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Discussione: Dopo il no di Ciampi

  1. #21
    RenzoAudisio
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    Citazione Originariamente Scritto da Ronald
    E' solo una mia previsione , per carità!
    Penso che Amato, se venisse proposto , avrebbe buone possibilità di essere eletto prima del quarto scrutinio , il che sarebbe un vantaggio per l'Unione.
    Dunque tu reputi strategicamente più importante quanto tempo si riuscirà a tirare avanti con gli scutini, per delegittimare la maggioranza?
    Onestamente non credo che uno come Amato, oppure tipo Dini (per citare un'altro ex Presidente del Consiglio a metà del guado...), raccoglierebbe tutto questo consenso nell'Unione (specie nell'estrema sinistra), e se non venisse accettata da tutta la maggioranza, gli scrutini o durerebbero più a lungo oppure verrebbe ritirata la candidatura.
    Rispetto a D'Alema o Napolitano (uniche due candidature reali), Amato mi pare meno pericoloso come Imparziale Garante delle regole, forse per questo la CDL farebbe bene ad appoggiarlo magari non ufficialmente con "franchi tiratori", che sostituiscano l'estrema sinistra, rompendo il clima già poco armonioso nell'unione. Però poi magari si direbbe che la frattura è all'interno della CDL.

  2. #22
    RenzoAudisio
    Ospite

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    Citazione Originariamente Scritto da mustang
    ------------------
    La signora Fallaci è politicamente "neutrale", con forti posizioni su problemi che interessano più la parte cristiana del mondo assediato da un islam rinvigorito dai petrodollari a dall'incremento demografico.
    Quindi, con adeguati consiglieri, potrebbe brillantemente svolgere il compito "notarile" che si chiede oggi al Presidente.

    Non sono assolutamente favorevole alla "politica rosa", nel senso che reputo offensivo per le donne che i maschi concedano loro la pari opportunità in politica.
    Che si impegnino, come hanno fatto brillantemente in tantissimi altri campi, sbattendoci sul muso le loro qualità, la loro onestà, la maggior sensibilità e la capacità di lavoro, la loro "diversità", e dalla loro riuscita ce ne avvantaggeremo tutti.

    Tu citi la sinistra "maschilista, comunista e mangiatrice di bambini".
    Beh, se lo dici tu che la sinistra sia maschilista posso anche crederti, anche se questo è un particolare per me insignificante.
    Sul fatto che i comunisti siano di sinistra è una favola messa in giro dagli stessi comunisti con la complicità di molti dirigenti della sinistra pre-comunista, per distinguersi decisamente dai cugini fascisti.
    Comunisti, fascisti, nazisti, tutti pari sono.
    Anche gli ebrei sono stati accusati di mangiare i bambini - con l'aggravante che la menzogna viene alimentata tutt'ora - molto prima che nascesse Lenin: ed anche questa è una favola messa in giro dagli stessi comunisti.
    Per nascondere i veri crimini contro tutto quello che si sono disgraziatemente trovato davanti sulla loro strada.
    Dalla tua risposta, mi pare che tu abbia poco senso dell'ironia e dell'autoironia, ma soprattutto che ti manca la minima cognizione del cocetto di Strategia.
    A meno che tu creda davvero che la Fallaci non sia politicamente schierata (Sgarbi la suggeriva addirittura come candidata Premier della CDL!) e soprattutto che ella possa riscontrare consensi tra quei rappresentanti della "Cristianità" presenti nell'Unione tipo la Rosy Bindi oppure Mastella (a quest'ultimo poi gli interessa solo il numero di poltrone negli enti pubblici).

    Sulle "quote rosa" potrei pensarla come te, ma quel che penso io o quel che pensi tu su di esse, in questo discorso conta pochissimo, se vogliamo parlare di "Strategia" e se vogliamo discutere di "tattiche retoriche".

    Anche riguardo al concetto di Sinistra, posso condividere quanto dici, anche perchè secondo me il termine "Sinistra" (quanto il termine "Destra") ha acquisito così tanti significati da non significare più nulla. Se vai a leggere sul forum da dove provengo, troverai molti miei interventi in merito e saprai che preferisco utilizzare lo schema bidimensionale del Diagramma di Nolan, piuttosto che quello dicotomico "destra-sinistra". Ma nel caso parlando di Sinistra, ne faccio un uso lessicale corrente scarico di ogni speculazione ideologica.

  3. #23
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    Citazione Originariamente Scritto da RenzoAudisio
    Dalla tua risposta, mi pare che tu abbia poco senso dell'ironia e dell'autoironia, ma soprattutto che ti manca la minima cognizione del cocetto di Strategia.
    A meno che tu creda davvero che la Fallaci non sia politicamente schierata (Sgarbi la suggeriva addirittura come candidata Premier della CDL!) e soprattutto che ella possa riscontrare consensi tra quei rappresentanti della "Cristianità" presenti nell'Unione tipo la Rosy Bindi oppure Mastella (a quest'ultimo poi gli interessa solo il numero di poltrone negli enti pubblici).

