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Discussione: Conosciamo Romano

  1. #1
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    Predefinito Conosciamo Romano

    Visti i post del dott. Brunik che riportano fedelmente (?) vita, morte e miracoli del Prode cav. Romano, ho deciso anch'io di aprire una discussione che riporti qualche passo della vita del nostro amato Presidente Prodi:


    Non vi annoieremo con storie consumate, anche se ci piacerebbe ripercorrere la biografia ambigua e tortuosa di Romano Prodi e raccontare ancora una volta delle gesta del Professore bolognese quando era Presidente dell’IRI, di quelle discusse privatizzazioni che, in realtà, furono delle vere e proprie svendite del patrimonio economico italiano. Come non ricordare il destino di marchi prestigiosi e storici della nostra industria alimentare, da Motta ad Alemagna fino a Cirio, di fatto regalati alle multinazionali. Come non ricordare che proprio dalla gestione Prodi nascono i guai dell’Alitalia, negli anni ’80 tra le prime compagnie al mondo, e delle acciaierie di Terni, che rappresentavano un polo industriale d’eccellenza.
    E ancora, si potrebbero rievocare le polemiche sulle consulenze d’oro della società Nomisma, di cui il Professore è stato Presidente fino al 1995, o sull’oscura vicenda di Telekom Serbia che, scandali politici a parte, fece perdere all’Italia 500 miliardi delle vecchie lire. Quello di Prodi è un ritratto politico degno di Dorian Gray.
    Il suo primo inquietante esordio pubblico fu nel 1978, nel corso del rapimento Moro, quando Prodi, dopo aver partecipato ad una seduta spiritica, raccontò che bisognava indagare su Gradoli, pensando che fosse un paesino vicino al lago di Bolsena. Indicò anche due numeri, di cui uno si accertò poi corrispondere al civico della strada dove si trovava il covo in cui fu detenuto Aldo Moro. E’ stato poi ministro di provata fede democristiana, uomo di potere durante quindici governi della Prima repubblica, nel pentapartito, nell’era Craxi e nei governi tecnici di Amato e Ciampi, fino al 1995 quando fondò l’Ulivo, diventando il leader, pro-tempore, del centro-sinistra italiano. Ma su tutto questo si sono già versati fiumi di inchiostro. Noi ci concentreremo su un passato più recente, ma non meno chiacchierato, quando Prodi, dal 1999 al 2004, è stato Presidente della Commissione europea. Riepilogheremo fatti già noti, commentati dalla stampa italiana e internazionale, oggetto di lunghissime discussioni al Parlamento europeo. Racconteremo le gaffes più clamorose, gli scandali, le omissioni, i silenzi e soprattutto le scellerate decisioni a danno dell’Italia. “Il guaio degli uomini è che essi dimenticano”, come recita Merlino nel film “Excalibur”. È quindi bene ricordare questi fatti, perché tracciano la storia di un Prodi anti-italiano, deciso ad utilizzare le istituzioni europee come un taxi per tornare a fare politica in Italia: pur di andare contro il Governo di centro-destra non ha esitato a danneggiare gli interessi del nostro Paese e la sua credibilità internazionale. Con queste premesse, vi daremo almeno 7 buoni motivi per non fidarsi di Romano Prodi.

  2. #2
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    Primo motivo

    Prodi è fuggito dalle responsabilità sugli scandali della Commissione europea: il caso Eurostat “Chi non conosce la verità è uno sciocco, ma chi, conoscendola, la chiama bugia, è una persona sleale” (B. Brecht) Chi luogo e tempo aspetta, vede alfin la sua vendetta. Nel maggio 1999, Romano Prodi venne nominato Presidente della Commissione europea. Come è noto, il prestigioso incarico ha rappresentato una sorta di “cambiale politica” che la sinistra italiana ha imposto alla sinistra europea a titolo di risarcimento nei confronti di Prodi. Infatti, è utile rievocare che Prodi nell’ottobre 1998 era stato sfiduciato dalla sua maggioranza che, dopo un regolamento di conti, lo aveva liquidato senza scrupoli a beneficio di Massimo D’Alema, divenuto al suo posto Presidente del Consiglio. Una defenestrazione impietosa rispetto alla quale Prodi ricevette come indennizzo la Presidenza della Commissione europea. La genesi del nuovo incarico è molto importante per capire il ruolo di Prodi all’interno delle istituzioni comunitarie. In poche parole, quella di Prodi fu una scelta subìta, motivata da ragioni che nulla avevano a che fare con l’Europa. Proprio per questo il neopresidente della Commissione utilizzò il suo incarico soprattutto per fare politica e per rianimare il centro-sinistra, cercando di conquistare così un ruolo di primo piano dopo la cacciata da Palazzo Chigi, decretata dai suoi stessi alleati. Partendo da queste premesse è facile comprendere che Prodi finì per concentrarsi sulle questioni di politica italiana a tal punto da apparire lontano, quasi avulso dall’organismo europeo e dal suo funzionamento. In particolare, quando il Professore bolognese si è trovato di fronte a decisioni scomode, anziché assumersene la responsabilità, come gli imponeva il suo incarico, ha preferito coscientemente “non vedere, non sentire, non parlare”, facendo propria la metafora della nota storiella cinese delle tre scimmiette. Prodi il Censore. Torniamo al 1999. Prodi sostituì, con qualche mese di anticipo, il Presidente in carica della Commissione. Il suo predecessore, il lussemburghese Jacques Santer, fu costretto a dimettersi prima della scadenza naturale del suo mandato perché era stato sfiduciato dal Parlamento europeo, dopo essersi reso protagonista di uno scandalo istituzionale. Infatti, né gli europarlamentari né i mass media gli avevano perdonato che una componente della sua Commissione, Edith Cresson, Commissario all’Educazione e alla Ricerca, fosse finita sotto inchiesta per aver elargito, a spese dell’Unione, un contratto di lavoro al suo ex dentista. Proprio per questo, nel suo debutto a Strasburgo come Presidente della Commissione nel luglio 1999, Romano Prodi si prodigò in una requisitoria moralistica degna di Catone il Censore, proclamando di adottare, come cardini del suo mandato, la tolleranza zero sulle frodi e la trasparenza. In quello stesso discorso Prodi pretese ancora di più: in caso di ulteriori irregolarità ed illeciti, la Commissione tutta e i singoli Commissari avrebbero dovuto assumersi fino in fondo la responsabilità politica delle loro azioni e lasciare l’incarico, proprio per garantire il massimo del rigore rispetto ai cittadini. “Ho chiesto a tutti i Commissari di darmi, sulla loro parola d’onore, le dimissioni in mano qualsiasi evento nuovo capiti, qualsiasi fatto non conosciuto”1, annunciò Prodi, con eccessiva enfasi. Peccato che non andò proprio così. Infatti, qualche mese più tardi, si cominciò a vociferare di dubbie consulenze che riguardavano l’Eurostat, l’istituto europeo di statistiche. Dopo le prime generiche indiscrezioni, iniziarono ad emergere dettagli preoccupanti. Si parlò chiaramente di “consulenze d’oro” e della creazione di “fondi neri”. Venne fuori persino una ricerca pagata 570mila euro, lunga appena una pagina e mezzo2. Per non parlare poi dei funzionari della Commissione sospettati di essere anche proprietari di alcuni studi di consulenza che lavoravano con l’Eurostat3.

