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  1. #161
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    L'IMPATTO DELLA FINANZIARIA SALE A 35,4 MLD

    Ansa

    Il governo sta studiando una misure per incentivare la fusione delle piccole imprese. Lo annuncia il sottosegretario all'Economia, Alfiero Grandi, comunicando che si tratterà di "un incentivo fiscale molto robusto" perché "la piccola dimensione delle imprese è un limite alla competitività".

    L'incentivo arriverà sotto forma di emendamento alla Finanziaria. Alla domanda se la crescita delle dimensione aziendale delle imprese comporti poi un limite per quanto riguarda la norma sul Tfr, visto che la devoluzione al fondo Inps è per le imprese sopra i 50, Grandi ha risposto che la questione non si pone perché si tratta di imprese molto piccole e non si arriva dunque a quel tetto.

    L'impatto complessivo della manovra cresce a 35,4 miliardi: è quanto risulta dai dati forniti dal ministro Tommaso Padoa-Schioppa alla commissione Bilancio del Senato. L'impatto della manovra come presentata alla Camera era di 34,7 miliardi. Tra le voci che cambiano quella relativa alla sviluppo: da 19,5 a 20,2 miliardi.

    PRODI: A SENATO MODIFICA PER FAMIGLIE NUMEROSE

    ''Al Senato ci sara' un' ulteriore modifica per le famiglie numerose''. Lo ha detto il presidente del Consiglio, Romano Prodi, parlando a Brescia della Legge Finanziaria. Prodi, parlando della manovra, ha affermato: ''la Finanziaria non e' come Sant'Antonio. Non e' il luogo dei miracoli. Abbiamo fatto un programma di cinque anni, oggi misuriamo il lavoro di sei mesi''. Poi scherzando ha aggiunto: ''Lasciateci un po' di lavoro per gli altri quattro anni e mezzo di governo''. Il presidente del Consiglio anche a Brescia, come aveva fatto a Milano, ha spiegato che in Finanziaria e' stato fatto il possibile ''per iniziare a dare un pochino di redistribuzione dei redditi. Dico un pochino perche' non abbiamo ridistribuito tantissimo. Abbiamo pero' iniziato a correggere quello che sembrava un'ingiustizia. L'Italia e' al 24/mo posto in Europa nella redistribuzione del reddito, quindi e' un paese ingiusto''. Prodi, parlando della Finanziaria e del suo programma, ha spiegato che non chiede l'impossibile: ''Siamo al 24/mo posto in Europa come sviluppo, non dico che voglio conquistare il primo posto, ma voglio almeno rimanere a meta' del gruppo''.

    MARINI: DA SENATO USCIRA' DIVERSA

    ''Lasciate uscire la finanziaria dal Senato, non penso che uscira' come e' entrata''. Lo ha detto il presidente del Senato, Franco Marini, intervenendo a 'Otto e Mezzo' su La7 rispondendo a Giuliano Ferrara che gli chiede se sia soddisfatto dell'entita' della manovra. Sottolineando la sua soddisfazione ''per il bel lavoro di non porre la fiducia sul dl fiscale'', Marini auspica che ''su due priorita' si trovi un'intesa tra le forze politiche, innanzitutto sulla sicurezza, poi sulla ricerca e universita', un campo su cui dobbiamo spendere di piu' perche' siamo indietro''.

  2. #162
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    Bocciatura Ocse. Tassando, tassando che male ti fo?

    di lupodellasteppa da Il Legno Storto


    E’ in un certo senso, straordinario che ci sia voluta la bocciatura dell’OCSE nell’outlook di Novembre, per accorgersi di quello che Tremonti e molti altri economisti vanno ripetendo da settimane: che una manovra basata su un poderoso prelievo fiscale si rileverà una “cura” in grado di uccidere il paziente.

    Ed è ancor più singolare che Tommaso Padoa Schioppa abbia accettato di mettere il suo nome, sotto questa sciagurata operazione.

    Quando Romano Prodi si attribuisce il merito d’aver permesso all’Italia di entrare nell’Euro, rifiutando, però, subito dopo la responsabilità del disastro che la moneta unica ha prodotto nei bilanci delle famiglie, sembra dimenticare che questo “merito”, in realtà, spetterebbe ai contribuenti italiani, che pagando profumatamente l’Eurotassa, hanno consentito quest’operazione.

    Non c’è niente di più facile, infatti, che imporre nuove tasse.

    La popolarità del governo e del Premier forse ne soffrirà un po’, ma se le elezioni sono lontane e la maggioranza è ampia o, come accade oggi, sono gli alleati ad imporlo pena la caduta del governo, incrementare la pressione fiscale non è poi un esercizio di gran capacità intellettuale né di straordinaria competenza economica.

    Un modesto commercialista con un po’ di praticaccia acquisita sul campo, avrebbe potuto farlo in modo, forse, più efficace e, sicuramente, meno caotico.

    Lo stesso Tremonti, sebbene i suoi detrattori non gli accreditino molte capacità, se non quelle di incoraggiare l’evasione fiscale, avrebbe sicuramente fatto meglio.

    Se Berlusconi avesse aumentato le tasse, avrebbe evitato di superare i parametri di Maastricht e le conseguenti critiche che gli sono piovute addosso dagli economisti sul libro paga della sinistra e gli “avvertimenti” degli euroburocrati.

    Se non lo ha fatto è perché sapeva che ridurre la capacità di spesa dei contribuenti in un periodo di crisi economica, avrebbe avuto conseguenze disastrose.

    E se Tremonti si è adoperato in tutti i modi per assicurare maggiori entrate senza un aumento della fiscalità, dovremmo tutti essergliene grati. L'aumento eccezionale delle entrate verificatisi dall'inizio dell'anno, sembra daegli ragione.

    Quel che differenza questa maggioranza da quella di centrodestra e che quest’ultima è convinta che si possano aumentare le entrate dello stato diminuendo le tasse, mentre la sinistra è convinta del contrario.

    Quello che invece non differenza questa maggioranza da quella di Berlusconi è l’incapacità a tagliare la spesa pubblica, restituendo alla responsabilità del cittadino settori come l’istruzione, la sanità e la previdenza, oggi come ieri, saldamente nelle mani dello stato.

  3. #163
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    Dal quotidiano LIBERO di oggi, un intervento di Renato Brunetta sulla fallimentare e iniqua manovra economico-finanziaria del governicchio sgovernante di Sinistra-EstremaSinistra:

