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Discussione: Semper infideles

  1. #351
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    Sentita ieri al TG5 dell 13 nel servizio sulla "giornata mondiale della cultura ebraica" o qualcosa del genere.
    Un'anziana signora intervistata per strada:.

    "Come cattolica mi interessa perché il cattolicesimo deriva dall'ebraismo e lì ci sono le nostre radici".

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  2. #352
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    Predefinito "il vero amor di patria"

    Ecco, dopo i soloni alla Muraro (quello di "Quando i musulmani erano cristiani") un nuovo "genio della lampada" che ci illumina su che cosa sia "Il vero amor di patria" ("Mattino di Padova" del 2 novembre). E la cosa straordinaria è che stavolta si tratta nientemeno che di un prete, don Pietro Milan, il quale, poverino, "ha letto con profondo disagio le dichiarazioni del sindaco di Villafranca" sulla vicenda del 4 novembre.
    E da che cosa è motivato questo "profondo disagio"? Dal fatto che molti tenderebbero a identificare la fede cristiana "con una identità culturale o maggioritaria", mentre essa dovrebbe essere "una scelta consapevole e motivata di vita". Da ciò il fastidio per la riduzione della messa (sic) "a una cerimonia cui fare partecipare, intruppate, classi intere di bambini".
    Forse il Milan era distratto quando, in seminario, il docente di dogmatica (ah, no, dimenticavo, la teologia dogmatica nei seminari non s'insegna più) gli insegnò che la Messa (con la maiuscola), rinnovazione incruenta del Santo Sacrificio del Calvario, è l'atto più alto che un essere umano possa compiere, e che da essa ridondano grazie su tutti coloro che vi assistono, perfino se (ah, abominio) "intruppati"? Certo, che un prete deplori la partecipazione di giovani studenti a una Messa è fenomeno quanto meno singolare. Quanto all'"intruppati", ci torneremo.
    Non intendo (se non per rilevare la singolare espressione "paladini di Orlando": ma non era Orlando stesso un paladino di Carlo Magno? A meno che il Milan non si riferisse a Leoluca Orlando...) soffermarmi sulla tirata a proposito delle commemorazioni ai caduti, che l'articolista finisce per buttare, al solito, in politica, se non per una semplice considerazione: certo, "l'amor di patria non si coltiva con cerimonie e parole altisonanti, con squilli di tromba e discorsi di ministri". Però sarebbe stato, come dire, più elegante, che il nostro avesse scritte queste parole non in occasione di una ricorrenza dai più considerata "fascista" o giù di lì come il 4 novembre (che comunque celebra una vittoria dell'Italia, l'unica in epoca moderna), ma (è solo un suggerimento) in occasione del 25 aprile, dove le "cerimonie e parole altisonanti, gli squilli di tromba e i discorsi dei ministri" non sono certo meno invasivi, con la piccola differenza che celebrano non una vittoria ma...una sconfitta dell'Italia, con conseguente occupazione militare e asservimento del nostro paese a una potenza straniera, situazione che perdura tuttora.
    Eppure anche a quelle cerimonie gli studenti vanno "intruppati" e comandati, senza potersi opporre. Come vanno "intruppati" ogni 27 gennaio ad ascoltare barbosissimi discorsi (gli stessi ogni anno) dei "reduci dai campi di sterminio" e devono sorbirsi dosi massicce di retorica sulle povere vittime ebree e su quanto erano cattivi i nazisti. Con contorno dell'immancabile "monito" del Colle sul dovere della memoria. Tutte cose che al nostro don Pietro Milan invece, evidentemente, piacciono da morire. più, si direbbe, del Santo Sacrificio dell'altare.
    L'ultimo punto riguarda il finale, laddove il nostro sacerdote di Cristo si produce in una lezioncina rivolta addirittura a certi suoi confratelli, che, poveretti, non hanno ancora capito il valore della "positiva laicità".
    Questa espressione oggi è molto di moda, sulla scia di un intervento di Ratzinger negli Stati Uniti, ma, a dispetto di tanto autorevole parere, si tratta di una balla colossale. Non esiste alcuna "laicità positiva", poiché la laicità in senso moderno (assai diverso da quello tradizionale) nasce nell'ambito della gnosi anticristiana e riceve un apporto decisivo dall'eresia protestante (in particolare è noto che tutto il "parlamentarismo" moderno, sconosciuto agli stati cattolici, con il suo contorno di corruzione, brogli e vaniloqui, ha origine dall'ssemblearismo calvinista e valdese - i "covenants" - sviluppatosi negli Stati Uniti). E' insomma tutta sotto il segno del Maligno, ed è stato imposto dai vincitori della seconda guerra mondiale (a proposito, ha il Milan un qualche vago ricordo della distinzione cattolica tra "guerre giuste e guerre ingiuste"? Ha studiato le classiche cinque condizioni della guerra giusta, almeno nel libretto di padre Brucculeri s.j.? Parrebbe di no) a nazioni vinte e imbelli.
    La "positiva laicità" delle istituzioni è un'idea personale del Milan, evidentemente ignaro o dimentico (ah, questi seminari moderni) della dottrina cattolica sui rapporti Stato-Chiesa, che predicano non già quel "miscuglio fra potere e altare" da lui deplorato ma la collaborazione tra i due poteri al fine del bene comune e individuale dei cittadini-credenti, come mirabilmente insegnato da tutta la Tradizione (con la T maiuscola) e altrettanto mirabilmente compendiato da Pio XI nell'enciclica "Quas Primas" (1925), che, proprio contro la peste del laicismo moderno, istituisce la festa di Cristo Re: Re dei cuori e delle menti ma anche delle Nazioni. Pio XI sarebbe inorridito (a differenza del Milan, che in questo regime pare sguazzare a meraviglia) di fronte a una " laicità" che prevede il diritto di aborto (= omicidio dell'innocente), di divorzio (=violazione di un giuramento solenne fatto davanti a Dio), di sodomia, di pornografia, di bestemmia e chi più ne ha più ne metta.
    Ma certo, più grave è "intruppare" i bambini come fossero (vade retro Satana) tanti balilla. Meglio che vadano in giro "intruppati", magari in discoteca, con i jeans sdruciti, i tatuaggi, le creste di capelli e i telefonini come li vuole la "positiva laicità".
    Ragion per cui se nelle "teste di molti politici e di molti religiosi" le idee sono "piuttosto ingarbugliate", caro don Milan, la inviterei a fare un po' d'ordine anche nelle Sue.



