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  1. #1
    Ashmael
    Ospite

    Predefinito L'avessimo noi uno Zapatero!

    SE c’è un nome che in Italia quasi non puoi pronunciare, senza sentirti come appesantito da ridicolo cappotto, è il nome di Luis Rodríguez Zapatero. È una sorta di allergia radicale, accanita, che in nessun paese europeo ha l'accaldata intensità italiana e su cui vale dunque la pena meditare. Zapaterista è diventato epiteto insultante, che macchia il destinatario indelebilmente. Zapaterismo è sinonimo di stile politico ignobile: più ignobile ancora d'una dottrina, un'ortodossia. Nel pantheon dei personaggi negativi, il premier spagnolo figura accanto a tipi poco raccomandabili che non gli somigliano punto: Che Guevara, Castro. Deriva zapaterista è stereotipo che potrebbe benissimo comparire nel Dizionario dei Luoghi Comuni di Flaubert: evoca gli impaurenti cosacchi a San Pietro, ha osservato con appropriata ironia Mario Pirani (Repubblica, 13-3-06). Più che un'allergia è una passione, quella che s'abbatte sul successore di Aznar. Per questo urge indagarne l'interna molla, l'irrazionalità, la genealogia: non solo per capire meglio la Spagna, ma per capire un po' meglio noi stessi e la nostra idea della democrazia minacciata.

    Tre eventi hanno indisposto un gran numero di politici e intellettuali italiani, dando corpo allo stereotipo che ci impacchetta e ci incarta: la vittoria elettorale del leader spagnolo, successiva all'attentato dell'11 marzo 2004; la decisione - subito dopo - di ritirare le truppe dall'Iraq; la determinazione con cui Madrid resiste a clero e Vaticano in materia di diritti civili. Zapatero è divenuto simbolo del cedimento al terrorismo, del Tutti a Casa in politica estera, dell'anticlericalismo dogmatico. Ma c'è qualcosa di più che muove a sdegno, e che lo trasforma in fiamma. Zapatero irrompe nella discussione sul futuro della sinistra scompigliando discorsi e modelli cui pigramente ci siamo abituati. D'un tratto non è più Blair a rappresentare il socialismo nuovo, non ideologico. Tutti parlano di lui, anche Ségolène Royal a Parigi, ma nel frattempo c'è un altro riformismo possibile, che non consiste semplicemente nell'adottare, su questioni ritenute centrali dell'economia, politiche di destra. Zapatero indica quest'altra via - una via molto europeista d'altronde - cominciando col dire che la discriminante centrale non è l'economia ma la reinvenzione della politica e della democrazia. Un libro uscito nel 2006 da Feltrinelli spiega bene quest'alternativa: Zapatero - Il Socialismo dei Cittadini (curato da Marco Calamai e Aldo Garzia) è documento prezioso.

    Il nuovo consiste nell'estendere i diritti e le libertà di individui o minoranze, accettando l'enorme varietà delle preferenze esistenziali in società rese insicure da disoccupazione, immigrazione, terrorismo. I soldi mancano per politiche sociali magnanime, agire sull'economia è divenuto tremendamente complicato a causa di vincoli e incompatibilità: meglio allora concentrarsi sulle riforme «a costo zero» - riforme civili più che economiche, dice Antonio Gutiérrez che oggi dirige la Commissione economica del Congresso dei deputati - che danno al cittadino la sensazione di essere ascoltato, rispettato anche quando la vita si fa per lui difficile. Zapatero ha fatto molto in questo campo: ha esteso i Pacs accettati da Aznar rendendo legali i matrimoni tra omosessuali, ha sveltito la legge sul divorzio, ha legalizzato 800 mila immigrati clandestini trasformandoli in cittadini con diritti e doveri fiscali, ha introdotto una legge sulla violenza contro le donne. A queste ha aperto uno spazio senza eguali in Occidente (il 50 per cento delle cariche governative). Ha anche fatto riforme che costano, come gli asili nidi e gli aiuti alle persone non autosufficienti per età o malattia (il cosiddetto quarto pilastro dello Stato sociale, essenziale in società che invecchiano, affiancato a educazione, salute, pensioni). Può darsi che le riforme siano state troppo frettolose: «Non si fa tempo a rispondere al contrattacco della destra e della Chiesa, che il governo già ha aperto un nuovo fronte riformatore», obietta Gutiérrez, che però sostiene Zapatero perché le sue sono pur sempre riforme volute da vaste maggioranze di spagnoli.

