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Discussione: Quando c'era Lui...

  1. #1
    DaBak
    Ospite

    Predefinito Quando c'era Lui...

    Claudio Mutti
    QUANDO L'ITALIA DIFENDEVA L'INDIPENDENZA IRAKENA
    Con la spartizione del bottino ottomano al termine della grande guerra, la Gran Bretagna si prese tra l'altro anche la Mesopotamia, regione ricca di giacimenti petroliferi e tappa indispensabile per i collegamenti con l'India. Era nato così il mandato britannico, cui nel 1921 era succeduta la finzione del "Regno dell'Iraq", affidato al regolo collaborazionista Faysal ibn Husayn. Alla Gran Bretagna restava comunque garantito il controllo del paese grazie ad un trattato che le consentiva di mantenere basi aeree a Habbâniyyah e a Shwaybah, nonché di utilizzare fiumi, porti, aeroporti e ferrovie irachene per il transito di forze armate e rifornimenti militari. Alla vigilia del secondo conflitto mondiale, governava l'Iraq il reggente 'Abd el-Ilâh, zio del re-bambino Faysal II. Tuttavia nel paese erano molto forti il sentimento antibritannico e le simpatie per il Terzo Reich, tanto che proprio a Bagdad si erano rifugiati numerosi militanti palestinesi e lo stesso Gran Mufti di Gerusalemme, Hâjj Amîn al-Husaynî. La rottura delle relazioni diplomatiche con la Germania, decisa dal governo collaborazionista presieduto dal filo-inglese Nûrî as-Sa`îd, accrebbe l'impopolarità di quest'ultimo, che il 21 Marzo 1940 dovette rassegnare le dimissioni. Gli succedette Rashîd 'Alî al-Kîlânî, che aveva già ricoperto diverse cariche ministeriali. Quando, neanche tre mesi dopo, l'Italia entrò in guerra a fianco della Germania, al-Kîlânî non solo resistette alle pressioni inglesi e rifiutò di rompere le relazioni diplomatiche con Roma, ma vietò la propaganda antitedesca e ristabilì le relazioni col Giappone. In seguito alla caduta della Francia e alla battaglia di Dunkerque, il Comitato per il Coordinamento della Politica Araba, che aveva come animatore il Gran Mufti di Gerusalemme e annoverava tra i propri aderenti anche al-Kîlânî e i suoi ministri, diede inizio a regolari negoziati con la Germania e l'Italia. Un plenipotenziario del Comitato andò ad Ankara a informare Franz von Papen, ambasciatore del Reich in Turchia, che il governo iracheno desiderava riallacciare le relazioni con la Germania e sostenere la lotta dell'Asse contro la Gran Bretagna, scatenando una nuova rivolta in Palestina. Il 23 Ottobre Roma e Berlino trasmettevano una dichiarazione congiunta di sostegno alla causa degli Arabi: "La Gran Bretagna, che con crescente preoccupazione vede aumentare le simpatie dei Paesi Arabi per le Potenze dell'Asse, dalle quali essi attendono la liberazione dall'oppressione britannica, cerca di opporsi a questo movimento di simpatia, e in piena malafede afferma che l'Italia e la Germania hanno l'intenzione di occupare e dominare i Paesi Arabi. Per controbattere tale maligna propaganda e tranquillizzare i Paesi Arabi circa la politica italiana nei loro confronti, il Governo Italiano conferma quanto ha già fatto diramare per radio in lingua araba, e cioè che esso è sempre stato animato da sentimenti di amicizia per gli Arabi; che desidera di vederli prosperare ed occupare tra i popoli della terra il posto rispondente alla loro importanza naturale e storica; che ha seguito costantemente con interesse la loro lotta per l'indipendenza, e che, per il raggiungimento di questo fine, i Paesi Arabi possono contare anche in avvenire sulla piena simpatia dell'Italia. L'Italia fa questa dichiarazione in completo accordo con l'alleata Germania". Ma nel giro di pochi mesi si fecero sentire anche in Iraq i contraccolpi della fiacca condotta della guerra nel Mediterraneo e dell'offensiva inglese nel Nordafrica: verso la fine del Gennaio 1941, al-Kîlânî fu costretto a rassegnare le dimissioni per far posto all'anglofilo Nûrî as-Sa`îd. Tuttavia, con la riconquista della Cirenaica e l'offensiva nei Balcani, le sorti dell'Asse lasciavano ancora ben sperare, sicché il 1 Aprile il cosiddetto "Quadrato d'Oro", guidato da al-Kîlânî e appoggiato dalla maggior parte degli ufficiali iracheni, si impadronì del potere e depose il Reggente. In tutto l'Iraq, le masse popolari manifestarono il loro entusiasmo; le autorità delle diverse comunità religiose (Sunniti, Sciiti, Cristiani) dichiararono la loro solidarietà con il governo; dignitari islamici e militanti rivoluzionari di altri paesi arabi inviarono messaggi di plauso. Benché colta di sorpresa, la Gran Bretagna reagì tempestivamente inviando nel porto di Bassora sette navi cariche di truppe da sbarco; alcuni giorni più tardi, il 18 Aprile, sopraggiunse un gruppo di brigate anglo-indiane, mentre un battaglione aviotrasportato veniva dislocato nella base di Shwaybah. Tutti questi spostamenti di truppe, naturalmente, venivano giustificati da parte britannica in base al trattato di collaborazione "liberamente sottoscritto". Ma quando il 29 dello stesso mese altre truppe coloniali vennero sbarcate a Bassora e alcuni aerei da caccia furono fatti giungere dall'Egitto, al-Kîlânî intimò al governo inglese di sospendere l'invio di forze armate in Iraq e, per dare un concreto segnale della sua risoluzione a difendere l'integrità e l'indipendenza del paese, dislocò un contingente iracheno nei pressi della base RAF di Habbâniyyah. L'ambasciatore britannico protestò contro la violazione del trattato, chiedendo il ritiro delle truppe irachene e minacciando ritorsioni. Fu così che la mattina del 2 Maggio le forze aeree britanniche aprirono le ostilità, mitragliando e bombardando le postazioni irachene, mentre a Bassora le truppe coloniali cannoneggiavano la popolazione civile. Allora le autorità dell'Islam (sia sunnite sia sciite) proclamarono il gihâd, che fu salutato da manifestazioni popolari in tutto l'Iraq e in molte città del mondo arabo, anzi, di tutto il mondo dell'Islam (perfino in Cina). Le quattro divisioni dell'esercito iracheno, appoggiate da un'aeronautica di cinquanta velivoli e fiancheggiate da una Brigata Araba comandata da ufficiali tedeschi, si trovano a combattere contro i sessanta aerei della base di Habbâniyyah e le sei sezioni di autoblindo e le otto compagnie motorizzate di Shwaybah, rafforzate dal continuo affluire di effettivi anglo-indiani. Gli Iracheni, al fine di privare le armate britanniche del petrolio indispensabile ai loro movimenti, interrompono l'oleodotto Kirkuk-Haifa e convogliano il greggio verso la Siria, la quale ha messo i propri aeroporti a disposizione della Luftwaffe. L'epicentro degli scontri è l'altopiano di Habbâniyyah, dove gli Iracheni sono bersagliati dall'aviazione nemica e sono costretti a ritirarsi, il 5 Maggio, verso Fallugia. Per avanzare su Fallugia, i Britannici trasferiscono dalla Palestina e dalla Transgiordania un contingente chiamato Habforce, elementi della Legione Araba di Glubb Pascià e tre squadroni motorizzati della guardia di confine transgiordana, che però si rifiutano di combattere una guerra fratricida. Per ostacolare l'avanzata nemica, gli Iracheni provocano allagamenti nelle zone paludose e sabotano le linee ferroviarie. Alla fine, però, Fallugia cade in mano agli Inglesi, nonostante il rifiuto della popolazione di rispondere all'intimazione di resa. Nel frattempo la Brigata Araba viene a contatto, nei pressi dell'oasi di Salah, con le truppe coloniali che arrivano dalla Transgiordania. Alla Brigata Araba si affiancano anche tribù beduine che si sono ribellate all'emiro 'Abdallâh. Quanto ai Tedeschi, il 13 Maggio sono atterrati a Mosul (800 km da Bassora) le due squadriglie di bombardieri e cacciabombardieri agli ordini del colonnello Werner Junck. Ma la benzina messa a loro disposizione non è adatta ai motori dei Messerschmitt, sicché gli aerei tedeschi devono aspettare il carburante dalla Siria! Oltre a ciò, il maggiore Axel von Blomberg, che dovrebbe dirigere le operazioni della Luftwaffe in Iraq, il 20 Maggio viene colpito da "fuoco amico". Nonostante tutto, i Tedeschi riescono ad effettuare alcuni bombardamenti nei pressi di Habbâniyyah. Ma si tratta di scarsi risultati, se confrontati con le intenzioni di Hitler, che il 23 dichiara: "Il movimento arabo della libertà rappresenta in Medio Oriente il nostro alleato naturale contro l'Inghilterra. A tale proposito è della massima importanza provocare in Iraq una insurrezione che si estenderà al di là delle frontiere irachene [...] Per questo motivo ho deciso di accelerare lo sviluppo degli eventi in Medio Oriente andando in soccorso dell'Iraq". Ma è troppo tardi. La partita volge ormai in favore degli Inglesi, che il 29 avanzano su Bagdad, nonostante gli Iracheni abbiano rotto gli argini dei fiumi per proteggere la loro capitale. L'occupazione inglese si protrarrà formalmente fino al 1945 e sostanzialmente fino al 1958, quando il governo collaborazionista fu abbattuto da un gruppo di militari epigoni di al-Kîlânî. E gli Italiani? L'intervento della nostra aeronautica si limitò all'invio di alcuni S 82 carichi di materiale bellico, di qualche S 79 d'appoggio e di una squadriglia di caccia CR 42 agli ordini dei capitani Bertotto e Sforza, la quale riuscì ad abbattere due Gloster Gladiator e a danneggiarne seriamente un terzo. L'Italia, comunque, continuerà ad appoggiare la causa irachena dando asilo a Rashîd 'Alî al-Kîlânî e al Gran Mufti di Gerusalemme, che in un primo tempo riparano in Iran. "Il popolo iracheno, sotto la guida del governo da Voi presieduto - dirà Mussolini rivolgendosi ad al-Kîlânî -, preferiva affrontare una impari lotta anziché sottostare alle imposizioni britanniche". Cinquant'anni più tardi, nello scontro ancora più impari che vedrà l'Iraq aggredito dagli USA e dai loro satelliti, ben diversa sarà la posizione dell'Italia...

  2. #2
    Saloth Sâr
    Ospite

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    Al golpe dei nazionalisti arabi di Baghdad del 1941 -golpe sostenuto dall'Italia e dalla Germania- parteciparono oltre al Gran Muftì di Gerusalemme e al Partito Ba'ath anche i Comunisti Iracheni, paradossalmente un partito di chiara impostazione marxista si alleò con Hitler e Mussolini

    Il golpe purtroppo fallì perchè stroncato dagli inglesi, il Gran Muftì esiliò a Roma, dove incontrò Benito Mussolini e successivamente divenne la guida spirituale della divisione musulmana SS Handschar

    Il Gran Muftì nel dopo guerra incontrò anche Malcom X e Mao Tze Tung



    Il Gran Muftì di Gerusalemme Hajj Amin el Husseini



    Il Gran Muftì con il presidente golpista iracheno

  3. #3
    Saloth Sâr
    Ospite

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    Enrico Galoppini

    Il Fascismo e l'Islam

    Edizioni all'insegna del Veltro, Parma 2001







    «Fino ad alcuni decenni fa il turista italiano che sostasse sul Haram ash-Sharif di Gerusalemme, la splendida spianata fra la Cupola della Roccia e la Moschea di AI-Aqsa, poteva venir salutato -gli facesse piacere o no- da sonori "Viva il Duce!" proferiti dai vecchi Palestinesi in kefiyyeh che sedevano lì presso; e visitando la Moschea di AI-Aqsa veniva puntualmente informato dalla guida araba che le grandi colonne di marmo candido che sostengono il soffitto sono "un regalo del Duce"». Riportando questi semplici ma assai significativi aneddoti, Franco Cardini introduce il testo oggetto di questa recensione, anticipando l'interesse e la reciproca attrazione fra Mussolini e il Fascismo da una parte, e il mondo arabo e islamico dall'altra.



    Vi furono indubbiamente punti d'incontro dettati da convergenze tattiche ma, coi doverosi distingui e le necessarie precisazioni, emersero, sospinte nella loro proiezione storico politica, le affinità derivanti dalla discendenza comune dalla Tradizione Unica.



    L'interesse e l'attenzione del Fascismo nei confronti dell'Islám e del mondo arabo pervasero Mussolini ancora prima della sua salita a potere; in effetti, il capo del Fascismo riuscì acutamente a percepire il diffuso scontento ed il generale malessere delle popolazioni arabe derivanti dalla sistemazione a tavolino degli equilibri internazionali scaturiti dagli accordi di Versailles. Così come l'Italia denunciava la «vittoria mutilata», le aspirazioni delle masse arabe dall'affrancamento coloniale rimasero deluse. Inizia così, per concretizzarsi col tempo sul piano operativo, a svilupparsi una convergenza, frutto di una comune condizione e prodotto di un atteggiamento che rifiuta l'ordine imposto dal diktat degli alleati.



    Nonostante questa simile e reciproca situazione iniziale, i rapporti tra Fascismo e mondo arabo non rimasero sempre idilliaci, ma attraversarono alti e bassi grazie ad un'errata e non sempre limpida politica coloniale condotta dall'Italia; in alcuni casi dettata da un eccessivo sciovinismo e da meri interessi materiali; non per espressa responsabilità del Duce, ma per palese bassezza di alcuni gerarchi infervorati dal mito della conquista e dalla civilizzazione dei «popoli selvaggi». I momenti migliori possono essere individuati nel corso del governatorato di Italo Balbo in Libia (1934), grazie al quale il Fascismo mostra la capacità di trasformare la colonia libica, da potenziale elemento di contraddizione, a ruolo di vetrina delle «buone intenzioni» dell'Italia fascista nei confronti dell'Islam.



    II quadrumviro riesce a percepire e ad assecondare le aspirazioni delle popolazioni locali, preparando il terreno per una sfavillante propaganda messa in atto in occasione della campagna di Abissinia (1936), che fungerà da preludio alla simbolica consegna nella mani del Duce della «Spada dell'Islam» (1937).



    Nonostante alcuni errori sempre dettati dai residui di un retaggio sciovinista ottocentesco, la politica coloniale del Fascismo necessita doverosamente una distinzione dalla classica politica colonialistica di sfruttamento dettata dal becero e subdolo spirito prettamente mercantilistico delle potenze anglo‑francesi.