    Franco Damiani






    Mattino di Padova del 2 novembre 2008

    Il vero amor di patria

    di don Pietro Milan

    Come cristiano e come cittadino ho letto con profondo disagio le dichiarazioni del sindaco di Villafranca così come sono riportate sul “Mattino”. So che molti che oggi si propongono come difensori della fede cristiana tendono a identificarla con una identità culturale tradizionale e maggioritaria, ma la fede non è semplice tradizione e nemmeno pura appartenenza culturale, bensì una scelta consapevole e motivata di vita. Ridurre la messa (sic) a una cerimonia cui fare partecipare, intruppate, classi intere di bambini non mi sembra un’idea particolarmente brillante ed educativa, sia nei riguardi del senso civico che della fede cristiana.
    Così come non mi sembra particolarmente indovinata, sempre sul piano educativo, la volontà di convogliare ragazzini in massa a cerimonie di alzabandiera e di commemorazione dei caduti. Mi si perdoni, ma mi sa tanto di nostalgia del tempo dei balilla.
    A cerimonie del genere piuttosto, sempre che lo ritengano importante ed educativo, vorrei vederci gli adulti. L’amore di patria non si coltiva con cerimonie e parole altisonanti, con squilli di tromba, sfilate e discorsi di ministri. Preferisco un Comune amministrato con giustizia, un Parlamento in cui non siedano persone con condanne passate in giudicato, un paese in cui parole come giustizia e solidarietà abbiano un evidente anche se imperfetto significato, una società in cui ad esprimere il proprio pensiero non si rischi di venire stizzosamente tacitati come falsi o prevenuti, uno Stato in cui i soldi vengano innanzitutto impegnati in educazione, sanità e giustizia prima ancora che in emolumenti ai politici, armi e missioni all’estero, un esercito e una polizia che servano senza sentirsi paladini di Orlando (sic), eccetera. Non sono le parole e i riti che educano, ma la sostanza.
    Per quanto riguarda poi le guerre, spetta a un serio insegnamento della storia farne conoscere l’importanza, ma soprattutto la violenza disumana, assieme a una chiara spiegazione degli interessi e delle follie ideologiche che le hanno generate. Con tutto il rispetto verso chi è caduto in nome della patria, ma molto più spesso solo per colpa dei potenti della patria, ritengo troppo semplicistico e fuorviante acclamare oggi come eroi quelli che ieri furono cinicamente usati come carne da cannone. Per quanto poi riguarda una sana distinzione fra Stato e Chiesa, fra la tendenza a un rinnovato miscuglio fra potere e altare o, invece, una positiva laicità delle istituzioni, mi sembra che nelle teste di molti politici e di molti religiosi le idee siano piuttosto ingarbugliate.

