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  1. #81
    SENATORE di POL
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    dal quotidiano LIBERO di oggi........

    "SOLUZIONE GENIALE: PIÙ TASSE

    di OSCAR GIANNINO


    Governo nel caos per la Finanziaria. Tre ipotesi e una certezza: pagheremo
    Caro direttore, la Passione di Tommaso Padoa-Schioppa è ufficialmente cominciata. Francesco Giavazzi l'aveva avvisato, un po' come quei discepoli che temevano che Gesù si inoltrasse davvero a Gerusalemme, se lì stava scritto e lui confermava che si sarebbe compiuto il suo doloroso destino. Ma ormai il ministro dell'Economia è idealmente entrato nel suo Getsemani. Ha iniziato a sudar sangue, alle prese con la divisione in due che inevitabilmente si è aperta nel governo e nel centrosinistra, ora che dalle temibili promesse del Dpef si tratta di passare ai fatti. Fatti pesanti, visto che come ha scritto non un nemico dell'Ulivo, ma lo schieratisismo professor Luigi Spaventa, ipotizzare in una sola Finanziaria un intervento pari quasi a tre punti percentuali del Pil di correzioni di spesa, due terzi di contenimento del suo andamento e un terzo a finanziamento di interventi per lo sviluppo non è mai - dicasi mai - riuscito a nessuno nella storia della Repubblica. Missione impossibile, ha decretato Spaventa. O meglio, nella storia c'è sempre una prima volta. E ora appunto è iniziata la passione dell'ex banchiere centrale, senza partito e con un solo spartito: far vedere che la prima volta sarà la sua. O realizzatore sul serio di ciò che ha promesso nel Dpef, e sarebbe un Ercole, oppure inevitabilmente sconfitto, dimidiato, ridimensionato e umiliato. Naturalmente, in politica c'è sempre la via di mezzo. E cioè quella di dire che il Dpef verrà puntualmente rispettato, ma magari diluito su alcune poste in due anni, su altre in tre, su altre ancora in sei mesi. I politici di lungo corso della maggioranza lo sanno, che la politica offre assai più soluzioni di quanto credano i rigidi ex banchieri centrali. Ed è per questo che gli esponenti di Rifondazione, dei Comunisti italiani, dei Verdi e persino Mastella, hanno formato il Gran Sinedrio che ha decretato la Passione di San Tommaso Padoa-Schioppa. Martire del suo stesso rigore. Dicono che il ministro ieri, negli incontri preparatori che ha avuto a Palazzo Chigi col premier e con Bersani - l 'unico che lo aveva difeso, mentre lo stesso Prodi cosiderava l'ipotesi di diluire la manovra come «un'opzione» - sia stato chiarissimo. Cortese e disponibile nella forma, a esaminare ogni possibilità di intervento "sociale" aggiuntivo per accontentare l'ala sinistra del governo. Ma al contempo determinatissimo, nel ricordare a tutti che non c 'è alternativa: i 35 miliardi di euro devono saltar fuori e tutti nel 2007. Da Bruxelles avevano preavvisato nel fine settimana Padoa- Schioppa, che gli avrebbero dato una mano, e lui l'ha accettata di buon grado. Ed ecco spiegata la nota emessa ieri da Amelia Torres, portavoce del comissario europeo agli affari economici e monetari Joaquin Almunia, che ha formalmente intimato al governo che non ci sono possibilità di unoslittamento di un anno, al promesso rientro del deficit italiano sotto il 3% del Pil a fine 2007. A tutti gli effetti, è come l'angelo che al Getsemani fa forza a Gesù, perché non allontani da sé l'amaro calice e si prepari al supplizio che lo attende. Al di là della credibilità personale di Padoa.-Schioppa, che scopre a sue spese quanto possa essere sdrucciolevole la politica rispetto alla secca verità dei numeri, davanti a noi ci sono tre strade abbastanza diverse.
    Le alternative del ministro
    La prima è quella che Padoa- Schioppa ha deciso di imboccare appena assunto l'incarico, anzi ben prima, dicono i suoi amici. È la via della drammatizzazione, che è consistita nel dire incessantemente che i conti pubblici italiani stavano in condizioni tragiche, come nel 1992 in cui rischiammo il capitombolo. Secondo i drammatizzatori, la credibilità italiana stava nel garantire da subito a Bruxelles che sotto il 3% saremmo rientrati al primo esercizio finanziario utile. E, per soprammercato, avremmo contratto l'impegno a passare damezzo punto al 5% di Pil di avanzo primario entro il 2009-2010. È figlia di questa logica drammatizzante, la contabilità del Dpef che tanto aveva soddisfatto la maggioranza il primo giorno, perché in linea con la campagna elettorale e con la propaganda declinista-tragiediatrice sviluppata dal centrosinistra per un lustro intero. Apparentemente, ora, l'impegno preso va semplicemente rispettato. Ma attenzione, il diavolo si nasconde nei dettagli. Perché in realtà si è scoperto che il centrodestra non