    «Si può dare qualsiasi giudizio sul periodo di espansione coloniale e si possono fare anche tutti i distinguo tra forma e forma di colonizzalzione: in molti casi non si è trattato di occupare spazi vuoti o posizioni geopoliticamente vanltaggiose, ma il puro e semplice imperialismo sostenuto dall'armamento ideologico giudeo-cristiano o da quello laico-illuministico, entrambi fusi nel nazionalismo sciovinista e borghese di stampo ottocentesco, a seconda dei bisogni e dei casi. Pur tuttavia, una cosa è certa: se lo sfruttamento delle risorse minerarie e territoriali rispondeva alle mire affaristiche delle grandi compagnie in combutta con le classi politiche borghesi, il sistema coloniale tendeva anche a valorizzare le potenzialità e le risorse agricole e agro-forestali proprio in vista di un irradicamento permanente sul territorio». [1]



    Nel caso specifico del Fascismo, le iniziali e predominanti tendenze borghesi improntate ad una forma di colonialismo similare a quello di matrice anglosassone, cedettero il passo, in ottemperanza all'autentica identità dello spirito rivoluzionario fascista, alla tendenza antiborghese proiettata in una politica filo-araba ligia alla naturale proiezione geopolitica dell'Italia e funzionale alla battaglia totale contro le plutocrazie occidentali. In alcuni casi questo fu reso possibile e facilitato grazie all'atteggiamento di simpatia dei popoli arabi che, soprattutto verso la fine degli anni Trenta e a maggior ragione con lo scoppio del secondo conflitto mondiale, favorirono il rapporto con l'Italia Fascista, nella veste di potenza appartenente all'Asse, soprattutto in seguito allo sbarco degli anglo-americani nel Nord Africa. Nel corso della guerra uscì in evidenza «la disparità di vedute tra italiani e tedeschi -sempre esistita, acuitasi dopo i rovesci militari italiani che richiesero il soccorso tedesco addirittura nel Mediterraneo e sfruttata dalla parte araba- non favorì lo sviluppo chiaro ed univoco della politica islamica». [2]



    Questo perchè Adolf Hitler avrebbe voluto riprendere la politica dell'Imperatore Federico II nei confronti del mondo mussulmano e, fra gli ostacoli che impedirono la realizzazione di tale disegno, vi fu l'alleanza con l'Italia, la quale era -nonostante tutto- una potenza coloniale classica a tutti gli effetti. «Hitler era sempre stato convinto che il colonialismo e i fenomeni ad esso complementari, quali ad esempio il missionarismo cristiano avessero un solo obiettivo: quello di schiavizzare i popoli colonizzati e distruggerne la cultura, considerata, in una visione esclusivamente eurocentrica, barbara, animalesca e incivile». [3]



    Lo stesso Fuhrer nel suo Testamento Politico ebbe a dichiarare che «... l'alleato italiano ci ha impedito di condurre una politica rivoluzionaria nell'Africa del Nord, perchè i nostri amici islamici d'un tratto hanno visto in noi i complici, volontari o involontari, dei loro oppressori». L'acume politico del Fuhrer aveva percepito che «... l'Islám e l'Europa sono due mondi destinati ad incontrarsi; entrambi infatti hanno in comune alcuni valori fondamentali da difendere e hanno a che fare con gli stessi nemici: il razionalismo e il materialismo, l'oscurantismo democratico, l'ateismo marxista e capitalista, l'azione del giudeo sfruttatore». [4]



    I nemici comuni ai popoli arabi ed alle potenze dell'Asse non potevano che essere gli inglesi e gli ebrei; in alcune occasioni furono gli Arabi stessi a «premere sull'acceleratore di un impegno più consistente dell'Italia in funzione anti-inglese (...) Non erano però solo questi gli avversari in comune. In cima alla lista vennero a trovarsi progressivamente anche gli ebrei: gli arabi si vedevano progressivamente estromettere dalla loro stessa terra». [5]



    Tra i nemici delle popolazioni arabe non potevano mancare gli Stati Uniti, in quanto, «... l'America, da quando dopo l'ultima guerra si è rafforzata l'influenza degli ebrei, è diventata un ostacolo sulla via dell'indipendenza e della libertà degli Arabi. Essa ha sempre aiutato politicamente e finanziariamente il movimento sionista ed ha favorito I'ebraicizzazione della Palestina». [6]



    Il progetto sionista di edificazione di uno stato ebraico in Palestina è sempre stato appoggiato dalle potenze anglo-francesi quale frutto delle spartizioni di Versailles; ma ancor prima della fine del primo conflitto mondiale, e precisamente nel 1917, il ministro degli Esteri britannico Balfour, a capo di una missione diplomatica, giunge a Washington dove si incontra con influenti esponenti sionisti come Brandeis (presidente della Corte Suprema americana, nonchè consigliere del presidente statunitense Wilson), ottiene l'assenso americano alle intese che gli inglesi hanno concluso con i sionisti ed in particolare al rilascio di quella dichiarazione che da lì a pochi mesi avrebbe avviato l'insediamento ebraico in Palestina. AI grande pubblico il risultato di questi intrighi di palazzo emerge attraverso la forma dei documento storicamente denominato "Dichiarazione di Balfour", consegnata direttamente dal ministro britannico al presidente della Federazione Sionista britannica, lord Lionel Rothschild. Alla luce di queste condizioni storico-politiche non potevano che svilupparsi convergenze tattiche tra il mondo arabo e il Fascismo. Infatti, «i rappresentanti del mondo arabo‑islamico che -in tutta libertà- si rivolsero al fascismo, avevano un unico scopo: liberarsi dal giogo dal colonialismo franco-britannico, qualsivoglia travestimento indossasse, nel nome dell'arabismo e dell'Islam. (...) Le condizioni vollero che il fascismo e mondo arabo-mussulmano, o meglio la parte di esso insoddisfatta dello stato in cui versava, si trovassero -con tutti i distinguo del caso- sulla stessa barricata, ma entrambi avevano le idee chiare su come perseguire i propri interessi». [7]



    In quest'ottica, soprattutto le correnti più anti-borghesi ed espressione dell'identità autenticamente antigiudaica ed antiplutocratica del Fascismo, come quelle legate a "La Vita Italiana" di Giovanni Preziosi, proponevano numerosi e continui interventi a favore di una stretta solidarietà tra Fascismo e Islám; d'altra parte molte furono le espressioni di sostegno ed elogio provenienti dal mondo arabo-mussulmano nei confronti del Fascismo; specificatamente dopo il Congresso dei Mussulmani in Europa, tenuto a Ginevra, che ha visto la presenza di una delegazione italiana inviata dallo stesso Mussolini. Le conclusioni di tale Congresso mettevano in evidenza ampi apprezzamenti per la politica islamica condotta dall'Italia, e, in particolar modo, in seguito alla consegna della "Spada dell'Islám" al Duce, si sviluppavano sempre più le organizzazioni arabe filo-fasciste che, specificatamente in Palestina, intrattennero costanti e stretti rapporti con l'Italia al fine di contrastare il mandato britannico e l'infiltrazione ebraica. Questi movimenti politici o organizzazioni paramilitari ammiravano l'organizzazione, il culto del capo, il militarismo del Fascismo e, tra le loro fila, possiamo annoverare, tra gli altri, il Partito del Giovane Egitto, il Partito Nazionalsociale Siriano, le Camicie Verdi Egiziane, la Guarda Nazionale siriana, la Gioventù Nazionale siriana, la Falange Libanese ed i gruppi iracheni legati a Rashid Alì el-Kailani; nonchè il numeroso seguito di AI-Husseini, Gran Muftì di Gerusalemme, personaggio ammirato e altamente tenuto in considerazione da Heinrich Himmler, e dal Fuhrer in persona, il quale concede all'alto dignitario islamico un privilegio mai concesso a nessuno prima di allora in Germania: lo ospita nel Palazzo Imperiale di Berlino, e dà disposizioni affinchè su tale edificio la bandiera della Palestina sventoli più alta di quella del Reich.



    Manuel Negri



    Note:



    1] Umberto Malafronte, "Razza e Usura", edizioni di Ar, Padova 1991, p. 15;

    2] "Il Fascismo e l'Islam", op. cit., p. 59;


    3] Stefano Fabei, "La politica Maghrebina del Terzo Reich", Edizioni all'insegna del Veltro, Parm, p. 84;

    4] Antonio Medrano, "Islam ed Europa", Edizioni all'insegna del Veltro, Parma 1978, p. 111

    5] Galoppini, op. cit., pp. 27-28;


    6] Fabei, op. cit., p. 63;


    7] Galoppini, op. cit., p. 15

  4. #4
    Saloth Sâr
    Ospite

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    Il sostegno dell'Italia alla prima intifâda

    di Stefano Fabei

    lunedì, 04 luglio 2005



    http://www.aljazira.it/


    Per gentile concessione dell'Autore, ripubblichiamo un articolo che getta nuova luce su una pagina misconosciuta dei rapporti italo-arabi: le relazioni tra il governo fascista di Roma e i patrioti palestinesi in lotta contro la colonizzazione della loro terra da parte del Sionismo.



    Il sostegno dell'Italia alla prima intifâda
    I rapporti tra fascismo e nazionalismo palestinese negli anni Trenta

    “Studi Piacentini”
    Rivista dell’Istituto storico della Resistenza e dell’Età contemporanea
    n. 35/2004 – pp. 145-175

    L'analisi della documentazione del Servizio Informazioni Militari, relativa alla «Fornitura di armi belghe alla Palestina», conservata presso l'Archivio dell'Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell'Esercito, unitamente alla lettura di alcuni documenti dell'Archivio Storico del Ministero degli Affari Esteri relativi ai rapporti tra il nazionalismo palestinese e l'Italia negli anni Trenta (documentazione in questo caso restaurata e ammessa alla consultazione a metà degli anni Ottanta[1]) ci permette di affermare che l'Italia fu il primo Stato europeo a sostenere concretamente la lotta di liberazione del popolo palestinese dal mandato britannico e dal progetto sionista in Terra Santa, smentendo la tesi, sostenuta dallo storico palestinese George Antonius fin dal 1938, secondo cui nella rivolta iniziata nel 1936 non avrebbero esercitato alcun ruolo elementi esterni.

    Il sostegno finanziario italiano alla prima intifâda e alla lotta antisionista ed antibritannica dei palestinesi giocò una parte se non determinante certo significativa, che altrove abbiamo analizzato nei suoi presupposti e nelle sue implicazioni.[2]
    Di là dalle originarie prese di posizione filoarabe di Mussolini e di alcuni settori del fascismo, tale appoggio fu determinato da varie ragioni e offerto in vista di obiettivi geopolitici che non possono essere analizzati e compresi al di fuori del loro contesto storico: la lotta nazionale degli arabi di Palestina, la sempre più massiccia immigrazione ebraica, determinata dall'avvento al potere del nazionalsocialismo in Germania e rispondente ai progetti del sionismo, l'equivoca e incoerente azione della potenza mandataria in Terra Santa, il desiderio italiano di ricorrere a ogni mezzo per esercitare sull'Inghilterra pressioni, al fine di pervenire con Londra ad un accordo generale. Tutte queste attività dovevano estendere il prestigio di Roma a danno di quello britannico, senza tuttavia uscire dai limiti stabiliti dalle esigenze generali della politica estera orientale e di quella europea. L'Italia, insomma, auspicava una sempre più serrata competizione, ma non una rottura, con la Gran Bretagna e i caratteri di questa sua politica rimasero pressoché immutati fino al 1940, vale a dire fino all'entrata in guerra al fianco della Germania. In questo contesto vengono ad inserirsi le vicende che qui di seguito ricostruiamo sulla base dei documenti sopra citati.

