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  1. #61
    L'estremista moderato
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    Predefinito Rif: Leonardo Sciascia, vent’anni fa…

    Leonardo Sciascia, vent'’anni Fa… 60)

    • a cura di Valter Vecellio

    NEL CORSO DI UNA VITA (quinta parte)



    Di cui hai dato una motivazione in un testo che non è delle tue cose migliori.

    Era infatti una scelta che valeva nell’ambito locale, nel senso del “buon governo”, e che acquistò erroneamente una risonanza nazionale. Voleva essere semplicemente il “basta” di un cittadino palermitano.



    Perché uno che batte ai tasti, ed è in questo scrittore profondamente politico, deve andare in consiglio comunale? Quella è una sede che non abbisogna di scrittori, ma di economisti, di esperti della pubblica amministrazione, ecc.

    Io credevo semplicemente che quel mio gesto, compiuto assieme a Renato Guttuso, potesse servire da amplificazione a un’opposizione di condurre nel modo più intransigente.



    Stiamo parlando di politica o di moralismo? Le due cose non sempre coincidono.

    Io pensavo a un moralismo da far valere dentro una politica del PCI. A questo mi sollecitava la presenza di dirigenti come Achille Ochetto, il fatto che il PCI siciliano avesse iniziato un’autocritica del periodo milazziano.



    C’era stata, prima, la risposta positiva della Sicilia al referendum sul divorzio. Era stata sconfitta, hai scritto, la propaganda bolsa degli antidivorzisti. “Tutto un rameggiare di corna, a minaccia, a irrisione, si era levato dalle trincee del SI”.

    Era difatti una propaganda talmente stupida da risultare controproducente. Ne ebbi la netta sensazione nelle ultime settimane pre-elettorali.



    Dopo “La corda pazza”, hai fatto tacere la tua vena saggistica. Perché?

    Ne ho fatto piuttosto un uso sporadico, legato ad occasioni. Scritti che prima o poi raccoglierò in volume.



    Il tuo ideale di lavoro?

    E’ rimasto immutato, un libro l’anno, quattro cartelle al giorno, per un totale di centotrenta pagine a stampa, diciamo tre mesi alla macchina da scrivere. Il resto dell’anno a pensarci su.



    Eppure sei richiestissimo. I giornali fanno a gara per averti.

    Sono io che non cerco i giornali. Mi sembrano divenuti tutti uguali, fatti peggio che in passato, scritti in un italiano peggiore, con dei titoli insensati.



    Si dice correntemente ce lo standard medio giornalistico si sia innalzata. Se c’è stato un livellamento è stato verso l’alto.

    Nemmeno questo è vero. Un tempo i giornali erano “letti” prima che uscissero, letti interamente, in sede di controllo redazionale. Adesso si ha l’impressione che la prima lettura del pezzo giornalistico avvenga quando il giornale è già in edicola. La stessa etica professionale si è corrotta. Ho l’impressione che i giornalisti non siano più sui luoghi o, più precisamente che, essendoci, è come se non ci fossero, tanto le loro opinioni preesistono ai fatti. In tema di etica professionale io resto legato a quel che racconta Herbert Matthews in un brano delle sue memorie. Lui era corrispondente dalla Spagna in guerra per un giornale americano. A un certo punto alcuni giornali americani uscirono con la notizia che un certo piccolo paese era caduto in mano ai franchisti. A Matthews non risultava. Prese un’auto, si recò sul posto. E difatti i franchisti non c’erano. Entrò nell’ufficio telegrafico e inviò la smentita. Mentre usciva dall’ufficio telegrafico vide arrivare, lì in fondo al paese, le avanguardie franchiste. Se la batté dal lato opposto, quel che contava era aver smentito una notizia falsa; i franchisti quando il giornale era uscito, nel piccolo paese non c’erano ancora. Quella era la verità del momento e quella era la verità che Matthews cercava umilmente.



    Qual è il tuo vizio peggiore? L’orgoglio?

    Non credo, penso di essere, o di essere divenuto, molto tollerante.



    Se ti beccano, sfoderi la lama.

    Nemmeno questo. A me fare polemiche piace, non per niente mi sono formato sui testi di Voltaire, ma spesso me lo vieto. Dovessi seguire il primo istinto, di polemiche ne farei più spesso, sentendomi molto affilato.



    ”A proposito di un articolo dove Scalfari ti pungeva, hai detto che si trattava di quello “che una volta era chiamato l’articolo di fondo”.

    Già.



    Hai detto che il peccato più scusabile è la lussuria.

    Quando parlo di lussuria intendo quella dell’immaginazione, alla Brancati, non quella dei fatti. La lussuria non ha niente a che vedere con la sensibilità, è un fatto puramente mentale, perfettamente non esistente.



    Hai scritto di recente: “Comunque la donna possa dentro di sé e per sé cambiare il rapporto a quel che di nuovo e di diverso viene giustamente conquistandosi, mai arriverà a mutare nell’uomo, per l’uomo, il fatto di essere nell’amore, al vertice dell’amore, la porta del nulla. Questo farà sì che sempre sarà dall’uomo innalzata o degradata, innalzata e degradata: mai portata e tenuta come “compagna”, abusatissima parola che mai è stata vera. Potrà soltanto, a tentare una definitiva liberazione, negarsi all’amore dell’uomo: come pare si indirizzi qualche ramo del femminismo. Ma negarsi non soltanto all’atto dell’amore (che saremmo ad Aristofane), ma all’amore: facendo cioè in modo che nell’uomo si cancelli il pensiero dell’amore, e quindi dell’istinto. Al che si può arrivare, per come siamo arrivati. Ma resta da vedere se con ciò non finirà col negare se stessa o col restare, come l’Orlando della Woolf, a un incompiuto, mai compiuto, poema.

    Credevo di aver indicato, con questo brano, un dramma. E invece mi sono arrivate, pubbliche e private, lettere di protesta di donne che mi accusavano di antifemminismo. Laddove io avevo scritto con profonda umiliazione di essere uomo, di non riuscire a considerare la donna come “compagna”, amputato la mia pare di questa condizione.



    Quali sono i libri che in questo momento ti sono più cari, più necessari?

    Mi interessa sempre Michel Foucault. Sto attendendo con ansia la prosecuzione della sua “Histoire de la sexualité, di cui è uscito finora il primo tomo, “La volonté de savoir”. Trovo molto interessanti gli scritti di Michel Serre, la sua visione del mondo articolata nei quattro volumi intitolati “Hermes”. Come vedi sono soprattutto saggistica.



    Il tema della morte,il termine stesso, è sempre più frequente nei tuoi scritti.

    Mi ci avvicino, infatti.



    Pesante o leggero?

    Piuttosto con leggerezza.



    Il più bel libro di Borges?

    E’ impossibile da indicare. La stessa sua “Antologia personale” non racchiude necessariamente le sue cose migliori. E’ un autore che va letto, e che conta, nell’insieme della sua opera.



    C’è un tuo libro meno noto di altri, “Atti relativi alla morte di Raymond Roussel”, che pure mi sembra uno dei tuoi capolavori in assoluto. Come te ne nacque l’idea?

    Un mio amico di Milano mi aveva scritto a nome di uno studioso francese, François Caradec, che aveva bisogno dell’atto di morte di Raymond Roussel. Glielo avevo trovato e mi aveva colpito che alla dizione “causa della morte” ci fossero dei trattini, risultasse cioé ignota. Mi misi dunque alla ricerca dei documenti del fatto, all’archivio del Tribunale. Il procuratore capo, Scaglione per l’esattezza, mi fece sapere che fino al 2003 non se ne parlava neppure. Ma un mio amico conosceva e fece valere una sentenza della Corte Costituzionale che praticamente svincolava questi documenti. La cartella che li conteneva era intitolata “Atti relativi alla morte di Raymond Roussel”. Mi sono poi messo a leggere Roussel, che comunque non è diventato il mio scrittore.



    Ne hai scritto così: “La disperazione di Roussel attinse al talento, vi si confuse. Con una pazienza maniacale riuscì a trovare un passaggio segreto tra la mania, appunto, e la fantasia. Un valico che dopo di lui, sapendolo o no, molti attraverseranno. Alcuni senza talento e senza la disperazione di non averne. Altri avendone e con fin troppa consapevolezza uscendone; come Jorge Luis Borges”. Talento e disperazione a parte, della morte di Roussel ti interessava l’ambiguità. Ne risulta un libro per metà narrazione e per metà saggio

    E’ l’uso del documento, di cui mi ero valso precedentemente in opere come “Morte dell’Inquisitore”. Anche Borges fa uso del documento, ma non sappiamo mai se si tratta di un documento vero o di un documento apocrifo. A costruire dei libri interamente sui documenti è stato un tedesco, Alexander Kluge, per esempio nel suo libro su Stalingrado. Io mi sono sempre tenuto a metà.



    (da “Mondoperaio” dicembre 1978, quinta parte)



    60) Segue
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  2. #62
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    Predefinito Rif: Leonardo Sciascia, vent’anni fa…

    Leonardo Sciascia, vent’anni fa… 61)

    • A cura di Valter Vecellio

    NEL CORSO DI UNA VITA (sesta parte)



    Facendo un po’, nel resuscitare quei documenti, quel che Trevelyan giudicava il compito dello storico: “Far capire che il passato è stato reale come il presente, e incerto come il futuro”.

    Mi sembra una definizione appropriata.