ha affatto lasciato un buco non dichiarato di 2,3 punti percentuali del Pil, come fece l'Ulivo nel 2001 dichiarando che il deficit post-Amato sarebe stato lo 0,8% mentre fu del 3,1%. L'andamento dei conti pubblici nel primo semestre, grazie all'ultima finanziaria di Tremonti, vede in realtà una spesa pubblica sensibilmente contenuta rispetto al 2005, ed entrate che crescono in percentuale addirittura sette volte superiore alla crescita dell'economia italiana, anch'essa non a zero ma in ripresa. Risultato: Padoa-Schioppa è il primo a sapere che, avvalendosi della virtù di bilancio di Tremonti e della crescita italiana - se non si affloscia - la correzione da apportare ai conti pubblici 2007 perché il deficit non si discosti significativamente dal 3% del Pil non richiede affatto correzioni come quelle indicate nel Dpef. A quel punto Bruxelles sarebbe sostanzialmente contenta, ragionano a Palazzo Chigi, e l'impegno di fondo di risanamento mantenuto. Perché diavolo dunque imbarcarsi davvero nell 'impresa di incidere a fondo nella spesa pubblica centrale e periferica nel 2007, quando si possono aprire mille tavoli per concertare interventi e risultati nell'anno e nel biennio successivo? La seconda strada è quella, appunto, del realismo redistribuzionista. Non è affatto sostenuta dall'ala antagonista della maggioranza, che sta su un 'altra posizione ancora. È la posizione di Mastella e di tanti ds e margheritici che, attualmente, preferiscono star zitti. Sanno bene - chi almeno tra loro sa abbastanza di finanza pubblica da padroneggiare le proiezioni di spesa comparto per comparto - che il 3% di deficit si può raggiungere diciamo con po' più della metà di quanto indicato come obiettivo dal Dpef. E si chiedono: perché mai prendere sul serio sin dal primo anno l 'obiettivo pluriennale di arrivare a un avanzo primario pari al 5% del Pil entro il 2010, che poi è l 'unica vera ragione che spinge Padoa-Schioppa ad aver indicato correzioni tanto severe sin dall'inizio? Anche Prodi, se lo domanda. Per questo ha aperto la porta all'ipotesi della spalmatura degli obiettivi. Nei più illuminati tra loro, non c 'è solo il desiderio di evitare le resistenze degli Enti Locali e dei sindacati a tagli troppo energici. C'è unadomandadi fondo: ha senso incidere più del minimo necessario nella spesa, quando la crescita italiana è timida e ha bisogno di essere sostenuta, a maggior ragione alla luce della frenata americana che potrebbe congelare le aspettative di crescita mondiale da un mese all'altro, facendoci ripiombare verso una crescita a pochi decimali di punto? Per questo, il partito del realismo redistribuzionista mira a convincere Padoa- Schioppa a non fare troppi capricci, e a imboccare lui per primo un'impostazione appena appena più conciliante. È per questo che al ministro sono saltati i nervi, quando Giavazzi lo ha pizzicato. Non tanto per Rifondazione che indica con chiarezza ogni giorno che al rigore non ci sta. Ma perché è in primis tra i cosiddetti "riformisti", in teoria suoi più stretti alleati, che le cifre di Padoa-Schioppa convincono meno oggi di quanto non facessero solo un mese fa. Ci pensa Visco, dice l'ala riformista, a trovare qualche miliardo di euro di saldo primario in più, alzando le imposte sulle compravendite finanzarie e rimodulando le aliquote intermedie dell'ex Irpef. Magari restituiamo nell'esercizio successivo ciò che nel 2007 raccattiamo di gettito fiscale in più grazie alla lotta ai rentiers del centrodestra, dice l'ala realista-redistribuzionista: ma intanto nel 2007 possiamo così correggere un po' di spesa pubblica senza però esagerare, caro Padoa-Schioppa. Poi c'è la terza via. Quella del partito redistribuzionista lacrime e sangue. L'ala antagonista del governo, quella che non capisce perché mai devono valere solo gli impegni programmatici richiamati nel Dpef, e non quelli sottoposti agli elettori. Che promettevanoappunto introduzione piena di tutti gli ammortizzatori sociali a chi oggi ne è sprovvisto, riduzione dello scalone previdenziale ma senza rivedere i coefficienti parametrali della riforma Dini, assunzione dei precari nella scuola e in tutta la pubblica amministrazione, più fondi pubblici alle famiglie e per i figli, al Sud e agli immigrati. Nel programma dell'Unione, in effetti, c'è tutto. E le risorse per farlo, se interrogate gli antagonisti di governo, vengono indicate in zero euro di tagli alla spesa pubblica e fino a 50 miliardi di euro di nuovo prelievo fiscale "socialmente mirato". Roba che la crescita italiana ne verrebbe messa in frigorifero:ma a loro non preoccupa, tanto ti rispondono che il Pil non è l'indicatore della felicità e della giustizia di un Paese, come dice Amartya Sen.

