dal quotidiano LIBERO di oggi........
"SOLUZIONE GENIALE: PIÙ TASSE
di OSCAR GIANNINO
Governo nel caos per la Finanziaria. Tre ipotesi e una certezza: pagheremo
Caro direttore, la Passione di Tommaso Padoa-Schioppa è ufficialmente cominciata. Francesco Giavazzi l'aveva avvisato, un po' come quei discepoli che temevano che Gesù si inoltrasse davvero a Gerusalemme, se lì stava scritto e lui confermava che si sarebbe compiuto il suo doloroso destino. Ma ormai il ministro dell'Economia è idealmente entrato nel suo Getsemani. Ha iniziato a sudar sangue, alle prese con la divisione in due che inevitabilmente si è aperta nel governo e nel centrosinistra, ora che dalle temibili promesse del Dpef si tratta di passare ai fatti. Fatti pesanti, visto che come ha scritto non un nemico dell'Ulivo, ma lo schieratisismo professor Luigi Spaventa, ipotizzare in una sola Finanziaria un intervento pari quasi a tre punti percentuali del Pil di correzioni di spesa, due terzi di contenimento del suo andamento e un terzo a finanziamento di interventi per lo sviluppo non è mai - dicasi mai - riuscito a nessuno nella storia della Repubblica. Missione impossibile, ha decretato Spaventa. O meglio, nella storia c'è sempre una prima volta. E ora appunto è iniziata la passione dell'ex banchiere centrale, senza partito e con un solo spartito: far vedere che la prima volta sarà la sua. O realizzatore sul serio di ciò che ha promesso nel Dpef, e sarebbe un Ercole, oppure inevitabilmente sconfitto, dimidiato, ridimensionato e umiliato. Naturalmente, in politica c'è sempre la via di mezzo. E cioè quella di dire che il Dpef verrà puntualmente rispettato, ma magari diluito su alcune poste in due anni, su altre in tre, su altre ancora in sei mesi. I politici di lungo corso della maggioranza lo sanno, che la politica offre assai più soluzioni di quanto credano i rigidi ex banchieri centrali. Ed è per questo che gli esponenti di Rifondazione, dei Comunisti italiani, dei Verdi e persino Mastella, hanno formato il Gran Sinedrio che ha decretato la Passione di San Tommaso Padoa-Schioppa. Martire del suo stesso rigore. Dicono che il ministro ieri, negli incontri preparatori che ha avuto a Palazzo Chigi col premier e con Bersani - l 'unico che lo aveva difeso, mentre lo stesso Prodi cosiderava l'ipotesi di diluire la manovra come «un'opzione» - sia stato chiarissimo. Cortese e disponibile nella forma, a esaminare ogni possibilità di intervento "sociale" aggiuntivo per accontentare l'ala sinistra del governo. Ma al contempo determinatissimo, nel ricordare a tutti che non c 'è alternativa: i 35 miliardi di euro devono saltar fuori e tutti nel 2007. Da Bruxelles avevano preavvisato nel fine settimana Padoa- Schioppa, che gli avrebbero dato una mano, e lui l'ha accettata di buon grado. Ed ecco spiegata la nota emessa ieri da Amelia Torres, portavoce del comissario europeo agli affari economici e monetari Joaquin Almunia, che ha formalmente intimato al governo che non ci sono possibilità di unoslittamento di un anno, al promesso rientro del deficit italiano sotto il 3% del Pil a fine 2007. A tutti gli effetti, è come l'angelo che al Getsemani fa forza a Gesù, perché non allontani da sé l'amaro calice e si prepari al supplizio che lo attende. Al di là della credibilità personale di Padoa.-Schioppa, che scopre a sue spese quanto possa essere sdrucciolevole la politica rispetto alla secca verità dei numeri, davanti a noi ci sono tre strade abbastanza diverse.
Le alternative del ministro
La prima è quella che Padoa- Schioppa ha deciso di imboccare appena assunto l'incarico, anzi ben prima, dicono i suoi amici. È la via della drammatizzazione, che è consistita nel dire incessantemente che i conti pubblici italiani stavano in condizioni tragiche, come nel 1992 in cui rischiammo il capitombolo. Secondo i drammatizzatori, la credibilità italiana stava nel garantire da subito a Bruxelles che sotto il 3% saremmo rientrati al primo esercizio finanziario utile. E, per soprammercato, avremmo contratto l'impegno a passare damezzo punto al 5% di Pil di avanzo primario entro il 2009-2010. È figlia di questa logica drammatizzante, la contabilità del Dpef che tanto aveva soddisfatto la maggioranza il primo giorno, perché in linea con la campagna elettorale e con la propaganda declinista-tragiediatrice sviluppata dal centrosinistra per un lustro intero. Apparentemente, ora, l'impegno preso va semplicemente rispettato. Ma attenzione, il diavolo si nasconde nei dettagli. Perché in realtà si è scoperto che il centrodestra non ha affatto lasciato un buco non dichiarato di 2,3 punti percentuali del Pil, come fece l'Ulivo nel 2001 dichiarando che il deficit post-Amato sarebe stato lo 0,8% mentre fu del 3,1%. L'andamento dei conti pubblici nel primo semestre, grazie all'ultima finanziaria di Tremonti, vede in realtà una spesa pubblica sensibilmente contenuta rispetto al 2005, ed entrate che crescono in percentuale addirittura sette volte superiore alla crescita dell'economia italiana, anch'essa non a zero ma in ripresa. Risultato: Padoa-Schioppa è il primo a sapere che, avvalendosi della virtù di bilancio di Tremonti e della crescita italiana - se non si affloscia - la correzione da apportare ai conti pubblici 2007 perché il deficit non si discosti significativamente dal 3% del Pil non richiede