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  1. #11
    Basileus ton Romaion
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    Citazione Originariamente Scritto da FreeFlag
    In effetti il Sig. Berardi è stato ancora fortunato... Davanti a Montecitorio non ha trovato i carri armati.

    Per ora...
    Ma il tuo pusher fa consegne a domicilio? No perchè vorrei ordinargli qualcosa che sembra buona.

  2. #12
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    D'Elia interdetto ai pubblici uffici? A quanto ne so ha scontato la pena per essere stato membro delle BR...ho sentito una sua intervista su Radio24 a "la zanzara", nessuno ha tirato in ballo questa vicenda...certo si può parlare dell'opportunità di eleggere un personaggio del genere (ma purtroppo in Italia quando gente come Grillo propone l'ineleggibilità di persone che hanno avuto condanne in molti gli ridono in faccia...)

  3. #13
    Gin Pì... Nun ce lassà...
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    07/06/2006 - D’Elia? Il vero scandalo è la sinistra di Pietro Lignola http://www.ilroma.net/test3/include/...20&altezza=120 Il caso del giorno è costituito dall’inserimento di Sergio D’Elia nell’ufficio di presidenza della Camera dei deputati. Il neo-onorevole, eletto nelle liste della “Rosa nel pugno”, è, infatti, uno dei segretari che assistono Fausto Bertinotti nella direzione dei lavori parlamentari. L’onorevole D’Elia, oggi 54enne, aderì trent’anni fa all’organizzazione terroristica rossa “Prima Linea”, entrando nel comando nazionale del gruppo e diventando il numero uno della colonna toscana. Prima Linea si rese responsabile, durante gli anni di piombo, di numerosi omicidi. Una delle vittime fu l’agente di polizia Fausto Dionisi, ucciso il 20 gennaio 1978, nel corso di un assalto terroristico al carcere fiorentino delle Murate.

    Sergio D’Elia fu condannato, per quest’omicidio, alla pena di 25 anni di reclusione, giovandosi degli sconti previsti dalla legge per i dissociati. Ne ha scontato, in realtà, soltanto 12, una parte dei quali in regime di semilibertà, essendo stato definitivamente liberato nel millenovecentonovantuno.

    Molti si chiedono come sia possibile che un assassino, riconosciuto tale con una sentenza definitiva, sieda in Parlamento a rappresentare il popolo italiano.

    La condanna alla reclusione per un tempo non inferiore a 5 anni importa, infatti, l’interdizione perpetua dai pubblici uffici, che priva il condannato, fra l’altro, “del diritto di elettorato o di eleggibilità in qualsiasi comizio elettorale, e di ogni altro diritto politico” (articolo 28 del codice penale).

    D’Elia deve, evidentemente, aver ottenuto la riabilitazione, che può essere concessa “quando siano decorsi 5 anni dal giorno in cui la pena principale sia stata eseguita o siasi in altro modo estinta, e il condannato abbia dato prove effettive e costanti di buona condotta”. (art.179); inoltre “la riabilitazione estingue le pene accessorie ed ogni altro effetto penale della condanna” (art. 178). L’ex-terrorista, se è stato riabilitato, poteva, quindi, legittimamente essere eletto in Parlamento. A questo punto non si può dar torto a Fausto Bertinotti, quando afferma: «Mi pare che, dal punto di vista istituzionale, non ci siano possibili obiezioni a chi, essendo stato eletto parlamentare, può ovviamente essere eletto in cariche di governo dell’istituzione medesima».

    La questione che si pone non è, però giuridica. Si tratta di morale e di decenza. L’ascesa dell’ex terrorista offende i familiari delle vittime, che, infatti, si sono mobilitati, insieme ai sindacati di polizia, per promuovere azioni di protesta. Essa mortifica, inoltre, tutti i comuni cittadini che, non avendo mai ucciso nessuno, non sono evidentemente degni di aspirare alle cariche di governo delle istituzioni.

    Io devo, a questo punto, farmi carico delle obiezioni degli estimatori dell’ex-terrorista.

    È stato detto che il nostro è stato condannato “per responsabilità non diretta ma associativa”. Non è vero. Sergio D’Elia è stato condannato per concorso materiale nell’omicidio, avendo organizzato l’assalto nel corso del quale Fausto Dionisi fu ucciso.

