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  1. #91
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    Predefinito Rif: Leonardo Sciascia, vent’anni fa…

    LEONARDO SCIASCIA, VENT’ANNI FA… 90)

    di A cura di Valter Vecellio

    QUADERNO



    Ricordo di Giuseppe Cocchiara

    Di persona l’ho conosciuto tre o quattro anni fa, occasionalmente: come sempre accade in Sicilia tra persone che hanno qualcosa in comune. Poiché ciascuno, qui, lavora in un isolamento che non è né splendido né arrogante:ma timido, di ombrosa discrezione, pieno di esitazioni e differimenti. E desideravo conoscere Cocchiara: ma confidavo nella occasione, nel caso.

    All’ammirazione che avevo per lo studioso si aggiunse, conoscendolo, una grande simpatia (mentre di solito, oggi, più facilmente accade il contrario). Era un uomo dal tratto semplice, confidenziale. Ma dalla sua semplicità e confidenza traluceva una natura complessa ed apprensiva, una profonda distrazione. Come tutte le persone che lavorano intensamente, e con serietà, e con fiducia, non parlava mai del proprio lavoro: e pareva anzi ne fosse scetticamente distaccato, lontano. Era, anche in questo, siciliano: con quel pudore, con quella misura di ironia, che il siciliano ha relativamente alle cose cui più fortemente tiene. Parlava quasi sempre in dialetto; e il suo italiano aveva indelebile sintassi ed accento dialettale. Una volta siamo andati insieme alla RAI, per essere intervistati; e ascoltando le registrazioni pareva avessimo fatto una gara per stabilire chi di noi due avesse più carico accento siciliano.

    Il segno più alto della vita, egli poneva nella famiglia, nell’amicizia, nel lavoro. E ha lavorato instancabilmente dando alla cultura italiana e mondiale opere fondamentali. Partendo dalla Sicilia, dalla cultura e dalle realtà della Sicilia, egli è arrivato a rappresentare organicamente, in vaste ed articolate sintesi, mai prima tentate, i grandi movimenti della cultura nazionale ed europea in relazione all’anima primitiva e al folklore. Opere come “Storia del folklore in Europa. Popolo e letteratura in Italia. L’eterno selvaggio”, restano tra le più salde ed ardite che la cultura italiana abbia prodotto in questi nostri anni. E credo che ad un certo punto della sua vita, in coincidenza al maturare dei suoi intendimenti e dei suoi studi, siano intervenuti, a dare ampiezza e vigore al suo lavoro, due fatti decisivi: la lezione di Gramsci, che ha saputo accettare con sagace serietà e discrezione, e l’incontro con Cesare Pavese. E d’altra parte, per Pavese, a dar metodo ai suoi spiccati interessi verso il primitivo e il popolare, sarà stato significante l’incontro con uno studioso come Cocchiara. E già questo è un caso forse unico nella cultura italiana, e da ascrivere ai tanti meriti di Giuseppe Cocchiara: il fruttuoso incontro di uno scrittore con un “cattedratico”.



    La questione della lingua

    Una conferenza tenuta da Pasolini in varie città d’Italia, ha scatenato sulla questione della lingua penne più o meno illustri, più o meno competenti, più o meno cariche di malumori e veleni. Ognuno ha voluto dire la sua, e spesso facendo dire a Pasolini quello che non ha detto. I più, infatti, lo hanno accusato di aver voltato gabbana, di essersi convertito alla lingua tecnologica, di “comunicazione”, del nord: e di avere, per conseguenza, ripudiato la lingua di “espressione” del sud, là dove, invece, Pasolini si era limitato a constatare lo spostamento linguistico dell’asse Roma-Firenze all’asse Torino-Milano, cioè l’insorgere di una lingua che io chiamerei “manageriale”, nella quale viene a risolversi il lungo processo di eliminazione dei particolarismi linguistici, e dunque l’avvento di una lingua finalmente unitaria, ma con conseguenze che sarebbero poi una specie di perdita dell’anima. Constatazione, questa, che Pasolini fa non senza dolore ed orrore, così come un medico, per quanto addolorato non può fare a meno di registrare il decesso di un paziente che sarebbe in questo caso, l’asse linguistico Roma-Firenze.

    Personalmente non ho mai avuto problemi linguistici se non nel senso di ricerca della chiarezza. E sono convinto che scrittori come Pirandello, come Saba, come Moravia, abbiano portato abbastanza avanti il processo di unificazione tra lingua letteraria e lingua parlata. Anzi, sono convinto che Moravia l’abbia addirittura risolto. Se poi questa soluzione non è valida per tutti i livelli della società italiana, ciò si deve al fatto che la società italiana ha, a tutt’oggi, dei livelli irraggiungibili. Considero dunque come artificioso e mistificatorio, come alibi di individuali impotenze (che raggruppandosi formano però una forza, una potenza teorizzatrice), quella specie di grido di dolore: per la “lingua che non c’è” che da qualche parte si leva. “Se ci fosse davvero una lingua italiana unitaria, moderna, lubrificata, quali grandi cose scriveremmo!”, molti hanno l’aria di dire. Mentre al contrario, sono le grandi cose da dire che fanno la lingua.

    Ma Pasolini non è da confondere col coro che lamenta la “lingua che non c’è”. Egli ha, di solito, esatta percezione del farsi delle cose: e nel suo discorso ha colto un fenomeno che viene ineluttabilmente svolgendosi nella società italiana, cioè l’avvento di un linguaggio di “comunicazione”. Solo che questo linguaggio è soltanto un gergo furbesco, come giustamente è stato osservato; e non è poi vero che sia totalmente depurato da ombre e sfumature espressive. E’ il gergo, insomma, dei caroselli televisivi, dei presentatori tipo Bongiorno, degli uomini politici, e contiene aspirazione alla persuasione, alla stupidità, alla felicità. Non una lingua, dunque, ma un gergo: e il constatare l’esistenza è come porre un corollario a quella teoria della “managerial revolution” che sarebbe il caso di tornare a verificare. Insomma, la rivoluzione dei dirigenti tecnici porta la conseguenza di una rivoluzione linguistica che in Italia, in ulteriore analisi, rischia di provocare una specie di petrarchismo tecnologico.



    La lingua di Moro

    Non ho ancora letto il testo della conferenza di Pasolini; ho letto una sua risposta alle critiche che gli erano state mosse, e molte di queste critiche. Per sentito dire, dunque, so che Pasolini ha indicato come carta della nuova lingua il discorso che l’onorevole Moro pronunciò alla inaugurazione dell’autostrada del Sole.

    L’onorevole Moro è un uomo politico meridionale: il che è abbastanza, ma vale la pena di sottolinearlo, se Pasolini si riferisce a un suo testo come alla carta di Capua della lingua che nasce sull’asse Milano-Torino. E dell’uomo politico meridionale ha tutte le qualità, e principale quella del non dire. Fino a ieri, il classico modello dell’oratoria politica meridionale poteva considerarsi il discorso che il principe di Francalanza rivolge ai suoi elettori nei “Vicerè” di Federico De Roberto: discorso di magistrale non dire relativamente ai problemi di cui essi elettori erano individualmente e collettivamente gravati, e spaziante con vaga disinvoltura nei cieli della politica estera e coloniale, della potenza patria, dal prestigio internazionale. Generalmente, bisognerà riconoscerlo, l’onorevole Moro ha inventato un più rigoroso, quasi scientifico, non dire. E’ sua, se non ricordo male, la trovata delle convergenze parallele: che non significano assolutamente niente, né nella logica astratta né in quella delle cose concrete. E chi l’ha sentito e visto in televisione non può non condividere l’impressione dell’ineffabile non senso che l’onorevole Moro comunica. “Vegna Medusa: sì ‘l farem di smalto!”.

    Se dunque il “sao ko kelle terre” della nuova lingua è il discorso dell’onorevole Moro, è il caso di dire che stiamo freschi davvero.



    (“L’Ora”, 30 gennaio 1965)
    "Dopo Einaudi cominciò per l'Italia la Repubblica delle pere indivise"

  2. #92
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    Predefinito Rif: Leonardo Sciascia, vent’anni fa…

    LEONARDO SCIASCIA, VENT’ANNI FA… 91)

    di A cura di Valter Vecellio

    QUADERNO



    Gattopardo e sciacalli

    “Noi fummo i Gattopardi, i Leoni; chi ci sostituirà saranno gli sciacalletti, le iene; e tutti quanti, gattopardi, sciacalli e pecore, continueranno a crederci il sale della terra”.

    E’ un giudizio irritante. Ma l’altro giorno, camminando per le strade di Caltanissetta, mi è avvenuto di ricordarlo e ripensarlo; e di coglierne, al di là del fatalismo, al di là del dispetto e del disprezzo, l’effettuale verità.

    La gente veniva fuori dalle case cariche di bidoni, di quartare, di pentole, si affollava intorno alle botti che distribuivano acqua: e pareva lo facesse per antica e rassegnata abitudine, per inamovibile regola quotidiana, quasi che il contendersi l’acqua, il misurarla avaramente per gli elementari bisogni del bere, del cuocere, del lavarsi fosse una condizione dell’esistenza, un destino, e non un fatto legato a precise responsabilità di governo e di amministrazione.

    Per quello che io ricordo, Caltanissetta si dibatte nella penuria di acqua da circa trent’anni. E’ un problema che non si risolve nel giro di un trentennio finisce con l’apparire insolubile, al di là delle forze e dei mezzi umani: dà nel metafisico, insomma, diventa una specie di peccato originale; e non si può che confidarlo a Dio, alla Madonna, a San Michele. E infatti la popolazione nissena, nella sua maggioranza, non pone assolutamente in rapporto l’espressione del proprio voto con la soluzione del problema idrico. Assolutamente.

    Più di mezzo secolo addietro, però, Caltanissetta aveva acqua sufficiente ai bisogni della popolazione. Ed era amministrata da persone di estrazione sociale più vicina ai gattopardi che agli sciacalli, per usare la terminologia lampedusiana. Come, del resto, ogni altro paese della Sicilia.