    A questo punto scoppiò lo scandalo, tanto più grave perché a finire sotto inchiesta fu proprio l’Istituto europeo di statistica. Ma che cos’è Eurostat? L’Eurostat non è un ufficio come un altro, uno dei tanti gangli della burocrazia europea. Si tratta invece di un istituto che, per il suo lavoro di rilevazione statistica, è di fatto il garante del Patto di Stabilità: verifica l’applicazione dei parametri di Maastricht e quindi concorre a determinare le politiche economiche e finanziarie degli Stati membri, vincolando gli Stati a politiche di rigore, che spesso si traducono in tagli ai bilanci o al welfare. Proprio perché ha un ruolo di vigilanza sui conti pubblici degli Stati europei, l’Eurostat non può essere nemmeno lontanamente sfiorato da dubbi o sospetti sulla trasparenza e sulla correttezza dei suoi atti. Lo scandalo Eurostat fu, quindi, assai più grave di quello che aveva travolto la Commissione Santer, perché questa volta non si trattò solamente di nepotismo o di episodi di corruzione, ma di un’azione sistematica finalizzata alla creazione di fondi neri. Scoppia lo scandalo. Tra il 2002 e il 2003 il caso Eurostat diventò di dominio pubblico. L’inchiesta penale della Magistratura francese sull’Eurostat, scaturita dai rilievi della struttura europea antifrode (Olaf), trovò le prove di un’ampia organizzazione di truffe ai danni dell’Unione. Due importanti dirigenti dell’Eurostat finirono nell’indagine, sospettati di aver organizzato un sistema che sottraeva denaro pubblico e lo convogliava in un conto bancario segreto in Lussemburgo4. Inevitabilmente si innescò una polemica furiosa anche contro la Commissione. Tutti cominciarono a reclamare una risposta chiara. Prodi si affrettò a negare tutto, dichiarando di non saperne nulla. Ma la stampa internazionale sostenne subito il contrario. In particolare, il Financial Times accusò Prodi di aver appreso molte informazioni sullo scandalo e di non esserne perciò affatto all’oscuro5. Subito il portavoce della Commissione europea liquidò l’articolo del giornale londinese definendolo “pura spazzatura”6. Intanto una pattuglia di deputati, che sin dall’inizio si erano occupati del caso, dimostrarono che Prodi non poteva non sapere, esibendo tutta una serie di documentazioni, tra cui più di cento interrogazioni, che chiedevano, a partire dal 1999, spiegazioni su presunte irregolarità che riguardavano l’Eurostat. Si scatenò un assedio mediatico, politico ed istituzionale. Prodi e la sua Commissione finirono nell’occhio del ciclone. Iniziò così uno psicodramma istituzionale che coinvolse tutti, nessuno escluso: il Parlamento, la Commissione, la Corte dei Conti e l’Olaf si impegnarono in una serie infinita di riunioni, pubbliche e “a porte chiuse”; furono elaborate decine di documenti riservati e un numero incalcolabile di note ufficiali, per non parlare poi degli innumerevoli piani di azione eternamente rimandati. “Il mio gruppo ne ha fin sopra i capelli dei piani di azione. Noi vogliamo i risultati, abbiamo già visto tonnellate di piani di azione”7, si sfogò un deputato dei comunisti europei, in uno dei tanti dibattiti a Strasburgo. Nel gennaio 2004, in una lunghissima Risoluzione8, il Parlamento europeo arrivò ad accusare la Commissione di “diffusa cultura della segretezza”, sottolineando che nessun Commissario si era assunto “la responsabilità politica delle irregolarità avvenute presso Eurostat”, e si rammaricò che la Commissione non avesse agito “tempestivamente di fronte all’emergere di sempre maggiori prove di una gestione finanziaria irregolare”9. Ad un certo punto spuntarono fuori anche i “whistle-blowers”10, tradotto letteralmente “ventilatori di sussurri”, in poche parole “spioni”. Questi collaboratori di giustizia, come si dovrebbe dire in termini tecnici, informarono le Autorità competenti sui fatti di Eurostat in cambio di protezione e anonimato. Una vera e propria “spy story”. Ego “me” absolvo. Dopo alterne vicende lo psicodramma culminò con una mozione di censura contro la Commissione Prodi11, discussa in Parlamento nell’aprile 2004. Alla fine l’esecutivo di Bruxelles confessò che effettivamente c’erano state frodi per più di cinque milioni di euro, liquidando, però, il fatto come “un’eccezione deplorevole”, nel tentativo di autoassolversi12. La Commissione se la cavò emanando un presunto “codice di condotta”, che avrebbe disciplinato i rapporti tra i Commissari e i loro servizi. Propose anche il “rafforzamento dei circuiti di informazione”, il “costante aggiornamento dei Commissari sull’attività dei servizi”13 ed altre varie amenità. In quella giornata infuocata nessuna traccia del Presidente Prodi, che si fece notare esclusivamente per la sua assenza. A parlare a nome della Commissione c’era il Commissario Viviane Reding, l’unica che comunque trovò il coraggio di affrontare l’Aula parlamentare. Insomma, la Commissione fuggì da qualsiasi responsabilità politica e morale, a dispetto delle roboanti dichiarazioni del Prodi in versione “Catone il Censore” di cui abbiamo parlato all’inizio. Ciascuno dei Commissari coinvolti, Prodi in primis, prese le distanze dallo scandalo con ridicole frasi di circostanza: “non ho letto la revisione contabile”, “non sono stato informato”, “gli uffici non mi hanno messo al corrente”, “non ho letto i giornali”14. Lapidario, nel trarre le conclusioni, fu un deputato danese: “L’unica cosa che viene spontaneo chiedersi è come sia possibile che persone con una capacità così limitata di cogliere quello che stava accadendo intorno a loro siano riuscite ad arrivare così in alto”15. Sono sempre gli stracci che volano in aria. Ma la giustizia deve trionfare. Qualcosa alla fine doveva pur succedere, tutti se lo aspettavano. Qualcuno alla fine doveva pur pagare. E infatti, qualcuno pagò. Ma il bilancio fu ben deludente. Qualche trasferimento d’ufficio e due dirigenti indagati dalla giustizia francese. Paradossalmente il prezzo più caro lo pagò un imprevedibile capro espiatorio: fu il giornalista autore di un’inchiesta su Eurostat, apparsa sul settimanale tedesco “Stern”, l’unico ad essere arrestato, con tanto di perquisizione in redazione ed a casa e congelamento dei conti bancari16. Il finale tragicomico di questa pietosa vicenda supera, così, la più fervida delle immaginazioni.

  3. #3
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    Secondo motivo

    Prodi ha danneggiato l’Italia con i suoi silenzi: l’ingiustizia dell’Assegno inglese “Grande è la forza del nulla. Non le si può fare niente” (S.J. Lec) Lo Sceriffo di Nottingham. Durante la presidenza inglese dell’Unione europea, nell’autunno 2005, abbiamo più volte chiesto a Tony Blair da che parte stava: da quella della giustizia sociale di Robin Hood o da quella della prepotenza e dei soprusi, rappresentata dallo Sceriffo di Nottingham. Il paragone con la saga di Sherwood ci è sembrato molto calzante poiché Blair si ostinava a difendere l’assegno inglese, il famigerato “English Rebate”, un perverso meccanismo attraverso il quale la Gran Bretagna continuava a sottrarre all’Italia ingenti risorse. Parafrasando il noto racconto inglese, abbiamo chiesto più volte alla ricca Gran Bretagna, e in particolare a Blair, di togliersi, una buona volta, i panni dello Sceriffo di Nottingham, che prendeva ai poveri per dare ai ricchi.

    L’odiosa ingiustizia dell’assegno inglese avrebbe dovuto essere denunciata da Romano Prodi, che invece nei cinque anni di Presidenza della Commissione europea si è contraddistinto per un silenzio complice e assordante. Ma è una lunga e complessa storia che vale la pena raccontare dall’inizio. Prodi tace e acconsente. Dalla fondazione della Comunità europea, ogni Paese partecipa con una propria quota nazionale al bilancio comunitario. Per oltre vent’anni, l’unica a fare eccezione è stata la Gran Bretagna che ha contribuito in maniera del tutto irrisoria al bilancio dell’Unione europea, visto che l’Europa ha sempre restituito a Londra la quasi totalità della somma versata. Questo vero e proprio rimborso si chiama “assegno inglese”. La storia dell’assegno inglese cominciò nell’era della Lady di Ferro. Infatti il Primo ministro britannico Margareth Thatcher, sostenendo che il Regno Unito era in una situazione economica molto difficile, pretese ed ottenne dall’Unione il rimborso di due terzi di quanto versava. Era il 24 giugno 1984 quando furono firmati gli accordi di Fontainebleau che resero possibile lo sconto inglese. I costi di questo sconto ottenuto dall’Inghilterra - di fatto un autentico privilegio - furono ripartiti tra gli altri Stati membri dell’Unione europea, ma in maniera diseguale. A pagare, infatti, furono prevalentemente la Francia e l’Italia. Vediamo quali furono i motivi. La Francia fu disponibile a fare questo sacrificio forse perché otteneva dalle istituzioni comunitarie importanti fondi per l’agricoltura. Non è mai stata chiara, invece, la ragione per la quale l’Italia dovesse essere così penalizzata. I maligni ironizzavano sullo scarso interesse dell’Italia per le questioni europee. Fatto sta che qualcosa di vero deve pur esserci stato poiché dopo lunghe discussioni, nel 2000, quando si riaprì il dibattito sull’assegno inglese, anche l’Austria, i Paesi Bassi e la Svezia pretesero ed ottennero di alleggerire il loro contributo. L’Italia, invece, rimase a guardare, accettando passivamente di pagare un conto sempre più salato. Vale la pena ricordare che nel 2000 si sono alternati due governi di centro-sinistra, il governo D’Alema e il governo Amato che, evidentemente, non fecero nulla per cambiare la situazione. Anche Prodi, di fatto, preferí tacere. Così l’Italia è arrivata a “sborsare” a Londra una cifra record pari a un miliardo e mezzo di euro all’anno, cioè quasi tremila miliardi di vecchie lire, sottraendo preziose risorse allo sviluppo del nostro Paese, in particolare alle aree svantaggiate del Mezzogiorno. Nel corso dei cinque anni della Presidenza Prodi, questo iniquo e inspiegabile privilegio non è stato mai messo veramente in discussione. Soltanto con l’arrivo del nuovo Presidente Barroso, la Commissione ha preso una posizione forte, ritenendo che non ci fossero più le condizioni per concedere uno sconto così eclatante al Regno Unito. Nel dicembre 2005 la Gran Bretagna ha finalmente ceduto sul tanto discusso “assegno inglese” e ha rinunciato a dieci miliardi e mezzo di euro dello sconto che aveva acquisito più di venti anni prima con la Lady di Ferro. Determinante è stata la battaglia fatta dall’Italia e in particolare dal Ministro degli Esteri, Gianfranco Fini.