    Il nostro diritto penale non conosce la responsabilità oggettiva dei partecipanti ad un’associazione criminale per tutti i delitti di sangue commessi dagli associati. È stato detto che D’Elia ha pagato il suo debito verso la società. È vero soltanto fino ad un certo punto. Le strane leggi del nostro paese consentono di ritenere espiata, sul piano strettamente giuridico, una condanna a 25 anni di reclusione dopo soli 12 anni, una parte dei quali trascorsi in regime di semilibertà. Sul piano strettamente giuridico, quindi, l’affermazione è corretta.

    La morale è diversa. Chi ha avuto uno sconto di oltre la metà del debito, non ha pagato.

    È stato detto che D’Elia si è reso benemerito fondando e dirigendo l’associazione “Nessuno tocchi Caino”. Può darsi. A me sembra che, avendo egli ucciso un suo fratello, si sia poi adoperato come Cicero pro domo sua. Avrei apprezzato molto di più, come sintomo indiscutibile di ravvedimento operoso, un’iniziativa in favore di Abele. Avrebbero certamente apprezzato, con me, anche le famiglie delle vittime del terrorismo. Io sono d’accordo su una cosa soltanto. Il vero scandalo non è D’Elia, ma coloro che lo hanno candidato e fatto eleggere deputato. Gli eterni ipocriti della sinistra continuano a fare i moralisti tuonando contro gli inquisiti candidati a cariche elettive, dando prova di eccezionale incoerenza. Ci sono, del resto, precedenti ancor più edificanti. Valga per tutti quello dell’ergastolano Moranino, che fece strage di partigiani non comunisti e che, latitante in Unione Sovietica, non scontò mai un giorno di carcere: egli fu ripetutamente eletto in Parlamento nelle liste del Pci, finché un Capo dello Stato riconoscente verso i suoi grandi elettori non gli concesse la grazia. La storia si ripete. Mastella e Napolitano hanno graziato Bompressi e s’accingono a graziare Sofri. Meno male che il mostro del Circeo non era di sinistra ed ha ammazzato di nuovo. Altrimenti, con la scusa dell’avvenuta riabilitazione, che qualche ingenuo magistrato s’era già bevuto, avremmo rischiato, con questa maggioranza moralista, di ritrovarcelo sottosegretario alla Giustizia!

  4. #14
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    Citazione Originariamente Scritto da Kronos
    D'Elia interdetto ai pubblici uffici? A quanto ne so ha scontato la pena per essere stato membro delle BR...ho sentito una sua intervista su Radio24 a "la zanzara", nessuno ha tirato in ballo questa vicenda...certo si può parlare dell'opportunità di eleggere un personaggio del genere (ma purtroppo in Italia quando gente come Grillo propone l'ineleggibilità di persone che hanno avuto condanne in molti gli ridono in faccia...)

    Grillo è preso ad esempio dai sinistri quando fa cabaret contro Berlusconi o quando spara minchiate contro il nucleare senza sapere di cosa sta parlando.

    Quando invece indice un'iniziativa seria non viene ascoltato nemmeno dalla sinsitra perché ovviamente non è immune dal candidare inquisiti e pregiudicati.

  5. #15
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    Citazione Originariamente Scritto da Kronos
    D'Elia interdetto ai pubblici uffici? A quanto ne so ha scontato la pena per essere stato membro delle BR...ho sentito una sua intervista su Radio24 a "la zanzara", nessuno ha tirato in ballo questa vicenda...certo si può parlare dell'opportunità di eleggere un personaggio del genere (ma purtroppo in Italia quando gente come Grillo propone l'ineleggibilità di persone che hanno avuto condanne in molti gli ridono in faccia...)
    Come vede abbiamo già risposto...

    La condanna alla reclusione per un tempo non inferiore a 5 anni importa, infatti, l’interdizione perpetua dai pubblici uffici, che priva il condannato, fra l’altro, “del diritto di elettorato o di eleggibilità in qualsiasi comizio elettorale, e di ogni altro diritto politico” (articolo 28 del codice penale).