    Ma per non generare equivoci, è bene lasciare da parte la fauna e Caltanissetta, in termini netti, e con riferimento a una condizione comune a buona parte dei paesi siciliani, voglio dire che quando le amministrazioni erano in mano dei “galantuomini” si operava di più e meglio di ora che sono mano di persone in prevalenza provenienti dai ceti popolari. E’ una verità paradossale e amara. E so bene che i “galantuomini” avevano tanti costituzionali difetti, e non pochi vizi: ma avevano anche le virtù di tenere al decoro dei paesi che amministravano, e spesso ci rimettevano del proprio. Una famiglia di piccola nobiltà “regnicola”, amministrando per circa mezzo secolo il mio paese, vi si rovinò quasi totalmente; ma lasciò il paese con strade lastricate e selciate, con scuole, uffici comunali, teatro, macello, illuminazione pubblica, fognature, acquedotti. E questo può anch’essere un caso eccezionale; ma certo è che in quasi tutti i paesi i “galantuomini” furono amministratori di puntigliosa onestà, di scrupolosa cura nel maneggio del denaro pubblico, alieni da ogni personale speculazione; e, quel che più conta, che ebbero a cuore la funzionalità e il decoro urbanistico, l’istituzione e l’efficienza dei servizi pubblici più essenziali.

    Da vent’anni a questa parte, invece, non si riesce a capire perché venti, trenta, quaranta o più persone vogliano essere elette, e sono elette, ai consigli municipali. O meglio: si capisce benissimo. Solo che la loro presenza nei municipi raramente si può collegare al fatto amministrativo vero e proprio. E del resto l’elettore non ha questa esigenza, vota con una tale assenza di preoccupazione, con una così totale distrazione, che è possibile vedere premiate da una maggioranza schiacciante quelle stesse fazioni che più sono responsabili delle disastrose situazioni presenti.



    Il cavaliere di Micciché

    Michele Palmieri di Micchiché, figlio cadetto del barone Placido e di donna Rosalia Morillo, nacque a Termini Imprese il 3 novembre del 1779. Come tutti i cadetti delle grandi famiglie siciliane, visse una giovinezza squattrinata e irrequieta. Servì nell’esercito inglese durante il periodo napoleonico, quando la corte borbonica si era ritirata a Palermo e l’isola praticamente occupata dagli inglesi; e nel 1820 partecipò ai fatti rivoluzionari, per cui dovette poi riparare in esilio. Un rapporto della polizia borbonica lo definisce d’indole fervida: ed era veramente una di quelle nature appassionate e generose che consumano la loro esistenza negli amori e nei rischi. La sua vita è infatti costellata di avventure galanti, debiti di giuoco, duelli, fughe: e sarebbe stata davvero inutile, come lui stesso la dichiara, se ad un certo punto, assillato dal bisogno, non si fosse dedicato a scrivere i propri ricordi e a pubblicarli con l’intento di far soldi; intento che molto improbabilmente potè raggiungere effetto, se addirittura non contribuì a dissestarlo del tutto. Scritto in francese, e in Francia pubblicati, i suoi libri si intitolano “Pensèes et souvenirs historiques et contemporains, suivis d’un essai sur la tragédie ancienne, et de quelques aperçus politiques” (Parigi, presso l’autore, 1830: due volumi) e “Moers de la Cour et des peuples des Deux Siciles” (Parigi, A.Levavasseur, 1837): e sono tra le più vive e deliziose testimonianze del tempo, non indegne di figurare in quella collezione settecentesca che Salvatore Di Giacomo diresse per l’editore Sandron. C’è da meravigliarsi, anzi, che al Di Giacomo siano sfuggite; chè se a rigore cronologico non rientrano nel secolo, sono per spirito, senz’altro settecentesche: anche per il fatto che la corte borbonica a Palermo, sequestrando la Sicilia al di fuori del movimento storico europeo, veniva a prolungare gli aspetti e i comportamenti esteriori di quel secolo che altrove invece aveva maturato profonde trasformazioni civili.

    Protagoniste di quel momento della vita palermitana e siciliana sono tre donne: la regina Maria Carolina; Lady Hamilton; Lucia Migliaccio, duchessa di Floridia (forse anche, sotto sotto, una quarta: lady Bentinck Palmieri); ed era devoto a lady Bentinck e un po’ innamorato, pare, della duchessa di Floridia; e la protezione di queste due donne molto gli valeva per scansare i guai che una natura ardente e tempestosa come la sua non mancava di attirarsi. Per la regina e per lady Hamilton, e più per quest’ultima, sentiva invece avversione. Della bellezza della duchessa (che fu, com’è noto, favorita del re), scrive: “Io ho veduto dovunque molte donne graziose, delle quali – come direbbe Sganarello – un uomo in salute potrebbe appropriarsi benissimo. Ma non ho più veduto due occhi come quelli della duchessa di Floridia, della quale ho parlato così spesso. Erano occhi umidi – come li chiamavano i greci – neri come il gavazzo, in cui la grazia, il sentimento, la voluttà si manifestavano alternativamente: un loro sguardo faceva vibrare le fibre e penetrava sino al midollo delle ossa. Sono gli occhi che hanno ispirato la musa del nostro famoso Meli…”. Si riferisce all’ode appunto intitolata “L’occhi”: “Ucchiuzzi niuri, Si taliati, Faciti cadiri Casi e citati…”, bellissima ode, non c’è dubbio: ma confesso che più vedo splendere gli occhi della duchessa dall’aggettivo “umidi” che il Palmieri usa.

    Approssimativo e trasandato sia per temperamento sia perché scrive in una lingua non sua, il cavaliere di Miccichè riesce però ad azzeccare ritratti ed a rendere vivacemente avventure ed aneddoti. E’ un uomo intelligente, acuto, di non molte ma essenziali letture. Ha fatto i suoi latinucci, ha letto bene Voltaire e Diderot e le sue cose hanno spirito e taglio illuministico. E’ un libertino: e nel senso corrente. E soprattutto è un uomo sincero, talmente sincero che subito ci fa sentire la nota falsa, la piccola menzogna. Se Stendhal l’avesse conosciuto meglio (perché l’ha conosciuto), probabilmente l’avrebbe tenuto presente per una delle sue cronache italiane.

    Purtroppo, nell’antologia che Umberto Caldora ha ora tratto dalle due opere del Palmieri (“I Borboni di Napoli ed i loro tempi”), mancano tanti interessantissimi passi, e specialmente si sente la mancanza di certi vivi ricordi familiari. Il criterio del Caldora è stato di scegliere e tradurre le parti che riguardano avvenimenti pubblici e personaggi storici, criterio d’altra parte rispettabile, e lavoro degno di lode. Ma c’è da sperare che qui, in Sicilia, qualche studioso e qualche editore si decidano a darci una traduzione completa delle due opere.



    (“L’Ora”, 6 febbraio 1965)
    "Dopo Einaudi cominciò per l'Italia la Repubblica delle pere indivise"

  3. #93
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    LEONARDO SCIASCIA, VENT’ANNI FA… 92)

    • A cura di Valter Vecellio

    QUADERNO



    Il caso della baronessa di Carini

    “Stu casu pri lu regno batti l’ali”, dice con bella immagine l’anonimo che cantò la tragica storia della baronessa di Carini. E si può dire che ancora, dopo quattro secoli, batte le ali: e non più nelle piazze, poiché i cantastorie hanno tragedie più attuali da raccontare, ma tra gli studiosi di filologia e di storia.

    Cominciò, com’è noto, Salvatore Salomone-Marino. Sentì dalla madre un frammento della storia, e si diede a cercarne altri per tutta la Sicilia, al tempo stesso lavorando a ricostruire la verità storica dei fatti. E dapprima credette che la verità storica coincidesse con la verità poetica, e cioè che don Vincenzo La Grua, barone di Carini, avesse in un cieco impeto d’ira ammazzato la sua giovane figlia Caterina, colpevole di un’amorosa relazione con Ludovico Vernagallo. Successivamente, forse anche per certi dubbi sollevati dal Pitré, i fatti gli apparvero in diversa declinazione: don Cesare Lanza aveva ammazzato la figlia Laura, moglie di don Vincenzo La Grua e l’amante di lei Ludovico Vernagallo, avendoli sorpresi insieme nel castello di Carini. Su questa seconda ipotesi, come già sulla prima, egli condusse un’operazione di curiosa improntitudine filologica ma di efficace risultato poetico: dalle migliaia di versi raccolti nei paesi siciliani; e più nella zona di Palermo, ne estrasse circa trecento, articolandoli in una sequenza drammatica, in una durata poetica di rara intensità. E il poemetto fu infatti salutato come uno dei più alti testi di poesia popolare, e fino alla pubblicazione del lavoro di Aurelio Rigoli (“Le varianti della ‘Baronessa di Carini’, raccolte da Salvatore Salomone-Marino, Palermo 1963) così considerato.

    Ma lasciando da parte il caso filologico che viene a rampollare dal caso della baronessa, diciamo che la seconda ipotesi del Salomone-Marino sulla verità dei fatti era senza altro esatta. Solo che, in circa cinquant’anni di ricerche, egli non pervenne mai ad una prova risolutiva. Raccolse un gran numero di documenti e sospetti sapientemente collegò e dispose in un racconto suggestivo e convincente. Ma il documento definitivo, che a chiare lettere dicesse che don Cesare Lanza avesse ammazzato la figlia Laura e il Vernagallo, l’illustre studioso non ebbe la gioia di trovarlo. E venne fuori, questo documento, parecchi anni dopo la sua morte. Casualmente, a quanto pare. Lo trovò Gaetano Catalano nell’Archivio Storico Nazionale di Madrid: ed era un registro di protocollo. Il Catalano lo comunicò ad Antonino Magliaro, e questi lo pubblicò in nota a un suo saggio la cui validità, dopo il lavoro del Rigoli, resta un po’ dubbia.

    C’era però molto più vicino di quello di Madrid, un documento ancora più preciso: nei registri della cancelleria e del Protonotaro, proprio in quell’Archivio di Stato di Palermo in cui il Salomone-Marino tanto lavorò. L’ha trovato recentemente Adelaide Baviera Albanese, direttrice dell’Archivio: e lo pubblica, muovendo tutto un discorso che si può considerare conclusivo per la verità storica del caso, nell’ultimo numero dei “Nuovi quaderni del meridione”, editi dalla Fondazione Mormino.