    [
    Una manovra brutta, sporca e cattiva

    di RENATO BRUNETTA

    Noi l'avevamo detto già da tempo. Ora lo dice anche l'Ocse (Organizzazione (...) per lo sviluppo e la cooperazione economica), e che per questo è stata bacchettata dal Tesoro e dalla stampa compiacente, dopo che l'avevano già scritto Fondo Monetario, Banca d'Italia, tutti gli altri economisti non di regime, la finanziaria per il 2007 brutta, sporca e cattiva... e mal costruita. Troppo basata sulle entrate e niente tagli di spesa, anzi, le spese aumentano di ben 7 miliardi di euro (Tito Boeri su lavoce.info). 7 miliardi di spese in più destinati a crescere ancora con i 50 emendamenti (ora al vaglio dell'esecutivo) che il governo presenterà al Senato e che daranno origine in totale a nuove spese aggiuntive per 8, forse 9, miliardi di euro. SuquestoRifondazione Comunista, che vuole altri 500 milioni di euro per stabilizzare i precari della scuola, pone il veto minacciando di non votare la finanziaria. Così procedendo il governo otterrà un doppio risultato: ipotecherà la riduzione di spesa futura e assorbirà maggior gettito delle entrate per una nuova fiammata della spesa corrente. Fino a quando Prodi, Visco e Padoa-Schioppa si ostineranno a difendere una manovra che, sempre secondo l'Ocse, "avrà un effetto depressivo sulla crescita dei consumi" (e sulla crescita tout court diremmo noi)? Effetto negativo Un'inutile e dannosa manovra da 35+5+5 (+5 per le addizionali Irpef locali e +5 conseguenti alla manovra correttiva dello scorso Luglio) miliardi di euro che avrà effetti negativi sull'economia italiana, proprio nel momento più delicato della nostra ripresa rispetto al ciclo economico internazionale. Nonostante, infatti, rallentamento del terzo trimestre (Pil +0,3%) il trend positivo stava consolidando fin dagli ultimi mesi del 2005 e vede ora la crescita del Pil italiano oscillare tra 1,7 e 1,8% nel 2006, ma con una preoccupante flessione nel 2007. Cosa bisognava fare, dunque, per agganciare la ripresa? Era necessaria una finanziaria seria ed efficace, di continuità con il lavoro già avviato nella precedente legislatura. Una manovra coraggiosa nel tagliare la cattiva spesa pubblica corrente (e non aumentarla!!) e contemporaneamente volta a diminuire il peso dello Stato sui contribuenti. Una Finanziaria per lo sviluppo da 15 miliardi di euro (e non da 45!! l'ha riconosciuto anche il ministro Padoa-Schioppa), di cui 10 di correzione "europea", per rispettare gli accordi presi con Bruxelles (il tendenziale 2007 senza finanziaria è al 3,5%), che prevedono un rientro del parametro del deficit/Pil sotto il 3% nel 2007, e insieme provvedimenti di stimolo all'economia con 5 miliardi da destinare al taglio del cuneo fiscale. Una manovra più leggera, pertanto, che non tarpasse le ali ai consumi (come ha riconosciuto il Censis lo scorso 22 novembre), che non bloccasse gli investimenti e che, piuttosto, ponesse l'accento sulle riforme a costo zero. Vale a dire, liberalizzazioni e privatizzazioni dei mercati delle pubblic utilities, dell'energia, dei trasporti pubblici locali. In breve l'esatto contrario di quello che hanno fatto Prodi, Visco e Padoa-Schioppa. Prodi e compagni, invece, di continuare con gli allarmi sui conti pubblici e su un buco di bilancio che non c'è, dovevano semplicemente riconoscere i risultati fino ad allora ottenuti e da questi guardare in avanti. Così non è stato. Abbiamo ascoltato analisi catastrofiche e annunci di sacrifici fatti di sangue, sudore e lacrime. Tutte menzogne e falsità che alla fine si sono rivelati un boomerang per Prodi e compagni, e che sono servite solo a sfamare gli appetiti di spesa dei ministeri (e non è ancora finita...) Del resto la coalizione di governo al suo interno raggruppa diverse anime che hanno da sempre espresso opinioni differenti sulle linee di politica economica da seguire. C'è chi, all'estremasinistra, voleva una dilazione sul rientro nei parametri di Maastricht, per poter spendere di più; altri, sempre a sinistra, che volevanofar piangere i ricchi,perpoter fare una demagogica redistribuzione di reddito. Liquidazioni dubbie C'è chi, poi, come Prodi, che per mantenere le promesse fatte agli imprenditori in campagna elettorale per il taglio di 5 punti del cuneo fiscale, si è inventato manovre fantascientifiche che hanno fatto rimpiangere la tanto vituperata "finanza creativa" di Tremonti. Un esempio: hanno imposto per legge il trasferimento del Tfr dalle imprese all'Inps, una misura contabile, o meglio un'operazione di raggiro sul bilancio dello Stato, che non ha ancora ricevuto il via libera dell'Eurostat (l'ente statistico europeo). Ma l'errore più grave è stato quello di annunciare a squarciagola una lotta all'evasione fiscale che lascia forti dubbi sui propri esiti anche all'Ocse che "è cauta sull'efficacia di queste misure e proprio per questi dubbi giustifica unaprevisione di deficit/Pil2007 al 3,2%2. Un insieme, dunque, di misure aleatorie dal lato delle entrate da recupero del gettito (i risultati della lotta all'evasione fiscale si possono contabilizzare solo expost), ma che assieme agli aumenti reali sulle aliquote fiscali e agli altri inasprimenti tributari portano ad una correzione del deficit strutturale di solo mezzo punto di Pil (a causa dello spaventoso aumento delle uscite correnti), con un disavanzo di bilancio in peggioramento per il 2008 (3,3% del Pil) e un debito/Pil che "tenderà a stabilizzarsi attorno al 107%". I numeri sono dell'Ocse. Come adire: nessunamisura di taglio strutturale, niente provvedimenti di reale risanamento dei conti pubblici, niente correzione sulla già buona (per fortuna) riforma delle pensioni Tremonti-Maroni, niente razionalizzazione della spesa sanitaria, niente riorganizzazione della pubblica amministrazione. Ma allora cos'hanno fatto? Solo più tasse e più spesa. Con questa manovra per il 2007 Prodi e compagni hanno riportato la pressione fiscale ai livelli record del '97 (l'anno della tassa per l'Europa) oltre il 43%, dal 40,6% di fine 2005, azzerando in un colpo solo la lenta e difficile riduzione del carico fiscale attuata negli anni della stagnazione. Sono al governo da 6 mesi e già hanno fatto danni difficilmente riparabili. Ma potrebbero anche farne degli altri. Il ministro Padoa- Schioppa ha lanciato, nella sua audizione al Senato martedì scorso, un nuovo falso allarme, quello sul precariato. Il presidente del Senato Marini gli da man forte affermando, non si sa su che base analitico statistica, che "bisogna fermare il dilagare del precariato". Su questo informiamo i due autorevoli esponenti della maggioranza che proprio due settimane fa la Banca d'Italia, sul suo autorevole Bollettino economico (n°47 - novembre 2006), ha rassicurato sullo stato del mercato del lavoro in Italia. Non ci sono segnali di declino.Anzi "sulla base della Rilevazione sulle forze di lavoro il numero di persone occupate, calcolato indipendentemente dalla lunghezza dell'orario di lavoro, è stato pari a 22,967 milioni di unità nella media dei primi sei mesi, con un incremento del 2% rispetto allo stesso periodo del 2005 (455 mila persone)", e di questi la quota flessibile e atipica, sostanzialmente stabile rispetto al decennio precedente (12,8% nei primi 6 mesi del 2006 rispetto al 12% nella prima metà del 2005) è, in ogni caso, la metà della media europea. Un nuovo record storico degli occupati regolari e stabili in Italia. Presidente Marini, si informi meglio, e meno demagogia per favore! Un ultimo cattivo pensiero: forse l'allarme sul precariato serve solo a giustificare la regolarizzazione dei 250mila precari della scuola e degli altri lavoratori a termine nel pubblico impiego per un onere aggiuntivo di oltre un miliardo. Tutti emendamenti già pronti per l'approvazione al Senato. Aspettare ancora pochi giorni per la puntuale approvazione. E continuiamo a farci del male...

