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Discussione: L'inferno

  1. #1
    Il Patriota
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    Predefinito L'inferno

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  2. #2
    Il Patriota
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    Nella terza apparizione della Beata Vergine, 13 giugno 1917, a Francesco, Giacinta e Lucia, i tre pastorelli di Cova di Iria, sono stati testimoni della reale esistenza dell’inferno… Racconta la veggente Lucia e tutt’ora vivente… “Dicendo queste ultime parole, la Signora aprì le mani, come aveva fatto durante i due mesi precedenti. La luce proveniente da esse sembrava penetrare la terra e vedemmo un mare di fuoco. Immersi in questo fuoco c’erano demoni e anime che sembravano tizzoni trasparenti, alcuni neri o bronzei, in forme umane, portate intorno dalle fiamme che uscivano da essi assieme a nuvole di fumo. Essi cadevano da tutte le parti, proprio come le scintille cadono dai grandi fuochi, leggere, oscillanti, tra grida di dolore e di disperazione, che ci atterrirono fino a farci tremare di paura. (Deve essere stata questa vista che mi fece gridare; la gente infatti dice di avermi sentita dare un grido). I demoni potevano essere distinti dalla loro somiglianza a orribili ripugnanti e sconosciuti animali, incandescenti come carboni accesi. Atterriti e come per supplicare aiuto, alzammo gli occhi verso Nostra Signora, la quale ci disse con gentilezza, ma anche con tristezza: “Avete visto l’inferno, dove vanno le anime dei poveri peccatori. Al fine di salvarli Dio desidera di stabilire nel mondo la devozione al mio Cuore Immacolato””… Lucia, Francesco e Giacinta

  3. #3
    Il Patriota
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    IL DOLORE PIU' ATROCE: LA PENA DEL DANNO

    Gesù chiama gli abissi eterni: "luogo di tormento" (Lc 16, 28). Molte sono le pene sofferte dai dannati all'inferno, ma la principale è quella del danno, che San Tommaso d'Aquino definisce: “privazione del Sommo Bene”, cioè di Dio.

    Noi siamo fatti per Dio (da Lui veniamo e a Lui andiamo), ma finché siamo in questa vita possiamo anche non dar alcuna importanza a Dio e tamponare, con la presenza delle creature, il vuoto lasciato in noi dall'assenza del Creatore.

    Finché è qui sulla terra, l'uomo può stordirsi con delle piccole gioie terrene; può vivere, come purtroppo fanno tanti che ignorano il loro Creatore, saziando il cuore con l'amore a una persona, o godendo della ricchezza, o assecondando altre passioni, anche le più disordinate, ma in ogni caso, anche qui sulla terra, senza Dio l'uomo non può trovare la vera e piena felicità, perché la vera felicità è solo Dio.

    Ma appena un'anima entra nell'eternità, avendo lasciato nel mondo tutto ciò che aveva ed amava e conoscendo Dio così com'è, nella sua infinita bellezza e perfezione, si sente fortemente attratta ad unirsi a Lui, più che il ferro verso una potente calamita. Riconosce allora che l'unico oggetto del vero amore è il Sommo Bene, Dio, l'Onnipotente.

    Ma se un'anima disgraziatamente lascia questa terra in uno stato di inimicizia verso Dio, si sentirà respinta dal Creatore: "Via, lontano da me, maledetta, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli!" (Mt 25, 41).

    Aver conosciuto il Supremo Amore... sentire il bisogno impellente di amarlo e di essere riamati da Lui... e sentirsene respinti... per tutta l'eternità, questo è il primo e più atroce tormento per tutti i dannati.

    AMORE IMPEDITO

    Chi non conosce la potenza dell'amore umano e gli eccessi a cui può giungere quando sorge qualche ostacolo?

    Visitavo l'ospedale Santa Marta di Catania; vidi sulla soglia di un camerone una donna in lacrime; era inconsolabile.

    Povera madre! Stava morendo suo figlio. Mi sono soffermato con lei per dirle una parola di conforto ed ho saputo...

    Quel ragazzo amava sinceramente una ragazza e voleva sposarla, ma non era da questa corrisposto. Davanti a questo ostacolo insuperabile, pensando di non poter più vivere senza l'amore di quella donna e non volendo che sposasse qualcun altro, giunse al colmo della follia: diede diverse coltellate alla ragazza e poi tentò il suicidio.

    Quei due ragazzi spirarono nello stesso ospedale a poche ore di distanza.

    Che cos'è l'amore umano in confronto all'Amore divino...? Che cosa non farebbe un'anima dannata pur di arrivare a possedere Dio...?!?

    Pensando che per tutta l'eternità non potrà amarlo, vorrebbe non essere mai esistita o sprofondare nel nulla, se fosse possibile, ma essendo questo impossibile sprofonda nella disperazione.

    Ognuno può farsi una sia pur debole idea della pena di un dannato che si separa da Dio, pensando a ciò che prova il cuore umano alla perdita di una persona cara: la sposa alla morte dello sposo, la madre alla morte di un figlio, i figli alla morte dei loro genitori...

    Ma queste pene, che sulla terra sono le sofferenze più grandi tra tutte quelle che possono straziare il cuore umano, sono ben poca cosa davanti alla pena disperata dei dannati.

    IL PENSIERO DI ALCUNI SANTI

    La perdita di Dio, dunque, è il più grande dolore che tormenta i dannati.

    - San Giovanni Crisostomo dice: "Se tu dirai mille inferni, non avrai ancora detto nulla che possa uguagliare la perdita di Dio".

    - Sant'Agostino insegna: "Se i dannati godessero la vista di Dio non sentirebbero i loro tormenti e lo stesso inferno si cambierebbe in paradiso".

    - San Brunone, parlando del giudizio universale, nel suo libro dei "Sermoni" scrive: "Si aggiungano pure tormenti a tormenti; tutto è nulla davanti alla privazione di Dio".

    - Sant'Alfonso precisa: "Se udissimo un dannato piangere e gli chiedessimo: 'Perché piangi tanto?, ci sentiremmo rispondere: “Piango perché ho perduto Dio!”. Almeno il dannato potesse amare il suo Dio e rassegnarsi alla sua volontà! Ma non può farlo. È costretto a odiare il suo Creatore nello stesso tempo che lo riconosce degno di infinito amore".

    Santa Caterina da Genova quando le apparve il demonio lo interrogò: "Tu chi sei?" - "lo sono quel perfido che si è privato dell'amore di Dio!".