    Il nuovo Ulisse e le sue sirene
    Difficile dire, caro direttore, quale dei tre partiti vincerà. A occhio e croce, per chi conosce la politica italiana che di strappi non ne ha concessi neanche a quel padrone delle ferriere che era Berlusconi, i più seri tra gli osservatori scommettono tra un mix intermedio della prima e della seconda via. Dipende da quanto Padoa-Schioppa si farà concavo coi convessi e convesso coi concavi. Per questo gli va ricordato ciò che dieci anni fa scrisse a conclusione di un agile volumetto, intitolato Il governo dell'economia. La politica è come Ulisse, scriveva, e Ulisse deve farsi legare ma resistere al canto delle sirene. Perché altrimenti non resiste alle seduzioni della spesa, e perde la capacità di guidare la barca. "Nel governo è forte l 'impulso a seguire le ragioni del cuore, a distribuire oggi ciò che sarà prodotto domani, a considerare che un comando o un'autorizzazione possano prevalere sulle ragioni della scienza triste, l'economia". Ora che Ulisse è diventato lui, a Padoa-Schioppa tocca farsi legare. E farci vedere fino in fondo, se davvero resisterà al canto delle sirene. Altrimenti, non gli tocca Omero. Ma Giavazzi che glie le canta. E noi elettori che glie le suoniamo.

    vicedirettore Finanza & Mercati

    "


    Saluti liberali

  2. #82
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    Sulla manovra ... Governo in testacoda


  3. #83
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    Epifani va alla guerra
    La Cgil chiede di rispettare gli impegni presi

    "Non c'è niente di peggio che annunciare una linea, quale che sia, e poi cambiarla in corsa dando la sensazione di calarsi le brache, perché si brucia la credibilità, l'unica risorsa insostituibile in economia". Lo scrive Enrico Cisnetto in un editoriale sul "Messaggero", in un tentativo di appassionata difesa del ministro dell'economia, Tommaso Padoa - Schioppa.

    "Ieri Tommaso Padoa - Schioppa * scrive sempre Cisnetto - ha dovuto fronteggiare per l'ennesima volta la componente massimalista del centrosinistra per difendere una Finanziaria che ancora non c'è, figuriamoci quando si tratterà di entrare nel merito dei singoli provvedimenti della manovra economica". Bene, è Cisnetto stesso che riconosce che finora la linea rigorosa del ministro dell'Economia "ha dovuto pagar dazio ben tre volte: con la derubricazione da ‘manovra aggiuntiva' a ‘manovrina correttiva' del primo intervento di aggiustamento dei conti, appena formato il governo; con la formulazione del Dpef in cui, al rigore dell'impostazione di fondo, la scelta di intervenire con riforme strutturali sui quattro principali capitoli di spesa del bilancio dello Stato, ha fatto da contrappunto la totale mancanza di indicazioni specifiche per evitare rotture politiche; e ora con l'abbuono di 5 miliardi, che ha fatto scendere da 35 a 30 miliardi l'entità complessiva della Finanziaria 2007". Finisce qui? Non sembra proprio: anzi, semmai siamo solo all'inizio.



    Esortato da quell'Europa che pur ha detto di amare tanto e che veniva contrapposta come esempio virtuoso al dissoluto governo Berlusconi, il governo Prodi ha dovuto accantonare la "pur brillante idea", di spalmare la finanziaria. Magari l'esortazione la si è ingoiata a fatica, ma intanto, nel tentativo di ridurre le spese, ecco l'ipotesi di innalzare l'età pensionabile a sessantadue anni. Per Padoa - Schioppa un provvedimento inevitabile. Apriti cielo. Si parla di pensioni ed è il sindacato a scendere subito in trincea. In questo caso, vista la gravità della situazione, lo fa con il leader della sua confederazione più imponente, il segretario della Cgil Guglielmo Epifani. Per lui "è talmente incauto" l'aver posto questo problema, che "di nuovo assistiamo ad una fuga in massa dal lavoro". Poi il mirino finisce per puntare fisso il ministro dell'Economia: "Padoa - Schioppa * dice sempre Epifani * replica giustamente alle critiche di Giavazzi, e poi fa esattamente quello che dice Giavazzi". Il bello è che Giavazzi non è comunque contento, e Epifani lo è ancora meno.

    Un film già visto. Nel '99 fu D'Alema a lanciare l'ipotesi di una rivoluzione liberale del governo, cominciando proprio dall'esigenza di una riforma dell'età pensionabile. Cofferati disse la semplice parola "no" e D'Alema vacillò immediatamente fino a piombare in un'apatia che lo costrinse alle dimissioni anticipate. Epifani, in teoria, avrebbe anche maggiori ragioni dalla sua. Non era stato proprio Prodi a presentarsi in campagna elettorale al congresso della Cgil per assicurare che il loro programma era lo stesso della sua maggioranza?

    Dunque, la Cgil, di innalzamento dell'età pensionabile, non vuole nemmeno sentire parlare.