    Saluti liberali

  4. #164
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    dal quotidiano LIBERO di oggi, festa cattolico-romana dell'Immacolata....


    Maledetto Libero, ha svelato il Codice Visco

    di MATTIAS MAINIERO

    Troppo onore, viceministro Visco, troppa grazia. Lei (o chi per lei) ci lusinga, ma esagera, e non è giusto. Il nostro è solo un quotidiano. Raccontiamo le cose che avvengono nel mondo, tentiamo di interpretarle. Tutto qui. Poi arriva lei (o chi per lei) e ci dipinge come una potenza mondiale, ma noi abbiamo solo computer, mica testate nucleari. Premessa per i lettori (il ministro, o chi per lui, già sa o dovrebbe sapere): ieri ha fatto la sua comparsa in edicola una nuova rivista. Si chiama "aideM" (proprio così, il nome finisce con una maiuscola), è diretta da Giulietto Chiesa e si occupa di comunicazione
    Nel primo numero molti articoli. Uno, scritto da Roberto Seghetti, portavoce del viceministro Visco, parla anche di noi. Non troppo bene. In sintesi: Libero, come il Giornale, Italia Oggi e in parte anche il Sole 24 Ore, sarebbe responsabile del disastro della finanziaria. Meglio: del fatto che la finanziaria venga vista come una iattura da molti italiani. Avete letto bene: loro mettono le tasse e non si spiegano, loro dicono che i Suv devono pagare il superbollo, poi cambiano idea, poi la cambiano di nuovo. Loro fanno tutto. E i responsabili del caos interpretativo saremmo noi, noi giornalisti incapaci di rappresentare, un po' per superficialità e un po' (dobbiamo presumere) per malafede, la realtà. Quanto siamo cattivi
    Pensate un po': secondo il portavoce del viceministro, noi saremmo addirittura gli inventori del Grande fratello fiscale. Le cose sarebbero andate così: il governo, dovendo raccattare qualche miliardo di euro, avrebbe deciso di combattere l'evasione fiscale. Cosa buona e giusta. Sennonché, noi di Libero un bel mattino ci siamo svegliati e abbiamo scritto: italiani, attenzione, qui ci spiano. E su questo tema del buco della serratura avremmo imbastito un melodramma. Essendo poi la ben nota potenza mondiale, saremmo anche riusciti a convincere mezza Italia della bontà delle nostre tesi. Siamo proprio cattivissimi. Abbiamo una perfida fantasia. E dobbiamo fare ammenda, per ché la verità, ci spiega Seghetti, sempre portavoce del viceministro Visco, è ben diversa: anche prima del governo Prodi «era legittimamente possibile vedere» dentro i conti correnti e dunque nulla è cambiato. Oltre che cattivissimi, dobbiamo essere anche un po' stupidi. Domanda a Visco (o chi per lui): ma se nulla è cambiato, a cosa serve l'anagrafe dei conti correnti istituita dal governo? Solo a dire di aver fatto qualcosa per combattere l'evasione? Dobbiamo interpretare il tutto come una sofisticata forma di passatempo governativo? Se così dovesse essere, caro ministro, tappi il buco della serratura e si dedichi ai solitari. Come forma di passatempo è sicuramente meno nociva. Nel frattempo, ci presti un po' di attenzione. Magari, fra un tre di picche e un re di denaro, si renderà conto che Libero non può essere l'assopigliatutto e che qualche colpa, piccola, non si preoccupi, c'è l'ha pure lei, assieme ai suoi colleghi. È vero, vendiamo un bel numero di copie e sempre più lettori ci seguono e ci apprezzano. Ma vuol farci credere che i due milioni di italiani scesi in piazza per manifestare contro il governo delle tasse sono tutti lettori di Libero? E i trentamila poliziotti che hanno protestato contro la finanziaria? Non c'era nessuno tra loro che abitualmente compra Repubblica o il Messaggero o l'Unità? E gli operai che ieri allo stabilimento Mirafiori hanno contestato i sindacati? Anche loro tutti Liberodipendenti? Nel suo lungo articolo su "aideM" (sta per "Media", scritto al contrario), Roberto Seghetti elenca i meriti della riforma del Tfr. Ieri a Mirafiori la riforma del Tfr è stata la più bersagliata dagli operai. Per favore, signori metalmeccanici, smettetela di leggere Libero e di contestare i sindacalisti troppo proni. Non vedete che Visco è dalla vostra parte, che i sindacati si battono per voi, che le tasse sono solo un'invenzione della stampa che non ama il governo? E intanto gli operai...

    Promemoria per il viceministro Visco (ma anche per Prodi, evidentemente): secondo uno studio Ires-Cgil condotto con la collaborazione della Swg (roba qualificata, possiamo crederci), al Nord il 47,50 per cento degli operai sta con il centrodestra, solo il 37,5 con il centrosinistra. Secondo uno studio noto a tutti e risalente alla notte dei tempi, gli operai tradizionalmente votavano a sinistra. Votavano, fino a quando sulla scena è comparso il governo delle tasse. Anzi, come spieghiamo proprio oggi, il governo delle cento nuove tasse. Troppe, non vi pare cari italiani tutti lettori di Libero? Cento tasse, roba mai vista. Soprattutto, roba messa spesso di nascosto, celata nelle pieghe di qualche emendamento, abilmente mascherata. E da noi smascherata. Ma voi, lettori, non fateci caso. Noi siamo quelli che esagerano, quelli che non capiscono il Codice da Visco (titolo dell'articolo di Seghetti). Noi siamo quelli di Libero, siamo una superpotenza, sediamo anche al tavolo del G8. E le tasse non ci piacciono. E questa non è un'esagerazione.
    Saluti liberali

  5. #165
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    Tutte le novità del catasto patrimoniale

    di Corrado Sforza Fogliani da L'Opinione

    Il D.P.R. 23.3.1998 n. 138 (varato dal Governo Prodi dell'epoca, con ministro delle Finanze Visco) dispone la revisione generale degli estimi “facendo riferimento ai valori e ai redditi medi espressi dal mercato immobiliare”. In più di 8 anni non se n'è fatto niente, e ora - stesso Presidente del Consiglio e stesso Ministro del settore - si vuole disporre la messa a regime di un Catasto patrimoniale (di valori anzichè di redditi, quindi), con (surrettizia) riconduzione di quei valori a redditi per il tramite di (discrezionali) “coefficienti di redditività”, fissati dall'Esecutivo. Come si possa pensare di ricondurre i valori a redditi con coefficienti validi per tutto il territorio nazionale (se l'esperienza in materia non è già abbastanza eloquente, cioè) o validi per singole regioni o zone, è un mistero. A meno che, come pare di capire, il Catasto patrimoniale non sia - come già si comincia a chiamarlo - un semplice “Catasto truffa”: il censimento dei redditi, infatti, porta direttamente alle rendite catastali, senza possibilità di giocarci dentro; il censimento dei valori - ciò che si propone di fare, quindi - comporta invece che esso vada ridotto a redditi (e a rendite) attraverso coefficienti, determinati - ovviamente - da chi governa.