  4. #4
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    Terzo motivo

    Prodi ha utilizzato le istituzioni europee per fare politica in Italia “Il fine giustifica i mezzi” (N. Machiavelli) A chi non sa parlar bene, s’addice il silenzio. “Stile disordinato”. “Scarsa padronanza delle lingue”. “Manager incapace”. “Uomo sbagliato per l’incarico di Presidente della Commissione”. “Allarmante inclinazione alle gaffes” 17. Queste le critiche ricorrenti utilizzate dalla stampa internazionale per descrivere Romano Prodi. Durante i cinque anni da Presidente della Commissione, Prodi non ha goduto di buona stampa, a partire proprio dal Financial Times che ha condotto una vera crociata contro di lui. Tutti conosciamo il proverbiale antieuropeismo degli inglesi ma, dietro alla sistematica e maniacale lente d’ingrandimento del giornale della City puntata su Prodi, c’erano fin troppi motivi per alimentare le polemiche. Tutto inizia con un’imbarazzante questione di formaggio. Un “alto diplomatico Ue” riferí al Financial Times della “mancanza di leadership di Prodi” raccontando un episodio paradigmatico. Si narra, infatti, che Prodi, durante una cena ad un summit Ue nel 2001, “stava leggendo il suo discorso, quando il Presidente francese Jacques Chirac ha iniziato a protestare per l’assenza di formaggi nel menu”. Tutti i leader “si sono uniti nel dibattito (sul formaggio), ma Prodi ha semplicemente continuato a leggere il suo discorso”18. Ma questo non è tutto. A proposito di gaffes clamorose ce ne sono alcune rigorosamente in chiave anti-italiana. Ecco un elenco sommario. Scivolando sulla stupidità. Non ci attarderemo ad elencare le proteste degli europarlamentari quando Prodi, nell’ottobre 2002, definì “stupido” il Patto di Stabilità, cioè l’accordo per far rispettare i criteri di Maastricht e per evitare disavanzi pubblici eccessivi e garantire la stabilità monetaria nella zona euro. Un accenno, però, siamo costretti a farlo perché quello “stupido” gli costò caro. In quella circostanza Prodi si trovò sotto il tiro incrociato di mass media e istituzioni comunitarie: nelle relazioni internazionali, infatti, non sono particolarmente apprezzate le espressioni colloquiali quando si parla di argomenti tecnici. Caustico fu il commento del capogruppo dei Popolari europei, Hans- Gert Poettering, durante il dibattito a Strasburgo: si dichiarò esterrefatto per le parole di Prodi che, a suo avviso, rischiavano di compromettere “ulteriormente l’autorevolezza della Commissione”. Inoltre si disse sbalordito perché Prodi non aveva chiesto scusa19. Prodi si giustificò come sempre in modo goffo. Non a caso con quella sua abituale approssimazione dialettica si guadagnò un giudizio molto duro dall’inglese “The Guardian” che scriveva: “Prodi ha fallito in modo disastroso nel comunicare, persino in lingua italiana”20. Prodi il visionario della politica. Prodi diventò una sorta di zimbello delle istituzioni comunitarie, quando nel novembre 2003 presentò il manifesto “L’Europa: il sogno, le scelte”. Con questo suo programma politico il Presidente della Commissione decise di scendere in campo, come leader dell’Ulivo, in vista delle elezioni europee. Sui sogni e sulle visioni prodiane avremo ancora modo di esprimere le nostre perplessità. Comunque, nacque un dibattito sull’incompatibilità tra l’incarico istituzionale di Presidente della Commissione, una posizione che deve dare garanzie di neutralità e indipendenza, e il suo ruolo in Italia di capo dell’opposizione. Insomma la denuncia era chiara: la Commissione europea non poteva trasformarsi in un taxi per la politica nazionale. La polemica era troppo ghiotta e i mass media si scatenarono.

    Il Times, il Frankfurter Allgemeine Zeitung e il Mundo consigliarono immediatamente a Prodi di lasciare l’Europa e “concentrarsi sulla politica italiana”21. Ovviamente il Financial Times continuò a non lesinare complimenti, definendo Prodi addirittura un “re in esilio”22 e chiedendosi “se il suo cuore e la sua testa” potessero “stare in due posti contemporaneamente”23. Questa dissociazione, secondo il giornale della City, era “causa di serie preoccupazioni”24 nelle istituzioni comunitarie. “Inaccettabile. Scorretto. Irresponsabile”25, denunciò immediatamente il capogruppo dei popolari Poettering sulla stampa italiana, proclamandosi infastidito nel vedere “il Presidente della Commissione europea che si mette a interferire con la politica italiana, anziché occuparsi degli affari dell’Unione europea”26. A Strasburgo, dall’estrema sinistra agli euroscettici, dai socialisti ai popolari si alzò un coro quasi unanime: Prodi doveva scegliere, o l’Europa o l’Italia. Venne rimarcata per l’ennesima volta l’incompatibilità tra il suo ruolo istituzionale di Presidente della Commissione europea e il suo ruolo politico in Italia di leader dell’opposizione. Anche il socialista Martin Schulz, divenuto famoso dopo il suo diverbio con Berlusconi, non risparmiò critiche contro Prodi, dichiarando che “il Presidente della Commissione dovrebbe essere sovranazionale e concentrarsi sul suo lavoro a Bruxelles”27.

    E ancora. Il capogruppo dei popolari manifestò in modo aspro la sua disapprovazione: “In questi tempi difficili non abbiamo bisogno di un Presidente della Commissione che continuamente interferisca nelle vicende politiche interne del suo Paese. Lei ha fatto una politica di partito, si è appellato alla sinistra italiana perché si riunisca: chi è Presidente della Commissione deve agire sempre in nome di tutti gli europei”28.

    Rilanciò la polemica il presidente dei comunisti europei, Francis Wurtz, che disse nell’Aula di Strasburgo: “Signor Presidente, questo incidente preelettorale non interessa minimamente il mio gruppo, motivo per cui avevo intenzione di rimanere in silenzio. Nondimeno, ritengo che questo incidente riveli un aspetto a me chiaro da tempo, cioè che la pretesa della Commissione di rappresentare l’interesse generale europeo è una pretesa al di sopra delle sue capacità. Da parte mia, preferirei che la destra e la sinistra del Parlamento si scontrassero con la stessa passione sulle politiche dell’Unione europea, anziché scontrarsi sui progetti di carriera e sugli affari di Stato”29. Parole come macigni, per un Prodi già troppo debole. Al lupo, al lupo. Il massimo della performance contro l’Italia fu nell’aprile 2004 quando Prodi, in maniera del tutto atipica e impresentabile sia in termini di linguaggio che di procedure, annunciò con un comunicato stampa la presunta messa in mora dell’Italia per il possibile sforamento del 3% nel rapporto deficit-Pil. L’annunciato “early warning” (in termini tecnici “avvertimento preventivo”), così come è chiamata ufficialmente la procedura sanzionatoria, creò un evidente e naturale shock politico-finanziario. Peccato che non era vero assolutamente nulla. Infatti il provvedimento non fu mai effettivamente formalizzato per l’ottimo motivo che non sussistevano i presupposti, anzi il Fondo Monetario Internazionale smentì categoricamente le previsioni della Commissione europea 30.

    Evidentemente Prodi voleva usare il suo incarico istituzionale come una clava contro il governo Berlusconi alla vigilia delle elezioni europee che si sarebbero svolte due mesi dopo. La vicenda divenne così un caso internazionale a tal punto che Romano Prodi e la Commissione europea finirono nel mirino del settimanale “The Economist”, che definì il cartellino giallo alzato da Prodi contro l’Italia una diatriba strumentale, tutta rivolta al dibattito politico italiano. Infatti il giornale inglese, in un fondo dal titolo “La Commissione europea si sta disintegrando”31, attaccò Romano Prodi considerandolo “sempre più preso dal suo ruolo di leader de facto dell’opposizione italiana” 32.

    Prodi l’anti-italiano.

    Anche quando lasciò la Commissione europea, Prodi non perse l’occasione per continuare ad esibire la sua solita ambiguità anti-italiana. La prima occasione fu nel novembre 2004, quando il Premier Berlusconi, nel pieno della recessione economica del Vecchio Continente, scrisse una lettera aperta al Presidente di turno dell’Unione europea, chiedendo la revisione del Patto di Stabilità al fine di sostenere crescita e sviluppo, per rilanciare gli investimenti su infrastrutture, ricerca e occupazione. La proposta era valida e fu condivisa. E ottenne, di conseguenza, l’immediato sostegno di Francia, Germania e Spagna, incontrando però l’ostilità di Prodi, a quel tempo appena sostituito da Barroso al vertice della Commissione. La logica prodiana era per il “tanto peggio tanto meglio” di leniniana memoria. Prodi preferì, infatti, attaccare senza tregua la maggioranza di centrodestra in Italia anche a costo di danneggiare gli interessi del Paese. Pur di alimentare la disputa politica in chiave anti-italiana, l’ex- Presidente osteggiò la proposta di revisione del Patto, iniziando una critica distruttiva sulla politica economica del Governo e sullo stato dei conti pubblici italiani, snocciolando dati imprecisi a tal punto da guadagnarsi l’appellativo di “cornacchia”33, cioè l’uccello del malaugurio, da Sandro Bondi.

    Mentre Gianni De Michelis denunciava che la presa di posizione di Prodi e soprattutto i toni della polemica e il suo pessimismo sembravano dipendere solo da un fazioso spirito di parte: “Per uno che è stato fino a ieri Presidente della Commissione europea”, spiegò De Michelis, “mi pare una caduta di stile che dimostra tutto sommato carenza di reali idee”34. In realtà Prodi aveva proprio perso la bussola e sempre in quel periodo rilasciava altre affermazioni deliranti. Come non ricordare, infatti, quando definì “mercenari” i giovani di Forza Italia. Una frase che non merita ulteriori commenti, se non la constatazione che definizioni di questo genere, anche in circostanze ben più drammatiche, non erano purtroppo estranee alla terminologia politica della coalizione prodiana. Il Ministro Gasparri non mancò di sottolineare, in quella circostanza, che “il centro-sinistra definisce mercenari i militanti della Casa delle Libertà come definì mercenario il lavoratore italiano Quattrocchi ucciso dai terroristi in Iraq”35.

    Chi mal cerca fama, se stesso diffama.