    Lavorando sui documenti per trarre libri che erano, in definitiva, per te, era che i fatti “erano andati” in quel modo che tu ricostruivi, o solo che “avrebbero potuto” andare in quel modo? Riferendomi al tuo libro su Majorana, per farti un esempio. Amaldi nega nel modo più preciso che, filologicamente parlando, Majorana potesse aver presagito la bomba atomica.

    E’ l’opinione di Amaldi. Altri ammettono questa possibilità. Lea Ritter, una studiosa che ha prefato l’edizione tedesca del mio libro, aveva mostrato a Heisemberg, poco prima che morisse, il capitolo che lo riguardava. Heisemberg le aveva scritto che quel che io dicevo dei suoi rapporti con Majorana era esattissimo. Ha poi intervistato Ida Noddack, che aveva scritto nel ’34 un articolo in cui sosteneva che quelli di via Panisperna avevano ottenuto la scissione dell’atomo e non se ne erano accorti. Bastava che Majorana avesse letto il mio articolo, dice la Noddack, ciò che era provabilissimo, per rendersi conto di quello che era stato scoperto, e andare, per conto suo, avanti. Del resto sono stati quelli di via Panisperna a scrivere che la Provvidenza li aveva “accecati” impedendo loro di trarre tutte le spaventose conseguenze delle loro scoperte. Poiché Majorana non avrebbe potuto vedere quel che gli altri non avevano visto per ragioni di “provvidenza”?



    E veniamo alla tua delusione nei confronti dei comunisti, al senso più profondo di questa tua delusione.

    Io credevo, avevo creduto, che il PCI dovesse insegnare la verità contro la menzogna, che la sua lotta dovesse essere una dura e continua ricerca della verità. Non è stato così. La verità viene dal PCI ricostruita per come fa comodo al momento politico, al suo politicantismo. Quello che era cattivo ridiventa buono. Siamo all’ “Enciclopedia sovietica”, al pre-1964.



    Scalfari ha scritto che il tuo “L’Affaire Moro” è in realtà “l’affaire Sciascia”, la storia della tua delusione nei confronti del PCI.

    Non tutti capiscono. E non tutti vogliono capire. “L’Affaire Moro” è innanzitutto un libro religioso. Il centro del libro è un sentimento di pietà per quest’uomo solo, tradito, dato per pazzo dai suoi stessi amici; per questo “grande statista” che improvvisamente non era più un grande statista.



    Dunque l’interesse, ancora una volta, per uno sconfitto: come Diego La Mattina, come tanti altri personaggi.

    L’interesse per uno sconfitto che non è della mia parte, questa volta.



    Ma che di quella parte era “il meno implicato di tutti”.

    E che per questo è stato ucciso.



    “L’Affaire Moro” continua?

    Quantitativamente forse, qualitativamente credo abbia raggiunto il suo acme. Le BR sono finite, anche se continueranno ad uccidere.



    In una delle pagine più belle del libro, auguravi che la “pietà devasti” il giovane BR che telefonò al prof. Tritto l’avvenuta esecuzione dell’“onorevole” Moro. Eppure non sembrerebbe che la “pietà” in quegli ambienti abbia fatto passi innanzi.

    No, io credo che qualcosa è avvenuto per sempre in ciascuno degli uomini che hanno partecipato al crimine. Continuano a sparare, ma non è detto che siano gli stessi che hanno ucciso Moro. No, io continuo a pensare che saranno devastati dalla pietà perché non si possono fare certe cose senza pagarne il prezzo.



    La famiglia Moro si è fatta viva, dopo la pubblicazione del tuo libro?

    No, né io l’ho cercata prima. Volevo scrivere con assoluta libertà.



    Hai parlato di un “libro religioso”, di un libro dominato dalla “pietà”; un termine inedito da udire nella bocca di un volterriano.

    Voltaire era un uomo pieno di pietà. A meno di non credere al ritratto che ne facevano i clericali, come di un cinico, un borghese insensibile votato all’arricchimento. Voltaire è l’uomo che piange nel sentire Casanova recitare il “Canto della pazzia di Orlando”, è l’uomo che spende somme ingenti per “l’Affaire Calais”.



    Il tuo rapporto con i comunisti. E’ chiuso definitivamente?

    Credo di sì.



    Ancora un anno fa, in un’intervista a Giorgio Fanti dicevi: “Lo voto e lo critico”.

    Era un atteggiamento interlocutorio. Poi venne quella polemica in cui il direttore di “Paese Sera” mi accusò di “silenzio” quasi fossi divenuto un complice dei terroristi. Fu un’accusa che mi ferì. Il mio era un silenzio religioso, un ripensare la mia vita, quello che avevo scritto, le conseguenze, le responsabilità, anche. E del resto, tu puoi essere accusato per quello che dici, non per quello che taci.



    Hai accusato il direttore di “Paese Sera” di “modi terroristici”, nei tuoi confronti. Ho lavorato con lui e gli debbo l’attestato di essere uno dei comunisti più aperti, più sensibili.

    Figuriamoci gli altri. E’ un fatto che il PCI è ridivenuto staliniano e intellettualmente si è degradato. Come ha scritto Walter Laquer, Berlinguer tira fuori il leninismo non per fronteggiare le BR, ma per fronteggiare Craxi. E ciò è indice di una fragilità intellettuale che ha dell’incredibile.



    Che cosa chiedi al PSI? Quali critiche gli rivolgi?

    Vorrei che il PSI avesse la forza di formulare un programma serio di governo, da far conoscere agli elettori. Deve avere la capacità di proporre una soluzione ai problemi italiani, una linea che finalmente lo unifichi nella sua linea libertaria e riformatrice, riformatrice nel senso delle cose da fare e come farle. Gli chiederei di riuscire a recuperare non demagogicamente questa inquietudine giovanile, assegnando ai giovani le cose da fare. I giovani in realtà sono inquieti perché non sanno che cosa fare. Dar loro delle idee è difficile, dar loro delle cose da fare sarebbe già un risultato. Naturalmente si deve cominciare dalla scuola, che in un certo senso, è in una condizione ideale, perché non esiste più, ormai interamente distrutta. E’ il momento di cominciare a rifondarla, e non si può rifondarla senza essere un po’ conservatori. Per andare avanti, tutto sommato, bisogna cominciare a essere un po’ conservatori.



    Il tuo prossimo libro, il tuo prossimo scavo.

    Ci sto pensando già da tempo. E il racconto della vita di un vescovo siciliano morto pochi anni fa, il vescovo di Patti. Vescovo dal ’36, ha fatto in tempo ad avere conflitti sia con il regime fascista che con quello democristiano, tanto da essere dimesso, negli anni ’50, un caso più unico che raro. L’idea di lavorare attorno a questo personaggio me la diede il nipote che venne trovarmi, suo zio era morto da poco, portandomi una documentazione che pensava potesse interessarmi. C’era la corrispondenza tenutala questo vescovo, c’erano molti suoi quaderni d’appunti, uno dedicato all’“irreligiosità” dei siciliani.



    Anni fa scrivesti che gli intellettuali meridionali si dividono in due categorie: gli “esuli” esterni, quelli che sono partiti, e gli “esuli interni”, quelli che sono rimasti.

    No, ora mi sento meno esule di prima. Ho trovato un’abitudine di vita, mi sono adattato alla Sicilia.



    Perché è migliorata la Sicilia, o perché l’Italia è diventata Sicilia?

    Forse l’uno e l’altro.



    Si sono “perse le regole” dici spesso. Di quali “regole” senti più la mancanza?

    Sento la nostalgia delle forme abitualmente ritenute le più convenzionali. Ritenerle convenzionali è un trito errore, perché la forma non è mai solo la forma, è sostanza.



    E quali “forme” sono di suprema importanza per un siciliano?

    La gentilezza, l’attenzione per gli altri, l’ospitalità, che in Sicilia è assoluta e perfetta. E anche le sole forme di quella che si diceva “buona educazione”.



    Sono molti i siciliani che, fuori dalla Sicilia, ti ospitano?

    Sarebbero moltissimi, dappertutto. Ma io preferisco andare in albergo.



    In un albergo vicino alla stazione, da meridionale pronto a ripartire.

    Sempre.



    Faccio un bilancio della tua opera, di ciò che essa ha di più alto e di più durevole. Includerei “Le parrocchie di Regalpetra”, due o tre racconti de “Gli zii di Sicilia”, “Morte dell’Inquisitore”, i saggi contenuti ne “La corda pazza”, le prime cinquanta pagine de “Il Contesto”, “Atti relativi alla morte di Raymond Roussel”, tre o quattro capitoli de “L’Affaire Moro”, il dizionario in conclusione de “I Siciliani”, il racconto lungo che dà il titolo al volume “Il mare colore del vino”. Che cosa ometto, nel tuo giudizio e valutazione della tua opera?

    Sei stato fin troppo generoso anche se ravviso una sorta di residuo crociano, quel che è poesia, quel che non lo è, nel distinguere, all’interno di un libro, alcune pagine dalle altre: le si dovrebbe accettare in blocco. Ma c’è un libro che tu non hai citato e al quale io tengo: “Todo modo”. Credo che di quel libro , di un italiano che fa i conti con la Chiesa cattolica, la nostra letteratura avesse bisogno.



    O forse, più semplicemente, la letteratura italiana aveva bisogno di Sciascia, del tipo di cose che vai scrivendo da vent’anni?