    Precisamente questa novità indispettisce tanti politici e intellettuali italiani, anche a sinistra. Indispettisce lo spazio dato alla società civile e ai diritti, a scapito non solo della centralità dell'economia ma dei poteri partitici (Prodi stesso fu guardato con diffidenza da apparatchik e benpensanti di sinistra quando propose le primarie, fino al momento in cui le vinse alla grande). Indispettisce quella che per Zapatero è etica politica irrinunciabile: «Mantenere la parola data, fare quel che si dice e dire quel che si farà». Indispettisce, più ancora forse del ritiro dall'Iraq e della strategia latino-americana, l'autonomia dalla Chiesa. Resistere al Papa e alle Conferenze episcopali è inconcepibile, oggi in Italia. Tutti in Italia hanno bisogno di ottenere l'imprimatur da una forza esterna, tutti si sentono in qualche modo minorenni e illegittimi - non solo i Ds - e la Chiesa diventa tutore che non si osa contestare. Ogni riformista deve fare da noi concessioni sulla laicità: Zapatero problemi simili non ne ha. È alle correnti conciliari che egli s'appoggia, a teologi come Enrique Miret Magdalena che nel laico argomentare somiglia al nostro Enzo Bianchi. Solo che Miret Magdalena non è ingiuriato quando ricorda che lo Stato e l'Europa sono aconfessionali, e che fin dalla teologia cinquecentesca di Domingo De Soto o padre Molina «la legge civile è fatta per garantire la convivenza tra i cittadini, non per garantire la morale cattolica». In Spagna è pietra di scandalo che il Papa parli di silenzio di Dio a Auschwitz, e appena nove giorni dopo lasci che lo stesso concetto («eclissi di Dio») sia applicato dal Vaticano a unioni di fatto o matrimoni omosessuali. Non da noi.

    Indispettisce infine il rapporto di Zapatero con il passato franchista. Il premier inaugura una politica della memoria che prima era assente, e questo accade nel preciso momento in cui in Italia la memoria accende risse, e la resistenza è ridimensionata. Tutte queste mosse irritano perché scombinano tesi apparentemente dissacranti, ma che in fondo hanno generato nuovi allineamenti. Molto è cambiato da noi ma il conformismo delle élite sembra immutato: è antico, tenace, Jean-François Revel lo denunciava già nel '58, nel libro Pour l'Italie. Per conformismo più che per convinzione si plaude oggi al Papa, e a valori europei uniformi. Per conformismo si dice che la sinistra è buona solo se fa politica di destra, e si scorge in Blair l'unico vero modello. Per conformismo si sostiene che l'etica in politica è qualcosa d'incongruo e risibile: gradito solo a girotondini, attori comici e zapateristi. Qualche giorno fa, replicando a un articolo che sospettava Prodi di ritirarsi dall'Iraq senza coscienza morale, D'Alema ha detto parole che in Italia hanno la freschezza delle dichiarazioni inedite: «La coerenza fra gli impegni che si assumono con i cittadini e le cose che si fanno è a mio avviso un aspetto cruciale del rapporto fra etica e politica» (Corriere della Sera, 30-5-06). È proprio questa l'etica di Zapatero, chiamata da noi deriva e a Madrid mantenimento della parola data. Il conformismo italiano mescola cattolicesimo e economicismo marxista. Neppure s'accorge che le sinistre estreme sono oggi marginali in Spagna, grazie alla preminenza di diritti e laicità sulla classica questione sociale.

    In realtà Zapatero innova rispetto a Blair, anche se fa proprie molte sue accortezze economiche. Ha meditato la crisi della democrazia, della politica, e la sua terza via non è quella che aderisce al liberismo e al conservatorismo Usa rinunciando all'identità di sinistra. Come si evince nel libro di Calamai e Garzia, altri sono i riferimenti di Zapatero. Fra questi spicca Philip Pettit, lo studioso che ha teorizzato il repubblicanesimo e il socialismo dei cittadini (i suoi libri son pubblicati da Feltrinelli e dall'Università Bocconi). Nella parola socialdemocratico - dice Zapatero - è il democratico che prevale. Pettit propone un'idea di libertà né liberista né socialista: un'idea più esigente della libertà negativa (libertà dall'interferenza); e meno comunitarista della libertà positiva, che persegue fini collettivi o statali in nome di tutti.