    ALTRE PRIVAZIONI

    Dalla privazione di Dio, come dice il Lessio, derivano necessariamente altre privazioni estremamente penose: la perdita del paradiso, cioè della gioia eterna per la quale l'anima è stata creata e a cui naturalmente continua a tendere; la privazione della compagnia degli Angeli e dei Santi, essendoci un abisso insuperabile tra i Beati e i dannati; la privazione della gloria del corpo dopo la risurrezione universale.

    Ascoltiamo che cosa disse un dannato riguardo alle sue atroci sofferenze.

    Nel 1634 a Loudun, nella diocesi di Poitiers, si presentò ad un pio sacerdote un'anima dannata. Quel sacerdote chiese: "Che cosa soffri all'inferno?" - "Noi soffriamo un fuoco che non si spegne mai, una terribile maledizione e soprattutto una rabbia impossibile a descriversi, perché non possiamo vedere Colui che ci ha creati e che abbiamo perduto per sempre per colpa nostra!... ".

    IL TORMENTO DEL RIMORSO

    Parlando dei dannati, Gesù dice: "Il loro verme non muore" (Mc 9, 48). Questo "verme che non muore", spiega San Tommaso, è il rimorso, dal quale il dannato sarà in eterno tormentato.

    Mentre il dannato sta nel luogo dei tormenti pensa: "Mi sono perduto per niente, per godere appena piccole e false gioie nella vita terrena che è svanita in un lampo... Avrei potuto salvarmi con tanta facilità e invece mi sono dannato per niente, per sempre e per colpa mia!".

    Nel libro "Apparecchio alla morte" si legge che a Sant'Umberto apparve un defunto che si trovava all'inferno; questi affermò: "Il terribile dolore che continuamente mi rode è il pensiero del poco per cui mi sono dannato e del poco che avrei dovuto fare per andare in paradiso!".

    Nello stesso libro, Sant'Alfonso riporta anche l'episodio di Elisabetta, regina d'Inghilterra, che stoltamente arrivò a dire: "Dio, dammi quarant'anni di regno e io rinuncio al paradiso!". Ebbe effettivamente un regno di quarant'anni, ma dopo la morte fu vista di notte sulle sponde del Tamigi, mentre, circondata da fiamme, gridava: "Quarant'anni di regno e un'eternità di dolore!...".

    LA PENA DEL SENSO

    Oltre alla pena del danno che, come si è visto, consiste nel dolore atroce per la perdita di Dio, ai dannati è riservata nell'altra vita la pena del senso.

    Si legge nella Bibbia: "Con quelle stesse cose per cui uno pecca, con esse è poi castigato" (Sap 11, 10).

    Quanto più dunque uno avrà offeso Dio con un senso, tanto più, sarà tormentato in esso.

    E' la legge del contrappasso, di cui si servì anche Dante Alighieri nella sua "Divina Commedia'; il poeta assegnò ai dannati pene diverse, in rapporto ai loro peccati.

    La più terribile pena del senso è quella del fuoco, di cui ci ha parlato più volte Gesù.

    Anche su questa terra la pena del fuoco è la maggiore tra le pene sensibili, ma c'è una grande differenza tra il fuoco terreno e quello dell'inferno.

    Dice Sant'Agostino: "A confronto del fuoco dell'inferno il fuoco che conosciamo noi è come se fosse dipinto". La ragione è che il fuoco terreno Dio l'ha voluto per il bene dell'uomo, quello dell'inferno, invece, l'ha creato per punire le sue colpe.

    II dannato è circondato dal fuoco, anzi, è immerso in esso più che il pesce nell'acqua; sente il tormento delle fiamme e come il ricco epulone della parabola evangelica urla: "Questa fiamma mi tortura!" (Lc 16, 24).

    Alcuni non possono sopportare il disagio di camminare per strada sotto un sole cocente e poi magari... non temono quel fuoco che dovrà divorarli in eterno!

    Parlando a chi vive incoscientemente nel peccato, senza porsi il problema della finale resa dei conti, San Pier Damiani scrive: "Continua, pazzo, ad accontentare la tua carne; verrà un giorno in cui i tuoi peccati diventeranno come pece nelle tue viscere che farà più tormentosa la fiamma che ti divorerà in eterno!".

    È illuminante l'episodio che San Giovanni Bosco narra nella biografia di Michele Magone, uno dei suoi migliori ragazzi. "Alcuni ragazzi commentavano una predica sull'inferno. Uno di essi osò dire scioccamente: 'Se andremo all'inferno almeno ci sarà il fuoco per riscaldarsi!'. A queste parole Michele Magone corse a prendere una candela, l'accese e accostò la fiammella alle mani del ragazzo spavaldo. Questi non si era accorto della cosa e, quando sentì il forte calore alle mani che teneva dietro la schiena, scattò subito e si arrabbiò. “Come - rispose Michele - non puoi sopportare per un momento la debole fiamma di una candela e arrivi a dire che staresti volentieri tra le fiamme dell'inferno?.”

    La pena del fuoco comporta anche la sete. Quale tormento la sete ardente in questo mondo!

    E quanto più grande sarà lo stesso tormento all'inferno, come testimonia il ricco epulone nella parabola narrata da Gesù! Una sete inestinguibile!!!

    LA TESTIMONIANZA DI UNA SANTA

    Santa Teresa d'Avila, che fu una delle principali scrittrici del suo secolo, ebbe da Dio, in visione, il privilegio di scendere all'inferno mentre era ancora in vita. Ecco come descrive, nella sua “Autobiografia” ciò che vide e provò negli abissi infernali.

    "Trovandomi un giorno in preghiera, improvvisamente fui trasportata in anima e corpo all'inferno. Compresi che Dio voleva farmi vedere il luogo preparatomi dai demoni e che avrei meritato per i peccati in cui sarei caduta se non avessi cambiato vita. Per quanti anni io abbia a vivere non potrò mai dimenticare l'orrore dell'inferno.

    L'ingresso di questo luogo di tormenti mi è sembrato simile a una specie di forno, basso e oscuro. Il suolo non era che orribile fango, pieno di rettili velenosi e c'era un odore insopportabile.

    Sentivo nell'anima mia un fuoco, del quale non vi sono parole che possano descrivere la natura e il mio corpo contemporaneamente in preda ai più atroci tormenti. I grandissimi dolori che avevo già sofferto nella mia vita sono nulla in confronto a quelli provati all'inferno. Inoltre, l'idea che le pene sarebbero state senza fine e senza alcun sollievo, completava il mio terrore.