    L’ex-Presidente della Commissione ha continuato a fare gaffes anche in giro per l’Europa. Clamorosa fu quella del febbraio 2005, quando Prodi riportò alla stampa alcune presunte confidenze di Chirac contro l’Italia, in seguito smentite dall’Eliseo: “l’Italia ha perso spazi” e “siete rimasti isolati”36, queste le frasi incriminate. Immediatamente Prodi si affrettò a rassicurare tutti con un pizzico di mitomania e declamò: “sarà mio compito riportare il nostro Paese nel nucleo che decide”37. Peccato che poi fonti ufficiali francesi smentirono le dichiarazioni di Prodi e l’ambasciata di Francia in Italia precisò che il Governo francese era “in piena sintonia” con quello italiano38. Ma lui, astioso e un po’ patetico, suggerì al suo ufficio stampa di dire che “quando il professor Prodi dice una cosa la dice sapendo che la può e la deve dire”39. Ci risparmiamo le valutazioni di natura psicanalitica che emergono dalle dichiarazioni di Prodi, che tradiscono un’insicurezza mista a manie di persecuzione e che tracciano un imbarazzante profilo psicologico. Comunque sia, a prescindere dall’accaduto, la risposta unanime fu che Prodi non si era comportato da politico responsabile. “Uno statista tutto può fare tranne che parlare male del suo Paese, soprattutto all’estero o dall’estero. E’ una cosa molto triste perseguire l’interesse di parte contro quello nazionale”40, disse il ministro Tremonti. Non meno duro fu l’ex-presidente della Repubblica Francesco Cossiga che accusò Prodi di “modi grossolani di far politica” e di essere estraneo alle regole “della buona creanza nazionale e internazionale”41. Fino al ministro Buttiglione che parlò di “subordinazione culturale”42. In sostanza, un caso di gossip della peggior scuola scandalistica.

  5. #5
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    Quarto motivo

    Prodi ha assecondato l’invasione commerciale cinese “Coloro che non fanno piani e sottovalutano l’avversario saranno certamente catturati.” (Sun Tsu) Volete più Cina? Allora votate Prodi. “Prodi non è la medicina ma la malattia, è l’agente commerciale e la quinta colonna della Cina. Chi vota Prodi non vota per l’Italia ma per la Cina. Chi vota Prodi, vota per perdere il suo posto di lavoro, per far chiudere i capannoni delle nostre imprese”43. Prendiamo in prestito le parole del ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, che danno un’idea chiara del ruolo di Prodi nei rapporti tormentati con Pechino. Ma facciamo un passo indietro.

    Gli anni della Presidenza Prodi coincidono con le trattative chiave per l’ingresso della Cina nell’Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO) e soprattutto con l’inizio del boom commerciale cinese in Italia e in Europa. Infatti, dal 2000 al 2004, si è registrato un aumento clamoroso dell’importazione di alcune merci cinesi, in media del 700%. La Cina ha infatti invaso il mercato europeo con valanghe di prodotti apparentemente a basso costo. In realtà il costo è elevatissimo. In Cina questi prodotti, dall’abbigliamento all’agroalimentare, fino agli apparecchi tecnologici, vengono realizzati senza alcun rispetto per i diritti umani, con salari irrisori, senza rispetto per l’ambiente, senza garanzie per la sicurezza dei consumatori, spesso impiegando manodopera minorile. Troppe volte queste merci sono contraffatte, incentivando così un mercato immenso, che ha visto crescere il suo giro d’affari del 1300% e che finanzia organizzazioni criminali. Un mercato che oltretutto danneggia direttamente le aziende italiane ed europee e ne svaluta il patrimonio di professionalità. Solo in Italia, negli ultimi dieci anni, il mercato dei falsi ha fatturato dai tre ai cinque miliardi di euro, determinando una perdita di almeno 30.000 posti di lavoro. Vediamo come il Presidente della Commissione europea, Romano Prodi, affrontò la valanga cinese. La genesi dell’invasione. Tutto iniziò a Pechino nel dicembre del 1999 con l’annuncio dell’istituzione di una “camera di commercio Ue - Cina”. Ma il vero colpo di fulmine ci fu nel maggio 2000, quando avvenne l’incontro fatale tra Europa e Cina. Proprio in quella data, infatti, si chiuse l’accordo che ha dato il via libera all’ingresso del colosso asiatico nel WTO. E Prodi non perse l’occasione per esprimere “soddisfazione”44 e per definire l’accordo “storico”45. Ma c’è di peggio. Prodi si avventurò in previsioni destinate a rivelarsi, come al solito, totalmente sbagliate. Secondo il Professore, infatti, l’intesa rifletteva ampiamente “gli specifici interessi europei sul mercato cinese”46 e avrebbe quindi assicurato “molti posti di lavoro ai cittadini europei”47. Queste le dichiarazioni trionfali del Presidente Prodi, che sembrano un caso di umorismo involontario. Per la Cina, infatti, è il momento della svolta. Per l’Europa, invece, è l’inizio di un incubo fatto di concorrenza sleale, di prodotti contraffatti, di aziende costrette a chiudere e di lavoratori licenziati. Come se non bastasse, in quel periodo l’Unione europea acquisisce come sua competenza specifica quella del commercio estero, scippando ogni potere decisionale ai singoli Stati europei.

    Ad onor del vero, i facili e superficiali entusiasmi di Prodi già da allora non erano passati inosservati. Autorevoli commentatori, infatti, definirono quell’accordo molto problematico, una sorta di “alchimia” 48 che poneva numerosi interrogativi sull’impatto storico di quell’evento. Ma non finisce qui. Si te preme er patrimonio lassa perde er matrimonio. Se Prodi avesse dato retta a questo noto proverbio romanesco –ma, si sa, lui Roma proprio non la sopporta- avrebbe forse compreso meglio i guai ai quali l’Europa stava andando incontro. Tra il 2000 e il 2004 ci sono stati ben tre vertici tra l’Unione europea e la Cina nei quali la Commissione avrebbe potuto chiedere maggiori garanzie per le imprese europee, a partire dal comparto del tessile e del calzaturiero, oggi in crisi. Ma queste occasioni non furono colte. L’attivismo prodiano è stato solo un fiume in piena di parole, senza un’idea sul da farsi o uno straccio di progetto. Il Professore non è riuscito a rendersi conto della gravità della situazione tanto che, senza una strategia ma per puro spirito propagandistico, si è ostinato ad aumentare e moltiplicare i rapporti tra la Cina e il Vecchio Continente. Non si contano le frasi di circostanza, altisonanti quanto patetiche, pronunciate nelle occasioni istituzionali. Il ventaglio delle dichiarazioni sarebbe immenso, ma faremo solo qualche esempio. Si va dal Prodi, “versione Giulietta e Romeo”, che nel pieno dell’invasione cinese incontrò il premier di Pechino, Wen Jiabao, e dichiarò: “Tra Ue e Cina il fidanzamento è ormai ufficiale. Il nostro forse non è un matrimonio, ma di certo è un fidanzamento molto serio”49; per passare poi al Prodi “versione guru indiano” che, nel suggerire di evitare posizioni protezionistiche, invitò tutti a “ritrovare la Cina che sta in noi”50. I dati del fallimento. La verità è che l’era Prodi si è conclusa con un bilancio assolutamente catastrofico. Qualche numero: in Italia, tra il 2000 e il 2005, l’import cinese nel settore tessile ha toccato cifre da record, con un incremento delle importazioni dei pantaloni fino al 1960%, dei pullover fino al 1250%, delle magliette fino al 537%, dei cappotti fino al 757%, mettendo così in crisi 28.000 aziende e in pericolo 90mila posti di lavoro. In Europa, invece, sono a rischio quasi un milione di posti di lavoro. Altro settore in crisi è quello calzaturiero: negli ultimi anni l’Europa ha importato dalla Cina più di un miliardo di paia di scarpe, mettendo a repentaglio più di 70mila posti di lavoro. E ancora, la Commissione non ha saputo difendere le nostre produzioni agroalimentari d’eccellenza contro ogni sorta di pirateria: solo per fare qualche esempio, ogni anno vengono importate nell’Unione europea 30mila tonnellate di mele cinesi, 1.000 tonnellate di aglio e 157mila tonnellate di pomodori. Ma anche altri settori considerati strategici per la nostra economia subiscono una concorrenza sleale senza precedenti. Solo con la nuova Commissione Barroso, nel 2005, sono stati presi i primi tardivi provvedimenti per cercare di far fronte allo shock da importazioni cinesi. Peccato che dopo cinque anni di prodiana passività, il danno sia diventato quasi irreparabile.

  6. #6
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    Quinto motivo

    Prodi ha cercato di boicottare Parma come sede per l’Agenzia europea per la sicurezza alimentare “A proposito di politica: ci sarebbe qualcosa da mangiare?” (Totò) L’impresentabile proposta di Lussemburgo. Provate ad avventurarvi in internet alla ricerca di notizie sul Lussemburgo. Vi chiederete, perché? Vi preghiamo di avere pazienza, la risposta la troverete più avanti. Comunque sia, c’è un sito che raccoglie le testimonianze dei viaggiatori e, in una delle pagine dal titolo “Lussemburgo perchè andarci”, leggiamo: “Sono passata dal Lussemburgo in macchina per andare in Belgio. E’ vero non c’è niente da fare e da vedere.... non vale sicuramente un viaggio apposta. Unico aspetto positivo per cui vale la pena di passare di lì se si è in macchina è per il costo della benzina (meno che in Svizzera). Siamo passati alle 17.00 era tutto chiuso, non siamo neanche scesi dalla macchina... una tristezza indicibile” 51. Nonostante questo esordio scoraggiante, vi invitiamo a fare un’ulteriore ricerca sulla tradizione culinaria lussemburghese e scoprirete che “sulla mensa spadroneggia la carne, soprattutto di maiale (per esempio lo “judd mat Gaardebounen”, collo di porco con contorno di fave) e selvaggina (piatto prelibato: i fagiani gratinati alla birra bionda). Ricetta tipica, i “gromper keeschelche”, crêpes con pomodori grattugiati, cipolle e prezzemolo, cotte in olio caldo”52. Un po’ poco, direte voi, per far del Lussemburgo la capitale della buona cucina e dei prodotti tipici. Come darvi torto! Chissà, invece, cosa sarà passato per la mente a Romano Prodi quando, in un’intervista ufficiale alla tv finlandese nel febbraio 2001, propose la città di Lussemburgo come sede dell’Agenzia europea per la sicurezza alimentare53. Incredibile ma vero, non si trattava di una battuta di cattivo gusto, anzi il Professore ci tenne a puntualizzare che lui aveva fatto la proposta di Lussemburgo “con serietà”54. L’Agenzia oggi ha orgogliosamente sede in Italia, a Parma. Fin dall’inizio, la patria del parmigiano e del prosciutto era la candidata naturale, quasi scontata, per l’Authority, ma grazie alle proposte surreali del Presidente Prodi è arrivata al traguardo solo dopo un percorso tortuoso e sofferto. Prodi il burocrate.