    Il centro drammatico del documento è nella istanza di don Cesare Lanza che il decreto reale riporta per dichiararla accolta, e precisamente nel punto in cui don Cesare racconta che “essendo andato al castello di Carini a videre la baronessa di Carini sua figlia como era suo costume trovò al baron de Carini suo genniro molto alterato perché havia trovato in quel mismo istante nella sua camara Lodovico Vernagallo suo innamorato con la detta baronessa, onde esponente mosso de iusto sdegno in compagnia di detto barone adorno ed trovorno li ditti baronessa et suo amante serrati insieme et cussi subito in quello istanti foro ambo doy ammazati”. Coi tempi che corrono, forse è opportuno chiarire che nella sua camera, cioè in camera da letto, don Vincenzo aveva trovato l’innamorato di sua moglie, e non, come secondo grammatica dovremmo intendere, il suo. Ma questo marito tradito lo vediamo finalmente nella sua debolezza e viltà, nella sua malizia. Né la storia in versi, né i documenti raccolti da Salomone-Marino, né il documento rinvenuto a Madrid erano finora riusciti a gettare luce su questo personaggio: che potevamo indovinare umanamente squallido e inetto, ma ora lo abbiamo direi fisicamente presente. Naturalmente, non c’è da credere al caso; né ci vuole grande immaginazione per vedere l’effettivo svolgimento dei fatti. Don Vincenzo avrà sospettato o saputo la tresca della moglie, né avrà parlato al suocero. Don Cesare probabilmente si sarà mostrato incredulo; e il La Grua si sarà dato a tessere l’agguato, a fornirgli la prova. Ed ecco che riesce a chiudere gli amanti in camera; e manda a chiamare don Cesare. Questi arriva, seguito da una mano di armati: e passionale e violento qual era, con tanta più collera, quanto poco aveva creduto al tradimento della figlia, irrompe nella camera, a vendicare, ad uccidere. Non da solo, forse: ché il Vernagallo avrebbe potuto difendersi; però ci riesce difficile immaginare don Vincenzo al suo fianco. Ma per le leggi d’allora era opportuno lasciare intendere che don Cesare avesse ucciso la figlia e don Vincenzo l’amante della moglie.

    O forse c’è stata una accurata premeditazione da parte di entrambi, il genero già da prima in accordo col suocero a stabilire la modalità dell’agguato e della vendetta. Ma questo nessun documento potrà mai dircelo.

    Si chiude dunque, col saggio di Adelaide Baviera Albanese, il problema della verità storica del caso. Resta però aperto quello filologico: poiché ci deve essere stato, alla base delle circa quattrocento varianti raccolte dal Salomone-Marino, un testo primigenio dovuto a un poeta colto e di eccezionale sensibilità. E l’errore del Salomone-Marino è stato molto probabilmente quello di cercarlo nella memoria del popolo, mentre più fondatamente avrebbe dovuto cercarlo tra i manoscritti delle biblioteche.



    Ancora la questione della lingua

    Leggendo i documenti che sono stati riportati nel saggio sul caso della baronessa di Carini, mi è avvenuto di pensare che anche la lingua tecnologica, la lingua cosiddetta di comunicazione, in fondo è una cosa piuttosto vecchia. La cultura siciliana in effetti ha scritto per secoli una lingua di comunicazione a carattere prevalentemente giuridico, di tecnologia giuridica: una lingua negata alla espressione anche quando la si impiegava in “generi” che comportavano naturalmente l’espressione. L’italiano di don Vincenzo Auria, del canonico Mongitore, del marchese di Villabianca è una lingua di pura comunicazione. Dal tramonto del regno federiciano fino al sorgere del regno d’Italia, la cultura siciliana – storia, cronaca, teatro, poesia – non esprime, ma comunica. La pagina del marchese di Villabianca, per esempio, è talmente conformata alla comunicazione giuridica, non soltanto quando parla di matrimoni, nascite, beffe e congiure, ma anche quando parla di Dio e della morte che – chiarissima per i suoi contemporanei – riesce assolutamente oscura per chi non sappia rifarsi a quel tipo di comunicazione.

    E il fatto che la lingua italiana sia stata per i siciliani lingua d’espressione soltanto dopo l’unità, e con Giovanni Verga, dovrebbe dar da pensare. C’è da chiedersi, tanto per dirne una, se la lingua di comunicazione non sia propria ad una condizione di servitù: una servitù ieri appagata dalla comunicazione giuridica, oggi da quella dei consumi. E c’è da considerare se non è il caso di andar cauti prima di definire corrotti e portatori di servitù i dialetti del sud, se per secoli proprio a questi dialetti sono stati confidati l’odio, la pietà, l’amore, la speranza, la rivolta.



    (“L’Ora”, 13 febbraio 1965)
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  4. #94
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    LEONARDO SCIASCIA, VENT’ANNI FA… 92)

    • A cura di Valter Vecellio

    QUADERNO



    Rileggere Borgese

    Dopo circa venticinque anni (un quarto di secolo!) sono tornato a leggere il “Rubè” di Giuseppe Antonio Borghese. E allora, in piena stagione “americana”, mentre stava per scoppiare, o era già scoppiata, la guerra, il romanzo mi impressionò pochissimo; forse anche per il fatto che mi era stato raccomandato ed affidato in prestito quasi clandestinamente, come libro di un emigrato antifascista ed espressione di una radicale avversione al fascismo nascente: mentre a me parve, appunto riguardo al fascismo, piuttosto indifferente ed ambiguo. Non sapevo vedere, né potevo, che proprio nell’indifferenza e nell’ambiguità consisteva la giustezza di diagnosi relativamente al fascismo, che indifferenza e ambiguità non si appartenevano al punto morale dello scrittore, ma alla realtà italiana di quegli anni e particolarmente a quella piccola borghesia intellettualoide e avvocatesca, piena di remore e di ambizioni combattentistiche, politicamente disponibile, di cui Filippo Rubè, con qualche scarto di vera e propria patologia clinica, era espressione.

    Bisogna tener presente, innanzitutto, che il romanzo fu pubblicato nel 1921; e che allora, e ancora negli anni successivi, sul fenomeno fascista quasi tutti gli intellettuali italiani e non soltanto italiani, pronunciavano giudizi che da soli basterebbero, quanto meno, a far sorgere qualche dubbio sulla loro intrinseca “intellettualità”. Due soli scrittori, mi pare, hanno giudicato il fascismo al suo primo apparire per quel che effettivamente era: Hemingway e borghese. Dico due soli scrittori non tenendo conto di coloro che, più impegnati nel pensiero e nell’atto politico, subito ne avevano avvertito la pericolosità: Gramsci, Gobetti, Salvemini. Una nozione oggi così elementare e ovvia – che il fascismo altro non era ed è che un “modo” del capitalismo, e quello sorto in Italia dopo la guerra del 14-18 caratterizzato da particolari componenti di tradizione illiberale e di costume letterario – era difficile intuire e spiegare nel 1921, quando ai più il nascente movimento sembrava una specie di avventura che si sarebbe in sé consumata, e comunque reversibile nel perenne corso del liberalismo.

    Caricando Rubè dei significati e simboli della storia in atto, Borghese perdeva un po’ di vista l’unità, la coerenza, la vitalità del personaggio; e forse non se ne curava, poiché più credo, gli importava esprimere la crisi della società italiana. Si farebbe torto alla sua acutezza critica, alla sua natura di scrittore e di riflessione più che di istinto, alla sua prontezza e sagacità tecnica, a credere che egli non avesse valutato il rischio di mancare il personaggio. E allo stesso modo, mi pare, deliberatamente cioè, ha dato alla sua pagina inflessioni quasi parodistiche: a far sentire che D’Annunzio non è lontano, che non è lontana una letteratura di scadente erotismo e di un cinismo di seconda mano.

    Mancava d’altra parte, perché il personaggio assumesse determinazione e forza, la giusta distanza ottica. C’era un’atmosfera, una condizione, un destino: non ancora l’uomo, il personaggio, che ne portasse la precisa identità esistenziale e storica. E non bisogna dimenticare che proprio in quel momento il principio d’identità veniva dissolvendosi nel giuoco di specchi pirandelliano. Dall’improbabile e ambigua esistenza del personaggio Rubè nasceranno più tardi dei personaggi veri e propri: gli indifferenti di Moravia, da un lato, i gerarchi fascisti, gli innamorati e i don giovanni, i costruttori di torri, gli antifascisti della penultima ora di Brancati, dall’altro. Non per niente Borghese è stato il primo critico italiano a riconoscere l’importanza degli “Indifferenti” di Moravia; e non è senza significato che alla sua diretta influenza si debba la conversione di Brancati all’antifascismo.



    Dell’intolleranza

    Costitutivamente, l’intolleranza è figlia della stupidità. Talmente legata anzi all’oscura, cieca matrice della stupidità, che secoli di esperienza negativa, di disastrosi risultati, non sono valsi a modificarne le manifestazioni, gli schemi, i modi. E in un tempo in cui è possibile esercitare forme di persuasione continue, sottili e persino occulte, in un tempo in cui la distrazione dell’uomo consente ogni ulteriore e particolare distrazione; in cui è possibile insinuare nella mente dell’uomo il desiderio o la dimenticanza, il bisogno di un oggetto, di un cibo, di un sentimento ecco l’intolleranza mostrarsi ancora nella antica e virulenta specie poliziesca. Il potere, insomma, continua ad esprimere la propria paura con le vecchie armi del veto, della proibizione, del sequestro, dell’arresto; conseguendo i risultati come regolari ed abituali di dare alle idee, alle opinioni, alle interpretazioni della realtà che tende a soffocare una circolazione più vasta e accelerata.

    Una decina di anni fa Guido Aristarco e Renzo Renzi, per aver pubblicato un soggetto cinematografico in cui la disastrosa avventura dell’esercito italiano in Grecia veniva rappresentata in certi aspetti “gallistici”, peraltro umanissimi e reali, finirono addirittura in fortezza: e quando la vicenda si concluse, certo l’esercito italiano non aveva più prestigio di prima. Allo stesso modo oggi si impedisce la rappresentanza del “Vicario”: e col risultato che Pio XII, di felice memoria, torna all’attenzione di milioni di italiani sotto quella luce in cui lo avrebbero soltanto vista cinquanta o cinquecento spettatori del dramma di Hochhuth.