    Sulle "quote rosa" potrei pensarla come te, ma quel che penso io o quel che pensi tu su di esse, in questo discorso conta pochissimo, se vogliamo parlare di "Strategia" e se vogliamo discutere di "tattiche retoriche".

    Anche riguardo al concetto di Sinistra, posso condividere quanto dici, anche perchè secondo me il termine "Sinistra" (quanto il termine "Destra") ha acquisito così tanti significati da non significare più nulla. Se vai a leggere sul forum da dove provengo, troverai molti miei interventi in merito e saprai che preferisco utilizzare lo schema bidimensionale del Diagramma di Nolan, piuttosto che quello dicotomico "destra-sinistra". Ma nel caso parlando di Sinistra, ne faccio un uso lessicale corrente scarico di ogni speculazione ideologica.
    _______________________________

    Mi hai "spaventato" accennando allo schema bidimensionale del Diagramma di Nolan...e non ho capito dove avrei dimostrato mancanza del senso di ironia e di autoironia; si parlava della possibilità di candidare la signora Fallaci al Quirinale.
    Se vogliamo parlare di "strategia" - argomento che si può trattare bene solo avendo perfetta conoscenza della propria situazione e di quella del nemico da affrontare - io candiderei il premier dimissionario Silvio Berlusconi a capo dello Stato. Con l'intenzione ferma di nominarlo tale.
    Fra due anni, forse meno, l'Italia dovrà affrontare nuove elezioni politiche e la coalizione di centro-destra le vincerà.
    A questo punto, nuova legislatura nuova Costituzione, quella modificata dal governo Berlusconi e a grande maggioranza accettata dal popolo nel prossimo referendum.
    Ed ecco che avremo, più o meno, un Capo di Stato che avrà il suo Governo.
    Berlusconi al Quirinale e D'Alema a palazzo Chigi.

    Fantapolitica?

    saluti

  4. #24
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    Predefinito Sempre Amato mi fu quell'ermo Colle

    Non parlerò delle qualità umane e politiche di Giuliano Amato, perché non ho voglia di eccitare la suscettibilità dei suoi cortigiani minori.
    Chi ha conosciuto Amato nel suo fruttuoso lavorio di partito e chi ha pazientemente ascoltato le sue prediche “utili”, sa tutto a sufficienza. Per me sarebbe una inutile perdita di tempo, perché dovrei ripetere giudizi già espressi negli anni passati. Le cariche istituzionali non possono essere messe a concorso, e ad esse non si accede, o non si dovrebbe accedere, per intrigo o per benevolenza delle baronie coperte. Almeno così dovrebbe essere in una democrazia organizzata da forti forze politiche.
    Nella deprecata stagione della prima Repubblica avemmo presidenti della Repubblica notai e presidenti della Repubblica autorevoli e dominanti. Il lento passaggio avvenne nella seconda metà degli anni Settanta con l’indebolirsi dei partiti, con il deteriorarsi del sistema elettorale proporzionale e con il superamento di un assetto politico fondato su l’impossibilità di un ricambio alternativo. Si aprì così una fase transitoria lenta e tormentata, di sostituzione del carisma istituzionale con il carisma personale.
    Introdurre modifiche di fatto alla Costituzione è ad alto rischio perché esse tendono ad abrogare il potere popolare di revisione costituzionale e a sostituirlo con il misterioso potere del fatto compiuto. Il Congresso di Milano del 1989 del Psi segnalò l’avvicinarsi di una crisi istituzionale a sbocco imprevedibile e fu Giuliano Amato che, con sottile astuzia, simulò un omaggio a Craxi e avanzò una suggestiva e rischiosa ipotesi di futuro.
    Questo il suo incipit congressuale: “Avendo partecipato a più governi nell’attuale come nella precedente legislatura, ho sentito in questa la mancanza di quella leadership che aveva invece caratterizzato i governi della scorsa legislatura. L’autorità infatti, pur non essendo condizione sufficiente a garantire il funzionamento di un governo, è, comunque, un fattore che conta. E quando dico autorità, la intendo nella definizione che ne dava Guicciardini, quando scriveva che chi ha autorità è capace di estenderla al di là delle forze sue, perché i governati, immaginando che la forza tua sia maggiore, finiscono per fare quelle cose a cui tu non li potresti costringere. Ebbene Bettino Craxi ha proprio questa capacità”.
    Uscire dalla politica debole
    La democrazia moderna richiede una sintesi tra autorità e potenza. L’autorità è la superiorità morale e la potenza è la forza che custodisce l’autorità. La visione del Guicciardini, come è noto, si formò su uno scetticismo di fondo: egli non credeva alla possibilità dell’uomo di intervenire efficacemente sulle realtà ed era convinto della inutilità di elaborare modelli di vita organici e globali. Tutte le tendenze culturali e politiche che si sono manifestate in questi anni a sostegno del governo dei tecnici, dei presidenti super partes, dei movimenti trasversali ed antipartito, sono il prolungamento nei giorni nostri della vecchia visione del Governatore delle provincie dello Stato Pontificio.
    E’ così che è nata la politica debole che ha messo il paese in ginocchio e Giuliano Amato potrebbe fare bene il presidente di una Repubblica desovranizzata. Massimo D’Alema è un ritorno alla politica forte per rimettere in piedi un paese che dovrà anche risovranizzarsi. Ogni scelta è a rischio, ma quella più a rischio è la guicciardiana accettazione di una fatale decadenza.