    Nella letteratura italiana ci sono grandi libri, non dimentichiamoli. “I promessi sposi” di Manzoni, “I vicerè” di De Roberto. C’è tutto nel romanzo di Manzoni, altro che libro rappacificante, come lo credeva Gramsci; è un disperato ritratto del suo tempo.



    Come i libri di Sciascia lo sono del nostro tempo?

    Tutto sommato un ritratto meno disperato di quello del Manzoni: questo è il senso di tutti i miei libri.



    (da “Mondoperaio” dicembre 1978, sesta parte)



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    "Dopo Einaudi cominciò per l'Italia la Repubblica delle pere indivise"

  3. #63
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    Predefinito Rif: Leonardo Sciascia, vent’anni fa…

    Leonardo Sciascia, vent’anni fa… 62)

    • a cura di Valter Vecellio

    IL CUORE DELLO STATO ITALIANO NON ESISTE PIU’. E NEMMENO IL CERVELLO



    Lei scrive nell’ “Affaire Moro”: “Abbandonata la verità alla letteratura, la verità sembra creata dalla letteratura”. Nello stato contemporaneo, in che nodo la realtà à diventata fantasia?

    Io credo che all’uomo, l’uomo umano, rimanga soltanto la letteratura per riconoscersi e conoscere la verità. Il resto è soltanto macchine, statistiche, totalitarismo. E’ il sistema della menzogna: la grande, mostruosa macchina che ingoia tante verità per restituirle sotto forma di menzogne. E lo Stato finirà per identificarsi in questa macchina, se già non l’ha fatto. Non avrà più nulla a che fare con l’uomo, con la nozione di un uomo che noi ancora possediamo e che troviamo nella letteratura. Facciamo un esempio: vi sono tre grossi volumi di tavole di concordanze della “Divina Commedia”: il poema è stato tagliato, stritolato, è diventato un mucchio di polvere. Che rapporto c’è tra questo mucchio di polvere e il poema di Dante? Ed è così che sono stati tagliati, stritolati, ridotti allo stato di polvere statistica gli uomini, l’umanità, nella memoria e nelle decisioni degli Stati-macchina. Ma a un certo punto, può accadere che la macchina incontro un nocciolo di verità non assimilabile, che essa si inceppi, cigoli; e allora, colui che, per rimetterla in movimento, tenta di analizzare il nocciolo, scopre che esso è la letteratura; ma abbiamo talmente perso l’abitudine di riconoscerla…Così è avvenuto per l’affare Moro. Ci troviamo, insomma, di fronte a questo paradosso: non è la “Divina Commedia” che è fantasia, ma le tavole di concordanze che una macchina ha estratto dalla “Divina Commedia” non è letteratura che è fantasia, ma la realtà così come essa è presa e sistemata dal potere.



    Lo Stato democratico italiano è la “pura e semplice continuazione del regime fascista”, sotto altra forma, come diceva Pasolini?

    Fino a un certo punto, lo stato italiano democratico ha avuto, come diceva Pasolini, una gestione di pura e semplice continuità rispetto allo stato fascista. La Costituzione repubblicana coesisteva con la continuità giuridica dello Stato fascista nello Stato democratico; e quindi non veniva applicata. Cioè la Costituzione ha abolito automaticamente, come avrebbe dovuto fare, tutte le leggi fasciste che erano in contraddizione con l’ordine democratico. Queste leggi bisognava abolirle una per una. Triste, deplorevole, controsenso. Comunque una frattura in questa continuità ha cominciato a manifestarsi da quando il Partito Socialista è entrato nella maggioranza di governo. Lentamente, confusamente, ma è cominciata. Si può dire tutto il male che si vuole del centro sinistra e dei comportamenti dei socialisti al governo: ma non c’è dubbio che in un certo modo la vita, la società italiana ha cominciato a muoversi da quel momento. Naturalmente, è cominciata anche la reazione: e non soltanto a destra per ritardare le cose, ma anche a sinistra, per accelerarle.



    In “Todo modo”, romanzo in cui le anticipa gli avvenimenti drammatici che scuotono da qualche anno l’Italia e l’Europa, don Gaetano, questa figura di prete per il quale “tutti i mezzi vanno bene per realizzare la volontà di Dio”, dice ai suoi “amici” democristiani: “Spero che voi non mi darete il dolore di dirmi che lo Stato esiste ancora. Sarebbe una rivelazione insopportabile. Ero così sicuro che non esisteva più”. Può chiarire questo enigma?

    Sarebbe necessario un lungo discorso sui rapporti tra Stato e Chiesa in Italiam sul mondo clericale italiano e sul modo che ha di non sopportare lo Stato. Si possono anche riconoscere i termini della questione, del disaccordo, in un pamphlet di Anatole France di cui non ricordo il titolo esatto sui rapporti tra Chiesa e Stato in Francia. Ma per quanto riguarda l’Italia, bisogna considerare altri elementi: il potere temporale che la Chiesa ha perso nell’unità nazionale nel 1870; la terribile assenza-presenza del Vaticano dal 1870 al 1929; la qualità grossolana e meschina del clero; il Concordato, come primo passo della rivincita, ma che il fascismo seppe controllare e contenere; poi la rivincita piena, totale con la Democrazia Cristiana al potere. Finalmente i cattolici avevano messo le mani su questo Stato detestato, potevano farne ciò che volevano. Che il loro odio fosse cosciente o no, essi ne hanno fatto ciò che veramente desideravano: distruggerlo. E cominciando dalla scuola.



    D’altra parte lei suggerisce nell’ “Affaire Moro” che “è per se e contro le BR”, che il PCI può precedere all’ “invenzione dello Stato, nel senso in cui si dice l’invenzione della Croce…

    Distrutto lo Stato si sono trovati nel vuoto. Bisognava in qualche modo risuscitarlo, almeno come fantasma: ed ecco l’affare Moro. Ma non vi giunsero da soli, avevano bisogno dell’aiuto del PCI, che per quanto lo riguarda, non conosceva nulla, non aveva alcuna nozione dello Stato liberale, ma che aveva esperienza da vendere nello Stato forte, unanime, unanimista, totalitario.



    “Per me lo Stato non è un’organizzazione, è un’amministrazione di servizi”, lei ha dichiarato nel maggio scorso. Più recentemente ha attribuito questo concetto allo stesso Aldo Moro, aggiungendo che “questo insieme di servizi” assicurava “al meglio, cioè al peggio, una forma invariabilmente precaria della vita nella società”.

    Sì, il mio concetto dello Stato è tutto qui: un insieme di servizi che funziona al meglio. Quello di un democristiano, invece è che funzioni al peggio. E Moro era un buon democristiano, anzi era il migliore dei democristiani.



    Lei ha anche paragonato lo Stato italiano a “una piovra decapitata”…

    Credo che sia un’immagine giusta. E l’errore capitale delle BR consiste proprio nel credere che esse possano riuscire a colpire al cuore dello Stato. Il cuore dello Stato italiano non esiste più. Nemmeno il suo cervello. Ed è questa, paradossalmente, la sua forza, o almeno la sua capacità di resistenza.



    E perché lo Stato moderno è “forte con i deboli e debole con i forti”?

    Non lo Stato moderno, ma lo Stato italiano. Lo Stato moderno impedirà l’esistenza dei forti e si servirà dei deboli in modo, per così dire, decorativo. E’ il vecchio stato italiano che, secondo la definizione di Nenni, non saprà mai essere forte coi forti.



    La verità nuda e cruda del potere, secondo lei, sarebbe in fin dei conti la Mafia?

    Nella misura in cui il potere diventerà invisibile e invulnerabile, con l’impossibilità di localizzarlo riconoscerlo, le analogie con la vecchia Mafia diverranno più forti.



    I suoi romanzi spesso assumono la forma dei racconti polizieschi dove l’inchiesta giunge a questo paradosso: il colpevole non è un individuo, ma al limite estremo, tutto il mondo. E forse, lei talvolta ha detto, l’autore e il lettore, la Società, lo Stato, sarebbero fondati su “un crimine compiuto in comune”?

    Compiuto in comune, ma non da tutti. C’è sempre bisogno di innocenti, per offrirli come colpevoli.



    Ma nello Stato moderno vi sono ancora innocenti? Non siamo diventati tutti colpevoli?

    Tutti assassini, e tutte vittime. Ma è un “tutti” che non comprende esattamente tutti. Perché vi sia solidarietà tra tutti gli assassini, bisogna che vi sia sempre un certo numero di vittime innocenti.



    Allora la storia è diventata un romanzo poliziesco, con gli antieroi come in Pirandello che si ripetono la domanda: “Chi sono”?

    L’interrogativo pirandelliano trova nei governanti una risposta che vale per tutti. O almeno, essi vogliono questo. Noi siamo una media aritmetica. Noi siamo ciò che le nostre vite, le nostre esistenze mostravano in media. Non bisogna accontentarsi di questa risposta. Si deve tentare di continuare a vivere sopra o sotto di questa media: eventualmente soffrendo di più.



    Come si può lottare contro “il massacro di Stato”, denunciato da Moro nelle ultime lettere alla moglie?

    Scoprendo sempre la verità, in questo margine di libertà che ancora ci resta.