    Che è proprio quel che si vuole: solo il Catasto di valori permette, infatti, di determinare i coefficienti (e quindi le rendite) secondo le esigenze di cassa del momento (e di variarli ogni volta che quelle esigenze cambiano). Con un tratto di penna, insomma, si alzano le imposte in un battibaleno, come e dove si vuole. Che una norma del disegno di legge presentato al Parlamento premetta (o, meglio, prometta) che tutto - comunque - avverrà nell'invarianza del gettito, è poco più di una battuta: chi ci crede, alzi la mano. Del resto, decisiva è l'osservazione che per rimediare a possibili storture nel classamento catastale (i soliti esempi di Piazza di Spagna invocati dai “patrimonialisti” e da tutti gli assessori comunali che vogliono far soldi e basta) non c'è bisogno di riformare il Catasto (e, addirittura, di impostarlo su base patrimoniale) né, tantomeno, di una revisione generale (e non per zone, o microzone) degli estimi. Revisioni che nella versione della Finanziaria approvata alla Camera - oltretutto - non si capisce neppur più con chiarezza da chi sarebbe fatta, e cioè se ancora dall'Agenzia del territorio o addirittura dai Comuni direttamente (in questo caso, con un conflitto d'interesse - per via dell'Ici, di cui gli enti percettori stabilirebbero la base imponibile - addirittura colossale).

  6. #166
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  7. #167
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    dal quotidiano LIBERO di oggi, 14 dicembre 2006
    Questa finanziaria è totalmente inutile

    di FRANCESCO FORTE

    Il gettito delle pubbliche entrate a novembre, con i dati dell'autotassazione, ha registrato un nuovo aumento spettacolare arrivando a +34 miliardi sul 2005. Il 2006 si chiude con un rapporto fra deficit e Pil del 3,2%. Il livello richiesto da Bruxelles è il 3% Sicché per il 2007 non occorreva una finanziaria di 34 miliardi, ma solo di 6, intendendo portare al 2,8 il rapporto fra deficit e Pil. Dunque gli italiani sono stati stangati per motivi incomprensibili. E per conseguenza Prodi è stato nuovamente fischiato, questa volta all'uscita dall'assemblea della Confederazione Nazionale degli Artigiani, che è quella "rossa", vicina ai Ds. Le previsioni sbagliate Il perché di questi fischi è chiaro. Il governo attuale sino ad ora non aveva detto la verità. E ora questa emerge e tutti capiscono. A metà anno le entrate del 2006 stavano già andando a gonfie vele, per merito delle politiche del precedente governo, sicché si poteva prevedere che l'aumento per l'intero anno sarebbe stato quello che ora risulta. Ma con il Dpef dell'estate redatto da Padoa Schioppa le entrate erano state stimate in 417 miliardi, sulla base del favorevole andamento dei dati dei primi cinque mesi, 20 in più del 2005. La rettifica era bassa, Ora si scopre che i miliardi sono 38 in più. Per giustificare una pesante manovra, che non rispondeva ad alcuna necessità finanziaria, si ignorò volutamente che il maggior gettito, già manifestatosi, era destinato a continuare nei mesi successivi, e si evitò di includere nella previsione la stima del prevedibile miglioramento del secondo semestre. Il governo fa queste rettifiche molto lentamente perché teme di far conoscere la verità: ossia che il contribuente italiano ha risposto molto bene all'appello fiscale normale. La autotassazione di novembre rivela un aumento di gettito delle imprese del 17%. Non c'era quindi una ragione per tassare di più e aggiungere una caterva di nuovi sistemi di controllo. Visco potrebbe darsi qualche merito del fatto che l'autotassazione di novembre ha dato questo elevato incremento in quanto essa è successiva al decreto Bersani-Visco. Ma se le cose stanno così, il governo poteva fermarsi a questo decreto, non aveva bisogno della nuova finanziaria fiume di 34 miliardi, in cui ci sono pericolose misure di accertamento induttivo delle imprese, che vengono basate su nuove norme, nebulose e discrezionali, riguardanti le rettifiche che il fisco è autorizzato a fare rispetto a ciò che è dichiarato dai contribuenti. Aggiungo che mentre il nuovo governo aveva dichiarato che le misure di controllo della spesa statale adottate da Tremonti non funzionavano, ora, dai dati rilevati dalla Banca di Italia, sui conti del Tesoro, emerge che queste norme invece hanno funzionato meglio di quanto i nuovi governanti avessero affermato. Ne risulta che il deficit di cassa del Tesoro si avvia, quest'anno per la prima volta, a essere di 40 miliardi di euro, cioè il 3,2% del Pil, come il disavanzo ufficiale di competenza. Tradizionalmente vi era un deficit di cassa superiore a quello di competenza. Ora vi è equilibrio. L'eredità di Tremonti
    Nel 2005 il disavanzo era stato di 60 miliardi, nel 2006 è di 40 miliardi, sia per le maggiori entrate, sia perché le norme di controllo delle spese statali disposte da Tremonti hanno contenuto le erogazioni del Tesoro. Si conclude che l'eredità lasciata dal governo Berlusconi a Prodi, il miglioramento dell'economia e il decreto Bersani Visco bastavano, per portare il bilancio del 2007 a un livello di deficit del 2,83%. E la finanziaria poteva limitarsi a modesti ritocchi. Che cosa intenda ora fare il governo con la enorme tosatura di individui e imprese, realizzata con la finanziaria di 34 miliardi, non è chiaro. Molto probabilmente metterà mano a un profluvio di spese, di natura populista come l'assunzione di mezzo milione di precari nel pubblico impiego e il generoso ripiano di deficit di gestioni sanitarie di Regioni amiche, dai bilanci dubbi. Questo, appare, l'andazzo. E le proteste sono ovvie. EX BANCHIERE Il ministro dell'Economia Tommaso PadoaSchioppa. Dal 1984 al 1997 è stato vice direttore generale della Banca d'Italia, mentre dal 1998 al 2006 ha fatto parte del consiglio d'amministrazione della Banca Centrale Europea. È stato da sempre un sostenitore della moneta unica Olycom

    Saluti liberali

  8. #168
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    da www.ideazione.com
    (e dalla rivista)
    Una manovra contro giovani e ceto medio

    di Giuseppe Pennisi

    Ideazione di novembre-dicembre 2006


    Giuliano Amato non lo dice ma probabilmente acconsente, o più precisamente concorda: questa Finanziaria non è per «un’Italia più moderna e più giusta», lo slogan da lui coniato e lanciato nella primavera del 1980. Non è neanche la Finanziaria snella, al limite di un solo articolo, da lui preconizzata quando alla fine degli anni Ottanta, da ministro del Tesoro, pilotò la riforma dei documenti di politica economica e della legge sul bilancio annuale e pluriennale dello Stato, proprio per evitare che la finanziaria assomigliasse «alla giubba di Arlecchino» (G. Amato Due anni al Tesoro il Mulino, 1989) e fare, invece, sì che desse indicazioni puntuali sui saldi di bilancio e sulla strategia per raggiungerli, affidando a norme specifiche (i “collegati”) aspetti organizzativi o strutturali del funzionamento dello Stato.