    · Primi contatti con la leadership palestinese

    Per ordine di Mussolini i primi contatti con il Gran Mufti di Gerusalemme, Hâjj Amîn ‘Alî al-Husaynî, furono presi da Mariano De Angelis, console generale a Gerusalemme, nel 1933. L'atteggiamento della massima autorità politico-religiosa palestinese verso gli italiani era allora caratterizzato da diffidenza e scetticismo dovuti al fatto che Roma per due volte lo aveva già cercato e poi abbandonato nel corso dell'azione.
    Nel 1934 Riccardo Astuto, governatore dell’Eritrea, invitò il Mufti, reduce dalla missione di pacificazione alla Mecca e a San‘â’ tra Ibn Sa‘ûd e l’Imâm dello Yemen, a trascorrere tre giorni, suo ospite, all’Asmara. Fu però solo nel 1936 che cominciò, dopo i primi approcci e le dichiarazioni reciproche di simpatia, una fattiva collaborazione. Allora, all'inizio della grande rivolta in Palestina, Hâjj Amîn chiese all'Italia armi, munizioni e finanziamenti.
    Per comprendere i motivi che, da una parte, spinsero al-Husaynî a cercare l’appoggio di Roma e, dall'altra, indussero il Duce a sostenere l’attività del Mufti contro il dominio britannico e contro il Focolare Nazionale Ebraico, va considerato che per entrambi l'Inghilterra costituiva il nemico da combattere, anche se diverse erano le cause di tale ostilità e diversi, in quegli anni, gli obiettivi di italiani e palestinesi.
    Per al-Husaynî la Gran Bretagna era il nemico principale degli arabi e dell'Islâm e le vicende della Palestina lo avevano portato a radicalizzare sempre più questa sua convinzione. Per l’Italia i termini erano diversi nel senso che se esistevano motivi di rivalità con l’Inghilterra fu solo la crisi successiva alla guerra d'Etiopia a pregiudicare i rapporti buoni tra Roma e Londra. Per Mussolini questa era un avversario con cui si poteva trattare, tanto che quando si presentò l'opportunità, con aiuti finanziari e militari, di arrecare un duro colpo all’Inghilterra in Palestina, continuando a sostenere la rivolta araba, Roma, per non pregiudicare le relazioni con Londra, non lo fece.
    Nel 1936 i rapporti tra la leadership palestinese e l'Italia si intensificarono producendo i primi risultati concreti. Il31 gennaio Mussolini, alla presenza di Fulvio Suvich (sottosegretario agli Affari Esteri dal 20 luglio 1932 all'11 giugno 1935), ricevette De Angelis[3] che interrogò sulla situazione in Palestina e in Transgiordania. Il diplomatico, illustrate le posizioni dei tre elementi in gioco nell'area, l’inglese l’arabo e il sionista, evidenziò lo stato di crescente tensione determinatosi in seguito allo scoppio del «conflitto italo-anglo-etiopico», aggiungendo che, proprio in dipendenza dell’attuale stato di cose, il Mufti – leader con Ibn Sa‘ûd del movimento nazionalista arabo – lo aveva pregato di sottoporre all'attenzione e raccomandare al Duce quello che già da tempo costituiva una tendenza e un proposito ancora indefinito, ma che adesso, a causa dell’accresciuta immigrazione sionista e per ragioni contingenti tattiche, quali l’esasperato nazionalismo arabo e le preoccupazioni dell’Inghilterra su vari fronti, era diventato un piano preciso: l'azione in Palestina e in Transgiordania.
    Di fronte alla richiesta del Mufti, presentata da De Angelis a Mussolini, di 100.000 sterline, 10.000 fucili con relative munizioni e sei mitragliatrici antiaeree per porre fine all'immigrazione ebraica in Palestina e abbattere in Transgiordania l’emiro ‘Abdallâh, uomo dell’Inghilterra, il Duce volle concedere al Mufti il proprio aiuto, «in ragione della posizione assunta dall’Italia nei confronti del nazionalismo arabo, e per dar fastidio agli Inglesi».[4]
    De Angelis, che pure aveva sollecitato l'accoglimento di tali richieste raccomandò tuttavia che la cosa avvenisse in segreto e senza lasciar traccia del concorso italiano. Mussolini si disse d'accordo, affermando che bisognava evitare di fornire al giudaismo elementi utilizzabili a giustificazione del suo atteggiamento ostile all'Italia. Per quanto considerasse la sorte degli arabi in Palestina «compromessa», il Duce volle soddisfare il Mufti: sì quindi alla concessione di 100.000 sterline e alla fornitura di fucili e mitragliatrici che potevano essere inviati dall’Eritrea al re saudita che avrebbe dovuto prima richiederle e poi, una volta ricevute, inoltrarle in Palestina.
    Nei giorni successivi a questo incontro la temperatura in Palestina crebbe fino a degenerare nella rivolta che sarebbe durata fino al 1939. Già nei mesi prima c'era stato comunque un aumento della tensione. Con il secondo congresso degli ‘ulamâ’[5], apertosi a Gerusalemme il 14 febbraio 1936, il Mufti aveva invocato maggiori sforzi nella lotta contro l'immigrazione ebraica e la vendita delle terre da parte di latifondisti arabi non originari della Palestina, ritenuti complici del processo di spoliazione in corso. Non preoccupandosi dei bisogni della maggior parte della popolazione, procedevano infatti alle alienazioni accettando la condizione imposta dagli acquirenti ebrei che i terreni fossero messi a disposizione di chi li acquistava privi di qualsiasi occupante o servitù. Il fatto poi che i nuovi padroni non accettassero manodopera araba aveva gettato sul lastrico molte famiglie di contadini, i quali erano stati così costretti a trasferirsi nelle bidonvilles di baracche di Acri dove erano nate, fin dai primi anni Trenta, organizzazioni segrete che, come quella creata nel 1935 dallo sceicco ‘Izz al-Dîn al-Qassâm, avevano dato inizio all'attività di resistenza dei mujâhidîn, alla guerriglia contro gli inglesi e gli ebrei.[6] Dopo la morte in battaglia di al-Qassâm molti palestinesi avevano deciso di seguirne l'esempio e da allora fino all'inizio dello sciopero dell'aprile 1936, la «fratellanza di al-Qassâm» aveva condotto il jihâd contro le forze britanniche nel nord della Palestina. Il 5 aprile 1936 i capi della Società per la guerra santa (al-Jihâd al-Muqaddas) guidata da ‘Abd al-Qâder al-Husaynî, un parente del Mufti, avevano deciso di creare gruppi di resistenza che cooperassero con la fratellanza di al-Qassâm.[7] Anche gli ebrei, però, si erano intanto organizzati per proteggere i loro insediamenti e, dopo circa dieci giorni di scontri, il 24 aprile il Mufti aveva assunto la guida dello sciopero insieme al Supremo Comitato Arabo proclamandone la continuazione per indurre la mandataria a cambiare politica, a bloccare l'immigrazione e il trasferimento delle terre ai sionisti.
    La cosa era stata vista positivamente dalle autorità britanniche che confidavano nella sua azione di mediatore, ingannandosi però giacché il Mufti si proponeva di intensificare la rivolta fino a paralizzare la capacità d'azione della mandataria. Nello stesso tempo, come Roma gli aveva consigliato, avrebbe battuto, fuori del Paese, la via della propaganda a favore della Palestina, cosa per la quale al-Husaynî sollecitava il versamento delle ulteriori 16.000 sterline a lui promesse.[8]
    Se in gennaio il Duce aveva approvato la fornitura tanto del denaro quanto delle armi, nei fatti poi De Angelis fu incaricato da Palazzo Chigi di comunicare al Mufti che gli si accordavano, con la fornitura militare, 25.000 sterline.[9]
    Per non insospettire gli inglesi Ibn Sa‘ûd non richiese le armi ma grazie al ruolo d'intermediario tra al-Husaynî e l'Italia, sollecitò aiuti per il suo Paese, chiedendo un'esplicita dichiarazione in cui Roma affermasse di non avere pretese sul mondo arabo.[10]
    Delle 25.000 sterline promesse, ai primi di luglio ne erano state versate al Mufti solo 12.000.
    A differenza di Ibn Sa‘ûd, al-Husaynî puntava molto sull’aiuto italiano e, di fronte agli insperati sviluppi del movimento palestinese, tornava a chiedere 75.000 sterline, per condurre a buon fine, senza ulteriori aiuti, l’attuale importante fase della propria azione. Nella Transgiordania, fino allora tranquilla, erano pronte a mettersi in moto forze capaci di far traboccare la bilancia nel senso desiderato dagli arabi, ma condizione necessaria erano questi aiuti finanziari.
    Gli immediati obiettivi arabi erano tre: 1°) l'arresto dell’immigrazione; 2°) il blocco della vendita delle terre agli ebrei; 3°) la costituzione in Palestina di un governo nazionale a base rappresentativa.
    Esisteva, per il Mufti, una serie di circostanze che permettevano di ritenere tutt'altro che priva di fondamento la sua fiducia in un successo della causa palestinese: la resistenza insolita del fronte unico dei partiti arabi; la combattività con cui le masse rispondevano alla repressione inglese e la loro determinazione a disarmare solo ad obiettivi raggiunti; la crescente paralisi della vita del Paese, con i conseguenti gravi colpi agli interessi ebraici e agli sviluppi del sionismo; il disorientamento dell’amministrazione mandataria e il suo pessimismo di fronte alla situazione.
    Non c'era quindi da meravigliarsi del fatto che al-Husaynî guardasse con ansia all'Italia al cui console generale a Gerusalemme aveva dichiarato: «Dite al Signor Mussolini che sono sceso in campo io stesso perché credo alle sue promesse ed al suo appoggio».[11]
    Sostenere il Mufti, per De Angelis, era nell'interesse dell'Italia che così poteva interferire nella politica della Gran Bretagna mirante a consolidare le proprie posizioni in Medio Oriente.
    Appoggiando il movimento nazionalista nel Vicino Oriente Roma si sarebbe garantita una partecipazione all'immancabile utilizzazione futura «ai fini imperiali europei» di alcuni punti del territorio palestinese e sarebbe riuscita senza particolari problemi a esercitare la sua influenza sugli sviluppi internazionali del mandato in Palestina. Oltre a queste, c'era anche un'altra ragione, fondamentale, che induceva Roma a sostenere la causa palestinese: la consapevolezza che uno Stato ebraico avrebbe avuto un carattere sfavorevole ai suoi interessi. Indizi inequivocabili e ammonitori in tal senso erano emersi durante la conquista dell'Etiopia, ma fin dal 1933 De Angelis aveva avvertito circa i prevedibili atteggiamenti di un eventuale Stato ebraico verso l'Italia. A suo giudizio il movimento arabo sembrava poter pregiudicare in Palestina il successo dei progetti ebraici, l'appoggio inglese ai quali adesso non era più così sicuro. Pertanto le richieste del Mufti dovevano essere accolte fornendo gli aiuti con la massima discrezione, tanto più che, nonostante le voci di ingerenze fasciste nei disordini, le autorità mandatarie erano convinteche il rappresentante italiano in Palestina non avesse giocato alcun ruolo in tal senso.



    La nomina di Galeazzo Ciano a ministro degli Esteri l'11 giugno 1936 sembrò segnare l'inizio di una politica araba, se non più spregiudicata, certo meno prudente di quella fino allora adottata: dal 20 luglio del 1932 questo ministero era stato retto da Mussolini che si era avvalso della collaborazione del sottosegretario Fulvio Suvich, molto cauto nelle aperture al mondo arabo. Con l'arrivo di Ciano a Palazzo Chigi Suvich fu rimpiazzato, così come molti altri funzionari, da Bastianini. A quanto risulta dalla «Relazione di massima» sulla politica verso il mondo arabo, sottoposta al genero del Duce il 15 e da lui approvata il 20 luglio 1936, l'Italia, dopo l'impresa etiopica, aveva assunto un ruolo di grande rilevanza a livello europeo e internazionale. Pertanto Roma non avrebbe dovuto arrestare la sua azione verso il mondo arabo-musulmano ma, anzi, svilupparla ulteriormente, così da affermare sempre più la propria influenza morale, culturale e commerciale sui Paesi arabi ed esercitare, attraverso questi, pressioni sulla Francia e sull'Inghilterra. Occorreva pertanto agire sul piano della propaganda e dei contatti con le personalità politiche.[12]
    Undici giorni dopo la nomina di Ciano, De Angelis, dovendo rientrare a Gerusalemme, cercò ancora una volta (come aveva già fatto il 9 giugno, due giorni prima quindi dell'arrivo a Palazzo Chigi del nuovo titolare) di sapere cosa dovesse rispondere al Mufti circa la richiesta d'aiuto. Nell'appunto da lui redatto affermava che, rassicurando il leader palestinese circa l'appoggio italiano, lo avrebbe informato che era già stata disposta l'immediata corresponsione dell'arretrato sulla somma concessa in febbraio, spiegando il ritardo del versamento. Quanto alla richiesta di 75.000 sterline fatta da al-Husaynî sotto la pressione degli avvenimenti in corso e nella convinzione che la cifra gli sarebbe bastata a condurre l'azione intrapresa fino ai risultati sostanziali che già si stavano delineando – sospensione dell'immigrazione ebraica in Palestina – De Angelis faceva ancora presente come fosse necessario dare una risposta concreta. Al Mufti sceso in campo confidando nelle promesse di Mussolini non si poteva dare l'impressione che l'amicizia dell'Italia fosse esitante, specie in questo momento critico del nazionalismo arabo. Roma non poteva rischiare di perdere la fiducia di un capo così influente nell'Oriente.[13] De Angelis consigliava, quindi, di dargli una risposta di massima favorevole, precisando che, della somma richiesta, una prima quota di 25.000 sterline sarebbe stata corrisposta in settembre e le altre due quote uguali, ciascuna a distanza di due mesi, a seconda degli sviluppi degli avvenimenti in Palestina.
    Il 9 settembre a Cernobbio un fiduciario del Mufti, Mûsà Bey al-‘Alamî[14], incontrando un funzionario di Palazzo Chigi gli disse di essere venuto in Italia per consegnare una lettera di al-Husaynî al Duce e sollecitare aiuti per la causa palestinese. Oltre le 13.000 sterline già accordate e che il 10 settembre un corriere avrebbe consegnato al suo emissario a Ginevra, il Mufti chiedeva ancora le suddette 75.000 sterline, possibilmente in una sola rata o in poche rate da versarsi a breve scadenza; 10.000 fucili con 1.000 cartucce per ogni fucile; 5.000 bombe a mano; 25 mitragliatrici leggere e 12 pesanti con relative munizioni; alcuni lanciabombe con relativi proietti. Per compiere attentati di maggiori dimensioni rispetto a quelli fino allora compiuti, al-Husaynî chiedeva che l'Italia fornisse personale tecnico e agenti capaci di organizzare l'inquinamento dell'acquedotto di Tel Aviv, città in cui si trovava la grande maggioranza degli ebrei stabilitisi in Palestina.[15]
    Mûsà al-‘Alamî informò il suo interlocutore dell'accordo segreto tra il Mufti e importanti personalità del mondo arabo mirante a conseguire i seguenti obiettivi: la fine dell'immigrazione ebraica in Palestina; la sostituzione dell'emiro ‘Abdallâh in Transgiordania con Faysal, secondogenito del re saudita; l'indipendenza di Palestina, Transgiordania e Siria; la costituzione di una federazione comprendente Siria, Iraq, Palestina, Transgiordania, Hijâz e Yemen.
    Al-‘Alamî disse che avrebbe raggiunto Roma verso il 18 settembre, per incontrare Ciano e Mussolini, e che nell'interesse delle due parti occorreva mantenere su tutto il segreto più assoluto.
    Da un appunto per il Duce del 26 settembre 1936, da lui approvato e siglato, risulta che l'emissario palestinese, latore di una lettera, chiese al funzionario degli Esteri se l'Italia intendesse inviare ancora gli aiuti promessi. Dopo le assicurazioni sulle immutate intenzioni di Roma, all'uomo di al-Husaynî fu comunicato che, per quanto riguardava le armi e le munizioni, gli italiani avevano già preparato e accantonato, a cura del ministero della Guerra, 4248 fucili di marca belga, con 7.000.000 di cartucce, e 75 mitragliatrici «S. Etienne», con 70.000 cartucce, e che erano pronti a fornirli non appena si fosse trovato il modo di farlo senza alcun rischio. Circa il materiale e il personale per provocare attentati e inquinare l’acquedotto di Tel Aviv, Roma era disposta a fornirlo, ma solo in un secondo tempo avrebbe esaminato la convenienza di inviare uomini abili allo scopo, nel caso fosse possibile addestrare dei sottufficiali libici. Quanto alle altre 75.000 sterline, la richiesta sarebbe stata sottoposta a Mussolini, in considerazione delle non poche difficoltà dovute al fatto che si trattava di una notevole somma da esportare in valuta straniera. Il relatore dell'«Appunto per il Duce», esprimendo il proprio punto di vista, riteneva che si potesse accedere anche a quest’ultima richiesta, ma alle seguenti condizioni: versamento di 25.000 sterline, ogni quattro mesi, per tre quadrimestri successivi. Aggiungeva inoltre che i versamenti sarebbero stati puntualmente effettuati se gli arabi avessero continuato a mantenere in Palestina la situazione attuale, rendendola sempre più grave; sarebbero stati, invece, sospesi qualora essi avessero ceduto alla pressione inglese.[16]
    Sempre nel dicembre del 1936, allo scopo di perfezionare gli accordi presi, relativi all'invio di armi e munizioni e all'incontro in Grecia fissato per il 20 gennaio 1937, di controllare l'attività di al-‘Alamî e accertarne l'affidabilità, nonché per sollecitare notizie sull'attuale situazione palestinese, il maggiore I. Berionni del SIM si recò in Medio Oriente per incontrare prima, a Damasco, il negoziatore del Mufti, quindi quest'ultimo, a Gerusalemme.
    Il piano italiano prevedeva che un motoveliero, dopo esser partito da Taranto, trasbordasse il carico su apposite imbarcazioni a quattro miglia ad ovest della foce del fiume Litani, sulla costa meridionale del Libano. Da qui uomini di fiducia di al-Husaynî avrebbero provveduto al trasferimento del materiale in Palestina. L'incontro con i velieri avrebbe dovuto aver luogo la notte del 31 dicembre, in quanto si riteneva che in occasione della festa di capodanno la vigilanza dei doganieri francesi e libanesi nella zona sarebbe stata ancora minore del solito.[17]
    Nonostante la messa a punto dei dettagli relativi all'operazione Berionni decise poi che era opportuno sospendere l'invio.[18] Si recò a Gerusalemme per riesaminare la questione con il Mufti. Il rinvio dell'operazione – telegrafò il maggiore del SIM – si rendeva necessario per due ragioni: la prima era che la luna piena e il mare agitato avrebbero potuto comportare dei rischi; la seconda consisteva nel fatto che si sarebbe potuto provvedere all'invio del materiale con maggiori garanzie di sicurezza, sia tramite il re saudita, sia facendo effettuare in alto mare il trasbordo di tutto il materiale dal motoveliero italiano su un piroscafo appartenente al comitato esecutivo palestinese.[19]
    Dopo due giorni di permanenza a Gerusalemme, l'agente italiano incontrò il leader palestinese. Insieme decisero che il motoveliero giungesse, «palesemente», in un porto dell'Hijâz, considerando il materiale bellico ivi contenuto come spedizione di quanto richiesto dal governo saudita. Se Ibn Sa‘ûd non avesse dato il suo consenso – possibilità alquanto remota a giudizio di al-Husaynî – si sarebbe messo in atto un programma prestabilito, secondo modalità che il Mufti avrebbe studiato e preordinato in base ai particolari forniti da Berionni. Quelli relativi all'invio sarebbero stati ridefiniti il 20 gennaio 1937 ad Atene dove era previsto un incontro con «il signor Darwîsh Jahak» (Ishâq Darwîsh), altro fiduciario del Mufti, per il versamento di 10.000 sterline. Per il momento le armi e le munizioni vennero accantonate.[20]