    (da “Le Monde”, 4 febbraio 1979, prima parte)



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  4. #64
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    Predefinito Rif: Leonardo Sciascia, vent’anni fa…

    Leonardo Sciascia, vent’anni fa… 63)

    • A cura di Valter Vecellio

    IL CUORE DELLO STATO ITALIANO NON ESISTE PIU’. E NEMMENO IL CERVELLO (seconda parte)

    Prima della pubblicazione dell’Affaire Moro” lei è stato trattato come “un vigliacco”, poi come un “uomo isolato”, dagli intellettuali d’apparato. Talvolta lei sbagliava, talvolta veniva presentato come un grande scrittore fuori strada. Lei è solo contro lo Stato?

    Ancora adesso non credo di essere solo. Sotto ciò che emerge, ciò che appare, dell’Italia, c’è un paese diverso: serio, preoccupato, ansioso di conoscersi e conoscere, che chiede la verità, che vuole la giustizia. E sono anche impressionato per la tanta gente che si rivolge a me., scrivendomi o fermandomi per la strada per dirmi che è d’accordo con me, per rivelarmi le sue preoccupazioni, per raccontarmi dei fatti. Io ne ricavo una certa forza, una certa sicurezza.

    Il movimento dei diritti dell’uomo può bastare per combattere il fascismo strisciante e l’idolatria contemporanea dello Stato?

    Il fascismo che ho conosciuto, il fascismo italiano degli anni ’20 e ’30, aveva qualcosa di più umano di quello che si annuncia oggi. Era, come posso dire?, più suscettibile di opposizione. Un’idolatria dello Stato dittatoriale, vecchia dittatura, autorizza una precisa avversione, essa la riconosce, l’indica, e nel momento stesso in cui l’annienta, la mette in evidenza. Un’idolatria dello Stato democratico tende, invece, ad annientarla in modo silenzioso e indolore; insomma, non si può lottare con il nuovo fascismo come si lottava contro quello vecchio. Bisogna essere più numerosi, e gridare più forte: strappare al nemico la maschera dell’amicizia.

    Di fronte alla religione dello Stato, si assiste oggi a un ritorno massiccio alla religione originaria, si tratti del cristianesimo, del cesaro-papismo, o delle diverse forme di monoteismo. Le Chiese sono la strada di Damasco che ci eviterà la “barbarie”?

    Non credo che la Chiesa giunga a ritrovarsi o inventarsi cristiana. Certamente la necessità di ritrovare il cristianesimo nel mezzo di tanta delusione, è molto vivo nel cuore degli uomini. Ma nella Chiesa non si ritroveranno che reliquie estetizzanti del cattolicesimo, e in nessun modo resti del cristianesimo. Il cristianesimo ormai non può che essere un fatto personale. Come il socialismo. Ma una somma di fatti personali può anche diventare una forma di rinnovamento.

    Lei ha riabilitato la pietà, questo valore cristiano, nell’“Affaire Modo”. Tuttavia altre volte l’ha criticata.

    Vivere vuol dire anche contraddirsi, Più si vive intensamente, più ci contraddiciamo. Uno scrittore, tutto sommato, è un uomo che si contraddice di meno per il fatto sesso che, per dirla in termini pirandelliani, vive e si vede vivere, perché ha sempre davanti a sé, per controllarsi, quello specchio che è la scrittura. Ma anche lo scrittore si contraddice: io mi sono contraddetto, per quel che mi concerne, sulla questione della pietà. Vent’anni orsono ho scritto che durante le rivolte civili non bisogna avere pietà: e davanti al caso Moro, ho rivendicato la pietà come il più alto dei sentimenti. Però bisogna dire che vent’anni fa credevo fosse possibile che il mondo cambiasse: ora non ci credo più.

    Lei ha dichiarato che non bisognava “più dare vita alle cose morte”. Chi sono oggi questi morti che parlano ancora?

    Il marxismo-leninismo. E’ un morto che non solo parla, ma spara. “Egli continuava a combattere ed era morto”, avrebbe scritto l’Ariosto. Ma non è soltanto il marxismo-leninismo. Stiamo per evadere da moltissime prigioni, però molti non sanno che fare della libertà: vogliono restare in prigione, o entrare in un’altra. Il protagonista di una novella di Brancati, alla fine del fascismo si mette davanti a uno specchio e dice a se stesso: “Ora sei libero, puoi pensare liberamente, dunque pensa”. Ma poiché non viene alcun pensiero, allora comincia a rimpiangere il fascismo.

    Lei attribuisce l’indifferenza della gente di fronte al caso Moro al fatto che esso avrebbe messo in scena, come “una ripresa”, una sorta di ripetizione teatrale di fatti già accaduti…ma allora c’è stata una “première”?

    Come dicono gli storici, si può fissare un terminus ad quem quando l’Italia comincia ad essere un Paese senza verità: è il momento in cui il bandito Giuliano viene scoperto assassinato in un cortile di Castelvetrano. Da quel momento, non c’è episodio criminal che, avendo qualche rapporto con la politica, abbia avuto una spiegazione razionale e una giusta punizione. Si può farne una lunga lista. In base a questa esperienza che si dilunga per anni, gli italiani vedono in ogni episodio nuovo una ripetizione sanno che non verranno mai a conoscere la verità. Da questo deriva l’indifferenza.

    Nelle nostre culture occidentali, abbiamo conosciuto razzismi religiosi e di Stato. Oggi ricompaiono la menzogna che nasconde il crimine – il genocidio – mentre un nuovo razzismo scientifico e biologico s’infiltra di nascosto e un po’ dovunque.

    Il nuovo razzismo colpirà, e già colpisce, i dissidenti. Il fatto di trovarsi fuori, di uscire dall’unanimismo (per esempio: la difesa della democrazia sulla quale tutti devono essere d’accordo), sarà come un colore diverso della pelle un’inferiorità biologica.

    Lei che ha scritto un libro sulla scomparsa di Majorana, non era preoccupato per l’appoggio che la scienza può dare al dispotismo della morte?

    E’ per questo che ho scritto “Il caso Majorana”. Non soltanto a causa di ciò che la scienza ha dato, e darà ancora sotto forma di strumenti di morte propriamente detti: ma anche per ciò che essa sta per produrre, per regolare, ordinare, dirigere la vita, per alleggerire la vita di un uomo. E’ proprio nel “Caso Majorana” che ho trascritto un brano di un saggio di Majorana sulla statistica, facendovi rilevare la premonizione, l’eco del terrore. Quel brano mi ricordava un verso di T.S.Eliot: “In un pugno di polvere ti mostrerò lo spavento”. Lo spavento della statistica, dell’informativa: questo pugno di polvere al quale un cervello elettronico può ridurre la vita. E mi ricordava anche un altro libro: un brano di Malraux quando dice che il modo di pensare di Stalin era un modo statistico. Non siamo forse già arrivati a una specie di stalinismo cibernetico?

    Nell’“Affaire Moro” lei evoca le lucciole che ritornano, con sua gioia, dopo essere scomparse dall’Italia. Lo si deve interpretare come un fatto di speranza?

    Una certa speranza, malgrado tutto. In questa foresta di pericoli nella quale noi viviamo, è ancora possibile raccogliere qualche fiore, direbbe Shakeaspeare…Citazione inopportuna, controproducente nel momento in cui finisco di trascriverla sono colpito dal ricordo che questa frase di Shakeaspeare è stata pronunciata dal primo ministro Chamberlain, al suo ritorno da Monaco, nel 1938.

    Da quando si profila un nuovo ordine internazionale economico e politico, si sviluppa nelle classi dirigenti degli Stati occidentali una nuova arroganza, un’euforia sinistra. Che ne pensa del neoliberismo che prospera sulle macerie ideologiche del marxismo, e soprattutto sulle spalle dei popoli?

    Sulle rovine del marxismo stanno spuntando molte “invenzioni dell’ombrello”, come si dice in Italia. Un attore comico milanese, Gandolin, recitava questo monologo: un uomo si ripara dalla pioggia sotto un portone, e nell’attesa che smetta di piovere comincia a pensare a un oggetto che si possa facilmente portare con sé e utilizzare per ripararsi dalla pioggia. Inventa l’ombrello. Ma appena uscito dal portone s’accorge che quest’oggetto è già stato inventato. Lo stesso accade per tutto ciò che appare oggi e passa per nuovo: è anche il caso del neoliberismo economico. Ma per continuare la storia dell’ombrello: non è un gran male presentare come nuova una cosa che è già vecchia, a patto che serva a proteggerci dalla pioggia, e non per picchiarci sulla testa. E’ possibile che il neoliberismo economico serva soltanto come bastone, e non come ombrello.

    Lei che è maestro nell’arte della deduzione, intravede l’immagine di uno Stato che sta per nascere, che sta per cambiare?

    Uno Stato dove il diritto sarà soltanto un vuoto simulacro è una profezia facile. Ma bisogna battersi perché non si realizzi. La nostra salvezza, la nostra immortalità dell’anima, consiste ormai in questa lotta, forse inutile.

    (da “Le Monde”, 4 febbraio 1979, seconda parte)

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  5. #65
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    • A cura di Valter Vecellio

    E LA VERITA’ FU COME LA MENZOGNA.

    Lo scritto che segue è il testo di una conversazione da me avuta con Leonardo Sciascia lo scorso anno. Si trattava di un’intervista, concordata con il “Corriere della Sera”, a essi subito trasmessa e mai pubblicata. Dopo averla fatta conoscere attraverso i “Quaderni del Mezzogiorno e delle isole”, la propongo con l’accordo di Sciascia perché mi appare significativa per intendere quale fosse il suo atteggiamento prima che esplodessero le polemiche sul suo “silenzio”, e ancora più sulle sue posizioni a proposito della vicenda Moro.