    Erano anni, infatti, in cui nelle leggi di bilancio (quali quelle concepite nel 1978) entravano articoli in cui c’era di tutto e di più: da fermate obbligatorie di due Eurostar al giorno a Parma, a sovvenzioni speciali per le cooperative di produzione e lavoro per il provolone a Benevento. Un documento che avrebbe dovuto essere uno dei più alti atti di indirizzo di governo diventava una legge omnibus e veniva in effetti formata nelle trattative che venivano effettuate in Commissione Bilancio della Camera, allora presieduta, non senza acume, da Paolo Cirino Pomicino. Con il disegno di legge all’attenzione del Parlamento, il senso delle riforme dell’ultimo scorcio degli anni Ottanta non solo è svanito interamente, ma la mediazione e la legge omnibus è stata partorita a Palazzo Chigi, proprio dal governo, prima ancora che si arrivasse nelle aule di Camera e Senato (dove, è cronaca di questi giorni, verrà ancora trasformata). Il Parlamento ha ricevuto un testo che equivale ad un tomo della Enciclopedia italiana; lo stesso Esecutivo ha già annunciato modifiche; è difficile prevedere dove si arriverà entro la fine dell’anno (data entro cui il disegno di legge deve diventare legge), sempre che l’Esecutivo regga alle tensioni che sottintendono le complesse mediazioni con cui si è giunti al testo. Quindi, siamo alle prese con una Finanziaria “vecchia” come impianto e come struttura ancora prima che come contenuti. Nel volumone, poi, gli artifici contabili sono tali e tanti che è difficile esprimere un giudizio di merito su quello che il governo Prodi ha proclamato essere il suo obiettivo di fondo: portare dal 4,8 per cento del Pil (stimato per l’anno in corso) al 2,8 per cento (nel 2007) l’indebitamento netto delle pubbliche amministrazioni.

    Modernizzazione addio
    È, comunque, una Finanziaria che non contribuisce a modernizzare l’Italia in quanto ha, in sostanza, recepito l’invito del sito www.appellodegliecononomisti.com (un’associazione di economisti di sinistra creata per la bisogna) di non prestare attenzione alla riduzione del rapporto tra stock di debito pubblico e pil (per contenere le riduzioni alla spesa di parte corrente). Tale invito si basa su un teorema teorico fine (di Luigi Pasinetti) che tuttavia si fonda su una premessa oggi per nulla realistica: che il saggio di crescita sia identico al saggio di interesse. Al contrario, stiamo andando, nel mondo, in Europa e soprattutto in Italia, verso aumenti dei saggi di interesse a fronte di crescita modesta. Quindi, il fardello del debito (se non risolto) minaccia di essere un freno sempre maggiore allo sviluppo ed alla modernizzazione e pone a repentaglio i risparmi degli italiani investiti in titoli di Stato (su cui spira aria di declassamento).
    Non contribuisce alla giustizia sociale poiché l’aggravio tributario (e da parte dello Stato e da parte degli enti locali) incoraggerà elusione ed evasione, nonché una riduzione delle ore effettivamente lavorate (penalizzando ulteriormente lo sviluppo). Lo documentano studi ocse ed analisi di Edward Prescott, premio Nobel del 2004, nonché lavori recentissimi dell’Università di Colonia (quali il Finanzwissenschaftliche Diskussionsbeiträge Paper No. 06-5) e di Zurigo (quali il KOF Working Paper No. 141) che gli estensori della finanziaria avrebbero dovuto leggere e meditare. Inoltre impone un sistema di aliquote tributarie – pessima idea effettuare per decreto legge una riforma che avrebbe richiesto un lungo e meditato dibattito parlamentare – che nulla ha a che fare con il “Pareto improving tax sistem”, tema dell’ultimo lavoro di Volker Grossmann (Università di Zurigo) e Panu Poutvaara (Università di Helsinki), due dei maggiori specialisti europei della materia, e mette sotto le scarpe i principi di Kant e Rawls in materia di tutela dei più deboli.
    Il compito dell’Esecutivo era, senza dubbio, arduo: conciliare crescita (di cui si vedono i primi segni) con risanamento di una finanza pubblica in difficoltà da anni ma a cui ha dato un brutto colpo il cosiddetto “spacchettamento” dei ministeri con costi aggiuntivi stimati sino allo 0,3-0,5 per cento del Pil.

    Giovani e ceti medi: chi paga di più le scelte del governo
    I primi commenti sul ddl (ed il decreto legge fiscale che ne è parte integrante) hanno riguardato le sue implicazioni sulla distribuzione del reddito. Il governo sostiene che la manovra avrà effetti positivi sulle fasce più basse della scala dei consumi, migliorandone il tenore di vita. L’opposizione argomenta, invece, che la manovra penalizza principalmente il ceto medio. Né governo né opposizione – occorre sottolineare – hanno presentato analisi quantitative, pur annoverando tra le loro file economisti che in passato ne avevano realizzate. In queste analisi, su una matrice di contabilità sociale allora molto semplificata, venivano effettuate simulazioni econometriche tramite un modello computabile di equilibrio economico. Dalla fine degli anni Novanta l’istat dispone di una matrice di contabilità sociale aggiornata. Proprio sugli effetti distributivi delle politiche tributarie, da oltre due lustri, vengono effettuate periodicamente analisi di questa natura da parte di un gruppo di econometrici e specialisti di scienza delle finanze, guidato da Amedeo Fossati. Un vantaggio della metodologia e della tecnologia è che tali analisi possono venire realizzate in tempo reale e forniscono risultati trasparenti. Negli ultimi dieci anni la metodologia è stata ulteriormente affinata e velocizzata nelle sue applicazioni operative, come dimostra un lavoro fresco di stampa dell’Università di Lovanio. Analogamente, alla Università di Milano La Bicocca sono state messe a punto, e pubblicate, nuove tecniche per la stima dell’esclusione sociale, dati utili al governo per dare corpo alla sua posizione sugli effetti distributivi della manovra o che, di converso, potrebbero smentirlo. Quindi, sarebbe essenziale che il governo, il quale ha lo scettro ed i dati, facesse funzionare i propri computer e fornisse le cifre in modo che si possa fare una disanima approfondita. Sino ad allora, resta unicamente il fatto inequivocabile di 70 aumenti, ritocchi, nuovi adempimenti tributari in capo quasi esclusivamente al ceto medio ed alle categorie professionali.
    Pochi hanno sottolineato come, più ancora del ceto medio, i penalizzati sono i giovani (coloro che si affacciano al mercato del lavoro e, per certi aspetti, anche le generazioni ancora non nate). Si dà gran lustro a qualche zuccherino – come un “fondo” per le politiche giovanili, sgravi per le palestre e simili – ma sulla base del vastissimo articolato del disegno di legge (circa 220 articoli), oltre che del decreto legge e dei primi testi dei cosiddetti “collegati”, si possono fare le prime stime quantitative.
    In primo luogo, non avere voluto incidere sul debito previdenziale pone un’ipoteca molto forte sul futuro dei più giovani. Se non interverranno correttivi, prima della fine della legislatura, il debito previdenziale (a normativa e stime demografiche vigenti) aumenterà dal 130 per cento del pil alla metà degli anni Novanta, al 150 per cento di oggi, al 180 per cento circa nel 2011 o giù di lì. L’incremento è esponenziale perché tale è il tasso di invecchiamento. Ciò vuol dire che chiunque sarà alla guida del vascello dell’Italia nel 2012 dovrà effettuare una correzione non graduale (come ancora possibile e fattibile) ma severissima, colpendo inevitabilmente le giovani generazioni (e quelle future).
    Questo è un aspetto noto agli attuari ed ai previdenzialisti ma poco conosciuto dall’opinione pubblica. Merita di essere posto al centro del dibattito parlamentare sul disegno di legge. Tanto più che pure altri punti del disegno di legge colpiscono i giovani. Incrociando i dati Istat sull’occupazione per fasce di età e quelli prodotti dallo stesso ministero dell’Economia e delle Finanze sugli effetti della manovra per fasce di reddito, risulta che l’80 per cento circa dei giovani con meno di 35 anni svolgono attività di lavoro autonomo o di collaborazione a progetto: sono in gran parte i giovani a costituire quel 30 per cento circa dell’occupazione italiana non “dipendente”. Su questi ultimi cade pesante la scure del fisco e dell’aumento dei contributi sociali (per finanziare una previdenza di cui godranno, al meglio, a livelli bassissimi). Le simulazioni del ministero indicano un aggravio annuo di € 162 per un single che guadagna € 20.000 l’anno e di € 80 per uno sposato con coniuge e un figlio a carico (ammesso che sappia destreggiarsi nella giungla di deduzioni e detrazioni). Siamo a netti in busta paga attorno a € 1000 euro al mese, non certo adeguati per farsi una pensione privata di scorta – possibilità, comunque, resa ormai quasi irraggiungibile dopo lo storno degli accantonamenti all’Inps e, di fatto, la chiusura, sul nascere, di un sistema privato di previdenza complementare. Ammesso che i genitori vogliano donare al giovane o alla giovane coppia l’appartamento in cui vivere, scatta immediatamente l’incremento dell’imposta di registro e gradualmente l’ici più pesante derivante dagli aggiornamenti catastali, per non parlare delle imposte di scopo che Comuni grandi e piccoli si troveranno a introdurre soprattutto sugli immobili (se non altro per facilità di esazione).