    La cosa più sconcertante, in questa vicenda, è poi questa: che il “Vicario” è un’opera religiosa, e anzi propriamente cattolica. La sua essenza drammatica, in definitiva, consiste appunto nel vivere dal di dentro, cioè da una condizione cattolica, il disagio e la sofferenza di una situazione al cui vertice sta il Vicario di Cristo in terra, colui che della chiesa eterna e universale incarna la volontà e la parola. “Campo di quel che sperano, Chiesa del Dio vivente. Dov’eri tu?”, questa è la domanda che, con senso diverso da quello che questi versi hanno nel contesto della “Pentecoste” di Manzoni, Hochhuth si pone nel “Vicario”. E’ la domanda di un credente. Uno che non crede, uno che è lontano dalla chiesa cattolica, non ha ragione alcuna di porsi simile domanda: per lui la chiesa era, nel momento in cui nella Germania nazista si annientavano milioni di esseri umani, dove è sempre stata: cioè nel suo giuoco politico, nelle sue preoccupazioni temporali. Infatti Rossi studia il comportamento del Vaticano e di Pio XII di fronte al fascismo e al nazismo come quello di una qualsiasi potenza politica: un problema storico come un altro, che però oggettivamente contiene elementi di ironica contraddizione tra il principio spirituale che tale potenza dichiara e l’effettuale realtà della sua azione (o inazione). E sarebbe, semmai, comprensibile una reazione del Vaticano e di certi ambienti cattolici ad una commedia che portasse in scena il Pio XII di Ernesto Rossi; mentre appare come segno di sicura carenza spirituale la reazione al dramma di Hochhuth: che è propriamente il dramma di un cattolico che dalla sua chiesa, dalla chiesa vivente, dalla chiesa di oggi, forse attende questa risposta: che nello smarrimento del mondo, in mezzo alla paura e alla strage anche il vicario per un momento si è smarrito.



    Cittadini di seconda classe

    La proibizione del “Vicario” è stata motivata, dal prefetto di Roma, con l’articolo 1, comma 2, del Concordato tra la Santa Sede e l’Italia e con l’articolo 7, comma 2, della Costituzione della Repubblica. Il Concordato, dice che il governo italiano avrà cura di impedire in Roma ogni manifestazione che possa essere in contrasto col carattere sacro della Città Eterna (proprio così: la Città Eterna);la Costituzione che i rapporti tra Stato e Chiesa sono regolati dal Concordato. Teoricamente, dunque, Gian Maria Volontà potrebbe venire a Palermo e rappresentare il “Vicario” con assoluta tranquillità (teoricamente, teoricamente). A Roma no. E dunque ci troviamo di fronte a questa mostruosità giuridica, a questa inconcepibile menomazione di diritti: che un cittadino della Repubblica Italiana gode di più libertà a Palermo, o in altra città che a Roma; che i romani hanno sì il privilegio di abitare una Città Eterna (Eterna così come l’Accademia del Parnaso, in Canicattì, era Secolare per decisione dell’assemblea), ma non hanno la libertà di vedere tutte quelle cose che il Vaticano giudicherà incompatibili con la sacertà del luogo. E’ un’assurdità che fa il paio con quella che, sempre in forza del Concordato, pone limitazione ai diritti civili degli spretati.

    Esistono dunque, nella libera e democratica Repubblica Italiana, due categorie di cittadini di seconda classe: i romani e gli spretati. A lume di Costituzione.



    (“L’Ora”, 20 febbraio 1965)
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  5. #95
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    LEONARDO SCIASCIA, VENT’ANNI FA… 92)

    • A cura di Valter Vecellio

    QUADERNO



    Rafael Alberti a Roma

    Da circa un anno Rafael Alberti, grande poeta in esilio, risiede a Roma. In quella via Monserrato – come ha scritto Vigorelli – così spagnola di nome, così romana di storia, così trasteverina di uomini e di cose, abita un appartamento alto, in una casa bella ed antica. E non soltanto il luogo dove è andato ad abitare, ma anche il suo temperamento, il suo modo di vita, la sua esperienza, la sua saggezza lo portavano ad incontrare un poeta come Gioacchino Belli. Basta che Alberti scenda le scale di casa, che si fermi nella vicina osteria o che faccia quattro passi verso Campo de’ Fiori, per ritrovarsi dentro quel mondo di cui Belli ha dato nei sonetti impareggiabile rappresentazione: quel mondo, quella misura di verità particolare e universale insieme, che è l’interno rovesciarsi della visione cattolica, quasi in contrappasso, nelle sue concrete declinazioni temporali, curialesche e familiari.

    Di questo incontro del poeta spagnolo di oggi col poeta della Roma papalina di ieri, che non è poi tanto diversa dalla Roma democristiana di oggi, sono frutto i dieci sonetos romanos, con un prologo e undici incisioni, che Alberti ha recentemente pubblicato in limitatissima edizione. E di queste e di altre incisioni, e di alcuni disegni, si tiene mostra in una galleria romana presentata, nel catalogo, da cinque paragrafi di Giancarlo Vigorelli, intensi di quella cordialità ed acutezza che Vigorelli riesce a fondere nei suoi giudizi più felici.

    Appunto a Vigorelli io debbo un simpatico, indimenticabile incontro con Alberti (e con sua moglie, Maria Teresa Leon, nipote del grande Menendez Pidal e scrittrice versata nelle evocazioni storiche). E debbo dire che di solito rifuggo dal fare conoscenze nuove, e specialmente nel mondo letterario, e di coloro che amo ed ammiro nella loro opera in particolare: ma con gli spagnoli so di non andare incontro a delusioni, so che li troverò nella vita umanissimi e veri così come sono nell’opera. Ho avuto corrispondenza con Vicente Aleixandre e con Victoriano Crémier, più volte ho incontrato Jorge Guillén: e in loro ho trovato umana attenzione, semplicità, cordiale continuità nei rapporti personali: quel modo, insomma, peculiarmente nostro, siciliano, di portare i rapporti anche più occasionali e fortuiti nella sfera dell’amicizia. E così è stato con Alberti e con Maria Teresa Leon.

    Forse perché la verità della loro poesia hanno avuto la dolorosa fortuna di provarla e pagarla nella realtà storica, nei poeti spagnoli si riscontra precisa identità tra l’uomo e l’opera: e l’incontro con loro è un modo di capire meglio l’opera: non come a volte accade con certi numi di casa nostra, coi quali l’incontro diventa una specie di incidente che bisogna rimuovere, dimenticare, per non allontanarci del tutto dalla loro opera. Dopo aver conosciuto Alberti, a me pare di intendere meglio certi luoghi della sua poesia (come dopo aver conosciuto Guillén); ed anche questi versi e queste incisioni che ha dedicato a Roma: da romano d’elezione, quale mi è parso nella sua casa di via Monserrato, in un pomeriggio della scorsa estate.



    Nello Stato di Danimarca

    Un nostro brillante giornalista, per evitare le accuse di oltraggio e vilipendio che facilmente possono abbattersi su coloro che ancora in Italia hanno la deplorevole abitudine di scoprire certi altarini e di indicare certe piaghe, aveva escogitato una Curlandia che somigliava tanto all’Italia da ripeterne, come in uno specchio, gli avvenimenti più assurdi o scandalosi o vergognosi. Ma in clima di celebrazioni shakeasperiane, forse è meglio ricorrere alla geografia del grande inglese: e precisamente allo Stato di Danimarca, immaginario quanto quello di Curlandia, senza alcun rapporto con l’ordinato e prospero paese che ha soltanto il demerito di produrre una ignobile contraffazione del gorgonzola che, chi sa perché, i nostri commercianti continuano ad importare. Lo Stato di Danimarca, dunque: dove, secondo Amleto, c’era qualcosa di marcio.



    I siciliani e la religione

    Imbattendosi in certe pagine in cui considero la refrattarietà dei siciliani alla religione, qualche imbecille ritiene che io ne tragga chi sa con quale fierezza e godimento, mentre il presupposto della mia indagine è questo: che dove non c’è religione non ci sono rivoluzioni religiose; e un popolo che non ha fatto una rivoluzione religiosa difficilmente farà una rivoluzione civile. E la storia e la condizione della Sicilia l’abbiamo sotto gli occhi: per come volevasi dimostrare.



    Il caso Ippolito

    Leggo sempre con una certa inquietudine, con una certa apprensione, tutte le notizie che riguardano il professore Ippolito: ed oggi quella del suo trasferimento, regolarmente ammanettato, alla clinica neurologica. Fatto, a dir poco, curioso: che ad un uomo malato, riconosciuto tale anche se non in modo definitivo, e indubbiamente caduto in tale stato in conseguenza delle sue vicissitudini giudiziarie, vengano imposte quelle manette che della sua sventura sono vergognoso e oppressivo ricordo.

    Ma del caso Ippolito non è soltanto questo aspetto ad inquietarmi. Ho l’impressione che su di lui la legge si sia accanita senza efficiente rapporto con l’idea della giustizia. Poiché la giustizia non può non tener conto delle condizioni e dell’ambiente e della temperie morale che determinano la contravvenzione alla legge; non può non tener conto degli elementi psicologici, personali e collettivi, da cui sorge un fatto o una serie di fatti. Ed è, per la legge, un reato servirsi dell’automobile, assegnata al funzionario appunto per lo svolgimento delle sue funzioni, per portare la famiglia in vacanza o mandare i bambini a scuola: ma se davvero la legge scendesse ad indagare quanti funzionari usano per privati servizi la macchina loro assegnata da un certo grado in su della nostra gerarchia politica e burocratica, avremmo quasi un deserto. E viene da ricordare un aneddoto chapliniano, che riferisce Frank Harris nelle sue memorie: da quando Chaplin andò a visitare un penitenziario, e come congedo disse ai detenuti: “Se noialtri siamo liberi è perché ancora non ci hanno pescati”: e quante sono in Italia – scusate: in Danimarca – le persone che potrebbero dire la stessa cosa al professore Ippolito? Un esercito, una valanga: e vivono rispettati, temuti, sicuri, felici. E viene da sorridere, malinconicamente, a leggere l’inventario dei beni posseduti da Ippolito quando basterebbe una piccola indagine per accertare quanta gente nel giro di pochi anni è passata dalla povertà alla ricchezza nel modo più incomprensibile, più misterioso.

    E ancora: come è possibile che la legge si arresti di fronte al ministro quando questo ministro (con una certa lealtà, bisogna riconoscerlo) ha dichiarato di condividere la responsabilità di certi atti per cui Ippolito è stato condannato? E come non tener presente che a creare un organismo nuovo, moderno, efficiente, quale necessariamente doveva essere l’ente per la ricerca nucleare, occorreva liberarsi da un meccanismo burocratico che poteva anche andar bene ai tempi di Quintino Sella (ma non andava bene nemmeno allora) e che oggi è addirittura ridicolo? (Non ci può essere altro termine a indicare una burocrazia che arriva a liquidare dopo cento anni – è accaduto, se non ricordiamo male, ad Enna – i danni della guerra garibaldina).

    Tutte queste domande (e tante altre ancora) inquietano gli italiani di fronte al caso Ippolito: a tal punto che il condannato appare come una fortuita vittima, quasi estratto a sorte (e non tra i più colpevoli) dalla pleiade di coloro che con spericolata disinvoltura maneggiano il pubblico denaro.



