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Discussione: L'egemonia Del Dollaro

  1. #1
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    Predefinito L'egemonia Del Dollaro

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    L’EGEMONIA DEL DOLLARO
    IL VENTRE MOLLE DELL’IMPERO (E COSA SI POTREBBE FARE: SGANCIARSI), di Rohini Hensman (*), Marinella Correggia (**)

    1) Il nostro intento è sottolineare il fatto che, se l’abilità degli Stati Uniti di intraprendere conquiste coloniali come quella dell’Iraq dipende dalla loro evidente supremazia militare, questa alla fin fine si fonda sull’uso del dollaro statunitense come valuta di riserva mondiale. E’ il dominio del dollaro che puntella il dominio finanziario complessivo degli Usa così come l’apparentemente illimitato potere di spesa che permette al paese di mantenere centinaia di migliaia di soldati all’estero. Distruggi l’economia del dollaro e il cosiddetto “Impero” collasserà.
    Fra gli altri, l’articolo di David Ludden “America’s Invisibile Empire” (1) riassume con molta chiarezza il problema del più recente degli imperi planetari. Essendosi realizzato nel periodo in cui la decolonizzazione era abbondantemente in corso a e gli altri imperi si disintegravano, l’imperialismo statunitense non ha mai potuto dichiararsi tale apertamente. Inizialmente, si è mascherato da difensore della democrazia contro il comunismo; quando l’Unione Sovietica cessa di esistere, il pretesto diventa allora la “guerra contro il terrore”. Sicurezza e interesse nazionali sono invocati a giustificare il dominio globale.

  2. #2
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    L’EGEMONIA DEL DOLLARO
    2) La descrizione di Ludden evoca l’immagine di cittadini statunitensi (e altri) che vivono in un mondo da Harry Truman show, una bolla di illusioni creata dalla frode governativa e dalla complicità dei media che impedisce ai cittadini di diventare consapevoli di quella realtà dell’impero che chiunque da fuori può vedere benissimo. Suona abbastanza credibile l’affermazione che “l’impero non si disferà finché la sua realtà e i suoi costi non saranno chiari agli occhi degli Americani”. Però, l’idea di Ludden che “i contribuenti e gli elettori statunitensi pagano l’intero costo dell’impero statunitense” è meno credibile. Se così fosse, molti più statunitensi vedrebbero il loro impero e vi si opporrebbero; il partito democratico avrebbe puntato su un candidato anti-guerra e anti-occupazione, e la stragrande maggioranza dell’elettorato Usa avrebbe votato per lui o lei. Ma è il resto del mondo che sta pagando per l’impero Usa: ecco perché esso è stato finora quasi invisibile dall’interno.

  3. #3
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    L’EGEMONIA DEL DOLLARO
    3) Come ha scritto Emmanuel Todd (2), un’economia imperiale dipende dal drenaggio di risorse dall’estero, senza alcuna reciprocità. Gli Stati Uniti sono ora più dipendenti dal resto del mondo di quanto il resto del mondo non lo sia dagli Usa. Ciò ne spiega il comportamento. Non solo il bisogno strategico di mettere le mani sulle risorse mondiali, ma anche il loro bisogno di egemonia. Per controbilanciare la propria dipendenza economica, devono mantenersi –almeno simbolicamente – al centro del mondo. Devono dimostrare la loro “onnipotenza”: ecco perché conducono o minacciano così tante guerre e conflitti contro nemici militarmente deboli. Al tempo stesso devono apparire come benefattori – da lì l’attivismo sotto le telecamere nei paesi asiatici devastati dallo tsunami.

    La lunga storia dell’egemonia del dollaro
    Il vantaggio centrale dell’economia degli Stati Uniti, la fonte del loro dominio finanziario, è il ruolo peculiare della valuta dollaro. Il fatto che il dollaro è la moneta di riserva mondiale permette agli Stati Uniti di mantenere i due deficit gemelli (fiscale e commerciale) e di dipendere dalla generosità del mondo. Occorre infatti un’iniezione dall’esterno di almeno 1,2 miliardi di dollari al giorno per mantenere quei livelli di spesa. La superiorità militare protegge ovviamente il paese da azioni quali un embargo, ma soprattutto, il che è più importante, gli permette di continuare a vivere al di sopra dei suoi mezzi, grazie all’egemonia del dollaro: Fino a quando, però?