    Ma queste torture del corpo non sono paragonabili a quelle dell'anima. Provavo un'angoscia, una stretta al cuore così sensibile e, nello stesso tempo, così disperata e così amaramente triste, che tenterei invano di descriverla. Dicendo che in ogni momento si soffrono le angosce della morte, direi poco.

    Non potrò mai trovare espressione adatta per dare un'idea di questo fuoco interiore e di questa disperazione, che costituiscono appunto la parte peggiore dell'inferno.

    Ogni speranza di consolazione è spenta in quell'orribile luogo; vi si respira un'aria pestilenziale: ci si sente soffocare. Nessun raggio di luce: non vi sono che tenebre e tuttavia, oh mistero, senza alcuna luce che rischiari, si vede quanto vi può essere di più ripugnante e penoso alla vista.

    Posso assicurare che tutto quanto si può dire dell'inferno, quanto si legge nei libri di strazi e di supplizi diversi che i demoni fanno subire ai dannati, è un nulla in confronto alla realtà; c'è la stessa differenza che passa tra il ritratto di una persona e la persona stessa.

    Bruciare in questo mondo è pochissima cosa in confronto a quel fuoco che provai all'inferno.

    Sono ormai trascorsi circa sei anni da quella spaventosa visita all'inferno ed io, descrivendola, mi sento ancora presa da tale terrore che il sangue mi si gela nelle vene. In mezzo alle mie prove e ai dolori richiamo spesso tale ricordo ed allora quanto si può soffrire in questo mondo mi sembra cosa da ridere.

    Siate dunque eternamente benedetto, o mio Dio, perché mi avete fatto provare nel modo più reale l'inferno, ispirandomi così il più vivo timore per tutto ciò che può ad esso condurre."

    IL GRADO DELLA PENA

    A chiusura del capitolo sulle pene dei dannati è bene accennare alla diversità del grado di pena.

    Dio è infinitamente giusto; e come in paradiso assegna gradi maggiori di gloria a coloro che più lo hanno amato durante la vita, così all'inferno dà pene maggiori a chi l'ha offeso di più.

    Chi è nel fuoco eterno per un solo peccato mortale soffre orribilmente per quest'unica colpa; chi è dannato per cento, o mille... peccati mortali soffre cento, o mille volte... di più.

    Più legna si mette nel forno, più aumenta la fiamma e il calore. Perciò chi, tuffato nel vizio, calpesta la legge di Dio moltiplicando ogni giorno le sue colpe, se non si rimette in grazia di Dio e muore nel peccato, avrà un inferno più tormentoso di altri.

    Per chi soffre è un sollievo pensare: "Un giorno finiranno queste mie sofferenze".

    II dannato, invece, non trova alcun sollievo, anzi, il pensiero che i suoi tormenti non avranno fine è come un macigno che rende più atroce ogni altro dolore.

    Chi va all'inferno (e chi ci va, ci va per sua libera scelta) vi resta... in eterno!!!

    Per questo Dante Alighieri, nel suo "Inferno", scrive: "Lasciate ogni speranza, o voi ch'entrate!".

    Non è un'opinione, ma è verità di fede, rivelata direttamente da Dio, che il castigo dei dannati non avrà mai fine. Ricordo soltanto quanto ho già citato delle parole di Gesù: "Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno" (Mt 25, 41).

    Scrive Sant'Alfonso:

    "Quale pazzia sarebbe quella di chi, per godersi una giornata di spasso, accettasse la condanna di star chiuso in una fossa per venti o trent'anni! Se l'inferno durasse cento anni, o anche solo due o tre anni, pure sarebbe una grande pazzia per un attimo di piacere condannarsi a due o tre anni di fuoco. Ma qui non si tratta di cento o di mille anni, si tratta dell'eternità, e cioè di patire per sempre gli stessi atroci tormenti che non avranno mai fine."

    I miscredenti dicono: "Se esistesse un inferno eterno, Dio sarebbe ingiusto. Perché castigare un peccato che dura un momento con una pena che dura in eterno?".

    Si può rispondere: "E come può un peccatore, per il piacere di un momento, offendere un Dio di infinita maestà? E come può, con i suoi peccati, calpestare la passione e la morte di Gesù?".

    "Anche nel giudizio umano - dice San Tommaso - la pena non si misura secondo la durata della colpa, ma secondo la qualità del delitto". L'omicidio, anche se si commette in un momento, non viene punito con una pena momentanea.

    Dice San Bernardino da Siena: "Con ogni peccato mortale si fa a Dio un'ingiustizia infinita, essendo Egli infinito; e a un'ingiuria infinita spetta una pena infinita!".

    SEMPRE!... SEMPRE!!... SEMPRE!!!

    Si narra negli "Esercizi Spirituali" del Padre Segneri che a Roma, essendo stato chiesto al demonio che stava nel corpo di un ossesso, per quanto tempo dovesse stare all'inferno, rispose con rabbia: "Sempre!... Sempre!!... Sempre!!!".

    Fu così grande lo spavento che molti giovani del seminario romano, presenti all'esorcismo, fecero una confessione generale e si incamminarono con più impegno nella via della perfezione.

    Anche per il tono in cui furono gridate, quelle tre parole del demonio: "Sempre!... Sempre!!... Sempre!!!' fecero più effetto di una lunga predica.

    IL CORPO RISORTO

    L'anima dannata soffrirà all'inferno da sola, cioè senza il suo corpo, fino al giorno del giudizio universale; poi, per l'eternità, anche il corpo, essendo stato strumento di male durante la vita, prenderà parte ai tormenti eterni.

    La risurrezione dei corpi avverrà certamente.

    È Gesù che ci assicura questa verità di fede: "Verrà l'ora in cui tutti coloro che sono nei sepolcri udranno la sua voce e ne usciranno: quanti fecero il bene, per una risurrezione di vita e quanti fecero il male, per una risurrezione di condanna" (Gv 5, 28-29).

    Insegna l'Apostolo Paolo: "Tutti saremo trasformati in un istante, in un batter d'occhio, al suono dell'ultima tromba; suonerà infatti la tromba e i morti risorgeranno incorrotti e noi saremo trasformati. È necessario infatti che questo corpo corruttibile si vesta di incorruttibilità e questo corpo mortale si vesta di immortalità" (1 Cor 15, 51-53).

    Dopo la risurrezione, dunque, tutti i corpi saranno immortali e incorruttibili. Non tutti però saremo trasformati allo stesso modo. La trasformazione del corpo dipenderà dallo stato e dalle condizioni in cui si troverà l'anima nell'eternità: saranno gloriosi i corpi dei salvati e orrendi i corpi dei dannati.