    Il quadro diventa ancora più cupo se da queste notazioni micro-economiche si passa a quelle macro-economiche. Simulazioni effettuate dall’Oxford Economic Model for Italy (uno strumento econometrico distinto e distante dalle nostre beghe) prevede che l’eventuale approvazione ed attuazione del ddl frenerebbe la crescita nel 2007, portandola al di sotto dell’1 per cento con una perdita di 40.000 occupati rispetto al tendenziale. I giovani, si sa, sono i primi a perdere il lavoro in questi casi. Estrapolazioni effettuate dall’Associazione Economia Reale portano il totale degli occupati in Italia a 22,6 milioni (a ragione della politica fiscale del ddl) invece di 22,750 del tendenziale. Incrociando ancora una volta i dati istat, si può ipotizzare che due terzi di questi 150.000 saranno giovani, senza lavoro e senza prospettive previdenziali ma con la prospettiva di essere tartassati se trovano un’occupazione.

    L'obiettivo mancato della crescita
    Ciò porta, inevitabilmente, a parlare di quello che sarebbe dovuto essere il grande obiettivo della finanziaria: sorreggere la crescita. Non c’è stato dibattito o quasi su questo argomento tanto più importante in quanto non si può distribuire ciò che non si produce. La Relazione previsionale e programmatica (rpp) delinea un tasso di crescita dell’1,3 per cento per il 2007 (al ministero si dice che si spera in un 1,7 per cento). Una crescita dell’1,3 per cento è leggermente superiore alle stime diramate proprio il 29 settembre dai 20 maggiori istituti econometrici internazionali (il cosiddetto “consensus”). Quale che sia l’obiettivo effettivo del governo, la crescita è inferiore all’1,8 per cento della media per l’area dell’euro prevista dal “consensus”, nonché del 2,5 per cento che sarebbe da considerarsi normale per un’economia matura come quella dell’Italia. Si potrebbe affermare che il governo ammette che, almeno nel breve termine, la manovra non darà stimoli alla crescita. Ed in effetti è quanto di solito avviene quando viene aumentata la pressione fiscale e non vengono ridotte le spese. È anche ciò che di solito avviene quando le spese ridotte o tagliate sono principalmente quelle in conto capitale, la vera leva per la futura crescita. La manovra ha tutte la caratteristiche di essere deflazionista: ossia di riportarci alla crescita rasoterra che è stata anche una delle determinanti dei nostri problemi di finanza pubblica.Un altro punto importante riguarda la scarsa attenzione al debito pubblico in senso stretto, non solo a quello previdenziale. Alberto Quadro Curzio, non certo un economista di parte, lo indica come l’ostacolo principale alla crescita in un breve ma eloquente saggio pubblicato sulla rivista della Università Cattolica di Milano proprio alla vigilia della messa punto della Finanziaria. Secondo le mie stime, seguendo il percorso tracciato nella Finanziaria, ci vorranno tra i 25 ed i 30 anni per portare il debito pubblico dell’Italia (escludendo il “debito contingente previdenziale”) dal 108 al 70 per cento del pil – un livello pur sempre superiore al 60 per cento stipulato nel patto di stabilità. Tutto ciò non può non dare brividi a chi deve classificare la qualità dei titoli di Stato italiani. Un declassamento dei titoli causerebbe un ulteriore impoverimento del ceto medio che per decenni ha tenuto un tasso elevato di risparmio e dato fiducia all’acquisto di titoli pubblici.
    Cosa fare? Non si suggerisce certo di seguire la Grecia, che ha mostrato un eccesso di fantasia, rivalutando, alla vigilia della sua Finanziaria, le stime della contabilità economica nazionale per includere il sommerso: all’Eurostat si sono accorti alla fine dell’ultima settimana di settembre che la rivalutazione riguardava in gran misura il valore aggiunto della prostituzione (ed attività affini). Ed hanno bocciato il riconteggio del pil fatto da Atene.
    Si può adesso cambiare rotta ed impedire che l’Italia diventi meno moderna, più povera e soprattutto più iniqua?
    Alcuni di questi correttivi sono chiari: a) una riforma che incida sul debito previdenziale degli italiani (ora già al 150 per cento) del pil; b) regole certe per il pubblico impiego; d) privatizzazioni e liberalizzazioni effettive delle municipalizzate; c) un federalismo sanitario al tempo stesso rigoroso e solidale. Quest’ultimo punto è specialmente importante. C’è, infatti, il pericolo che i contribuenti, già tartassati dal superdecreto Visco, alla fine pagheranno lo scotto della contrazione dei trasferimenti agli enti locali con aumento dei balzelli regionali, comunali e provinciali e con le nuove “imposte di scopo” con le quali l’Esecutivo ha pensato di addolcire la pillola dei circa 3,5 miliardi di euro di riduzione dei trasferimenti a comuni, province ed altre autonomie. Il risultato sarebbe che al “salasso Visco” si aggiungerebbero altre prese di sangue: Ici e imposte locali più salate, nonché alcune ancora tutte da inventare. Ove si fosse completata la fase di transizione relativa all’applicazione del Titolo V della Costituzione (approvato frettolosamente dal centrosinistra nell’ultimo scorcio della XIII Legislatura), le spese degli enti locali (stipendi, prestazioni sociali e contributi a investimenti privati) sarebbero pari al 21 per cento del pil (quasi il 45 per cento della spesa pubblica complessiva), mentre le risorse tributarie delle amministrazioni interessate sarebbero pari al 17-18 per cento del pil. Il difetto sta, quindi, nel manico: il federalismo demagogico con cui Prodi pensava di vincere le elezioni del 2001. Nel medio e lungo periodo, non c’è alternativa ad una nuova revisione della Costituzione per contenere i danni allora fatti.
    Nel frattempo, però, anche senza intaccare gli organici (ed il personale a collaborazione), si possono fare economie ed evitare di spremere ulteriormente gli italiani. Adesso gli enti locali fanno ricorso all’e-procurement per meno del 25 per cento degli acquisti di beni e servizi; con poca concorrenza tra fornitori, comprano a prezzi più alti del dovuto. Inoltre, comuni, province ed altre autonomie dispongono di un vasto capitale in immobili di pregio ed in partecipazioni alle municipalizzate (stimate in € 5-6 miliardi). I documenti più recenti sulle privatizzazioni e liberalizzazioni in Italia (da quelli del gruppo di ricerca Astrid, animato da Franco Bassanini a quelli di Società Libera e dell’Istituto Bruno Leoni) documentano che gli enti locali sono stati i grandi assenti dal percorso in atto dalla metà degli anni Novanta. Non che si possa fare in un anno ciò che non si è fatto in dieci; tuttavia, si potrebbe avviare un buon inizio. Milano ha dato l’esempio vendendo Metroweb. Sta alle altre città grandi e piccole (Roma in primo luogo) mostrare di non essere da meno.
    Altro comparto sono i trasporti pubblici, i cui sussidi sono molto più alti della media europea; con un programma di aumenti programmati (e tariffe speciali per le fasce di reddito più basso) si ridurrebbero i disavanzi, spesso abissali. Economie potrebbero risultare anche da un miglior coordinamento: ad esempio, in Umbria (una regione di 800.000 abitanti) a fine estate erano in corso una mezza dozzina di festival di musica classica. Un’altra area sono le relazioni internazionali dove spesso le autonomie si sono mosse senza sapere l’una cosa faceva l’altra; ad esempio, due regioni hanno contemporaneamente proposto alla stessa città del Kosovo di costruire (e donare) ciascuna un ospedale con identica capacità di posti letto. La stangata è evitabile. Se la carenza di risorse acuisce la fantasia nella direzione giusta. Occorre, però guardare anche e soprattutto a riforme strutturali del modo di fare politica di finanza pubblica. Interessante il caso dell’Austria, caratterizzato da un bipolarismo imperfetto di coalizioni litigiose dove negli ultimi anni oltre a ridurre disavanzi e debito pubblico si sono realizzate riforme di questo tipo: l’imposta sugli utili netti delle Spa portata dal 34 al 25 per cento e soprattutto la possibilità di contabilizzare le perdite delle sussidiarie all’estero; drastica riduzione delle aliquote sui redditi di lavoro (ora il 40 per cento dei dipendenti non paga imposte sul reddito); riassetto del sistema previdenziale (con l’abolizione delle pensioni di anzianità. Adesso l’Austria cresce a tassi annui tra il 2 ed il 3 per cento (tra i più elevati nell’area dell’euro) ed ha un tasso di disoccupazione del 5 per cento.