    Il Mufti espresse a Berionni la sua riconoscenza verso l'Italia dichiarandosi dolente per il fatto che in quel momento il popolo arabo dovesse solo chiedere; assicurava, però, che «raggiunto lo scopo per il quale tutti lottano con fede, gli arabi non dimenticheranno l'aiuto ricevuto e sapranno tangibilmente dimostrare al governo italiano la loro gratitudine».[21] Circa la questione dell'affidabilità di Mûsà al-‘Alamî, Berionni fu rassicurato: «I versamenti fatti pel suo tramite sono giunti tutti puntualmente a destinazione».[22]
    Quanto alla Palestina – dove la commissione Peel aveva ultimato il suo compito e il governo britannico cercava di mantenere latente l'antagonismo esistente tra arabi ed ebrei continuando a «ricavare lauti profitti sfruttando la produzione del ricco israelita» – Berionni osservava che anche dopo la recente sconfitta politica nella questione etiopica, il prestigio inglese non sembrava diminuito e che la Gran Bretagna era sempre considerata scaltra, abile nella politica coloniale e potente, soprattutto dal punto di vista finanziario. Londra era in parte preoccupata dall'accresciuto dinamismo della politica araba di Roma – proprio in quegli anni si diffuse tra gli inglesi, a proposito del Medio Oriente, la psicosi dell'«italiano sotto il letto» – ma tali timori sarebbero poi risultati eccessivi. Certo è che allora l'Italia conquistò simpatie nel mondo islamico e, come il Mufti disse a Berionni, avrebbe potuto contare nel futuro non solo sui palestinesi ma su tutti gli arabi dell'Oriente.


    · Il ministero degli Esteri, il SIM e l'infinita trattativa con gli emissari del Mufti

    Ai primi di gennaio del 1937, anche per le intervenute intese con gli agenti palestinesi, tutto risultava pronto per procedere alle forniture. Il ministero degli Esteri, tuttavia, adducendo motivazioni politiche, le rinviò a varie scadenze successive, finché il 4 marzo decise di sospenderle definitivamente.[23]
    Nel frattempo, in considerazione del modo soddisfacente in cui aveva svolto il suo compito in Medio Oriente, Berionni fu incaricato di una nuova missione da compiere ad Atene il 20 gennaio 1937. Prosieguo di quella compiuta in Palestina a metà dicembre, doveva servire, fra l'altro, a definire gli accordi iniziati circa il trasporto del materiale militare promesso, a mettere a punto alcuni particolari relativi all'incontro di febbraio a Vienna, a consegnare 10.000 sterline. L'emissario Ishâq Darwîsh informò l'agente italiano che era stata chiesta al re saudita la disponibilità a permettere lo sbarco di materiale da acquistarsi in Europa con o senza regolare richiesta; Ibn Sa‘ûd aveva acconsentito, consigliando però, per nascondere il carico destinato al Mufti, di approfittare di un analogo acquisto che egli avrebbe fatto a marzo – dopo il pellegrinaggio alla Mecca, tra il 20 febbraio e il 7 marzo – in Belgio, dove avrebbe inviato un proprio ufficiale.
    Il piroscafo con il materiale per i palestinesi avrebbe pertanto dovuto raggiungere il Belgio e qui caricare quello acquistato dai sauditi. Al-Husaynî aveva quindi deciso d'inviare in Europa Darwîsh proprio nello stesso periodo, per far vedere che anche lui mandava nel vecchio continente un suo uomo alla ricerca e all'acquisto del materiale. In Belgio l'agente del Mufti avrebbe atteso il piroscafo per sorvegliare il proprio carico, già a bordo, mentre veniva effettuato quello destinato ai sauditi, e per assicurare l'incognita della provenienza. Qualora la suddetta modalità di trasporto fosse stata considerata inattuabile si sarebbe studiato il modo per «un invio diretto e regolare del materiale» in un porto a sud di Alessandretta (Iskenderun).[24]
    Per non mandare una seconda persona Darwîsh chiese all'agente italiano che l'incontro fissato per il 28 febbraio a Vienna fosse rimandato al 20 marzo, quando lui sarebbe stato in Europa per la pseudo ricerca e l'acquisto del materiale. Disse a Berionni che al-‘Alamî desiderava incontrarsi con il dottor Hoff[25] il 20 marzo all'ospizio italiano di Tiberia (Palestina) per parlare di questioni molto importanti. Questa data era stata stabilita per aspettare che il Mufti rientrasse dalla Mecca, dove si sarebbe recato il 15 febbraio per incontrarsi con il re saudita. Qualora quel giorno non fosse stato possibile effettuare l'incontro occorreva stabilire un'altra data dello stesso mese, comunque non prima del 7 marzo; questo per attendere il ritorno del Mufti dalla Mecca coi risultati del colloquio con Ibn Sa‘ûd. Se Caruso avesse accettato tale invito sarebbe stato possibile annullare l'incontro a Vienna. Il pacchetto contenente le 10.000 sterline avrebbe potuto essere consegnato da Caruso a una persona di fiducia a Damasco o a Beirut così da evitare sospetti alla frontiera palestinese, oppure laddove, come in Francia, non esisteva controllo di moneta.
    L'agente del Mufti chiese a Berionni 400 fucili lancia-bombe, altrettante pistole Mauser e munizioni per 6.000 fucili.
    Per il maggiore del SIM c'erano degli elementi da tenere presenti per la sollecita definizione della questione: non poteva essere accettato l'invio del piroscafo nel Belgio per la lontananza e soprattutto per la rotta che avrebbe dovuto seguire con un carico di estrema delicatezza; non poteva essere neppure accettato l'invio del materiale in Siria, anche perché, in virtù di un trattato esistente, solo al governo francese spettava il diritto di fornire armi e munizioni a Damasco. L'unica soluzione rimaneva quella di una richiesta regolare fatta dal re saudita; in tal senso si doveva pertanto esaminare la faccenda. Berionni aveva ritenuto opportuno far presente all'emissario del Mufti che non era il caso di preoccuparsi qualora, adesso, ostacoli di vario tipo avessero impedito di attuare l'operazione: si sarebbero potute attendere occasioni e circostanze più favorevoli per garantire all'impresa l'auspicato esito.[26]
    In aprile Palazzo Chigi, volendo procedere alla spedizione delle armi e degli esplosivi già accantonati a Taranto e poi ritirati in seguito al suo parere sospensivo, desiderava essere al più presto informato dal SIM se fossero disponibili, oltre ai materiali già apprestati, circa mille pistole di marca straniera, con relative munizioni, e un milione di cartucce per fucili inglesi e tedeschi; entro quanto tempo potessero essere nuovamente accantonati a Taranto; se il ministero della Guerra potesse fornire un piroscafo «che caricherebbe nostro materiale e poi – o prima – andrebbe a caricarne altro per Ibn Saud in porto estero o nazionale» e indicargli il nome, vero o fittizio, di un agente nazionale da segnalare al fiduciario del re saudita.[27] Dopo queste richieste di informazioni dal SIM, il 15 aprile Ciano, con una lettera a Pariani (dal 7 ottobre 1936 ministro della Guerra) rinnovava la richiesta d'invio dei materiali da attuarsi aggiungendo a quanto già accantonato a Taranto un quantitativo di cartucce per il munizionamento di 6.000 fucili e 500 pistole di marca straniera, se possibile Mauser.[28] Il materiale avrebbe dovuto essere trasferito sul piroscafo ingaggiato dai sauditi, sul quale sarebbe stato caricato anche quello acquistato in proprio in Italia; loro avrebbero poi inviato in Palestina quanto ad essa destinato.
    Il 17 aprile il capo gabinetto del ministero della Guerra trasmetteva al colonnello Angioy del SIM una copia delle lettera di Ciano a Pariani, informandolo sulla quantità disponibile di cartucce per fucili e di pistole con relativo munizionamento.[29]
    Il 21 aprile, due giorni dopo l'incontro di Casto Caruso con Angioy, il SIM di concerto con Palazzo Chigi dava il via all'approntamento del materiale bellico che avrebbe dovuto essere pronto a Taranto entro 20-25 giorni, raccomandando che negli involucri non fosse presente alcuna indicazione della provenienza italiana.[30] A fine aprile il materiale risultava pronto per la spedizione alla Direzione di Artiglieria di Taranto.[31]
    Fu predisposto l'ingaggio di un piroscafo da 1500 tonnellate che avrebbe dovuto raggiungere Taranto entro 8-10 giorni dal preavviso. Un agente di Ibn Sa‘ûd, in base agli accordi presi dal ministero degli Esteri con Caruso, avrebbe dovuto chiedere all'armatore, Aiello-Catruni, il mezzo di trasporto. Tale domanda sarebbe stata il primo preavviso per l'avvio dell'operazione. La richiesta saudita, tuttavia, non arrivò.[32]
    Il 16 e il 17 luglio al-‘Alamî incontrò a Vienna Berionni e lo pregò di esprimere a Ciano e Mussolini la gratitudine del Mufti per gli aiuti inviati nell'ultimo anno ai palestinesi. Discussero della situazione politica mediorientale e del ruolo dell'Italia nella regione. Berionni rassicurò al-‘Alamî che l'atteggiamento più moderato di recente assunto da Radio Bari non implicava affatto un mutamento nella politica verso gli arabi di Palestina, ma costituiva solo una concessione formale fatta agli inglesi per il momento, allo scopo di raggiungere un determinato obiettivo.
    Nell'Oriente arabo, disse al-‘Alamî,la situazione era tesa da ogni punto di vista, specie in Siria e in Palestina, dove le posizioni ostili all'Inghilterra, alla Francia e alla Turchia si stavano rafforzando. A giudizio del Mufti Londra, Parigi e Ankara, nell'ultimo anno, avevano solo tramato contro Roma la quale godeva ormai di una considerazione tale che i politici responsabili di Siria, Palestina, Iraq e regno saudita erano pronti, qualora incoraggiati da Ciano, ad abbandonare la linea di riserbo finora mantenuta e a iniziare «una nuova politica di amicizia».[33] Di fronte a tali aperture Berionni assicurava al palestinese che avrebbe sollecitato Ciano alla massima attenzione.
    I palestinesi erano decisi a rigettare le proposte della Commissione Peel perché la spartizione del Paese avrebbe segnato la loro fine. Il Mufti aveva la solidarietà dei Paesi vicini, ma non della Transgiordania il cui emiro voleva ampliare il proprio regno grazie al progetto inglese. Essendo questo diretto contro gli interessi italiani nel Mediterraneo e nel Mar Rosso, al-Husaynî auspicava il rafforzamento dei legami con Roma e il suo appoggio alle rivendicazioni palestinesi a Ginevra.
    Circa l'invio di armi e munizioni il fiduciario del Mufti dichiarava a Berionni che il re saudita era sempre deciso a passare il materiale in Transgiordania, qualora fosse stato trasportato a Gedda da un piroscafo italiano. Al momento la richiesta da parte di Ibn Sa‘ûd non era però pervenuta.
    Quanto detto dall'inviato di al-Husaynî a Berionni circa la situazione mediorientale corrispondeva alle notizie pervenute nell'ultimo anno dalle fonti diplomatiche e da quelle riservate come intercettazioni di telegrammi e di rapporti. Da queste notizie, molto favorevoli per l'Italia e la sua immagine, faceva notare Berionni a Ciano, si dovevano trarre valutazioni tali da indurre Roma a non incorrere in errori.
    Sul piano della politica internazionale l'Italia, con tale carta, poteva adesso imporsi maggiormente. Le preoccupazioni del Primo Ministro inglese Anthony Eden al momento della pubblicazione del rapporto Peel, la fretta con cui Londra lo aveva reso pubblico, nonché le assicurazioni dategli circa l'atteggiamento che Radio Bari avrebbe tenuto in tale occasione, ne costituivano la più valida prova. Ciò che si doveva decidere era se Roma dovesse mettere, adesso, sulla bilancia il suo peso, oppure attendere al fine di incrementarlo con nuovi impegni finanziari, che potevano essere interrotti solo rischiando di perdere le posizioni acquisite.
    Per Berionni la situazione doveva essere sfruttata subito e in pieno, prima che si presentasse la possibilità di pervenire a trattative con gli inglesi e «per evitare la possibilità di pericolosi abbinamenti» quali il riconoscimento de jure dell'impero, in cambio del riconoscimento di un nuovo stato di fatto in Medio Oriente. Ciò anche nell'interesse stesso degli arabi e dei rapporti dell'Italia con loro. Occorreva quindi affrettare i tempi: gli arabi se ne sarebbero avvantaggiati anche perché l'Inghilterra, permanendo l'attuale situazione internazionale – cattivi rapporti con l'Italia, questione spagnola, minaccia di un conflitto in Estremo Oriente – avrebbe potuto essere indotta a fare maggiori concessioni, anziché tentare un colpo di forza, quale l'occupazione della Palestina.
    Qualora Ciano avesse ritenuto conveniente far agire subito gli arabi in Palestina, secondo Berionni, si doveva determinare una precisa linea di condotta verso Londra e informare al-Husaynî affinché potesse secondarla con appelli diretti dal Supremo Comitato Arabo e dalla stampa palestinese a tutti gli Stati arabi, all'Italia e alla Germania; bisognava dire al Mufti di iniziare subito la rivolta in Palestina, ove già predisposta, ed estenderla appena possibile oltre i suoi confini.
    Delle sovvenzioni promesse nel 1936 ancora 5.000 sterline dovevano esser versate al Mufti e la cosa era da farsi al più presto. In un mese o due, alla luce dei risultati raggiunti, l'Italia avrebbe potuto corrispondere «un'ultima sovvenzione globale di sensibile ammontare», comunque inferiore alle 120.000 sterline richieste. Insieme al denaro avrebbero dovuto essere fornite le armi.
    Dovendosi ancora incontrare con lui il 27 luglio a Ginevra, il maggiore del SIM promise al palestinese di fargli conoscere le decisioni adottate da Ciano. A questa data tutte le somme dagli italiani investite in Palestina dal 1934 ammontavano a circa 100.000 sterline.
    Desideroso di dare una risposta esauriente alle richieste palestinesi, Berionni il 23 luglio comunicò a Ciano quanto aveva intenzione di dire all'emissario del Mufti, attenendosi a due principi.[34] Il primo era che l'Italia riteneva contrarie alla causa palestinese e ai propri interessi nel Mediterraneo e nel Mar Rosso le conclusioni della Commissione reale, che il 7 luglio aveva pubblicato il suo rapporto raccomandando la spartizione della Palestina in uno Stato arabo, uno ebraico e una parte, comprendente Gerusalemme e i Luoghi Santi, sotto amministrazione inglese.[35] Il secondo era che Roma si sarebbe impegnata al massimo per evitare che tali conclusioni fossero applicate, pur non potendo subito indicare i mezzi per poter conseguire l'intento, giacché non partecipava ad alcuna attività della Società delle Nazioni e il problema aveva sviluppi solo societari. L'Italia avrebbe fatto di tutto «per aiutare con mezzi indiretti e riservati gli arabi di Palestina, pur non potendo, per ragioni puramente finanziarie corrispondenti agli enormi sforzi che deve fare per valorizzare l'Impero, accordare altre sovvenzioni».[36] Pertanto, in agosto, avrebbe provveduto a versare le 5.000 sterline ancora dovute sulla sovvenzione concessa lo scorso anno e fornito, appena possibile, le armi e le munizioni promesse. Roma avrebbe studiato la possibilità di far preparare da propri tecnici degli esperti palestinesi, in materia di attentati.
    Alla richiesta formulata da ‘Alamî di ordigni esplosivi da impiegare in attentati agli oleodotti, Berionni riteneva che si dovesse dare una risposta negativa per quanto riguardava il loro invio da Rodi (dove velieri del Mufti sarebbero andati a prenderli), aggiungendo però che si stava studiando la possibilità di inviarli con la nota partita di armi e munizioni. Tutte queste proposte formulate dal maggiore del SIM furono approvate dal ministro degli Esteri.
    Berionni nell'incontro del 27 luglio disse all'emissario palestinese che Ciano riteneva il momento attuale propizio per riprendere la rivolta, aggiungendo che si trattava solo di un consiglio amichevole al Mufti, il cui inviato ribatté che la ripresa immediata dell'insurrezione, senza la concessione d'altri fondi, sarebbe stata problematica.[37]
    Da un appunto per Ciano del 28 luglio risulta che Berionni aveva anche comunicato ad ‘Alamî quanto disposto da Palazzo Chigi riguardo al versamento della residua quota di 5.000 sterline e circa la partita di armi e munizioni da fornirsi, con l'aggiunta di un apparecchio radio da campo, tramite il re saudita. L'emissario del Mufti gli avrebbe fatto sapere entro settembre dove versargli la somma; intanto confermava gli accordi intercorsi con Ibn Sa‘ûd sulla fornitura di armi, munizioni e radio. Quanto alla preparazione degli esperti in attentati, i due si erano accordati per esaminare la questione e considerare la possibilità di far venire in Italia Darwîsh Jawak per fargli apprendere quanto necessario a preparare altre persone in Palestina. Sull'eventualità di una fornitura, via Rodi, di ordigni esplosivi fu data, per volere di Ciano, una risposta evasiva.[38]
    Nei primi giorni dell'agosto 1937 Carlo Arturo Enderle[39], uno dei più efficienti contatti segreti italiani operanti con gli esponenti arabi e islamici, si incontrò con Aumi Abdul Chadri Bey il quale, a nome del Supremo Comitato Arabo, informava le autorità italiane che era predisposta la rivolta quale protesta contro la divisione della Palestina. Gli arabi si erano assicurati un contingente di armi e altre contavano di ottenerne dall'Iraq e dai loro amici in Transgiordania e in Arabia Saudita; la rivolta si sarebbe pertanto protratta da sei a dodici mesi. Chadri aggiungeva che l'ambasciatore tedesco a Baghdad aveva dichiarato che Berlino non poteva inviare direttamente armi ai rivoltosi, ma era disponibile a far aggiungere a quelle fornite all'esercito dell'Iraq delle aliquote destinate alla Palestina e ciò gratis purché il governo iracheno si fosse mostrato disponibile all'operazione. [40]
    Tramite il loro emissario i capi del movimento arabo-palestinese chiedevano che Germania e Italia esercitassero pressioni sui rappresentanti delle potenze amiche presso la Commissione dei mandati, perché una di queste almeno votasse contro la divisione della Palestina, per consentire agli arabi di condurre a termine i preparativi della rivolta e per poter traccheggiare fino allo scoppio della guerra mondiale, ritenuta non lontana. Allora gli arabi si sarebbero schierati a fianco dell'Asse.
    Oltre che Aumi Bey, con il quale parlò degli eventuali luoghi di sbarco delle armi, Enderle incontrò Jamâl al-Husaynî, uno degli organizzatori e dei capi della rivolta antibritannica, che sottolineò la pericolosità, per tutti i Paesi mediterranei, della creazione di uno Stato ebraico che si sarebbe per forza trasformato in un centro industriale e commerciale asservito agli interessi britannici in Medio Oriente. Esso avrebbe costituito una roccaforte militare inglese dall'organizzazione sempre più completa quanto più disubbidiente fosse diventato l'Iraq.[41]