  3. #353
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    Predefinito Convegno sul "beato" Rosmini

    19:01 - ANTONIO ROSMINI: A PADOVA CONVEGNO “TRA ETICA, DIRITTO E TEOLOGIA”
    Mettere in luce l’attualità del pensiero rosminiano e le sue forti implicazioni a livello etico, giuridico e teologico, è l’obiettivo del convegno “La persona in Antonio Rosmini tra etica, diritto e teologia” che la Facoltà Teologica del Triveneto, il Collegio universitario Don Mazza e l’Università degli studi di Padova promuovono nel capoluogo veneto il 10 e 11 dicembre. “L’attualità del pensiero di Rosmini – spiegano in una nota i promotori – va ben oltre la semplice constatazione del carattere ancora vivo di particolari elementi della sua riflessione”; essa “tocca l’identità stessa della condizione contemporanea”, giacché “egli descrisse profeticamente lo stato di frammentazione e disarticolazione dei saperi che lacera le culture del nostro tempo”. Di qui la possibilità di guardare al pensiero del filosofo e sacerdote beatificato il 18 novembre 2007 a Novara “come a una risorsa e un’occasione di eccezionale valore in un momento in cui la cultura sembra arroccata nel presupposto della radicale irrazionalità dell’esistenza”. Ad aprire i lavori (Collegio Don Mazza - ore 19) la celebrazione eucaristica presieduta dal vescovo di Padova, mons. Antonio Mattiazzo. Tra i relatori, Francesco Traniello, (Università di Torino); Enrico Berti, (Università di Padova); Markus Krienke (Facoltà di teologia di Lugano); Luciano Malusa, (Università di Genova).

    PADOVA: CONVEGNO SU ' LA PERSONA IN ANTONIO ROSMINI TRA ETICA, DIRITTO E TEOLOGIA'

    'La persona dell'uomo è il diritto umano sussistente'.
    Padova 10-11 dicembre 2008



    <SPAN id=ctl00_cntplchMaster_lbTesto> L’attualità del pensiero di Antonio Rosmini va ben oltre la semplice constatazione del carattere ancor vivo di particolari elementi della sua riflessione sulla realtà dell’uomo, del mondo e di Dio; essa tocca l’identità stessa della condizione contemporanea nei tratti che le sono essenziali, giacché egli descrisse profeticamente lo stato di frammentazione e disarticolazione dei saperi che lacera le culture del nostro tempo e ne crepa, dopo averlo inaridito, il suolo, solcandolo con una trama di crisi profonde e apparentemente insanabili.
    Di qui la possibilità di guardarvi come ad una risorsa e insieme un’occasione di eccezionale valore in un momento in cui, stabilito una sorta di veto irrevocabile nei confronti delle “grandi narrazioni”, la cultura sembra arroccata nel presupposto – più dogmatico dei dogmatismi che voleva abbattere – della radicale irrazionalità dell’esistenza.
    La formazione filosofica e teologica di Rosmini ebbe luogo all’Università di Padova – che per gli studi teologici ha oggi la sua naturale erede nella Facoltà Teologica del Triveneto –, dove subito la sua sensibilità intercettò il pensiero della modernità come ineludibile interlocutore e non come semplice oggetto di riprovazione, degno quindi di una ricomprensione capace di portare ad una nuova grande sintesi filosofica.
    In questa prospettiva, la sua vasta produzione (il piano delle Opere complete si aggira sull’ottantina di volumi - dato che impressiona se paragonato alla durata della sua vita, di appena 58 anni, e all’elevatissima densità concettuale dei suoi scritti) offre ancor oggi – anzi, per meglio dire, per molti versi oggi ancor più che al suo tempo – riflessioni che toccano nel vivo ed aprono squarci di luce sulla realtà dell’uomo e della sua esistenza in una comprensione profondamente unitaria della sua costituzione ontologica e giuridica, fenomenologica ed esistenziale, etica e politica, tanto la sua azione fu sempre orientata alla promozione dell’uomo in tutto il suo spessore e in tutte le sue dimensioni.
    con il Patrocinio di:
    Università degli studi di Padova
    Facoltà Teologica del Triveneto