    Rino Formica su il Foglio del 6 maggio

    saluti

  5. #25
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    Predefinito Fine, intelligente, giurista, statista, fatto per il Quirinale

    Se per salire al Quirinale bastasse essere il migliore, Giuliano Amato verrebbe eletto, lunedì, all’unanimità e alla prima votazione. Giurista insigne, fine intellettuale, brillante scrittore, politico intelligente, statista di grande spessore: le qualità del Dottor Sottile sono eccelse ed innumerevoli, il cursus honorum è di tutto riguardo, da protagonista di scelte decisive per il paese. Egli è il solo politico che io abbia conosciuto in grado di parlare per ore – a braccio, senza un solo errore di sintassi, incantando l’uditorio e con la medesima competenza – tanto delle prospettive della globalizzazione, del pensiero politico dei costituzionalisti inglesi, dei possibili scenari dell’Unione europea, dei grandi temi della fede e delle questioni etiche poste dall’innovazione scientifica e tecnologica, quanto del sistema di compartecipazione dei cittadini alle prestazioni del Servizio sanitario (i ticket) oppure delle regole del pensionamento di invalidità per gli iscritti al Fondo Clero.

    La simbiosi con Bettino Craxi
    Lasciamo da parte le prime apparizioni di Amato sulla scena politica: come animatore, prima, del Progetto socialista che fece da sottofondo culturale alla svolta del Midas del 1976; poi, da fondatore e primo presidente dell’Ires, il centro studi della Cgil.
    La sua vera epopea inizia nel 1983, a fianco di Bettino Craxi a Palazzo Chigi, alla direzione di un governo al quale oggi vengono riconosciuti meriti allora e a lungo pervicacemente negati. Amato fu in simbiosi col premier socialista. I Consigli dei ministri venivano aperti da Craxi –un politico puro, poco attento ai tecnicismi dell’azione di governo – il quale si limitava a tracciare indirizzi di carattere generale. Poi la palla passava ad Amato, il quale interloquiva con i ministri e sintetizzava il quadro delle decisioni da assumere. Negli anni successivi, da ministro del Tesoro, Giuliano Amato elaborò una moderna legislazione dei mercati finanziari, completamente assente in Italia, ed avviò la privatizzazione delle principali banche in maggioranza detenute dallo stato. E’, tuttavia, nel ruolo di presidente del Consiglio, nel 1992-1993, che Amato ha conquistato il diritto a un posto nella storia del paese. Nessuno governo ha mai fatto tanto, in una situazione così grave e in soli pochi mesi: 120 mila miliardi di lire di manovra finanziaria in due tranche, riforma dei più importanti settori della spesa pubblica (sanità, pensioni, pubblico impiego, finanza locale), promozione di un moderno sistema di fondi pensione e quant’altro, tra cui il protocollo triangolare del 31 luglio che infilzò il mostro della scala mobile.
    Il merito di aver salvato l’Italia dalla bancarotta è stato riconosciuto ad Amato solo negli ultimi anni. Per lungo tempo la pubblicistica di sinistra si è sperticata in lodi del successivo governo Ciampi, il quale si trovò quasi tutto il lavoro compiuto. E’ bene ricordare il profilo del primo esecutivo presieduto da Amato, alla luce di un’astiosa critica che al Dottor Sottile è stata rivolta in questi giorni da un suo ex compagno di partito, il quale lo ha definito “inadatto a compiti direttivi irresponsabili” e “sottile solo se è al servizio”.
    In realtà, Amato diede il meglio di sé proprio nel 1992, quando il “Parlamento degli inquisiti” non poteva che prendere atto della linea di condotta di un governo risoluto, benché quotidianamente si dimettessero uno o più ministri colpiti da avvisi di garanzia.
    Ma fu deludente l’esperienza del secondo governo, nel 2000, quando Amato venne messo di guardia al bidone e ingessato da partiti votati all’immobilismo.
    Dopo il 1993, ancorché in posizione più defilata, egli fu in grado ugualmente, dall’Antitrust, di svolgere un ruolo innovativo. Va riconosciuta a D’Alema, giunto alla presidenza del Consiglio nel 1998, l’intuizione di avvalersi del contributo di Amato, prima alle Riforme, poi al Tesoro nel posto lasciato libero da Ciampi. Il “lider maximo” (che in questi anni ha avuto un proficuo sodalizio con Amato) dovrebbe essere il primo a volerlo premiare. Sarebbe un gran giorno per il paese. Le previsioni, però, sono diverse dalle speranze: la maggioranza finirà per eleggere D’Alema solo con i propri voti al quarto scrutinio.