    Il 22 settembre al-‘Alamî informò il suo interlocutore di Palazzo Chigi che il Mufti aveva intenzione, d'accordo con Ibn Sa‘ûd e con i nazionalisti iracheni e siriani, di iniziare in novembre un movimento, che sarebbe durato almeno un anno, per abbattere il regno di ‘Abdallâh di Transgiordania e provocare la caduta del progetto Peel. Obiettivo fondamentale la fine del mandato inglese nei Paesi dell'area mediorientale e la costituzione di una repubblica comprendente la Palestina e la Transgiordania o di una più ampia federazione tra questi due Paesi, Siria, Iraq e Arabia Saudita.[42] Al-Husaynî sollecitava pertanto, oltre all'invio quanto prima di 50.000 sterline e di altre 5.000 al mese per l'intera durata del moto rivoluzionario, le armi e le munizioni promesse. Il fiduciario del Mufti garantiva che, anche nel caso in cui l'Italia non avesse fornito gli aiuti, il movimento avrebbe avuto comunque luogo. In tal caso, però, prevedeva che nel giro di qualche mese gli inglesi sarebbero riusciti a soffocare nel sangue la rivolta.
    A Mûsà al-‘Alamî furono promessi i seguenti mezzi: la sovvenzione di 15.000 sterline iniziali, invece delle 50.000 richieste dal Mufti; quella mensile di altre 5.000 per la prevedibile durata del movimento, circa un anno; armi e munizioni nella misura promessa o maggiore; forniture speciali.[43]
    Per far arrivare il tutto a destinazione il governo saudita o quello iracheno avrebbe dovuto chiedere ufficialmente delle forniture agli italiani, che le avrebbero subito concesse a condizioni vantaggiose e dietro pagamento; Roma avrebbe provveduto a restituire al Mufti le somme incassate. Le armi e le munizioni sarebbero quindi passate in Palestina dall'Hijâz o dall'Iraq. Non era possibile al momento stabilire nei dettagli come, dove e da chi sarebbero state versate le somme e fatte le speciali consegne.[44] Palazzo Chigi auspicava da parte di Ibn Sa‘ûd una maggiore decisione nei rapporti con Roma. Il fatto che egli non si fosse mai deciso a richiedere ed acquistare armi in Italia aveva impedito che questa potesse procedere alle forniture per il Mufti. Le armi destinate ai palestinesi, intanto, continuavano ad essere accantonate a Taranto e lì sarebbero rimaste, per volere del ministero degli Esteri, fino all'estate dell'anno successivo.[45] La sera del 16 novembre 1937, a Milano, Alfredo Trinchieri (classe 1899 laurea in ingegneria, nel 1935 nel ruolo dei cancellieri del ministero degli Affari Esteri) consegnava al signor ‘Afîfî, un collaboratore di al-‘Alamî giunto dalla Siria, 20.000 sterline. Si trattava della prima sovvenzione da corrispondere al Mufti a fine ottobre, 15.000 sterline, più quella mensile di 5.000 per il mese di novembre. La valuta era stata nascosta in una valigia a doppio fondo preparata dal SIM e Trinchieri provvedeva ad accompagnare ‘Afîfî alla frontiera di Postumia, per intervenire nel caso in cui le autorità doganali avessero scoperto l'esportazione di valuta e arrestato ‘Afîfî. A questi fu anche detto che in gennaio un altro fiduciario sarebbe venuto a ritirare la mensilità di dicembre e che in quel momento si sarebbe esaminata la possibilità di far pervenire al Mufti denaro o altro materiale tramite il consolato italiano a Damasco. Allora si sarebbe pensato alla possibilità di un incontro con ‘Alamî in Egitto, in Turchia o altrove; per adesso gli italiani attendevano di conoscere se la somma rimessa fosse regolarmente pervenuta.[46]
    Quella di ‘Afîfî era una missione limitata non essendo egli al corrente nei dettagli né dei rapporti dell'Italia col Mufti né di tutta la situazione in Palestina. Da parte di al-‘Alamî riferiva che tutto si stava svolgendo come previsto; che il Mufti aveva urgente bisogno di denaro e di armi, dato che per queste Ibn Sa‘ûd poteva prestarsi come tramite solo dopo la fine del pellegrinaggio e cioè fra circa quattro mesi; che per l'invio del materiale edelle altre sovvenzioni mensili sarebbe stato necessario stabilire contatti col consolato italiano in Siria. Invitato a precisare come si sarebbe potuto provvedere all'invio delle armi senza dover ricorrere al re saudita, ‘Afîfî affermava che, con il consenso siriano, il Mufti voleva organizzare un rifornimento di contrabbando, imbarcando a Rodi il materiale su velieri e trasportandolo sulle coste davanti Latakia, fra Tripoli di Siria e Alessandretta. Ritenendo l'operazione rischiosa l'emissario italiano diceva ad Afìfi che era da escludere.[47]