    Ed è già iniziata la conseguente retromarcia. Ha voglia l'onorevole Fassino a spiegare che "l'Italia può tornare a crescere e ad offrire opportunità e certezze ai propri figli, alle famiglie e alle imprese soltanto se si imbocca con determinazione la strada dell'innovazione, delle riforme e della modernizzazione". La Cgil fa sapere che allora era meglio Maroni, e non esclude nemmeno di scendere in piazza. Prodi ha una parola magica: "consultazione", "concertazione". Ma, quando si tratterà di arrivare alla scelta, la Cgil e Padoa - Schioppa, o Padoa - Schioppa e Damiano non stanno insieme. Una parte sarà sacrificata. Il governo vorrebbe difendere, almeno formalmente, l'annunciato rigore. Ma in queste condizioni, se rinuncia agli aborriti tagli, potrà solo aumentare le tasse, facendo piangere gli italiani e, peggio, soffocando ogni autentica prospettiva di crescita. C'è da credere a quel punto che scenderanno in campo anche i difensori del ministro dell'Economia, ma la partita appare aperta e dall'esito incerto. Non aiutano nemmeno le liberalizzazioni se affiancate, come è stato proposto, dalla nascita di nuovi ordini professionali.

    Finendo per liberalizzare solo la vendita dei prodotti farmaceutici - con i tassisti è già arrivata la disfatta - davvero non si va da nessuna parte.

    Roma, 1 settembre 2006



    tratto dal sito del Partito Repubblicano
    http://www.pri.it


  4. #84
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    dal quotidiano LIBERO di oggi......

    "In arrivo tagli al Welfare per nove miliardi di euro


    ROMA La manovra finanziaria sarà di 30 miliardi invece dei 35 inizialmente annunciati. Ma a parte questa correzione non ci saranno altre "ricalibrature politiche". Addio, quindi, all'ipotesi di spalmare tutto su due anni come chiedeva l'ala sinistra della maggioranza. «Non è pensabile», ha tagliato corto il ministro dell'Economia Padoa Schioppa, spiegando che l'alleggerimento di 5 miliardi è stato reso possibile dalle maggiori entrate tributarie e che l'obiettivo rimane quello di un deficit al 2,8% nel 2007. Ieri Padoa-Schioppa ha fatto il punto della situazione in consiglio dei ministri. Un incontro durato quattro ore che ha fatto esplodere il malcontento di Rifondazione e Comunisti Italiani, insoddisfatti dalla riduzione a 30 miliardi. Nel mirino della sinistra radicale finiscono inoltre gli annunciati tagli al Welfare, che dovrebbero ammontare a circa 9 miliardi di euro. Il nodo cruciale, in questo campo, è quello delle pensioni. Secondo indiscrezioni il governo starebbe studiando un piano per portare l'età pensionabile a 62 anni per l'assegno pieno. Il provvedimento servirebbe a recuperare dai tre ai cinque miliardi di euro, anche se il ministro del Lavoro Cesare Damiano si è affrettato a smentire questa ipotesi. In pentola, comunque, qualcosa bolle. «Nel sistema pensionistico», ha commentato Padoa-Schioppa, «c'è qualcosa da correggere. Questo governo ha l'occasione di scrivere l'ultimo capitolo del libro "Riforma delle pensioni"». Un'altra ipotesi che sarebbe al vaglio del ministero è quella di lasciare lo "scalone" a 60 anni, rendendolo però flessibile con disincentivi per chi decide di lasciare il lavoro prima e, al contrario, incentivi per chi sceglie di andare in pensione in età superiore. Questo sistema servirebbe a sbloccare la situazione di quei lavoratori che nel 2008 avranno tra i 57 e i 60 anni. A completare il quadro delle tensioni interne alla maggioranza si aggiunge la polemica sulla Sanità. Il ministero dell'Economia vorrebbe arrivare a 95 miliardi, mentre il ministro Turco ne chiede 96 e le regioni 98. I tecnici del ministero della Salute pensano quindi sia possibile recuperare 1,2 miliardi di euro attraverso i ticket per gli interventi non strettamente necessari, per chi non si presenta dopo aver prenotato una visita e per i ricoveri di pazienti con alti livelli di reddito. Ipotesi sulle quali l'accordo è ancora lontano.
    "


    Interventi non strettamente necessari? Lo stabilisce il Commissario Politico di Corsia?


    Saluti liberali

  5. #85
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    Un richiamo richiesto



    Il ministro Padoa-Schioppa ha ripetutamente “chiamato” l’intervento della commissione europea, adesso che è arrivato ci si risparmino le lamentele e, almeno, lo si utilizzi per quel che serve. Quel richiamo, nel merito, si riferisce ad un elemento oggettivo, che anche qui è stato più volte sottolineato: il problema è il debito, il cui peso è destinato ad aumentare con il crescere dei tassi d’interesse, se una politica economica non affronta quel nodo è inutile. Questo era vero ieri e lo sarà anche domani, ma mentre il governo Berlusconi spandeva ottimismo a piene mani, anche laddove non era ben riposto, la scelta fatta dall’attuale ministro è stata opposta, strillando che la situazione era gravissima, i conti in disordine, ed un buco nascosto incombeva.