    Giuliano Cazzola su il Foglio

    saluti

  6. #26
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    Predefinito Ci lo sostiene propone l'eterno ritorno alla normalità sbiadita

    Visto da destra, cioè dal basso della minorità affezionata all’imperfezione e alla sfida e a quel poco di fantasia che ringiovanisca le così dette istituzioni, uno come Giuliano Amato cos’è, se non l’epigrafe dell’eterno ritorno di una normalità sbiadita? In termini pittorici, Amato al Quirinale è come un quadro di scuola di fronte alla possibilità del trompe l’oeil avanguardista: il politicissimo D’Alema incoronato dall’antipolitico Cav., nel fragore di parole libere ma con un minimo di senso dello stato. Pure a non voler essere così snob da condividere la tesi di un anonimo aristocratico piemontese che nel secolo passato divideva il mondo in due categorie, i laureati e le persone intelligenti, guai a lasciarsi sfuggire l’occasione d’avere alla presidenza della Repubblica un ex comunista che si è fermato alla tesi.
    Amato è invece l’abitudine che addomestica la scommessa, il già dato, già visto, già saggiato. In termini politici è l’autorevolezza super partitica – nel senso che grava dall’alto – sublimata nel ruolo di rappresentanza.
    E’ l’ipertrofia professorale dell’ego nella sua veste ornamentale.
    Nemmeno più socialista tricolore, Amato, perché particolarmente tempista nella dismissione integrale del craxismo.
    Come una figura della caratteristica emofilia intelligente in cui si contorce da anni la politica italiana.
    Perciò Amato piace a Fini, discepolo compito di recenti inconcludenze da eurorifondatori. Ecco forse un punto sopra il quale sostare.
    Per quelli come Amato, per quelli come lui (vedi Mario Monti) plurilaureati e rubricabili nel paesaggio minerale delle riserve dello stato, c’è sempre tempo e se il giro non sarà questo ne arriverà un altro. Purtroppo.
    Ma questa volta è diverso. Questa volta esiste la possibilità che la classe politica nazionale, dopo decenni di tutorato da parte di tecnocrati e civil servant, si rimpannucci un poco e faccia del Quirinale la cittadella di una sopraggiunta maturità, e ci costruisca attorno delle mura ciclopiche che scoraggino gli agguati dei poteri laterali.
    Quelli che fioriscono anodini nel luogo invisibile in cui la funzione di controllo si autoelegge a garanzia istituzionale. Insomma all’Italia serve un realista che non parli la lingua dell’impero e ammazzi certi sogni di trasformare il pareggio delle elezioni nel vestibolo di una nuova emergenza.

    L’eterna necessità di una transizione
    Per essere un poco più espliciti: qui da noi esistono due modi per fare patti trasversali e solidi.
    Il primo consiste nel valutare il ceto politico come una scolaresca inadeguata al compito e al superamento dell’esame. E da Tangentopoli in poi, come dimostra l’assedio permanente mosso all’eccezione garibaldina rappresentata da Berlusconi, la tentazione non è mai venuta meno. Una tentazione di piccole autorevoli élite troppo perfette per non essere universalmente fungibili. Purché siano libere d’infliggere all’Italia la loro amministrazione straordinaria, dopo aver proclamato l’eterna necessità di una transizione. Proprio come fece Amato nel 1992-93 e nel 2000-2001, e come si candida a fare sul Quirinale, se gli riesce il colpo, con la compiacenza dei giornali paludati, sotto il travestimento tattico chiamato “metodo-Ciampi”.
    Il secondo metodo è un sodalizio a termine nel quale due animali predatori della politica, nel caso D’Alema e Berlusconi, ammettono che un avversario fazioso ma onorevole è meglio di un amico di tutti. Non è solo una considerazione da beduino (“l’amico del mio nemico è mio nemico”) tanto più che quello tra i due avviato verso il Quirinale dovrà per forza, una volta eletto, mostrarsi mite. Mentre all’altro rimarrà il tratto dello statista acrobata che è, malgrado il sopracciglio sempre scettico dei tanti giulianoamato che volteggiano in cielo quando c’è aria di ricambio nelle istituzioni.
    Pura politique politicienne che si riappropria del rango, armi e bagagli alloggiati al di fuori dell’equidistanza tecnocratica. Si è mai vista in Italia una cosa simile, da mezzo secolo e oltre?
    Di fronte a questa occasione, Amato può restarsene dov’è. Ma poi dov’è, Amato? Dappertutto e da nessuna parte.
    Possibilmente non al Quirinale.