    · La carta araba quale strumento di pressione sulla Gran Bretagna

    Alla luce di quanto emerge dall'analisi dei documenti sopra citati risulta evidente come per il successo della rivolta l’aiuto italiano fosse considerato di primaria importanza. Tra il 1936 e il 1938 l'Italia, tramite i delegati del Mufti in Europa, divenne l'unica potenza europea ad appoggiare, pur in modo non sempre lineare, continuativo e inequivocabile, la lotta di liberazione nazionale dei palestinesi. Allo stesso tempo recise i legami che da anni aveva stretto con alcune organizzazioni sioniste. Tra il 10 settembre del 1936 e il 15 giugno del 1938 il Mufti ricevette da Roma un sostegno finanziario di 138.000 sterline.[48] Nel periodo compreso tra il luglio del 1936 e la fine dell’anno successivo, anche grazie a Ciano, interlocutore per gli arabi più disponibile del predecessore Suvich, l’impegno italiano a favore dei palestinesi aumentò, pur permanendo un prudente atteggiamento da parte sia di Palazzo Chigi sia del SIM. Se entrambi fecero il possibile per evitare il coinvolgimento in alcuni progetti del Mufti, come quello d'inquinare l’acquedotto di Tel Aviv, approvato da Mussolini, e non inviarono le armi per le difficoltà sopra esposte, versarono somme di denaro certamente significative, per quanto inferiori alle richieste a causa della scarsa disponibilità di valuta pregiata.
    Tanto da Ciano quanto da Mussolini la carta araba fu considerata uno strumento di pressione sull'Inghilterra e sulla Francia, una moneta di scambio, tanto più preziosa nel caso ci fosse stata la possibilità di aprire un’effettiva trattativa per un accordo sul Mediterraneo. Stando così le cose non è casuale il fatto che sull’onda delle speranze suscitate dagli accordi di Pasqua, l'Italia bloccasse subito gli aiuti ai movimenti antibritannici moderando il tono delle trasmissioni di Radio Bari.
    Roma, nei primi mesi del 1938, tenendo conto del positivo andamento assunto dai negoziati con Londra, decise di porre fine a qualsiasi tipo di appoggio al Mufti che si doveva accontentare dell’aiuto «morale e indiretto, assai più vantaggioso di quello materiale dell’Italia». Palazzo Chigi aveva fatto sapere a Mûsà al-‘Alamî, che l'Inghilterra sembrava ormai consapevole di come la propria politica a sostegno dei sionisti fosse fallita e che, di conseguenza, quella verso gli arabi «sarebbe stata in avvenire notevolmente avvantaggiata da tale fatto». Roma raccomandava quindi agli arabi di cercare «una qualche intesa col governo britannico anche se questa dovesse soddisfare soltanto parzialmente le aspirazioni nazionali della Palestina».[49]
    A fine marzo ‘Alamî, incontrandosi a Roma con un emissario del ministero degli Esteri, gli esprimeva la «imperitura» gratitudine dei nazionalisti arabi e del Mufti il quale auspicava che, trattando con l’Inghilterra, l’Italia non abbandonasse la Palestina all’improvviso.[50]
    Gli arabi avevano al momento il vantaggio dell'iniziativa in Palestina quantunque la Gran Bretagna disponesse nel Paese di 36.000 uomini ben armati. Pertanto il Mufti prevedeva che in aprile l’insurrezione in Transgiordania, da tempo prevista e già rimandata, avrebbe avuto inizio. Egli era fiducioso nella riuscita del movimento e nella sua forza. Non a caso aveva ricevuto dagli inglesi, a modifica del rapporto Peel, alcune proposte. La prima prevedeva la divisione della Palestina in tre zone con l’assegnazione allo Stato arabo indipendente di tutta la Galilea, della zona a Sud di Giaffa (già assegnate allo Stato ebraico) e del corridoio Giaffa-Gerusalemme. Quest'ultima e Betlemme sarebbero state sottoposte a mandato inglese. La sola zona di Haifa e Giaffa (Tel-Aviv) sarebbe stata concessa agli ebrei, senza limiti di immigrazione.
    In alternativa a questa prima ipotesi ne esisteva un'altra che prevedeva una Palestina indipendente sotto l’egida della Società delle Nazioni con un'apposita convenzione che stabilisse che per un dato numero di anni gli ebrei non avrebbero dovuto superare il 35 per cento della popolazione. Gli ebrei sembravano disponibili ad accettare la costituzione di un tale Stato al cui interno essi non avrebbero mai dovutoandare oltre quella percentuale riferita alla popolazione palestinese, escludendo, quindi, gli ebrei «non cittadini» della Palestina.
    Il Mufti e i nazionalisti arabi parevano disposti ad accettare la soluzione che prevedeva il mandato inglese su Gerusalemme e Betlemme; uno Stato ebraico comprendente le zone al momento popolate in prevalenza da ebrei (Haifa-Giaffa), macon divieto di un'ulteriore immigrazione sionista; uno Stato arabo indipendente per il resto del territorio. Una soluzione del genere si riteneva in quel momento raggiungibile soprattutto qualora, come si prevedeva, il ministro delle Colonie inglese avesse rassegnato le dimissioni.
    Al-‘Alamî aggiunse che le speranze del Mufti si sarebbero più facilmente tradotte in realtà se egli avesse potuto contare ancora sull’aiuto del governo italiano cui veniva chiesto il versamento di una sovvenzione di 20.000 sterline subito e di un'altra di 10.000 sterline mensili per cinque mesi ancora: un totale di 70.000 sterline che sarebbero servite a dare al movimento in Transgiordania il massimo vigore e a mantenere un governo provvisorio da costituire subito dopo lo scoppio della rivolta. L'interlocutore di ‘Alamî, nell'appunto per Ciano, ricordava a questi che nel settembre del 1937 erano state promesse alla resistenza palestinese15.000 sterline, già versate in novembre, e 5.000 sterline al mese o 10.000 sterline ogni due mesi per la prevedibile durata di un anno. Quest’ultima concessione importava quindi un onere complessivo di 60.000 sterline: finora ne erano state versate 25.000, mentre altre 35.000 erano da versarsi ancora, fino al novembre 1938. Al-Husaynî faceva affidamento sul sostegno italiano per non dover contare sul sovrano saudita che forse avrebbe reclamato la cessione di una parte della Transgiordania a rivoluzione ultimata.
    Nonostante il redattore dell'appunto consigliasse a Ciano l’opportunità di regolare i rapporti con i palestinesi con un'ultima notevolesovvenzione di poco superiore alle 35.000 sterline da versarsi e inferiore alle 70.000 sterline che desiderava il Mufti, il 30 marzo al-‘Alamî fu informato della decisione di Mussolini di interrompere ogni sovvenzione dopo un ultimo versamento di 10.000 sterline. L'emissario arabo insistette, invano, affinché fosse ancora esaminata la possibilità di un aumento dell'ultima sovvenzione, in modo tale da consentire al Mufti un energico sforzo finale e dargli la possibilità di trattare con gli inglesi per raggiungere una soluzione del problema che fosse per gli arabi la più conveniente.[51]



    La delusione di al-Husaynî per questa nuova politica araba di Roma si accrebbe con gli «accordi di Pasqua» del 16 aprile 1938. Un appunto per Ciano del 10 giugno 1938 riferisce dell'incontro che un anonimo funzionario del ministero degli Esteri ebbe con il fiduciario del Mufti a Lucerna. ‘Alamî dichiarò di avere comunicato al suo capo il contenuto delle ultime conversazioni e che egli si era reso conto delle ragioni che avevano indotto Roma a troncare gli aiuti.[52] La comunione d'interessi che legava i Paesi arabi all’Italia non poteva che continuare a mantenere i rapporti sul piano della più stretta amicizia ma le ripercussioni dell’intesa con la Gran Bretagna nel Vicino Oriente erano state sfavorevoli anche per l'intensa propaganda fatta, dopo la firma degli accordi, a danno dell'Italia dagli inglesi, i quali avevano diffuso la voce che, con un patto segreto, era stata data loro mano libera in quell'area. La situazione degli insorti in Palestina era divenuta critica e Londra, dopo l'intesa con l'Italia, aveva ritirato le offerte fatte in precedenza, rimettendosi alle decisioni che avrebbe preso la nuova commissione d’inchiesta. Le prospettive per i palestinesi erano tutt'altro che rosee e in mancanza di ulteriori aiuti il movimento avrebbe dovuto presto cessare.
    L'emissario di Ciano dichiarò ad ‘Alamî che ciò non dipendeva dall’Italia. Roma, del resto, non poteva mantenere più a lungo uno stato quasi prebellico con l’Inghilterra per vedere risolta la questione della Palestina. Gli aiuti erano sempre stati consistenti e «disinteressati» e la mancata riuscita del movimento non era imputabile agli italiani. Se il re saudita avesse, a suo tempo accettato, e non solo a parole, di farsi tramite per l’invio ai palestinesi delle notevoli partite di armi, munizioni ed esplosivi che per circa due anni gli italiani avevano tenute inutilmente accantonate, il movimento stesso avrebbe già avuto il risultato che il Mufti si era prefisso. Questo faceva notare il funzionario all'emissario palestinese, cui non restava altro che convenire in pieno.
    ‘Alamî rivolgeva un’ultima preghiera del Mufti al Duce: «Data la impossibilità di trattare più con gli inglesi, data la necessità di cessare ben presto il movimento, il Mufti invoca da V. E. un ultimo aiuto, di qualsiasi entità (munizioni e danaro) per compiere un ultimo supremo sforzo che lo metta possibilmente in grado di ottenere dagli inglesi una onorevole capitolazione».[53] A sostegno della richiesta l'emissario arabo portava, invano, varie argomentazioni, tra cui quella dell'opportunità di non dare agli inglesi la prova che l’agitazione in Palestina fosse fomentata dall'Italia con il fatto che, terminato l'aiuto di Roma, dopo gli accordi, essa sarebbe finita. Per l'Italia adesso era impossibile continuare ad aiutare il Mufti, sebbene volesse dimostrare di avere ancora a cuore la sorte dei amici palestinesi. Il grande «NO» siglato da Ciano sull'appunto per lui redatto eliminava ogni dubbio sul nuovo atteggiamento verso la Palestina.
    Le armi che il ministero degli Esteri aveva acquistato in Belgio durante il conflitto italo-etiopico (l'intera partita di fucili, destinati dal Belgio al Negus, era stata comprata ad opera del SIM) così come altro materiale destinato ai palestinesi, nella primavera del 1938 erano ancora a Taranto, affidati al ministero della Guerra che, dopo tanti indugi e temporeggiamenti da parte di Palazzo Chigi, era adesso deciso a disfarsene o a servirsene in modo diverso. [54]
    Dopo gli accordi di Monaco del 29-30 settembre 1938, Londra, considerando i rischi che in caso di guerra avrebbero corso le sue posizioni in Medio Oriente, aveva deciso d'intensificare la repressione della rivolta in Palestina e d'allentare i rapporti coi sionisti, mentre, al fine di isolare il Mufti e intaccarne il prestigio, aveva qualificato come interlocutori privilegiati i notabili «moderati», come i Nashâshîbî, anche per indurre arabi ed ebrei a dialogare, ristabilire la pace e ridurre le tensioni in Medio Oriente.
    Nonostante gli sforzi e gli auspici britannici, gli incontri che tra il 7 febbraio e il 17 marzo 1939 si tennero a Londra tra arabi ed ebrei, non sortirono alcun risultato sebbene dai colloqui fossero stati esclusi i palestinesi schierati su posizioni radicali, i quali, come il Mufti, furono di nuovo incoraggiati a rivolgersi all’Asse: all’Italia, sebbene Roma avesse mutato allora la sua politica araba; alla Germania, per la quale, di là dalle prese di posizioni antiebraiche del nazionalsocialismo, esisteva fin dai tempi della Prima guerra mondiale una forte attrazione.
    Davanti a ulteriori richieste di al-Husaynî, fatte durante la crisi cecoslovacca, Roma assunse un atteggiamento irremovibile e chiese l'invio di un emissario. Giunto a Roma in ottobre ‘Alamî informò con dati di prima mano gli italiani sulla situazione in Terra Santa, dove, nonostante la scarsità dei mezzi disponibili, il movimento rivoluzionario arabo era riuscito ad espandersi negli ultimi tempi. Gli insorti erano padroni effettivi della maggior parte del Paese, da essi in molti centri organizzato e amministrato con la completa esclusione di ogni ingerenza britannica. Mancando i fondi, per raggiungere questi risultati, i combattenti palestinesi avevano dovuto ricorrere ad atti di brigantaggio, assaltare e svaligiare alcune banche inglesi e derubare gruppi di viaggiatori e di arabi facoltosi non aderenti al movimento. Era stato anche necessario ricorrere all'imposizione di veri e propri contributi finanziari alla popolazione che, pur essendo ormai in una condizione di miseria, aveva risposto e continuava a rispondere positivamente offrendo il proprio sostegno spirituale e materiale ai mujâhidîn i quali avevano provveduto alla costituzione di gruppi armati regolari posti sotto il comando di quattro capi, la cui azione era coordinata dal Mufti che si trovava in Libano. Un certo sostegno alla causa palestinese era giunto da alcuni Paesi musulmani. Aveva contribuito al successo del movimento anche l'inefficienza delle truppe inglesi in gran parte molto demoralizzate, al punto che in certi casi alcuni soldati si erano addirittura rifiutati di combattere.
    Al-‘Alamî informò Ciano che alcuni giorni prima del convegno di Monaco, in considerazione delle notevoli probabilità che scoppiasse una guerra europea, il governo britannico aveva offerto agli insorti una soluzione del problema molto vantaggiosa: la cessazione immediata dell’immigrazione ebraica e l'indipendenza politica. Appena risolta la crisi cecoslovacca, però, tali concessioni erano state subito ritirate. Considerato tutto questo, il Mufti aveva predisposto quanto necessario per estendere, come da tempo nei suoi propositi, il moto rivoluzionario in Transgiordania riuscendo addirittura ad assicurarsi la complicità del figlio dell’emiro ‘Abdallâh, disposto a detronizzare il padre, ritenuto un traditore della causa araba dati i suoi stretti legami con gli inglesi.
    Rinnovando le espressioni di gratitudine, il Mufti chiedeva una volta ancora a Mussolini di concedergli ulteriori aiuti, necessari per conseguire gli obiettivi che si era prefisso e che era sicurodi raggiungere. Nel dettaglio avrebbero dovuto consistere nella fornitura di almeno un milione di cartucce per fucili, fornitura da farsi, se possibile, da una delle isole italiane dell’Egeo e affidandone il trasporto ad imbarcazioni che gli insorti avrebbero colà inviate con personale di assoluta fiducia; nel versamento, entro il più breve tempo possibile, di una sovvenzione di almeno 20.000 sterline necessarie per far scoppiare la ribellione in Transgiordania; nella concessione di un sussidio mensile di 5.000 o 6.000 sterline per mantenere attivo il movimento in Palestina e Transgiordania fino al raggiungimento degli obiettivi prefissati.
    ‘Alamî dichiarò al suo interlocutore che il Mufti era molto scontento dell'atteggiamento di Ibn Sa‘ûd il quale, pur continuando ad aiutare, con finanziamenti per la verità molto modesti, il movimento, non prendeva nei riguardi della questione l'energico atteggiamento da tempo promesso, lasciandosi «trascinare lentamente dagli agenti inglesi a un livello morale certamente non consono alla posizione di prestigio finora mantenuta nel mondo mussulmano, sia col contrarre debiti, sia con lo sposare nuove mogli più giovani di lui».[55] Il funzionario di Palazzo Chigi nell'appunto per Ciano affermava che dal colloquio con ‘Alamî egli aveva avuto l’impressione che l'Italia continuasse a godere in Medio Oriente e nell'area arabo-islamica di un grande prestigio, come confermavano le rappresentanze diplomatiche, ma che gran parte dei risultati conseguiti rischiava di andare perduta qualora non fosse stato concesso nessun altro aiuto e che, qualora ‘Alamî fosse rientrato in patria senza aver ottenuto nulla, le impressioni derivanti dal fatto di aver compiuto un viaggio inutile sarebbero state sfavorevoli: «Poiché sembra assolutamente da escludersi la possibilità di fornire al Mufti le cartucce come egli vorrebbe e di dargli le sovvenzioni finanziarie che egli chiede, è da ritenersi che una sistemazione più o meno definitiva dei nostri rapporti con i Capi del movimento rivoluzionario di Palestina potrebbe essere raggiunta con la concessione di un’ultima sovvenzione divisa in due rate a breve scadenza. Tale sovvenzione per essere efficace e apprezzata dovrebbe ammontare per lo meno a 25.000 sterline. Poiché il signor Alami ha detto che il Mufti attende un cenno telegrafico per fare iniziare la ribellione in Transgiordania, si potrebbe ora fargli presente che la somma stessa verrebbe versata appena il movimento avesse avuto inizio».[56] La concessione di un ultimo notevole aiuto, corrispondente del resto alla somma già promessa ma poi non versata, avrebbe contribuito a togliere al Mufti ogni sensazione di abbandono da parte dell'Italia assicurando a Roma la possibilità di mantenere in futuro amichevoli rapporti che sarebbero potuti risultare preziosi in momenti molto delicati. Ciononostante Ciano, come aveva già fatto quattro mesi prima, non dette la sua approvazione a ulteriori finanziamenti.
    Tra l’ottobre del 1938 e il marzo del 1939 al-Husaynî si rivolse ancora a Mussolini per ottenere finanziamenti che gli avrebbero permesso, fra l’altro, di creare problemi ai francesi in Siria. Non ci fu, però, nulla da fare, per quanto alcuni esperti di Palazzo Chigi raccomandassero un atteggiamento più morbido, che non inducesse il Mufti e gli arabi a ritenersi del tutto privati del sostegno dell'Italia che non poteva pregiudicare le posizioni allora acquisite in Medio Oriente.[57]
    Per più di un anno, fino all'entrata in guerra dell'Italia, i rapporti tra Roma e al-Husaynî furono pressoché inesistenti. La politica araba di Ciano, infatti, non mutò nemmeno dopo lo scoppio del conflitto nel 1939: cosa tanto più incomprensibile considerando una serie d'eventi verificatisi nel frattempo e che l'Italia avrebbe potuto sfruttare a vantaggio proprio, oltre che degli arabi: dal maggio del 1939 l'Inghilterra, in Medio Oriente, aveva dato il via a un'intensa attività propagandistica contro l'Italia esercitando pressioni sul Cairo e Baghdad per far loro assumere un atteggiamento ostile a Roma; da novembre poi, secondo informazioni giunte a Palazzo Chigi, i nazionalisti palestinesi, siriani e iracheni stavano organizzando un vasto movimento di lotta alla Francia e all'Inghilterra; all'inizio del 1940 il Mufti inviava a Luigi Gabrielli, rappresentante italiano a Baghdad, un memoriale per illustrare i motivi per cui, scoppiata la guerra, il suo movimento aveva assunto una posizione neutrale, ed esprimere la disponibilità alla ripresa dei negoziati; nel marzo del 1940 la caduta del governo iracheno presieduto dal filobritannico Nûrî ’s-Sa‘îd e la costituzione di quello guidato da Rashîd ‘Âlî al-Gaylânî, nazionalista nemico dell'Inghilterra e vicino al Mufti; il patto di non aggressione tedesco-sovietico del 23 agosto 1939 aveva suscitato in Iran, Iraq e Afghanistan timori circa un'eventuale ripresa della tradizionale tendenza russa a espandersi verso il Golfo Persico e aveva fatto pensare all'esistenza di comuni interessi russo-tedeschi nella regione, con la perdita da parte del Reich di alcune delle simpatie di cui aveva fino allora goduto. [58]
    Nonostante tali opportunità, solo dopo l’entrata in guerra il 10 giugno 1940 l'Italia cambiò il carattere puramente strumentale della sua politica araba.

