso del vuoto che si è fatto. No, non lo condanno in blocco. Qualcosa ha suscitato. Però il fallimento c’è…Parigi…sì, l’esistenza non è più leggera, lì. Le cose italiane trasformate in una mezza colonnina di notizia su “Le Monde”, opprimono di meno. Certo mi parrebbe scorretto starci ora che sono deputato. Ma non ho intenzione di sedere in Parlamento più di mezza legislatura; la rotazione non mi pare sia più in uso tra i radicali, ma io la ripristinerò…la psicoanalisi…sì, è uno scandaglio importante. Non credo però alla psicoanalisi come terapia. La considero come una truffa. Non ho mai visto se non peggiorare chi vi si è sottoposto. Come il marxismo, che serve per capire il passato. No, non per il presente, per la nostra vita, non credo. E l’avvenire, dite? L’avvenire dobbiamo farcelo da noi, senza padri. Perciò non voglio fare il profeta.



    Eppure, suo malgrado, profeta lo è diventato, di colpo, dopo la pubblicazione di “Todo Modo”. Dopo quel libro c’è stato “L’Affaire Moro”, e un brivido è corso per la schiena di tutti.

    Ma i cadaveri di “Todo Modo” sono leggeri. Il fatto è che al libro si è sovrapposto il film, con le sue immagini. Io stesso mi dimentico che nel libro non c’è traccia di Moro: mi hanno influenzato, dovrò rileggerlo. Se si potessero dimenticare il film e la morte di Moro, il libro si alleggerirebbe.



    Quindi non solo la infastidisce il ruolo di maitre à penser che le si attribuisce, ma anche la lettura che si fa di lei è sbagliata…

    Quella che si fa in Italia sì. Solo un saggio di Salvatore Battaglia, pubblicato anni fa su “Il Dramma”, mi è parso illuminante, mi ha aiutato a capire me stesso.



    E dov’è che la si legge in modo esatto?

    In Francia, direi. Critici come Ambrosie, Fernandez…



    La Francia, sempre la Francia. Lei ha letto, in primavera, quell’articolo di Dominique Fernandez sul supplemento dell’ “Express”, dedicato a “Le mal italien”, in cui sosteneva che gli operai dell’Alfasud di Somigliano d’Arco, ogni volta che finivano un’automobile, fermavano la “catena”, abbracciavano l’automobile, la baciavano e vi intrecciavano danze intorno?

    Fernandez continua l’errore stendhaliano sull’Italia, secondo cui in Italia la pianta-uomo è generosa, simpatica; in Italia tutto è appassionato, spontaneo. Sì, è una forma di estremismo che colpisce l’Italia specialmente da parte francese. La povertà a Napoli, non è bella, è povertà e degradazione.



    Tuttavia lei non accetta la lettura “seria” che di lei viene data in Italia.

    Non è questione di serietà, è questione di ottica. In Italia mi si considera un illuminista, peggio, un volterriano…



    Perché questo “peggio”? Proprio lei dice questo? Lei che ha scritto “Candido”?

    …Sì, forse il più apertamente satirico dei miei libri. Tuttavia non voglio Voltaire come padre. Intanto dell’illuminismo mi ha sempre più interessato Diderot che Voltaire. Ma poi, ecco, io non mi riconosco nel volterrianesimo che mi si attribuisce.



    Non è un illuminista?

    No, tutto il contrario.



    Dunque per lei non c’è “progresso”. E la satira, per lei, non è diretta a cambiare le cose, non è “politica”?

    La satira è complessa, è una commistione di tante cose. Voltaire, nella voce “Critica” del suo dizionario, parla di quella critica “che è parte della satira”. Io direi, alterando, che la satira è una forma di critica. La più immediata, la più diretta. E’ lo specchio che fa vedere il naso storto. “L’ispettore generale” di Gogol lo considero un monumento della satira.



    In Italia una grande tradizione satirica non c’è…

    No, è vero. Satirico è stato Giusti; ma non è durato a lungo. Brancati, è stato uno scrittore satirico. E mi ha influenzato, per consanguineità, per vicinanza. Insegnava all’istituto magistrale di Caltanissetta. Certo, allora tra professori e studenti c’era una distanza incolmabile. Però mentre io lo vedevo a scuola, lo leggevo sull’ “Omnibus” di Longanesi. Era un modo per essergli più vicino di quanto non gli fossi fisicamente. E da “Le parrocchie di Regalpetra”, che io considero il mio primo libro, ho sempre tentato di avere una vena satirica, di mordere nell’attualità. Penso, per esempio, a quel racconto, “La morte di Stalin”, che poi ho inserito nella raccolta “Gli zii di Sicilia”…



    Lo ricordo., Il protagonista non vuole arrendersi all’evidenza, agli “errori” di Stalin, di cui pure gli parlano i compagni di partito. Lo sogna che fa nere previsioni per le elezioni del ’48, e parla in napoletano…ecco, però lei quello stalinista lo ama. Ora la satira è anche sferzata, è disprezzo. In lei invece c’è comprensione umana, una certa pietas.