    Perciò se l'anima si troverà in paradiso, nello stato di gloria e di beatitudine, rifletterà nel suo corpo risorto le quattro caratteristiche proprie dei corpi degli eletti: la spiritualità, l'agilità, lo splendore e l'incorruttibilità.

    Se invece l'anima si troverà all'inferno, nello stato di dannazione, imprimerà nel suo corpo caratteristiche del tutto opposte. L'unica proprietà che il corpo dei dannati avrà in comune col corpo dei beati è l'incorruttibilità: anche i corpi dei dannati non saranno più soggetti alla morte.

    Riflettano molto e molto bene coloro che vivono nell'idolatria del loro corpo e lo appagano in tutte le sue voglie peccaminose! I piaceri peccaminosi del corpo saranno ripagati con un cumulo di tormenti per tutta l'eternità.

    È SCESA DA VIVA... ALL'INFERNO!

    Ci sono nel mondo alcune persone privilegiate che sono scelte da Dio per una missione particolare.

    A costoro Gesù si presenta in modo sensibile e le fa vivere nello stato di vittime, rendendole compartecipi anche dei dolori della sua Passione.

    Perché possano soffrire di più e così salvare più peccatori, Dio permette che alcune di queste persone siano trasportate, anche se viventi, nell'ordine soprannaturale e che patiscano per qualche tempo all'inferno, con l'anima e col corpo.

    Come avvenga questo fenomeno non possiamo spiegarlo. Si sa solo che, quando tornano dall'inferno, queste anime vittime sono afflittissime.

    Le anime privilegiate di cui si parla, improvvisamente scompaiono dalla propria camera, anche alla presenza di testimoni, e dopo un certo periodo, talvolta di diverse ore, riappaiono. Sembrano cose impossibili, ma ci sono documentazioni storiche.

    Si è già detto di Santa Teresa d'Avila.

    Ora citiamo il caso di un'altra Serva di Dio: Josepha Menendez, vissuta in questo secolo.

    Ascoltiamo dalla stessa Menendez la narrazione di qualche sua visita all'inferno.

    "In un istante mi trovai nell'inferno, ma senza esservi trascinata come le altre volte, e proprio come vi devono cadere i dannati. L'anima vi si precipita da se stessa, vi si getta come se desiderasse sparire dalla vista di Dio, per poterlo odiare e maledire.

    L'anima mia si lasciò cadere in un abisso di cui non si poteva vedere il fondo, perché immenso... Ho visto l'inferno come sempre: antri e fuoco. Benché non si vedano forme corporali, i tormenti straziano le anime dannate (che tra loro si conoscono) come se i loro corpi fossero presenti.

    Fui spinta in una nicchia di fuoco e schiacciata come tra piastre roventi e come se dei ferri e delle punte aguzze arroventate si infiggessero nel mio corpo.

    Ho sentito come se, pur senza riuscirci, si volesse strapparmi la lingua, cosa che mi riduceva agli estremi, con un atroce dolore. Gli occhi mi sembrava che uscissero dall'orbita, credo a causa del fuoco che li bruciava orrendamente.

    Non si può né muovere un dito per cercare sollievo, né cambiare posizione; il corpo è come compresso. Gli orecchi sono come storditi dalle grida orrende e confuse che non cessano un solo istante.

    Un odore nauseabondo e una ripugnante asfissia invade tutti, come se bruciasse carne in putrefazione con pece e zolfo.

    Tutto questo l'ho provato come nelle altre occasioni e, sebbene questi tormenti siano terribili, sarebbero un nulla se l'anima non soffrisse; ma essa soffre in modo indicibile per la privazione di Dio.

    Vedevo e sentivo alcune di queste anime dannate ruggire per l'eterno supplizio che sanno di dover sopportare, specialmente alle mani. Penso che durante la vita abbiano rubato, poiché gridavano: 'Maledette mani, dov'è ora quello che avete preso?'...

    Altre anime, urlando, accusavano la propria lingua, o gli occhi... ognuna ciò che è stato la causa del suo peccato: 'Ora paghi atrocemente le delizie che ti concedevi, o mio corpo!... E sei tu, o corpo, che l'hai voluto!... Per un istante di piacere, un'eternità di dolore!:..

    Mi sembra che all'inferno le anime si accusino specialmente di peccati di impurità.

    Mentre ero in quell'abisso, ho visto precipitare delle persone impure e non si possono dire né comprendere gli orrendi ruggiti che uscivano dalle loro bocche: 'Maledizione eterna!... Mi sono ingannata!... Mi sono perduta!... Sarò qui per sempre!... per sempre!!... per sempre!!!... e non ci sarà più rimedio... Maledetta me!:..

    Una ragazzina urlava disperatamente, imprecando contro le cattive soddisfazioni che ha concesso in vita al suo corpo e maledicendo i genitori che le avevano dato troppa libertà nel seguire la moda e i divertimenti mondani. Era dannata da tre mesi.

    Tutto ciò che ho scritto - conclude la Menendez - è soltanto una pallida ombra al confronto con ciò che si soffre veramente all'inferno."

    L'autore di questo scritto, direttore spirituale di parecchie anime privilegiate, ne conosce tre, tuttora viventi, che hanno fatto e fanno ancora visite di questo genere all'inferno. C'è da rabbrividire per quello che mi riferiscono.

    INVIDIA DIABOLICA

    I demoni precipitarono all'inferno per il loro odio verso Dio e per la loro invidia nei confronti dell'uomo. E per questo odio e per questa invidia fanno di tutto per riempire gli abissi infernali.

    Col desiderio che si guadagnino il premio eterno, Dio ha voluto che gli uomini sulla terra fossero sottoposti a una prova: ha dato loro due grandi comandamenti: amare Dio con tutto il cuore e il prossimo come se stessi.

    Essendo dotato di libertà, ognuno decide se obbedire al Creatore o ribellarsi a Lui. La libertà è un dono, ma guai ad abusarne! I demoni non possono violentare la libertà dell'uomo fino al punto di sopprimerla, possono però fortemente condizionarla.

    Lo scrivente, nel 1934, faceva gli esorcismi ad una bambina ossessa. Riporto un breve colloquio tenuto col demonio.

    - Perché ti trovi in questa bambina? - Per tormentarla.

    - E prima di essere qui, dov'eri? - Andavo lungo le vie.

    - Che cosa fai quando vai in giro?

    - Cerco di far commettere peccati alla gente. - E cosa ci guadagni?

    - La soddisfazione di farvi venire all'inferno con me... Non aggiungo il resto del colloquio.