    © Stefano Fabei ( http://www.stefanofabei.it )

    Per approfondimenti:
    E. Galoppini, Il Fascismo e l'Islam



    [1] Alcuni dei documenti provenienti dall'Archivio Storico del Ministero degli Affari Esteri utilizzati in questa sede sono stati messi «a disposizione degli studiosi» da Luigi Goglia, nell'appendice ad un suo saggio su «Storia Contemporanea», a. XVII, n. 6, dicembre 1986. Quando citati, le note ad essi relative rinvieranno a questa fonte.

    [2] Ci riferiamo ai nostri Una Vita per la Palestina (Storia del Gran Mufti di Gerusalemme), Milano, 2003 e L'Italia fascista e la Palestina, al momento in cantiere,di cui il presente saggio costituisce un'anticipazione.

    [3] Nato nel 1886, Mariano De Angelis si era laureato in scienze economiche e commerciali nel 1907 e in giurisprudenza nel 1912. Dal 1914 aveva iniziato la carriera diplomatica e dal 1932 al giugno 1936 ricoprì la carica di console generale a Gerusalemme.

    [4]ASMAE, «Promemoria» di Mariano De Angelis del 2 febbraio 1936-XIV, in Goglia L., Il Mufti e Mussolini: alcuni documenti italiani sui rapporti tra nazionalismo palestinese e fascismo negli anni trenta, in «Storia Contemporanea», dicembre 1986, pp. 1211-1212.

    [5]‘Ulamâ’: plurale di âlim,letteralmente «sapienti». Nome attribuito nel mondo islamico ai teologi e ai giureconsulti, e, in generale, ai depositari del sapere religioso dell’Islâm.

    [6] Cfr.Darwaza I., Hawla al-harakat al-‘arabiyyat al-hadîtha [Sul movimento arabo moderno], Sidone, 1951, p. 120.

    [7] Cfr. al-Ghûrî E., Filastîn ‘abra sittîn ‘âman [La Palestina attraverso sessant’anni], Beirut, 1973, vol. II, p 47.

    [8] Cfr. ASMAE, «Appunto per Sua Eccellenza il Capo del Governo» del 7 maggio 1936-XIV, (sul lato sinistro in alto del foglio un «Si» e la sigla di Ciano, in alto a destra un segno di visto «V» e la sigla «M» di Mussolini), in Goglia L., art. cit., p. 1212.

    [9] Ibidem e ASMAE, «Appunto per S. E. il Ministro» di De Angelis, del 9 luglio 1936-XIV, ibidem, p. 1213.

    [10] Cfr. ASMAE, Gabinetto Segreto, sc. II, fasc. «Rivolta in Palestina».

    [11] ASMAE, «Appunto per S. E. il Ministro» di De Angelis, del 9 luglio 1936-XIV, in Goglia L., art. cit., p. 1214.


    [12] ASMAE, «Relazione di Massima» del 15 luglio 1936, (approvata pienamente da Ciano il 20 luglio 1936), ibidem, pp. 1216-1218.

    [13]ASMAE, «Appunto per S.E. il Ministro» del 22 luglio 1936-XIV, (il documento, in alto a destra reca il segno visto e la «M» di mano del Duce), ibidem, p. 1219.

    [14] Nato a Gerusalemme nel 1897, figlio di un proprietario terriero, si laureò all'università di Cambridge. Negli anni Trenta fu segretario dell'Alto Commissario e consigliere della Corona nell'amministrazione mandataria. Dal 1936 segretario generale del Dipartimento legale di Gerusalemme, partecipò alla grande rivolta insieme al Mufti. Fu membro della delegazione palestinese alla conferenza di Londra e rappresentante dei partiti palestinesi alla conferenza preparatoria per la fondazione della Lega araba nel 1945. Fondò l'ufficio di propaganda arabo-palestinese a Gerusalemme, Beirut, Londra e Washington e creò uno speciale fondo per aiutare i contadini a conservare le loro terre nel 1945. Dopo la guerra del 1948 fondò la Società araba di sviluppo di Gerico; morì l'8 giugno 1984 a Gerusalemme.

    [15] Cfr. ASMAE, «Appunto» del 10 settembre 1936-XIV, in L. Goglia, art. cit., p. 1220.

    [16] Cfr. ASMAE, «Appunto per il Duce» del 26 settembre 1936-XIV, ibidem, p. 1222. Il materiale che nell'incontro con l'emissario arabo il funzionario di Palazzo Chigi aveva definito già pronto, in realtà non lo era ancora. Vedi a proposito: AUSSME, Carteggio SIM, Raccoglitore N° 2, Verbali di armi belghe in Palestina tramite l'Italia (1936-1937-1938), Saudia e Yemen. Materiale per ignota destinazione, 1936 - 1) Precedenti 1° periodo, 1936, «Promemoria, segreto e urgente, del Capo di Gabinetto del ministero della Guerra ai direttori generali dell'Artiglieria e del Genio, e, per conoscenza al SIM», novembre 1936, A. XV, prot. 86371; «IlMinistero della Guerra - Direz. Generale Artiglieria - Div. 2ˆ - Sez. 2ˆ, alle Direzioni di Artiglieria di Roma e Napoli»; oggetto: approntamento munizioni, 30 novembre 1936 A. XV, prot. 1259 S; «IlMinistero della Guerra - Direz. Generale Artiglieria - Div. 2ˆ - Sez. 2ˆ, alle Direzioni di Artiglieria di Roma e Napoli»; oggetto: approntamento munizioni, 1° dicembre 1936 A. XV, prot. 1278 S; «La Direzione generale del Genio al Gabinetto del ministero della Guerra»; oggetto: esplosivi per destinazione speciale, 1° dicembre 1936 A. XV, prot. 579 R. P.; «La Direzione generale del Genio all'Ufficio lavori Genio militare di Milano e, per conoscenza al SIM, e alla Direzione artiglieria R. E., Taranto»; oggetto: esplosivi per destinazione speciale, 1° dicembre 1936 A. XV, prot. 583 R. P.

    [17] Cfr. ASMAE, «Appunto per S.E. il Ministro» del 1° gennaio 1937-XV, (in alto a destra, visto e sigla M di Mussolini di suo pugno), in Goglia L., art. cit., p. 1222.

    [18] Cfr.AUSSME, Carteggio SIM, Raccoglitore N° 2, Verbali di armi belghe…, 1) Precedenti 1° periodo, 1936, «Relazione sulla missione compiuta in Palestina» Roma, 3 gennaio 1937-XV, p. 2.

    [19] Cfr. ASMAE, «Appunto per S.E. il Ministro» del 1° gennaio 1937-XV, cit., in Goglia L., art. cit., p. 1223.

    [20] Cfr.AUSSME, Carteggio SIM, Raccoglitore N° 2, Verbali di armi belghe…, 1) Precedenti 1° periodo, 1936, «Il Ministero della Guerra - Servizio Informazioni Militari al Signor Capo di Gabinetto»; oggetto. Materiale bellico per destinazione speciale, 19 dicembre 1936-XV, prot. 353;«La direzione di Artiglieria di Taranto del Corpo d'Armata di Bari (I) - Ufficio Tecnico Segreteria al Ministero della Guerra - Gabinetto», 23 dicembre 1936 XV, prot. 718/S.

    [21] AUSSME, ibidem, «Relazione sulla missione compiuta in Palestina» Roma, 3 gennaio 1937-XV, p. 5.

    [22] ASMAE «Appunto per S.E. il Ministro» del 1° gennaio 1937-XV, (in alto a destra, visto e sigla M di Mussolini di suo pugno), in Goglia L., art. cit., p. 1223; AUSSME, Carteggio SIM, Raccoglitore N° 2, Verbali di armi belghe…, 1) Precedenti 1° periodo, 1936, «Relazione sulla missione compiuta in Palestina» Roma, 3 gennaio 1937-XV, p. 6.

    [23] Sulle vicende dei «materiali per ignota destinazione» fino al 4 marzo 1937, ovvero alla sospensione del loro invio decisa da Palazzo Chigi vedi:AUSSME, Carteggio SIM, Raccoglitore N° 2, Verbali di armi belghe in Palestina tramite l'Italia (1936-1937-1938), Saudia e Yemen. Materiale per ignota destinazione, 3) Precedenti 7ª sezione (periodo corrente), 1937-1938: «Comando in capo del dipartimento marittimo del Jonio e Basso Adriatico e della Piazza Marittima di Taranto alla Direzione di Artiglieria del R. Esercito - Taranto», 11 febbraio 1937-XV, prot. 5382; «Direzione di Artiglieria di Taranto del Corpo d'Armata di Bari (IX) Ufficio Tecnico - Sez. Esplosivi al Ministero della Guerra - Direzione Generale di Artiglieria Roma», 13 febbraio 1937-XV, prot. 2935; «Ministero della Guerra - Gabinetto al SIM», 21 febbraio 1937-XV, prot. 02162; «Servizio informazioni militare», 23 febbraio 1937-XV, prot. 7/658; «Ministero della Guerra - Gabinetto - alla Direzione di Artiglieria», 26 febbraio 1937-XV, prot. 02394; «Ministero della Guerra - Gabinetto - al Ministero della Marina - Gabinetto», 26 febbraio 1937-XV, prot. 02463; «Direzione Generale del Genio Militare all'Ufficio Lavori Genio Militare - Milano», 1 marzo 1937-XV, prot. 1443 R.P.; «Ministero della Marina - Gabinetto - al Ministero della Guerra - Gabinetto», 27 febbraio 1937-XV, prot. B 3294.

    [24] Cfr. ASMAE, «Relazione relativa alla missione compiuta ad Atene il 20 gennaio 1937 (seguito missione compiuta in Palestina il 15-XII-36)» del 22 gennaio 1937-XV, in Goglia L., art. cit., pp. 1224-1225.

    [25] Casto Caruso, nato nel 1904, diplomato in cultura coloniale 1920, laureato in giurisprudenza e in scienze politiche aveva iniziato la carriera diplomatica nel 1928, al gabinetto del ministro degliEsteri dal 21 ottobre 1935 al giugno 1939.Negli incontri con gli emissari del Mufti il suo nome di copertura era quello di «Dott. Hoff» e nella corrispondenza quello di «Jamil».

    [26] Cfr. ASMAE, «Relazione relativa alla missione compiuta ad Atene il 20 gennaio 1937 (seguito missione compiuta in Palestina il 15-XII-36)» del 22 gennaio 1937-XV, in Goglia L., art. cit., p. 1227.

    [27] AUSSME, Carteggio SIM, Raccoglitore N° 2, Verbali di armi belghe in Palestina tramite l'Italia (1936-1937-1938), Saudia Yemen. Materiale per ignota destinazione, 1937 - 2) Precedenti 2° periodo, 1937: «Ministero della Guerra - SIM, Promemoria», 10 aprile 1937 - XV.

    [28] Cfr. AUSSME, ibidem, «Ministero della Guerra - SIM, Promemoria», 10 aprile 1937 - XV; «Il Ministro degli Affari Esteri al Ministro della Guerra», 15 aprile 1937 - XV, 3438.

    [29] Cfr. AUSSME, ibidem, «Il Ministero della Guerra - Gabinetto al Sig. Colonnello Comm. Paolo Angioy - SIM - Segreto-Urgente», oggetto: invio armi 17 aprile 1937 - XV, prot. 05503 e due allegati.

    [30] In un «Pro-memoria per T. Colonnello Balzani, Gabinetto Guerra» del SIM, senza data, ma collocabile cronologicamente in quei giorni dell'aprile 1937 si legge: «Riferimento a precedente pratica per fornitura materiale bellico al governo Saudiano. Segnalare al M. E. che materiale di provenienza belga non è più disponibile. M. E. non ha nulla in contrario che fornitura cui sopra comprenda esclusivamente materiale bellico di fabbricazione italiana». (AUSSME, ibidem).

    [31] Cfr. AUSSME, ibidem, «Il Ministero della Guerra - Direzione Generale Genio - al Comando Corpo S. M. - Ufficio Trasporti», oggetto: spedizione esplosivi ed incendivi, 30 aprile 1937, XV, prot. 1708 - R.P.; «Promemoria del Ministero della Guerra - Gabinetto - al Direttore Generale Artiglieria, al Direttore Generale del Genio, SIM», in data 15 maggio 1937, XV, prot. 07585. Per l'elenco dettagliato dei materiali accantonati a Taranto vedi: «Promemoria del Ministero della Guerra - Gabinetto per il Signor Vice Capo del SIM», 17 maggio 1937, prot. 07740.