    Il modello austriaco
    La chiave di volta è stato il metodo per riformulare il bilancio dello Stato. Le caratteristiche essenziali sono due: bilanci pluriennali (4 anni); riclassificazione delle poste di spesa. La prima è prevista dalla normativa italiana ma disattesa: il bilancio triennale presentato con la Finanziaria è diventato una formula di stile in quanto il dibattito nel governo, e tra governo e Parlamento, si concentra unicamente sul primo dei tre anni. La seconda consiste nel classificare le voci in grandi aggregati, più importanti (ai fini sia della comunicazione sia delle scelte politiche) dei due tradizionali – di parte corrente ed in conto capitale: a) le spese per il passato (ad esempio, interessi sul debito, pensioni), b) le spese per l’esistente (stipendi e acquisti di beni e servizi per la pubblica amministrazione); c) le spese per il futuro (infrastrutture, istruzione, ricerca). Il programma contiene obiettivi annuali sia per restare nei vincoli europei sia soprattutto per aumentare c), contenendo invece a) e b). Qualsiasi emendamento alla Finanziaria viene immediatamente quantizzato (l’informatica lo rende facilissimo) in termini di implicazioni sulle tre grandi categorie, in modo tale che chi vuole privilegiare l’esistente od il passato (rispetto al futuro) se ne assume, in piena trasparenza, la responsabilità, in seno al governo, in Parlamento e di fronte all’opinione pubblica. I risultati? La proporzione (sul totale) delle spese per il passato è diminuita non solo grazie ai bassi tassi di interesse (frutto dei mercati più che di scelte pubbliche), ma anche ad una drastica riforma delle pensioni (chi si opponeva veniva indicato come “anti-futuro”). Pure le spese per l’esistente sono state contenute: ora meno della metà dei dipendenti pubblici sono “funzionari” con contratti sino alla pensione con conseguente flessibilità. Sono aumentate, invece, quelle per “il futuro”, soprattutto infrastrutture e ricerca. Se Prodi queste cose non le sa, si può informare dati i suoi frequenti contatti con Karl Krammer, portavoce del Cancelliere austriaco (quando i socialdemocratici erano al governo) e in tempi più recenti anche dirigente di Telecom Italia a Vienna prima di creare una Spa di consulenza economica e politica che fa da cerniera tra le socialdemocrazie europee.



    Giuseppe Pennisi, responsabile dell’area economia del settore pubblico alla Scuola Superiore della Pubblica Amministrazione.

    Saluti liberali

  9. #169
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    da www.ilgiornale.it