    Per il repubblicanesimo può non sussistere interferenza ma può esserci dominio, ed è questo dominio - la paura è una delle sue armi - che occorre controbilanciare con leggi che prevengano sul nascere interferenze sia reali sia potenziali, spingendo gli individui a partecipare alla politica e a contare sullo Stato. Fondamentale, in Pettit, è la vigilanza dei cittadini: «l'eterna vigilanza» nei confronti delle autorità, delle istituzioni, delle degenerazioni tiranniche. Per questo è indispensabile il pluralismo dell'informazione e il rifiuto dei monopoli televisivi, in Pettit come in Zapatero. In una delle prime mosse, quest'ultimo ha restituito al servizio pubblico piena autonomia dal potere politico (un po' come chiesto dall'Usigrai, sindacato dei giornalisti Rai, in una lettera a Prodi del 5 giugno).

    Un'altra cosa dice Zapatero, che spiega i pregiudizi italiani nei suoi confronti: «Le persone che meglio sanno esercitare il potere sono quelle che non lo amano». Chi lo ama troppo non ritiene che il mondo vada cambiato per il meglio, usando come alibi i passati errori del socialismo: ciò di cui ha orrore è il rischio, e chi rischia mette sempre in gioco il proprio potere.

    Si dice che in un'economia dissestata la sinistra ha pochi margini, per forza. Che il terrorismo restringe diritti e libertà, per forza. Che non esiste quindi vero scontro destra-sinistra. Zapatero con tutte le sue precipitazioni dimostra che non è vero, che niente avviene fatalmente, che la politica è l'arte di creare isole di libertà nel mare della necessità. Isole che permettono ai Giusti di Borges - autore che Zapatero cita spesso, di cui si dichiara «estimatore fino all'ossessione» - di esistere: l'uomo giusto è «chi preferisce che abbiano ragione gli altri», i Giusti «che si ignorano stanno salvando il mondo». Il conformismo che affligge l'Italia politica ha come fine la conservazione del potere, più che l'emergere del giusto. Anche accettare un mondo interamente dominato dalla necessità è conformismo. Un conformismo meno diffuso nella società, che i rischi li teme ma non li respinge.

    Per questo Zapatero è figura significante. Lui stesso racconta come adottò l'etica della parola data. Fu quando, il giorno della vittoria, sentì gli spagnoli gridare: No nos falles!- Non ci deludere! Lì capì - dice - che «il potere è nelle mani di chi il potere non ce l'ha». Che chi governa deve sempre dire: «Il potere non mi cambierà». Che per far rinascere la politica, la partecipazione dei cittadini, la loro responsabilità, occorre estendere diritti e democrazia. Non a dispetto del terrorismo e dell'economia, ma proprio perché viviamo tempi di terrorismo e di difficoltà economica.


    La Stampa 11 giugno 2006
    http://www.lastampa.it


    Spagnoli fortunati!

  2. #2
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    Il punto non è "da loro c'è uno bravo, da noi no" il punto è che c'è una differenza di atteggiamento tra i due popoli e questo si riflette nella politica gli italiani da più di 100 anni non hanno ancora capito che non devono "puntare sull'uomo giusto" o pserare nel "miracolo" ceh dall'alto cambia tutto, no bisogna cambiare atteggiamento

    solo in Italia cmq si possono sentire certi commenti su Zapatero, 1 senza averne capito nulla (anche perchè le informazioni che arrivano in Italia sono totalmente deformate) 2 dimostrando solo il livello della nostra politica: un gioco di privilegi, regali ad amici e parenti Certo presente ovunque, ma ciò che cambia sono le percentuali
    E poi c'è anche un'altra componente..... il fatto che i media ormai parlino della Spagna solo per le cazzate, le cose buffe, le derisioni...dimostrano la rabbia di un paese che si è considerato per decenni superiore (e ancora oggi continua a farlo) e non può accettare che il "fratello minore" ormai l'ha superato e anche alla grande, su tutti i fronti... perchè chi rosica, chi sa di potercela fare che fa? deride

  3. #3
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    solo per la destra (di riflesso, perchè sono bananas, e non per convinzione) Zapatero è antipatico.