    PROGRAMMA DEL CONVEGNO

    Mercoledì 10 dicembre 2008
    Collegio universitario Don Nicola Mazza
    ore 19.00 - Celebrazione di apertura presieduta da Mons. Antonio Mattiazzo, Vescovo di Padova e Vice Gran Cancelliere della Facoltà Teologica del Triveneto con letture tratte da Antonio Rosmini.

    ore 21.00 - Saluti di Francesco Massagrande, direttore del Collegio universitario don Nicola Mazza
    Markus Krienke (Facoltà di Teologia di Lugano)
    Antonio Rosmini pensatore ed educatore. Un profilo biografico.

    Presiede: Renato Di Nubila

    Giovedì 11 dicembre 2008
    Mattino: UNIVERSITÀ DI PADOVA – Aula Magna
    ore 10.00-10.30 - Saluti:
    Vincenzo Milanesi - Magnifico Rettore dell’Università di Padova
    Antonio Mattiazzo - Vescovo di Padova e Vice Gran Cancelliere della Facoltà Teologica del Triveneto
    Gherardo Bergonzini - Preside della Facoltà di Giurisprudenza
    Gianni Riccamboni - Preside della Facoltà di Scienze Politiche
    Presiede: Franco Todescan
    ore 10.30-11.00 - Prof. Francesco Traniello (Università di Torino)
    Antonio Rosmini: per un inquadramento storico-biografico.
    ore 11.00-11.30 - Prof. Enrico Berti (Università di Padova)
    La persona nella filosofia di Antonio Rosmini.
    ore 11.30-11.45: pausa
    ore 11.45-12.15 - Prof.ssa Marta Ferronato (Università di Padova):
    Diritto e diritti della persona in Antonio Rosmini.
    ore 12.15-12.45 -Luciano Malusa (Università di Genova)
    Influssi del pensiero politico-giuridico di Antonio Rosmini sulla cultura cattolica, e non solo, del Novecento.

    Pomeriggio
    FACOLTÀ TEOLOGICA DEL TRIVENETO - Aula Magna

    Presiede: Valerio Bortolin
    ore 15.00-15.45 - Markus Krienke (Facoltà di Teologia di Lugano)
    Essere – conoscere – agire. I presupposti teoretici dell’antropologia rosminiana.
    ore 15.45-16.20 - Alberto Peratoner (Facoltà Teologica del Triveneto - Marcianum, Venezia)
    All’intersezione dei piani filosofico e teologico del sapere: la persona in Antonio Rosmini.
    ore 16.20-16.35: pausa
    ore 16.35-17.10 - Giancarlo Grandis (Facoltà Teologica del Triveneto - Istituto “S. Zeno”, Verona)
    La prospettiva personalistica dell’etica rosminiana.

    ore 17.10-17.45 - Michele Nicoletti (Università degli studi di Trento)
    Il personalismo rosminiano tra teologia e politica.

    ore 17.45-18.30 - Discussione e conclusioni
    Per informazioni:

    Collegio universitario don Nicola Mazza
    Via dei Savonarola, 176 - 35137 Padova
    Tel

  4. #354
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  5. #355
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    Come scriveva don Ricossa, dovevano beatificare Rosmini perché era inammissibile che uno dei profeti del CVII rimanesse condannato. Lo hanno fatto con la consueta tecnica modernista consistente nello svuotare di significato il Magistero preconciliare, così però svuotando di significato il magistero tout court. Ho avuto la tentazione di partecipare a parte del convegno per "rompere le scatole", poi non ce l'ho proprio fatta.
    Peccato che tra i rosminiani si annoveri anche Romano Amerio.