    In questo modo Padoa-Schioppa si bruciava i ponti alle spalle, ben sapeva che le sue parole sarebbero state ascoltate dalla commissione e se ne faceva forte per resistere a quanti, nel governo, vaneggiano di spalmature. Questo è il rapporto di causa-effetto, ora veniamo alle conseguenze.
    Ancora oggi noi non sappiamo nulla della finanziaria. Come una signora che vada dal chirurgo estetico e chieda di aumentare il proprio volume di 15 centimetri cubi, poi cede alle pressioni dell’amante ed opta per 20 centimetri cubi, ma non chiarendo dove. Se glieli mettono tutti nel naso diventerà un elefante. Ora noi sappiamo che la finanziaria dovrà essere di 30 e non 35 miliardi, ma dove e come, è un mistero. Il ministro ha già chiarito quali sono le non celate intenzioni di una parte del governo: aumento dell’età pensionabile, ticket sanitari, meno soldi agli enti locali. Ma sono solo i titoli, non si conosce lo svolgimento, e c’è già nel governo chi risponde: siete matti, scordatevelo. Il cedimento di 5 miliardi, ancor prima di cominciare a discutere, è un brutto segnale. Se così dovessero andare le cose sarebbe una tragedia, e qui voglio mettere le mani avanti: spero che Padoa-Schioppa la spunti, che la legge sia seria ed efficace, che affronti fattivamente i punti indicati, ma se questo non dovesse accadere, essendosi assunto la responsabilità di esporre l’Italia al richiamo europeo, il ministrò ne tragga le conseguenze. Accettare la condotta del tirare a campare renderebbe egli stesso un ostacolo al risanamento.

    Davide Giacalone
    www.davidegiacalone.it


    tratto da "Il Portale di Nuvola Rossa"
    http://www.nuvolarossa.org/modules/n...p?storyid=2805

  6. #86
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    Prodi in affanno attacca l'arbitro Almunia

    da L'Opinione

    Divertente ammirare oggi l’asprezza di Romano Prodi nei confronti di Bruxelles. Divertente perché di quell’istituzione il presidente del Consiglio è sempre stato il più convinto profeta in Italia. Ogni volta che il governo Berlusconi discuteva – non litigava – con la Commissione, il professore si lanciava nei suoi saccenti richiami al rispetto degli impegni. Solo fino a qualche mese fa era vietato obiettare qualsiasi cosa ai dettami di Bruxelles. Se lo facevi eri antieuropeista, come se l’europeismo fosse uno ed uno soltanto. Come se le direttive dell’Ue scaturissero da una sapienza infusa dall’Alto, impossibile da mettere in discussione. Oggi Balanzone, con i vari Ferrero e Cento alle calcagna, riscopre la capacità di criticare Bruxelles. Benissimo ma lo argomenti in modo serio. Prodi si chiede perché il rigore della Commissione non sia stato applicato anche nei confronti di Francia e Germania che in passato non sono riuscite a rispettare il limite previsti dal patto di stabilità. Domanda legittima, se non fosse che lo stesso Almunia lo scorso marzo avviò la procedura d’infrazione per deficit eccessivo nei confronti di Berlino. Ma quel che fa finta di non vedere il nostro economista di Palazzo Chigi è una verità ancora più scomoda. Sono mesi che il commissario agli Affari economici manifesta apprezzamento per l’ultima finanziaria di Giulio Tremonti per le riforme strutturali che ha introdotto. Il maggior gettito fiscale di cui tanto si discute sta lì a dimostrare in modo incontrovertibile quanto quel giudizio positivo fosse ben ponderato.

    Mentre Tps già strepitava prima dell’estate per paventando uno stato disastroso dei conti pubblici, paragonabile a quello del ’92, Almunia fin dall’insediamento del nuovo governo ha ribadito l’opportunità di applicare correttamente le misure previste dalla manovra varata lo scorso dicembre dal centrodestra. Insomma l’isterismo contabile non è a Bruxelles ma nel governo Prodi. Andate a rileggere i severi editoriali di Tps sul risanamento del nostro deficit. Il nostro ministro dell’Economia sta finalmente imparando quanto sia facile pontificare da analista e quanto sia molto più complicato decidere da politico. I dissidi che stanno emergendo all’interno della maggioranza sull’elaborazione della finanziaria sono figli di quella stessa opposizione contraddittoria e insensata che il centrosinistra conduceva fino a qualche mese fa. Da un lato i soloni dell’economia lamentavano il ritardo del Paese nel risanamento dei conti pubblici, dall’altro i radicalsinistri criticavano ogni misura di contenimento della spesa. Tutti disconoscevano qualsiasi effetto positivo alla politica economica del governo andando così già allora contro quanto Istat e Bruxelles certificavano. Sull’onda di questa strategia d’opposizione il centrosinistra sposò già allora la tattica del NO. No al tetto sull’aumento della spesa, no al patto di stabilità interno, no alla riforma previdenziale, no a quella del lavoro. Eppure oggi si riscopre che in fondo la legge Biagi non è poi così urgente da cambiare, la riforma del lavoro andrebbe resa ancora più rigorosa, le regioni con deficit nella sanità dovranno rientrare con l’addizionale Irpef di Tremonti e finanche lo stesso ticket sanitario, di storaciana memoria, non rappresenta più un tabù. Ma come spiegare tutto questo alla sinistra radicale, alla politica del No? La suscettibilità del centrosinistra non è quindi assolutamente giustificata. Almunia, come un buon vigile, continua su una posizione lineare e coerente, l’Italia è sulla via del risanamento ma occorre proseguire su quella strada. Occorre cioè, per quanto costi ammetterlo, proseguire sulla via intrapresa dal precedente governo.