    Dunque, per tentare le persone al peccato i demoni vanno in giro, in modo invisibile, ma reale.

    Ce lo ricorda San Pietro: "Siate temperanti, vigilate. Il vostro nemico, il diavolo, come leone ruggente va in giro, cercando chi divorare. Resistetegli saldi nella fede." (1 Pt 5, 8-9).

    II pericolo c'è, è reale e grave, non va sottovalutato, ma c'è anche la possibilità e il dovere di difendersi.

    La vigilanza, cioè la prudenza, una vita spirituale intensa coltivata con la preghiera, con qualche rinuncia, con buone letture, con buone amicizie, la fuga dalle cattive occasioni e dalle cattive compagnie. Se non si attua questa strategia, non riusciamo più a dominare i nostri pensieri, gli sguardi, le parole, le azioni e... inesorabilmente, nella nostra vita spirituale tutto franerà.

    PARLA LUCIFERO

    Nel libro 'Invito all'amore' è descritto un colloquio tra il principe delle tenebre, Lucifero e alcuni demoni. La Menendez così lo racconta.

    "Mentre ero discesa all'inferno, udii Lucifero dire ai suoi satelliti: 'Voi dovete tentare e prendere gli uomini ognuno per il suo verso: chi per la superbia, chi per l'avarizia, chi per l'ira, chi per la gola, chi per l'invidia, altri per l'accidia, altri ancora per la lussuria... Andate e impegnatevi più che potete! Spingeteli all'amore come lo intendiamo noi! Fate bene il vostro lavoro, senza tregua e senza pietà. Bisogna rovinare il mondo e far in modo che le anime non ci sfuggano'.

    Gli ascoltatori rispondevano: `Siamo tuoi schiavi! Lavoreremo senza riposo. Molti ci combattono, ma noi lavoreremo giorno e notte... Riconosciamo la tua potenza'.

    Sentii in lontananza come un rumore di coppe e di bicchieri. Lucifero gridò: 'Lasciateli gozzovigliare; dopo, tutto ci sarà più facile. Visto che amano ancora godere, finiscano il loro banchetto! Quella è la porta per cui entreranno'.

    Aggiunse poi cose orribili che non si possono dire né scrivere. Satana gridava rabbiosamente per un'anima che gli stava sfuggendo: 'Istigatela al timore! Spingetela alla disperazione, perché se si affida alla misericordia di quel... (e bestemmiava Nostro Signore) siamo perduti. Riempitela di timore, non lasciatela un solo istante e soprattutto fatela disperare'."

    Così dicono e purtroppo così fanno i demoni; la loro potenza, anche se dopo la venuta di Gesù è più limitata, è ancora spaventosa.

  4. #4
    Il Patriota
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    l'inferno è una morte senza morte, una fine senza fine.
    (San Gregorio Magno)

  5. #5
    Non sono d'esempio in nulla
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    Ottimo periodo

    La vigilanza, cioè la prudenza, una vita spirituale intensa coltivata con la preghiera, con qualche rinuncia, con buone letture, con buone amicizie, la fuga dalle cattive occasioni e dalle cattive compagnie. Se non si attua questa strategia, non riusciamo più a dominare i nostri pensieri, gli sguardi, le parole, le azioni e... inesorabilmente, nella nostra vita spirituale tutto franerà.

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    Aggiungo vivere attorno all'Altare e soprattutto conservare la Fede. Fare questo significa creare la Societas Christiana ed anche Politica per davvero.

  6. #6
    Il Patriota
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    'ETERNITÀ DELL'INFERNO

    Et ibunt hi in supplicium aeternum (Matth 25,46)

    PUNTO I

    Se l'inferno non fosse eterno, non sarebbe inferno. Quella pena che non dura molto, non è gran pena. A quell'infermo si taglia una postema, a quell'altro si foca una cancrena; il dolore è grande, ma perché finisce tra poco, non è gran tormento. Ma qual pena sarebbe, se quel taglio o quell'operazione di fuoco continuasse per una settimana, per un mese intero? Quando la pena è assai lunga, ancorché sia leggiera, come un dolore d'occhi, un dolore di mole, si rende insopportabile. Ma che dico dolore? anche una commedia, una musica che durasse troppo, o fosse per tutto un giorno, non potrebbe soffrirsi per lo tedio. E se durasse un mese? un anno? Che sarà l'inferno? dove non si ascolta sempre la stessa commedia, o la stessa musica: non vi è solo un dolore d'occhi, o di mole: non si sente solamente il tormento d'un taglio, o di un ferro rovente, ma vi sono tutti i tormenti, tutti i dolori; e per quanto tempo? per tutta l'eternità: "Cruciabuntur die ac nocte in saecula saeculorum" (Apoc 20,10).

    Quest'eternità è di fede; non è già qualche opinione, ma è verità attestataci da Dio in tante Scritture: "Discedite a me, maledicti, in ignem aeternum" (Matth 25,41). "Et hi ibunt in supplicium aeternum" (Matth 25,46). "Poenas dabunt in interitu aeternas" (2 Thess 1,9). "Omnis igne salietur" (Marc 9,48). Siccome il sale conserva le cose, così il fuoco dell'inferno nello stesso tempo che tormenta i dannati, fa l'officio di sale conservando loro la vita. "Ignis ibi consumit (dice S. Bernardo), ut semper reservet".

    Or qual pazzia sarebbe quella di taluno, che per pigliarsi una giornata di spasso, si volesse condannare a star chiuso in una fossa per venti, o trenta anni? Se l'inferno durasse cent'anni; che dico cento? durasse non più che due o tre anni, pure sarebbe una gran pazzia, per un momento di vil piacere, condannarsi a due o tre anni di fuoco. Ma non si tratta di trenta, di cento, né di mille, né di cento mila anni; si tratta d'eternità, si tratta di patire per sempre gli stessi tormenti, che non avranno mai da finire, né da alleggerirsi un punto. Hanno avuto ragione dunque i santi, mentre stavano in vita, ed anche in pericolo di dannarsi, di piangere e tremare. Il B. Isaia anche mentre stava nel deserto tra digiuni e penitenze, piangeva dicendo: Ah misero me, che ancora non sono libero dal dannarmi! "Heu me miserum, quia nondum a gehennae igne sum liber!".