  6. #356
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    Libero 14 dicembre 2008
    I non segreti di Papa Giovanni
    Renato Farina

    Martedì sarà presentata a Roma l’edizione in dieci volumi dei “Diari di Angelo Giuseppe Roncalli/Giovanni XXIII”. Il Papa bergamasco scriveva tutto di sé, dei suoi incontri, dei fatti del mondo: sin dalla giovinezza. Uno dei curatori di questo lavoro, lo storico bolognese Alberto Melloni, (...) (...) ha spiegato sul Corriere della Sera con un dotto articolo e pure ben scritto quali sono le novità. Il titolo promette: «Il Roncalli segreto rivelato dai diari». La vera novità è che non c’è nulla di segreto: Papa Giovanni è stato semplicemente Papa Giovanni. Non quello che gli storici progressisti hanno dipinto: una specie di rivoluzionario che voleva ribaltare le tradizioni della Chiesa sorridendo. E neanche quello che, accodandosi ai loro avversari, hanno propalato tanti cattolici in buona fede, succubi proprio degli odiati compagni: e che cioè Angelo Roncalli sia stato davvero la causa degli scivolamenti del post-concilio, il filocomunista che ha fatto del male alla vera Chiesa e dunque ingiustamente beatificato. Sbagliato. Magnifici errori, che ci fanno godere dentro il cuore. Uno si chiederà: come fa a dirlo questo qui, che non ha nemmeno letto i dieci volumoni? Non c’è preveggenza, ma una constatazione. Alberto Melloni è lo storico della Chiesa, principale allievo della scuola di Giuseppe Alberigo, che ha interpretato il Concilio Vaticano II come un momento di rottura nella storia della Chiesa. Il punto cioè in cui il modernismo teologico - contro cui aveva scagliato fulmini Pio X nel 1907 con l’Enciclica “Pascendi” - aveva avuto la sua rivincita. Non è una questione che riguarda solo gli specialisti. Ha conseguenze formidabili in tutta la mentalità contemporanea. Basta vedere i film che hanno per argomento la Chiesa e i Papi. Essi sono visti così. C’è una Chiesa tradizionale, chiusa nei suoi dogmi, arcigna: i suoi Papi sono Pio XII (che va attaccato), il 50 per cento di Paolo VI (di cui va salvata la parte progressista dei primi tempi e bocciata la seconda), l'80 per cento di papa Wojtyla, il 100 per cento di Benedetto XVI. Buonissimo c'è Giovanni XXIII, che voleva la riforma radicale della Chiesa ed è stato tradito in tutto o in parte dai successori cattivi e chiusi al mondo. Altrettanto buono è Giovanni Paolo I, Papa Luciani: e per questo fu ucciso o fatto morire presto.
    La partita storica che si giocava attraverso lo studio dei diari di Roncalli era importante. Si sarebbe capito il suo orientamento spirituale. Era modernista sin dall'inizio, o forse lo è diventato invecchiando? Inoltre: che cosa dirà lì dentro di Papa Pacelli e del suo rapporto con i nazisti e con gli ebrei?
    Giovanni Paolo II con una mossa di santa ingenuità ha messo nelle mani il preziosissimo malloppo degli scritti privati e intimi del suo predecessore a Giuseppe Alberigo, il capofila di coloro che non sopportavano proprio Wojtyla, protesi a una lettura della Chiesa per cui il Concilio è un fatto di rottura totale e insieme purtroppo non completata per una certa incertezza di Papa Montini e la resistenza degli apparati di Curia.
    Scrupolosamente e velocemente l'équipe di Alberigo (il quale nel frattempo è scomparso, suscitando generale rimpianto per la sua generosità di studioso) ha portato a termine il lavoro. Nel condensato che ne fa Melloni si percepisce la delusione. Non c'è neanche una pagina scandalosa, che avalli cioè una presunta simpatia modernistica di Roncalli, né da giovane né da vecchio. Purtroppo - si legge tra le righe - non era quello che speravamo. Dice Melloni: tutto rimane all'ombra del suo schema solito di giudizio (che negli affari ecclesiastici si riduce a una scala di tre gradini, come a Bergamo, meno che a
    Bergamo e un raro più che a Bergamo)". paragonava tutto alla sua esperienza, non alla teologia.
    Insomma, Papa Giovanni è stato semplicemente il Papa buono, colto e devoto alla tradizione, obbediente anche da papa alla fede che aveva attinto dai suoi vecchi. Quello di cui si ha in casa il santino, del quale si ricordano le parole sulla "carezza e la luna". Ma niente affatto sentimentale.
    Cito, non dai dieci volumi scientifici, ma dalle pagine popolari che si acquistano a Sotto il Momnte, dove i suoi fratelli seduti sull'uscio accoglievano i pellegrini, questi due piccoli episodi da lui raccontati. Il primo è del Roncalli giovane prete, che obbediente legge una pagina dell'Imitazione di Cristo e fa suoi per sempre questi propositi: "Sono quattro le cose che danno la pace: 1) Fare la volontà degli altri invece che la propria, 2) Prendere meno piuttosto che di più; 3) Prendere l'ultimo posto; 4) Desiderare che in te si compia la volontà di Dio". Il secondo si riferisce, dice il testo macilento che sta in casa di mia mamma, al 1960: "Giovanni XXIII non riusciva ad addormentarsi per una grave preoccupazione, "Ne parlerò al papa per averne consiglio!" pensò consolandosi. Ma improvvisamente ricordò che il Papa era lui e che il consiglio se lo doveva dare da solo. Allora pregò lo Spirito Santo che lo aiutasse, ma quella notte non dormì. Scrisse a casa: " La mia tranquillità personale che fa tanta impressione nel mondo è tutta qui: stare all'obbedienza".
    Anche nei momenti drammatici, obbedienza e pace. Ricordo come fosse oggi il 10 maggio del 1981, una settimana prima del referendum sull'aborto, tre giorni prima del piombo di Alì Agca, il Papa polacco a Bergamo dinanzi alla folla lo chiamava. "Papa Giovanni! Papa Giovanni!"

