LEONARDO SCIASCIA, VENT’ANNI FA… 90)
di A cura di Valter Vecellio
QUADERNO
Ricordo di Giuseppe Cocchiara
Di persona l’ho conosciuto tre o quattro anni fa, occasionalmente: come sempre accade in Sicilia tra persone che hanno qualcosa in comune. Poiché ciascuno, qui, lavora in un isolamento che non è né splendido né arrogante:ma timido, di ombrosa discrezione, pieno di esitazioni e differimenti. E desideravo conoscere Cocchiara: ma confidavo nella occasione, nel caso.
All’ammirazione che avevo per lo studioso si aggiunse, conoscendolo, una grande simpatia (mentre di solito, oggi, più facilmente accade il contrario). Era un uomo dal tratto semplice, confidenziale. Ma dalla sua semplicità e confidenza traluceva una natura complessa ed apprensiva, una profonda distrazione. Come tutte le persone che lavorano intensamente, e con serietà, e con fiducia, non parlava mai del proprio lavoro: e pareva anzi ne fosse scetticamente distaccato, lontano. Era, anche in questo, siciliano: con quel pudore, con quella misura di ironia, che il siciliano ha relativamente alle cose cui più fortemente tiene. Parlava quasi sempre in dialetto; e il suo italiano aveva indelebile sintassi ed accento dialettale. Una volta siamo andati insieme alla RAI, per essere intervistati; e ascoltando le registrazioni pareva avessimo fatto una gara per stabilire chi di noi due avesse più carico accento siciliano.
Il segno più alto della vita, egli poneva nella famiglia, nell’amicizia, nel lavoro. E ha lavorato instancabilmente dando alla cultura italiana e mondiale opere fondamentali. Partendo dalla Sicilia, dalla cultura e dalle realtà della Sicilia, egli è arrivato a rappresentare organicamente, in vaste ed articolate sintesi, mai prima tentate, i grandi movimenti della cultura nazionale ed europea in relazione all’anima primitiva e al folklore. Opere come “Storia del folklore in Europa. Popolo e letteratura in Italia. L’eterno selvaggio”, restano tra le più salde ed ardite che la cultura italiana abbia prodotto in questi nostri anni. E credo che ad un certo punto della sua vita, in coincidenza al maturare dei suoi intendimenti e dei suoi studi, siano intervenuti, a dare ampiezza e vigore al suo lavoro, due fatti decisivi: la lezione di Gramsci, che ha saputo accettare con sagace serietà e discrezione, e l’incontro con Cesare Pavese. E d’altra parte, per Pavese, a dar metodo ai suoi spiccati interessi verso il primitivo e il popolare, sarà stato significante l’incontro con uno studioso come Cocchiara. E già questo è un caso forse unico nella cultura italiana, e da ascrivere ai tanti meriti di Giuseppe Cocchiara: il fruttuoso incontro di uno scrittore con un “cattedratico”.
La questione della lingua
Una conferenza tenuta da Pasolini in varie città d’Italia, ha scatenato sulla questione della lingua penne più o meno illustri, più o meno competenti, più o meno cariche di malumori e veleni. Ognuno ha voluto dire la sua, e spesso facendo dire a Pasolini quello che non ha detto. I più, infatti, lo hanno accusato di aver voltato gabbana, di essersi convertito alla lingua tecnologica, di “comunicazione”, del nord: e di avere, per conseguenza, ripudiato la lingua di “espressione” del sud, là dove, invece, Pasolini si era limitato a constatare lo spostamento linguistico dell’asse Roma-Firenze all’asse Torino-Milano, cioè l’insorgere di una lingua che io chiamerei “manageriale”, nella quale viene a risolversi il lungo processo di eliminazione dei particolarismi linguistici, e dunque l’avvento di una lingua finalmente unitaria, ma con conseguenze che sarebbero poi una specie di perdita dell’anima. Constatazione, questa, che Pasolini fa non senza dolore ed orrore, così come un medico, per quanto addolorato non può fare a meno di registrare il decesso di un paziente che sarebbe in questo caso, l’asse linguistico Roma-Firenze.