    (“L’Ora”, 29 febbraio 1965)
    "Dopo Einaudi cominciò per l'Italia la Repubblica delle pere indivise"

  6. #96
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    LEONARDO SCIASCIA, VENT’ANNI FA… 92)

    di A cura di Valter Vecellio

    QUADERNO



    Con la faccia per terra

    Che Pietro Chiara autore di quei due felicissimi libri che s’intitolano “Il piatto piange” e “La Sparzione” fosse di origini siciliane e legato alla Sicilia da ricordi dell’infanzia e della adolescenza, pochissimi sapevano. E dal suo libro ora pubblicato, “Con la faccia per terra”, che appunto racconta le impressioni di almeno trent’anni addietro, raffrontate e verificate su quelle di un recente viaggio, qualche critico ha avuto sorpresa: poiché, a saperlo, forse avrebbe riconosciuto nei due precedenti libri qualche traccia di tali sue origini; e un riferimento all’eros brancatiano gli sarebbe venuto in taglio, specialmente riguardo alla “Spartizione” che davvero, a momenti, dà il senso che si svolga in un paese della Sicilia orientale invece che a Luino.

    Il padre di Pietro Chiara era nato a Resuttana, in provincia di Caltanissetta. Ne era scappato a vent’anni, ma tenacemente mantenendo, come tutti gli emigrati siciliani, rapporti con i propri familiari e con il luogo in cui aveva trascorso parte della vita: quel piccolo foruncolo, scrive Chiara, segnato in poche carte geografiche e dal quale era uscito come dal foro di un termitaio. Di tanto in tanto, vi tornava: e si portava dietro, nonostante le apprensioni della moglie settentrionale, il figlio. Poi, ad un certo punto della sua vita, lasciò cadere la consuetudine. E quando, a novant’anni, sentì che il figlio voleva tornare in Sicilia, cercò di distoglierlo dal proposito: “Se aveva rinunciato lui a rivedere le sorelle e i nipoti, e anche i luoghi non c’era ragione che mi mettessi io a rinfocolare la passione di quei ritorni, di quegli arrivi e di quelle partenze”. Considerazione oggettivamente saggia: ma, dice Chiara, ad una certa età viene la tentazione di ritornare nei luoghi della gioventù e dell’infanzia. E questo, soltanto questo, è stato il movente del suo viaggio in Sicilia: rivedere i luoghi e le persone del ricordo per farla finita (“farla finita coi ricordi, per rimestarli, appesantirli, metterli in condizione di colare a fondo e di perdersi finalmente nel passato”). Il contrario giusto, insomma, di quel che di solito avviene in letteratura (nel significato, quasi sinonimo di ipocrisia, che il termine letteratura ha da noi): cioè il ritorno alle origini: la scoperta delle proprie radici, la presa di coscienza, l’amore in Sicilia, Chiara non si è per niente riconosciuto e ritrovato, non ha sentito né ancestrale afflato né vampate di consanguineità. E ha mandato a picco i ricordi senza remore e senza rimpianti. E questa è, in definitiva, la qualità migliore delle sue pagine. E dalla sua sincerità, dal suo assoluto distacco, dalla sua fuga (“mentre già cercavo con gli occhi la fine dell’isola, la prima ombra del continente sul quale sarei passato quasi in fuga, ansioso di risalire l’Italia, fino al Lago Maggiore”), a noi pare di poter cavare motivi di riflessione.

    Ma prima è bene spiegare che il titolo del libro – “Con la faccia per terra” – viene da una specie di maledizione che l’arciprete di Roccalimata (questo è il nome che Chiara dà al paese) scaglia contro il nipote Biagio, comunista: “Debbo vedervi tutti quanti con la faccia per terra!”, fase di significato “troppo chiaro o troppo oscuro”, suggestivo ed ossessivo tema dell’incontro tra l’uomo che ha “passato la linea” e una condizione umana ormai lontana dal suo modo di essere, dai suoi pensieri, dalle sue abitudini. In effetti lo stato d’animo dello scrittore è appunto quello di chi ha passato una linea di demarcazione tra due mondi se non addirittura tra due razze. Tra l’oscura e irrimediabile condizione della Sicilia e il “continente” italiano ed europeo in cui vive e di cui è parte, c’è lo scarto di appena una generazione. E dunque bisogna dimenticare e far dimenticare, relegare al di là di ogni possibilità, al di là di ogni ritorno, quel foruncolo sulla carta geografica, quel termitaio. E’ un processo psicologico del tutto naturale, assolutamente ovvio: e si svolge senza deliberata volontà o malafede negli individui e nei gruppi della generazione che immediatamente succede a quella che è riuscita a passare la linea. L’Inquisizione di Spagna, che tanti ebrei bruciò nei roghi, ebbe dagli ebrei convertiti notevole contributo alla sua istituzione e consolidamento: e chi vuol saperne di più legga quel grande, e mai abbastanza conosciuto, ragguaglio sulla “Spagna nella sua realtà storica” di Americo Castro. Un processo, ripetiamo, naturale ed ovvio: e nasce dal fatto che, avendo conquistato una condizione indubbiamente più libera e sicura, un mondo in cui i rapporti sociali, ed anche i conflitti, hanno precise ragione ed ordine, diventa inconcepibile che gli altri restino invece, ancora, dall’altra parte della linea, con la faccia per terra. Perché con la faccia per terra la Sicilia c’è già, anche se l’arciprete di Roccalimata non se ne accorge. E il libro di Chiara onestamente ce ne avverte.



    Il passaggio della linea



    Che una linea di demarcazione – economica, culturale, razziale per certi aspetti – esista tra l’Italia continentale e la Sicilia, tra il continente europeo e la Sicilia, è cosa dolorosamente certa. E oggi più di cent’anni fa, quando le allusioni unitarie e patriottiche velavano l’effettuale realtà. Al conflitto che ieri si poneva dentro lo Stato, nei termini della questione meridionale, ora succede un più vasto ed impari conflitto con quella specie di Stato europeo le cui strutture vengono formandosi e svelandosi e di cui il sud d’Italia sta facendo le spese, come già fece le spese dello Stato unitario, del Regno di Italia. E sono masse, quelle che ora premono sulla linea di demarcazione, con più precisa coscienza di quelle altre masse che in due grandi ondate lasciarono la Sicilia tra il 1860 e la prima guerra mondiale. Con più precisa coscienza della condanna che incombe sulla Sicilia, con più netta volontà di mimetizzarsi al di là della linea, di farsi assimilare dal “continente” di scomparire. Il che, per sua parte, il “continente” (da Torino a Zurigo, da Parigi ad Hannover) non vuole. L’ideale dell’Europa del MEC sarebbe quello di poter usufruire della mano d’opera proveniente dal Mezzogiorno d’Italia con duttile periodicità, secondo il contrarsi o l’allargarsi dei propri bisogni, e comunque evitandone la integrazione giuridica ed etnica. E infatti, appena il moto di integrazione comincia ad apparire inevitabile e irresistibile, sorgono misure di emergenza: quale quella che ha bloccato la frontiera svizzera recentemente.

    Il fatto è che il Mezzogiorno d’Italia, e la Sicilia in particolare, non può fondare il suo rapporto con l’Europa in base al bisogno di schiavi che l’Europa ha. Siamo davvero, in rapporto all’Europa, con la faccia per terra. E così continuando la condizione nostra si farà sempre più grave, irrimediabile, mortale.

    Il problema va al di là, crediamo, del rilancio dell’Autonomia che si sta attualmente tentando. Il dissidio tra Stato e Regione non contiene i dati fondamentali del problema. Il dissidio è con l’Europa.

    Economisti e storici, crediamo, potrebbero spiegare esattamente quelle che noi confusamente avvertiamo e che qui approssimativamente fissiamo: i problemi della Sicilia sono problemi da “terzo mondo”, e più naturalmente troverebbero soluzione nella Repubblica Araba Unita che nello Stato italiano. Questi termini possono apparire, e forse sono, paradossali: ma bisogna intenderli col classico grano di sale. Intendiamo dire, cioè, che la Sicilia non ha bisogno di un’Autonomia di decentramento e di risarcimento rispetto allo Stato Italiano, ma di una concreta sovranità.

    Si dirà che stiamo scoprendo, con vent’anni di ritardo, e dopo averlo recisamente avversato, l’indipendentismo. Ma vent’anni fa la Sicilia indipendente sarebbe stata una repubblica fondata sulla reazione agraria, un vero e proprio stato di mafia: mentre oggi naturalmente si inserirebbe nella rivoluzione mediterranea, in un vasto e concreto processo di risorgimento.



    La convivenza mediterranea

    Dal punto di vista storico, questa esigenza della Sicilia a non guardare oggi all’Europa continentale e ad avvicinarsi invece al risorgimento dei paesi africani, può essere suffragata da un’idea che è piuttosto ovvia, il momento più alto della loro storia, della loro civiltà, i siciliani l’hanno avuto nel realizzarsi una convivenza; e tutti i loro guai provengono dalla dilacerazione di questa convivenza. Se gli arabi non fossero stati deportati e se gli ebrei non fossero stati cacciati, la “realidad historica” della Sicilia avrebbe forse avuto precisa continuità col regno normanno, che appunto dalla convivenza trasse carattere e grandezza. E tutta la storia siciliana, dopo che la convivenza si infranse, è stata una storia di squilibri, di carenza, di vuoti.

    Ma questa è un’idea che, per quanto ovvia, vuole un più lungo e motivato discorso.