  7. #357
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    Renato Farina scrive in prima pagina su "Libero" del 14 dicembre l'articolo "I non segreti di Papa Giovanni", in cui esprime soddisfazione perché l'apertura dei diari di Roncalli non avrebbe confermato i pregiudizi progressisti sul suo conto, tanto alimentati dall'équipe di Giuseppe Alberigo di cui fa parte Alberto Melloni, autore di un commento sul tema pubblicato dal "Corriere della Sera".
    Tutto contento Farina conclude che la lettura dei diari, dissolvendo l'immagine di un Roncalli modernista, ne conferma invece l'immagine di "Papa buono", quello della "carezza ai vostri bambini", dei buoni propositi da seminarista , delle immaginette e della devozione popolare.
    Nell'articolo si legge testualmente: "Non c'è neanche una pagina scandalosa, che avalli una presunta simpatia modernistica di Roncalli, né da giovane né da vecchio", e più avanti: "Papa Giovanni è stato semplicemente il papa buono, colto e devoto alla tradizione, obbediente anche da papa alla fede che aveva attinto dai suoi vecchi".
    Il tutto inserito in uno schema ideologico che considera sostenitori della rottura tra la tradizione e il Concilio Vaticano II solo i cattivi progressisti alla Alberigo e alla Melloni, mentre i buoni cattolici alla Farina vi vedrebbero ratzingerianamente solo continuità.
    Incredibile come viene sintetizzato questo schema: la Chiesa "tradizionale, chiusa nei suoi dogmi, arcigna" sarebbe rappresentata: da Pio XII, al 50 per cento da Montini (quello dell'ultimo periodo), all'80% da Wojtyla e, udite udite, al cento per cento da Ratzinger. Di contro, i buoni progressisti sarebbero Roncalli e il povero Luciani, tolto di mezzo da un bieco complotto reazionario.
    Uno schema anche troppo facile da smontare, ma non nel senso inteso da Farina.
    C'è infatti anche un altro schema, non ignoto all'articolista ma da lui volutamente ignorato, forse perché meno facilmente cpnfutabile, che colloca tra i modernisti non solo Roncalli ma tutti i "papi" posteriori a Pio XII. E' lo schema degli odiati e disprezzati "lefebvriani", integristi e sedevacantisti, per i quali tra Roncalli, Wojtyla e Ratzinger non c'è alcuna differenza sostanziale, essendo tutti, contro la Tradizione bimillenaria della Chiesa, chi più chi meno ecumenisti e relativisti. Uno schema solidamente basato sulla considerazione che essi, più o meno apparentemente "conservatori", sono o sono stati tutti favorevoli ai più rivoluzionari decreti vaticansecondisti, a partire da quello sulla "libertà religiosa". Che il Vaticano II rappresenti una rottura radicale con la Tradizione non lo dice solo la scuola di Alberigo: lo dice, dal versante opposto, anche l'integrismo, e soprattutto lo argomenta con il confronto tra i testi conciliari (es. la celebre Dignitatis Humanae) e quelli della Tradizione, ad esempio il Sillabo o la Pascendi.
    Per negare questa rottura, evidente anche fisicamente nella liturgia, nel frasario, nello stile, oltre che nella dottrina (pensiamo alla nozione di cattolicesimo religione di Stato) bisogna essere o ciechi o in mala fede: conoscendo Farina, con cui avrò per sempre un debito di gratitudine personale, e non potendo credere alla seconda ipotesi, non mi resta che credere ahimè alla prima.