Personalmente non ho mai avuto problemi linguistici se non nel senso di ricerca della chiarezza. E sono convinto che scrittori come Pirandello, come Saba, come Moravia, abbiano portato abbastanza avanti il processo di unificazione tra lingua letteraria e lingua parlata. Anzi, sono convinto che Moravia l’abbia addirittura risolto. Se poi questa soluzione non è valida per tutti i livelli della società italiana, ciò si deve al fatto che la società italiana ha, a tutt’oggi, dei livelli irraggiungibili. Considero dunque come artificioso e mistificatorio, come alibi di individuali impotenze (che raggruppandosi formano però una forza, una potenza teorizzatrice), quella specie di grido di dolore: per la “lingua che non c’è” che da qualche parte si leva. “Se ci fosse davvero una lingua italiana unitaria, moderna, lubrificata, quali grandi cose scriveremmo!”, molti hanno l’aria di dire. Mentre al contrario, sono le grandi cose da dire che fanno la lingua.
Ma Pasolini non è da confondere col coro che lamenta la “lingua che non c’è”. Egli ha, di solito, esatta percezione del farsi delle cose: e nel suo discorso ha colto un fenomeno che viene ineluttabilmente svolgendosi nella società italiana, cioè l’avvento di un linguaggio di “comunicazione”. Solo che questo linguaggio è soltanto un gergo furbesco, come giustamente è stato osservato; e non è poi vero che sia totalmente depurato da ombre e sfumature espressive. E’ il gergo, insomma, dei caroselli televisivi, dei presentatori tipo Bongiorno, degli uomini politici, e contiene aspirazione alla persuasione, alla stupidità, alla felicità. Non una lingua, dunque, ma un gergo: e il constatare l’esistenza è come porre un corollario a quella teoria della “managerial revolution” che sarebbe il caso di tornare a verificare. Insomma, la rivoluzione dei dirigenti tecnici porta la conseguenza di una rivoluzione linguistica che in Italia, in ulteriore analisi, rischia di provocare una specie di petrarchismo tecnologico.
La lingua di Moro
Non ho ancora letto il testo della conferenza di Pasolini; ho letto una sua risposta alle critiche che gli erano state mosse, e molte di queste critiche. Per sentito dire, dunque, so che Pasolini ha indicato come carta della nuova lingua il discorso che l’onorevole Moro pronunciò alla inaugurazione dell’autostrada del Sole.
L’onorevole Moro è un uomo politico meridionale: il che è abbastanza, ma vale la pena di sottolinearlo, se Pasolini si riferisce a un suo testo come alla carta di Capua della lingua che nasce sull’asse Milano-Torino. E dell’uomo politico meridionale ha tutte le qualità, e principale quella del non dire. Fino a ieri, il classico modello dell’oratoria politica meridionale poteva considerarsi il discorso che il principe di Francalanza rivolge ai suoi elettori nei “Vicerè” di Federico De Roberto: discorso di magistrale non dire relativamente ai problemi di cui essi elettori erano individualmente e collettivamente gravati, e spaziante con vaga disinvoltura nei cieli della politica estera e coloniale, della potenza patria, dal prestigio internazionale. Generalmente, bisognerà riconoscerlo, l’onorevole Moro ha inventato un più rigoroso, quasi scientifico, non dire. E’ sua, se non ricordo male, la trovata delle convergenze parallele: che non significano assolutamente niente, né nella logica astratta né in quella delle cose concrete. E chi l’ha sentito e visto in televisione non può non condividere l’impressione dell’ineffabile non senso che l’onorevole Moro comunica. “Vegna Medusa: sì ‘l farem di smalto!”.
Se dunque il “sao ko kelle terre” della nuova lingua è il discorso dell’onorevole Moro, è il caso di dire che stiamo freschi davvero.
(“L’Ora”, 30 gennaio 1965)




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