    Il governo in imbarazzo per una Finanziaria farsa


    - di Egidio Sterpa -


    Tra le tante polemiche sulla Finanziaria vediamo di stare ai fatti, mettendo da parte per un momento le congetture. La legge - la più importante, perché senza di essa lo Stato risulterebbe paralizzato - è tornata alla Camera (che la discuterà a partire da domani) per un secondo voto di fiducia dopo l'approvazione con voto di fiducia al Senato di un maxiemendamento di 1.365 commi - un record - contenuto in ben 358 pagine. Anche il primo voto di fiducia alla Camera, com'è noto, servì per approvare un precedente maxiemendamento di 826 commi contenuto in oltre 250 pagine.
    Da notare che il testo della Finanziaria attualmente alla Camera è il risultato di più di due mesi di discussioni e polemiche nelle commissioni e nelle aule dei due rami del Parlamento. Una «giostra di emendamenti» (cito per obiettività uno scritto apparso sul Messaggero del dottor Andrea Monorchio, già bravo ragioniere dello Stato) «presentati, ritirati, riscritti, ripresentati, modificati in corso d'opera» (sic! ). Un «mostro legislativo», qualcuno l'ha definita. Tanto che il senatore a vita Andreotti, non certo un estremista, giovedì scorso al Senato ha preannunciato che non l'avrebbe approvata, come poi ha fatto coerentemente, suggerendo il rimedio dell'esercizio provvisorio. A loro volta gli ex capi dello Stato Ciampi e Cossiga, hanno sì votato forzatamente a favore, ma il primo marcando come «improprio» e «da dismettere» questo modo di legiferare, il secondo definendo «ridicolo e aberrante» il maxiemendamento. Perfino Prodi, in una dichiarazione a Bruxelles, extramoenia quindi è stato costretto ad ammettere che la sua Finanziaria è una «medicina amara».
    Continuiamo con le citazioni. La Conferenza dei rettori delle Università italiane ha chiesto a tutti gli atenei di «sospendere ogni invito a membri del governo a partecipare a manifestazioni nelle Università» (una cosa mai accaduta). Non sono mancate manifestazioni delle forze dell'ordine e perfino di operai (quelli di Mirafiori, per esempio, con fischi ai massimi leader sindacali), oltre che di artigiani, professionisti, piccoli imprenditori, anche queste senza molti precedenti. Aggiungiamoci qualche indiscrezione dal Quirinale: il Capo dello Stato in incontri non ufficiali avrebbe espresso imbarazzo al cospetto di una Finanziaria come quella in atto. Altrettanto imbarazzo deve esserci in Fassino, che ha più volte insistito sulla necessità di «cambiare passo», dando sui nervi a Prodi, che ha reagito piuttosto scompostamente. Persino Rutelli, sempre cauto e attento a non rompere le uova nel paniere, questa volta ha fatto ricorso ad una insolita ironia replicando al suo premier: «Non vogliamo chiamarla fase due? Chiamiamola pure Topolino», il che la dice lunga sulla consistenza e sulle prospettive della maggioranza. A sostenere Prodi incondizionatamente sono rimaste frange estremiste della coalizione di governo, che evidentemente temono di rimanerne fuori in caso di crisi.Insomma, la credibilità di questo governo è davvero al minimo. Non ci sono solo l'Ocse e le agenzie di rating e segnalarne l'inattendibilità. Un intellettuale di sicura sinistra come Gianfranco Pasquino, già parlamentare, non ha esitato a dire al Giornale che non è in questione una presunta cattiva capacità di comunicazione del governo Prodi, ma piuttosto il fatto che non ci sono «cose buone da comunicare». La capogruppo dei senatori dell'Ulivo al Senato, Anna Finocchiaro pur sbracciandosi a difendere la posizione è stata anch'essa costretta ad ammettere che la sinistra ha commesso «errori straordinari».Sono davvero pochi i riconoscimenti positivi a questo innegabile obbrobrio di Finanziaria. A difenderla ostinatamente c'è solo Prodi, che si esibisce, come ha fatto al Senato, in abbracci al ministro dell'Economia Padoa-Schioppa, il quale non si capisce come faccia, lui che qualche vera competenza in economia dovrebbe averla, per giunta con un passato apparente da liberista, a farsi coinvolgere in una lampante brutta avventura. (A proposito, ministro, lei cortesemente sabato scorso, incontrandomi casualmente a palazzo Madama, mi ha detto che mi deve una risposta per certe osservazioni che le ho rivolte dalle colonne del Giornale
    ..

    Saluti liberali

  10. #170
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    dal quotidiano LIBERO di oggi


    Se pure Montezemolo...

    di FRANCESCO FORTE


    La manovra della legge finanziaria non serve allo sviluppo economico, lo danneggia, perché farà decrescere il prodotto nazionale del 2007 di 0,3 punti, portandolo a un livello molto inferiore a quello medio europeo. Lo dichiara l'Ufficio studi della Confindustria, sulla base dell'analisi dei dati della legge finanziaria, riguardanti, in particolare, la maggiore pressione tributaria. Per la Confindustria, in conformità a quello che già si sapeva da altre stime, il prodotto nazionale lordo (Pil) del 2007 era già contrassegnato da un indebolimento rispetto a quest'anno. Ora si indebolisce da una stima di +1,4 ad una di +1,1 per effetto della finanziaria. Ciò mentre il 2006 si dovrebbe chiudere con una crescita attorno allo 1,6-1,8 del Pil sulla base del buon andamento del commercio estero. Invece il 2007 risentirà della riduzione della dinamica della domanda mondiale, in quanto il tasso di crescita del Pil degli Stati Uniti scenderà dall'attuale 3-3,5% a un 2%. E, per effetto di ciò e delle pressioni inflazionistiche interne dovute a strozzature nell'offerta di fattori produttivi, si ridurrà di 2 punti l'elevata crescita della Cina dal 10% all'8 circa. E analoga flessione di 2 punti, per analoghe ragioni, si avrà per il Pil dell'India (dall'8 al 6%).
    Lo strano caso delle autostrade
    Di fronte al calo di dinamica della domanda internazionale, la nostra finanziaria non presenta, per il 2007, una prospettiva di rilancio della domanda interna basata su investimenti nelle infrastrutture, come sarebbe stato desiderabile e come ci si poteva aspettare, data la maxi manovra di 35 miliardi di euro. Le prospettive di sviluppo autostradale sono bloccate dal fatto che il ministro delle Infrastrutture Di Pietro, con l'assenso e forse la pressione di Prodi, ha bloccato la fusione fra il gruppo spagnolo Abertis e il gruppo italiano Autostrade, controllato dai Benetton, sulla base dell'articolo (ovvero comma) 16 della legge finanziaria che modifica le concessioni autostradali. Si è ricorsi a questo espediente legislativo dopo che la Commissione europea aveva dato il via libera all'operazione di fusione fra i due gruppi e ammonito l'Italia a non ostacolarla. Questo articolo 16 porta un marasma, sia nei programmi di Autostrade che in quelli delle altre concessionarie. Inoltre, privo dei capitali della fusione con Abertis, il gruppo Benetton ritira i soldi che doveva immettere in Telecom Italia. Altri investimenti in infrastrutture, così, sono bloccati. E la "alta velocità" delle Ferrovie è bloccata dai verdi e dai valsusini, con l'appoggio di componenti del governo. Analoghi blocchi ci sono per altre opere grandi, medie e piccole.

    Il lungo elenco dei tartassati

    La manovra di finanza pubblica doveva ridurre i costi del lavoro delle imprese, con uno sgravio dell'Irap, l'imposta locale sulle attività produttive. Esso vi è e vale 1,5 punti di costi. Ma l'Irap aumenta di 1 punto, a favore delle finanze locali. Il beneficio per le imprese nell'Irap si è ridotto, così, a 0,5 punti. E poiché sulle imprese gravano la avocazione dei fondi del Tfr (trattamento di fine rapporto) per 5 miliardi di euro, una serie di norme di recupero legale di imponibili prima non tassati o tassati meno (impropriamente chiamati lotta all'evasione) nonché l'aumento dei contributi per i lavoratori atipici (3,5 miliardi) il risultato fiscale per le imprese è negativo. Si era detto che il ceto medio con gli aggravi di Irpef, gli autonomi con aggravi di tributi e contributi vari e gli operatori immobiliari con l'imposta di registro, venivano tassati per rilanciare l'economia industriale, oltreché per finanziare nuove spese chiamate "sociali": Ma risulta chiaro che ciò non è vero. La Confindustria fa i calcoli e vede che questa finanziaria non aiuta la crescita economica, la danneggia di 0,3 punti di Pil. La grande industria e le grandi banche avevano appoggiato Prodi in modo palese. E molti economisti avevano dato credito ai programmi dell'Ulivo. Ora, cifre alla mano, si vede che era un imbroglio. E la finanziaria bocciata dal ceto medio, bocciata dalla piccola impresa e dall'artigianato, dagli operai di Mirafiori, dai visitatori del Motorshow e dai rettori, ora viene bocciata dalla Confindustria, come dire dalla Corte di Cassazione dell'economia. Adesso Prodi e i suoi non si possono più appellare a nessuno. Resta loro solo consolazione di avere conservato le poltrone, grazie al voto di 5 senatori a vita. E due Cossiga e Ciampi, hanno dato, di ciò per cui votavano, un giudizio negativo!

    Saluti liberali

 

 
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