    PUNTO II

    Chi entra una volta nell'inferno, di là non uscirà più in eterno. Questo pensiero facea tremare Davide, dicendo: "Neque absorbeat me profundum, neque urgeat super me puteus os suum" (Ps 68,16). Caduto ch'è il dannato in quel pozzo di tormenti, si chiude la bocca e non si apre più. Nell'inferno v'è porta per entrare, ma non v'è porta per uscire: "Descensus erit (dice Eusebio Emisseno), ascensus non erit". E così spiega le parole del Salmista: "Neque urgeat os suum; quia cum susceperit eos, claudetur sursum, et aperietur deorsum". Fintanto che il peccatore vive, sempre può avere speranza di rimedio, ma colto ch'egli sarà dalla morte in peccato, sarà finita per lui ogni speranza. "Mortuo homine impio, nulla erit ultra spes" (Prov 11,7). Almeno potessero i dannati lusingarsi con qualche falsa speranza, e così trovare qualche sollievo alla loro disperazione. Quel povero impiagato, confinato in un letto, è stato già disperato da' medici di poter guarire; ma pure si lusinga, e si consola con dire: Chi sa se appresso si troverà qualche medico e qualche rimedio che mi sani. Quel misero condannato alla galea in vita anche si consola, dicendo: Chi sa che può succedere, e mi libero da queste catene. Almeno (dico) potesse il dannato dire similmente così, chi sa se un giorno uscirò da questa prigione; e così potesse ingannarsi almeno con questa falsa speranza. No, nell'inferno non v'è alcuna speranza né vera né falsa, non vi è "chi sa". "Statuam contra faciem" (Ps 49,21). Il misero si vedrà sempre innanzi agli occhi scritta la sua condanna, di dover sempre stare a piangere in quella fossa di pene: "Alii in vitam aeternam, et alii in opprobrium, ut videant semper" (Dan 12,2). Onde il dannato non solo patisce quel che patisce in ogni momento, ma soffre in ogni momento la pena dell'eternità, dicendo: Quel che ora patisco, io l'ho da patire per sempre. "Pondus aeternitatis sustinet", dice Tertulliano.

    Preghiamo dunque il Signore, come pregava S. Agostino: "Hic ure, hic seca, hic non parcas, ut in aeternum parcas". I castighi di questa vita passano. "Sagittae tuae transeunt, vox tonitrui tui in rota" (Ps 76,18). Ma i castighi dell'altra vita non passano mai. Di questi temiamo; temiamo di quel tuono ("vox tonitrui tui in rota"), s'intende di quel tuono della condanna eterna, che uscirà dalla bocca del giudice nel giudizio contro i reprobi: "Discedite a me, maledicti, in ignem aeternum". E dice, "in rota"; la ruota è figura dell'eternità, a cui non si trova termine. "Eduxi gladium meum de vagina sua irrevocabilem" (Ez 21,5). Sarà grande il castigo dell'inferno, ma ciò che più dee atterrirci, è che sarà castigo irrevocabile.

    Ma come, dirà un miscredente, che giustizia è questa? castigare un peccato che dura un momento con una pena eterna? Ma come (io rispondo) può aver l'ardire un peccatore per un gusto d'un momento offendere un Dio d'infinita maestà? Anche nel giudizio umano (dice S. Tommaso) la pena non si misura secondo la durazione del tempo, ma secondo la qualità del delitto: "Non quia homicidium in momento committitur, momentanea poena punitur". Ad un peccato mortale un inferno è poco: all'offesa d'una maestà infinita si dovrebbe un castigo infinito, dice S. Bernardino da Siena: "In omni peccato mortali infinita Deo contumelia irrogatur; infinitae autem iniuriae infinita debetur poena". Ma perché, dice l'Angelico la creatura non è capace di pena infinita nell'intensione, giustamente fa Dio che la sua pena sia infinita nella estensione.

    Oltreché questa pena dee esser necessariamente eterna, prima perché il dannato non può più soddisfare per la sua colpa. In questa vita intanto può soddisfare il peccator penitente, in quanto gli sono applicati i meriti di Gesù Cristo; ma da questi meriti è escluso il dannato; onde non potendo egli placare più Dio, ed essendo eterno il suo peccato, eterna dee essere ancora la sua pena. "Non dabit Deo placationem suam, laborabit in aeternum" (Ps 48,8). Quindi dice il Belluacense: "Culpa semper poterit ibi puniri, et nunquam poterit expiari"; poiché al dire di S. Antonino "ibi peccator poenitere non potest"; e perciò il Signore starà sempre con esso sdegnato. "Populus cui iratus est Dominus usque in aeternum" (Malach 1,4). Di più il dannato, benché Dio volesse perdonarlo, non vuol esser perdonato, perché la sua volontà è ostinata e confermata nell'odio contro Dio. Dice Innocenzo III: "Non humiliabuntur reprobi, sed malignitas odii in illis excrescet". E S. Girolamo: "Insatiabiles sunt in desiderio peccandi". Ond'è che la piaga del dannato è disperata, mentre ricusa anche il guarirsi. "Factus est dolor eius perpetuus, et plaga desperabilis renuit curari" (Ier 15,18).

    PUNTO III

    La morte in questa vita è la cosa più temuta da' peccatori, ma nell'inferno sarà la più desiderata. "Quaerent mortem, et non invenient; et desiderabunt mori, et mors fugiet ab eis" (Apoc 9,6). Onde scrisse S. Girolamo: "O mors quam dulcis esses, quibus tam amara fuisti!". Dice Davide che la morte si pascerà de' dannati: "Mors depascet eos" (Psal 48,15). Spiega S. Bernardo che siccome la pecora pascendosi dell'erba, si ciba delle frondi, ma lascia le radici, così la morte si pasce de' dannati, gli uccide ogni momento, ma lascia loro la vita per continuare ad ucciderli colla pena in eterno: "Sicut animalia depascunt herbas, sed remanent radices; sic miseri in inferno corrodentur a morte, sed iterum reservabuntur ad poenas". Sicché dice S. Gregorio che il dannato muore ogni momento senza mai morire: "Flammis ultricibus traditus semper morietur". Se un uomo muore ucciso dal dolore, ognuno lo compatisce; almeno il dannato avesse chi lo compatisse. No, muore il misero per lo dolore ogni momento, ma non ha, né avrà mai chi lo compatisca. Zenone imperadore, chiuso in una fossa, gridava: Apritemi per pietà. Non fu da niuno inteso, onde fu ritrovato morto da disperato, poiché si avea mangiate le stesse carni delle sue braccia. Gridano i presciti dalla fossa dell'inferno, dice S. Cirillo Alessandrino, ma niuno viene a cacciarneli, e niuno ne ha compassione: "Lamentantur, et nullus eripit; plangunt et nemo compatitur".