    Dopo è apparso “L’Affaire Moro”, autentica testimonianza dell’anticonformismo di Sciascia; della sua opera, di verità politica; del suo impegno civile, così spesso equivocato; della sua onestà intellettuale, caratteristiche “scandalose” in un paese in cui il conformismo, la ricerca del potere, il disimpegno effettivo, pur occultato da una terminologia banalmente politicizzata, costituiscono le connotazioni prevalenti dell’intellettuale italiano, magari “doverosamente” schierato “a sinistra”, tra i “progressisti”, ma con l’occhio sempre vigile alla propria carriera, alla saldezza dello status, all’acquisizione di maggiore potere e prestigio e totalmente lontano da una reale tensione etico-politica.

    In questi giorni si sta riparlando molto – sulla scia di un’intervista a “Le Monde” – di Sciascia, della sua amara visione delle condizioni del nostro paese: “Non si può lottare contro il nuovo fascismo allo stesso modo in cui si combatteva quello vecchio. Bisogna essere più numerosi e gridare più forte; e strappare al nemico la maschera dell’amicizia”.

    Ancora una volta, questo intellettuale che appare così isolato – anche perché si sforza di continuare a pensare in prima persona e di ricercare da sé i criteri di azione nel magma quotidiano – un invito a un impegno non retorico al coraggio

    Luigi M. Lombardi Satriani.

    Perché “Candido” ha come titolo anche “Un sogno fatto il Sicilia”?

    Un sogno di ragione dentro il sonno della ragione…ma c’è anche, in questo sotto-titolo, un confluire di autobiografia e di storia, di impressioni e di fatti…Quel che la Francia è stata per me, ed è. E quel che è stata per me la cultura siciliana. Anche per la cultura popolare: dall’opera dei pupi alle pitture dei carretti…La cavalleria, la rivoluzione…I barbieri del mio paese, conoscendo le preferenze dei loro clienti, a principio dell’anno davano in omaggio i calendari profumati con scene della rivoluzione francese di cui erano protagonisti Robespierre, Danton, Cmillo Desmoulins; e questo fin oltre il 1030.

    Gli stessi soggetti, forse copiati dai calendari, venivano dipinti sulle fiancate dei carretti. E il preferito era Danton; vorrei ritrovare qualcuno di quei calendari o rivedere qualcosa di quelle fiancate di carretto…Comunque, il fatto che il mio racconto si concluda a Parigi, ha suscitato in qualche critico una reazione tipica del più antico provincialismo, del provincialismo che vive della paura del provincialismo. Perché Parigi? Che cosa c’è a Parigi che a noi manca? Un critico è arrivato a dire che, dopotutto, non è che a Parigi, dal 1789 a oggi, ci sia stata una rivoluzione al giorno…Il bello è che questo critico è marxista: e ha dimenticato la Comune, ha dimenticato il maggio del 1968…Ecco: il maggio ’68 è molto importante. Si dice: non c’è niente dietro. Ma appunto questo è il fatto significante, che dà significato a quel che è avvenuto dopo, che avviene: il fatto che non c’era niente dietro quel che avrebbe dovuto esserci…

    Come si presenta oggi il rapporto tra Verità e Potere?

    Inesistente, un rapporto inesistente. Il Potere non ha rapporto che con la menzogna. Ed è una storia che si può dire cominciata qui, in un cortile di Castelvetrano, davanti al cadavere di Giuliano…L’incisione di Goya che s’intitola “Muriò la Verdad” potrebbe essere l’allegoria della Repubblica italiana.

    La dialettica menzogna-verità tende ad ampliarsi? E quali sono le nuove forme che il potere assume?

    Direi che della verità non ci sono che reliquie: e si commerciano nel mercato della menzogna, come si addice alle reliquie. Ogni volta che ti fanno intravedere una verità, è perché se ne ha bisogno per fare forza alla menzogna.

    Come vedi il conformismo attuale?

    Appunto queste operazioni di assumere una verità nella menzogna, di mutarla e di spegnerla nella menzogna, presuppongono un humus di conformismo. Ed è un conformismo molto più tetro di quello che ricordo negli anni del fascismo. Quello era un conformismo aperto, smaccato, che si rovesciava nel ridicolo e finiva, comicamente, col negarsi. Questo è sottile, mimetizzato, è una quasi perfetta imitazione della libertà, della spregiudicatezza, del coraggio.

    Quali i fattori di tale conformismo e quali le responsabilità?

    Il fatto principale credo che sia quella che l’onorevole La Malfa chiama l’ineluttabilità. Solo che l’onorevole La Malfa (e in ciò credo di rendere omaggio all’intelligenza che egli ha della storia del nostro Paese e del momento che attraversiamo, ha una nozione direi transitoria, a scadenza, della ineluttabilità: tanto è vero che ha una certa fretta di veder realizzato l’ineluttabile, per fare in tempo a passare a quello che ineluttabile non sarà, dopo l’ineluttabile. Il conformismo, invece, ritiene che l’ineluttabile contenga l’esterno. Le responsabilità? Molteplici, lontane, vicine. Forse non si può, in senso stretto, parlare di responsabilità. Siamo di fronte a una continuità che assume forme nuove: una continuità irresponsabile. Scegliere un partito di cattolici al governo del Paese appunto vuol dire l’irresponsabilità come scelta: lontana, antica scelta.

    Anche Pasolini ha sottolineato le trasformazioni negative della nostra società, la sua tendenza all’omologazione. Venne, come ricordiamo, ferocemente attaccato anche se oggi ci si rifà sempre più alle sue considerazioni. Che ne pensi?

    Il travaglio di Pasolini sulla realtà italiana, la sua meditazione, le sue intuizioni sono quanto di più vivo e nuovo c’è stato da noi in questi ultimi trent’anni. Gli attacchi che ha avuto in vita, da parte della sinistra, sono vergognosi quanto il recupero all’ortodossia che oggi se ne fa. Una faccenda molto cattolica, questa, di recuperare i morti…

    (da “L’Ora”, 2 marzo 1979)

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  6. #66
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    • A cura di Valter Vecellio

    E LA VERITA’ FU COME LA MENZOGNA. 2)



    Come si configura oggi il rapporto tra società italiana “ufficiale” con il Sud?

    Del Sud ormai si parla soltanto della crisi di governo, come di un punto programmatico. Da lasciare, si capisce, sulla carta.



    Tempo fa c’è stata l’anniversario del terremoto del Belice, si è celebrato l’impegno di lotta delle popolazioni terremotate e si è avuta una sorta di liturgia della denuncia. Purtroppo tutto sembra ripetersi. Anche tu hai firmato un appello per il Belice. Cosa ne pensi?

    Sì, ho firmato anch’io l’appello per il Belice. Miracolosamente, ma credo che sia una pura coincidenza, sono seguiti i quattro mandati di cattura per funzionari e imprenditori. Forse anche questa, una reliquia di verità che aspettiamo venga omologata alla menzogna. Nelle carceri, dove funzionari e imprenditori si trovano per ora, si potrebbe forse scrivere come sul frontone del manicomio i Saragoza: “Non lo siamo tutti, non ci siamo tutti”.



    La tematica della violenza è all’ordine del giorno. Palermo partecipa a questa escalation della violenza, e se non vi partecipa in misura rilevante quali sono le cause?

    No. Palermo non partecipa. Palermo è una città tranquilla, credo la più tranquilla delle città italiane, in questo momento…Anni addietro c’è stata un po’ di confusione, di smarrimento; poi è tornato l’ordine. Qui le organizzazioni eversive possono tutt’al più, fare una puntata “en turisme”, come l’hanno fatta una volta mettendo una bomba, mi pare nella sede di un ente a partecipazione regionale…Recentemente si è parlato di BR per un furto di carabine a un circolo di tiro a segno; ma ne hanno parlato coloro che hanno preso i fucili, nessuno ci ha creduto…Qui è come se ci fosse una sottopolizia efficiente, precisa. Una sottopolizia, una sottoamministrazione della giustizia…Qualche anno fa, quando c’era un po’ di confusione, a Bruno Caruso e a me un commerciante che aveva subito dei furti, e se ne disperava, fece un ragionamento che finiva così: “O mandano uno come Mori, oppure liberano quelli, che così non si può andare avanti…”. Ho riportato questo ragionamento nella prefazione al libro di Hess sulla mafia pubblicato da Laterza. Ed ecco: poiché non hanno mandato Mori, vuol dire che sono tornati da quelli.



    La mafia è stata vista prevalentemente dall’esterno. Come può essere analizzata dall’inrerno della condizione meridionale?

    Lo “Stato come pelle”, direbbe Ortega. E cioè la mafia come pelle.



    Come si presenta oggi la cultura popolare siciliana? E che rapporto istituire con essa?

    Direi che è dura a morire, stanti gli sforzi per ucciderla degli enti e delle associazioni turistiche. In quanto al rapporto che con la cultura popolare si può istituire, credo che tra più urgenti sia quello di impedire quella specie di osmosi della menzogna che tu hai analizzato. Ed è pericolo che oggi viene dalla sinistra.