    Anche il nostro vecchio parroco aveva una perpetua in canonica.

    Un pò interdetta, a dire il vero, ma come faceva il risotto lei non lo faceva nessuno.

  6. #16
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    Citazione Originariamente Scritto da antonio
    poi pero' si e' detto che questa interdizione e' decaduta, o sbaglio?
    ora, occorre fare in modo che le norme che han consentito che questa interdizione decadesse, vengano rimosse.
    Compagno... sarà anche decaduta per Lei.

    Per noi un assassino resta tale anche dopo la riabilitazione e il pentimento del cazzo.

    L'assassinio è una colpa " a vita" perché ha cagionato una morte definitiva.

    Tutto il resto è chiacchiera...

  7. #17
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    Per chi vuole leggere...anche lei camerata...




    Lettera di Sergio D’Elia al Presidente e ai colleghi della Camera dei Deputati


    Roma, 3 giugno 2006

    Signor Presidente della Camera, colleghe e colleghi deputati,



    a seguito delle dichiarazioni rese il 1° giugno 2006 dall’onorevole Giovanardi su di me e sulla mia storia personale e politica, desidero offrire questo mio contributo di conoscenza, che ritengo utile anche al fine di un più generale dibattito sulla giustizia, la civiltà del diritto e il senso della pena nel nostro ordinamento.
    Sono stato uno di Prima Linea, trenta anni fa. Accetto che si dica ancora oggi di me: un “terrorista di Prima Linea”, mi rifiuto però di credere che qualcuno pensi davvero che sia il termine giusto, vero o esatto per dire, non solo quello che sono io oggi, ma anche quello che sono stato ieri. La mia identità politica e la mia lotta degli anni Settanta possono forse essere approssimate alle idee “libertarie” (il che non vuol dire: nonviolente) di un anarchico dell’Ottocento, non certo assimilate al terrorista suicida e omicida degli anni Duemila.
    Insieme ai miei compagni, ero cresciuto con l’idea che fosse possibile cambiare il mondo, tutto e subito. Subivamo l’effetto di una sorte di frenesia: dopo i volantinaggi alle 6 di mattina davanti alle fabbriche, le proteste organizzate nella mensa degli studenti, i comitati di lotta nei quartieri popolari, pensavamo che fosse a portata di mano la realizzazione del paradiso in terra. Ritenemmo la lotta armata come mezzo necessario per accelerarne l’avvento o, comunque, verificarne la probabilità. Una sorta di “demone della verifica” ci ha spinto all’azione estrema e irreparabile.
    Il fine che giustifica i mezzi a cui molti aderivano culturalmente e filosoficamente, per noi è stata linea di condotta coerente e pratica. Che fosse vero il contrario, cioè che i mezzi prefigurano i fini, per me c’è voluta l’esperienza della lotta armata e del carcere e poi, quand’ero ormai pronto, l’incontro con Marco Pannella. Voglio dire che Marco Pannella c’era già, e da una vita, su quella semplice verità; lui era pronto, non ero pronto io e come me, quelli che lui chiamava i “compagni assassini”, che lo avrebbero ri-conosciuto dieci anni dopo.
    In quegli anni, i radicali erano gli unici a non considerarci dei mostri e quando Marco Pannella diceva “violenti e nonviolenti sono fratelli” capivamo il senso di quelle parole: violenti e nonviolenti avevano in comune la voglia di cambiare l’esistente, senza cedere all’indifferenza e alla rassegnazione. Noi, violenti, con la forza dell’odio; loro, nonviolenti, con la forza del dialogo e dell’amore.
    Nel momento della rinuncia alla violenza come forma di lotta politica era quindi naturale – volendo mantenere il nostro impegno politico e sociale dalla parte dei più deboli e indifesi – che incontrassimo e ri-conoscessimo il partito del diritto e della nonviolenza.
    I due anni di lotta armata mi avevano ampiamente dimostrato che la nostra lotta era vana rispetto agli obiettivi che ci eravamo dati e che le ragioni e le speranze di quella lotta erano andate distrutte dai mezzi usati per affermarle. Avevo accettato interiormente la verità della sconfitta, ancor prima della sua evidenza storica e politica. E quindi aspettavo il momento dell’arresto come un epilogo necessario. Giunse in una bella giornata di maggio del ’78, e fu una liberazione.
    Personalmente non ho mai sparato a nessuno, anche se è stato solo un caso. Sarebbe potuto accadere a me, esattamente, come è successo a molti miei compagni, con cui ho condiviso tutto, di uccidere e/o essere uccisi. In quegli anni, solo una serie di – posso dire col senno di poi – fortunate circostanze mi hanno impedito di diventare un assassino.
    Sono stato condannato in base a uno dei postulati della dottrina emergenzialista dell’epoca, per cui il responsabile di un’organizzazione terroristica andava considerato responsabile dei crimini commessi nel territorio in cui operava. Agli occhi dei giudici non valeva il principio costituzionale della responsabilità penale personale ma quello ben più politico del concorso morale. E’ agli atti del processo che ero lontano da Firenze al momento del fatto, che non ero stato tra gli ideatori e gli esecutori materiali della tentata evasione dal carcere delle Murate. Ciò nonostante, ero da considerare a tutti gli effetti responsabile dell’omicidio; per l’esattezza, di essere stato a conoscenza del piano di evasione e di non aver fatto nulla per impedirla, l’evasione evidentemente, non l’omicidio, che non era certo l’obiettivo di quell’azione, ma l’esito tragico di un fatto imprevisto. Una logica perversa che in futuro non sarebbe più stata applicata.