    E questa loro miseria per quanto tempo durerà? per sempre, per sempre. Narrasi negli Esercizi spirituali del P. Segneri Iuniore (scritti dal Muratori) che in Roma essendo dimandato il demonio, che stava nel corpo d'un ossesso, per quanto tempo doveva star nell'inferno; rispose con rabbia, sbattendo la mano su d'una sedia: "Sempre, sempre". Fu tanto lo spavento, che molti giovani del Seminario Romano, che ivi si trovavano, si fecero una confessione generale, e mutarono vita a questa gran predica di due parole: "Sempre, sempre". Povero Giuda! son passati già mille e settecento anni che sta nell'inferno, e l'inferno suo ancora è da capo. Povero Caino! egli sta nel fuoco da cinque mila e 700 anni, e l'inferno suo è da capo. Fu interrogato un altro demonio, da quanto tempo era andato all'inferno, e rispose: "Ieri". Come ieri, gli fu detto, se tu sei dannato da cinque mila e più anni? Rispose di nuovo: Oh se sapessivo che viene a dire eternità, bene intendereste che cinque mila anni non sono a paragone neppure un momento. Se un angelo dicesse ad un dannato: Uscirai dall'inferno, ma quando son passati tanti secoli, quante sono le goccie dell'acqua, le frondi degli alberi e le arene del mare, il dannato farebbe più festa, che un mendico in aver la nuova d'esser fatto re. Sì, perché passeranno tutti questi secoli, si moltiplicheranno infinite volte, e l'inferno sempre sarà da capo. Ogni dannato farebbe questo patto con Dio: Signore, accrescete la pena mia quanto volete; fatela durare quanto vi piace; metteteci termine, e son contento. Ma no, che questo termine non vi sarà mai. La tromba della divina giustizia non altro suonerà nell'inferno che "sempre, sempre, mai, mai".

    Dimanderanno i dannati ai demoni: A che sta la notte? "Custos, quid de nocte?" (Is 21,11). Quando finisce? quando finiscono queste tenebre, queste grida, questa puzza, queste fiamme, questi tormenti? E loro è risposto: "Mai, mai". E quanto dureranno? "Sempre, sempre". Ah Signore, date luce a tanti ciechi, che pregati a non dannarsi, rispondono: All'ultimo, se vado all'inferno pazienza. Oh Dio, essi non hanno pazienza di sentire un poco di freddo, di stare in una stanza troppo calda, di soffrire una percossa; e poi avranno pazienza di stare in un mar di fuoco, calpestati da' diavoli e abbandonati da Dio e da tutti per tutta l'eternità!

  7. #7
    Il Patriota
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    RIMORSI DEL DANNATO

    Vermis eorum non moritur (Marc 9,47)

    PUNTO I

    Per questo verme che non muore, spiega S. Tommaso che s'intende il rimorso di coscienza, dal quale eternamente sarà il dannato tormentato nell'inferno. Molti saranno i rimorsi con cui la coscienza roderà il cuore de' reprobi, ma tre saranno i rimorsi più tormentosi: il pensare al poco per cui si son dannati: al poco che dovean fare per salvarsi: e finalmente al gran bene che han perduto. Il primo rimorso dunque che avrà il dannato sarà il pensare per quanto poco s'è perduto. Dopo che Esaù ebbesi cibato di quella minestra di lenticchie, per cui avea venduta la sua primogenitura, dice la Scrittura che per lo dolore e rimorso della perdita fatta si pose ad urlare: "Irrugiit clamore magno" (Gen 27,34). Oh quali altri urli e ruggiti darà il dannato pensando che per poche soddisfazioni momentanee e avvelenate si ha perduto un regno eterno di contenti, e si ha da vedere eternamente condannato ad una continua morte! Onde piangerà assai più amaramente, che non piangeva Gionata, allorché videsi condannato a morte da Saulle suo padre, per essersi cibato d'un poco di mele. "Gustans gustavi paulum mellis, et ecce morior" (1 Reg 14,43). Oh Dio, e qual pena apporterà al dannato il vedere allora la causa della sua dannazione? Al presente che cosa a noi sembra la nostra vita passata, se non un sogno, un momento? Or che pareranno a chi sta nell'inferno quelli cinquanta, o sessanta anni di vita, che avrà vivuti in questa terra, quando si troverà nel fondo dell'eternità, in cui saranno già passati cento e mille milioni d'anni, e vedrà che la sua eternità allora comincia! Ma che dico cinquanta anni di vita? cinquanta anni tutti forse di gusti? e che forse il peccatore vivendo senza Dio, sempre gode ne' suoi peccati? quando durano i gusti del peccato? durano momenti; e tutto l'altro tempo per chi vive in disgrazia di Dio, è tempo di pene e di rancori. Or che pareranno quelli momenti di piaceri al povero dannato? e specialmente che parerà quell'uno ed ultimo peccato fatto, per lo quale s'è perduto? Dunque (dirà) per un misero gusto brutale ch'è durato un momento, e appena avuto è sparito come vento, io avrò da stare ad ardere in questo fuoco, disperato ed abbandonato da tutti, mentre Dio sarà Dio per tutta l'eternità!

    PUNTO II

    Dice S. Tommaso che questa sarà la pena principale de' dannati, il vedere che si son perduti per niente, e che con tanta facilità poteano acquistarsi la gloria del paradiso, se voleano: "Principaliter dolebunt, quod pro nihilo damnati sunt, et facillime vitam poterant consequi sempiternam". Il secondo rimorso dunque della coscienza sarà il pensare al poco che dovean fare per salvarsi. Comparve a S. Umberto un dannato e gli disse che quest'appunto era la maggiore afflizione, che cruciavalo nell'inferno, il pensiero del poco per cui s'era dannato, e del poco che avrebbe avuto a fare per salvarsi. Dirà allora il misero: S'io mi mortificava a non guardare quell'oggetto, se vincea quel rispetto umano, se fuggiva quell'occasione, quel compagno, quella conversazione, non mi sarei dannato. Se mi fossi confessato ogni settimana, se avessi frequentata la Congregazione, se avessi letto ogni giorno quel libretto spirituale, se mi fossi raccomandato a Gesù Cristo ed a Maria, non sarei ricaduto. Ho proposto tante volte di farlo, ma non l'ho eseguito; o pure l'ho cominciato a fare, e poi l'ho lasciato, e perciò mi son perduto.