    (“L’Ora”, 17 marzo 1965)
    "Dopo Einaudi cominciò per l'Italia la Repubblica delle pere indivise"

  7. #97
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    Predefinito Rif: Leonardo Sciascia, vent’anni fa…

    LEONARDO SCIASCIA, VENT’ANNI FA… 93)

    • A cura di Valter Vecellio

    QUADERNO



    Tutti amici

    Per vedere alcuni quadri, di un pittore che amo, un amico mi conduce in casa di un industriale non so se grosso o medio, certamente tra i più avventurosi e fortunati del dopoguerra. Partito da un paese del Sud, e con le sole chances della devozione a due uomini politici meridionali noti ed influenti, è riuscito negli anni del piano Marshall ad scendere ad una ricchezza che pare ancora oggi saldamente ancorata, nonostante il declino dei suoi due protettori e nonostante la sua immutata devozione ad essi. Ed è appunto quel che la signora subito ci dichiara: che suo marito è un uomo di destra, ed anche i suoi figli; mentre lei è piuttosto di sinistra, e nella sua bella casa riceve tutti, ad esclusione dei comunisti. L’indice delle sue simpatie si è finora spinto fino all’onorevole B., della sinistra del PSI. Non è andato oltre per l’allergia degli altri familiari al comunismo. E mi domanda se sono comunista. Rispondo che sto un po’ più a sinistra dei comunisti, anche se non sono un “cinese”. La risposta disorienta la signora, desidererebbe sapere in che consista il mio stare alla sinistra dei comunisti, e come è possibile. Risponde che è difficile da spiegare, che forse non riuscirei a spiegarlo nettamente nemmeno a me stesso. Ma perché gli intellettuali sono così di sinistra? E’ una moda, una convenienza, un bisogno? Rispondo che sarà magari una moda per alcuni, per altri forse una convenienza, per altri ancora un bisogno. La signora non capisce che bisogno c’è: chi si sente socialista dovrebbe guardare all’America, non alla Russia: in America c’è il socialismo vero. L’amico che è con me accenna alla questione dei negri. Beh si certo, la questione dei negri…Ma in definitiva di socialismo in America ce n’è anche troppo: basta andare in albergo per accorgersene, il servizio difetta talmente che se voi lasciate in disordine le cose nessuno vele sistema negli armadi, ai piedi del letto, sui comodini. Ma a proposito di alberghi. In quelli bulgari ci sono le cimici, Dio mio, le cimici.

    La signora parla parla; velocemente trascorre dall’amore alla regione in cui è nata a quello per la patria, dalla nazionalizzazione dell’energia elettrica ai profitti, quest’anno bassi, della loro industria. E ricorda certe discussioni che uomini politici di opposte idee hanno avuto a casa sua, ricorda la delusione e l’amarezza di un notissimo uomo politico all’indomani dell’elezione alla presidenza dell’onorevole Segni, ricorda il patetico silenzio di Tambroni, in un angolo del salotto in cui siamo seduti, qualche giorno dopo i fatti che fecero precipitare il suo governo. E chiama col nome di battesimo deputati e senatori, ministri e sindacalisti; in un arco che va dall’onorevole M. del MSI, all’onorevole B. del PSI. In casa mia sono tutti amici, confida. E poi, quasi come un consiglio: e sono tutti uguali, mi creda.

    Senza sforzo il mio amico ed io le crediamo.



    Come si fa un sottosegretario

    Ad un certo punto del suo discorso, non so a che proposito, la signora ha lasciato intendere di aver avuto mano, una volta, alla nomina a sottosegretario di un parlamentare di mia conoscenza. Qui, nel suo salotto: con una mezza parola detta a chi di dovere. E non avrei mai creduto che nelle laboriose elucubrazioni delle liste ministeriali, agitate dal soffio delle correnti interne dei partiti, entrasse in qualche modo l’influenza femminile; sopravvissuta aura d’impero asburgico, d’operetta. E mi viene in mente l’aneddoto, letto non ricordo dove, che lega alla galanteria di Metternich, l’esistenza del principato di Monaco. Erano i giorni del congresso di Vienna, e Metternich si ristorava dei travagli che il congresso gli dava nell’alcova di una bella donna. E ad un certo punto la donna dice: Eccellenza, e quel povero principe di Monaco? Metternich balza giù dal letto e in margine alla bozza del trattato, che si portava appresso, scrive: “Il principe di Monaco rientrerà nei suoi stati”.

    E così oggi, nell’angolo di un salotto, al potente del momento una donna sussurra: E quel povero Giuseppe? E il povero Giuseppe, ahinoi, diventa sottosegretario.



    Il secolo dei lumi

    Tra il ’36 e il ’46, negli anni delle guerre fasciste e nell’immediato dopoguerra, l’attenzione degli italiani diciamo colti all’attualità letteraria straniera è stata avida e frenetica, con quella confusione che naturalmente si accompagna all’avidità e alla frenesia, per cui si è stabilita una scala di valori poi rivelatasi inattendibile. Comunque, l’attenzione c’era: e basta sfogliare il vecchio “Omnibus” di Longanesi, il “Primato” di Bottai (che era in effetti in mano delle giovani leve dell’antifascismo), le terze pagine dei quotidiani, per verificare con quale assiduità venivano seguite le letterature straniere. E su questa linea, con più libertà e con criteri più vivaci, si svolse poi il “Politecnico” di Vittorini.

    Nelle riviste letterarie oggi in circolazione l’attenzione alle opere di teoria e di critica letteraria che si pubblicano in Inghilterra, negli Stati Uniti, in Germania continua ad essere, specie nel settore “avanguardistico”, piuttosto assidua; ma della narrativa raramente si discorre. E forse questa disattenzione è frutto di cattiva coscienza;poiché i confronti sono, come è noto, odiosi: e avendo stabilito un nostro olimpo, una nostra gerarchia, inconsciamente tentiamo di mantenere l’assolutezza, evitando i riscontri, le relazioni, i rapporti.

    Perciò può accadere, come accade, che di uno scrittore come Alejo Carpentier, cubano di cui si è parlato soltanto in sede di cronaca, a proposito dei premi Formentor e Nobel, che negli scorsi anni parve dovessero cadere su di lui, soltanto Carlo Bo (per quel che so) si è seriamente occupato. Ma a questa noncuranza da parte dei critici forse non risponde un uguale comportamento da parte dei lettori, se si considera che l’editore Longanesi continua ad offrire traduzioni delle opere di Carpentier. E prima nel 1959, pubblicò “Il regno di questa terra”, breve ed intenso racconto del momento napoleonico, e con Paolina Bonaparte protagonista , nell’isola di Haiti: racconto carico di sensualità, di magia, di ferocia, di morte; in cui la neoclassica Venere vincitrice del Canova si fa simbolo, nella torbida e orgiastica atmosfera coloniale, del disfacimento dell’idea d’Europa. L’anno successivo veniva fuori la traduzione di quella che è forse l’opera più compiuta di Carpentier, “I passi perduti”. Giustamente Bo, a proposito di questo libro, ha parlato di “racconto come musica”; espressione da non intendere nel senso, peraltro scontato, del decadentismo (cioè della parola che aspira alla condizione della musica, ma nell’accezione di “un modo musicale di leggere la realtà, dis ciogliere in musica l’orrore e lo stupore dei mondi sepolti e perduti”.

    Lo stesso editore pubblica ora un’altra opera di Carpentier vasta ed affascinante: “Il secolo dei lumi”. In essa viene ripreso, in più larga e articolata rappresentazione, con più solenne armonia, il tema del “Regno di questa terra”: il mistero dell’esistenza umana e del tempo nel trascorrere e corrompersi di un’idea rivoluzionaria. Tema, come si vede, quanto mai attuale, drammaticamente attuale; e da Carpentier restituito attraverso una evocazione storica puntuale e al tempo stesso visionaria. Cubano, ma figlio di un francese e di una russa, come in sé, nella propria autobiografia, egli realizza un dissidio e insieme una sintesi,così nel tema dell’illuminismo ossessivamente cerca la dilacerazione e la sintesi: come se nell’illuminismo fosse la più grande occasione perduta della storia umana e insieme l’idea su cui riscontrare ogni successivo momento di questa storia. In questo senso, quali che siano i suoi mezzi di espressione, i tre romanzi che conosciamo in traduzione italiana sono propriamente e profondamente storici. Coloro (e io sono tra questi) che forse troppo facilmente si danno a recitare “requiem per il romanzo”, dovrebbero far buona lezione dei libri di Carpentier. Il che, per mia parte, al di là di questa breve nota, io tento di fare.



    (“L’Ora”, 27 marzo 1965)
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  8. #98
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    LEONARDO SCIASCIA, VENT’ANNI FA… 94)

    • A cura di Valter Vecellio

    QUADERNO



    Ho parlato male di Garibaldi

    L’Eco della Stampa mi porta un articolo di Fidia Sassano, pubblicato su “L’Avanti” del 20 marzo. E’ intitolato, su cinque colonne, “I mulini a vento fantasma del separatismo di ritorno” e quasi interamente dedicato a una nota di questo “Quaderno” (13 marzo), in cui, discorrendo del libro di Piero Chiara sulla Sicilia, facevo qualche amara considerazione sulle attuali condizioni dell’Isola.

    Non so se Fidia Sassano sia un giornalista, un sindacalista o un gerarca politico del Partito Socialista Italiano: certo è, comunque, che è un socialista del PSI, che scrive su un giornale del PSI e lascia intendere che per il PSI assolve compiti tecnico-sindacali. Dal suo articolo deduco anche che appartiene a quella categoria di socialisti che io chiamo soddisfatti: talmente soddisfatti che dalle loro soddisfatte viscere si possono trarre auspici non del tutto rassicuranti per il nostro immediato e lontano avvenire. Quella categoria, tanto per intenderci, cui appartiene quel ministro socialista la cui faccia radiosa di soddisfazione, frequentemente vediamo galleggiare sul video e sui rotocalchi e che per noi (cioè per tutti coloro che abbiano riposto speranze nella partecipazione del PSI al governo), è fonte di grande inquietudine, quasi sintesi e simbolo di quel che i socialisti al governo, in questo governo non dovrebbero essere.

    Tanto per cominciare Sassano esclama: “Questi benedetti letterati!”, subito dimostrando di ignorare che non soltanto i “letterati” sono oggi diversi da quelli dell’Arcadia, ma anche che io, tra i “letterati”, sono uno dei più lontani dall’idea corrente di letteratura cui certi elementi della classe politica sembrano ancora affezionati. E passa poi a spiegare perché sono letterato e insieme benedetto (evidentemente qualche socialista ha acquistato la prerogativa di benedire): “Abbiamo appena finito di visitare il colosso europeo inaugurato dal presidente della Repubblica poco più di una settimana fa; ne abbiamo appena discusso il significato socio-economico con i dirigenti della grande fabbrica ENI, con i tecnici, sindacalisti, politici di varie sfumature; abbiamo appena dibattuto, per ore, questi stessi problemi con i compagni di Gela e di Catania, e con studiosi del polo industriale di questa parte della Sicilia, ed ecco che ci imbattiamo nella negazione totale di questi temi da parte di uno scrittore di sinistra come Leonardo Sciascia secondo il quale…”.