    Raccontiamo la storia dall’inizio. In un’intervista alla Gazzetta di Parma, il Sindaco di Parma, Elvio Ubaldi, aveva definito Prodi “un grigio burocrate di vecchia scuola che ha un’idea contraddittoria rispetto alla costruzione di una vera Europa federata”55. Parole pesanti, uno sfogo nato dalla delusione per la preferenza espressa da Romano Prodi in favore della città di Lussemburgo. Di fronte all’unanime levata di scudi contro le sue affermazioni, che avevano lasciato tutti allibiti, Prodi si giustificò dicendo, in modo maldestro, che aveva bisogno di “razionalizzare la distribuzione geografica degli uffici della Commissione”56. La verità è che queste presunte esigenze erano totalmente pretestuose e incomprensibili e denunciavano piuttosto l’attitudine di chi voleva remare contro l’Italia. Vale la pena ricordare che il Granducato lussemburghese non aveva mai presentato formale richiesta per l’Autorità alimentare, al contrario di Parma che aveva avanzato da anni la sua candidatura. E’ quindi curioso notare come la militanza “anti-italiana” del Professore sia stata costante e di lunga data. Tanto per fare un solo esempio, nella vicenda di Parma persino il Ministro delle Politiche Comunitarie Gianni Mattioli, esponente di centro-sinistra del Governo Amato, nel marzo del 2001, espresse la sua indignazione contro le proposte anti-italiane di Prodi, dicendo che la scelta della sede dell’Autorità alimentare europea doveva essere fatta tenendo conto del merito, senza cedere ad approcci burocratici, tanto cari al Professore. “Abbiamo accolto con una certa sorpresa queste uscite del Presidente Prodi”57, aveva sottolineato Mattioli riferendosi all’idea di Lussemburgo, “va da sé che deve essere il Presidente di tutti e non solo un Presidente italiano. Francamente però dire che bisogna dare l’Autorità a Lussemburgo perché ha perso un ufficio, non ci sembra un argomento forte.

    Comunque non è questo l’argomento che deve sottendere alla scelta”58. Ma Mattioli non si fermò qui e rincarò la dose: “Non bisogna ragionare da burocrati. Nell’epoca di internet e della comunicazione on line la priorità non è concentrare tutto a Bruxelles o in un raggio di poche decine di chilometri (…) Questa è una cosa ridicola”59. La situazione si fece imbarazzante perché Prodi fu attaccato da tutti e su tutti i fronti. Non sapendo più come giustificare questo incomprensibile e contraddittorio comportamento, Prodi ad un certo punto ebbe addirittura il coraggio di affermare, a discapito dell’Italia e anche dell’evidenza, che lui non era stato adeguatamente avvertito della candidatura di Parma60. Fatto sta che in questa confusione generale l’Italia perse di credibilità. Pochi mesi dopo, cambiato il Governo, il Ministro per le Politiche Agricole, Gianni Alemanno, fu costretto a denunciare che il Governo Berlusconi aveva ereditato una situazione così compromessa da esporre l’Italia al rischio di “rimanere esclusa dalla distribuzione delle sedi europee di Autorità o di Agenzie”61. Alemanno evidenziò amaramente che l’Italia era stata lasciata da sola, dichiarando: “Quello che ci ha colpito molto è il fatto che il Presidente della Commissione europea, Romano Prodi, emiliano, italiano, non sta facendo a nostro avviso quanto potrebbe per ottenere questo risultato e quindi sostanzialmente oggi l’onere della trattativa è tutto esclusivamente sulle spalle del Governo italiano”62. Chi tiene il piede in due staffe spesso se lo trova fuori. Il colmo dell’infida ambiguità si raggiunse qualche mese più tardi, nel novembre 2001. A seguito delle dichiarazioni di Alemanno che aveva interpretato alcune affermazioni fatte da Prodi sul caso Parma come “un segnale positivo”63, arrivò la doccia fredda. Pur di fare un dispetto a Berlusconi e impantanare ulteriormente le trattative, il portavoce di Prodi si affrettò a precisare che “il Presidente della Commissione non ha lanciato alcun segnale né fatto alcuna dichiarazione a sostegno o contro la candidatura di Parma, come sede dell’Autorità alimentare” 64. Dallo staff di Prodi si ricordò anche che la decisione sull’Authority alimentare era di competenza del Consiglio dei ministri della Ue e non dell’Esecutivo65. Come dire, il Prodi versione “Ponzio Pilato” se ne voleva lavare le mani e lasciare la patata bollente al Governo italiano, facendo in realtà un torto all’Italia tutta. Vogliamo risparmiare al lettore le infinite puntate di una telenovela durata più di qualche anno e quindi la faremo breve. Alla fine il governo Berlusconi ha portato a casa vittoriosamente l’ambito risultato: Parma è diventata la sede dell’Autorità europea per la sicurezza alimentare. Nonostante Prodi. Ma il fatto più divertente e clamoroso è che il Romano anti-italiano ha avuto pure la faccia tosta di prendersene il merito e di dichiarare: “è anche un successo mio personale perché abbiamo lavorato a questo per quattro anni”66 (!!!). Ogni commento è decisamente superfluo.

    Per sdrammatizzare, ecco un “match” culinario Lussemburgo contro Parma. Per i cultori della cucina, segnaliamo due ricette facili facili67: un antipasto ed un contorno a confronto.

    Per il Lussemburgo le famose Polpettine di grano saraceno (dosi per 10 persone): Ingredienti: Farina di grano saraceno, 500 g; Panna o latte, 1 bicchiere; Strutto o burro, 50 g; Sale, q.b. Preparazione: 1. Salate e fate bollire un litro d’acqua. Appena alza il bollore versatevi la farina di grano saraceno e mescolate energicamente per evitare che si formino grumi. Cuocete per un quarto d’ora mescolando. 2. Ritirate dal fuoco, lasciate raffreddare un po’ il composto, poi preparate le polpettine. In una padella lasciate sciogliere lo strutto e soffriggetevi le polpettine. 3. Quando sono ben colorite, sgocciolatele, passatele in un altro tegame, versatevi un bicchiere di panna, mescolate, fate addensare quanto basta, regolate il sale, lasciate scaldare.

    Per Parma vi proponiamo lo Gnocco fritto. Ingredienti: Farina bianca, 250 g; Lievito di birra, 15 g; Strutto (od olio), 30 g; Sale, 1 cucchiaio; Acqua tiepida, 12 cucchiai; Olio per frittura, q.b. Preparazione: 1. Disponete a fontana la farina lasciando un incavo nel centro, quindi unitevi il sale, lo strutto e il lievito sciolto nell’acqua. Lavorate bene il tutto. 2. Lasciate lievitare questo impasto in luogo tiepido per circa un’ora. Stendete la pasta in una sfoglia alta circa 3 mm. Tagliatela a rombi e friggeteli nell’olio bollente, pochi per volta. 3. Fate sgocciolare gli gnocchi e serviteli caldi. Noi li abbiamo provati e, se è vero che “de gustibus non disputandum est”, a nostro modesto parere, lo Gnocco batte la Polpettina 100 a 1.