    Nella nota finale di “Candido” tu scrivi: “Ho scelto di essere veloce, di essere leggero. Ma è greve il nostro tempo, assai greve”. Quali sono le prospettive entro le quali oggi può prendere corpo un reale impegno etico-politico?

    Il maggior impegno che oggi uno scrittore può affrontare è quello dell’isolamento, della solitudine. Nella misura in cui saprà sopportare isolamento e solitudine, non sarà solo e non sarà isolato. Può sembrare un paradosso, ma non lo è. Non per finire in retorica, ma quei tre versi di Dante che Alfieri pose come epigrafe, se non ricordo male, del trattato della “Tirannide” (o del “Principe delle lettere”?), sono in questo momento da ricordare: “Mai non si mostri al ver timido amico chi non vuol perde vita appo coloro che il tempo nostro chiameremo antico”. Ma io dico: chi non vuol perdere mi sembrava solo, isolato. E non era. Solo, se fosse stato meno preso dall’angoscia – un po’ compiaciuta in “maledettismo” – di essere diverso, se ne sarebbe accorto. Io me ne accorgo, di non essere solo, di non essere isolato, anche se sempre più apparirò solo e isolato.



    (da “L’Ora”, 2 marzo 1979 seconda parte)



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  7. #67
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    Leonardo Sciascia, vent'’anni fa… 66)

    • A cura di Valter Vecellio

    INCONTRO



    Siamo andati da Sciascia non appena abbiamo saputo della sua decisione di accettare la candidatura offertagli dal Partito Radicale. Una notizia che ci ha rallegrato, come un segno inaspettato di buon tempo, al di là dell’occasione elettorale e anche della lista che ospitava il suo nome. Da Palermo, dove siamo stati accolti e rifocillati al nostro arrivo dai coniugi Sellerio, amici e intimi collaboratori dello scrittore, siamo ripartiti in auto con altri due amici per Racalmuto, nella campagna agrigentina, dove Sciascia ha una casa. Lì abbiamo trascorso una lunga serata, chiacchierando, mangiando fave e salcicce arrostite e bevendo vino buono.

    Due giorni dopo uno di noi è tornato a trovarlo per mostrargli gli appunti ricavati dal registratore e fargli qualche nuova domanda. Quelli che pubblichiamo in forma di intervista sono alcuni brani scelti dalla conversazione, scelti tra quelli più direttamente legati alle circostanze e alla decisione di Sciascia di candidarsi. Le domande, quindi, sono in parte montate a posteriori, per ordinare meglio gli argomenti.

    (Enrico Deaglio e Clemente Manenti)



    La notizia della sua candidatura è giunta improvvisa e inattesa. Come ha preso questa decisione?

    E’ vero, è stata una decisione che neanch’io avevo previsto…anzi, l’avevo esclusa. Avevo molte ragioni per escluderla, molte buone ragioni. Il colloquio con Pannella è durato non più di mezz’ora. E’ successo che queste mie buone ragioni…a un certo punto mi sono sembrate un po’ vergognose. Pannella mi ha fatto capire, direi non nel senso della vanità, ma…direi del dolore persino, che significano qualcosa. E allora mi è apparsa una vergogna arroccarmi nel rifiuto, insistere a dire di no…Magari sarà un’illusione…Però io penso che la mia presenza nelle liste radicali potrà servire a qualcosa.



    Ha influito il fatto che nelle liste radicali ci sono molti altri indipendenti? Che sono, in un certo senso, liste di “senza partito”?

    E’ quello che dicevo a non so che giornale: quando sei candidato in un grande partito come indipendente, è…un puro suono, insomma. E non tanto perché quel partito ti imponga di fare determinate cose o ti vieti di farne certe altre, quanto perché hai un senso di…sei come psicologicamente schiacciato dai tanti voti che hai avuto in quel partito e che hai avuto per quel partito. Qui invece si ha la buona impressione di un “partito di indipendenti”, in cui tutti siano realmente indipendenti: allora si è più liberi, tu sai che domani alla Camera o in un Consiglio Comunale o dovunque ti troverai eletto dentro quella lista, tu sarai indipendente e potrai prendere autonomamente le tue decisioni e le tue posizioni. Questo può dare un senso diverso alla elezione, alla politica, e allora sì che il Parlamento diventa Parlamento…Oggi ho letto un articolo di un illustre giornalista, che dice: “Se i radicali avranno venti deputati, il Parlamento potrà funzionare?”…Ma ha funzionato finora, il Parlamento, in quanto Parlamento? Non vedo che abbia funzionato quando Pinto dice determinate cose che magari si potevano discutere, controbattere, e viene lasciato solo, a parlare in un’aula vuota, sul caso Moro… questo non è un Parlamento, non ha funzionato per niente come Parlamento…Anzi è questo che bisognerebbe tornare a far funzionare. Io penso che ormai tutto il movimento dovrebbe essere per l’attuazione, per il ripristino, per il funzionamento della Costituzione: perché la cosa a cui soltanto possiamo aggrapparci è la Costituzione.



    Quindi lei ha intenzione di esercitare realmente il mandato parlamentare, una volta eletto.

    Sì, certo, se la salute me lo permetterà…Dal momento che si accettasi deve pur fare…avrei preferito per la mia tranquillità personale, per il mio lavoro di scrivere, non trovarmici in mezzo; ma dal momento che ho fatto questo passo…



    E farà anche una campagna elettorale? Andrà in giro a tener comizi, assemblee?

    No, questo non mi sento di farlo…Non ce la faccio più a stare dove c’è tanta gente, ne ricevo una specie di smarrimento, di panico…prima no, prima tutto sommato mi piaceva. Andare a un convegno, incontrare gente. Anni fa ho anche affrontato qualche comizio, per la campagna per il divorzio, per le amministrative…mi pesava anche allora, ma ora mi è diventato impossibile salire su un palco e parlare. A Racalmuto una volta tutto il paese andava a sentire i comizi, i balconi erano sempre pieni di gente come per la festa del santo patrono, circolavano poesie azzeccatissime di ognuno dei candidati…Ricordo un comizio che una volta abbiamo fatto con Guttuso in un paese di mafia all’interno, a Corleone. C’erano una cinquantina di giovani vicini, sotto il palco, poi tutta la popolazione schierata in tondo, come a dire: “Siamo qui soltanto per ascoltare, nessuno di noi pensa di dare il voto a questo partito…”. In più c’era la radio dei carabinieri che interferiva in continuazione con l’altoparlante.



    E però tipico della Sicilia, soprattutto dei paesi, un modo di ascoltare i comizi molto distaccati, senza alcun segno di consenso o di disapprovazione…

    Sì, perché fanno anche una valutazione di pura retorica, ascoltando quello che tu dici dal punto di vista delle regole retoriche…I siciliani sono ascoltatori esperti. Ricordo un comizio a Sciacca, di un liberale, mi pare Arpino. Giuseppe Arpino, che parlava abbastanza bene, e c’era un contadino che lo ascoltava ammirato, poi alla fine rivolto a quello che gli stava accanto, commentò: “Cumpà, sapiti che disse? Cu ave mangia e cu unn’ave talia”, che mangia chi ha, chi non ha sta a guardare l’altro che mangia, che era un giudizio perfetto.



    C’è stata nella tua decisione di accettare la candidatura anche la volontà di non appartarsi, di tenersi attaccato alla gente e ai fatti del mondo?

    Sì, certo, anche a questo è legata la decisione di presentarmi…alla volontà di essere vivo, di sentirmi vivo, di…di non rassegnarmi, di muovermi, di fare qualche cosa, insomma…Perché se no, mi trovo in un’età in cui…è facile darsi alla contemplazione della morte, specialmente stando male come sto. E allora ad un certo momento mi è venuto questo impeto di rompere, di rompere la malattia, di rompere il desiderio di morire…di rompere proprio questo senso di sollievo che uno prova all’idea di non esserci più. E allora ho voluto impormi il contrario…



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  8. #68
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    Leonardo Sciascia, vent'anni fa… 67)

    • A cura di Valter Vecellio

    INCONTRO 2)

    Come è stato per lei, l’anno che è passato?

    E’ stato terribile per molti aspetti…per me principalmente per il caso Moro, che mi ha ossessionato un bel po’ e mi ossessiona ancora. Di solito, quando scrivo un libro poi me ne dimentico, non lo leggo più: come se l’avesse scritto un altro. Tanto che la realizzazione cinematografica per esempio mi lascia freddissimo, come se non mi appartenesse per niente quella materia. Ma ci sono due libri in tutta questa mia carriera, diciamo così, che invece mi hanno lasciato delle tracce. Uno sul piano puramente filologico, direi, nel senso di ricerca, ed è “Morte di un inquisitore”…e l’altro questo di Moro. Ma questo è diversamente, perché è una storia che non è finita, è una realtà che continua. Ieri mi hanno detto che Melega si presenta con i radicali proprio perché vuole entrare nella Commissione sul caso Moro. Io lì per lì a questo non ci avevo pensato. Però capisco che chi ha avuto a che fare con questa storia e ha voluto vedere più a fondo nell’ingranaggio che ha portato alla morte di Moro, non riesca ad accettare che la verità resti nascosta. E il fatto che la gente abbia voluto dimenticare in fretta, che provi un certo fastidio quando se ne parla…Anche questo dimostra che una traccia è rimasta. Nessuno riesce a parlarne con leggerezza, come di solito anche nelle tragedie italiane…Non so, la storia del Vajont è stata una cosa terribile, però dopo un poco quei moti seppelliti dal fango era come se non contassero più tanto…contava di più che la vicenda giudiziaria, i colpevoli…Ma qui il morto continua a pesare…e la gente non ne vuole più sapere, vorrebbe cancellare ma non può.