affatto correzioni come quelle indicate nel Dpef. A quel punto Bruxelles sarebbe sostanzialmente contenta, ragionano a Palazzo Chigi, e l'impegno di fondo di risanamento mantenuto. Perché diavolo dunque imbarcarsi davvero nell 'impresa di incidere a fondo nella spesa pubblica centrale e periferica nel 2007, quando si possono aprire mille tavoli per concertare interventi e risultati nell'anno e nel biennio successivo? La seconda strada è quella, appunto, del realismo redistribuzionista. Non è affatto sostenuta dall'ala antagonista della maggioranza, che sta su un 'altra posizione ancora. È la posizione di Mastella e di tanti ds e margheritici che, attualmente, preferiscono star zitti. Sanno bene - chi almeno tra loro sa abbastanza di finanza pubblica da padroneggiare le proiezioni di spesa comparto per comparto - che il 3% di deficit si può raggiungere diciamo con po' più della metà di quanto indicato come obiettivo dal Dpef. E si chiedono: perché mai prendere sul serio sin dal primo anno l 'obiettivo pluriennale di arrivare a un avanzo primario pari al 5% del Pil entro il 2010, che poi è l 'unica vera ragione che spinge Padoa-Schioppa ad aver indicato correzioni tanto severe sin dall'inizio? Anche Prodi, se lo domanda. Per questo ha aperto la porta all'ipotesi della spalmatura degli obiettivi. Nei più illuminati tra loro, non c 'è solo il desiderio di evitare le resistenze degli Enti Locali e dei sindacati a tagli troppo energici. C'è unadomandadi fondo: ha senso incidere più del minimo necessario nella spesa, quando la crescita italiana è timida e ha bisogno di essere sostenuta, a maggior ragione alla luce della frenata americana che potrebbe congelare le aspettative di crescita mondiale da un mese all'altro, facendoci ripiombare verso una crescita a pochi decimali di punto? Per questo, il partito del realismo redistribuzionista mira a convincere Padoa- Schioppa a non fare troppi capricci, e a imboccare lui per primo un'impostazione appena appena più conciliante. È per questo che al ministro sono saltati i nervi, quando Giavazzi lo ha pizzicato. Non tanto per Rifondazione che indica con chiarezza ogni giorno che al rigore non ci sta. Ma perché è in primis tra i cosiddetti "riformisti", in teoria suoi più stretti alleati, che le cifre di Padoa-Schioppa convincono meno oggi di quanto non facessero solo un mese fa. Ci pensa Visco, dice l'ala riformista, a trovare qualche miliardo di euro di saldo primario in più, alzando le imposte sulle compravendite finanzarie e rimodulando le aliquote intermedie dell'ex Irpef. Magari restituiamo nell'esercizio successivo ciò che nel 2007 raccattiamo di gettito fiscale in più grazie alla lotta ai rentiers del centrodestra, dice l'ala realista-redistribuzionista: ma intanto nel 2007 possiamo così correggere un po' di spesa pubblica senza però esagerare, caro Padoa-Schioppa. Poi c'è la terza via. Quella del partito redistribuzionista lacrime e sangue. L'ala antagonista del governo, quella che non capisce perché mai devono valere solo gli impegni programmatici richiamati nel Dpef, e non quelli sottoposti agli elettori. Che promettevanoappunto introduzione piena di tutti gli ammortizzatori sociali a chi oggi ne è sprovvisto, riduzione dello scalone previdenziale ma senza rivedere i coefficienti parametrali della riforma Dini, assunzione dei precari nella scuola e in tutta la pubblica amministrazione, più fondi pubblici alle famiglie e per i figli, al Sud e agli immigrati. Nel programma dell'Unione, in effetti, c'è tutto. E le risorse per farlo, se interrogate gli antagonisti di governo, vengono indicate in zero euro di tagli alla spesa pubblica e fino a 50 miliardi di euro di nuovo prelievo fiscale "socialmente mirato". Roba che la crescita italiana ne verrebbe messa in frigorifero:ma a loro non preoccupa, tanto ti rispondono che il Pil non è l'indicatore della felicità e della giustizia di un Paese, come dice Amartya Sen.
Il nuovo Ulisse e le sue sirene
Difficile dire, caro direttore, quale dei tre partiti vincerà. A occhio e croce, per chi conosce la politica italiana che di strappi non ne ha concessi neanche a quel padrone delle ferriere che era Berlusconi, i più seri tra gli osservatori scommettono tra un mix intermedio della prima e della seconda via. Dipende da quanto Padoa-Schioppa si farà concavo coi convessi e convesso coi concavi. Per questo gli va ricordato ciò che dieci anni fa scrisse a conclusione di un agile volumetto, intitolato Il governo dell'economia. La politica è come Ulisse, scriveva, e Ulisse deve farsi legare ma resistere al canto delle sirene. Perché altrimenti non resiste alle seduzioni della spesa, e perde la capacità di guidare la barca. "Nel governo è forte l 'impulso a seguire le ragioni del cuore, a distribuire oggi ciò che sarà prodotto domani, a considerare che un comando o un'autorizzazione possano prevalere sulle ragioni della scienza triste, l'economia". Ora che Ulisse è diventato lui, a Padoa-Schioppa tocca farsi legare. E farci vedere fino in fondo, se davvero resisterà al canto delle sirene. Altrimenti, non gli tocca Omero. Ma Giavazzi che glie le canta. E noi elettori che glie le suoniamo.
vicedirettore Finanza & Mercati
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Saluti liberali




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