    Peraltro, durante il dibattimento in aula, avevo sorpreso i miei stessi giudici rivendicando la giustezza del principio del concorso morale come il metodo più adeguato a descrivere le mie responsabilità di dirigente di Prima Linea, le cui azioni mi sono assunto in toto, che le avessi decise o meno, eseguite o meno, sapute o meno. Senza alcun spirito di autodifesa, intendevo evidenziare la contraddizione nella quale poteva cadere - e secondo molti cadde - un tribunale che applicasse in chiave giuridica il principio della responsabilità morale, per non dire chiaramente politica.
    Sono stato condannato in primo grado a trenta anni di carcere, poi ridotti in appello a venticinque, infine dimezzati con l’applicazione della legge sulla dissociazione dal terrorismo e altri benefici di legge. Sono uscito dopo aver scontato dodici anni di carcere e, nel 2000, sono stato completamente riabilitato con sentenza del Tribunale di Roma, riabilitazione richiesta dallo stesso procuratore generale e sostenuta anche da decine di lettere di vittime dei miei reati, tra cui quella che mi ha fatto più piacere del capo della Digos di Firenze.
    Avevamo sciolto Prima Linea nei primi anni Ottanta e, nell’86, insieme a moltissimi miei compagni di detenzione, mi ero iscritto al Partito radicale e, dopo poche settimane, il giudice di sorveglianza mi aveva concesso il permesso di uscire dal carcere per recarmi al congresso del partito, dove mi accolsero tra gli altri Enzo Tortora e Mimmo Modugno, parlamentari e presidenti del partito stesso. Era gennaio del 1987 e, davanti ai congressisti riuniti all’Ergife, consegnai simbolicamente Prima Linea, me stesso e la mia storia violenta, al partito della nonviolenza. Non si trattò di un bagno purificatore, di una catarsi nella folla del popolo radicale. Fu un vero e proprio evento politico: l’approdo definitivo alla democrazia e alle sue regole di chi la democrazia e le sue regole le aveva così tragicamente violate. Difficilmente un altro partito avrebbe avuto il coraggio di compiere un fatto al tempo stesso così concreto e simbolico.
    Nel 1993, con la mia compagna Mariateresa Di Lascia, già deputata radicale e poi autrice del romanzo “Passaggio in ombra”, Premio Strega postumo del ’95, fondammo Nessuno tocchi Caino, l’associazione radicale che in questi anni ha contribuito a 42 tra abolizioni e moratorie della pena di morte che hanno salvato la vita a migliaia di condannati in varie parti del mondo.
    Ora, sono stato eletto deputato della Rosa nel Pugno al Parlamento italiano assumendo un ruolo anche di responsabilità: credo che sia questo un altro fatto politico che può essere letto, non come la vergogna che denuncia il collega Giovanardi, ma – forse, anche – come la parabola felice di una storia, che è storia di cittadinanza democratica e di accoglienza umana e civile di cui, non solo Marco Pannella, ma anche lo Stato italiano può andare fiero... se ha senso l’articolo 27 della nostra Costituzione, se hanno senso le parole lì scritte sulla rieducazione e il reinserimento sociale del condannato.
    Se qualcuno, ancora oggi, dopo trenta anni, vuole cristallizzare la mia vita nell’atto criminale di allora (che non ho materialmente commesso) e non tener conto della semplice verità che l’uomo della pena può divenire un uomo diverso da quello del delitto, rischia di non cogliere il senso profondo della giustizia, del carcere e della pena descritto dalla nostra Costituzione.
    In uno Stato di diritto, è bene che il luogo del giudizio sia innanzitutto quello dei tribunali e che il tempo della pena sia stabilito secondo legge e Costituzione.
    Ho pagato con 12 anni di carcere il conto che lo Stato e la legge italiana mi hanno presentato per ciò che ho fatto o non fatto. Non sono il solo a ritenere di aver compiutamente e consapevolmente pagato – in quel periodo per più versi “emergenziale” - anche l’altrimenti non necessario, il “sovrapprezzo” dovuto a leggi, tribunali, procedure e regole, opzioni politiche che si imposero come necessarie, carceri e detenzione speciali. Da libero, mi è accaduto anche di scontare la pena extra-giudiziale e per me pesantissima che il tribunale della vita, il destino, mi ha voluto riservare con la morte di Mariateresa, uccisa a quaranta anni da un male improvviso e incurabile, sicché ho dovuto far fronte al mio impegno morale, civile e umano inizialmente più solo e poi, grazie a tanti anche di voi, colleghe e colleghi, a portarlo avanti fino al punto in cui siamo di una decisione - ormai prossima, credo - della Assemblea Generale delle Nazioni Unite a favore di una moratoria universale delle esecuzioni capitali .
    Ora, sono disposto ad accettare anche il giudizio inappellabile di quel severissimo tribunale della storia che è l’opinione pubblica. Quel che non accetto è di rimanere ostaggio perpetuo della memoria, del mio passato e di ciò che ho fatto trenta anni fa.
    Signor Presidente della Camera, colleghe e colleghi deputati,grazie per la attenzione e – ne sono certo - le riflessioni che vorrete dedicare a queste mie considerazioni.