  4. #4
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    L’EGEMONIA DEL DOLLARO
    4) Il meccanismo del dollaro è stato descritto spesso e ampiamente altrove (3); ecco una breve sintesi. La forza dell’economia statunitense dopo la Seconda guerra mondiale permise al dollaro Usa, sostenuto dall’oro, di diventare la valuta di riserva mondiale. Quando gli Stati Uniti abbandonano il gold standard nel 1971, il dollaro rimane “al potere”, anzi la sua posizione viene ulteriormente spinta nel 1974 quando gli Usa arrivano a un accordo con l’Arabia Saudita: il commercio del petrolio si farà in dollari (4). La maggior parte dei paesi sono importatori di petrolio, e per loro diventa a quel punto essenziale accumularne così da garantirsi contro gli shock petroliferi. I paesi del Sud del mondo avevano anche più ragioni per ammassare dollari, così da proteggere le proprie fragili economie e valute da un improvviso collasso. E poiché tutti nel mondo chiedevano dollari, tutto quel che gli Stati Uniti dovevano fare era stampare carta moneta; gli altri paesi l’avrebbero accettata con gratitudine come pagamento delle esportazioni verso gli States. I dollari, poi, tornavano in patria per essere investiti sotto forma di Buoni del Tesoro e strumenti simili, controbilanciando il flusso in uscita.

  5. #5
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    L’EGEMONIA DEL DOLLARO
    5) Dal momento che una moneta di riserva internazionale soddisfa le necessità del mondo in aggiunta al proprio ruolo di valuta nazionale, il paese prescelto che la possiede può mantenere debiti per un lungo periodo di una dimensione che distruggerebbe la valuta di qualunque altra nazione. Ma questo vantaggio è un’arma a doppio taglio. (5) Ha permesso che l’economia degli Stati Uniti declinasse senza allarmi, e che l’indebitamento del paese, dei conti pubblici e delle famiglie raggiungessero livelli incredibili: nel 2004 il deficit commerciale aveva raggiunto i 503 miliardi di dollari, il deficit delle partite correnti era salito a 413 miliardi e il debito nazionale lordo (cioè l’ammontare totale del debito pubblico e privato nel paese) era nientemeno che a 7.000 miliardi. La globalizzazione ha distrutto gli Usa come nazione manifatturiera; l’outsourcing degli stessi servizi indica che anche questo settore si sposta fuori dagli Usa (6). Rimane intatta solo la preminenza nella “industria” dei servizi finanziari globali. (7) Ed è questo che sostiene l’egemonia del dollaro Usa.

  6. #6
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    L’EGEMONIA DEL DOLLARO
    6) Pierre Lecomte, analista finanziario francese e sostenitore della campagna “Dette et dollar” (che propone di respingere il ruolo internazionale del dollaro) dice: “Mentre il resto del mondo deve sudare per guadagnare i dollari necessari a comprare beni sul mercato internazionale, o per ripagare il debito estero, agli Stati Uniti basta stampare altri dollari”. (8) E come ha scritto Frédéric Clermont ne Le Monde Diplomatique (aprile 2003): “Vivere a credito è il credo della principale potenza mondiale”.

    Diverse campagne nel mondo chiedono di boicottare il marchio America (9), ma molti prodotti con marchi statunitensi non sono fatti negli Usa. Rifiutare di comprarli può ridurre le royalties pagate agli Usa, e certo può far desistere le multinazionali che continuano a sostenere i politici, quindi è una buona proposta; ma non indebolirà seriamente il potere economico americano. D’altro canto, il più longevo e più visto “marchio” statunitense nel resto del mondo non sono la Coca Cola né Mc Donalds, ma piuttosto il dollaro (10). Tenendo conto di questo, il segretariato internazionale della campagna “Boycott Bush” (basato presso l’associazione belga For Mother Earth), di recente ha chiesto ai propri membri se fossero pronti ad aprire un altro fronte, il “boicottaggio del dollaro”, e la risposta è stata: “sì”.

  7. #7
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    http://www.decoder.it/approfondiment...D=125&offset=0
    L’EGEMONIA DEL DOLLARO
    7) L’egemonia del dollaro ha dissimulato i costi di mantenimento dell’Impero agli occhi dei cittadini statunitensi, perché in effetti è stato il resto del mondo a pagarli. Gli altri paesi sono stati obbligati ad accettare dollari perché non avevano altra scelta. Era l’unica moneta di riserva mondiale.
    Finché non è arrivato l’euro. E anche allora, la scelta era solo potenziale, dal momento che inizialmente la moneta europea perse valore, e ciò la rese poco interessante come valuta di riserva. I primi paesi non europei a muoversi nella direzione dell’euro lo fecero per ragioni politiche piuttosto che economiche. Quando Saddam Hussein chiese che il petrolio iracheno fosse pagato in euro alla fine del 2000 e convertì in euro i suoi 10 miliardi di dollari di fondo di riserva all’Onu, alcuni analisti commentarono che questo gesto politico avrebbe avuto un pesante costo economico. (11) Ma, contro ogni aspettativa, Saddam ci guadagnò, con il netto recupero dell’euro (12). Nel 2002, anche l’Iran ha convertito in euro metà delle proprie riserve di valuta estera (13). L’Iraq e l’Iran essendo due paesi produttori di petrolio, l’impatto della loro volontà di cambiare valuta poteva essere assai significativo.