  7. #87
    SENATORE di POL
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    dal quotidiano LIBERO di oggi.....

    "MANETTE AI RITARDATARI DELL'IVA

    di FRANCESCO FORTE

    Bersani ripristina la prigione per debiti: a rischio due imprenditori su dieci
    Il decreto Bersani passa per un decreto liberale. Ma la sua norma, per cui chi non paga 50 mila euro di Iva, di cui si è spontaneamente dichiarato debitore al Fisco, può essere punito col carcere, ripristina la regola medievale della prigione per debiti. Sottolineo che questa norma del decreto Bersani non colpisce chi evita di dichiarare un obbligo di Iva, ma chi avendo fatto delle fatture Iva, non versa al Fisco, di cui si è reso debitore, la somma ad esso dovuta nel tempo previsto. Il mancato pagamento dei debiti, nella concezione attuale dell'economia di mercato comporta il rischio del pignoramento e quello del fallimento, non il carcere. Invece, ora, per l'Iva, ritorna il carcere per debiti, di cui si narra nei romanzi di Dickens, dedicati a fustigare le crudeltà del vetero capitalismo: iniquo retaggio della precedente epoca feudale. Si dirà, da parte di qualcuno, che i debiti col Fisco sono diversi, per loro natura, da quelli con i privati, in quanto riguardano lo Stato, per i tributi. Con questa argomentazione, il carcere, che non appare tollerabile nella nostra civiltà per i debiti verso i privati, dovrebbe essere accettabile per quelli fiscali verso lo Stato. Ma l'imposta dello Stato contemporaneo differisce dai balzelli dell'epoca precedente, in quanto la si vuole conforme alle regole generali dell'economia di mercato, di cui la finanza pubblica è, in linea di principio, sussidiaria e tutrice. Lo Stato, nel sistema democratico capitalistico, chiede al cittadino i tributi, in cambio dei servizi pubblici, come mezzo per far funzionare meglio l'economia. ::: L'articolo 53 della Costituzione italiana, del resto, stabilisce che l'obbligo dei tributi si basa sulla capacità contributiva. È da supporre che un'impresa, che fa fatica a pagare i debiti per una crisi di liquidità, non sia dotata della normale capacità contributiva E pertanto è assurdo che lo Stato stabilisca, per i debiti fiscali, norme vessatorie, diverse da quelle ordinarie, valevoli per gli altri debiti. Ciò non solo aggrava i problemi delle imprese, genera, per l'imprenditore in difficoltà l'accelerazione della richiesta di procedura fallimentare, per evitare la galera derivante dal mancato pagamento delle imposte. Ed invece lo Stato non ha interesse a riscuotere i suoi debiti prima degli altri, perché ha interesse a far sopravvivere i contribuenti, non a farli perire. Con queste sanzioni fa, oltreché una cosa iniqua, anche un pessimo affare fiscale. Un'antica massima dice che il Fisco deve comportarsi come il pastore saggio, che prende la lana della pecora senza straziarne il vello. La norma del decreto Bersani probabilmente nasce da un'idea sbagliata del modo di combattere contro un tipo di frode fiscale Iva, che sta dilagando da quando l'Unione europea ha liberalizzato i suoi scambi interni e si è accresciuta a 25 Stati. Si tratta del fatto che vi sono imprese che importano in nero merci da altri Paesi della Comunità europea, profittando dei mancati controlli doganali. Tali imprese o altre, loro acquirenti , esportano poi tali merci in altri Paesi, facendosi dare delle fatture finte da imprese fittizie, che non versano l'imposta al fisco e spariscono. Gli esportatori hanno diritto al rimborso dell'Iva sulle merci acquistate, che essi esportano, in esonero da Iva. Così si calcola che ci siano rimborsi per fatture finte per almeno un dieci venti per cento dell'ammontare dell'Iva versata sugli scambi interni. Un mezzo per combattere questo fenomeno consiste nel controllare gli operatori che fanno fatture agli esportatori, per accertare se si tratta di fatture per le quali viene realmente versata l'imposta. Ovviamente, se le imprese che fabbricano fatture fittizie chiudono i battenti o sono gestite da nullatenenti, le sanzioni pecuniarie a loro carico non sono un deterrente. Il carcere può esserlo. ::: Ma, attenzione, se si vuole combattere la prassi in questione è errato stabilire che il mancato pagamento dei debiti Iva va sanzionato con il carcere. Bisogna stabilire che è sanzionato con il carcere il reato di frode (comunitaria) dell'Iva: che non consiste non nel non pagare al Fisco l'Iva dichiarata su fatture vere, ma nel fabbricare fatture false, che servono agli esportatori per ottenere rimborsi di Iva sui loro acquisti o servono a imprese domestiche per avere detrazioni fittizie per costi. La frode è un concetto del tutto diverso dal mancato pagamento dei debiti. E a me sembra che il decreto Bersani, in questo caso, abbia preso fischi per fiaschi.