    Sergio D’Elia,
    Deputato della Rosa nel Pugno

  8. #18
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    Povero Cobra.

    Compatìtelo ...

  9. #19
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    Citazione Originariamente Scritto da medsim
    Grillo è preso ad esempio dai sinistri quando fa cabaret contro Berlusconi o quando spara minchiate contro il nucleare senza sapere di cosa sta parlando.

    Quando invece indice un'iniziativa seria non viene ascoltato nemmeno dalla sinsitra perché ovviamente non è immune dal candidare inquisiti e pregiudicati.

    A parte che Grillo non dice cose personalmente ma consulta grandi personalità del mondo della scienza e della cultura.

    L'altra sera non mi sembra che non ci fossero persone al teatro Carcano a Milano: era pieno imballato con code fino fuori.

    Si parlava anche di questi temi.

    Da destra non dovrebbero venire strali sulla presenza D'Elia da parte di coloro che tacciono e hanno acconsentito alla presenza di Previti e Dell'Utri e compagnia bella.

  10. #20
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    Citazione Originariamente Scritto da Kronos
    Lettera di Sergio D’Elia al Presidente e ai colleghi della Camera dei Deputati...

    Bella arringa difensiva ma io ho sempre sostenuto che nessun pregiudicato o inquisito deve ricoprire cariche istituzionali.

    Anche il csx lo sosteneva, in teoria, ma non ha evitato di candidare e far eleggere pregiudicati e inquisiti per anche reati di omicidio.

    La superiorità di cui il csx si fa fregio è puramente virtuale perché non è ancora, e mai lo sarà, stata riconosciuta da nessuno è stata solo millantata dai più ciechi sostenitori della coalizone.

 

 
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