  8. #8
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    L’EGEMONIA DEL DOLLARO
    8) Al contrario, il passaggio ufficiale della Corea del Nord all’euro come valuta degli scambi commerciali nel dicembre 2002 è stato irrilevante dal punto di vista dell’economia mondiale; e tuttavia faceva parte di un trend che l’imperialismo Usa doveva arrestare a tutti i costi. Ecco che le invettive di George Bush contro “l’asse del male” (Iraq, Iran e Corea del Nord) che a qual tempo apparivano del tutto arbitrarie e risibili, non sembrano più tali. Si aggiunga a tutto ciò il fatto che Hugo Chavez – contro il quale gli Usa forse appoggiarono, e comunque certo approvarono, un colpo di stato fallito nell’aprile del 2002 - ha sottratto gran parte del commercio estero del Venezuela fuori dall’orbita del dollaro Usa (15), e diventano chiare le compulsioni economiche che guidano la politica estera statunitense. La volontà militare da sola non sembra essere una base sufficiente per sostenere un impero: il potere economico è cruciale. E per la declinante economia statunitense, la supremazia del dollaro è essenziale al mantenimento del tessuto economico.

  9. #9
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    L’EGEMONIA DEL DOLLARO
    9) Ma la sfida è cominciata. Prima della guerra contro l’Iraq, un economista iraniano e una rivista economica marocchina (L’Indépendant) suggerirono che gli uomini d’affari del mondo musulmano e gli stessi stati dell’area abbandonassero il dollaro come moneta di riserva e negli scambi commerciali, per tentare un effetto deterrente (o almeno punitivo) rispetto all’aggressiva politica estera statunitense. Dato il deterioramento dei apporto fra Stati Uniti e mondo arabo, alcuni paesi mediorientali esportatori di petrolio hanno iniziato ad aumentare il ricorso all’euro come moneta nelle transazioni. La Russia potrebbe imitarli. Nel 2003, un importante funzionario del settore petrolifero iraniano, durante n discorso in Europa parlò dell’eventualità di un crescente uso dell’euro come moneta di pagamento delle importazioni europee di petrolio. Cina e Russia hanno dato a intendere che potrebbero iniziare a preferire l’euro al dollaro come moneta di riserva. I un articolo sul China Daily del 28 settembre 2004, Jiang Ruiping, direttore del Dipartimento di Economia internazionale presso la China Foreign Affairs University, ha sottolineato che la Cina è già danneggiata dalla caduta di valore del dollaro e perderebbe ancora di più se questo crollasse, e ha raccomandato il passaggio dal dollaro all’euro e possibilmente anche allo yen. Anche altri paesi come Corea del Sud e Taiwan pensano a una parziale fuoriuscita dal dollaro.

  10. #10
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    http://www.decoder.it/approfondiment...D=125&offset=0
    10) Il dilemma americano
    L’EGEMONIA DEL DOLLARO
    I deficit statunitensi e questa “riduzione della domanda” ha indebolito il dollaro, ma ciò non significa necessariamente che esso scenderà al punto in cui non potrà più funzionare come valuta mondiale. Ci sono pressioni contraddittorie, da parte degli Stati Uniti e dei loro principali creditori. All’interno degli Stati Uniti, ci possono essere speranze che un dollaro più debole, possa spingere su le esportazioni. Ma, per quanto riguarda questo secondo aspetto, non sembra che si stia verificando, visto fino a che punto l’industria di quel paese ha perso competitività (18). Soprattutto, il dollaro debole svaluta i deficit. Il Presidente della Federal Riserve Alan Greenspan ha riassunto il dilemma statunitense nel novembre 2004, in un discorso in cui ha accettato l’inevitabilità del declino del dollaro per “recare sollievo” ai deficit del paese. Ciò sarebbe benigno per gli Usa se e finché il dollaro riuscisse a mantenere il ruolo di valuta di riserva, ma ciò provocherebbe perdite enormi ai paesi che hanno ammucchiato enormi quantità di riserve in dollari. Cina e Giappone da soli ne posseggono circa un milione di miliardi e mentre paesi come l’India (e altre economie più piccole) possono detenere quantità molto inferiori di dollari, la svalutazione di tali riserve li colpisce già, e li colpirebbe ancora di più in caso di crollo del dollaro (19). Quei paesi potrebbero quindi pensare di vendere dollari spostare le riserve su altre valute, il che a sua volta indebolirebbe lo status del dollaro come valuta di riserva (20). Un tentativo di contrastare questo evento è l’innalzamento dei tassi di interesse da parte della Federal Reserve a partire da gennaio 2005. Il dollaro debole porta con sé oltre all’inflazione una riduzione del vitale flusso di capitali verso gli Usa: ecco che la Federal Reserve punta sull’aumento dei tassi di interesse per allettare gli investitori e per frenare l’inflazione, anche se ciò interferisce con la crescita economica (per questo Greenspan procede con aumenti a piccoli colpi).

 

 
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