    E’ chiaro che sono, come dicono gli spagnoli, tra la spada e il muro: e altra via d’uscita non mi resta che di chiedere a Sassano di perdonarmi. Se avessi saputo che lui aveva appena finito di discutere il significato socio-economico dello stabilimento dell’ENI a Gela non mi sarei mai permesso di esprimere delusioni, amarezze e perplessità sulle condizioni economiche e morali della Sicilia. Mi sarei sentito, anzi, del tutto tranquillo: e con me quei siciliani che, anche loro ignorando la presenza di Sassano in Sicilia e i suoi incontri con tecnici, sindacalisti e politici di “varie sfumature” hanno avuto l’ingenuità di manifestare consenso a quel mio breve discorso. Da oggi in poi starò più attento: prima di scrivere sulle cose siciliane mi informerò presso la segreteria provinciale del PSI se per caso Fidia Sassano non si trovi in Sicilia a discutere del significato socio-economico di qualcosa; e se mi risponderà affermativamente, eviterò con cura di sfiorare quei temi che sono oggetto delle sue paterne cure. Perché il suo animo è propriamente paterno: e nei riguardi della Sicilia e nei riguardi dei “letterati”. La Sicilia se ne stia tranquilla, quando ci sono uomini come Sassano che per ore (badate bene, per ore) ne dibattono i problemi. E i “letterati” si tengano fuori dai piedi, e lascino il pensiero a chi tocca. Magari in tempo di elezioni, saranno chiamati a firmare un manifesto di consenso ai programmi del PSI: ma passata la festa elettorale lascino lavorare i tecnici, i sindacalisti e i politici di “varie sfumature” (e non mi riesce di capire in che consistano le sfumature: poiché se comprendono i partiti che sono al governo posso anche ammettere, se a Sassano fa piacere, che si tratti di sfumature; ma se comprendono verso destra il Partito Liberale o verso sinistra il Partito Comunista, allora si tratta di ben altro che di sfumature).

    Ma veniamo al centro della questione. Che è, in sintesi, questa: su “L’Ora” del 13 marzo, parlando del libro di Chiara “Con la faccia per terra”, io dicevo che davvero la Sicilia è oggi con la faccia per terra e che i mali economici di cui siamo afflitti e l’umiliazione morale in cui ci troviamo rispetto all’Europa continentale difficilmente potranno trovare soluzione nei termini della vecchia polemica con lo Stato italiano. Noi abbiamo pagato le spese dell’unità d’Italia: ora stiamo pagando le spese dell’unità europea. E più, naturalmente, per conseguenza, i nostri problemi potrebbero trovare soluzione se inseriti nel risorgimento dei paesi arabi che se reagitati nei termini della questione meridionale. Perché il punto è questo: non solo un problema che non si risolve nel giro di un secolo buon senso vuole che ci si decida a darlo per insolubile nella direzione perseguita e quindi a tentare altre direzioni; ma quando, per di più, lo Stato verso cui si volgono le rivendicazioni non è nelle sue strutture, quello che era nel momento in cui la questione meridionale veniva posta ed è persino diverso da quello che era nel momento in cui lo statuto dell’autonomia siciliana entrava nella Costituzione della Repubblica, bisogna riaffrontare il problema dalle fondamenta, lasciando da parte i sacri testi e le antiche illusioni.

    Queste affermazioni, piuttosto ovvie per chi abbia un minimo di conoscenza e di buona fede nei riguardi delle condizioni della Sicilia, hanno fatto credere a Sassano a un tentativo di rilancio del separatismo, a un “neo-separatismo da salotto progressista” (quale salotto?”. E sotto sotto lui sospetta che va bene che io sono un “benedetto letterato”, ma qualche complotto comunista ci deve pur essere. Dopo avermi definito “scrittore di sinistra”, non so se per accusarmi o per meravigliarsene, qualifica “L’Ora” come giornale comunista e ritiene che la mia idea di una Sicilia inserita nel risorgimento dei paesi arabi sarebbe stata buona per l’onorevole Paletta,, “se l’avesse saputo prima di far visita a Nasser”. Per la stima che ho dell’onorevole Paletta, sarei lieto di sapere che trova buona la mia idea. E “L’Ora” sarà magari un giornale comunista: ma è certo che mi dà modo di esprimere quello che penso con una libertà che difficilmente troverei in altri giornali italiani. In quanto al mio essere di sinistra, indubbiamente lo sono: e senza sfumature.

    Non poteva mancare nell’articolo di Sassano, il grido di dolore per il Risorgimento denegato. Eccolo: “Siamo di fronte dunque, ad un’aperta posizione risorgimentale africana, cui si accompagna una delegazione altrettanto aperta dell’intero Risorgimento italiano, di cui la Sicilia, fin dagli albori, fece parte integrale. E siamo di fronte alla messa in mora, totale, della Resistenza, che del Risorgimento è stata la più diretta filiazione e che per tutta l’Italia ha significato: libertà, repubblica, Europa unita, democrazia, giustizia sociale”. Siamo, come si vede, alle solite. “Ha detto male di Garibaldi”: un grido che per cent’anni ha coperto tutte le cose sporche e sciocche che sono state fatte in Italia. Non tiene conto, Sassano, che io non penso e non scrivo in arabo, ma in italiano; e non sa che la Sicilia ha partecipato al Risorgimento con intendimenti molto diversi di quelli della Toscana e della Campania; e che la Resistenza voleva essere, e in parte è stata, la delegazione di certe false prospettive, di certi falsi valori posti dal Risorgimento. Che se poi si vuol continuare a parlare di Risorgimento e di Resistenza, e di libertà, giustizia, democrazia, Europa unita e Repubblica, mentre una regione muore, proprio come la Sicilia sta morendo, davvero vuol dire che Risorgimento e Resistenza non hanno avuto e non hanno concreto significato. E appunto per colpa di coloro che ad ogni passo non sanno fare a meno di sbandierarli.



    Il colosso europeo

    Che Mattei, nel metter su quello stabilimento di Gela che Sassano chiama “colosso europeo”, guardasse più al mondo mediterraneo e ai paesi arabi che al continente europeo, mi pare fuor di dubbio. E Mattei non era un separatista. Ma le concezioni di Mattei forse sono morte con lui.

    Comunque è certo che oggi questo colosso se un significato socio-economico ha (visto che Sassano e altri valentuomini tanto si adoperano per trovarlo), questo significato ha ben poco da vedere con la realtà della Sicilia. Basti pensare che nella stessa Gela l’emigrazione verso i paesi del continente europeo ha un indice non molto più basso di quelli di altri paesi siciliani. E se ci spostiamo a Bufera o a Niscemi, paesi poco distanti da Gela, l’esistenza del “colosso”, è puramente visiva: né più né meno che un nuovo elemento introdottosi nel paesaggio. Per Caltanissetta e per gli altri paesi della Sicilia interna il “colosso” è poi una vaga notizia.

    Invece di discuterne il significato socio-economico, a tavolino, nel Motel o negli uffici dell’ANIC, Sassano avrebbe dovuto prendersi la pena di domandare notizie del “colosso” al disoccupato di Bufera o di Niscemi o, appena scantonando dal corso principale, a qualcuna di quelle famiglie di Gela che ancora vivono nei catoi. Perché l’animazione, la vitalità, il commercio che a Gela, come prima impressione, colpiscono il forestiero, nasconde piaghe non ancora sanate e difficilmente sanabili. E confesso che anch’io nelle mie prime puntate a Gela, mi sono illuso di una realtà in movimento, di un processo di fusione tra il vecchio e il nuovo. Ma la realtà della Sicilia in ogni sua parte, è oggi quella di un paese che ha perduto una altissima percentuale della sua popolazione valida, con l’agricoltura in rovina, le zolfatare in disarmo, la pesca che vive precariamente (e ancor più le piccole industrie conserviere alla pesca collegate), le miniere di salgemma che a quanto pare sono destinate ad andar peggio di come andavano, edilizia che va come tutti sanno; e i “colossi” che sorgono all’orizzonte più come allucinazioni che come fatti di concreto “significato socio-economico”. E trovandoci nelle condizioni in cui ci troviamo, c’è gente che è sempre disposta a darci lezioni di italianità, di storia del Risorgimento, di idee di giustizia e di libertà, di democrazia e di speranza.



    (“L’Ora”, 3 aprile 1965)
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    LEONARDO SCIASCIA, VENT’ANNI FA… 95)

    • A cura di Valter Vecellio

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    Pensieri spettinati

    Mentre rivedo “Morte dell’inquisitore”, per la ristampa che l’editore Laterza prepara per la sua “Universale”, mi imbatto nei “Pensieri spettinati” di Stanislaw Jerzy Lec che l’editore Bompiani pubblica in deliziosa edizione col titolo, forse più pertinente, di “Pensieri proibiti”: e sono pensieri che ossessivamente gravitano sul tema dell’inquisizione; non quella cattolica e spagnola, ma quella laica che accompagnò il momento stalinista della realizzazione del comunismo. Momento di cui forse troppo facilmente si dimenticano gli aspetti grandiosi e gloriosi: e appunto per l’improvvisa, traumatica rivelazione del suo tragico rovescio “inquisitoris”. (E bisogna dire che tale rivelazione è stata permessa dal sistema, e dunque di per sé consente di misurarne la validità).

    L’inquisizione, dunque: nella Polonia degli anni di Stalin come nella Spagna di Filippo II (e di Franco). E vissuta dal di dentro: con la stessa lucida repugnanza di un Voltaire, ma dentro una condizione di insicurezza personale, di continuo rischio, che Voltaire appena conobbe: Che è già un fatto abbastanza significante: l’illuminista del XVIII secolo correva rischi minori dell’illuminista del XX. Perché Lec è un illuminista: così come l’altro scrittore polacco da cui ci viene quel lucidissimo messaggio che sono le “Lettere alla signora Z.”, Casimiro Brandys.

    Nella breve prefazione Lec dice: “Prima di nascere, sono stato cauto fino al punto da chiedere: ‘Chi governa ora’. ‘Francesco Giuseppe I’. Quindi mi sono arrischiato a venire al mondo perché stupidamente mi sono dimenticato di chiedere: ‘E quanti anni ha il monarca?’. Ne aveva allora settantanove”.

    Venire al mondo nel dorato crepuscolo dell’impero asburgico, e dovere attraversare la prima e la seconda guerra mondiale, il nazismo. lo stalinismo: non si può dire che Lec (e noi, e milioni di europei) sia nato sotto una buona stella. E speriamo che sia finita, che non sorgano altre forme di inquisizione, altri fanatismi, altre classi di potere confermate ad oscure ideologie, a pericolosissime scienze. Lec avverte: “Non raccontate i vostri sogni. Chi sa mai che i freudiani non prendano il potere!”. Davvero non si sa mai: vi si potrà accusare di aver sognato una volta il mare, e ritenervi un libertino, o qualche altra cosa che nella smorfia psicanalitica è simbolo della libertà, del dissenso, della rivolta. Non si sa mai.