  4. #4
    Ha da venì Baffone
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    La Spagna ci somigliava molto ... nei difetti ...
    finalmente si è svegliata ed i risultati si vedono ...

    prima o poi ( forse ) ce la faremo anche noi

    Il problema è che loro hanno per vicini la
    piacevole Andorra, che non rompe
    gli zebedei ed ha notevoli località sciistiche ...
    noi invece abbiamo un'odioso staterello dittatoriale che fa da catalizzatore
    e diffusore delle politiche più odiose e retrograde

  5. #5
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    Zapatero è malvistro anche da gran parte degli Spagnoli; non credo che alle prossime elezioni potrà riconfermarsi facilmente, soprattutto se passerà la legge che tutela gli scimmioni(come lui )

  6. #6
    Mé rèste ü bergamàsch
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    Concordo con Massimo Fini quando dice che Zapatero è stato il personaggio dell'anno 2005 (io aggiungo anche del 2006). Lo apprezzo per il suo decisionismo, la velocità di prendere i provvedimenti necessari, la capacità di rispettare gli impegni presi con gli elettori e tradurli in legge, l'età giovane sua e del suo governo in generale, le numerose donne in posti chiave dello stesso governo (saranno poi gli elettori a giudicarlo, ma nel frattempo non ha paura di mettere in pratica il suo programma senza cercare di accontentare tutto e tutti). Il metodo Zapatero sarebbe da seguire anche altrove, per esempio in italia. Sui contenuti, esclusa l'immigrazione (anche se però ultimamente si sta battendo contro quella clandestina dal Marocco), concordo con le sue scelte, legge sulla siesta, omosessuali ed altro. Quello che però quasi tutti dimenticano, ed anche in quell'articolo non è citato, è l'impegno di Zapatero sul fronte autonomista: considero due tra i suoi (e dei suoi alleati) maggiori successi il nuovo statuto della Catalogna (ancora modificabile in futuro in senso più autonomista) e l'inizio delle trattative con l'Eta nei Paesi Baschi. Solo in Italia (e credo in Francia), purtroppo, parte della sinistra è rimasta a difendere centralismo, prefetti, burocrati, ecc. quasi alla stregua della destra post-fascista. Detto questo, abbiamo comunque tutti da imparare da Zapatero.

    solo per la destra (di riflesso, perchè sono bananas, e non per convinzione) Zapatero è antipatico.
    È antipatico a quasi tutta la politica italiana.

  7. #7
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    Citazione Originariamente Scritto da tigermen
    se passerà la legge che tutela gli scimmioni(come lui )

  8. #8
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    Citazione Originariamente Scritto da Piotr
    La Spagna ci somigliava molto ... nei difetti ...
    finalmente si è svegliata ed i risultati si vedono ...
    Questo perchè anche la dittatura franchista era più avanzata delle democrazia italiana.
    Addio Tomàs
    siamo fatti della stessa materia di cui sono fatti i 5 stelle

  9. #9
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    Zapatero è malvistro anche da gran parte degli Spagnoli;




    e questa chi te l'ha raccontata?? Ruini??? ma è possibile che in Italia circo9lino ancora ste cazzate?? poi vi lamentate quando diciamo che da noi c'è meno libertà di stampa che in cina.....

    mi spiace per te, ma Zapatero ha un ampissimo consenso popolare anche perchè la decisione del ritiro dall'Irak era auspicata dal 90% degli spagnoli (anche quelli id destra) e che come azione politica a parte alcune legge sociali grosso modo è un liberale. E non solo, nel PP non c'è nessuno di valido, solo un paio di sopravvissuti alla colossale figura di merda del 2004 quindi prevedo che Zapatero vinca i prossimi 3 mandati......sarà un Gonzalez bis

    Quindi i bananas dovrebbero apprezzare Zp, dato che potrebbe incarnare la "rivoluzione liberale che il silvio doveva introdurre in italia nel '94" ma ormai sappiamo bene che cos'è il Nano e posso aggiungere...solo un popolo di imbecilli come quello italiano (in cui i bananas sono la massimo espressione) potevano credre una cosa del genere

    in Spagna più semplicemente hanno tenuto la chiesa fuori dalla politica (alla gente non gliene frega nulla nè di imam nè di preti e papi forse perchè sono troppo presi nel costruire treni efficienti strade moderne e infrastrutture all'avanguardia invece di trovare i capri espiatori per l'inefficienza più assoluta come si fa qua) e un liberale l'hanno votato veramente (cmq anche aznar era molto più liberale del nano)

  10. #10
    Hanno assassinato Calipari
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    C'è un tasso di dinamismo molto alto in spagna, difatti.

 

 
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