    "

    Il socialismo, anche se "riformista" (e magari quello Sinistruzzo lo fosse!!!) è pur sempre una via..........verso la schiavitù.

    Saluti liberali

  8. #88
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    dal quotidiano LIBERO di oggi...


    «Manovra da 30 milliardi» E il governo tassa i risparmi per trovarne altri quattro

    di ALBERTO BUSACCA


    Ancora botta e risposta sulle dimensioni della prossima manovra. Prodi, all'inaugurazione della Fiera del Levante, ha confermato che la Finanziaria sarà di 30 miliardi, «equamente ripartiti tra risanamento e sviluppo». Su questa cifra concordano anche Padoa-Schioppa e il segretario Ds Piero Fassino. Ma nella maggioranza continuano a farsi sentire pure i "dissindenti". Su tutti il ministro dell'Università Fabio Mussi, leader del Correntone Ds, secondo cui l'Unione europea chiede all'Italia di scendere sotto il 3% del deficit, ma senza indicare «cifre assolute». Dunque per la manovra «potrebbe bastare anche qualcosa di meno». Gli fa eco Tommaso Sodano di Rifondazione. «Trenta miliardi restano troppi», ha detto, «anche se diversamente distribuiti rispetto alle cifre iniziali». Mentre il balletto delle cifre continua, ad accendere nuove polemiche è anche la proposta , rilanciata da Vincenzo Visco, di tassare le rendite finanziarie con un'aliquota unica del 20%. La misura, che secondo gli ambienti tecnici del governo varrebbe un gettito oscillante tra 1,5 e 4,5 miliardi di euro, piace al segretario generale della Uil Luigi Angeletti, che ha parlato di «soluzione equa e razionale». Più di un dubbio, invece, arriva dall'opposizione. Per Maurizio Leo, responsabile fiscale di An, la razionalizzazione della tassazione delle rendite finanziarie «va nella direzione giusta». Ma, precisa, è necessario fissare un'aliquota «inferiore al 20%». Molto più duro l'ex ministro Gianni Alemanno, anche lui di An. «Così impostata», ha spiegato, «la proposta diventa inevitabilmente una stangata contro il risparmio». Intanto da Helsinki, al termine dell'Ecofin informale, arriva il monito del governatore della Banca d'Italia, Mario Draghi. La crescita in Italia migliora, ha detto, ma «resto stupito dalle manifestazioni di entusiasmo». Il Pil, ha aggiunto, viaggia ancora su cifre «inferiori al 2%, e non ci sono segnali che l'aumento della crescita sia strutturale».

    Saluti liberali

  9. #89
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    Via libera all’aumento dell’addizionale Irpef tassa di scopo e revisione del catasto

    di LAURA DELLA PASQUA da Il Tempo

    LA FINANZIARIA vera la faranno gli enti locali. I 30 miliardi di manovra economica saranno solo l’antipasto. Il piatto forte arriverà in un secondo tempo e sarà servito da Regioni, Province e Comuni. Il governo si appresta a tagliare trasferimenti agli enti locali per 2 miliardi ma al tempo stesso lascerà che questi si rivalgano sul contribuente. Come? Ieri il ministro dell’Economia Tommaso Padoa Schioppa, il viceministro Visco e il ministro degli Affari regionali Linda Lanzillotta hanno incontrato i rappresentanti degli enti locali per fare il punto su quello che è allo studio nella Finanziaria. Risultato: gli enti locali hanno avuto il passaporto per usare la leva fiscale.
    Punto uno: l’addizionale regionale Irpef. Al momento è ferma allo 0,5 per mille ma il governo ha intenzione di sbloccarla.
    Punto due: arriva il tributo di scopo in nome di quella che il ministro dell’Economia Padoa Schioppa ha definito «l’autonomia finanziaria dei comuni». Porta aperta quindi alla tassa di soggiorno e ai ticket di ingresso nelle città. Punto tre: passaggio del catasto ai Comuni. Il che significa libertà di rimettere a punto il sistema catastale e di avviare la riclassificazione. Un processo che, come ha detto il vicepresidente dell’Anci, Fabio Sturani, potrà durare dai due ai tre anni, solo dopo i quali ci saranno nuove entrate per i Comuni.
    Dulcis in fundo potrettero saltare i tetti di spesa sostituiti dai saldi. Questo significa che se finora c’era un tetto di spesa che l’ente locale non poteva superare a prescindere dalle entrate, in futuro a fronte di maggiori entrate i Comuni e le province potranno decidere in assoluta autonomia rispetto allo Stato centrale, l’entità delle spese e i tagli. La spesa comunale a carico dello Stato pesa all'incirca per 61 miliardi sui 687 miliardi, che è il totale della spesa pubblica: sarebbe cioè il 9%. La spesa delle Province ammonta invece a 11 miliardi. Marco Causi, assessore al bilancio del comune di Roma, ha fatto i primi conti: «se la manovra prevede 16 miliardi di risparmi, e gli enti locali pesano per il 9% sulla spesa totale, la cifra a noi richiesta non deve superare il 9% di 16, cioè 1,4 miliardi. Sono allo studio più entrate per i comuni, ma noi chiediamo una vera riforma strutturale, come la compartecipazione dinamica al gettito Irpef». Il ministro, Linda Lanzillotta, ha riferito in modo sibillino che «si è discusso non solo di aumento di imposte, ma anche di manovrabilità della base imponibile». Quindi di gestione del catasto, di beni demaniali, di maggiori poteri fiscali e di maggiore autonomie agli enti locali. Sturani ha giudicato «positivo» il ragionamento sui saldi «però non è pensabile che i sindaci si trovino a dover garantire i servizi mettendo solo tasse. Noi non siamo disponibili a ragionare solo di aumenti di tasse e tributi». Adriana Poli Bortone, sindaco di Lecce ed esponente dell'Anci, si è detta delusa dall'incontro. «Nessuna cifra sui tagli ai trasferimenti. Il governo è in grave imbarazzo».