    Quanto al Roncalli "buono", mai autore di testi che "avallino una sua simpatia modernistica", "obbediente anche da Papa alla fede che aveva attinto dai suoi vecchi", viene da trasecolare al pensiero della quantità di fonti e di episodi che rendono al contrario certi di queste simpatie, trasudanti dal discorso di apertura del Concilio (il celebre "Gaudet Mater Ecclesia", analizzato in un libro di oltre quattrocento pagine dal prof. Paolo Pasqualucci), dall'ammonimento della curia di Bergamo al giovane professore di storia ecclesiastica, all'amicizia per gli scomunicati vitandi Buonaiuti e Manaresi raccontata da Andreotti in "Quelli del Gesù" (da cui si apprende che l'unica differenza tra Buonaiuti e Roncalli fu che quest'ultimo seppe aspettare che le idee modernistiche condannate da S. Pio X diventassero con il Vaticano II da lui promosso dottrina ufficiale della Chiesa), alle autorevoli voci sull' iniziazione massonica ricevuta durante la nunziatura a Parigi alle singolari iniziative prese da Patriarca di Venezia (suono della Marsigliese in Piazza San Marco in onore del presidente francese, discorso di benvenuto ai congressisti socialisti ecc.) ai quattro sofismi analizzati da don Michele Simoulin sulla "Tradizione cattolica" n. 2 del 2000 nel dossier "Il 'papa buono': un buon papa?" (primo sofisma: un nuovo ordine nei rapporti umani, secondo sofisma: cercare ciò che unisce e mettere da parte ciò che divide; terzo sofisma: occorre aggiornarsi ed esprimere la dottrina nelle formule del pensiero moderno; quarto sofisma: conviene usare misericordia piuttosto che severità e condanna, aggravato questo dall'enciclica "Pacem in terris") e alla "Tremenda colpa di Giovanni XXIII" analizzata in un numero di "sì sì no no". Persino Montanelli riferì sconcertato sul "Corriere", a trent'anni dai fatti, di quel "Macché santo!" esclamato da Giovanni XXIII a proposito del suo predecessore nel patriarcato e nel pontificato Giuseppe Sarto, e tutti sanno che la beatificazione del modernista cardinal Ferrari (almeno questo al brianzolo Farina dovrebbe esser noto), fortemente voluta da Roncalli, fu un "dispetto" fatto alla memoria del santo pontefice, quasi un indiretto tentativo di "scanonizzarlo".
    A noi integristi Giovanni XXIII appare non come un generico progressista ma come l'uomo che, con calcolo sottile, volle il Vaticano II per farla finita con la Tradizione della Chiesa, muovendosi con la scaltrezza tipica dei modernisti, o almeno di quelli che, come lui, volevano fare carriera (altro che "prendere l'ultimo posto"): quella scaltrezza che da giovane gli fece dire a Buonaiuti (colui che lo assistette nella prima Messa: nemmeno questo, caro Farina, "avalla presunte simpatie modernistiche"?) "Sei matto!" quando questi gli propose di far visita allo scomunicato Fogazzaro. Colui che guidò cinicamente, anche con autentici colpi di mano, il Concilio al suo esisto disastroso per la Chiesa, la sua dottrina e la sua morale, emarginando sistematicamente i veri custodi della Tradizione, come il cardinal Ottaviani e i vescovi riuniti nel "Coetus Internationalis Patrum"; il vero responsabile, anche se indiretto, del cosiddetto scisma lefebvriano e del sanguinoso strappo che la Chiesa subì allora.
    Personalmente lo considero corresponsabile dello sbandamento dottrinale e morale che ha travagliato a lungo la mia vita, dalla prima infanzia fino alla maturità, prima cioè che la Provvidenza, per sua imperscutabile grazia, mi richiamasse sulla retta via facendomi riscoprire la Tradizione.