    [32] Cfr. AUSSME, ibidem, «Colloquio con Caruso », 26 maggio 1937.

    [33] ASMAE, «Appunto per S. E. il Ministro» del 18 luglio XV, (reca la scritta di pugno di Ciano in alto al centro della prima pagina «Al Duce», al lato sinistro il visto e la M di Mussolini; sull'ultimo paragrafo del punto a si legge «armi non soldi oltre le 5.000»), in L. Goglia, art. cit., p. 1231.


    [34] Cfr. ASMAE, «Appunto per S.E. il Ministro» del 23 luglio XV, (un vistoso «sta bene» scritto trasversalmente sua quasi tutta la prima pagina e la sigla di Ciano), ibidem, p. 1227.

    [35] Con la relazione della Commissione Peel, alle cui decisioni il SCA del Mufti si oppose, il sionismo aveva conseguito una significativa vittoria riuscendo per la prima volta a vedere posta in termini ufficiali la questione dello Stato ebraico; ciò non impedì tuttavia che l'Agenzia ebraica si pronunciasse contro la spartizione del Paese, considerato una violazione ai termini del mandato, dato che il Focolare Nazionale Ebraico riguardava tutta quanta la Palestina e non una parte di essa. (Cfr. OM, XV, 1937, p. 390).

    [36] ASMAE, «Appunto per S.E. il Ministro» del 23 luglio XV, cit., in Goglia L., art. cit., p. 1227.

    [37] Cfr. ASMAE, «Appunto per S. E. il Ministro» del 28 luglio 1937-XV, ibidem, pp. 1228-1229.

    [38] Cfr. ASMAE, «Appunto per S. E. il Ministro», del 28 luglio 1937-XV, ibidem, pp. 1234-1235.

    [39] Il professor Enderle (‘Âlî Ibn Jafer) era nato a Roma nel 1892 da genitori musulmani d'origine rumena. Docente di Psichiatria all'università di Roma, ex ufficiale medico, era consulente neurologo dell'Opera Nazionale Balilla.

    [40] ASMAE, «Incontro con Aumi Abdul Chadri Bey - 3, 4, 5, agosto 1937», ibidem, p. 1235.

    [41] ASMAE, «Conversazioni con Sayed Giamal El Husseini 7/8/37 », ibidem, p. 1238.

    [42] Cfr. ASMAE, «Appunto per il Duce» del 22 settembre 1937-XV, (sul documento è scritto «approvato in tutto riducendo le 50.000 a 25.000 sterline la prima nuova sovvenzione 23-9-1937»), ibidem, p. 1239.

    [43] Cfr. ASMAE, «Appunto per S. E. il Ministro» del 24 settembre 1937-XV, ibidem, pp. 1239-1240.

    [44] Cfr. ASMAE, «Promemoria» del 28 novembre 1937 - XVI relativo agli accordi presi con ‘Alamî il 24 settembre 1937, ibidem, pp. 1241-1242.

    [45]Dopo il 4 marzo 1937 il ministero della Guerra – interessato alla possibilità di disporne – aveva ripetutamente interpellato Palazzo Chigi per sapere cosa fare delle armi accantonate a Taranto. Il ministero degli Esteri inizialmente aveva chiesto di tenere ancora impegnati per qualche tempo i materiali, aggiungendo che entro un mese al massimo, e quindi entro l'agosto del 1937, avrebbe preso delle decisioni definitive in merito. Cosa che non avvenne se non nella seconda metà del 1938. Sulle armi e gli esplosivi concentrati a Taranto e sul loro «stato di conservazione» vedi i seguenti documenti: AUSSME, Carteggio SIM, Raccoglitore N° 2, Verbali di armi belghe…, 3) Precedenti 7ª sezione, (periodo corrente) 1937-1938: «Il Comando del Corpo di Stato Maggiore - SIM al Gabinetto del Ministero della Guerra », 11 luglio 1937 A. XV, prot. 7/2875; «Il Gabinetto del Ministero della Guerra al Capo del SIM», 12 luglio 1937-XV, prot. 012998; «Il Gabinetto del Ministero della Guerra al Sig. Capo del SIM», 6 agosto 1937-XV, prot. 019463; «Comando del Corpo di Stato Maggiore - SIM al Ministero Affari Esteri», 9 agosto 1937-XV, prot. 7/3421; «Comando del Corpo di Stato Maggiore - SIM al Gabinetto - Sede -», 12 agosto 1937-XV, prot. 7/3488; «Il Gabinetto del Ministero della Guerra al Sig. Direttore Generale del Genio, al Sig. Direttore Generale d'Artiglieria, al Sig. Capo Servizio del SIM», 13 agosto 1937/XV, prot. 015859; «Il Gabinetto del Ministero della Guerra al Sig. Direttore Gen. del Genio», 31 agosto 1937-XV, prot. 016959; «Direzione d'Artiglieria di Taranto del Corpo d'Armata di Bari (IX) al Ministero della Guerra, Direzione Generale Artiglieria Roma, 27 ottobre 1937-XV, prot. 768/S; «La Direzione Generale di Artiglieria al Gabinetto - sede», 31 ottobre 1937-XV, prot. 4909 S; «La Direzione Generale di Artiglieria - Ufficio del Direttore Generale alla Direzione Artiglieria Taranto», 19 gennaio 1938 Anno XVI, prot. 363 Segreto; «La Direzione Generale del Genio alla Direzione Generale di Artiglieria - sede», 17 gennaio 1938 Anno XVI, prot. 23039; «La Direzione Generale di Artiglieria - Ufficio del Direttore Generale alla Direzione Generale del Genio», 25 gennaio 1938 Anno XVI, prot. 455 Segreto; «La Direzione Generale di Artiglieria - Ufficio del Direttore Generale al Gabinetto - Sede», 10 aprile 1938 Anno XVI, prot. 1725; «Il Gabinetto del Ministero della Guerra alla Direzione Generale del Genio», 13 aprile 1938-XVI, prot. 035698; «La Direzione Generale del Genio al Comando del Corpo di S.M. - Ufficio Trasporti - Sede», 20 aprile 1938 Anno XVI, prot. 23424-RP; «Il Comando del Corpo di Stato Maggiore - Ufficio Trasporti alla Direzione Generale del Genio», 22 aprile 1938-XVI, prot. 6650.

    [46] Cfr. ASMAE, «Appunto per S. E. il Ministro», s.d., in Goglia L., art. cit., pp. 1242-1243.

    [47] Cfr. ASMAE, «Appunto per S. E. il Ministro» del 17 novembre XVI, (sul lato sinistro del foglio di pugno di Ciano «sta bene» e la sua sigla), ibidem, pp. 1243-1244.

    [48] Cfr. ASMAE, «Riassunto versamenti fatti e da farsi al Mufti di Gerusalemme dal settembre 1936-XIV», ibidem, pp. 1244-1245.

    [49] ASMAE, Gabinetto Segreto, sc. II, fascicolo «Rivolta in Palestina»: «Appunto per S. E. il Ministro, 26 gennaio 1938».

    [50] Cfr. ASMAE, «Appunto per il ministro Ciano» in data 29 marzo 1938-XVI, (al centro del primo foglio in alto «10.000» sottolineato e la sigla di Ciano, sotto il visto di Mussolini con la sua M), in Goglia L., art. cit., pp. 1246-1248.



    [51] Cfr. ASMAE, «Appunto per S. E. il Ministro» del 30 marzo 1938-XVI, (a metà della prima pagina a penna è scritto: «10.000 e non più»), ibidem, pp. 1248-1249.

    [52] Cfr. ASMAE, «Appunto per S. E. il Ministro» del 10 giugno 1938-XVI, ibidem, pp. 1249-1250.

    [53] Ibidem.

    [54] Cfr. AUSSME, Carteggio SIM, Raccoglitore N° 2, Verbali di armi belghe…, 3) Precedenti 7ª sezione, (periodo corrente) 1937-1938: «La Direzione Generale del Genio Militare all'Ufficio Lavori Genio Militare - Milano», oggetto: esplosivi concentrati a Taranto, 18 maggio 1938 Anno XVI, prot. 23464/RP.; «La Direzione Generale Genio al gabinetto del Ministero della Guerra - Sede», oggetto: armi ed esplosivi concentrati a Taranto, 27 giugno 1938 Anno XVI, prot. 23086/RP; «Il Comando del Corpo di Stato Maggiore al Ministero Affari esteri - Gabinetto - Roma», oggetto: armi e munizioni concentrate a Taranto, 28 maggio 1938 XVI, prot. 7/2555; «Il Gabinetto del Ministero degli Affari Esteri al Regio Ministero della Guerra Comando del Corpo di Stato Maggiore SIM - Roma», oggetto: armi e munizioni concentrate a Taranto, 31 maggio 1938 Anno XVI, telespresso n. 4898; «Il Gabinetto del Ministero della Guerra al Ministero degli Esteri - Europa Mediterraneo - Uff. III - Roma», oggetto: armi e munizioni accantonate a Taranto, 27 luglio 1938 A. XVI, prot. 47329.



    [55] ASMAE, «Appunto per S. E. il Ministro» del 20 ottobre 1938-XVI, in Goglia L., art. cit., pp. 1250-1253.

    [56] Ibidem.

    [57] Cfr. ASMAE, Gabinetto Segreto, sc. II, fascicolo «Rivolta in Palestina», appunti per il ministro degli Affari Esteri, Galeazzo Ciano, 12 dicembre 1938 e 13 marzo 1939.

    [58] Cfr. Archivio Storico del Ministero dell’Africa Italiana, Direzione Generale Affari Politici, elenco 3, b. 61, fasc. 66, rapporto datato 12 gennaio 1940.

  5. #5
    emiro omofobo meridionale
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    Predefinito contro tutti gli imperialismi

    vorrei ricordare, che questi "antimpreialisti" che ricevevano la spada dell'islam, erano gli stessi che massacravano, i libici e gli etiopi, che lottavano per l'indipnendenza della loro terra, invasero la jugoslavia, mettendo al potere il boia ante pavelic e tentando di fare in kosovo, quello che la nato, con la complicità di dalema riuscì a realizare qualche anno fa

  6. #6
    legione muti
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    Citazione Originariamente Scritto da Spartaco
    vorrei ricordare, che questi "antimpreialisti" che ricevevano la spada dell'islam, erano gli stessi che massacravano, i libici e gli etiopi, che lottavano per l'indipnendenza della loro terra, invasero la jugoslavia, mettendo al potere il boia ante pavelic e tentando di fare in kosovo, quello che la nato, con la complicità di dalema riuscì a realizare qualche anno fa
    massacravano i libici e gli etiopi che erano usati dall'imperialismo anglosassone come Milosevic massacrava schipetari usati dall'imperialismo americano......guarda che in Jugoslavia i fascisti sostenevano i cetnici, movimento nazionalista di liberazione mentre Tito, rinnegato dall'Urss era appoggiato da Usa e GB

  7. #7
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    Citazione Originariamente Scritto da Spartaco
    vorrei ricordare, che questi "antimpreialisti" che ricevevano la spada dell'islam, erano gli stessi che massacravano, i libici e gli etiopi, che lottavano per l'indipnendenza della loro terra, invasero la jugoslavia, mettendo al potere il boia ante pavelic e tentando di fare in kosovo, quello che la nato, con la complicità di dalema riuscì a realizare qualche anno fa
    Concordo, ma cosa c'entra questo con l'aiuto che Hitler e Mussolini offrirono ai Fedayn palestinesi ?

    E po tu nel forum "politica internazionale" non hai forse difeso l'invasione imperialista sovietica dell'Afghanistan ?

    O si è contro tutti gli imperialismi oppure si è incoerenti, mi spiace !

  8. #8
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    Citazione Originariamente Scritto da Spartaco
    vorrei ricordare, che questi "antimpreialisti" che ricevevano la spada dell'islam, erano gli stessi che massacravano, i libici e gli etiopi, che lottavano per l'indipnendenza della loro terra, invasero la jugoslavia, mettendo al potere il boia ante pavelic e tentando di fare in kosovo, quello che la nato, con la complicità di dalema riuscì a realizare qualche anno fa
    Mi sfugge il parallelo con D'Alema, puoi essere più preciso?
    Giampaolo Cufino

  9. #9
    emiro omofobo meridionale
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    Citazione Originariamente Scritto da legione muti
    massacravano i libici e gli etiopi che erano usati dall'imperialismo anglosassone come Milosevic massacrava schipetari usati dall'imperialismo americano......guarda che in Jugoslavia i fascisti sostenevano i cetnici, movimento nazionalista di liberazione mentre Tito, rinnegato dall'Urss era appoggiato da Usa e GB


    quando milsevic, ha iniziato a reprimere, commettendo anche degli eccessi, gli albanesi del Kosovo, i terroristi albanesi foragiati da tirana, questi da anni stavano cacciand con la forza i serbi ed i non albanesi, tanto che a causa del terrorismo negli anni ottanta il 50% dei serbi fu costretto a scappara dal Kosovo, che peraltro è la culla della loro civiltà, gli etiopi ed i libici, non erano una popolazione di origine straniera, diventata con la forza maggioritaria in una terra altrui, che stava praticando una pulizia etnica, verso altre popolazini locali, ma subivano una occupazine militare straniera, e lottavano contro di questa, con gli stessi criteri che voi utilizate per il Tibet, la cui causa è peraltro strumentalizata dall'imperialismo american, molto di più di quant a suo tempo, non fosse stata strumentalizata la causa etiope e quella libica, erano combattenti antimperialisti.
    In Jugoslavia il fascismo, appoggò materialmente la dittatura del macellaio ante pavelic, ed in Kosovo mandò le truppe italiane, a dare man forte ai terroristi albanesi nel tentativo di ripulire etnicamente il kosovo, sterminando o cacciando i serbi ed i non albanesi, per costruire la grande albania etnicamente pura, fortunatamente questo a suo tempo non avvenne, ma sfortunatamente si è realizato decenni dopo grazie ai paesi nato ed a dalema, così come grazie ai paesi nato, all'europa e con l'appoggio dei fascisti italiani, in crazia, si è quasi realizato il sogno di ante pavelic, di cacciare i serbi dal territorio croato

  10. #10
    emiro omofobo meridionale
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    Citazione Originariamente Scritto da cornelio
    Mi sfugge il parallelo con D'Alema, puoi essere più preciso?


    mi riferisco all'appoggi militare, dell'esercito italiano, ai separatisti albanesi negli anni quaranta

 

 
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