    Forse anche tra i responsabili della morte di Moro, in seno alle BR, è rimasta una traccia che non si cancella. Ma oggi si parla piuttosto del “terrorismo diffuso”, del terrorismo come fenomeno sociale, come frutto spontaneo…

    Il terrorismo io lo vedo come un fenomeno di disperazione. Prendi un paese come Racalmuto, tutti i giovani studiano, e che fanno, passeggiano senza prospettive…In una grande città, la cosa diventa più disperata. Il terrorismo come fatto sociale ha senza dubbio radice nella disperazione giovanile, però c’è anche chi lo fomenta, chi lo organizza. Spesso in questi giorni mi sento dire che c’è qualcuno che afferma che la mia presenza nelle liste radicali servirà a raccogliere i voti dei terroristi…Innanzitutto vorrei sapere chi lo afferma, probabilmente saranno quegli stessi che hanno detto che io sono un terrorista reazionario…poi quello che io ho scritto dal ’50 a oggi sta lì…contro l’intolleranza, contro la violenza, contro la pena di morte. Se mi votano vuol dire che sono degli innominati che si sono convertiti. E allora il loro voto mi fa piacere.

    L’anno scorso ricordo che lei aveva detto, in un momento in cui di segni positivi non ce n’erano molti, che un segno positivo era la preoccupazione per il fatto che ci fosse tanta gente preoccupata. E ora? Che frutti ha dato questa preoccupazione?

    La preoccupazione c’è ancora, sì. Ha dato secondo me un moto di insofferenza ormai…la gente è insofferente di questi partiti sclerotici, che conducono il loro gioco come se niente fosse accaduto, e ne vede costantemente altre manifestazioni…la gente non è persuasa secondo me anche di questi arresti ultimi , e forse ha rinunciato a cercare la verità sui giornali. Perché anche questo è successo di nuovo in questo periodo, la fine della stampa. Chi prende il giornale ormai lo fa per abitudine…non spera più di appendere anche una sola notizia, è diffidente. E così di fronte a queste cose non si sa più se questi arrestati possono o no essere colpevoli…è un po’ come la favola di Fedro del lupo e della volpe, e quindi tra l’amministrazione della giustizia e i presunti terroristi la gente si trova proprio in questa situazione, che non sa…Ora se questa insofferenza muterà nel voto, o resterà una cosa così, questo potremo soltanto dirlo dopo, perché credo che una delle cose più difficili sia la cosiddetta analisi del voto, in questo paese.

    Secondo un sondaggio elettorale, ci sarebbe il 48 per cento di indifferenti tra gli elettori, gente che non sa neanche se andrà a votare…

    No, io non ci credo a tanta indifferenza. L’indifferenza risulta soltanto nei sondaggi. La gente non è per niente indifferente. L’indifferenza anzi, nasconde secondo me una qualche decisione vergognosa…quelli che si mostrano indifferenti praticamente hanno già deciso, e non è vero che siano indifferenti.

    E perché vergognosa?

    Perché continueranno a votare come prima, e…in questo momento sentono che non è giusto votare come hanno sempre votato. Questo 48 per cento, secondo me è tutta la gente che ha votato per anni in un modo e continuerà a votare in quel modo…e non vuole dirlo. Io non credo all’indifferenza, nessuno è indifferente. Invece distinguerei tra gli accorati e gli indifferenti. Quelli che dichiarano indifferenza, che dicono: “Non me ne frega niente, non mi interessa, non vado a votare”, questi sono finti indifferenti. Invece c’è una parte che credo sia la maggioranza del popolo italiano che è sfiduciata, accorata, che vorrebbe intravedere un barlume di verità…

    Di nuovo allora, una domanda scontata: che definizione si può dare alla verità?

    Della verità? La verità è…la verità. Quando Pilato lo domanda a Cristo, Cristo non dà una risposta su cos’è la verità…Però la verità esiste, c’è. Ci sono i fatti, naturalmente anche nei fatti c’è l’ambiguità, c’è la possibilità di interpretarli, di sfaccettarli come si vuole, di dissolverli anche, pirandellianamente…Però un fatto è un fatto. E qui vengono proprio mistificati i fatti. Non si riesce più ad avere un’idea del fatto…Il pranzo in casa di quel giudice dove è stato Alessandrini, ecco, è un fatto. Però io non sono riuscito, pur seguendo attentamente tutti i giornali, pur arrovellandomici sopra, e farmi un’immagine precisa di quel fatto. Ma…un giornalismo dovrebbe essere questo, dare per lo meno l’immagine di un fatto, i “dati di fatto”, come si suol dire. Questo non c’è più. Per me l’esempio più straordinario di giornalismo, di onestà professionale del giornalismo, è quello che racconta quel vecchio inviato del “New York Times”, Matthews. Lui racconta che una volta i corrispondenti che erano dalla parte di Franco durante la guerra di Spagna diedero come conquistato da Franco un paese che a lui risultava invece essere ancora in mano ai repubblicani. Matthews prese una macchina, andò in quel paese e fece da lì un telegramma al “New York Times”; mentre usciva dall’ufficio postale, le avanguardie di Franco entravano dall’altro capo del paese. Però lui intanto aveva smentito la notizia falsa: il giorno prima Franco non c’era. Ecco la verità dei fatti. E un potere della verità c’è, lo si può esercitare anche così. Questo dovrebbe essere il giornalismo, dare il fatto del momento. Il giornalismo è come un tribunale di prima istanza, dove hanno valore i fatti. Invece oggi si pratica un giornalismo come cassazione, dove i fatti scompaiono, quello che gli avvocati chiamano il “merito” scompare, ed esiste soltanto la forma…

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  9. #69
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    Predefinito Rif: Leonardo Sciascia, vent’anni fa…

    LEONARDO SCIASCIA, VENT’ANNI FA… 68)

    • A cura di Valter Vecellio

    IL MIO PROGRAMMA E’ LA VERITA’ 1)



    Questa rubrica elettorale parte bene. Il suo primo ospite è un personaggio di rilievo nazionale, uno scrittore di fama europea che ha accettato di correre sportivamente per i colori del Partito Radicale. La sua decisione è stata in qualche modo inattesa, certamente improvvisa. Il PR, trovandosi così tra le mani quello che si chiama un fiore all’occhiello, ha speso questo nome con prodigalità significativa. Leonardo Sciascia è candidato al Senato, in Sicilia, capeggia le liste per il Parlamento Europeo in tutte e cinque le circoscrizioni; non solo, ma è anche candidato e apre le liste della Camera dei deputati in molte circoscrizioni del Nord. La domanda che più lo ha assediato, in questi giorni è: come mai? E’ una domanda che noi ripetiamo, anche se sappiamo che ha già risposto in qualche modo; cioè come è avvenuta questa folgorazione dopo le dichiarazioni che ha avuto modo di fare prima, cioè che non avrebbe partecipato a questa campagna elettorale.

    E’ stata una decisione improvvisa e sorprendente anche per me. Ero fermamente deciso a non entrare in nessuna competizione elettorale, con nessun partito, con nessuno dei partiti che potevano interessarmi, che sono una ristrettissima area, peraltro. Poi mi sono incontrato con Pannella ed è accaduto questo fatto imprevisto della mia accettazione. Ecco, non so se è una spiegazione, ma comunque posso dire quello che pensavo; mentre Pannella mi parlava, io pensavo per esempio a quel dialogo di Pasternak con Stalin per perorare la causa di Mandelstam, il poeta che era stato arrestato. E una sera suona il telefono. Pasternak va a rispondere, ed era Stalin. Parlano di Maldelstam, molto duramente da parte di Stalin, e poi ad un certo punto Pasternak dice: “Vorrei incontrarvi”. “E perché?”, domanda Stalin. “Ma”, dice Pastenark, “per parlarvi della vita, della morte”,e a questo punto sente che il telefono si chiude. Stalin non voleva parlare della vita e della morte, si capisce. Ecco, io ho pensato che bisognava parlare della vita e della morte in questo Paese, e che ne parlassi io come scrittore la cui pagina è la più vicina all’azione che si possa immaginare. Io so di essere questo tipo di scrittore, la cui pagina è proprio al limite dell’azione. E allora la tentazione di entrare nell’azione diretta, per me è stata forte.



    Lei ha usato una frase che io ritengo molo bella, presa da Seneca. Ha parlato della politica degli schiavi che si contano. Credo che esista veramente nel nostro Paese oggi una situazione tale per cui gli schiavi, ammesso che vi siano schiavi, siano costretti a contarsi?

    Sì, credo di sì. Io ho molta stima del popolo italiano, contrariamente a quel giudizio che se ne fanno quasi tutti i politici. Io ho avuto stima del popolo italiano affrontando la campagna per il divorzio, quando tutti coloro che dovevano essere per il divorzio, tranne il PR, credevano che il referendum sarebbe stato perso. Io credo che sotto questa indifferenza, questo cinismo, ci sia qualche cosa di vero, di vivo, di sentito, nel popolo italiano. Non è vero che sia cinico, così simile ai personaggi di Alberto Sordi, come lo si vuol far credere.