  7. #7
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    Sesto motivo

    Prodi ha svenduto i nostri vini di qualità “La vita è troppo breve, per bere del vino cattivo” (G. E. Lessing) L’incubo dell’Amarone “cinese”. Prima o poi, troverete sullo scaffale di qualche supermercato il famoso vino veneto della Valpolicella, l’Amarone, ad un prezzo davvero stracciato. Nel sorseggiarlo, però, vi potrebbe capitare di fare una smorfia di disgusto, scoprendo un’imprevista acidità. A quel punto, disorientati, vi soffermerete a guardare l’etichetta e scoprirete che il vino in questione proviene magari dalle pianure della provincia del Liaoning, in Manciuria, nella Repubblica Popolare Cinese, a qualche decina di migliaia di chilometri da Verona. Perché evochiamo un tale incubo? Perché Romano Prodi ha contribuito a fare in modo che quest’incubo un giorno o l’altro possa diventare realtà. E adesso vi racconteremo il perché. Nel 2003, nel battezzare la controversa proposta di riforma della Politica agricola comune, Romano Prodi tentò in vari modi di giustificare i tagli e i sacrifici che l’agricoltura europea avrebbe dovuto affrontare. La sua tesi principale era quella di puntare tutto sulle denominazioni di origine e sui prodotti d’eccellenza, “che costituiscono la via sulla quale l’Europa deve lavorare perché non è più pensabile riuscire a stare nei costi di un’agricoltura massificata”68. Queste dichiarazioni sembravano essere l’importante garanzia di un impegno per la valorizzazione dei prodotti di qualità, un’esigenza fortemente sentita da produttori e consumatori italiani ed europei. Purtroppo però, Prodi, come al solito, predica bene e razzola male. Infatti era già da tempo in atto un vero e proprio accanimento contro la migliore produzione vitivinicola. Dal 2002 al 2004 la Commissione si contraddistinse nella elaborazione di una serie di regolamenti che, in barba ai proclami sulla tradizione e la qualità, aprirono di fatto la porta alla concorrenza sleale, permettendo per la prima volta ai produttori extra-europei l’utilizzo delle denominazioni più prestigiose dei vini italiani. Stiamo parlando di marchi noti in tutto il mondo come l’Amarone, il Brunello, il Morellino, il Vin Santo… In parole povere, un vino prodotto in Cile, in Cina o in Australia con un sapore vagamente simile ad uno dei nostri vini pregiati avrebbe potuto essere etichettato come se fosse stato originale. Il regolamento incriminato era il famigerato 316/2004. Il giallo dei vini “taroccati”. L’iter per l’adozione del Regolamento fu molto sofferto e si trascinò per un anno intero. Ci fu un braccio di ferro tra la Commissione e i Paesi produttori, tra cui l’Italia, la Spagna, la Francia, il Portogallo e la Grecia, che volevano rassicurazioni sulla tutela delle menzioni tradizionali. Era chiaro che dietro alle esigenze di massima liberalizzazione proclamate dalla Commissione si nascondevano, in realtà, gli interessi delle grandi multinazionali, sempre interessate ad ampliare il proprio mercato a danno della qualità. Proprio per questo, probabilmente, la Commissione cercò il momento favorevole per tentare una forzatura ed approvare il nuovo Regolamento senza tenere conto delle istanze del settore vitivinicolo. E così, nonostante il documento di lavoro della Commissione fosse all’ordine del giorno da ottobre, venne discusso nel Comitato di gestione dei vini solo alla fine di gennaio. Il testo era disponibile solo in francese e soprattutto non prendeva in considerazione i suggerimenti proposti dai Paesi produttori.

    Per l’Italia il Ministro Alemanno chiese un rinvio per l’approvazione definitiva, in attesa di un’attenta consultazione del testo. Le sue lecite richieste rimasero però lettera morta. Il Regolamento fu approvato in modo anomalo con 47 voti favorevoli contro 40 voti contrari, contravvenendo alla norma che prevedeva una maggioranza dei due terzi. In poche parole, con il nuovo Regolamento si dava il via libera alla produzione pirata dei nostri vini, aprendo la strada all’Amarone cinese, al Morellino cileno, al Brunello sudafricano. Sostanzialmente un affronto per la tradizione e la fama internazionale dei nostri vini. Infatti, il marchio, anche se di fantasia, rappresenta un valore aggiunto per tutte quelle generazioni di produttori che hanno determinato la qualità e la reputazione commerciale del prodotto vitivinicolo, legato a caratteristiche ben definite del territorio italiano e realizzato secondo metodologie molto rigorose. È stato il trionfo della liberalizzazione selvaggia: la Commissione Prodi ha di fatto autorizzato un abuso delle menzioni tradizionali, che ha riversato sul mercato internazionale un eccesso di prodotti con marchi taroccati, di dubbia qualità. Nonostante la forte opposizione dei produttori e dei consumatori e alcuni ricorsi alla Corte di Giustizia, l’euroburocrazia prodiana ha vinto, infliggendo così un duro colpo a secoli di tradizione e di eccellenza.

  8. #8
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    Settimo motivo

    Prodi è riuscito a trasformare l’euro in un incubo “L’uomo saggio non cerca di affrettare la storia” (R. L. Stevenson) Il pasticciaccio brutto dell’euro. Siamo sempre stati dei convinti europeisti, anche se continuiamo a pensare che sarebbe stato meglio costruire prima l’Europa politica, l’Europa della Costituzione, l’Europa sociale, l’Europa dei diritti dei Popoli e poi l’Europa monetaria. Di conseguenza, pur non avendo mai avuto alcun pregiudizio sull’euro - anzi siamo sempre stati pronti ad apprezzarne i benefici-, abbiamo preteso sin dall’inizio che l’introduzione della moneta unica fosse realizzata con responsabilità, nei tempi giusti e alle condizioni più favorevoli per l’Italia. E abbiamo puntualmente rivendicato la necessità che fossero le istituzioni politiche a gestire le strategie monetarie anziché la Banca Centrale Europea (BCE) in modo esclusivo e in assoluta autonomia.

    Invece, come è noto, Romano Prodi ha sempre avuto una vera e propria fissazione per l’euro e, benché le condizioni e i tempi non fossero ancora maturi, era pronto a tutto pur di realizzare la sua mania. Ma come avverte la saggezza popolare, “la fretta è una cattiva consigliera”. In realtà, il vero intento del Professore bolognese era quello di passare alla storia, di rimanere nella memoria delle future generazioni come colui che aveva introdotto la moneta unica in Italia. Pur di ottenere un suo personale successo propagandistico, Prodi lavorò per l’introduzione subito e a tutti i costi dell’euro. Lo confessò qualche anno dopo davanti all’Aula parlamentare di Strasburgo quando ammise che “personalmente” aveva deciso di “forzare” la politica italiana per partecipare, sin dall’inizio, alla costruzione dell’Unione monetaria69. Vediamo quali furono i costi di questa sua ossessione mediatica. L’invenzione di un nuovo balzello: l’eurotassa. Innanzitutto, per entrare in Europa, Prodi fece pagare il conto di questa sua frettolosa operazione monetaria agli italiani, con una tassa inventata per l’occasione. Infatti nel 1996, quando era Presidente del Consiglio e i conti pubblici erano pesantemente in rosso, Prodi costrinse gli italiani, unico caso in tutta Europa, a pagare la famigerata “eurotassa”: in media 250mila lire a famiglia, promettendo solennemente di restituirle entro l’anno. Peccato che, con il cambio di Governo, il successivo Presidente del Consiglio, Massimo D’Alema, introdusse l’ennesima tassa, l’addizionale IRPEF regionale, azzerando come è noto qualsiasi tipo di restituzione. Bruxelles non si stupì più di tanto di questa stramberia dell’eurotassa perché l’Italia era nota per le sue anomalie tanto da essersi guadagnata una fama negativa nelle istituzioni comunitarie, anche per la sua incapacità di utilizzare i fondi europei: “Inadeguatezza delle strutture amministrative, lentezza e complessità delle procedure, scarsa efficacia nell’uso dell’assistenza tecnica…tali problemi esistono anche in altri Stati membri”70, puntualizzava il Commissario competente nel giugno 1997, “ma non nella stessa misura e con la stessa convergenza di fattori”71. Insomma, l’Italia in quegli anni era tristemente il fanalino di coda dell’Unione europea.

    Dalla lira all’euro: un cambio sfavorevole.

    Sia le contrattazioni con Bruxelles che i decreti legislativi per l’introduzione dell’euro in Italia furono fatti durante il governo Prodi. In particolare nel 1998, anno cruciale delle trattative per l’euro, Prodi, pur di portare a casa il risultato, accettò supinamente un tasso di cambio sfavorevole per l’Italia, nonostante il costo eccessivo dell’operazione e il parere contrario di molti, tra cui alcune associazioni imprenditoriali. Il cambio sfavorevole determinerà, inevitabilmente, l’inizio di una progressiva diminuzione delle nostre esportazioni. Quando, nel 1999, Prodi diventò Presidente della Commissione la musica purtroppo non cambiò. E se errare è umano, di certo perseverare è diabolico. Il Divino Otelma. Dopo le “prodezze” da Presidente del Consiglio italiano, Prodi continuò e concluse la sua “diabolica” performance in sede comunitaria. Sull’esempio della peggiore tradizione dei maghi televisivi, il Professore di Bologna diventò una sorta di Divino Otelma di prestigio, un mistico visionario dell’euro.

    Del resto lui stesso si è pubblicamente definito un “ragioniere e burocrate”72, ma soprattutto un “visionario con un disegno politico inflessibile” 73. E così Prodi incominciò a fare strane previsioni, a dare i numeri, a disegnare scenari astrologici. Prodi si sperticò, prematuramente, nell’elogiare le capacità terapeutiche dell’euro come fosse la panacea di tutti i mali: “l’euro è già oggi un grande successo”74(?!?), declamava incomprensibilmente già nel maggio del 2000, prima ancora dell’entrata in circolazione della nuova moneta. E con confusa chiaroveggenza millantava che l’euro avrebbe portato “vantaggi a tutti, anche nelle tasche dei lavoratori a reddito fisso, dei piccoli risparmiatori, delle fasce più deboli, dei pensionati”75 e che la moneta unica avrebbe garantito “tra le altre cose la stabilità del potere d’acquisto dei lavoratori a reddito fisso e degli artigiani”76. L’euro e l’impennata dei prezzi. Prodi non è stato inadeguato solo in fatto di oroscopi. Anche nei panni di Presidente della Commissione fu altrettanto deludente. Per prima cosa si disinteressò completamente di una richiesta che veniva da tanti cittadini, ovvero quella di introdurre le banconote da uno e due euro. Ma soprattutto accettò passivamente il provvedimento che limitava a soli 60 giorni la doppia circolazione dell’euro e delle vecchie monete, costringendo così 350 milioni di cittadini europei, imprese ed esercizi commerciali a fare i conti con l’euro a tempo di record. Accadde, quindi, quello che i consumatori temevano, cioè un’inevitabile confusione che in alcuni settori ha creato il grande equivoco dell’ “effetto raddoppio”: nella pratica quotidiana troppo spesso abbiamo assistito ad un’impennata dei prezzi e le “vecchie” mille lire sono diventate un euro. Come tutti ci ripetiamo ogni giorno, quello che prima si comprava con dieci mila lire, adesso si compra con più di dieci euro…che però sono esattamente il doppio! Ovviamente Prodi negò ogni responsabilità e disse anzi che tutto stava andando per il meglio, che l’euro aveva portato solo vantaggi e che semmai il problema era esclusivamente italiano77. E’ noto a tutti che non era affatto così. In realtà, l’euro stava creando seri problemi agli Stati membri dell’Unione europea, a causa dell’eccessivo apprezzamento della moneta unica. Nel luglio 2003 di fronte alla crisi dell’economia europea lo stesso Cancelliere tedesco Schroeder lanciò un allarme disperato sulle conseguenze negative del “super euro” sulle esportazioni europee. Ciononostante la moneta unica chiuse l’anno con l’ennesimo problematico record sul dollaro. La situazione era talmente grave che, dopo numerosi incontri internazionali, i ministri finanziari della “zona euro”, nel 2004, fecero un accorato appello alla Banca centrale europea, invocando una politica monetaria più attenta alle esigenze degli Stati membri e in particolare rivendicando la stabilità del cambio per difendere le esportazioni.