    Alessandro Giuli su il Foglio

    saluti

  7. #27
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    Predefinito Ha quel che ci vuole...ma non è un leader

    Mentre scrivo il borsino del Quirinale dice D’Alema. Tuttavia, in questo campo non ci sono certezze. E’ buona regola non dare nulla per scontato. Parliamo dunque dell’altro candidato forte, Giuliano Amato. I suoi pregi, secondo me: anzitutto, Amato è un intellettuale vero, uno di quelli che ha letto e scritto libri, e che ne legge e ne scrive ancora (ma leggerli è più importante, a scriverli sono buoni tutti). Uno che conosce il diritto costituzionale e la filosofia politica: cosa abbastanza utile di questi tempi. Uno capace di stare a suo agio – cioè di capire quello che si dice – nei convegni e tra gli accademici. Nonostante ciò, il nostro è un politico fine. Non è vero che sia un tecnico buono a tutti gli usi: questa è un’accusa sanguinosa di cui si possono comprendere le motivazioni umane, ma che non ha fondamento reale.
    E’ un politico di sinistra riformista, a questa sua ispirazione è sempre stato fedele, anche se qualche volta ha fatto l’occhiolino a sinistra, mostrando una sofferta comprensione nei confronti dei movimenti noglobal e simili. E’ un post-socialista che non per caso si trova a suo agio presso i postcomunisti, tuttavia senza accasarvisi, credo per un difetto di cinismo, e forse anche per un sottile ma forte senso di sé.
    E’ un uomo di governo tra i nostri migliori (questo non lo negano nemmeno i suoi molti critici).
    Ha guidato il governo nel momento peggiore della storia recente, ha iniziato il risanamento che poi Ciampi ha portato a termine. Ero deputata nella sventurata legislatura del 1992-1994, e ricordo bene la sofferenza di quel periodo. Ricordo anche che Amato era più avanti di noi del Pds. Abbiamo faticato tanto a raggiungerlo, ma alla fine ci siamo trovati sullo stesso confine: quello della sinistra liberalsocialista o riformista che dir si voglia. Non mi sono mai stupita che abbia preferito conservare la sua autonomia, anche se questo significava rinunciare alla forza che può venire da un partito.
    Oggi Amato è un uomo senza partito, e forse per questo non salirà al Quirinale.

    Il presidente non è più un notaio
    Per il quale ha certamente – anche se non è il solo – le caratteristiche giuste. Oggi il ruolo di presidente della Repubblica non è più un ruolo notarile, come poteva essere quando la grande e materna Dc reggeva la stabilità del paese; anche se a quei notai qualche volta veniva il mal di pancia, e magari qualche prurito... Non sono più quei tempi: la stabilità è una chimera, i partiti sono deboli, le istituzioni in transizione; ci vuole un politico di grande equilibrio, capace di accompagnare con saggezza la necessaria evoluzione politica e istituzionale. Equilibrio, saggezza, larghezza di vedute, intelligenza politica, apertura all’innovazione, capacità di mediazione: sono questi i requisiti necessari oggi a un presidente, e il nostro certamente li ha.
    I suoi difetti? Il primo, grave, è di avere molti nemici.
    D’Alema, in realtà, non è da meno, ma forse le circostanze questa volta lo favoriranno (in ogni caso anche per il presidente dei Ds questa è la principale debolezza). I nemici di Amato si trovano soprattutto tra gli ex socialisti, e quindi sono ben distribuiti tra i partiti e i mezzi di comunicazione. Nonostante la sua proverbiale abilità e prudenza, in vent’anni e più non è riuscito a rabbonirli. Eppure la ricerca del consenso non è un’arte che gli sia estranea: basti vedere i suoi rapporti (anche troppo affettuosi) con la chiesa e il mondo cattolico.
    Altri gli rimproverano di non essersi mai messo a capo di un movimento riformista, che a partire dai Ds, ma non solo da loro, poteva riconoscerlo come leader e acquistare dalla sua guida maggior forza. Questo è il suo maggior difetto: non è un leader, non ha il gusto di mettersi alla guida di un partito o di un gruppo. Forse è l’ultimo resto di un’attitudine da intellettuale e da studioso. O forse è, a suo modo, l’espressione di una fedeltà: non a Craxi, ma alla propria biografia di craxiano.

    Claudia Mancina su il Foglio

    saluti

  8. #28
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    Predefinito Stimato da tutti, dagli Usa ai sindacati, dai laici ai cattolici. E allora?