    Franco Damiani

  8. #358
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    Predefinito Lo strabismo del vescovo su Gaza

    Inaudita e sconcertante l'analisi di Pietro Nonis (vescovo emerito di Vicenza) sulla tragedia di Gaza ("Gaza, terra fra le più tribolate", Giornale di Vicenza, 6 gennaio 2009, p. 1)", analisi che parte dalla seguente affermazione: Si sa che i musulmani di quelle zone vorrebbero gli israeliani - e gli ebrei tutti, morti e sepolti. Singolare rovesciamento delle parti da parte di chi dovrebbe rappresentare la Verità: l'impressione che ha l'osservatore non prevenuto è esattamente il contrario, ossia che sia Israele a volere gli arabi (musulmani o cristiani) di Gaza tutti morti: non li sta forse affamando da mesi, privandoli dei più elementari mezzi di sussstenza e costringendoli alla disperazione, di cui i razzi (povera cosa di fronte alle strapotenti armi i di Israele, e per di più di origine sospetta, probabilmente non iraniana ma proprio...israeliana) non sono che la quasi patetica espressione? E non sta ora cercando di praticare nei loro confronti quella "soluzione finale" che da qualche tempo anche la Chiesa sembra considerare, se riferita agli ebrei, il Male Assoluto? Ha dimenricato, Nonis, che la carta dell'ONU garantisce a un popolo occupato il diritto di ribellarsi con qualsiasi mezzo, compresa la lotta armata? E ha dimenticato la dottrina cattolica della guerra giusta, uno dei cui requisiti è lo "iustus modus", ossia la proporzione fra il pericolo e la reazione? Anche altri piccoli particolari dimentica il vescovo emerito nella sua finta equanimità: a partire dal fatto che arabi ed ebrei hanno convissuto pacificamente per secoli (per esempio nell'impero ottomano) prima che i secondi decidessero di stanziarsi in Palestina scacciandone con la forza i precedenti abitanti. Ed è comunque semplicemente falso che "i musulmani di quelle zone vorrebbero gli israeliani, e gli ebrei tutti, morti e sepolti": l'ultima tregua fu proposta nel maggio scorso da Hamas (peraltro votata democraticamente dal popolo palestinese e per di più a suo tempo creata e appoggiata da Israele in funzione anti-Fatah: un'altra delle omissioni dell'articolo, tendente a velare il fatto che Israele vuole la tensione e preferisce un vicino aggressivo a uno pacifico), e rifiutata da Israele che già pensava all'invasione. E' al contrario Israele che, da sessant'anni, persegue con tutta evidenza un disegno di pulizia etnica, sostenuto dal pensiero talmudico per cui i non ebrei sono esseri inferiori, non degni di esistere soprattutto quando ostacolano i piani di Sion: si leggano, le dichiarazioni in proposito dei vari Ben Gurion, Golda Meir, Ehud Barak, Ariel Sharon, Ytzak Shamir, Shimon Peres, ossia di tutti i capi israeliani di questi sessant'anni, senza distinzione tra destra e sinistra, dichiarazioni di cui in allegato fornisco un piccolo florilegio.
    Significativo poi che il vescovo emerito di Vicenza denunci la pratica terribile degli scudi umani, quasi cercando di insinuare che responsabile del genocidio sia Hamas stesso, e non dica una parola di condanna sull'uccisione indiscriminata di donne, vecchi e bambini, cinicamente pianificata e perpetrata da anni da parte di Israele (526 vittime e 2450 feriti al 5 gennaio).
    Questa è oggi, la voce della Chiesa, che l'apostasia e la viltà hanno reso afasica e succube dell'Israele deicida. Come infatti denunciare con parole credibili la follia omicida di chi poco fa si è definito, contro la verità del Vangelo, "fratello maggiore", cui si è chiesto scusa unilateralmente di supposte violenze senza pretendere alcuna resipiscenza, anzi farneticando di "vie parallele di salvezza" e ricercandone maniacalmente, in ogni occasione, l'assenso e il plauso?


    Franco Damiani


  9. #359
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    Predefinito

    Complimenti per la lettera, Professore.

  10. #360
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    Predefinito Re: Semper infideles

    Le primizie del Concilio: Enzo Bianchi e la comunità di Bose | Radio Spada

    Anche RADIO SPADA festeggia, a suo modo, la "nomina" di Enzo Bianchi, "priore" della "Comunità monastica di Bose" a "consultore" per il "Pontificio Consiglio per la promozione dell'Unità dei cristiani". Ripubblichiamo, in suo "onore", un articolo di Matteo Carnieletto.

 

 
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