  10. #90
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    dal quotidiano LIBERO di oggi

    "La cura-Visco raddoppia le tasse sulla casa

    di ATTILIO BARBIERI


    Oltre all'Ici saliranno anche Irpef, Ires, imposte di registro e ipotecarie. Senza contare i prelievi regionali


    �?��?��?� Per turare il buco da 10 miliardi di euro aperto dalla sentenza della Corte europea sull'Iva, il governo sta pensando di introdurre una tassa una tantum. Secondo le ultime indiscrezioni il viceministro dell'Economia con delega alle Finanze, Vincenzo Visco, sta lavorando a un pacchetto di misure tampone per evitare che i rimborsi facciano schizzare entro fine anno l'extradeficit sul Pil al 4,5%, facendo salire l'entità della Finanziaria a 40 miliardi di euro. L'idea è di coprire i rimborsi con una misura tampone. La copertura potrebbe venire da un decreto legge fuori dalla Finanziaria, ed essere garantita da misure una tantum. In attesa di conoscere il dettaglio del provvedimento, il governo stringe sul trasferimento delle competenze per il catasto degli immobili ai Comuni. Ad annunciarlo, ieri, è stato lo stesso Visco. «È allo studio con la prossima Finanziaria - ha affermato - un meccanismo di compartecipazione dinamica dei Comuni al gettito fiscale», superando l'attuale meccanismo. L'obiettivo del governo «è dare flessibilità di bilancio in vista dei contenimenti che inevitabilmente devono fare il prossimo anno», ha chiarito il vice di PadoaSchioppa. Chiaro il riferimento ai tagli sui trasferimenti dallo Stato agli enti locali, che rischiano di superare i 2 miliardi di euro. «Non ci interessa assolutamente dal punto di vista del gettito - ha puntualizzato Visco - ma per riportare in equilibrio i valori reali e quelli catastali... A noi serve un catasto da Paese civile». Come possa avvenire il presunto riequilibrio fra valori reali e valori catastali senza un aumento del gettito è un mistero che non riusciamo a capire. Quel che è possibile capire, invece, è che con l'adeguamento degli estimi catastali di cui parla Visco - oltre all'Ici aumentrebbero tutti i valori, a cominciare dalla rendita catastale. E con essa le imposte che gravano sul mattone. A fare i conti di questa bastonata supplementare è stata la Confedilizia. Per l'Ici il gettito dai 10 miliardi attuali balzerebbe almeno a 20 miliardi, ma salirebbero anche le imposte dirette sugli immobili, come l'Irpef, l'Ires e le addizionali provinciali e regionali che dai 6,8 miliardi di gettito attuale rischiano di salire a 13 miliardi. E aumenterebbero pure le imposte indirette, come la tassa di registro, l'imposta ipotecaria e quella catastale che dai 4,5 miliardi attuali potrebbero costarci anche 11 miliardi. Grandi numeri a parte con l'aiuto di Confedilizia abbiamo provato a fare il conto dei quattrini che i proprietari di casa dovranno sborsare in più per effetto del trasferimento del catasto ai Comuni. I casi considerati sono due: un immobile di 100 metri quadrati come prima casa e lo stesso immobile come seconda casa. Ebbene, nel primo caso l'aumento delle imposte peserebbe da 500 a 1.000 euro in più all'anno. Nel secondo caso le tasse da pagare in più con la "riforma" Visco-Prodi sarebbero tra i 1.221 e i 2.441 euro. E il rincaro dell'Ici, come si vede chiaramente dalle tabelle pubblicate ......, rischia di essere se non proprio marginale, il meno oneroso di tutti.


    Saluti liberali

 

 
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