    Ho un lontano ricordo di Giuliano Amato che, da presidente del centro studi della Cgil, alla fine dei roventi anni Settanta, giustificava in un dibattito la stravagante affermazione di Luciano Lama che aveva definito il salario una “variabile indipendente”.
    Amato sapeva benissimo che si trattava di una sciocchezza propagandistica, ma applicava la sua intelligenza e la sua cultura a darne un’interpretazione almeno accettabile. Non si trattava solo della sua caratteristica professionale, definita sardonicamente da Bettino Craxi quella di un
    “professionista a contratto”, ma di qualcosa di più. Sembrava il gusto di un poeta marinista per le agudezas barocche, la sfida intellettuale ad arrampicarsi sugli specchi con successo, e in questo mi pare di scorgere un certo senso dell’umorismo e dell’autoironia.
    Quando, dopo aver deciso nel suo primo governo una colossale stangata, scrisse a un giornale americano che “per gli italiani è arrivato il momento di fare il proprio ingresso nella razza umana”, quest’ironia assunse il carattere sardonico e un po’ elitario che spesso è, negli intellettuali arrivati al potere, un segno distintivo.
    Un uomo così sarebbe un buon presidente della Repubblica?
    Naturalmente ha tutte le carte in regola per garantire tutti: ha un eccellente rapporto con l’America e con le istituzioni europee (anche se la costituente europea di cui è stato vicepresidente ha prodotto un aborto involontario), piace agli imprenditori e ai sindacati, ai rigoristi per la stangata del suo primo governo, ai demagoghi per l’abolizione dei ticket del secondo. E’ gradito ai laicisti ma non dispiace neppure ai cattolici, che hanno apprezzato le sue riflessioni sull’inumanità di un aborto che diventa strumento usuale di contraccezione.
    Ma quello che mi lascia un po’ perplesso è proprio questo: è un uomo politico che non ha nemici. Questo potrebbe forse voler dire che non ha carattere, e questo sarebbe un bel guaio, visto che il capo dello stato che deve gestire un equilibrio politico incerto come quello italiano, di carattere ne avrà bisogno, eccome.
    Eppure, per passare indenne attraverso tante esperienze contraddittorie, ci vuole una fibra a tutta prova, e questo può far pensare che Giuliano Amato la forza di carattere ce l’abbia, ma sia stato capace di occultarla, di impiegarla come una risorsa segreta che non deve essere mai esibita. In questo senso il suo virtuosismo assume una diversa colorazione, non quella cangiante del camaleonte che si adatta a ogni ambiente, ma quella del grande attore, che sa interpretare ogni parte, rimanendo però, nell’intimo, se stesso.

    Una scelta “intermedia”
    Dunque, per rispondere alla domanda sulla sua idoneità al Quirinale, bisogna prima sapere che cosa si chiede al prossimo Capo dello Stato. Se si vuole il gestore di un patto, più o meno esplicito, su questioni aperte, come la riforma costituzionale, o che si trascinano da tempo, come l’amnistia, meglio altri, con maggiore e più diretta influenza politica, sempre che quel patto possa essere definito tra interlocutori affidabili. Se si vuole una persona che non abbia un’effettiva possibilità di interferire con le scelte, ma solo una forte presentabilità internazionale, meglio un tecnico di valore senza alcuna esperienza politica diretta. Quella di Amato si presenta come una scelta per così dire “intermedia”, tra politici puri come Massimo D’Alema o Franco Marini, e tecnici puri, come potrebbe essere Mario Monti. Nella sua qualità di più politico dei tecnici o, a scelta, di più tecnico dei politici, Amato potrebbe sommare i vantaggi delle due categorie oppure, perché anche questa è una possibilità, sommarne i limiti. Anche questo, peraltro, più che da lui, dipenderà dalle circostanze, come gli è sempre accaduto nella sua vita. Insomma a me Amato appare ancora come un enigma, difficile da decifrare, impossibile da prevedere. Chi avrebbe pensato che l’intellettuale oppositore di Craxi sarebbe diventato il suo braccio destro? E’ quindi più che altro per curiosità che mi piacerebbe vedere come si comporterebbe al Colle.

    Sergio Soave su il Foglio

    saluti

  9. #29
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    Predefinito E' il personaggio che può modernizzare il Paese