    Accresceranno la pena di questo rimorso gli esempi, che avrà avuti degli altri suoi buoni amici e compagni; e più l'accresceranno i doni che Dio gli avea concessi per salvarsi: doni di natura, come buona sanità, beni di fortuna, talenti che 'l Signore gli avea dati affin di bene impiegarli, e farsi santo: doni poi di grazia, tanti lumi, ispirazioni, chiamate, e tanti anni conceduti a rimediare il mal fatto: ma vedrà che in questo stato miserabile, al quale è arrivato, non v'è più tempo da rimediare. Sentirà l'Angelo del Signore che grida e giura: "Et Angelus, quem vidi stantem, iuravit per viventem in saecula saeculorum... quia tempus non erit amplius" (Apoc 10,6). Oh che spade crudeli saranno tutte queste grazie ricevute al cuore del povero dannato, allorché vedrà esser finito già il tempo di poter più dar riparo alla sua eterna ruina. Dirà dunque piangendo cogli altri suoi compagni disperati: "Transiit messis, finita est aestas, et nos salvati non sumus" (Ier 8,20). Dirà: Oh se le fatiche che ho fatte per dannarmi, l'avessi spese per Dio, mi troverei fatto un gran santo; ed ora che me ne trovo, se non rimorsi e pene, che mi tormenteranno in eterno? Ah che questo pensiero crucierà il dannato più che il fuoco, e tutti gli altri tormenti dell'inferno; il dire: Io poteva essere per sempre felice, ed ora ho da essere per sempre infelice.

    PUNTO III

    Il terzo rimorso del dannato sarà il vedere il gran bene, che ha perduto. Dice S. Giovanni Grisostomo che i presciti saranno più tormentati dalla perdita fatta del paradiso, che dalle stesse pene dell'inferno: "Plus coelo torquentur, quam gehenna". Disse l'infelice principessa Elisabetta regina d'Inghilterra: Diami Dio quarant'anni di regno, ed io gli rinunzio il paradiso. Ebbe la misera questi quarant'anni di regno, ma ora che l'anima sua ha lasciato questo mondo, che dice? certamente che non la sente così; oh come ora se ne troverà afflitta e disperata, pensando che per quarant'anni di regno terreno, posseduto fra timori ed angustie, ha perduto eternamente il regno del cielo.

    Ma quello che più affliggerà in eterno il dannato, sarà il vedere che ha perduto il cielo e 'l sommo bene ch'è Dio, non già per sua mala sorte, o per malevolenza altrui, ma per propria colpa. Vedrà ch'egli è stato creato per lo paradiso; vedrà che Dio ha dato in mano di lui l'elezione a procurarsi, o la vita, o la morte eterna. "Ante hominem vita, et mors... quod placuerit ei dabitur illi" (Eccli 15,18). Sicché vedrà essere stato in mano sua, se voleva, il rendersi eternamente felice, e vedrà ch'egli da se stesso ha voluto precipitarsi in quella fossa di tormenti, dalla quale non potrà più uscirne, né vi sarà mai alcuno che procurerà di liberarnelo. Vedrà salvati tanti suoi compagni, che si saran trovati negli stessi, e forse maggiori pericoli di peccare, ma perché han saputo contenersi con raccomandarsi a Dio, o pure se vi son caduti, perché han saputo presto risorgere e darsi a Dio, si son salvati; ma egli perché non ha voluta finirla, è andato infelicemente a finir nell'inferno, in quel mare di tormenti, senza speranza di potervi più rimediare.

    Fratello mio, se per lo passato ancora voi siete stato così pazzo, che avete voluto perdere il paradiso e Dio per un gusto miserabile, procurate di darvi presto rimedio ora ch'è tempo. Non vogliate seguire ad esser pazzo. Tremate di andare a piangere la vostra pazzia in eterno. Chi sa se questa considerazione che leggete, è l'ultima chiamata che vi fa Dio. Chi sa se ora non mutate vita, ad un altro peccato mortale che farete, il Signore v'abbandoni, e per questo poi vi manderà a penare eternamente tra quella ciurma di pazzi, che ora stanno all'inferno, e confessano il loro errore ("ergo erravimus"), ma lo confessano disperati, vedendo che al loro errore non v'è più rimedio. Quand'il demonio vi tenta a peccare di nuovo, ricordatevi dell'inferno, e ricorrete a Dio, alla SS. Vergine; il pensier dell'inferno vi libererà dall'inferno. "Memorare novissima tua, et in aeternum non peccabis" (Eccli 7), perché il pensier dell'inferno vi farà ricorrere a Dio.

  8. #8
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    Può anche essere che la suora abbia un pò troppa fantasia, ma non credo sia andata troppo lontana dal vero.
    Non crediate che l'aldilà sarà uguale per tutti e infatti chissà perchè gli atei o coloro che hanno fatto danno in vita hanno sempre paura di morire e chi ha vissuto pacificamente è contento di incontrare Dio.
    come mai??

  9. #9
    Il Patriota
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    l'inferno è vero indipendentemente da quello che pensi te, Gesù che è Dio l'ha detto molte volte , e se io o tu moriremo in peccato mortale ci cadremo dentro per l'eternità..rifletti cosa vuole dire "eternità di sofferenza" quando magari ci spaventa una febbre, un piccolo dolore quotidiano... visto che una volta che si è morti poi non è che puoi ritornare indietro a rimediare o dire al Signore al momento del giudizio particolare : "scusa sai mi ero sbagliato" io fossi in te da "ateo" penserei così : "comqunue meglio seguire i precetti della Chiesa e vivere come se esite l'inferno visto che se l'inferno esiste e mi danno non posso fare più nulla è soffrirò per sempre mentre ora posso ancora salvarmi "...è nel tuo interesse

  10. #10
    Il Patriota
    Ospite

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    premesso che l'inferno esise perchè ce l'ha riveltato Gesù Cristo che è Dio tu devi vivere la vinta nella consapevolezza (è una durissima battaglia) che "vinci" se ti salvi l'anima altrimenti tutto è stato vano...tornando sul tema ad esempio: tu sei in macchina e stai correndo per una gara importante, diciamo la più importante che ci possa essere e a parte qualche incidente (che può capitare) o la macchina che durante la corsa perde potenza, si lisciano le gomme ecc alla fine del tuo percorso sai che c'è una curva e poi una galleria nera dopo la quale non sai cosa troverai.. magari nulla, magari un fosso, un prato.... Nel tuo staff ci sono due "consiglieri" uno ti dice: "fai finta di niente vai avanti a tutta velocità e fregatene di quello che c'è dopo" l'altro invece" no, amico mio stai attento che dietro quella curva ci può essere un grande pericolo e pertanto devi arrivarci preparato"..tu chi ascolteresti?

 

 
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