  9. #9
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    Predefinito Varie su Prodi

    «Il 25 novembre 1996, al termine di un’inchiesta serrata che si basa anche su una perizia contabile di ben 13mila pagine svolta dal prof. Renato Castaldo, la Procura di Roma chiede il rinvio a giudizio per il reato di abuso d’ufficio dell’ex presidente dell’Iri Romano Prodi – nel frattempo diventato Presidente del Consiglio – e di altri cinque componenti del consiglio di amministrazione dell’ente: Mario Draghi, Paolo Ferro Luzzi, Giuseppe Glisenti, Antonio Patroni Griffi e Roberto Poli. Richiesta di rinvio a giudizio anche per Carlo Saverio Lamiranda, in quanto legale rappresentante della Fisvi.
    Le accuse del pm Geremia sono molto circostanziate: Prodi e gli altri membri del Consiglio di Amministrazione dell’Iri avevano intenzionalmente avvantaggiato la Fisvi di Lamiranda. Prodi, in particolare, fin dal 1990 aveva rivestito la carica di advisory director della Unilever Nv (Rotterdam) e della Unilever Pic (Londra), gruppo che secondo le indagini aveva gestito la trattativa attraverso la Fisvi. Stando all’accusa, Prodi aveva consentito alla Fisvi di acquistare la Cirio-Bertolli-De Rica (da qui in poi CDB, ndr) senza che la stessa avesse i mezzi per realizzare l’operazione. Lo scopo era quello di far avere alla Unilever il ramo olio (Bertolli) dell’azienda per 253 miliardi.
    Così facendo Prodi aveva permesso che venisse a conclusione un’operazione molto complicata: la Unilever, di cui lo stesso era advisory director, poteva accaparrarsi il ramo olio, settore strategico del gruppo, senza sopportare gli obblighi di natura finanziaria derivanti dalla stipula del contratto di acquisto direttamente dall’Iri. Lo stesso Prodi, in questo modo, evitava il conflitto di interessi. Inoltre l’Iri aveva venduto la CBD violando le direttive del Cipe che prescrivevano il conseguimento del miglior prezzo.
    Ma non è finita. L’Iri, così facendo, aveva ripetutamente consentito la modifica delle condizioni dello schema di contratto in modo del tutto favorevole all’acquirente senza alcun vantaggio, anzi con danno, per l’Iri. La cessione delle azioni della CBD era inoltre avvenuta sulla base della valutazione di una società, la Parifin, che non aveva valutato la reale consistenza patrimoniale della Fisvi e la sua capacità di reddito, fidandosi soltanto dei dati di bilancio.
    Come se non bastasse, Prodi e i suoi amministratori in seno all’Iri, anziché valutare la possibilità di vendere separatamente i comparti alimentari della CBD, li cedevano tutti alla Fisvi. E questo anche se la Fisvi non solo non aveva indicato i mezzi finanziari per far fronte al pagamento del pacchetto azionario, ma era riuscita ad ottenere perfino una modifica delle condizioni contrattuali. Il lavoro investigativo della dott.ssa Geremia non si svolge con serenità. L’inchiesta Iri-CBD è appena cominciata e quella del consulente Castaldo è in corso, ed ecco che il Pubblico Ministero comincia a subire una serie di atti intimidatori: insulti telefonici, telefonate silenziose, avvertimenti, minacce.
    Siamo nell’ottobre-novembre 1996. E’ la prima volta che in un processo per corruzione arrivano intimidazioni così pesanti. Geremia non si scoraggia e va avanti. Nessuno fino a quel momento sa di quelle minacce che raggiungono la giovane inquirente anche a casa, nella sua abitazione romana, dove vive con l’anziana madre.
    E’ in quello stesso periodo che la Geremia dissotterra un altro cadavere giudiziario: il processo sull’Alta velocità con dentro l’affare Nomisma, che - secondo i pm di La Spezia e di Perugia – era stato insabbiato nella capitale da Giorgio Castellucci.
    Le minacce e gli insulti si intensificano. L’origine è ignota, ma il movente sembra celarsi in quell’inchiesta scottante sulla vendita della CBD. La Geremia comincia a preoccuparsi. A distanza di anni, ad Imposimato ha confidato: "La cosa strana è che il numero del mio telefono di casa era riservato e solo poche persone lo conoscevano. Come abbiano fatto a trovarlo per me resta un mistero". La Geremia decide allora di denunciare la tortura psicologica cui è sottoposta, ormai a ritmi incessanti, al commissariato di polizia presso la Procura di Roma, a piazzale Clodio. Lo fa il 7 novembre 1996, 18 giorni prima di chiudere l’inchiesta Iri-CBD. Informa anche dell’accaduto il procuratore capo di Roma, Michele Coiro che quel processo tanto delicato le aveva affidato.
    Nel frattempo una tempesta si sta addensando proprio sulla testa di Coiro. Il CSM lo accusa di avere rapporti di frequentazione con il capo dei Gip Renato Squillante, arrestato per corruzione. […] Sta di fatto che pochi giorni dopo aver raccolto lo sfogo della Geremia, Coiro è costretto a lasciare la Procura di Roma per assumere la guida della direzione generale degli uffici di detenzione e pena del ministero della Giustizia, refugium peccatorum dei magistrati in disgrazia. […] "Michele Coiro era un magistrato di valore e un grande amico – ha spiegato la Geremia ad Imposimato – la sua morte è stata un duro colpo per me. Mi ha sempre lasciato piena libertà nell’inchiesta sulla Cirio. Non glielo hanno perdonato. Lo hanno costretto a lasciare la procura di Roma sette mesi prima di andare in pensione".
    Nonostante i segnali si facciano sempre più evidenti, Geremia continua nella sua indagine che di giorno in giorno si arricchisce di nuovi tasselli. La sua percezione è ormai quella di avere toccato interessi forti, di quel governo invisibile che agisce con tutti i mezzi pur di raggiungere i suoi obiettivi.
    Il 25 novembre 1996 un uragano si abbatte sul Palazzo di Giustizia di Roma. Come abbiamo visto Geremia chiede il rinvio a giudizio di Prodi & company per l’affare Cirio. Anche il procuratore aggiunto Giuseppe Volpari, che con le funzioni di reggente sostituisce Coiro, appone la sua firma in calce al provvedimento.
    All’udienza preliminare del 15 gennaio 1997 il Gip Eduardo Landi decide di non decidere e rinvia la richiesta della Geremia all’udienza del 28 febbraio. E intanto la Geremia continua a ricevere minacce. Una sera, rincasando, nella cassetta della posta trova una busta contenente una sua fotografia, ritagliata da un giornale, e un coltellino. Questa volta il segnale è ancora più serio. Inequivocabile. I misteriosi personaggi che la perseguitano sembrano decisi a tutto. Informa dell’accaduto il responsabile della Procura di Roma. Denuncia l’episodio al commissariato Vescovio. L’Italia sta per entrare in Europa. Man mano che l’inchiesta Iri-Cirio si avvia al suo luogo naturale, il processo, i pericoli per lei aumentano.
    Il giudice Eduardo Landi, nell’udienza preliminare del 28 febbraio, decide che la perizia Castaldo non è sufficiente. Affida quindi ad un collegio di cinque esperti tutta una serie di quesiti legati alle accuse formulate dalla Geremia. A Milano, in casi del genere, non sono mai state disposte perizie. Tra l’altro Landi chiede ai periti una valutazione sul prezzo del gruppo agroalimentare Cirio-Bertolli-De Rica. Strano, perché la Geremia non ha mai fatto questione di prezzo, sollevando invece la questione del vantaggio per la Fisvi ai danni dell’Iri.
    L’indagine tecnica è molto accurata e si risolve in una perizia di 612 pagine. Il 22 dicembre 1997 il Gip Landi conclude l’udienza preliminare, assolvendo gli imputati con formula piena: il fatto non sussiste. E qui comincia un’altra singolarità. La sentenza Landi sarebbe dovuta essere depositata entro il 23 gennaio 1998. Così però non è. Geremia l’attende per poter proporre l’impugnazione alla Corte d’Appello. La sua è un’attesa vana. La sentenza giunge sul suo tavolo nel pomeriggio del 9 febbraio: due giorni prima Giuseppina Geremia era stata trasferita alla Procura Generale di Cagliari. Nessuno proporrà impugnazione contro la sentenza di assoluzione di Prodi & company.
    Nella sentenza di 47 pagine il giudice Landi si sofferma a lungo sul capo di imputazione, il reato di abuso in atti d’ufficio, la cui formulazione è stata sostituita dal parlamento con una legge del 16 luglio 1997, una legge nuova, intervenuta proprio mentre l’udienza preliminare che vede sul banco degli imputati Romano Prodi è ancora in corso.
    Landi osserva correttamente che la nuova ipotesi di abuso – voluta fortemente dall’allora capo dello stato Oscar Luigi Scalfaro e varata con il pieno appoggio dell’allora Ministro della Giustizia Giovanni Maria Flick, grande amico (inutile ricordarlo) dello stesso Prodi – è "più favorevole all’imputato". E questo non solo "avuto riguardo al più mite trattamento sanzionatorio – pena da sei mesi a due anni in luogo della precedente da due a cinque anni – bensì per la trasformazione del delitto da reato di pura condotta o di pericolo, sorretto dal dolo specifico, in reato di evento, in cui il vantaggio patrimoniale o il danno ingiusto devono essere cagionati intenzionalmente". Leggendo la sentenza di Landi si ha la sensazione che questa modifica della legge, votata da maggioranza e opposizione, abbia avuto un peso determinante nell’assoluzione di Prodi. Landi non si chiede – e non ne aveva l’obbligo – se Prodi e soci sarebbero stati condannati secondo la vecchia legge. Molti imputati di tangentopoli, giudicati tempestivamente, in base alla vecchia legge per fatti anche meno gravi di quelli attribuiti al prof. Prodi sono stati duramente condannati a pene severe e sono finiti in galera. Qualcuno è arrivato persino a suicidarsi, prima ancora del processo. Ne siamo lieti per Prodi, assolto con formula piena. Ma sarebbe interessante conoscere per intero la verità storica di questa vicenda che continua a rimanere oscura ed inquietante».