    Sembra che Giuliano Amato non ami essere definito “Dottor Sottile” perché vorrebbe vedersi riconosciuti anche sentimenti e passioni. Contro di lui gioca il redditizio understatement che lo ha fatto passare indenne e subitaneamente riposizionato attraverso tornanti politici in cui altri vicino a lui cadevano. Freddo calcolatore, cinico.
    Questa l’accusa, anzi peggio.
    Basta leggere le taglientissime invettive epistolari di Rino Formica dove la chiave non sta nella categoria del “tradimento” né nell’opposizione fra passione politica e cinismo autoconservativo.
    Anche gli insulti, se proferiti da una persona intelligente, hanno una logica : “Ideale per una politica servente” riprende con maggiore carica evocativa quel “professionista a contratto” scagliatogli contro dall’ ultimo Craxi. Il rapporto con i cosiddetti poteri forti, quelli veri, che stanno oltre la Manica e l’oceano, è oggi il principale capo di imputazione.
    A sinistra sanno benissimo che quello fra loro che ha migliori e più diretti contatti con gli Usa e la chiesa (più che il Vaticano) è probabilmente lui, sicuramente più di D’Alema, Veltroni e Rutelli. Del resto nessuno di questi era a bordo del panfilo Britannia il 2 giugno 1992.
    In fondo tutto comincia da lì, in un anno comunque torbidissimo ricco di attentati, suicidi, inquisiti e crisi finanziarie. Allora la realtà sembrò superare la sceneggiatura della “Piovra”, il vero caposaldo teorico di cui si era dotata buona parte della sinistra dell’epoca, producendo vittime che nel tentare di difendersi sbagliarono anch’esse evocando complotti internazionali coniugati alle vendette giustizialiste delle tribù locali.

    Aveva capito tutto dal 1977
    Qualcuno, da una parte e dall’altra, è ancora fermo lì. Amato imperterrito è andato avanti perché aveva capito prima, molto prima, da quando nel 1977 aveva scritto un saggio per MondOperaio sulla “Riforma della Repubblica”, base teorica della Grande Riforma craxiana, che non si riuscì a fare. Ovviamente l’insuccesso, cosa assai più seria delle tangenti, non fu indolore. La vera posta in gioco, la modernizzazione del paese, non trovò giocatori italiani all’altezza, ma solo poteri forti ancorati al largo di Civitavecchia.
    Sarà pure stato un gigantesco “modello Rover” applicato all’Italia, ma nel governo Amato, certo, quello delle privatizzazioni, della finanziaria “lacrime, sangue e mani sui conti correnti”, c’è già tutto quello che i governi successivi hanno sviluppato, più o meno bene.
    Giavazzi stava al ministero del Tesoro, il decreto del gennaio 1993, poi non convertito, è stato il primo tentativo sul lavoro interinale, le piazze che tiravano bulloni non erano diverse da quelle che difendevano la scala mobile, solo più violente.
    No, tutto ciò non può essere letto come “meriti antisindacali” senza contraddire una politica riformista che proprio i socialisti avevano iniziato negli anni Ottanta. E, per quello che più conta, senza rifluire in una logica nazional-protezionista che pure è rintracciabile nei peggiori momenti della sinistra, ma ha oggi un interprete più accreditato: il colbertista Tremonti.
    Certo, la modernizzazione non può essere crudele e qui giocano la passione e i sentimenti che Amato ha mostrato di tenere in conto, quelli socialisti e anche quelli religiosi, tenendo presente che i cardinali Martini e Paglia piuttosto che altri sembrano i suoi interlocutori. La verità è che se fossimo in un “paese normale”, come altri direbbero, nulla dovrebbe impedire la convivenza nello stesso Partito socialista, fabiano, modernizzatore e liberale di Amato e di Formica.
    Ma un paese normale non siamo, e proprio Amato ha lasciato negli atti parlamentari, quando nel 1993 si dimise da premier, l’analisi più lucida e impietosa mai fatta da un presidente del Consiglio, imputando ai partiti che hanno costruito la Repubblica la mancanza di una vera soluzione di continuità col regime fascista. Non basta evocare il primato della politica, almeno di questa politica, per scavalcare un problema simile. C’è da chiedersi se altri candidati, pur autorevolissimi, abbiano eguale consapevolezza.

    Massimo Bordin su il Foglio del 6 maggio

    saluti

  10. #30
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    Predefinito Perché non l’hanno candidato premier?