    Per il personaggio, non per il contesto. Capisco lo stalinista, non lo stalinismo.



    Sì, ma dopotutto, lo stalinismo e gli stalinisti non sono due fenomeni tanto separati l’uno dall’altro. E’ difficile dire se sia stato Stalin a fare gli stalinisti o viceversa; ma certo un qualche contributo gli individui al contesto sociale anche ideale glielo danno.

    Le risponderò con un esempio. Di recente una vecchietta è andata a firmare per il referendum indetto dai radicali contro l’ergastolo. E firmando ha detto: “Che bellezza, così leviamo l’ergastolo e mettiamo la pena di morte”. E’ chiaro che se io dovessi metterla al centro di un mio racconto, non potrei prendermela con la vecchietta, dovrei prendermela con il contesto politico, culturale e così via, che ha fatto sì che la vecchietta la pensasse a quel modo.



    Ma il contesto chi lo fa? Se lei “perdona” sempre tutti gli individui…per esempio, i suoi racconti sono pieni di “voltagabbana”, che lei descrive sempre lucidamente, ironicamente, ma con innegabile affetto…

    Umanamente non riesco a disprezzarli, ho passato una vita con loro, possibilmente andiamo a prendere il caffé insieme…Poi questo non è vero di “tutti” i miei voltagabbana; non lo è, per esempio, del barone del “Quarantotto”, che passa dai Borboni a Garibaldi. Comunque lo ammetto: ho un debole per gli individui, sono sensibile ai contatti umani. Forse perché appartengo a un’area culturale in cui non c’è mai stata grande fiducia nelle idee, si è sempre contato molto sugli individui appunto. E questo ha generato in me qualcosa che staffa la tolleranza e l’indulgenza.



    E dunque la convinzione che così è e così sarà per saecula saeculorum…

    Così si legge nella tradizione narrativa siciliana, da Verga al “Gattopardo”. Io ho cercato di essere diverso. Non dico di esservi riuscito. Non sono sicuro di essermi liberato di tutto lo scetticismo nei riguardi delle idee.



    La differenza di fondo tra conservatori e progressisti, si dice, è sul giudizio sulla natura umana. I primi pensano che essa sia immutabile, i secondi che possa cambiare. Lei che l’animo umano lo conosce bene, si considera un conservatore o un progressista?

    Sono un conservatore nel senso che voglio conservare il meglio.



    Vale a dire?

    La letteratura, ilare letteratura. Il riposo, quell’ozio attivo di cui sono capaci i popoli mediterranei. La riconoscenza, il sapore le cose; e il riconoscimento che ha maggiore merito di chi più sa, e che agisce in funzione di quello che sa.



    (“La Repubblica”, 10 settembre 1980)
    "Dopo Einaudi cominciò per l'Italia la Repubblica delle pere indivise"

 

 
Pagina 8 di 17 PrimaPrima ... 789 ... UltimaUltima

Discussioni Simili

  1. Leonardo Sciascia
    Di Frescobaldi nel forum Sicilia
    Risposte: 53
    Ultimo Messaggio: 27-09-08, 15:26
  2. Leonardo Sciascia "profeta padano"....????
    Di montecristo2006 (POL) nel forum Padania!
    Risposte: 0
    Ultimo Messaggio: 17-04-07, 17:44
  3. Vent'anni fa....
    Di Eymerich (POL) nel forum Fumetti
    Risposte: 12
    Ultimo Messaggio: 03-05-06, 14:03
  4. 25 anni fa: Guttuso a Sciascia; Sciascia a Guttuso
    Di Wolare nel forum Politica Nazionale
    Risposte: 0
    Ultimo Messaggio: 13-03-03, 20:11
  5. Leonardo Sciascia: Rompere!!!
    Di Wolare nel forum Politica Nazionale
    Risposte: 0
    Ultimo Messaggio: 13-03-03, 19:02

Permessi di Scrittura

  • Tu non puoi inviare nuove discussioni
  • Tu non puoi inviare risposte
  • Tu non puoi inviare allegati
  • Tu non puoi modificare i tuoi messaggi
  •  
[Rilevato AdBlock]

Per accedere ai contenuti di questo Forum con AdBlock attivato
devi registrarti gratuitamente ed eseguire il login al Forum.

Per registrarti, disattiva temporaneamente l'AdBlock e dopo aver
fatto il login potrai riattivarlo senza problemi.

Se non ti interessa registrarti, puoi sempre accedere ai contenuti disattivando AdBlock per questo sito