    e cos'era la Fisvi ?
    .

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  10. #10
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    Massimo Pini è stato membro del Consiglio di presidenza dell'Iri fra il 1986 e il 1992. Sulla storia dell'istituto ha scritto un libro di prossima pubblicazione intitolato I boiardi. Anticipiamo brani del capitolo dedicato alle privatizzazioni.
    Ma la privatizzazione che doveva suscitare le più intense polemiche fu quella della Cirio-Bertolli-De Rica (Cdb): la finanziaria lucana Fisvi di Saverio Lamiranda, che aveva offerto 310 miliardi e 708 milioni per il 62,12% delle azioni possedute dall'Iri, era controllata per il 60% da cooperative agricole del Mezzogiorno, mentre tra gli altri soci spiccavano il Banco di Napoli e l'imprenditore Giuseppe Gravante, il quale godeva di una liquidità di 100 miliardi ricavata dalla vendita delle sue attività nella produzione del latte, precedentemente cedute alla Sme (il gigante alimentare Iri smembrato e privatizzato negli anni Novanta - ndr). 'La voce insistente -faceva sapere il Corriere della Sera, 13 ottobre 1993- è che la finanziaria abbia l'appoggio di potentati politici, più esattamente della sinistra democristiana campana'. Fin dall'inizio la Fisvi non appariva in grado né di pagare le rate all'Iri, né di provvedere poi all'Opa sul resto delle azioni della Cdb, calcolata in altri 200 miliardi.

    Come ti manometto lo statuto sociale Il 2 marzo 1993 l'Iri, ancora presieduta da Franco Nobili, decise di vendere con asta pubblica la Cdb; il 15 marzo il Credito Italiano effettuò una valutazione tra i 900 e i 1.350 miliardi. Mentre il 29 luglio il Consiglio di amministrazione dell'Iri si apprestava a deliberare sul terzo punto all'ordine del giorno, 'Sme: cessione del settore industriale', il presidente Prodi sospese la riunione per convocare un'assemblea straordinaria che nel corso di trenta minuti, dalle 12 e 10 alle 12 e 40, modificò dieci articoli dello statuto sociale. Alla ripresa dei lavori, il Consiglio decise di abbandonare la strada dell'asta e di procedere invece per trattativa privata.

    Evidentemente il metodo dell'asta competitiva, che Nobili aveva già sperimentato con successo e con unanimi riconoscimenti al tempo della privatizzazione della Cementir, non era considerato altrettanto trasparente quanto la trattativa privata: Franco Nobili, a quel tempo incarcerato, non era in grado di illustrare i vantaggi per le casse dello Stato. Per parte sua, il Consiglio di amministrazione dell'Istituto volle conferire tutti i poteri per l'amministrazione al presidente Romano Prodi il 7 ottobre, con la facoltà 'di compiere gli atti riferentisi ad operazioni, attive e passive, a breve e a medio/lungo termine, di importo non superiore a lire miliardi 500'.

    Quando i particolari della vendita di Cdb alla Fisvi trapelarono, le polemiche fioccarono: Pietro Larizza, segretario generale della Uil, la definì 'operazione da supermercato: compri tre per tenerne due'. 'C'è una società che acquista e non ha ancora i soldi per pagare; per formare il capitale necessario, vende una parte di ciò che ha comprato; per la parte che rimane cerca ancora i soci finanziatori per completare l'acquisto. Con questo metodo a dir poco discutibile -concludeva Larizza- non servono imprenditori acquirenti, basta essere un buon mediatore di affari'.

    Fisvi: il nano che si mangia il gigante A metà novembre la Fisvi non aveva ancora pagato il pattuito: era ancora in itinere l'aumento di capitale, mentre soci come il Banco di Napoli prendevano le distanze. Nel frattempo il parlamentare comunista di Napoli Antonio Bassolino, che pochi mesi dopo sarebbe divenuto sindaco della città, scriveva una lettera al presidente del Consiglio Ciampi, allegando una 'dettagliata nota sulle modalità di vendita della Cdb alla Fisvi e sil profilo 'imprenditoriale' degli acquirenti. 'E' infatti evidente -concludeva Bassolino- il pericolo che privatizzazioni fatte a questo modo espongano pezzi strategici del nostro apparato produttivo alle mire speculative e affaristiche'. In una conferenza stampa tenuta A Napoli il 16 ottobre Bassolino così definiva l'operazione: 'E' come se dei nani decidessero di impadronirsi di un gigante'. Alla lettera a Ciampi era allegato il testo di una denuncia alla Procura della Repubblica di Napoli presentata dall'avvocato Giovanni Bisogni il 23 ottobre.

    Si apre così un procedimento penale nei confronti di Prodi e dei componenti del Consiglio di amministrazione dell'Iri, spostato poi a Roma per competenza: qui il sostituto procuratore Giuseppa Geremia affidò al perito Renato Castaldo una consulenza tecnica. Il perito rilevò come Prodi fin dal 1990 fosse advisory director (direttore consulente) della multinazionale Unilever di Amsterdam, incarico dal quale egli si era dimesso al momento del suo ritorno al vertice dell'Istituto. Risultava comunque 'innegabile e certamente singolare il ruolo svolto dalla Unilever nell'intero affare inerente la cessione Cbd, tale da potersi definire di 'regia generale', così come risulta dalla lettura dei documenti... E' innegabile e documentato che la Unilever S.A. e la Unilit spa (consociata italiana della Unilever - ndr) hanno inviato offerte, condotto trattative dirette e indirette con l'Iri e gestito l'acquisto del settore 'olio' in epoca precedente alla stipula del contratto di gestione definitivo tra Fisvi ed Iri, predisponendo anche clausole contrattuali da inserire nel contratto...'.

    E l'Iri incassa 400 miliardi in meno La Fisvi, che 'non possedeva le necessarie risorse finanziarie per sostenere le operazioni di acquisizione', aveva predisposto, prima ancora di diventare proprietaria della Cdb, la vendita del settore olio della Cdb (la Bertolli) alla Unilit, 'con il consenso del Cda dell'Iri, per la somma di lire 253 miliardi così procurandosi il denaro per pagare il prezzo...'. Addirittura la Fisvi, che non fu in grado di presentare la fideiussione di 50 miliardi richiesta dal bando d'asta del 5 marzo, ma ne presentò una per soli 5 miliardi, avrebbe dovuto essere esclusa dal novero degli aspiranti concorrenti. Se la Granarolo aveva offerto all'Iri per il solo settore del latte 200 miliardi, se il settore olio era stato ceduto dalla Fisvi alla Unilit/Unilever per 253 miliardi, se a questa cifra si aggiungeva il settore del vino, venduto per 40 miliardi, e quello delle conserve e pomodoro, del valore di 200, secondo il perito si raggiungeva la cifra di 693 miliardi, a fronte della quale l'Iri ne aveva incassati solo 310. Bisognava aggiungere a ciò la violazione dell'articolo 6 del contratto, che impegnava l'acquirente ad 'assicurare la continuità produttiva' delle aziende del gruppo Cbd: secondo il perito, l'Iri aveva consentito 'che l'acquirente 'fantasma' Fisvi smembrasse l'azienda Cirio-Bertolli-De Rica prima ancora di acquistarla e pagarla, e la vendesse a pezzi consentendo a vari soggetti di trarne ingenti profitti', con chiaro riferimento a Sergio Cragnotti nelle cui mani caddero infine le aziende del latte e delle conserve.

    Tuttavia il pubblico ministero non volle contestare agli imputati la congruità del prezzo: 'Se la valutazione l'avessi fatta fare a sessanta periti avrei avuto sessanta risultati diversi', dichiarò ad una giornalista. Il fronte aperto dall'accusa, quello del conflitto di interessi tra l'unico advisory director italiano della Unilever e il presidente della società venditrice, nonché i quesiti sul perché di un acquirente squattrinato e di fatto passacarte di acquisti altrui, non trovarono spazio presso il giudice per le indagini preliminari Edoardo Landi, il quale il 22 dicembre 1997 non concesse il rinvio a giudizio dell'allora Presidente del Consiglio'.
    .

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