    I nomi della rosa (presidenziale) sono eccellenti. I problemi nascono con i nomi della politica e cioè con l’imminente prospettiva che un (post/ex) comunista conquisti il Quirinale, proprio nei giorni in cui Fausto Bertinotti pianta la sua falce&martello sul vertice di Montecitorio.
    Comunisti? Nelle conversazioni politiche e in tv, questa definizione equivale a un insulto, se viene brandita dalla destra.
    Tutti gli altri la nascondono dietro una nebbia di pudori.
    I giornali, poi, scrivono sempre “comunista” tra virgolette, anche quando citano chi precedette il compagno Fausto nella suprema seggiola della Camera.
    Ciò è buffo. Nilde Iotti era una comunista senza virgolette e molto orgogliosa di esserlo.
    La vedova di Togliatti si presentava come una militante del Partito e di una sua “corrente”.
    E Pietro Ingrao? Era e rimane un comunista: ogni virgoletta serve solo ad offenderlo.
    Poi venne Giorgio Napolitano, impeccabile signore che presiedette i deputati quando il Pci aveva cambiato nome.
    Non era (più) comunista, quindi? Macché: le appartenenze e gli affetti di una vita intera non si cancellano con un decreto congressuale. Ciò non toglie che Napolitano (politico non più in carriera, defilato e “istituzionale”) sia un diessino ragionevolmente papabile per il Colle supremo.
    I nomi della politica sono tenaci, e pesano. Noi tutti abbiamo continuato a chiamare fascisti i missini, benché (per forza) non si definissero con la sigla ducesca. E ancora oggi, da sinistra (da Franca Rame, per esempio), i militanti di An sono bollati con quel marchio infame.
    Massimo D’Alema sarebbe un ottimo presidente della Repubblica: ha già dimostrato una duttilità e una disponibilità (anche militare) che lo pone al di là d’ogni sospetto di bolscevismo.
    Però, malgrado la sua Bicamerale bipartisan, rimane pur sempre un ex comunista, negli occhi e nei cuori antichi di mezza Italia e di mezzo mondo. Se D’Alema fosse eletto al Quirinale, chiunque, da Voghera a Rawalpindi, potrebbe scrivere (sbagliando, ma che importa?), che il nostro paese ha spalancato le braccia a un post comunista.
    Perché l’immagine (la visibilità) del leader ds al Quirinale sarebbe ben diversa da quella del capo di una coalizione vincente che conquista Palazzo Chigi.
    Il presidente della repubblica rappresenta, per definizione, tutti gli italiani. E D’Alema, fino a ieri, ha guidato una battaglia elettorale contro la metà dei nostri concittadini.
    Chiaro: l’ascesa al Colle del massimo Massimo non si limiterebbe a liberare una casella nella complicata scacchiera dell’Unione, ma sancirebbe il definitivo (e benvenuto) sdoganamento di una cultura (marxista, postmarxista?) presente e forte nel nostro paese. Resta da vedere quali sarebbero le conseguenze di questa svolta storica, che rischia d’essere accompagnata da parecchie diffidenze e da qualche amarezza. Perché nel nobile spettacolo della politica contano i nomi, le figure, le tradizioni, i rancori.
    L’Italia è un paese vecchio e di lunga memoria. Talmente lunga da risultare insopportabile, nella retorica dei suoi anniversari. Nei cassetti di questi ricordi impolverati potrebbero abitare anche le figurine di quando il Pci era un partito antisistema, alleato dei sovietici, nemico del nostro ordine sociale. E in quel partito militava Massimo D’Alema, che tirava le molotov, secondo ciò che racconta. Ma contro chi, contro che cosa le tirava? Pensieri come questi, temo, offuscherebbero l’allegria di una parte delle masse, durante i festeggiamenti per un leader Ds al Quirinale.
    Il che sarebbe ingiusto, come spesso sono ingiusti i sentimenti collettivi. Però, se non contassero i nomi della politica, perché mai il maggior partito “progressista” non ha presentato come capo della coalizione elettorale un suo candidato, un dignitoso Fassino, un popolarissimo Veltroni, o lo stesso D’Alema? Perché non ha osato sottoporre al consenso del popolo un ex/post comunista? Perché i Ds si sono dissanguati per eleggere Romano Prodi, e perché chiedono all’assemblea degli eletti un risarcimento quirinalizio per quel che non hanno voluto (o potuto) chiedere agli elettori?
    I nomi, i nomi.
    Dopo aver sputato tutti insieme sui socialisti e sui liberali, adesso tutti (post comunisti, post fascisti e post democristiani) proclamano fieramente la loro fede liberale e/o socialista. Se costoro fossero sinceri sceglierebbero il prestigio super partes di Mario Monti, oppure voterebbero per Giuliano Amato, che è davvero un lib/lab.
    Abbiamo letto quel che Rino Formica ha scritto al Foglio contro Amato, con perfida eleganza. Beh, non ci siamo meravigliati. I socialisti sono sempre stati i peggiori nemici dei socialisti. Ci ha sorpreso, però, il principale argomento di Formica, secondo il quale il Dottor Sottile sarebbe inadatto al Quirinale perché è un ottimo secondo, ma non un autentico leader.
    E allora? L’Italia (per ora) non è una repubblica presidenziale. I signori del Colle, fino a oggi, non sono mai stati scelti tra i primi della classifica politica. E, per la verità, nemmeno tra i secondi. Abbiamo avuto qualche quinto, qualche settimo e qualche decimo. Poi, si sa, sono cresciuti (quasi) tutti. Erano grigi, però li ha illuminati lo splendore dei corazzieri, dispensatore di carismi. I nani più svelti si sono arrampicati sulle spalle dei giganti: come è normale, come è possibile, come è passabile.

    Giuliano Zincone su il Foglio

    saluti

    perchè regalare ai Ds quello che non hanno osato chiedere agli elettori?

 

 
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