    Di fronte a un libretto come questo di Lec, non si resiste alla tentazione di offrire una piccola antologia adattandola alle cose del momento e dedicando ogni singolo pensiero a persone o a fatti della nostra immediata esperienza. Ecco, per esempio, un pensiero da dedicare a coloro che da lontano si preoccupano delle cose siciliane: “Ci saranno sempre degli esquimesi pronti a dettare le norme su come devono comportarsi gli abitanti del Congo durante la calura”. Ed eccone un altro che può adattarsi all’andazzo delle nostre cose: “I giovani delinquenti non hanno un avvenire sicuro. Possono ancora diventare persone per bene”. E ancora, per qualche recente libro di successo: “L’ultimo libro di Tizio è un romanzo a chiave. La chiave è dal portiere”. Ma è un giuoco, questo, che è facile fare anche con i pensieri di Chamforte e di La Bruyére. Meglio fermarci su alcuni che denunciano la condizione storica da cui sorgono: “Un monumento può essere un ottimo orologio solare. Anche quando non c’è più si sa subito che ora è scoccata”, in cui è precisa allusione alla destalinizzazione. “Il condannato non è mai all’altezza della forca”. L’anello più debole è anche il più forte. Spezza la catena”. “La nostra ignoranza raggiunge mondi sempre più lontani”, “i cadaveri soltanto possono risuscitare. Per i vivi è più difficile”; “Il segno che distingue i paragrafi sembra già uno strumento di tortura”; “Disse lo specialista con una smorfia di disprezzo: di una croce si possono fare due forche”. E su quest’ultimo pensiero, che ricongiunge l’inquisizione di ieri a quella di oggi, possiamo anche fermare questa nota: con l’augurio che il libretto di Lec trovi da noi tanti, tanti lettori.



    La classe dirigente

    Nelle note sulla condizione della Sicilia, pubblicate in questo “quaderno”, non ho toccato il problema della classe dirigente siciliana. E me ne avverte un settimanale che si pubblica a Palermo. “Il Domani” (numero del 18 marzo), in un articolo firmato “Bastiano”, con accenti piuttosto scorati: “Venti anni circa di autonomia sono serviti almeno a questo: a dimostrare che non ce la facciamo a sbrogliarcela da soli. L’ostruzionismo dello Stato sarà cosa vera, ma non si può negare che esso ha avuto buonissimo e facilissimo giuoco con una classe dirigente isolana (e non facciamo questioni di partiti per carità!) che, se è tutto quello che la Sicilia sa esprimere, costituisce l’esempio più deprimente delle nostre incapacità”.

    E’ senza dubbio, un’osservazione dettata dall’onestà, dalla buona fede. E si può senz’altro essere d’accordo che l’Autonomia non è riuscita a suscitare una classe dirigente se non a livello del parlamentarismo più vieto ed astratto: ma non è il parlamentarismo in cui si esaurisce quasi totalmente l’Assemblea Regionale Siciliana una specie di mimesi del parlamentarismo centrale? E si può in coscienza affermare che la classe dirigente nazionale sia migliore di quella regionale siciliana? Si tratta della stessa materia prima: e che vi si foggino quartare o cisterne, è la stessa cosa. Bisogna poi considerare che ai valori dell’Autonomia tutti fanno mostra di credere ardentemente partiti e singoli uomini politici: ma in effetti partiti ed uomini politici dell’Assemblea Regionale si sono serviti come di una palestra di allenamento, di tirocinio; ed appunto è servita da trampolino di lancio a individuali carriere. Quanti sono i deputati che dalla prima all’ultima legislatura sono rimasti all’Assemblea Regionale, che non sono passati, per promozione loro accordata dai partiti o soltanto per giubilazione, al Parlamento nazionale? Mentre è evidente che ad una concreta ed efficiente fiducia nell’istituto autonomistico dovrebbe corrispondere un comportamento opposto: cioè di promuovere all’Assemblea Regionale i migliori, i più esperienti.

    Ma è poi vero che la Sicilia non può esprimere una classe dirigente? Se una classe dirigente cominciano ad esprimerla paesi ora usciti dalla minorità coloniale, davvero la Sicilia deve rassegnarsi e dichiarare la sua definitiva incapacità a governarsi, ponendosi così al di sotto del Madagascar o del Kenya?

    Ma nella posizione del “Domani” in verità è implicita una domanda, questa classe dirigente è veramente tutto quello che la Sicilia sa esprimere? O almeno a me pare. E la risposta, per me come per il “Il Domani”, e per ogni siciliano, non può essere che questa: la Sicilia può esprimere una vera classe dirigente; ma forse bisognerebbe che quell’autonomia acquisita nei riguardi dello Stato si riflettesse all’interno dei partiti. Dico forse. E innanzitutto bisognerebbe che i siciliani onesti e intelligenti cominciassero a contarsi tra loro. Appunto come l’antico scrittore diceva degli schiavi: “se gli sciavi si contassero?”.



    (da “L’Ora” 10 aprile 1965)
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    • A cura di Valter Vecellio

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    La Resistenza celebrata

    Appena dieci anni fa, l’Italia ufficiale sembrava disposta non solo ad abbandonare ai radicali, ai socialisti e ai comunisti la custodia e difesa di tutti quelli che si sogliono chiamare “i valori” della Resistenza, ma a fare di tutto perché quei “valori” subissero una rimozione nella coscienza degli italiani e nella effettuale azione culturale e politica.

    Oggi invece circolari ministeriali precettano la celebrazione della Resistenza: rettori d’università, provveditori agli studi, presidi, professori, prefetti, autorità dell’esercito e della polizia, parlano della Resistenza o ufficialmente partecipano alle manifestazioni già indette per celebrarla. I ragazzi tornano a casa col loro temino da svolgere, febbrilmente le famiglie si danno a ricercare notizie sulla seconda guerra mondiale, sul movimento partigiano, sui campi di sterminio nazisti, su Anna Frank: argomenti di cui i ragazzi a scuola raramente avevano sentito parlare, e qualche volta in termini ambigui se non addirittura negativi. E del resto in molti dei loro libri di testo ancora si parla del fascismo bonificatore di paludi, costruttore di città, rivendicatore dei diritti italiani di fronte al mondo; con qualche accenno alle cose che non andavano e un sospiro di rimpianto per i finali errori, quali l’alleanza con la Germania di Hitler e l’entrata in guerra.

    E ci sarebbe da rallegrarsi che finalmente, nelle scuole e nei luoghi ufficiali, si parli della Resistenza come di un patrimonio che è ormai di tutti gli italiani, anche di coloro che l’avversarono e che l’avversano. Ma è in noi vivissimo il sospetto, alimentato dalla concreta esperienza, che in queste celebrazioni si insinui un che di mortale; e che la Resistenza, quello spirito, quei “valori” entrino nel pantheon delle cose che non sono più; delle cose rispettabili, intoccabili, solennemente reiette, solennemente morte.


    Il caso del dott.Beltramini

    Molti giornali italiani, anche quelli non particolarmente accesi di anticomunismo, hanno l’aria di porre, riguardo al caso del dottor Beltramini, e del dilemma che abbia contrabbandato valuta per ragioni private o per contribuire al movimento rivoluzionario venezuelano, questo conclusivo giudizio: che Beltramini sarebbe in definitiva più rispettabile se avesse commesso il reato per una sua storia d’amore, e meno se lo avesse commesso per fini rivoluzionari. Si dimentica, insomma, che molti eroi da libri di scuola hanno contrabbandato armi e denaro, e hanno combattuto, per la libertà di altri popoli: da Garibaldi nel Sud America appunto, a Turr e Tukory in Sicilia. E se il dottor Beltramini davvero portava quei dollari ai “maquis” venezuelani, la sua azione si inserisce nella più nobile tradizione rivoluzionaria. Ma questo credo che lo sapremo, se mai lo sapremo, quando i più avranno dimenticato questa storia e persino il nome di Beltramini.

    La cosa più inquietante intanto è questa: che un cittadino italiano che viaggia in piena legalità in un paese straniero, accusato senza prove di un reato contro la sicurezza dello Stato, può subire un trattamento poliziesco al di là di ogni garanzia che il diritto generalmente, presso tutte le comunità civili, accorda ad ogni uomo. Perché i medici venezuelani che hanno visitato il dottor Beltramini affermano di non aver constatato frattura di costole, come invece Beltramini pare avesse dichiarato ai giornalisti: ma d’altra parte non dicono di aver constatato l’assoluta integrità fisica del soggetto, l’assenza di ecchimosi e lesioni. E conoscendo la mano pesante delle polizie politiche, e specie in quei paesi, nessuno, credo, si farà l’illusione che il Beltramini sia stato trattato con quella urbanità di cui nei romanzi e nei films danno dimostrazione gli agenti di Scotland Yard.

    Ora, un cittadino della libera Repubblica italiana, è portato ad immaginare che il suo arresto in un paese straniero, non certamente noto per democratiche istituzioni, per garanzie costituzionali ampie ed efficienti, debba provocare nei rappresentanti diplomatici italiani solerte preoccupazione. Lasciando da canto il caso del dottor Beltramini, si sa che nella Repubblica italiana ci sono almeno dieci milioni di italiani che col voto esprimono una radicale avversione a quei principi che uomini come il generale Franco, il signor Leoni, il professor Salazar ed altri emeriti personaggi incarnano ed impongono nei loro paesi. Tra questi dieci milioni, ce ne sono alcuni, migliaia anzi, che tale avversione costantemente esprimono dalle tribune politiche, dalle cattedre, dai giornali, dai libri. A ciascuno di costoro non è escluso che, in paesi i cui regimi usano schedare i loro avversari interni ed esterni, possa capitare quell’incidente del “coltello in tasca” che in democrazia prefascista agenti o confidenti di polizia sapevano espertamente praticare durante le elezioni. Perquisire nelle adiacenze del seggio elettorale una persona di idee non del tutto conformi e quelle governative, e trovargli in tasca in tasca il coltello che poco prima qualcuno vi aveva destramente infilato, mi raccontano i vecchi che era il miglior sistema per eliminare i voti contrari. E potrebbe anche essere –ipoteticamente – un buon sistema anche per certe polizie.

    I nostri ambasciatori e consoli dovrebbero dunque stare attenti, e specialmente quando gli incidenti capitano a cittadini italiani notoriamente contrari a certi principi. Ma inutilmente ho cercato nei giornali di questi giorni notizie sulle preoccupazioni del nostro ambasciatore a Caracas per il caso del dottor Beltramini.



    (da “L’Ora” 24 aprile 1965)
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