    Però è vero,almeno nelle valutazioni correnti, che probabilmente risentono anche della campagna elettorale già in atto, che il PR cui lei si rifà, abbia accettato di essere il partito del divorzio, dei diritti civili, delle battaglie di libertà e stia attraversando adesso un periodo di ambiguità. Sotto questa spinta elettoralistica va cercando consensi nei settori più disparati del paese. Non solo apre dialoghi in direzioni in sé contraddittorie: con Plebe, con De Carolis qualche tempo fa; oggi con lei. Addirittura prende posizione in difesa dei militanti di Autonomia, per altri versi attaccando i responsabili dell’eccidio di Via Rasella. Questo rimprovero non viene solo da parte comunista, ma anche socialista. E’ un rilievo che ricorre abbastanza spesso in questi giorni, anche sulle colonne dell’”Avanti”…In fondo, si sostiene, questo partito, insieme ai socialisti ha combattuto battaglie belle, limpide, chiare, di grande presa sulla gente, ora ha imboccato una strada abbastanza ambigua e abbastanza contraddittoria, che praticamente, secondo loro, potrebbe anche mettere in difficoltà un uomo come lei

    Io non credo che vi sia ambiguità nel PR. Io credo che i radicali vogliano parlare con tutti. E’ giusto parlare con tutti. Una Camera che, quando parla Pinto sul caso Moro, se ne va interamente…Pinto ha parlato ai banchi, ed è stato il discorso più interessante che sia stato fatto sul caso Moro. Ecco, non è una Camera democratica. Io penso che Pannella intenda la democrazia nel senso pieno, totale della parola: parlare con tutti.



    Si dice che quello dei radicali sia un partito che prometta il protagonismo a tutti; un protagonismo senza eguali. Così un modo di fare politica, certamente svincolato dagli schemi, che sfugge a tutti i canoni classici e abituali del fare politica in questo paese. Lei crede che questo possa essere un’esca, un incentivo per qualcuno a entrare nel PR e a fare politica per il PR?

    Non lo so. So soltanto che l’unica cosa che si muove, proprio nel senso della vita contro la morte, in questo paese, è il PR. E poi devo negare anche che Pannella abbia attaccato ls Resistenza e l’episodio di via Rasella. Pannella ha semplicemente detto che è violenza anche quella, ed è innegabile che lo fosse!



    Ho capito. Lei sa anche che un qualche motivo di perplessità a sinistra è venuto da una sorta di avallo dato da Montanelli, il quale ha definito i radicali e Pannella i figli degeneri, i figli soltanto un po’ discoli di un certo filone liberale democratico, insomma un’accentuazione, una posizione portata al parossismo, ma riconducibile a quel tipo di scuola, di dottrina, di ideologia.

    E’ un’analisi che Montanelli ha fatto ed è abbastanza probante, direi. Il consenso di Montanelli non m’impressiona, non m’imbarazza.





    (“Telegiornale di Sicilia” e “Giornale di Sicilia”, 5 maggio 1979.

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  10. #70
    L'estremista moderato
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    Predefinito Rif: Leonardo Sciascia, vent’anni fa…

    LEONARDO SCIASCIA, VENT’ANNI FA… 69)

    • A cura di Valter Vecellio

    IL MIO PROGRAMMA E’ LA VERITA’ 2)



    Mi fa piacere sentirglielo dire, nel senso che questo mi pare veramente spirito di libertà, al di fuori degli schemi e dei tab.

    Io ho un rapporto personale con Montanelli abbastanza buono. Ho sperimentato la sua onestà, sul piano personale, insomma. Lui era partito all’attacco del mio libro su Moro, prima di leggerlo. Poi ha letto il libro e si è ricreduto. Il suo punto di vista continuava ad essere quello che non bisognava trattare, ma comunque ha fatto una ritrattazione su tante cose, da uomo onesto di fronte ai lettori, e ve ne è stato uno che addirittura glielo ha rimproverato. Quindi il consenso di Montanelli non mi imbarazza per niente.



    Volevo dirle questo. Un’accusa oggi abbastanza corrente sul PR, lei lo sa meglio di me, è l’accusa di una ripresa di qualunquismo, sia pure di sinistra; ora, questo, lei lo sa, non è un’accusa infamante, ma un’accusa ricorrente nella storia di questo Paese per chiunque si pone fuori dal sistema, prende posizioni non convenzionali. Ecco, io le chiedo se anche questo lo imbarazza, questa etichetta, questa marchiatura di qualunquismo.

    Assolutamente no. E’ da anni che qualcuno mi rivolge l’accusa di qualunquismo, una volta per tutte. Pare che sia moralismo. Ebbene, io sono un moralista; allora, accetto la qualifica.



    Senta, parliamo del programma. Mi pare di aver letto, in questi giorni su un giornale, mi pare sull’“Europeo”, che il segretario del PR, interpellato sul programma, abbia risposto: il nostro programma sono gli otto referendum. E’ certamente una posizione molto impegnativa anche per i meccanismi che i referendum comportano. Lei ritiene che tutto questo sia sufficiente per un’azione parlamentare, per una presenza radicale nella vita politica del Paese?

    Guardi, il bello del PR è nel non essere un partito nel senso tradizionale, burocratico, organizzato. E’ un partito di indipendenti. Il mio programma è quello della verità: la verità sul terrorismo, sul caso Moro, e penso che se non si sciolgono questi nodi, questo Paese non può andare avanti.



    Mi pare che la sua posizione sia anche così di rifiuto della “grande ammucchiata” – viene chiamata così con un linguaggio abbastanza discutibile, ma efficace – cioè questo modo di fare politica per grandi accordi, per grandi linee, praticamente facendo scomparire l’opposizione in questo paese. Mi pare che sia anche questa una delle motivazioni per cui i radicali stanno incontrando, almeno stando ai primi sondaggi, quella comprensione…

    Restringendosi l’area dell’opposizione ai radicali spetta di far l’opposizione, se vogliamo mantenere un barlume di vita democratica in questo paese.



    Di fronte a questi programmi, certamente impegnativi, soprattutto con la giustificazione e l’ottica dalla quale lei guarda, cioè questa ricerca di verità, questa riscoperta della gente, nella sua particolare posizione, di uomo del Sud, tutto questo non è riduttivo rispetto a quelli che sono i problemi che lei sente, che sono i problemi veri di questa terra?

    Sì, sarà riduttivo, ma bisogna fare un cosa alla volta. Io non so se andrò al Parlamento Europeo o a quello nazionale. Se andassi al Parlamento nazionale, i miei problemi sarebbero quelli che ho detto: agire nel senso di una ricerca della verità. Se andassi al Parlamento europeo allora mi si presenterebbe il problema del Sud. Noi stiamo pigliando sottogamba il Parlamento europeo. Credo che i partiti abbiano adottato il criterio di liberarsi di qualcuno mandandolo al Parlamento europeo, invece il Parlamento europeo è importante, è lì che bisogna difendere gli interessi del Sud, perché finora si è agito in questi enti europei, enti finora economici, si è agito come se il Sud non ci fosse. I nostri rappresentanti sono andati a Bruxelles o a Strasburgo non tenendo conto assolutamente dell’esistenza del Sud.



    Non le chiedo di fare un’opzione in questa sede, e non sono soprattutto autorizzato a farle questa domanda. Però le chiedo se lei crede alla sua funzione nel Parlamento europeo. Un deputato di minoranza, di estrema minoranza come sarà un rappresentante del PR, può avere un ruolo e un peso appaganti?

    Per come si delinea l’unità europea, l’unione degli Stati europei in questo parlamento, io temo molto che i Sud pagheranno le spese dell’unità europea, come il Sud italiano ha pagato l’unità d’Italia. Però bisogna tentare che questo non succeda, ecco.



    Senta adesso parliamo della sua particolare condizione di candidato di un partito minoritario, molto singolare per sua stessa ammissione. Lei è stato candidato, sia pure per un organismo rappresentativo minore come era il consiglio comunale di Palermo, però con l’elezione assicurata, perché lei mi insegna che il PCI è in grado di garantire, attraverso la propria macchina elettorale, la elezione di chi vuole. Questa volta per lei, in un certo senso questa battaglia è un rischio. In quale diversa posizione, anche psicologica, lei si pone?

    Appunto nella posizione di rischiare. Ecco, mi piace. Io non ho mai giocato a carte, non sono per nulla un giocatore, ma in questo lo sono, mi piace azzardare, rischiare, puntare tutto insomma.



    Senta lei lo sa che i sondaggi di questi giorni, e poi al di là dei sondaggi, per quello che si sente in giro, pare che i radicali saranno una variabile indipendente, diciamo così, dello schieramento politico italiano. In tutte le previsioni, non ve n’è una che contempli una crescita, anche clamorosa, del PR. Qualcuno ha anche azzardato delle previsioni, il 5 per cento. Pannella ha detto che, se le cose dovessero andare in certo modo, si sentirebbe appagato soltanto dal raggiungimento di due milioni di voti, che sono cinque volte quelli che lui ha avuto nelle ultime elezioni. Sono previsioni fondate, secondo lei?

    Sì, stando alle apparenze, credo di sì. Sabato io sono stato al mio paese, il mio paese è sempre stato un barometro, per me. Ho incontrato una ventina di persone, almeno sette mi hanno detto che avevano deciso di votare radicale prima che sapessero della mia presenza in quella lista.



    (“Telegiornale di Sicilia” e “Giornale di Sicilia”, 5 maggio 1979).



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